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giovedì 20 febbraio 2020

ASSANGE LIBERO! FLASH MOB A ROMA

Assange libero, anche l'Italia si mobilita alla vigilia dell'udienza sull'estradizione
Domenica 23 febbraio in Piazza del Popolo a Roma si terrà la prima manifestazione italiana a sostegno del fondatore di Wikileaks Julian Assange. Se i magistrati di Londra concederanno l'estradizione negli USA, Assange rischia 175 anni di detenzione
.

martedì 18 febbraio 2020

L'EUROPA, l'ISLAM E IL POSTO DELL'ITALIA di Angelo Vinco


"Scontro di civiltà": clicca per ingrandire
Riceviamo e pubblichiamo


E’ evidente, nella nuova fase di turbolenze geopolitiche, l’impreparazione e la marginalità delle fazioni di destra e sinistra cosiddette antagoniste o sovraniste o non saprei come definire. Da parte neofascista riemerge l’antica ossessione della salvezza della civiltà europea, da parte neo-marxista la strategia sociale incardinata sull’operaismo messianico germanizzante, per quanto declinata in una modalità che presuntuosamente viene considerata all’altezza dei tempi.

sabato 8 febbraio 2020

FOLIGNO: INCONTRO CON GIULIETTO CHIESA

VENTI DI GUERRA
IRAN, LIBIA, SIRIA, YEMEN. UCRAINA...
 «L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA COME STRUMENTO DI OFFESA ALLA LIBERTà DEGLI ALTRI POPOLI».
Oggi a Foligno, alle ore 17:00, presso l'Albergo Le Mura, incontro pubblico con Giulietto Chiesa.
L'incontro è promosso da Futuro Collettivo a da Liberiamo l'Italia

lunedì 13 gennaio 2020

CHE GUERRA È QUESTA? di Moreno Pasquinelli

Libia solo per il petrolio?

 
C'è molto di più. E' Maurizio Molinari che su LA STAMPA  di oggi segnala come il Paese sia un campo di battaglia geopolitico, in particolare:

«Le milizie di al-Serraji possono contare su armi e militari della Turchia, mentre, sul fronte opposto i maggiori contributi bellici arrivano da Emirati Arabi ed Egitto. E' uno scontro non solo di potere ma soprattutto religioso perché si contrappongono visioni concorrenti dell'Islam sunnita. Per Ankara la Fratellanza Musulmana è la più pura espressione dell'Islam politico mentre per Il Cairo e Abu Dhabi si tratta di pericolosi terroristi».

venerdì 10 gennaio 2020

L'IRAN E LA GUERRA ASIMMETRICA (ANTIMPERIALISTA) di A. Vinco

Imaagine icastica: Suleimani abbraccia l'Imam Hussein presente Khomeini
Riceviamo e volentieri pubblichiamo

«La Scienza nucleare è benefica ma dal momento che non è stata associata all'Amore per l'umanità e per gli Oppressi, ha portato ai peggiori disastri contro l'ordine divino. L'Iran ha la capacità di sviluppare le bombe nucleari, ma lo abbiamo evitato e continueremo a evitarlo con fermezza e coraggio, poichè costruire e conservare bombe nucleari, come usarle, è haram, è proibito dalla Fede islamica».
(Seyyed Alì Khamenei, Guida Suprema della Rivoluzione Iraniana)

mercoledì 8 gennaio 2020

SE GUERRA HA DA ESSERE...

Comunicato n. 1/2020 del Comitato Centrale di P101 

Fuori gli imperialisti dal Medio oriente!


La criminale uccisione del generale Qassem Soleimani segna un salto di qualità nella politica aggressiva dell’imperialismo americano in Medio oriente. Dopo la rottura dell’accordo sul nucleare, l’imposizione di pesanti sanzioni, è questo l’ultimo scalino di un’escalation contro l’Iran che potrebbe condurre alla guerra.

domenica 5 gennaio 2020

LA REAZIONE DELL' IRAN di A. Vinco

Come nel giorno dell'Ashura, nelle manifestazioni in memoria di Soleimani 
viene sventolata la bandiera rossa che ricorda il martirio l’Imam Hussein, nipote del Profeta.

SOLLEVAZIONE aveva ospitato almeno due interventi che avevano previsto con quasi un anno di anticipo la crisi geopolitica in cui siamo precipitati (QUI e QUI).

venerdì 3 gennaio 2020

SOLEIMANI: A FUTURA MEMORIA

Qui accanto l'ignobile post con cui Matteo Salvini, sulla sua pagina facebook, alle ore 13:15, ha celebrato l'atto di terrorismo di stato con cui gli americani hanno ucciso Soleimani, una delle prominenti figure della Repubblica islamica dell'Iran.

Condividiamo quanto scritto in proposito dal nostro Fabio Frati:
«Salvini, il servo dei sionisti e della Nato, il "sovranista in ginocchio", si

L'ULTIMO CRIMINE AMERICANO

Qasem Soleimani (sinistra) con Abu Mahdi al-Muhandis a Tehran nel 2017

Ucciso il generale Soleimani


Non c’è bisogno di condividere ogni passo della politica estera regionale della Repubblica Islamica dell’Iran per condannare fermamente il micidiale attacco missilistico con cui gli Stati Uniti hanno ucciso questa mattina in Iraq il generale Qassem Soleimani, capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie (Forza Gerusalemme), vicinissimo alla Guida suprema Ali Khamenei.

lunedì 9 dicembre 2019

QASIM SOLEIMANI E IL DESTINO DELL'IRAN di A. Vinco

[ lunedì 9 dicembre 2019 ]

Riceviamo a volentieri pubblichiamo



E’ molto difficile scrivere di Qasim Soleimani. Il tema va affrontato con delicatezza e devozione, non esistendo oggi una figura che nella sua Azione con così nobile impulso morale riassuma con un semplice sguardo una visione del mondo e dell’uomo. Leonid Ivashov, militare russo di altissima scuola e esperienza, attuale presidente dell’Accademia geopolitica di Mosca, ha di recente definito Soleimani il simbolo mondiale della libertà e della resistenza contro i poteri materialistici di questa terra. La Guida Suprema, Seyyed Alì Khamenei, lo considera “il martire vivente della Rivoluzione” nella linea più avanzata del fuoco antimperialista, laddove vita e morte sono ormai sul medesimo piano ed ogni minuto in più di vita è solo un dono che lui fa a tutti gli oppressi della terra, in modo particolare a quelli Palestinesi. L’ultimo tentativo, del “fronte imperialistico arabo-ebreo” di eliminarlo, è dell’ottobre 2019.

Lui ha già superato in molti casi e situazioni la soglia della morte, ma ha deciso di rimanere sulla terra per servire l’umanità: i poveri, gli oppressi, i malati e le vittime del terrorismo. Il suo desiderio di martirio è estinto quotidianamente a vantaggio di un grande progetto globale basato sulla tolleranza per il sacrificio, per la sofferenza, per il dolore e dunque sull’Amore.
L'emblema dell'IRCG (Forza Quds o Sepah)


Qasim non è un militare, ma un autentico uomo politico di vedute mondiali ed universali, lo stratega della Rivoluzione. Il suo approccio ai problemi spaziali o marittimi riguardanti il nomos della terra è quello tipico dello statista che non sacrifica affatto la dimensione ideale a quella realistica contingente. Questo non significa che Soleimani ami giocare con le vite dei suoi soldati come questo fosse un divertissement; tutt’altro, la devozione della truppa verso il generale iraniano ricorda quella che i mujaheddin afghani del Fronte Unito riservavano al comandante Massud, che fu, quest’ultimo, in stretta relazione politica operativa con Soleimani dal 1981 fino ai suoi ultimi giorni di vita. Quando verso la fine degli anni ’90 notò che l’impulso originario della Rivoluzione si stava spegnendo, al punto che molti valenti commilitoni della prima ora dell’Imam Khomeini non pensavano che al commercio internazionale o ad abbassare il prezzo dei cocomeri e dei pistacchi, Qasim riportò all’ordine del giorno i motivi rivoluzionari per i quali una intera generazione aveva combattuto e aveva dato il sangue. 


L’essenza della Rivoluzione del ‘79 fu metafisica ed universale; il popolo iraniano, nella concezione di Soleimani, non poteva abdicare alla sua missione escatologica cedendo alle sirene della normalizzazione nazionalistico-borghese. Esaurita e realizzata la prima fase, con l’annientamento del bipolarismo globale di Yalta, il Nostro incarna la strategia della seconda fase rivoluzionaria. La prima fase internazionale ed universale fu contrassegnata dalla strategia del né Usa né Urss e dell’unità dell’ecumene islamica contro gli imperialismi. La resistenza popolare contro la “Guerra Imposta” e contro l’imperialismo sovietico in Afghanistan concretizzò la vittoria dell’Iran islamico e la fine di Yalta. La seconda fase si è aperta con la netta rottura strategica rispetto al nazionalcapitalismo egoista e borghese dei Khatami o dei Rafsanjani da un lato, al neonazionalismo persiano dall’altro. Entrambi modelli “cinesi” di importazione basati sulla modernizzazione scientifica tecnologica, l’uno più borghese e liberista, l’altro più populista e capitalista di stato, ma entrambi fondati sul precetto “Prima l’Iran” e con la centralità del politico statale sull’economico. 

Soleimani, viceversa, riportando al centro da soldato di Ruhollah Khomeini la spada dell’Islam e il sangue di Hosayn, agisce: “Prima Al Quds”. Nessuna correlazione politica vi può essere tra il riformismo liberalnazionalista di Rohuani e l’universalismo rivoluzionario, politico-metafisico di Qasim Soleimani. Il JCPOA del luglio 2015 fu considerato da subito dal Nostro una nuova versione del trattato di Turkmenchay del 1828, trattato con cui l’impero persiano perse i suoi territori settentrionali in favore dell’impero russo. Questa volta era l’imperialismo sionista occidentale di Obama a minacciare in prima istanza l’Iran travestendosi da agnello, visto che decenni di assedio e guerre frontali non erano state sufficienti a debellare lo spirito di resistenza dei soldati e del popolo antimperialista. Nonostante avesse intuito immediatamente il raggiro imperialista anglosionista sull’Iran, nonostante i fatti gli daranno ragione, nonostante lui sia il testamento vivente del messaggio rivoluzionario antimperialista di Imam Khomeini, il generale delle IRGC non cede al personalismo o all’ego, non crea una sua fazione elitaria, ma continua a servire lealmente e totalmente la Guida Suprema e la Repubblica islamica dell’Iran. 
Tikrit, Iraq: reparti iraniani di al-Quds sono stati decisivi per
sconfiggere lo Stato Islamico e i guerriglieri del Baath iracheno


“L’esercito islamico dell’Iran è stato scelto per liberare Gerusalemme dai miscredenti sionisti” (Imam Khomeini). Da qui è ripartito Qasim Soleimani , contrastando la normalizzazione interna, che significa indifferenza verso i fratelli oppressi della Palestina e dello Yemen. E questa è la linea rossa tracciata dal generale, la frontiera sacrale e politica da cui non si può trascendere. Così è rinata dopo la normalizzazione degli anni ‘90, grazie ad Al Quds, la Resistenza globale e planetaria al Sionismo e alle forze dell’Arroganza globale. Cosa gridavano i nazionalisti di destra o i modernizzatori di sinistra, entrambi sovvertitori e devianti, nelle strade di Tehran nord? “La mia casa è l’Iran, non è Gaza né lo Yemen!”. Ma non è possibile de-mondializzare e de-globalizzare il Risveglio rivoluzionario e lo spirito del ’79. Non è possibile l’islamonazionalismo o l’Islam rivoluzionario in un solo paese, la Repubblica islamica precipiterebbe in una fase di neo-kemalismo conservatore o neo-mossadeqismo occidentale, in un momento in cui la stessa Turchia ripudia queste fallimentari esperienze storiche. 


La Repubblica islamica, considerata dal saggio analista putiniano Il Saker uno Stato libero e sovrano più di quanto lo siano Cina e Russia e il più grande punto di contraddizione per l’anglosionismo imperiale, è l’Asse della Resistenza e viceversa. Soleimani, taciturno e schivo, refrattario alle interviste e alle telecamere, nel luglio 2018 ha ammonito le élite sioniste americane, ha ammonito Donald Trump, dichiarando che l’Iran “è la nazione del martirio, la nazione di imam Hosayn”. Migliaia e migliaia di reparti specializzati dell’Al Quds stanno aspettando da anni e anni che la minaccia dell’attacco di civiltà occidentale diretto all’Iran prenda finalmente corpo. “La carovana di Hosayn si sta muovendo, un’altra Karbala ci aspetta. Il mondo terreno è solo una parte della creazione. E’ importante anche ciò che sta oltre, il mondo eterno, divino, il regno dello splendore” (Imam Khomeini, durante i primi momenti della “guerra imposta” in un suo discorso ai Basiji). I sionisti israeliani, nonostante lo schiacciante potere finanziario e culturale in occidente, senza la sponda militare del Pentagono non vanno da nessuna parte, abbaiano ma non mordono.

Vi è corruzione borghese, vi è materialismo, vi è desiderio di benessere anche in Iran, ci ricorda Alberto Negri. E’ normale, passati 40 anni da una Rivoluzione che ha anzitutto educato il popolo alla sopportazione del dolore e del sacrificio per i fratelli oppressi in ogni parte del mondo, oltre ogni differenza religiosa o ideologica; storicamente, con ciclica regolarità, a momenti di grande espansionismo ideologico rivoluzionario seguono momenti di ripiegamento. La saggezza di uno statista rivoluzionario è allora quella di non arretrare nello pseudo-tatticismo o nella ritirata strategica ma radicalizzare l’espansione sovranazionale con il supporto di una avanguardia che sia emanazione diretta dell’ideologia rivoluzionaria originaria. Vi è quindi, nonostante ciò, una rivoluzione politica e culturale in marcia, che non pare essersi arrestata. 



Richard Haas, presidente del Council on Foreign Relations, ha in più casi parlato, dalla guerra siriana a oggi, con Assad e il Baath siriano non sconfitti, di un tramonto dell’era sionista americana in Medio Oriente. Secondo E. Primakov, rilevante geopolitico russo sovietico, chi possiede le chiavi mediorientali possiede il potere globale. Al Quds di Soleimani ha quindi saputo condurre la sfida strategica al nemico di civiltà nella fase di ripiegamento tattico post-rivoluzionario; per tale motivo, oggi in Iran Soleimani è una scuola di pensiero e azione che va ben oltre la sua figura di statista e eroe di stato. E’ una coscienza spirituale e morale la quale, con ogni probabilità, sopravvivrà allo stesso “martire vivente della Rivoluzione”.

mercoledì 13 novembre 2019

YEMEN: PUNTA AVANZATA DELLA GUERRA ANTIMPERIALISTA di Angelo Vinco

[ mercoledì 13 novembre 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 
Dopo la vittoria politica di Bashar Al Asad e del fronte della Resistenza socialnazionale siriana, lo Yemen è divenuto il punto più avanzato del fronte dei resistenti.


Nasrallah, segretario generale dell’Hezbollah, ha detto di recente che il fuoco della questione palestinese è tenuto in vita dalla Rivoluzione antisaudita yemenita guidata da Ansar Allah (Partito di Dio nato nel 1992 in riferimento alla Sura 3:52 riguardo ai discepoli di Gesù in Islam), fronte patriottico e sociale di liberazione antimperialista e non confessionale o etnico, e gli stessi quotidiani israeliani, da Haaretz a Jerusalem Post, hanno rilevato nell’agosto 2019 che l’arretramento saudita in Yemen è una pessima notizia per i sionisti, con possibili effetti di destabilizzazione interna per la società civile israeliana. 

Sono moltissimi, infatti, i volontari sunniti della Resistenza palestinese — da Hamas alla Jihad palestinese passando per vari militanti del Fronte popolare — attivi a fianco della Rivoluzione yemenita, alcuni tra loro peraltro son stati torturati e uccisi dalle forze militari reazionarie saudite o emiratine (recente il caso tragico di Salim Ahmed Ma’arouf). 

E’ semplicistico e potrebbe essere fuorviante parlare esclusivamente di Huthi dello Yemen del Nord o di clan confessionale zaydita sciita da integrare in una fantomatica “mezzaluna sciita”, poiché all’originario nucleo zaydita si integreranno poi frazioni antimperialiste arabe che
combattenti houthi
anteporranno la strategia della liberazione al resto; siamo in presenza, perciò, di un esercito popolare rivoluzionario che è sotto feroce attacco concentrico saudita e sionista dal 2015. La vittoria della Controrivoluzione saudita o emiratina in Yemen avrebbe infatti significato la liquidazione della causa palestinese: Gerusalemme capitale del sionismo globale, affermazione del blocco reazionario arabo a trazione sionista, accerchiamento dell’Iran sciita. 


L’attacco agli impianti petroliferi sauditi, realizzato dai rivoluzionari yemeniti nel settembre 2019 in coincidenza con le elezioni israeliane, ha posto di contro al centro dell’attenzione mondiale la spregiudicatezza strategica, la determinazione e l’arte della deterrenza antimperialiste del Partito di Dio. Il movimento Huthi deriva il proprio nome dall’omonima famiglia originaria del governatorato di Sa’da, che confina con l’Arabia Saudita e in cui sono scaricate le tensioni di frontiera, e di rito sciita zaydita che appartenendo all’èlite dei Seyyed rivendica una discendenza diretta dal profeta Maometto. 


Il conflitto armato ha avuto inizio nel 2003, quando l’azione antimperialista ed antioccidentale del Partito di Dio prese piede nella Moschea Saleh, nella capitale San’a, dopo la preghiera collettiva del venerdì a causa dell’invasione americana dell’Iraq. Circa 1000 militanti del partito di Dio o Gioventù Credente vennero arrestati e il presidente Ali Abd Allah Saleh invitò Husayn al Huthi ad un incontro nella capitale yemenita, ma quest’ultimo rifiutò il chiarimento. Divampò così il conflitto, quando agli inizi del 2004 Saleh, egli stesso zaydita ben si noti, con la complicità statunitense e israeliana, inviò forze governative per arrestare Husayn: l’arresto non fu portato a termine a causa della rivolta popolare organizzata dal Partito di Dio, ma Husayn fu però ucciso il 10 settembre 2004. 

La rivolta antimperialista, basata sulla classica guerra di guerriglia, proseguì ininterrottamente sino al fragile accordo del 2010. 

Con la rinascita universale araba denominata “primavere arabe” o ancora meglio Risveglio islamico globale, la rivolta yemenita si radicalizza in tutto il paese come partito degli Oppressi e dei diseredati. La Rivoluzione Yemenita, guidata ora da Mohammed Alì al-Huthi, presidente del Comitato rivoluzionario e dalla guida politica Salih Habra, iniziava così ad espandersi a macchia d’olio battendosi su tutta la linea sia contro gli jihadisti secessionisti qaidisti nel governatorato di Al-Baidhah (1), sia contro i filogovernativi di obbedienza saudita e occidentale. 

Il 20 gennaio 2015 i rivoluzionari yemeniti conquistano il palazzo presidenziale di San’a ed il presidente, sunnita, ‘Abd Rabbih Mansur Hadi, che si trova nel palazzo, durante l’assalto riesce a mettersi in salvo e poi si dimette trasferendosi ad Aden. Nonostante sia delegittimato e isolato, la comunità internazionale, su diktat statunitense, continua a considerare arbitrariamente Hadi presidente del paese. 

L’interventismo saudita architettato dal nuovo monarca Salman e dal figlio Mohammed bon Salman (MBS) ministro della difesa, prima discontinuo, entra da allora direttamente in scena, con impressionante continuità in Yemen, con una terribile e furiosa tattica di bombardamenti su civili. Ne nascerà una tragedia umanitaria di dimensioni colossali che mette i brividi. Lo Yemen, che già prima del 2010 aveva visto la nutrita presenza di vari campi profughi di civili Huthi che fuggivano dalle bombe occidentali dell’aviazione saudita ed anche di somali in fuga dal Corno d’Africa, dal 2015 vedrà impennare in modo esponenziale la mortalità e le mutilazioni infantili. 


L’Occidente fa affari d’oro con sauditi ed emiratini, arma la cosiddetta “coalizione araba” a trazione sionista-statunitense ma al tempo stesso, seppur a fasi alterne, gli organi di informazione europeistica e vaticana grondano, evidentemente, di ipocrita retorica sulle stragi di bambini Huthi in Yemen. Lo Yemen è la Nazione delle stragi legittime e degli infanticidi del supercapitalismo imperialista. Legittime, agli occhi di tutto il mondo occidentale, perché l’Iran, che sostiene attivamente dal 2015 i rivoluzionari yemeniti, deve essere annientato e abbattuto nel suo espansionismo difensivista antisanzionista ed antimperialista. 

La politica saudita ha sempre puntato ad avere sulla propria soglia uno Yemen debolissimo, sfruttando le reti tribali e il separatismo sudista, per esercitare il controllo assoluto sul governo di Saleh, un maestro di funambolici tatticismi ai limiti dell’assurdo e del suicidio politico. La frammentazione religiosa, come detto, è relativa e secondaria. Saleh, zaydita e “nordista” convinto, è stato il regista delle sei guerre sporche (dirty wars) contro gli Huthi dal 2004 al 2010; una volta allontanato dal potere non ha però esitato a stringere alleanze con i suoi antichi nemici per rovesciare il “sudista” Hadi. 

Il ruolo iraniano, in un paese sovrarmato come quello yemenita, in cui vi sono sei fucili automatici per ogni maschio adulto, era del tutto relativo prima dell’interventismo stragista saudita; in seguito all’assalto saudita, benedetto dagli Usa di Obama prima di Trump poi e quindi da Israele nel tentativo di stabilizzare una Nato mediorientale antipersiana, diviene però mirato e saggiato alla luce della tradizionale arte della difesa della Repubblica iraniana ed islamica. Lo Yemen fu infatti la tomba dei turchi, costretti a limitare il loro controllo sulle aree delle costa ed al compromesso con l’imamato sciita, sostenuto dalle grandi confederazioni tribali del Nord. Nel 1918, con il crollo dell’impero ottomano, l’imamato colmò il vuoto di potere, espandendosi nelle aree controllate dai turchi, arrivando sino ai confini con i protettorati britannici, sorti dal 1839 attorno ad Aden e estesi nel Sud-Est. Il patto militare-tribale-repubblicano, così lo storico Stephen W. Day professore al Rollings College in Winter Park (The future Structure of the Yemeni State, 14 Aug 2019) definisce il compromesso che ha chiuso la guerra civile a trazione nordista dal 1990 con l’unificazione dei due Yemen, è stato esteso al Sud con un generale processo di centralizzazione politica. Gli incentivi sono stati rappresentati dalla rendita petrolifera e dalle entrate derivanti dalle rimesse dei lavoratori emigrati, assieme all’uso dell’apparato militare e statale, per consolidare la centralità di San’a. Il sistema tribale si è fondato su una imprenditoria reticolare di natura capitalistica clanica subordinata alle petromonarchie del Golfo; circa seimila su dieci mila sceicchi tribali yemeniti sarebbero direttamente finanziati da Ryad. Il patto subimperialista con Ryad del capitalismo clanico interno non regge però più e il fallimento strategico di MBS sembra rivelarlo. Dopo il fulmineo attacco antimperialista del Partito di Dio e degli Oppressi del settembre 2019, che spiazza il modernissimo ed elaboratissimo sistema di difesa tecnologico saudita, il Generale Soleimani ha definito il patto volontarista ed antimperialista tra l’Ansar Allah yemenita e le Forze Quds persiane come il patto dei seguaci del martirio di Karbala dell’imam Hosayn. (2) 

NOTE

1)
      Il secessionismo qaidista è particolarmente forte nel Sud. La storia del Sud secessionista nel Novecento meriterebbe una trattazione a se, e non è detto che non ci si torni su, anche perché strettamente correlata alla storia stesso del “comunismo storico” con le sue lotte di frazione. ‘Abdul Hameed Bakier, esperto di intelligence specializzato in antiterrorismo, sostiene che il secessionismo del Sud sarebbe sostenuto da Al Qaeda e dai salafiti con il pretesto di “aiutare gli abitanti del Sud per evitare che tornino ad essere comunisti”. Isil svolgerebbe invece, in Yemen, il lavoro sporco di milizia mercenaria filosaudita e dunque filosionista e filoccidentale. Significativo il fatto che molti ex militanti baathisti iracheni della famosa rete Al Douri, trapiantati in Yemen dopo l’invasione americana, sarebbero filoIsil.
2)      https://www.memri.org/tv/irgc-quds-force-commander-qasem-soleimani-yemeni-drone-attacks-imam-hussein-path-abqaiq-khurais

mercoledì 16 ottobre 2019

LA SIRIA, LA RUSSIA E IL TRAMONTO DELLA NATO di Alberto Negri

I combattenti dell'ESL (Esercito Siriano Libero),
ovvero gli ascari dell'esercito turco nella battaglia
per cacciare i curdi dal Nord della Siria
[ mercoledì 16 ottobre 2019 ]

IN UNA SETTIMANA IL MONDO è CAMBIATO

di Alberto Negri



In una settimana il mondo è cambiato: è arrivato il Capo, quello vero. Questa non è una guerra come le altre: il mondo uscito dal crollo del muro di Berlino nell’89 è cambiato ancora una volta. In pochi giorni sono stati bruciati 30 anni di storia, forse li ha guadagnati Putin diventato il vero co-gestore della politica internazionale.

Mentre gli Usa rinunciavano a proteggere i curdi, la loro «fanteria» contro il Califfato. Le truppe russe ora colmano il vuoto lasciato dagli Stati uniti e fanno interposizione tra i due Raìs, Assad ed Erdogan, e i curdi. Un sincronismo quasi perfetto da apparire concordato.

LA RUSSIA vede davanti a sé un obiettivo: stabilire che niente sarà più fatto contro gli interessi di Mosca. Non ci sarà più un altro Kosovo (’99), non ci dovrà più essere neppure un’altra Libia (2011) e nemmeno rivoluzioni «colorate», Venezuela compreso. Quanto all’allargamento futuro della Nato, l’atlantismo, nemico giurato della Russia, sembra sul viale del tramonto. Il fatto più evidente è che la Turchia ha disgregato un’Alleanza che da 70 anni sembrava la più solida del mondo. Erdogan ha sbeffeggiato gli appelli di Trump, dell’Europa e del segretario Nato Stoltenberg, ormai uno stralunato e imbarazzante commesso viaggiatore. Si tratta di un evento epocale: gli americani che avevano nei curdi i loro maggiori alleati nella lotta all’Isis li hanno abbandonati per non scontrarsi con la Turchia, membro della Nato dal 1953, che ospita 24 basi e i missili puntati contro Mosca e Teheran.

UNA SITUAZIONE assurda. In queste condizioni la Nato non ha più senso, a meno che non venga radicalmente riformata.Cosa non semplice, non si può dare un calcio alla Turchia come con la finale 2020 di Champions a Istanbul, l’unica vera sanzione che forse sarà attuata davvero. La Turchia viene cooptata nel fronte occidentale negli anni Cinquanta per fare da antemurale all’Unione Sovietica, cioè a quel mondo comunista che veniva ritenuto il nemico più micidiale. E ora Erdogan, che usa i jihadisti contro curdi ma anche contro l’Occidente e ricatta l’Europa con i profughi, è diventato l’avversario più pericoloso.

NON SOLO: Putin, che con l’Iran sostiene Assad, è l’unico che può frenare Erdogan o negoziare con lui non da perdente ma da protagonista serio su cose serie come Idlib, il Rojava, il futuro della Siria, il sistema anti-missile S-400, il nucleare, il gas russo di cui Ankara è il maggiore acquirente. Certo, come scriveva lunedì sul manifesto Manlio Dinucci, è dura ammettere che si è rivoltato contro un alleato in cui la Nato ha investito 5 miliardi di dollari e che rappresenta un succulento mercato bellico occidentale.

MA TECNICAMENTE la Nato non ci serve più a niente visto gli Usa hanno rinunciato al loro ruolo di guida dell’Ovest: in poche parole Trump non solo ha abbandonato i curdi ma anche l’Europa e il Medio Oriente in mano alla Russia, l’unico stato che oggi fa vincere le guerre e non abbandona gli alleati. Tanto è vero che Putin è andato in Arabia Saudita a rassicurare Riad di fronte all’Iran, alleato di Mosca in Siria.

L’unica notizia positiva per gli americani, riportata dal Wall Street Journal, è che stanno vendendo ai sauditi delle centrali nucleari.

L’importante per Trump, in fondo, è fatturare. Per gli Usa Europa e Medio Oriente non sono più strategici: sono mercati dove vendere armi e infrastrutture militari, mercenari compresi che presto useremo anche noi al posto dei soldatini di cioccolata.

I PIÙ STUPIDI sono i sauditi del principe assassino Mohammed bin Salman cui Trump ha venduto armi per 100 miliardi di dollari e sono stati colpiti in casa da un attacco che ha ridotto di metà la produzione petrolifera. Ma queste armi non servono a nulla perché gli imbelli sauditi stanno perdendo in Yemen contro gli sciiti Houthi appoggiati da Teheran. E quindi abbracciano anche Putin.

MA AVEVATE creduto veramente che gli Stati Uniti fossero ancora disposti a morire per i curdi, gli arabi o gli europei? Dopo i fallimenti dell’Afghanistan e dell’Iraq, a Washington nessuno vuole morire per la nostra sicurezza. Non la pensa così solo Trump. Anche Obama nel 2011 si era ritirato dall’Iraq lasciando il Paese nel caos e poi in mano al Califfato. La guerra all’Isis agli americani non è costata neppure un morto Usa: sono stati uccisi invece 11mila curdi.

Se Erdogan ci ricatta, Trump ci prende in giro sanguinosamente. I jihadisti europei scappano dalla carceri curde? Se li volete andate a prenderveli, dice Trump. Più chiaro di così.

Ma i sepolcri imbiancati che governano l’Europa dicono una stupidaggine dietro l’altra. Per esempio decretano l’embargo di armi contro la Turchia. Peccato che siamo proprio noi con Leonardo-Finmeccanica a costruire le armi in Turchia: per esempio i magnifici elicotteri Mangusta dell’Agusta-Westland.

EPPURE eravamo così felici quando incassavamo dai turchi: commesse e posti di lavoro, che cosa vuoi di più? Alcuni vorrebbero mettere sanzioni ad Ankara. Ebbene il 70% dei prestiti delle aziende turche sono con banche europee e sono centinaia se non migliaia le società delocalizzate in Turchia: volete boicottare la pasta Barilla o Benetton adesso?

* Fonte: il manifesto del 16 ottobre 2019

Agli europei il Nuovo Mondo, senza una Nato vera, senza legge e senza mediazioni, ma pieno di contraddizioni e con Putin al comando, è piombato addosso come un treno in corsa. E ora il tempo è scaduto.

venerdì 11 ottobre 2019

SOLIDARIETÀ COL POPOLO CURDO di Campo Antimperialista

[ venerdì 11 ottobre 2019 ]



Allearsi con gli Stati Uniti non va mai bene!


Il Campo Antimperialista esprime la propria solidarietà alla popolazione curda colpita dall'attacco turco. L'iniziativa presa da Erdogan, con l'esplicito avallo dell'amministrazione americana, costituisce l'ennesimo colpo ad ogni prospettiva di pace in Siria, la cui sovranità nazionale viene così ulteriormente calpestata.

Mentre condanniamo fermamente l'azione turca, non possiamo al tempo stesso sottacere le gravi responsabilità politiche della dirigenza curdo-siriana. Non è alleandosi con la principale potenza imperialista, gli Stati Uniti d'America, che si può credibilmente lottare per la propria autodeterminazione. I disastrosi risultati di questo abbraccio, che ha portato alla concessione di basi alle truppe Usa nel nord della Siria, sono sotto gli occhi di tutti.

Nonostante questi catastrofici errori della dirigenza curda, senza peraltro dimenticare l'ingiustificabile occupazione di città siriane a maggioranza araba da parte delle forze curde del Rojava, il Campo Antimperialista condanna ogni presenza straniera in territorio siriano.

Le truppe turche vanno fermate, quelle americane se ne devono andare. Spetta al popolo siriano, nelle sue varie componenti, trovare la strada della pace e della convivenza. Una via che passa anche dal riconoscimento delle legittime aspirazioni all'autodeterminazione della minoranza curda, nella prospettiva di una repubblica federativa e democratica siriana. Una via che richiede in primo luogo la cacciata delle truppe americane dal nord della Siria.

9 settembre 2019

lunedì 17 giugno 2019

MOLTO SI DECIDE DALLE PARTI DI HORMUZ di F.S.

[ lunedì 17 giugno 2019 ]

Al momento non si può escludere nulla su quanto avvenuto nel Golfo dell’Oman. Quel che è certo è che si apre una nuova fase politica e geopolitica nella contesa strategica globale. Qui interessa analizzare l’elemento politico globale in movimento. 


Unico dato di fatto, al momento, è che si avvantaggiano le reciproche fazioni “radicali”; sia lo stato profondo statunitense sempre più stanco dell’approccio geopolitico da manager usato da Trump nelle sue “negoziazioni” bilaterali, sia le correnti interne più patriottiche della repubblica persiana, espressioni delle campagne povere, della piccola borghesia del bazar provinciale e del feudo ahmadinejadista di Mashad, per le quali il deal Rohani Obama fu sin dall’inizio un trattato capestro che avrebbe portato — come ha in effetti portato —acqua al solo mulino dell’imperialismo occidentale sulla pelle del popolo persiano. 

Da tali frazioni l’accordo di Vienna del 14 luglio 2015 fu paragonato al Trattato di Turkmenchay del 1828, in seguito al quale i zaristi russi portarono via al popolo persiano i propri territori settentrionali. Anche il generale Qasem Soleimani, che non ha mai fatto fronte comune con gli ahmadinejadisti e con il Basiji, ebbe parole durissime per Rohani. 

Avevo già avuto modo di specificare, mesi fa, come fazioni sioniste e neoconservatives considerassero attualmente l’Iran il vero hard front. Ciò, come ho spesso ribadito su
 SOLLEVAZIONE, di contro alla vulgata generale, la contesa globale si disputa nel Mediterraneo e nel Grande Medio Oriente, non nell’Indo-Pacifico.

Nel braccio di mare che separa il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman passa ben oltre un quinto delle forniture petrolifere mondiali. Nel 2016, 19 milioni di barili di petrolio sono passati in questo braccio di mare ogni singolo giorno. Il punto più stretto è largo 33 km, ma le autostrade del mare dove passano le petroliere sono larghe circa 3 km. Chiudendo lo stretto, l’Iran alzerebbe i prezzi del petrolio mettendo in ginocchio, con esiti di difficile previsione, l’intera economia occidentale. Il generale Mohammad Bagheri, in occasione della ricorrenza della “Liberazione di Khorramshar” (24 maggio 1982), nel giorno del sacrificio, della resistenza, della vittoria, ha evocato come immediato un simile scenario di fronte ad un’aggressione occidentale all’Iran. 

«Se i sionisti non permetteranno al nostro petrolio di esser consegnato attraverso lo Stretto di Hormuz, nemmeno quello delle altre nazioni passerà», ha detto l'alto ufficiale all'agenzia Isna. Notizia molto importante, contemporanea a quella verificatasi nel Golfo dell’Oman, è che l’Air force degli Stati Uniti ha condotto con successo il primo test di volo del missile ipersonico AGM 183 A. La velocità del sistema ipersonico assegna al B-52 H/J Stratofortress, piattaforma del nuovo missile ipersonico, la capacità di lanciare oltre il raggio delle difese aeree nemiche. Questo, in sostanza, significa che grazie ad una capacità di carico utile non convenzionale è garantito un volume di fuoco maggiore sulle lunghe distanze, rispetto a quelli garantiti sino ad ora. Non è un fatto secondario, è un elemento che va considerato per avere un quadro chiaro, ma andrebbero infine considerati altri due fattori, prima di tirare le somme. Il primo è che la Cina, che si è sostanzialmente disinteressata del conflitto siriano, non farebbe altrettanto qualora venisse aggredito l’Iran, essendo il principale acquirente di petrolio iraniano, di cui necessita più di ogni altra cosa. Il secondo è che il tandem Stati Uniti Israele, al di là della guerra interna di bande e fazioni alla quale assistiamo, esercita ancora un concreto dominio strategico sia sul Medio Oriente sia sul Mediterraneo. 

Chi domina tende a conservare. Chi è dominato tende a sovvertire e a guerreggiare. 


L’arsenale termonucleare di Tel Aviv è stimato ufficiosamente sul centinaio di testate, paragonabile a quello pakistano e indiano. L’arsenale sionista è supportato da una completa triade per il suo utilizzo: missilistica, con i missili Jericho III a lunga gittata, grazie alla cooperazione con la Dassault francese; aerea, grazie alla collaborazione con l’aviazione statunitense; marittima, con i missili Cruise montati su sommergibili di produzione tedesca. Siamo perciò di fronte ad un arsenale che evoca la classica capacità di “secondo colpo” se i primi colpi andassero in fumo. Il deterrente nucleare, per il Sionismo, con il monopolio nell’area, equivale ad una rendita strategica tramite la quale ha impostato ed imposto la sua relazione speciale con Washington: l’ordine regionale del Vicino Oriente si fonda infatti, tra gli altri elementi, che vedono comunque Israele sempre in posizione di supremazia, sul cosiddetto “squilibrio nucleare”. L’attestazione della dimensione nucleare di altri Stati regionali finirebbe per neutralizzare il peso specifico di Tel Aviv. Questo fu il capolavoro geopolitico della “Operazione Sansone”, originariamente sostenuta proprio dalla Francia atomica di De Gaulle, ma non dagli Usa, in quanto i sionisti non si erano ancora purificati dal primordiale legame stretto con lo Stalinismo russo. 

“Operazione Sansone” indicava appunto l’approdo alla soglia nucleare conquistato nel concetto e nella prassi di grigia opacità (in ebraico amimut) sfruttando le divergenze tattiche della contesa inter-imperialista dell’epoca, quella sovietico-americana. Con l’ “operazione Sansone” gli israeliani giunsero velocemente allo status di super-potenza compiendo un “balzo in avanti” di cui si ritroveranno a godere a lungo i frutti tattici. La Francia gollista entrava nel club nucleare nel 1962; Israele vi entrò invece nel maggio 1967, con l’assemblaggio di almeno cinque ordigni. La Francia ha perso, nel frattempo, il proprio peso politico globale, Israele lo ha addirittura accentuato.

La trazione radicalmente ed assolutamente mediterranea del sionismo quale stato di guerra permanente fa sì che la relazione speciale con gli Usa, chiunque si trovi alla Casa Bianca, non venga messa in discussione. Almeno nell’immediato. 


La sconfitta siriana di Usa e Israele, un pericoloso campanello d’allarme o una spia rimasta accesa, non ha però per ora arrestato o sovvertito l’ingranaggio generale. I generali persiani, pur consapevoli che intimamente sionisti e americanisti sanno bene che ipotesi di aggressione anti-persiana o di regime change potrebbero condurre ad un generale incendio del Vicino Oriente, che svantaggerebbe, con effetti non prevedibili, in primo luogo proprio Israele, nondimeno sono pronti ad una eventuale aggressione imperialista, sulla quale da decenni si sono ben concentrati.


Tirando le somme, va perciò considerato che l’arretramento politico è quello del modello di Repubblica islamica retto dalla grande borghesia nazionale di Tehran, storicamente cresciuta a braccetto con la corrente moderata di Rafsanjani, nella doppia presidenza di Mohammad Khatami, dal 1997 al 2005, grande borghesia che è ora massimo sponsor del Presidente Hassan Rohani. A fianco di Rohani, vi sono le tradizionali forze della “sinistra khomeinista”, già vicine all’Onda Verde anti-Ahmadinejad, manifestazione anche questa delle frazioni dell’alta e media borghesia urbana. Per tale frazione di “sinistra moderata” l’avviata liberalizzazione economica e la pur moderata incentivazione alle privatizzazioni, che hanno prodotto negli ultimi anni il disastro sociale per la maggioranza dei persiani, si dovrebbe addirittura accompagnare alla liberalizzazione politica. 

Nella logica interna della repubblica persiana, è perciò in ballo non solo “un nuovo contratto sociale” con lo Stato da parte di milioni di contadini e di piccoli borghesi urbani impoveriti dalla nuova politica economica della “sinistra riformista” ma anche il modello di Stato politico. Il modello imperiale “neo-persiano” di Ahmadinejad, una democrazia sociale, plebiscitaria, che concretizzò l’interventismo statale a favore dei ceti a basso e medio reddito e degli emarginati, dei “calpestati” (mostafazin) e che seppe puntare ad una redistribuzione del reddito nazionale tanto dalle classi proprietarie e privilegiate, come dal vasto apparato burocratico iraniano, ai mostafazin ed ai piccolo-borghesi metropolitani e provinciali, è quello che milioni e milioni di persiani, che identificano nazionalismo imperiale persiano e Sciismo di stato, apertamente auspicano di nuovo. Sia da sindaco di Tehran, sia da presidente, Ahmadinejad era solito mandare i bulldozer delle società del Sepah-e-Pasdaran nei quartieri popolari per riassestare le strade, ignorando invece le buche nei quartieri della grande borghesia della zona settentrionale di Tehran. Tuttora, Mahmoud Ahmadinejad è il politico persiano più disprezzato ed avversato dalla grande borghesia iraniana, ma assai ammirato dai piccoli commercianti e dai contadini, un po’, volendo azzardare un paragone storico, come nel caso di Evita Peròn, la quale, appena morta, fu ricordata da borghesi e massoni al ritmo di musica jazz e costose bottiglie di champagne stappate. Storica fu inoltre, per quanto, almeno in base a ciò che si disse a bassa voce, avversata dall’élite strategica vicina alla Guida Suprema, la decisione della frazione Ahmadinejad di diffondere la Carta Geopolitica dell’Impero Persiano; il disegno politico concreto consisteva nella volontà di unificazione continentale dei popoli di lingua persiana sino all’Afghanistan, passando per il Tagikistan e l’Uzbekistan. 

Il nodo strategico del Vicino Orientale è dunque strettamente connesso alla dialettica interna che esprime non solo il Governo o lo stato profondo degli USA ma anche quello persiano. Giustizia sociale e antimperialismo marciano perciò di pari passo; usciamo infatti da un decennio di autentico totalitarismo globale fondato sul liberismo imperialista o subimperialista, che ha pesantemente condizionato anche la vita politica e sociale persiana. E’ con l’ascesa di Xi Jinping e la messa in moto di un Confucianesimo sociale di stato che tutto si sta velocemente ridisegnando. 

E’ evidente che un eventuale attacco imperialista alla Persia, anche qualora fosse solamente simbolico, mosso dal semplice fine di umiliare il popolo iraniano per avvertire di non superare la linea rossa rappresentata dalla soglia nucleare, condurrebbe alla unitaria e comune sollevazione anti-occidentale e antisionista di nazionalisti e neo-imperiali persiani seguaci di Ahmadinejad da un lato — che per lo più possiamo identificare con il prototipo dei giovani poveri delle campagne e delle periferie o con il ceto del bazar della provincia —, e degli islamici moderati della grande e media borghesia urbana dall’altro — i maggiori avversari della frazione Ahmadinejad. Che potrebbero ritrovarsi, ove prevalesse la frazione sionista e neocon, dunque la linea dell’attacco imperialista alla Persia, nel medesimo fronte degli ahmadinejadisti sociali. Che prevalga però la linea bellicista sionista, se non è da escludere, non è affatto certo.

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martedì 14 maggio 2019

L'IRAN IN DIFESA DEI "FRATELLI MUSULMANI" DI F.f


[ 14 maggio 2019 ]


M. Ahmadinejad e l'emiro del Qatar Sheik Hamad Bin Khalifa

Mohammad Javad Zarif, mercoledì 1 maggio, da Doha, ha rilasciato la seguente dichiarazione commentando il piano nordamericano di classificare i Fratelli musulmani “organizzazione terroristica”: “Gli Stati Uniti non sono nella posizione di poter classificare gli altri come organizzazioni terroristiche. Rifiutiamo qualsiasi tentativo in questo senso. Gli USA, inoltre, sostengono il più grande terrorista della regione, ovvero Israele”.


Queste le dichiarazioni a caldo del Ministro Zarif. Molti analisti del Vicino Oriente, assolutizzando erroneamente la questione siriana, che costruisce un unicuum nella regione, in cui effettivamente Iran e l’Hezbollah si trovano nel fronte della difesa del Presidente Bashar al Assad e del Baath siriano di contro alla Fratellanza musulmana siriana, confondendo le acque e avvelenando i pozzi – proprio come è del resto nei piani del Sionismo razzista e colonialista – scrivono e propagandano una fantomatica contrapposizione di civiltà e di obiettivi tra l’Iran sciita e il Qatar/Fratellanza musulmana. Di contro, grazie all’azione lungimirante e “provvidenziale” dello statista Ahmadinejad, la relazione tra Iran e Qatar, centro simbolico dell’Islam clemente e mite della Fratellanza musulmana globale, si può ben considerare assolutamente strategica per la Repubblica persiana.


Al-Sissi e il Re saudita Salmān 

Senza ora voler ricordare, più del dovuto, non essendo questo il contesto, che l’ex Presidente persiano Ahmadinejad tentò sino all’ultimo di difendere il democratico governo egiziano di Mohamed Morsi dalla guerra ibrida anglosionista che si concretizzò nel golpe controrivoluzionario del luglio 2013, va sottolineato che il Qatar, di contro ai bastioni occidentali e sionisti nella regione - Arabia Saudita e Bahrein- non solo è impegnato, più di qualsiasi altro nazione (Iran a parte naturalmente) nel più che decennale sostegno alla causa Palestinese, ma grazie all’emiro Hamad bin Halifa Al Tani si è distinto per un atteggiamento positivo e benevolo verso l’Iran, colpito da embargo e sanzioni. Sotto l’emiro Hamad il Qatar ha iniziato a condividere con Tehran la gestione del giacimento offshore di idrocarburi più grande al mondo, South Pars/Norht Dome. Nel 2007, l’emiro invitò appunto l’allora presidente persiano Ahmadinejad al summit Ccg (Consiglio di Cooperazione del Golfo) di Doha senza consultasi con le altre monarchie del Golfo, per le quali l’antimperialismo e l’antisionismo radicale dell’allora presidente persiano, sommati ai principi “revisionistici” propugnati sul piano dell’ermeneutica storica occidentale, erano assolutamente inaccettabili. 


Tutto ciò porterà, come noto, al ritiro degli ambasciatori da Doha (marzo 2014) da parte di EAU, Arabia Saudita e Bahrein, un gesto senza precedenti finalizzato ad intimorire il
giovane figlio di Hamad, l’attuale emiro Tamim bin Hamad, asceso al trono nel giugno 2013. Lo stesso Tamin, incoraggiato anche dall’ Omam, si è fatto promotore mediante il suo Ministro degli Esteri Halid bin Muhammad al-Atiyya di una nuova iniziativa di dialogo tra i paesi del Ccg e l’Iran.

Secondo la visione di Tehran, l’omicidio di Kashoggi è parte del progetto strategico saudita e sionista, volto alla repressione ed emarginazione dei Fratelli musulmani, di cui la vittima era militante. Le autorità di Riyadh, negli ultimi anni, hanno infatti assassinato e perseguitato gli esponenti più colti e carismatici della Fratellanza. Nel mirino dei sauditi è dunque finito il Qatar e di tale contrapposizione si è di recente parlato nelle stesse testate occidentali per la clamorosa scissione che ha provocato all’interno del Ccg. Non si è però parlato, nelle medesime testate, della campagna di assassini ed omicidi portata avanti dai sauditi utilizzando, secondo Tehran, ma anche secondo Doha, mercenari americani (ex Navy Seals) e i sionisti del Mossad. Principale bersaglio di occidentali e sionisti accorsi a dare manforte a Riyadh è il partito al-Islah, che sarebbe l’emanazione yemenita dei Fratelli Musulmani che per gli Emirati è un’organizzazione terroristica; tra i suoi membri la giornalista e attivista Tawakkol Karman insignita del Nobel per la Pace 2011. Tra gli altri, a finire ammazzato dai mercenari di Spear Operation Group, società costituita nello stato del Delaware, guidati dall’israeliano Abraham Golan è stato il religioso Anssaf Ali Mayo. L’ebreo-americano Abraham Golan è stato per anni il braccio destro dell’ex direttore del Mossad Yatom e sarebbe in relazione politica e affaristica con M. Dahaln-Abu Fadi. 

Doha si trova non a caso in questi giorni in una situazione assai delicata: i bombardieri B 52 sarebbero giunti, secondo una versione non ufficiale, lo scorso 12 maggio in una base aerea americana in Qatar, mentre il vettore USS Abraham Lincoln ha attraversato lo scorso 9 maggio il Canale di Suez in Egitto. L’emiro Tamim bin Hamad ha avvertito Sionisti e Sauditi che un eventuale attacco americano all’Iran rivoluzionario e antimperialista avrebbe “conseguenze tragiche incalcolabili” per il futuro del Golfo e non solo per questo. Dopo la clamorosa uscita del Qatar dall’Opec, questa posizione geopolitica

decisamente filoiraniana da parte di Doha si può prestare a differenti interpretazioni e letture, ben oltre la solita contrapposizione con Tel Aviv e Riyadh; pare comunque evidente e a tal punto palese che sia la Turchia, sia il Qatar, nonostante la ben differente prospettiva sul futuro del regime baathista di Damasco, non possono minimamente accettare l’eventuale escalation militare contro Tehran. James Jeffrey, tra le altre cariche inviato della coalizione globale per sconfiggere l’Isis, ha sostenuto il 13 maggio che è nell’interesse del sionismo globale estromettere la sfera di influenza persiana nella regione vicino-orientale ma che a un’eventuale escalation anti-persiana quasi sicuramente conseguirà la discesa in campo dell’interventismo diretto turco (e quindi di Doha) in difesa dell’Iran. 

Anche in Libia, troviamo Qatar e Iran solidali nel sostegno al Governo tripolino di Al Sarraj: è di pochi giorni fa la notizia che la nave iraniana “Shahr e Kord”, appartenente ai Guardiani della Rivoluzione, è giunta presso la rada del porto di Misurata, provocando le risentite proteste del portavoce di Haftar. L’esercito di Haftar, come noto, per il quale si sta spendendo anche la Casa Bianca, è attivamente sostenuto ed armato dal 2015 dai sionisti.
L'attuale emiro del atar Tamim bin Hamad et Recep Erdogan

Come si può vedere, di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno. Non è dunque l’Italia a porsi, sulla questione libica, in compagnia dell’Emirato sbagliato, come sostiene con sicumera il clintoniano redattore de “il Manifesto” Alberto Negri), ma eventualmente la Francia del sionista Macron, stretta alleata di Sauditi e del regime controrivoluzionario egiziano, filoisraeliano e filoccidentale di Abdel Al Sisi. 

  Va peraltro segnalato che la stessa Cina, seppure in modo soft, è scesa in campo sostenendo il Governo di Tripoli. La parte giusta, per Negri e i “sinistrati”, è dunque quella dell’occidente israeliano.

Molti sinceri antimperialisti, sedotti da interpretazioni a buon mercato a base di sciocca furia islamofobica compiute da analisti improvvisati, finiscono così per ritrovarsi, ancora una volta…, nel medesimo fronte di Usa e Sionismo. 



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martedì 30 aprile 2019

VENEZUELA: LA "RIVOLTA FINALE"?


[ 30 aprile 2019 ]


E' di poche ore fa la notizia che Guaidò, forte dell'appoggio di Trump e dell'eventuale aiuto armato di alcuni paesi confinanti, ha apertamente chiamato alla "rivolta finale" per rovesciare il governo bolivariano di Maduro, annunciando che una parte dell'esercito sosterrebbe quello che a tutti gli effetti è un colpo di stato.
Pubblichiamo qui sotto la Dichiarazione del Coordinamento europeo per l'uscita dall'Unione, dall'euro, dalla NATO e dal neoliberismo —di cui Programma 101 fa parte, approvata il 14 aprile scorso.

Ultim'ora: Il piddino TG3 sta trasmettendo in diretta gli scontri in corso a Caracas. Un vero e proprio schifo: peggio di una trasmissione della Cia.


*  *  *



DIFENDIAMO IL VENEZUELA!dichiarazione del Coordinamento europeo


Per molti anni il Venezuela ha cercato di sviluppare una rivoluzione popolare contro i processi di privatizzazione e impoverimento in America Latina. È stato un progetto rispettoso delle forme democratiche, che ha portato, dal 1990 in poi, le forze progressiste a una vittoria elettorale dopo l'altra nonostante le molteplici interferenze da paarte del paese più potente del mondo.


Il problema di fondo che i diversi governi degli Stati Uniti hanno avuto ed hanno con il Venezuela non è la sua qualità democratica, quanto il controllo delle sue risorse naturali e prima di tutto il petrolio, le cui riserve, insieme a quelle dell'Arabia Saudita, sono attualmente le più importanti del mondo.

È scandaloso vedere come il sistema politico di questo paese sia costantemente esaminato, mentre nel paese vicino, la Colombia, si ammazza un attivista sociale ogni due giorni; mentre in Brasile dopo la vittoria di Bolsonaro gli accampamenti del MST (i lavoratori senza terra che occupano fattorie non coltivate e che associano 4 milioni di persone) vengono regolarmente aggrediti dalla polizia, dall'esercito e dai paramilitari.

È paradossale che l'attenzione degli Stati Uniti si concentri sulla denuncia della povertà in Venezuela, mentre, dall'arrivo di Chavez, si è significativamente ridotta la popolazione al di sotto della soglia di povertà. Un paese che, nonostante il blocco a cui è sottoposto, ha un IDH - Indice di Sviluppo Umano (0,76), superiore ai paesi ai quali si chiede di invadere il Venezuela e che vengono spacciati come esempi di modernità — Colombia con un IDH dello 0,74, il Brasile con un IDH dello 0,75. Due paesi, per di più, con un indice di disuguaglianza di 0,57, molto lontano da quello del Venezuela, che è 0,63.

Gli Stati Uniti vogliono ristabilire il loro controllo imperiale sull'America Latina, in tempi di decadenza e crescente disuguaglianza e malcontento al suo interno. È sorprendente come alcuni governi europei e l'Unione europea si siano sottomessi a questa logica, dando appoggio ad un presidente fantasma (Juan Guaidó) che contro ogni legittimità, Trump vuole imporre ai venezuelani.

Ciò è particolarmente grave in un contesto di degrado della situazione economica e geopolitica mondiale. In un momento in cui Trump sta imponendo l'ingresso della Colombia nella NATO e l'aumento delle spese militari europee, per sostenere le loro avventure sempre più rischiose. Sfacciatamente cerca di coinvolgere l'Europa in un conflitto lontano e costoso e in cui ha molto da perdere.

Siamo di fronte a degli Stati Uniti che stanno affondando a causa delle politiche di austerità e di spudorato sostegno ai grandi poteri finanziari, di fronte alle popolazioni latinoamericane che in molti paesi sono state private di risorse economiche e sovranità nazionale; le cui popolazioni cercano disperatamente di accedere agli Stati Uniti, violentemente e crudelmente respinte al confine, dove li aspetterebbe , entrati clandestinamente, una vita di estrema povertà nel tessuto produttivo informale, di cui rappresentano già oltre il 15%.

Trump nel suo istrionico mandato, nello stesso momento in cui costringe i popoli europei a partecipare al conflitto, minaccia le aziende che osano mettere in discussione il blocco su Cuba, cercando in tal modo di ripristinare la propria egemonia imperiale frutto della seconda guerra mondiale. Trump cerca, in tal modo, di allontanare e rimuovere le sconfitte subite in Medio Oriente, in Iraq, in Afghanistan, in Siria o nello Yemen, cercando di ristabilire, con il denaro degli altri, la propria supremazia.

Oggi una nuova guerra in Venezuela sarebbe un disastro di dimensioni globali. Probabilmente sarebbe l'inizio della fine dell'impero americano perché si diffonderebbe rapidamente in Brasile, in Colombia e nell'intera regione. In questo scenario, gli Stati Uniti, a causa della loro composizione demografica e della vicinanza dal teatro delle operazioni, non sarebbero più al sicuro dal conflitto, come accaduto invece tutte le grandi conflagrazioni in cui è stato coinvolto in cui non ha mai subito davvero l’impatto interno. Ma significherebbe anche la morte e la distruzione, per milioni di persone.

Come è successo in Nord Africa negli ultimi dieci anni, il conflitto implicherebbe anche nuove ondate migratorie, da cui l'Europa non sarebbe immune.

È necessario che i popoli europei difendano la pace e fermino l’Unione europea (Commissione, Parlamento, ecc.) ed i governi che si sono stupidamente e servilmente sottomessi a questa sciocca operazione.

I popoli del mondo, le persone coscienti che si difendono dall’attacco del neoliberismo grazie ai diversi movimenti di emancipazione sociale, coloro che, di fronte all'impoverimento della grande maggioranza, optano per una via d'uscita che recuperi la sovranità dei popoli, non possono occuparsi passivamente di questa minacciosa tragedia. Non possono rimanere in silenzio di fronte al colpo di stato politico, militare e mediatico per paura di essere attaccati dalle armate dei poteri economici. Se il processo venezuelano bolivariano dovesse perdere, tutto il mondo degli oppressi ne soffrirebbe e sarebbe un altro passo verso la perdita dei diritti sociali e politici.

Non un euro, né un soldato per nessuna guerra contro i popoli dell'America Latina. La NATO non deve espandersi, ma dissolversi. Le spese militari devono essere ridotte, la priorità dev’essere data alla spesa sociale e allo sviluppo interno. I popoli europei non sono minacciati da alcun governo dell'America Latina, ma dalla povertà generata dalle politiche neoliberiste e dall'insensata direzione economica, politica e geostrategica che il potere finanziario globale sta imponendo a governi e popoli.

Ricuperiamo la sovranità per garantire la pace. Fermiamo la guerra e dissolviamo le istituzioni che la stimolano, in primo luogo la NATO e la UE che non rappresentano in alcun modo né la volontà né gli interessi dei popoli d'Europa.

Roma, 14 aprile 2019 

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