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giovedì 7 febbraio 2019

LE EMIGRAZIONI E IL DILEMMA ETICO-POLITICO di Moreno Pasquinelli

[ 7 febbraio 2019 ]



Catto-comunismo o comunismo d’accatto?

Parafrasando Carl Schmitt, sovrano è chi decide l’ordine del giorno. E’ sotto gli occhi di tutti come l’élite neoliberista, forte della sua formidabile potenza di fuoco mediatica, sia riuscita a fare del fenomeno emigratorio la questione fondamentale dell’agenda politica. Una colossale operazione ideologica di distrazione di massa. Tutti hanno abboccato, sinistre comprese, le quali hanno anzi deciso di occupare la prima linea del fronte immigrazionista, pur restando, lo Stato maggiore, ben saldo nelle mani dei dominanti. Sarebbe sbagliato pensare che questo obbligare la pubblica opinione a considerare l’immigrazione come questione delle questioni sia solo strumentale all’evidente obbiettivo di rovesciare il governo giallo-verde. Dietro c’è molto di più, c’è una visione del mondo, la necessità di imporla come destino.

Infatti, sul fenomeno emigratorio, l’élite dominante vorrebbe tracciare la linea che divide il bene dal male, lo spartiacque tra buoni e cattivi. Cattivo è chiunque non accetti come sacro il principio morale della cosiddetta “accoglienza”, dalla parte del male starebbe chiunque respinga come eticamente superiore l’ordine cosmopolitico fondato sul melting pot multietnico. Ancora una volta ricorrendo a Schmitt siamo in presenza di “concetti teologici secolarizzati”.

Rovesciare l’ordine del giorno dei dominanti dovrebbe essere il primo atto politico di chi si considera antagonista, e non solo per evitare di essere ad essi funzionali. Come mai questo non avviene? Non è solo per insipienza tattica, accade perché gli stessi “antagonisti” hanno introiettato e fatta propria sia la visione teologica dell’élite — compresi i suoi esorcismi per combattere e circoscrivere il “male” e non esserne contaminati — solo camuffandola con la maschera di quello che un tempo sarebbe stato chiamato “catto-comunismo” o meglio comunismo d’accatto.

Marx come Cristo?

«Se si vuole essere un bue, naturalmente si può voltare la schiena ai tormenti dell’umanità e badare solo alla propria pelle». [1]
Traspare, in questa affermazione di Marx, tutta l’appassionata comunanza che egli sentiva verso gli oppressi. “La “passione”… quanto conta in politica? Molto disse Hegel: «La passione è la condizione perché dall’uomo nasca qualcosa che abbia valore: essa, quindi, non è nulla di immorale». [2] Sembrerebbe che Marx ed Hegel ci rimandino, se non proprio al radicale dualismo etico-cristiano di B. Pascal —  «Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce» — al terzo postulato dell’imperativo categorico di I. Kant: 
«Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche come scopo, e mai come semplice mezzo». [3]
Ma non è così. Come vedremo l’etica marxiana — o la gramsciana filosofia della prassi — non ha nulla a che vedere né col pietismo kantiano, né col filantropismo cristiano —le due fonti che alimentano l’attuale ideologia imperialistica del dirritoumanismo — le cui radici filosofiche stanno, com’è noto per entrambi, nella visione stoica secondo la quale tutta l’umanità costituirebbe un solo organismo naturale dal quale deriverebbe l’obbligo della reciproca e universale solidarietà. Un filantropismo che meglio del Cristo medesimo fu proprio Cicerone a tratteggiare. Prima di lui fu Aristotele, nella Politica a proporre questo astratto e fasullo altruismo per cui, mentre sacralizzava l’amicizia dell’uomo verso l’altro uomo, inneggiava all’istituto della schiavitù:
«E' chiaro dunque che la discussione ha un certo motivo e non sempre ci sono da una parte gli schiavi per natura, dall'altra i liberi e che in certi casi la distinzione esiste e che allora agli uni giova l'essere schiavi, agli altri l'essere padroni e gli uni devono obbedire, gli altri esercitare quella forma di autorità a cui da natura sono stati disposti e quindi essere effettivamente padroni». [4]
Un’anticipazione, quella di Aristotele — poi ribadita da Paolo di Tarso nella lettera a Filemone — della narrazione immigrazionistica dell’oggi, che si presenta come la più classica delle monete contraffatte: in una faccia il formale filantropismo umanitario dell’accoglienza, dall’altra il sostanziale schiavismo sociale e politico a cui l’immigrato è condannato una volta “accolto”.
Marx non adorava gli oppressi in quanto tali, amava semmai coloro che rifiutando di essere schiavi o sudditi in ginocchio, non porgevano all’oppressore l’altra guancia e si alzavano in piedi diventando ribelli. La differenza tra Marx e il Cristo non sta quindi solo nei mezzi per liberare gli oppressi, è una differenza sostanziale poiché se in Marx c’è un’etica, essa è l’etica politica dell’emancipazione terrena, l’etica della lotta rivoluzionaria che mentre abbatte gli oppressori e li libera  dalle catene, gli fa togliere di dosso quella che egli stesso chiamò “la merda” del loro essere.

Tributo a Machiavelli

Ove assumessimo la tesi che la filosofia politica si divide in due grandi scuole di pensiero, quella normativista e quella realista, Marx dovrebbe essere iscritto a ben vedere alla seconda. Se per i normativisti la questione centrale è etica, ontologica —  quale debba essere il “giusto ordine politico”, quali caratteristiche esso deve possedere per meritare obbedienza, ed essere dunque considerato legittimo —; per i realisti la riflessione è piuttosto cosa sia effettualmente la sfera politica, a quali regole ubbidisca l’azione politica, e la prima regola è che essa è lotta per il potere (per l’egemonia direbbe il Gramsci) tra attori antagonisti che debbono servirsi dei mezzi necessari a conquistarlo. A quelli che gli chiedevano di descrivere per filo e per segno come sarebbe stato e avrebbe funzionato il comunismo, Marx rispose perentorio che suo compito non era «mettersi a prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire». [5]

Capostipite della scuola realista è senza alcun dubbio Machiavelli, a cui una certa vulgata ha attribuito la massima gesuitica che il fine giustificherebbe ogni mezzo. Essa sostiene che Machiavelli non solo opponesse le necessità fattuali della lotta politica alle istanze morali, ma che egli le disprezzasse, che non le tenesse in alcun conto. In verità né alcun gesuita né tantomeno Machiavelli hanno mai formulata la massima che gli si attribuisce. Si legge infatti nel Principe 
«nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi… si guarda al fine … i mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati». [6] 
Il che vuol dire che in vista di un fine buono, e solo per quello, mezzi considerati “amorali” sono ammissibili e giustificabili. Quale fosse per il nostro questo fine supremo, a cui ogni altra cosa dovesse essere subordinata, è noto: porre fine al disordine e allo stato di servitù politica dell’Italia, costruire una libera Repubblica, quindi, date le circostanze del tempo, fare appello ad un principe unificatore e riordinatore della nazione italiana.

Non è quindi corretto, a mio parere, sostenere che il Machiavelli irrigidisca il dilemma tra etica e politica, che anzi con lui il dilemma diventi irriducibile scissione; che per lui, per dirla in modo teoretico, la politica "trovi la sua norma e la sua giustificazione in se stessa”, o che la lotta politica “non ha bisogno di desumere dall’esterno la propria moralità”. [7]  Tesi quest’ultima, per cui il Croce porta una diretta responsabilità: 
«Machiavelli scopre la necessità e l’autonomia della politica, della politica che è al di là, o piuttosto di qua, dal bene e dal male morale, che ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi, che non si può esorcizzare e cacciare dal mondo con l’acqua benedetta». [8] 
Il republicanismo radicale del nostro, il valore supremo che egli attribuisce alla libertà repubblicana, che altro sono se non princìpi che attengono all’eticità del Politico? Lo sono infatti, solo che Machiavelli, e qui sta il carattere rivoluzionario del suo discorso: (a) li collega, recuperando l’eracliteo principio del polemos, all’idea della positività del conflitto politico, non più considerato come negativo elemento di discordia; (b) respinge l’idea provvidenzialistica per cui la storia sarebbe governata dalla fortuna o da Dio, ed anzi, di contro alla sorte, mette in risalto la coppia libertà-volontà per cui sono gli uomini a fare la loro storia e; (c) respinge l’etica individualistica che ritiene che l’individuo trovi in sé stesso la coscienza e la misura del bene e del male, opponendo la virtù repubblicana, l’etica della polis, ove il valore supremo è la partecipazione alla vita della comunità politica, nella quale solo l’individuo si realizza.

Etica contro etica

Si può avere insomma una morale senza essere irenici moralisti. Giusto dunque il giudizio di Isaiah Berlin per cui 
«non ci troviamo di fronte ad un’insanabile scissione tra etica e politica, ma piuttosto al conflitto fra due etiche». [9] 
Si può essere realisti in politica senza condividere le conclusioni estreme dei teorici radicali dell’autonomia del politico, alla Tronti/Cacciari per capirci i quali, sull’onda della Nietzsche renaissance di fine secolo, compiono l’errore speculare dei moralisti kantiani, trasformando a loro volta il Politico in un’ipostasi, in una substantia non meno metafisica di quella morale.

Se è così, e per noi così è, viene destituita di ogni fondamento, l’antinomia tra etica e politica, che da secoli (da Platone a Rawls, passando per Machiavelli fino a Schmitt) ha occupato e paralizzato la filosofia politica: non esiste un’etica che volteggi nella stratosfera metafisica dei “supremi valori morali”, come di converso non si da una politica  che non abbia un fondamento etico, e dunque metafisico. Detto altrimenti: una decisione politica contiene sempre, in modo esplicito o implicito, un nocciolo morale, contempla quindi in una scelta nel campo etico. Certo che tra morale e politica, tra mezzi e fini, c’è una tensione, ma essa è dialettica.

Quello che si vuole qui contestare è il dualismo manicheo essere-dover essere, la tesi, che Kant ha trasferito alla modernità, per cui ci sarebbe una legge morale naturale universale a cui l’azione politica deve ubbidire per essere buona, cioè legittima. Ed è proprio questo paradigma kantiano la base d’appoggio del pensiero politicamente corretto che va per la maggiore, ovvero del liberalismo umanitario simil-cristiano, che sembra aver colonizzato la stessa sinistra di origine marxista — che mi permisi di definire transgenica. En passant: il mito dell’accoglienza a prescindere non è altro che l’imperativo del pietista Kant: 
«La solidarietà del genere umano non è solo un segno bello e nobile, ma una necessità pressante, un “essere o non essere”, una questione di vita o di morte». 
Di qui l’idea, non a caso ripresa di recente da Luigi Di Maio, secondo cui «il diritto non deve mai adeguarsi alla politica, ma è la politica che deve adeguarsi al diritto»,

Non è qui la sede per occuparci del diritto, di cosa esso sia, di quali siano le sue fonti di legittimità. Molto è stato detto e scritto su questo dopo il tramonto del giusnaturalismo — che oggi tuttavia conosce un suo risorgimento. Contro i giusnaturalisti e la metafisica dei valori, non solo Marx ma pure lo storicista Weber condusse una dura e lunga battaglia. Prendendo a pretesto l’opposizione che questi poneva tra “giudizi di fatto e giudizi di valore” una certa critica ha bollato Weber come un ispiratore, se non proprio del nichilismo, di un cinico relativismo morale. In verità l’avalutatività weberiana, giusta o sbagliata che sia, attiene al piano epistemologico e solo ad esso, poiché «non vi è in Weber alcuna forma di indifferenza intellettuale e morale (…) L’invito alla “libertà da valori” non indica un (impossibile) distacco dalle proprie convinzioni o dai propri giudizi di valore, quanto l’invito a esercitare l’ascesi del rigore logico ed etico che è condizione necessaria per saper ricostruire l’effettiva posizione dell’altro da sé». [10]

A ben vedere, al netto del suo colossale lavoro di analisi del modo capitalistico di produzione, Marx non ha fondato una sua indipendente teoria del Politico. Era nei suoi desiderata ma non l’ha fatto, o non è riuscito a farlo date le sue malconce condizioni e la sua dipartita. C’è chi ritiene che il suo ottimismo profetico, o meglio, il carattere teleologico del suo pensiero, potevano fare a meno di una vera e propria teoria politica. Questo è stato invece il terreno su cui si è cimentato Max Weber che, della scuola realista, dopo Machiavelli è stato uno dei giganti. E cosa ci ha detto Weber? Ci ha detto che
«Chi fa politica aspira al potere: potere come mezzo al servizio di altri obiettivi, ideali o egoistici, o potere in “se stesso”, cioè per godere del senso di prestigio che esso conferisce». [11]
Quindi, sia che i fini del politico siano altruistici o egoistici, esso ha bisogno del medium del potere per realizzarli. Weber coglie dunque come essenziale per l’agire politico sia la dimensione del conflitto, della lotta tra potenze ostili, quindi sia la sua natura strategica. E la lotta per il potere chiama in causa lo Stato, che per Weber
«è, come le associazioni politiche che storicamente lo precedono, un rapporto di dominio di uomini su uomini basato sul mezzo della forza legittima (cioè considerata legittima)». [12]
Il che vuol dire per Weber che per vincere, anche ammessa la propria morale edenica, il politico deve capire la dialettica delle forze in campo ed agire per opporre al nemico una forza più grande della sua. Per dirla ancora con Machiavelli: «Tutti e’ profeti armati vinsono, e li disarmati ruinorono». [13]

Prima i cittadini

Le questione delle emigrazioni — che nella neolingua politicamente corretta diventa non a caso delle migrazioni, slittamento semantico con cui si fa apologia del peregrinare nomadico — è stata fatta diventare una questione morale, privata della sua dimensione politica. Questa è stata la mossa che l’élite neoliberista e le chiese cristiane hanno compiuto di concerto. E’ evidente come essa sia non solo una mossa inefficace dal punto di vista narrativo, ma perdente dal punto di vista strategico: invece di portare acqua al mulino di chi l’ha fatta, la porta dappertutto ai suoi avversari, li si chiami “populisti”,, “xenofobi”, “nazionalisti”, che infatti accrescono i loro consensi in misura direttamente proporzionale all’accanita ostinazione con cui si insiste nell’istillarla nella testa dei cittadini. Le sinistre, radicali e antagoniste, prive d’ogni strategia, non solo giocano di rimessa. Abituate come sono alla tecnica del più uno, hanno estremizzato la scissione tra etica e politica, considerando quindi il fenomeno emigratorio solo dal lato morale, privandolo del suo essenziale aspetto politico e sociale; dove per politico si deve intendere, appunto, la sfera della polis, le istanze della comunità le quali, fino a prova contraria ed essendo l’Unione una sub-comunità in disfacimento, sono le istanze della comunità nazionale.

E’ evidente la sorgente etico-teologica di questa visione impolitica: la credenza nell’unità etica e razionale del genere umano oltre che la qualità morale o dignità della persona. Come disse Danilo Zolo:
«Si tratta di un universalismo etico-metafisico che risente della tradizione monoteistica dell’ebraismo e del cristianesimo: c’è un solo Dio, creatore del mondo e legislatore supremo. A questo monismo metafisico ed etico —copyright: Chiesa di Bergoglio, Nda —, si accompagna la tesi della razionalità del processo storico di integrazione universale delle società umane in un’unica società mondiale». [14]
La tesi sarebbe dunque quella per cui l’unificazione culturale, politica e giuridica del genere umano (civitas maxima) sarebbe un processo necessario e irreversibile, ormai a portata di mano.

Di qui il globalismo giuridico, più precisamente western globalism — o imperialismo giuridico occidentale difensore della "esportazione di democrazia" a suon di bombardamenti “umanitari” come tragicamente avvenuto in Iugoslavia, in Afghanistan, in Iraq, in Libia e forse domani in Venezuela. Globalismo giuridico che Hans Kelsen, sulla scia di Kant, ha reso programmatico e che è stato poi fatto proprio da liberali come Johan Rawls e socialdemocratici come Jurgen Habermas, per poi sbarcare in Italia grazie al sinistro Luigi Ferrajoli, assertore accanito di un “ordinamento giuridico globale” con tanto di invocazione di una “polizia mondiale” per punire e sanzionare gli stati ... "canaglia"!

Avendo strappato alla questione la sua dimensione squisitamente politica, non è ammesso discutere della sostenibilità o meno delle immigrazioni; non si considera se esse rappresentino, siccome non sono che un aspetto della lex mercatoria globale, un fattore di frantumazione del tessuto sociale; non ci si interroga se per caso non siano lesive, per come esse avvengono, dello stesso bene comune, quindi funzionali agli interessi dei dominanti. Né si fa differenza tra asilanti, rifugiati e immigrati economici — nella neolingua ci sono anche quelli "climatici" — o d’altra risma, “son tutti esseri umani” è la risposta, che è come dire pretescamente: “son tutti figli di Dio”. Si rifiuta addirittura di considerare centrale il diritto di cittadinanza, quindi la differenza sostanziale tra cittadini e non, e questo in virtù della “universalità dei diritti umani”, tipica appunto del cosmopolitismo tardo-kantiano, che altro non è se non una versione elegante dell’individualismo liberale.

Ed è in virtù dell’umano, in nome di un’astratta umanità, che si respinge ogni appello alla sovranità nazionale e popolare. La nazione, dai liberisti fondamentalisti fini a certa estrema sinistra, è anzi deprecata come la fonte d’ogni male, ed i suoi confini da demolire come se essa fosse un nazista campo di concentramento e non invece una comunità storica che ha il diritto-dovere di proteggersi alla bisogna. L’atto dell’emigrare — invece di essere considerato una disgrazia per chi vi è costretto, nonché una rapina imperialistica ai danni dei popoli e delle nazioni che lo subiscono poiché vengono in tal modo private della loro principale risorsa umana e produttiva — è dipinto addirittura come atto emancipatorio e liberante. Siamo passati dall’internazionalismo proletario al cosmo-umanitarismo. Altro che autonomia della politica! da certe parti la politica — la politica come azione strategica per rovesciare l’ordine di cose esistente, ciò che implica il consenso del proprio popolo — è morta.

Siamo alla follia, all’idea pre-politica che non c'è differenza tra cittadini (quale che sia la loro provenienza, lingua, religione e classe sociale) e non, che l’emigrare sia un “inalienabile diritto umano” e l’accoglienza dell’emigrante da parte dello Stato preso di mira, tanto più se irregolare, come un dovere imperativo categorico. E chi della follia è preda, di questi tempi devastanti, non ha vita lunga. Chi pensa di aver ammazzato la politica, dalla politica invece verrà ucciso. Ci sarà dunque permesso di rivendicare la separazione dal moribondo come nostro inalienabile diritto, non solo politico, ma in questo caso sì, addirittura umano, poiché da queste parti, ove non l’aveste capito, c'è voglia di vivere, e lottare con i piedi ben piantati nella realtà.


NOTE

[1] Lettera a Siegfried Mayer (30 aprile 1867)
[2] G.W. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, La nuova Italia,  Vol I, p.93]
[3] I. Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, Bompiani, 2003
[4] Aristotele, Politica, libro Primo
[5] K. Marx, Proscritto alla seconda edizione de Il Capitale, Einaudi 1975, p.15
[6] Machiavelli, Le opere, Editori Riuniti 1969, XVIII, pp,79-81
[7] N. Abbagnano, Storia della filosofia, Volume III, UTET 1995, pp 41-42
[8] Benedetto Croce, Etica e politica, Laterza 1981, p. 205
[9] Stefano Petrucciani, Modelli di filosofia politica, p.22, Einaudi 2003
[10]Giancarlo Rovati, Il posto dei valori nella riflessione weberiana, Vita e Pensiero 2016, p.95
[11] M.Weber, La politica come professione, Armando 1997, p.33
[12] M.Weber, La politica come professione, cit., p.33
[13] Machiavelli, Le opere, cit., VI, p ,27
[14] Danilo Zolo, Nuovi diritti e globalizzazione, Università di Bologna,

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lunedì 12 novembre 2018

FUGA IN EUROPA (?)

[ 12 novembre 2018 ]

Secondo l’agenzia Frontex i flussi migratori verso l’Unione europea sono passati da 1,8 milioni nel 2015 a 204,219 nel 2017. Ciò nonostante l’immigrazione resta al centro del dibattito politico ed è addirittura diventato lo scontro tra due opposte visioni: quella tra chi chiede frontiere aperte e l’altra delle frontiere chiuse. Siamo giunti al punto che quella dell’immigrazione è diventata la linea che segna il confine tra destra e sinistra, il campo dove si manifestano opposte identità e visioni del mondo.

In questo dibattito si inserisce l’ultimo libro di Stephen Smith FUGA IN EUROPA.



La tesi di Smith è che l’Africa sarebbe sottomessa ad un “rullo compressore demografico” alimentato dalla “super-fecondità” a sud del Sahara. Egli si appoggia tra l’altro a stime (vedremo moto discutibili) delle Nazioni Unite, secondo le quali la popolazione africana passerebbe da 1,2 miliardi di abitanti nel 2017, a 2,5 miliardi nel 2050, e addirittura a 4,4 miliardi nel 2100. Smith ne conclude che occorre attendersi un esodo in massa dal continente, al punto che in 30 anni, dal 20 al 25% della popolazione europea sarà di origine africana (contro meno del 2% nel 2015).

Questo libro ha già avuto un successo editoriale straordinario in Francia. Degno di nota è che nelle librerie è in bella mostra con la banda rossa e la stampigliatura del Quai d’Orsay. Marcelle Gauchet, uno dei maître à penser del pensiero francese politicamente corretto, consiglia di rendere la sua lettura “obbligatoria per tutti i responsabili politici”.

Proprio in Francia tuttavia il libro oltre ad aver suscitato polemiche ha ricevuto numerose contestazioni tra cui quelle dell’antropologo Michel Agier.
[1]

Ma il primo attacco in piena regola l’ha portato François Héran con una nota del francese Istituto nazionale di studi demografici (INED) quindi in un articolo destinato al grande pubblico. [2]

Héran ha fatto notare che in verità la maggior parte dei flussi migratori è Sud-Sud: il 70% degli emigranti africani restano infatti nel loro continente. Ma egli contesta soprattutto il metodo e i dati utilizzati da Smith. Prendendo in considerazione quelli della Banca mondiale, dell’FMI e dell’OCSE, si giunge a risultati ben differenti: Héran calcola che gli africani e i loro discendenti costituiranno dal 3 al 4% della popolazione europea nel 2050, “molto lontano dal temuto 25%”.

Lasciamo per il momento il piano demografico e veniamo al punto che ci interessa ovvero il legame tra liberoscambismo e movimenti migratori. Ce ne parla Brenoȋt Brevillé su Le Monde Diplomatique del mese di novembre.



Egli sostiene che è stato largamente dimostrato, il legame causale (quindi non una mera correlazione) tra l'economia globalizzata basata sul libero scambio e i movimenti delle popolazioni. Come caso di scuola, cita quello del Messico.

Sottoscritto nel 1992, l’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA), fu presentato ai messicani come un mezzo per ridurre i flussi migratori. L’allora presidente Carlos Salinas de Gortari affermò che «I messicani non avranno più bisogno di emigrare al nord per trovare lavoro: lo troveranno qui». [3] 

Da parte loro, diversi economisti, in particolare Philipe L. Martin previde l’effetto opposto e i fatti gli hanno dato completamente ragione. [4]

Liberatisi delle barriere doganali, gli Stati Uniti hanno inondato il Messico di mais sovvenzionato e prodotto dalla loro agricoltura altamente meccanizzata e intensiva. Il crollo dei prezzi ha finito per distruggere l’economia rurale messicana, gettando sul lastrico milioni di campesinos che non hanno trovato lavoro né sul posto né nelle nuove fabbriche sulla frontiera. Risultato: in meno di 10 anni il numero di messicani passati clandestinamente negli Stati Uniti è aumentato del 144%, passando da 4,8 milioni nel 1993 a 11,7 milioni nel 2002.

Lo stesso legame perverso riguarda l’Europa e una trentina di paesi africani (guarda caso quelli da cui provengono la maggior parte degli emigranti), legati dal 2014 da un accordo di libero scambio.

Abbiamo così che l’Unione europea, che a parole dice di combattere l’immigrazione, alimenta i flussi di emigrazione dall’Africa. E qui siamo al limite fondamentale del libro di Stephen Smith: egli non tiene in considerazione per niente la questione dell’imperialismo (neocolonialismo) ovvero il carattere ineguale della cosiddetta “crescita” quindi i processi di accumulazione del capitale e le implacabili logiche del mercato. In particolare, Smith non considera il colossale fenomeno di accaparramento delle terre da parte di multinazionali e grandi proprietari che distruggono l’economia contadina espropriando i piccoli produttori e obbligandoli a diventare miseri salariati.

Questo processo, che ci ricorda da vicino quanto Marx scrisse ne Il Capitale (cap. XXIV, la cosiddetta accumulazione originaria) ci parla di come si manifesta e cosa produce lo sviluppo in ambiente capitalistico: In quanto esso è fondato non sulla ricerca del bene comune, del pieno impiego e la riduzione delle diseguaglianze, bensì sulla caccia al profitto, produce non solo squilibri e diseguaglianze, tra popoli e tra classi sociali. Privatizzazioni, massima flessibilità del mercato del lavoro, liberoscambismo producono effetti devastanti non solo nei centri del capitalismo mondiale ma anche nelle periferie e sono prima causa dei flussi migratori.

Se è così, se i flussi migratori sono un effetto dello stesso sviluppo capitalistico, ed in particolare della sua forma liberoscambista, per bloccare l'emigrazione c'è una sola soluzione: rimuovere la cause, porre fine alle politiche liberiste e neocolonialiste. Ciò che è possibile con un doppio movimento: i paesi africani debbono sganciarsi dalla morsa della globalizzazione ed i paesi occidentali dovrebbero cessare di depredare le loro ex-colonie. 


Questo non ci dicono le destre nazionaliste alla Le Pen e non ce lo dicono per la semplice ragione che esse sono non meno colonialistiche di quelle liberiste: vorrebbero la botte piena (continuare le politiche predatorie a danno dell'Africa) e la moglie ubriaca (l'arresto dei flussi).


D'altra parte, se le cose stanno così (e stanno così) risulta chiaro come, reclamare l'abolizione delle frontiere, chiedere "accoglienza per tutti", dipingere l'emigrazione come un fenomeno di libertà, è un altro modo per sostenere le politiche imperialiste che mentre depredano i paesi africani di una delle loro ricchezze principali, la forza lavoro umana, ne traggono doppio vantaggio importandola in Europa per disporre di forza lavoro a basso costo alimentando la rapina dei diritti sociali dei lavoratori.



NOTE

[1] L'Obs, Paris, 18 febbraio 2018
[2]  François Héran, L'Europe ed le spectre des migrationes subsahriennes, in Populations et societée n.558, Paris, settembre 2018
[3] Carlos Salinas de Gortari; Discorso al MIT Cambridge, 28 marzo 1993
[4] Phlip L. Martin, Trade and migrations. The case of NAFTA; Asian pacific,MIgration Journal., vol.2, n°3, California, settembre 1993

lunedì 22 ottobre 2018

PIÙ EMIGRANTI CHE IMMIGRATI di Rodolfo Ricci

[ 22 ottobre 2018 ]

Il numero di emigrati dall’Italia ha superato il numero di immigrati. 
Va ripensato radicalmente il mondo in cui ragioniamo sui fenomi migratori.
Sono ormai diversi anni che la questione immigrazione monopolizza l’attenzione degli italiani, e ancor più, della politica e dei media.

Nel Rapporto Immigrazione recentemente presentato da Migrantes, vi è un’interessante grafico (pag. 135), che rappresenta la frequenza con cui ricorrono le parole “migrare”, “immmigrato”, “straniero”, “immigrazione”, “negro”, “paura”, “razza”, e altri termini contigui, nei titoli dei giornali quotidiani durante lo scorso mese di febbraio 2018. Al primo posto della classifica non vi è una parola, ma un nome, quello di “Salvini”.

Se ciò abbia qualcosa a che fare con la questione del rapporto tra realtà e percezione dell’immigrazione, lo lasciamo alla libera valutazione. E’ però un fatto che dentro questa classifica non compare il temine “emigrazione”, che come è noto, descrive sempre il fenomeno migratorio, ma in uscita, piuttosto che in entrata.

Quelli che se ne vanno è il titolo dell’ultimo libro di Enrico Pugliese, sociologo che forse più di altri si è occupato delle migrazioni negli ultimi 40 anni (Il Mulino 2018).

Quelli che se ne vanno sono quelli che scompaiono alla nostra vista, per cui sono fuori del raggio di visibilità di telecamere e media: praticamente invisibili.

Ce ne si accorge solo quando a partire è qualche familiare, o il figlio o la figlia di un amico, oppure, quando sono in molti a partire dallo stesso quartiere o paese, perché il territorio pian piano si svuota.

Grazia Moffa e Carmine Nardone (Cedom – Università di Salerno), hanno svolto lo scorso anno un’indagine nei paesi della collina beneventana, dove hanno scoperto che tra il 2011 e il 2016, i comuni tra 5 e 10 mila abitanti hanno perso, in soli 5 anni, circa il 30-35% di popolazione, in gran parte giovanile. Questo destino, punto più o punto meno percentuale, accomuna tutta l’area appenninica e le aree interne in generale, ivi incluse quelle del centro-nord.

Nel 2016 lo Svimez ci ha edotto sul fatto che dal 2000 al 2016, ben 1.882.872 meridionali hanno lasciato le regioni del sud trasferendosi nel centro-nord o all’estero. Di questi, 345.123 erano laureati.

(http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf)

Si potrebbe sostenere che il fenomeno è conosciuto e ripercorre le antiche strade del declino del sud Italia. Allora vale la pena fornire altri dati che rimangono stranamente nell’ombra dell’attenzione mediatica, politica e istituzionale.

Dall’inizio della crisi economica (2008), i flussi migratori in uscita dall’Italia hanno ricominciato a crescere in modo esponenziale, stabilizzandosi tra il 2013 e il 2017, sulla dimensione, ampiamente condivisa da centri di studio e ricercatori, di circa 250-300mila persone all’anno. Essi si sono diretti prevalentemente verso le mete nord europee, ma anche verso nuove destinazioni asiatiche, del nord e sud America e dell’Australia. Si tratta di numeri analoghi a quelli della grande emigrazione di massa degli anni ‘50-‘60 del ‘900. Tutte le regioni ne sono coinvolte, a partire da quelle del nord: ai primi posti Lombardia e Veneto.

Dal 2013 ad oggi, questa entità è diventata più alta degli arrivi di profughi, asilanti e migranti economici, cioè dell’immigrazione nel suo complesso.

Se prendiamo a riferimento i dati delle anagrafi consolari, la presenza italiana all’estero ha ormai superato nettamente lo stock di immigrazione (che è di circa 5,2 milioni di immigrati), raggiungendo i 5,7 milioni di emigrati, con un aumento del 100% negli ultimi 15 anni e di oltre un milione e centomila solo negli ultimi 5 anni.

A questo dato bisogna aggiungere un altro milione e forse più di giovani e meno giovani che, per ragioni note, non si iscrivono all’Aire (Anagrafe dei residenti all’estero, costruita sulla base delle cancellazioni di residenza), né vengono censiti dai consolati. Stiamo dunque parlando, con buona approssimazione, di circa 7 milioni di italiani tra vecchia e nuova emigrazione; cioè di oltre l’11,5% della popolazione italiana. Si tratta, per entità, della seconda “regione” italiana (in questo caso transnazionale), dopo la Lombardia.

La somma di immigrati ed emigrati (oltre 12 milioni) equivale invece a circa il 20% dell’intera popolazione del paese, a conferma che l’Italia è un crocevia migratorio con caratteristiche abbastanza uniche nel panorama europeo. Secondo il 42° Rapporto dell’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – (OECD – “Continuous Reporting System on Migration”), nel 2016 l’Italia si situa all’8° posto tra i paesi OECD per entità di flussi di emigrazione in uscita.

(International Migration Outlook 2018 – Recent developments in international migration movements and policies DOI.

Di fronte a queste dimensioni è sorprendente e per certi versi incomprensibile che la discussione pubblica sui movimenti migratori si sviluppi a senso unico, ignorando la nuova emigrazione italiana che, invece, costituisce una grande questione nazionale, di cui però il paese non si occupa: “quelli che se ne vanno”, una volta fuori dai confini nazionali, sono semplicemente dimenticati. I tassi di incremento di questi nuovi flussi sono stati infatti, secondo l’Istat, di circa il 22% all’anno dal 2011 al 2016. Ma l’Istat registra, come detto, sono le cancellazioni di residenza, mentre chi se ne va, in gran parte non si cancella dai propri comuni prima di aver acquisito una soddisfacente stabilità nei paesi di arrivo. Cosa non semplice perché i mercati del lavoro sono ovunque precarizzati. Quindi abbiamo una situazione abbastanza paradossale: ciò che leggiamo dai dati ufficiali è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più ampio.

La Filef si è occupata di andare a vedere i dati di ingresso registrati da alcuni importanti paesi di arrivo (in particolare Germania e Gran Bretagna) e confrontandoli con quelli delle cancellazioni di residenza registrati dall’Istat, ha fatto emergere già nel 2013 l’evidente scarto che c’era: i dati di ingresso di italiani registrati dalle autorità tedesche ed inglesi erano da 4 a 5 volte superiori a quelli dell’Istat.

Dai rilevamenti sul campione Istat (ridotto, ma significativo), confermati da una serie di ricerche sul campo, emerge che il 65% dei nuovi emigrati dispone di livelli medio-alti di scolarizzazione: 30% circa, laureati, 35% diplomati. Oltre la metà dei nuovi emigrati italiani ha un’età compresa fra i 18 e i 39 anni, mentre circa il 20% fra 0 e 17 anni. Quindi, come peraltro in quasi tutti i flussi emigratori, la componente giovanile, in piena età attiva e riproduttiva è preponderante e il fatto che vi sia anche un 20% di bambini e ragazzi, indica che a spostarsi sono anche intere famiglie.

Vale la pena suggerire un semplice calcolo del patrimonio umano perduto dal paese in termini di investimento pubblico e delle famiglie quando una persona va a stabilirsi e a lavorare all’estero: secondo l’OCSE, il costo di formazione di un giovane, dalla scuola maternal all’università di aggira sui 160-170 mila Euro. Un dottore di ricerca può “costare” 220-250 mila Euro. A questi possiamo aggiungere le spese sostenute dalle famiglie; ognuno le ha presenti. Se dunque se ne vanno 300mila persone all’anno, supponendo che essi si stabilizzino definitivamente all’estero, la perdita (di un anno) in termini di patrimonio umano si avvicina a 50 miliardi Euro. Se il milione e mezzo di giovani italiani emigrati negli anni della crisi non dovesse più rietrare in Italia, la perdita sarebbe di 250 miliardi di Euro. Lasciamo agli economisti valutare gli ulteriori effetti di questo esodo sul PIL nostrano e su quello dei paesi di insediamento. Alla faccia delle politiche di attrazione di capitali esteri che dovevano avvenire con jobs act e consimili !

Alla fine degli anni ’60 Carlo Levi e Paolo Cinanni, ragionando sulle sorti del Meridione italiano dall’unità in poi, accennavano al fatto che l’emigrazione costituiva la causa maggiore del suo depauperamento. E che la causa dell’emigrazione era da rintracciare nelle modalità con cui si era perseguita l’unificazione dell’Italia: una sorta di Anschluss ante litteram. Cinanni, nel 1971, si arrischiò a prevedere l’insorgere di una questione meridionale a livello continentale, qualora fossero continuati i flussi emigratori che si registravano fino a quell’epoca da tutti i paesi mediterranei: Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Jugoslavia; si trattava dei PIJGS…

Poi dalla seconda metà degli anni ’70 fino al 2000, abbiamo pensato che quel rischio fosse definitivamente superato, anche perché l’esssere diventato paese di immigrazione ci ha fatto sentire arrivati nel club di quelli più bravi. Ma stando ai dati di cui sopra, quella stagione sembra essere rapidamente sfumata.

Questo destino cinico e baro di essere tornati ad essere paese di emigrazione più che di immigrazione (o quantomeno crocevia migratorio), lo condividiamo con molti altri; si tratta di una compagnia ben nutrita.

Lo scorso giugno è stato pubblicato su Le Monde Diplomatique nelle varie edizioni nazionali europee, un dossier sull’evoluzione demografica e sui movimenti migratori in Europa. Si tratta di uno studio realizzato da ricercatori francesi particolarmente significativo e per molti aspetti inquietante. (“Dossier: Uno sconvolgimento demografico in Europa” – Le Monde Diplomatique,15 Giugno 2018 – )

Dallo questo studio emerge che negli ultimi trenta anni, cioè dopo la caduta del muro, a causa del combinato disposto di decremento demografico e di nuova emigrazione, (la flessione demografica è la grande novità che accompagna gli attuali movimenti migratori inter europei, a differenza delle precedenti stagioni), la popolazione di quasi tutti i paesi dell’est europeo e dell’Europa mediterranea si è ridotta, in molti casi, drasticamente: l’Ucraina, ad esempio, ha perso circa il 20% della sua popolazione (9 milioni di abitanti), la Romania, il 14% (3,2 milioni), la Moldavia circa il 17%, la Bosnia il 20%, la Bulgaria e la Lituania circa il 21%, la Lettonia oltre il 25%. I paesi dei Balcani, pur avendo un incremento demografico positivo, hanno registrato tassi di emigrazione enormi, fino al 37% dell’Albania. I tassi di emigrazione censiti nell’ultimo trentennio in questi paesi risultano superiori a quelli africani e si situano mediamente tra il 10 e il 18% delle rispettive popolazioni.

Nello stesso periodo, i paesi centro europei (Francia, Germania, Olanda, Belgio, Svizzera e Gran Bretagna) hanno visto crescere o stabilizzarsi la loro popolazione grazie essenzialmente a questi movimenti inter-europei, i quali costituiscono circa i due terzi del complesso dei movimenti migratori (solo un terzo proviene infatti da paesi extraeuropei): negli stessi ultimi 30 anni, la Francia è cresciuta di 9 milioni di abitanti (la stessa quantità persa dall’Ucraina, che trenta anni or sono aveva più o meno la stessa popolazione), mentre la Germania ha avuto un saldo immigratorio positivo colossale: 10 milioni di persone, in gran parte di lavoratori immigrati provenienti, per due terzi, da altri paesi europei. Per mantenere stabile la sua popolazione sugli attuali livelli, la Germania prevede di far entrare nei prossimi 30 anni, altri 20 milioni di lavoratori, in modo da ottenere un saldo positivo di ulteriori 10 milioni di persone.

I paesi mediterranei, tra cui l’Italia e la Spagna, hanno contenuto parzialmente la perdita di popolazione solo grazie all’arrivo di immigrazione prevalentemente dall’Africa, dall’America Latina e dal Medio Oriente, mentre hanno ceduto consistenti flussi di emigrazione agli stessi paesi del centro-nord Europa. L’Italia, è dunque diventata un crocevia migratorio, con preavalenti arrivi dalla costa sud del Mediterraneo (e dall’Est Europa) e partenze verso il centro-nord Europa che, dal 2013 in poi, risultano, come detto, superiori agli arrivi.

In queste cifre sono evidenti la profondità degli squilibri economici, sociali e territoriali a livello continentale che, in mancanza di interventi, sono destinati ad aumentare. Squilibri che stanno disegnando un nuova geografia e che mettono in discussione, se ce ne fosse bisogno, la sostenibilità dell’attuale quadro comunitario, se si pensa che negli scenari che vengono presentati, paesi e territori già aggrediti da forte decremento demografico ed emigrazione, sono destinati a perdere, già nel prossimo decennio ulteriori quote di popolazione attiva: nel 2030, secondo il Dossier di Le Monde Diplomatique, “un quarto della popolazione della Croazia potrebbe scomparire”.

Anche nel paese guida d’Europa, la Germania, i Länder della ex Germania Orientale si vedrebbero ulteriormente svuotati di popolazione a vantaggio delle regioni dell’ovest del paese che hanno già aspirato circa il 20% della sua popolazione dopo la riunificazione.

(“Dossier: Uno sconvolgimento demografico in Europa” – Le Monde Diplomatique, 15 Giugno 2018).

Il calo demografico fa intravvedere per l’Italia scenari ancora più drammatici: sempre lo Svimez, fin dal 2015 ha previsto la perdita di 5,5 milioni di persone nel sud del nostro paese al 2060-65. Recentemente l’Istat ha addirittura aggravato questa previsione portandola a circa 7 milioni di persone per l’intero paese, alla stessa data.

L’emigrazione interna da sud verso nord si aggiunge a quella verso l’estero; il meridione ne pagherà quindi le maggiori conseguenze.

(http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf)

Gli effetti di questa evoluzione migratoria e demografica sono estremamente preoccupanti per i territori e le società coinvolte dai nuovi esodi, ma problematiche saranno anche le dinamiche sociali che coinvolgeranno i paesi accettori dei nuovi flussi, come sta a dimostrare il Brexit e l’evoluzione politica che si registra in tutta Europa. A questo proposito è significativo verificare che la velocità di ri-emersione dei fenomeni di xenofobia e razzismo è molto più alta nei paesi e territori afflitti da esodi di popolazione autoctona, piuttosto che nei paesi o nelle aree di immmigrazione: i paesi del Patto di Visegrad sono tra quelli più afflitti da emigrazione più che mete di immigrazione; la AfD (Alternative fuer Deutschland), il nuovo partito di estrema destra, raggiunge nei Laender dell’est (ex DDR), il doppio delle percentuali che raccoglie all’ovest.

Si potrebbe dire che sono proprio il declino sociale e la percezione dell’improbabile e sempre più incerto futuro a scatenare le varie sindromi antistranieri, una sorta di “spostamento” in termini psico-sociali, che è alimentato ad hoc. In questo, la terapia mediatico/politica desunta nella tabella citata all’inizio appare decisiva. E da questo punto di vista, l’approccio bipartisan dei precedenti e degli attuali governi segue un filo rosso di puntuale continuità. Che oggi sfocia nell’aggressione simbolica all’esperimento di Riace, di Mimmo Lucano.

Allo stesso tempo, l’approccio umanitario e no-border senza se e senza ma, pur condividibile sul piano del diritto individuale all’emigrazione, appare del tutto subalterno alla logica dell’allocazione internazionale delle risorsa umana secondo i fabbisogni del libero movimento dei capitali e della loro concentrazione in alcuni paesi.

L’altro diritto che viene dimenticato in quella prospettiva ecumenica è che le persone avrebbero anche un altro diritto: quello di poter vivere e lavorare, se lo vogliono, nei loro paesi di origine; se l’emigrazione è forzata, non è libera. Questo semplice assunto, può tenere insieme gli auspici di sud europei, di est europei, di africani e di medio orientali e asiatici che subiscono l’emigrazione forzata, sia quella economica che quella causata dalle guerre dell’Occidente e dalle sue politiche di dominio o di sfruttamento aggressivo in tempo di pace.

Quanto ai destini dell’Europa, per concludere, vi è da tener presente che 2/3 dei flussi migratori dentro i suoi confini sono intra-comunitari, mentre gli extra-comunitari sono circa un terzo. Tra i migranti in Europa (e anche in Italia), il colore nero è meno diffuso del bianco. Questo dato dovrebbe consentire di discutere della materia migratoria in Italie e in Europa in modo del tutto diverso da quanto oggi accade.

Nelle condizioni vigenti, caratterizzate da un sovranismo mercantilista affamato – da sempre – di lavoro straniero, la “libera circolazione” è poco più di un eufemismo; che le espulsioni di cittadini comunitari da paesi come il Belgio e la Germania, che si stanno intensificando da alcuni anni, riportano alla sua effettiva consistenza, strumentale e legata ai cicli economici.

La sovranità democratica e popolare dovrebbe invece recuperare le ragioni di chi subisce, in maniera maggiore e minore, le pressioni dei paesi guida della globalizzazione neoliberista; vale a dire l’autoderminazione dei popoli e l’approccio internazionalista finalizzato alla cooperazione tra i paesi/aree periferiche.


* Fonte: Patria e Costituzione

** Riferimenti:

Enrico Pugliese – “Quelli che se ne vanno” – Ed. Il Mulino 2018

International Migration Outlook 2018 – Recent developments in international migration movements and policies DOI: https://doi.org/10.1787/migr_outlook-2018-4-en

J.A.Dérens, L.Geslin. C.Léotard, L.L.Kutasi, R.Knabel-C.Aubert – “Dossier: Uno sconvolgimento demografico in Europa” – Le Monde Diplomatique, 15 Giugno 2018

SVIMEZ – Testo web – Anticipazioni rapporto Rapporto Svimez 2018 su: http://www.svimez.info/images/RAPPORTO/materiali2018/2018_08_01_anticipazioni_testo.pdf

Francesco Calvanese – ”Le nuove generazioni nei nuovi spazi e tempi delle migrazioni” – a cura di Francesco Calvanese – FILEF -Ediesse (2014)

Rodolfo Ricci (a cura di) – Che cos’è l’emigrazione. Scritti di Paolo Cinanni (Filef-2016)

martedì 4 settembre 2018

CHE COS'È L'EMIGRAZIONE di Paolo Cinanni

[ 4 settembre 2018 ]

Rileggendo Paolo Cinanni, partigiano, comunista e fondatore della Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigranti e Famiglie)

Le migrazioni viste da chi, nell'Italia del dopoguerra, ha dato molto - sia come militante che come intellettuale - per la difesa dei diritti degli emigranti, per la formazione della loro coscienza, per il riscatto e l'unità dei lavoratori. Stiamo parlando di Paolo Cinanni, così presentato nell'introduzione alla raccolta di suoi scritti dal titolo «Che cos'è l'emigrazione», pubblicata nel 2016: 
«Calabrese, emigrato e figlio di migranti, combattente partigiano, militante comunista, dirigente delle lotte per la terra nel dopoguerra; sempre a fianco dei contadini meridionali anche nella loro forzata trasformazione in migranti nel corso di tutto il ‘900 e, anche per tutto ciò, fondatore, insieme a Carlo Levi, della Filef».
Certo, dai suoi scritti più importanti è passato quasi mezzo secolo. L'Italia da paese d'emigrazione è divenuto prima paese di immigrazione, per poi arrivare ad oggi, quando ad un flusso immigratorio si accompagna una nuova devastante emigrazione frutto della crisi dell'ultimo decennio. La situazione attuale è dunque diversa per tanti aspetti da quella del passato, ma i dati fondamentali di un ragionamento comunista e di classe sul fenomeno migratorio restano gli stessi.

Leggendo la relazione tenuta da Cinanni a Cagliari nel gennaio 1973 al Convegno internazionale su "Le condizioni per lo sviluppo dei paesi dell'area mediterranea", questi fondamentali si ritrovano tutti. La sua attenzione lì è centrata sull'emigrazione come strumento di sfruttamento e subordinazione dei paesi mediterranei. Oggi, analoghe riflessioni possono essere svolte a maggior ragione sui paesi africani, ma anche - di nuovo - sull'emigrazione che ha ripreso a correre dall'Europa mediterranea verso quella del Nord.

Nella sua relazione Cinanni descrive il fenomeno migratorio come una delle componenti che accresce il divario tra i paesi ricchi e quelli poveri, come un processo di spogliazione dei paesi d'emigrazione, denunciando come l'esodo migratorio sia del tutto funzionale alla valorizzazione del capitale, servendo fra l'altro a rimpinguare quell'esercito industriale di riserva di cui oggi tanti fingono di ignorare l'esistenza.

Si tratta dunque di un testo utile ed estremamente attuale, di cui consigliamo la lettura integrale. Qui, tralasciando le pagine d'analisi dei dati del fenomeno migratorio di allora, riportiamo: 1) la parte iniziale della relazione in cui sono presenti i concetti chiave già citati; 2) una breve, ma profetica nota sulla nascente Unione europea; 3) la sua decisa conclusione sulle migrazioni come "fenomeno da combattere".

*  *  *

L’emigrazione, strumento di sfruttamento e subordinazione dei paesi mediterranei. Le “rimesse” in valuta straniera non “compensano” affatto. 
(Relazione tenuta da Paolo Cinanni a Cagliari nell’ambito del Convegno internazionale su “Le condizioni per lo sviluppo dei paesi dell’area mediterranea” 19-21 gennaio 1973

I paesi mediterranei, sia quelli delle tre penisole europee — l’iberica, l’italica e la balcanica —, che quelli della sponda afro-asiatica, sono tutti paesi di emigrazione di forze-lavoro: tale fenomeno è una delle componenti che aggravano oggi il divario fra paesi industrializzati e paesi in via di sviluppo del “mondo occidentale”. 

Se concordiamo, infatti, col concetto economico che definisce la forza-lavoro come l’unica “merce” con l’impiego della quale si produce nuova ricchezza (in quanto gli scambi e le stesse speculazioni affaristiche non creano, ma trasferiscono, “dall’uno all’altro individuo, o dall’uno all’altro sistema” ricchezza già prodotta) e se concordiamo ancora con la definizione marxiana che i lavoratori sono “portatori viventi di capacità di lavoro”, con l’emigrazione di lavoratori noi abbiamo un trasferimento di “capacità di lavoro”, dal paese che ha sostenuto le spese della loro formazione, a quello che le impiega appropriandosi dell’intero plus-valore da esse prodotto. Con tale trasferimento le regioni d’emigrazione vedono, pertanto, ridotte le proprie capacità produttive, di quanto le stesse risultano aumentate nei paesi d'immigrazione. 

Tale rapporto determina oggettivamente un processo di latente spogliazione e di conseguente subordinazione dei paesi d’emigrazione da parte dei paesi d'immigrazione. La valuta straniera, inviata dai lavoratori immigrati ai loro paesi d’origine, non solo non compensa i loro paesi delle spese sostenute per la loro formazione, ma promuove nelle regioni dell’esodo un processo inflazionistico uguale e contrario al processo deflazionistico che la minore circolazione monetaria, temporaneamente promossa dall’invio delle “rimesse” all’estero, provoca nel paese d’immigrazione, col risultato di un rafforzamento della sua stabilità monetaria; ed anche ciò è causa dell’aggravamento costante del divario fra i due campi. 

Questo l’assunto della nostra comunicazione, e ci scusiamo se, per la necessaria brevità, saremo costretti a sintetizzare argomentazioni e concetti, riducendo al minimo la stessa documentazione, nella fiducia che ciò non vada a scapito della chiarezza, e rimanendo a disposizione di coloro che desiderassero avere in proposito ulteriori dati e chiarimenti. 

1. - Anche se rimane valida per tutti i nostri paesi mediterranei la definizione data dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, nella sua “Indagine” sulla emigrazione italiana, doversi, cioè, “considerare l’emigrato non diversamente da colui che è costretto a spostarsi dal proprio luogo d’origine per necessità di un guadagno che in Patria non riesce a realizzare o realizza in misura del tutto inadeguata alle esigenze primarie", possiamo tuttavia affermare, senza timore di essere smentiti, che il trasferimento del lavoratore è consentito e promosso non per venire incontro ai suoi bisogni individuali o alle necessità di occupazione delle regioni dell’esodo, ma esclusivamente per le esigenze di valorizzazione dei capitali disponibili dei paesi d’immigrazione, nel tempo e nella misura medesima di tali loro esigenze: il solo bisogno dei lavoratori non determina il fenomeno migratorio, così come, nei momenti di congiuntura economica sfavorevole, non sono i bisogni dei lavoratori e dei loro paesi che determinano le scelte del capitale, o possano impedire il licenziamento e il rimpatrio dell’immigrato. 

In regime di piena occupazione nei paesi industrialmente più avanzati, la classe dirigente promuove, inoltre, l’immigrazione non solo per il tornaconto economico, ma altresì per le sue manovre politiche contro la propria classe operaia, tendendo a dare alla massa dei lavoratori immigrati la funzione dell’“esercito di riserva” per “attenuare le tensioni sociali”, come si dice con un eufemismo che vuole nascondere il ricatto implicito verso i propri lavoratori, e suscitando essa stessa le ricorrenti campagne xenofobe per impedire lo schieramento unitario di tutti i lavoratori nelle lotte sociali. 

Ed è così che gli stessi “Piani di sviluppo nazionali” (come quello francese, per esempio) prevedono sempre una immigrazione di forze-lavoro straniere superiore alle forze di lavoro complessive necessarie per la realizzazione del Piano, determinando volutamente dei margini di disoccupazione, che viene definita “frizionale". 

I vantaggi tratti con l’immigrazione dalla economia dei paesi ospitanti sono arcinoti: essa risparmia prima di tutto le spese di formazione delle forze-lavoro immigrate, elevando con ciò il saggio di profitto e accelerando la riproduzione dei propri capitali; aumenta la sua popolazione attiva, con la conseguenza dell’immediato impiego di un numero di forze produttive più grande di quello che il sistema naturalmente produce, potendo così potenziare, senza attendere, i settori produttivi nuovi o quelli carenti di manodopera; aumenta la sua produzione globale, con la riduzione medesima dei costi, e aumenta altresì le sue esportazioni sul mercato mondiale; si allarga considerevolmente (in proporzione della stessa massa di lavoratori immigrati) il proprio mercato di consumo interno, promuovendo anche per queste esigenze un ulteriore sviluppo produttivo: né ciò reca turbamento negativo alcuno nell’economia del paese, in quanto l’immigrato produce di più di quanto localmente consumi, e la sottrazione, dalla circolazione, della valuta ch’egli invia al paese d’origine, rappresenta anch’essa un elemento di stabilità monetaria; infine, col pagamento, da parte dell’immigrato, delle tasse e dei contributi sociali, le stesse spese pubbliche dei paesi di immigrazione vengono divise su un numero più elevato di contribuenti, mentre le “Casse di assistenza e previdenza”, fornendo agli immigrati delle prestazioni più limitate, pur esigendo da loro gli stessi contributi, trovano in questi “risparmi” i margini dei loro attivi di bilancio. Questi sono i vantaggi “consentiti”, ma sul salario dell’immigrato vengono normalmente esercitate cento altre speculazioni, da quella sugli alloggi a quella sulle mense, sui trasporti, ecc. 

In tutto questo attivo dei paesi d'immigrazione, c'è, però, anche l’aspetto negativo: la concentrazione dei capitali, degli investimenti e delle forze di lavoro ottiene sì il profitto più elevato e la riproduzione più rapida del capitale, ma ciò non è più indenne, poiché tale sviluppo promuove contemporaneamente la congestione dell’ambiente, la crescita delle polluzioni e dell’inquinamento, aggravando gli squilibri ecologici, che rappresentano oggi la più grave contraddizione fra l’attuale sistema economico-sociale e la vita medesima. 

2. - Ai vantaggi tratti con l’immigrazione dai paesi ospitanti corrispondono, per i paesi dell’esodo, altrettanti svantaggi, con effetti uguali e contrari. In questi ultimi aumenta, infatti, con l’esodo, il peso della popolazione inattiva, venendo a mancare proprio la manodopera più giovane e più prestante, che è la prima a partire in cerca del lavoro che manca in loco: decadono, perciò, i vecchi settori produttivi, senza che vengano sostituiti da nuovi; ciò riduce la ricchezza prodotta localmente, mentre aumentano i beni importanti (spesso dalle stesse regioni e paesi ove sono emigrati i lavoratori del luogo) con la contropartita delle “rimesse”, ma ciò determina un più accentuato processo inflazionistico dannoso allo sviluppo dell’economia locale. Ma più gravi ancora sono i guasti provocati, come vedremo più oltre, in campo demografico.

I paesi e le regioni dell’esodo rimangono, in definitiva, con le spese fatte per formare una manodopera che appena formata è costretta ad emigrare e va a produrre ricchezza per l’ulteriore sviluppo dei paesi più ricchi. 

Ma ciò aggrava il processo di differenzazione e di “sviluppo ineguale" dei due campi di paesi d’emigrazione da una parte e i paesi d’immigrazione dall’altra con la definitiva subordinazione dei primi ai secondi. E in ciò ci sembra di ravvisare la seconda grave contraddizione dell’attuale sistema economico-sociale, incapace di determinare uno sviluppo equilibrato fra i diversi paesi (e fra le stesse regioni di un medesimo paese, come avviene in Italia) con l’aggravamento degli squilibri preesistenti e dei rapporti sia internazionali che sociali. 

(...)

Sull'allora nascente Unione europea...

Con l’annunciata costituzione dell’Unione europea, che già oggi vede al suo vertice i grandi paesi d’immigrazione del continente, noi possiamo facilmente prevedere la tentazione della classe dirigente a seguire il modello americano nella costruzione di una società a piramide, a strati etnico-sociali sovrapposti, incomunicabili fra loro, che avrebbero alla loro base gli immigrati dei paesi più lontani, e poi quelli dei paesi “associati” e poi ancora quelli “comunitari”, e in seguito i lavoratori locali e su di loro, man mano, gli altri strati superiori. La classe operaia resterebbe così divisa in tanti tronconi che si distinguerebbero per le loro origini etniche e non per i loro comuni interessi di classe, proprio così come oggi in America. 

(...)

Conclusioni

Concludendo, dobbiamo riaffermare il convincimento ormai generale che il fenomeno migratorio, cosi come si configura oggi, è grandemente pregiudizievole allo sviluppo dei singoli paesi e delle regioni che ne sono tributarie; è pregiudizievole ai singoli lavoratori e alle loro famiglie; è soprattutto pregiudizievole alla classe operaia come tale, per l’azione di divisione e per i sentimenti di odio che le campagne xenofobe - promosse dai suoi stessi antagonisti sociali - scavano nel suo stesso seno, pregiudicando l’unità e le prospettive d’avanzata dell’intero movimento operaio. Tale fenomeno è, dunque, da combattere, non tanto a livello individuale, ma dalle comunità che ne sono colpite, con una politica economica nazionale e regionale che valorizzi tutte le risorse locali, comprese sopratutto quelle umane, che miri all’arresto dell’esodo e all’inversione dell’attuale tendenza, all’interno di ogni regione e di ogni paese d'emigrazione; con una politica sindacale, in campo europeo, che lottando per un trattamento della manodopera straniera pari al costo medesimo della manodopera locale, elimini ogni discriminazione ed ogni aspetto di concorrenza fra lavoratori indigeni ed immigrati, rafforzando la loro solidarietà di classe e la comune lotta emancipatrice. 

Ciò valorizzerà l’apporto dei lavoratori immigrati non solo in campo economico, ma anche in campo politico, schierando nuove forze a fianco della classe operaia locale, col risultato opposto e contrario a quello cui tende oggi la manovra di divisione del padronato. 

In questo spirito di solidarietà e di unità internazionale del mondo del lavoro, le popolazioni mediterranee avranno il loro più fedele alleato, contro ogni processo di “meridionalizzazione” e contro ogni proposito di sfruttamento e di subordinazione dei loro paesi, potendo dare essi stessi, con la loro lotta, il più grande contributo ad uno sviluppo più equilibrato, umanamente e socialmente più giusto, di tutto il nostro continente. 


(le sottolineature nel testo sono nostre)

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