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sabato 31 dicembre 2016

CHI SONO DAVVERO QUELLI CHE HANNO VOTATO TRUMP? di Carlo Formenti

[ 31 dicembre ]

Formenti risponde a chi gli ha rivolto dure critiche per avere sostenuto che la vittoria di Trump è un "male minore" rispetto alla Clinton. A questi critici vorremmo segnalare la profezia di Michael Moore.


Sugli elettori di Trump si è detto tutto e il contrario di tutto: la tesi iniziale (sono stati gli operai bianchi incazzati per gli effetti della globalizzazione sulle loro condizioni di vita) è stata contestata da chi sosteneva che buona parte di quelli che lo hanno votato appartenevano a fasce di reddito medio alte. 

Poi la tesi iniziale è stata riformulata: non è tanto che gli operai bianchi hanno votato Trump, ma piuttosto che non hanno votato la Clinton, preferendo astenersi piuttosto che scegliere fra il minore di due mali (tesi che a me parrebbe più attendibile ove riferita ai giovani —operai e non— sostenitori di Sanders). Ma su una cosa tutti —soprattutto i media che avevano sostenuto a spada tratta la Clinton— sembrano essere d’accordo: quegli elettori sono sporchi, brutti e cattivi, gente che ha scelto Trump perché ne condivide l’ideologia razzista, sessista e ultraconservatrice.

Ma anche questa convinzione inizia a vacillare a mano a mano che divengono disponibili ricerche più approfondite. A metterla in discussione, in un interessante articolo sul New York Times, è l’analista politico David Paul Kuhn il quale rovescia il punto di vista: Trump non è stato eletto perché ha condotto una campagna sessista, razzista e ultraconservatrice, ma malgrado abbia seguito tale linea politica. 
La verità è, scrive Kuhn, che se tutti quelli che consideravano Trump un personaggio indecente avessero votato per lei, la Clinton avrebbe vinto a mani basse. L’autore dell’articolo cita, in proposito, una ricerca secondo cui il 51% degli elettori bianchi appartenenti alla classe lavoratrice pensavano che Trump fosse indecente e, almeno su questo piano, ritenevano la Clinton migliore. Ma non l’hanno votata! Non basta: un quinto degli elettori (più di 25 milioni di americani) hanno dichiarato di disapprovare l’atteggiamento di Trump nei confronti delle donne, ma tre quarti di queste persone hanno votato ugualmente per lui. Ancora: quasi la metà di coloro che hanno votato per Trump non condivideva le sue idee in materia di trattamento degli immigrati clandestini.

Naturalmente è vero che fra i suoi elettori la percentuale di razzisti è più elevata di quella presente nell’elettorato rimasto fedele al Partito Democratico, ma non è questo che ha determinato il risultato. Allo stesso modo in cui Bill Clinton aveva vinto le elezioni del 1996 malgrado un terzo dei suoi elettori lo considerasse bugiardo e disonesto, argomenta Kuhn, Trump ha vinto in barba alla pessima opinione che di lui avevano buona parte delle persone che lo hanno votato. Nell’uno e nell’altro caso, a determinare la scelta degli elettori —soprattutto di quelli più esposti alle incertezze dell’economia— è stata la speranza di far vincere qualcuno che avrebbe fatto i loro interessi (o almeno di far perdere qualcuno che sicuramente non li avrebbe fatti). Non a caso, Trump ha sfondato laddove Bush aveva invece raccolto poco o niente, vale a dire nelle aree del Paese più duramente colpite dalla liberalizzazione dei commerci e dalla concorrenza dei prodotti cinesi e di altri Paesi in via di sviluppo.

A quanto pare, Obama —un presidente che ha suscitato grandi speranze e delusioni ancora più grandi— non ha capito la lezione, almeno a giudicare da alcune sue dichiarazioni riportate in un articolo di Massimo Gaggi sul Corriere della Sera del 28 dicembre scorso: «Mi fossi presentato io per la terza volta, sarei stato rieletto», sembra abbia dichiarato. 

Ma è così? È vero che nel 2008 Obama aveva ottenuto un ottimo risultato anche fra quei lavoratori bianchi che ora hanno appoggiato Trump. Peccato che, nel frattempo, il suo gradimento sia crollato a causa delle sue scelte pro-globalizzazione, che hanno provocato la perdita di molti posti di lavoro, l’aumento della disuguaglianza e un drastico peggioramento delle condizioni di vita delle classi subordinate. 

Ma lui non cambia idea: continua a essere un fan della “terza via” blairiana e accusa il laburista Jeremy Corbyn di avere “perso i contatti con i fatti e con la realtà”. Invece è lui ad averli persi, avendo rimosso che le classi sociali continuano ad esistere anche se i politici pensano di poterle manipolare con abili strategie comunicative e che, quando le élite tirano troppo la corda, le masse prima o poi si vendicano. 

Certo Trump non è un’arma ideale per compiere la vendetta, ma visto che Obama, Clinton e i Democratici avevano fatto carte false per sabotare la candidatura di Sanders, non c’era alternativa.

lunedì 15 agosto 2016

« SE TUTTI SONO CONTRO DONALD TRUMP...» di Slavoj Žižek

[ 15 agosto ]

Tutti vogliono sconfiggere l’avversario di Hillary Clinton. Da Wall Street ai sostenitori di Sanders, fino ai superstiti del movimento Occupy, dalle grandi multinazionali ai sindacati dei lavoratori, fino agli esponenti più «sensati» dello schieramento repubblicano.

Alfred Hitchcock amava ripetere che «più riuscito è il cattivo, più riuscito sarà il film», e se questo è vero, vorrà dire che le imminenti elezioni presidenziali americane saranno ottime, poiché il «cattivo» (Donald Trump) è il miglior cattivo che si possa immaginare? Sì, ma in un senso assai problematico. Per la maggioranza liberale, le presidenziali del 2016 rappresentano una scelta netta: Trump incarna un’aberrazione ridicola e volgare, capace di sfruttare i peggiori sentimenti razzisti e sessisti, è un maschilista privo del benché minimo senso della decenza, al punto tale che persino i grandi nomi del partito repubblicano sembrano fare a gara per abbandonarlo. Se Trump resterà il candidato repubblicano, avremo un voto che farà appello alla coscienza e alla responsabilità individuale, vale a dire, malgrado tutti i nostri problemi e le beghe meschine, quando si è davanti a una vera minaccia, saremo capaci di unire le forze a difesa dei nostri valori democratici fondamentali.

Tuttavia, è proprio questo consenso democratico così conveniente a metterci in allarme e sarebbe meglio fare un passo indietro e rivolgere lo sguardo su di noi per chiederci: qual è il vero «colore» di questa unione democratica al di sopra delle parti? Ci sono dentro tutti, da Wall Street ai sostenitori di Sanders, fino ai superstiti del movimento Occupy, dalle grandi multinazionali ai sindacati dei lavoratori, dagli ex combattenti dell’esercito agli Lgbt+ (lesbiche, gay, bisessuali e transgender +), dagli ambientalisti e alle femministe, fino agli esponenti più «sensati» dello schieramento repubblicano, spaventati dalle contraddizioni di Trump e dalle sue proposte demagogiche e irresponsabili.

Ma quale elemento viene meno in questo conglomerato? La rabbia popolare che ha alimentato la campagna di Trump è la stessa che ha fatto nascere Sanders, e mentre entrambi esprimono un malcontento sociale e politico molto diffuso, lo fanno in senso opposto: da una parte agitando il populismo di estrema destra, e dall’altro scegliendo l’appello alla giustizia sociale della sinistra. E qui sorgono i problemi: l’ideale di uguaglianza e giustizia della sinistra unisce le forze con i movimenti per i diritti delle donne e degli omosessuali, esalta il multiculturalismo per combattere il razzismo, ecc. L’obiettivo strategico del consenso a favore di Clinton è chiaramente quello di scindere tutte queste lotte dall’ideale di giustizia sociale della sinistra, motivo per cui il simbolo vivente di questo consenso è proprio Tim Cook, il Ceo dellaApple, il quale si vanta di aver firmato una lettera a favore di lesbiche e gay e oggi può tranquillamente dimenticarsi delle centinaia di migliaia di operai che in Cina lavorano per la Foxconn ad assemblare i prodotti Apple in condizioni di schiavitù.

Una posizione parimenti esasperata si è vista con Madeleine Albright, grande sostenitrice «femminista» di Clinton. Nella trasmissione 60 Minutes della Cbs(12 maggio 1996), a questa domanda sulla guerra in Iraq: «Sappiamo che sono morti mezzo milione di bambini, più di quanti sono morti a Hiroshima, un prezzo altissimo da pagare. Come si giustifica?». Albright aveva risposto con tutta calma: «Io so benissimo che si è trattato di una scelta difficilissima — ma noi siamo convinti che sia stata una scelta perfettamente legittima». Tralasciamo pure le questioni sollevate da questa frase (il passaggio interessante da «io» a «noi») e concentriamoci piuttosto su un unico aspetto: immaginiamo che cosa succederebbe se una simile risposta fosse data da un leader come Putin, o dal presidente cinese Xi o dal capo di stato iraniano? Non sarebbero immediatamente denunciati come mostri barbari e senza scrupoli? A sostegno della campagna di Hillary, Albright ha detto: «C’è un posto speciale all’inferno per le donne che non si aiutano a vicenda!» (Significato: tutte quelle che votano per Sanders invece di Clinton). Forse dovremmo correggere questa dichiarazione: c’è un posto speciale all’inferno per tutte le donne (e gli uomini) che pensano che mezzo milione di bambini morti rappresenti un prezzo accettabile per un intervento militare che ha devastato un Paese, mentre in patria appoggiano al cento per cento i diritti delle donne e degli omosessuali…

Trump non è l’acqua sporca che occorre buttar via per salvare il bambino della democrazia americana, lui stesso è il bambino sporco che dovrebbe essere gettato via per scuotere e disorientare la vera acqua sporca delle relazioni sociali che fanno rete attorno a Clinton. Il messaggio lanciato alla sinistra è questo: potete lottare per qualsiasi cosa, ma noi vogliamo tenerci l’essenziale, ovvero il funzionamento senza ostacoli del capitale globale. Lo slogan «Yes, we can!» del presidente Obama assume un nuovo significato: sì, siamo pronti ad accogliere tutte le vostre istanze culturali… ma senza mettere in pericolo l’economia globale di mercato — e pertanto non c’è nessun bisogno di varare riforme economiche radicali. Oppure, nelle parole di Todd McGowan (in un colloquio privato): «Il consenso delle persone di buon senso che si oppongono a Trump mi fa paura. È come se i suoi eccessi abbiano sdoganato il vero consenso capitalistico globale, e per di più tutti costoro si congratulano per la loro apertura mentale».

Per questo motivo Julian Assange ha ragione nel guidare la sua crociata contro Hillary, per questo motivo i liberali che lo criticano per aver attaccato l’unico candidato capace di salvarci da Trump si sbagliano. L’oggetto da combattere e sconfiggere in questo momento è precisamente questo consenso democratico contro il Cattivo. E il povero Bernie Sanders? Sfortunatamente, Trump ha colto nel segno quando ha paragonato il suo sostegno a Hillary a un attivista di Occupy che si schiera con Lehman Brothers. Sanders dovrebbe semplicemente ritirarsi e mantenere un silenzio dignitoso, in modo che la sua assenza si faccia sentire da tutti durante il trionfo di Hillary, per ricordarci tutto quello che manca in questa occasione e, a modo suo, mantenere lo spazio libero per alternative future ben più radicali.

martedì 26 luglio 2016

LA FINE INGLORIOSA DI BERNIE SANDERS di Giorgio Cremaschi

[ 26 luglio ]

Sanders si è rivelato per quel che doveva essere: un'arma delle élite oligarchiche USA per smorzare la rabbia operaia e popolare ed incanalarla a proprio favore. Un caso di "populismo delle classi dominanti".


Bernie Sanders ha raccolto un valanga di no e anche fischi quando ha proposto ai suoi sostenitori di votare Hillary Clinton pur di battere Donald Trump. Non credo che sia perché tra di loro ci siano simpatie per il miliardario reazionario. Ma perché la candidata ufficiale del partito democratico rappresenta la pura continuità dell'establishment contro cui i seguaci del senatore del Vermont si sono mobilitati.

Clinton è per la Nato, per il TTIP, per la globalizzazione e le delocalizzazioni che hanno devastato l'industria americana. Trump promette di tassare i prodotti che le grandi imprese americane, tutte, costruiscono all'estero per risparmiare sul costo del lavoro e vuole mettere in discussione il WTO. Clinton promette nuovi interventi americani, nuove guerre per esportare democrazia, mentre Trump vuole che gli Stati uniti siano più isolazionisti e si occupino dei problemi di casa loro. Certo poi Trump sparge veleni e minacce xenofobe e sessiste ed in ogni caso è poco credibile come NoGlobal, ma come si fa a sostenere la candidata di Wall Street , delle multinazionali, della grande finanza? Come si fa a votare assieme Bloomberg?

La situazione politica degli Stati Uniti somiglia sempre di più a quella della vecchia Europa. Che per altro da decenni fa il possibile per copiare il modello politico degli USA. Il risultato è che la sinistra ufficiale è diventata la paladina di un sistema sempre più ingiusto e in mano ai ricchi, mentre la destra reazionaria finisce per occupare lo spazio vuoto in mezzo alle popolazioni impoverite.

Bernie Sanders aveva rotto questo gioco e portato di nuovo in campo la ragione sociale dimenticata della sinistra: l'anticapitalismo. Sanders sarebbe stato l'avversario più difficile per Trump, quello capace di smascherarne il finto interesse per le condizioni del popolo. Ma il partito democratico preferisce perdere con Clinton che vincere con un senatore che parla di socialismo. E ha fatto letteralmente, come ha svelato WikiLeaks, carte false per farlo perdere di fronte alla candidata del Palazzo.

Alla fine le elezioni presidenziali USA sono diventate l'alternativa tra la peste ed il colera, come dice in Francia chi ha lottato contro la Loi Travail e non voterà mai più per Hollande senza per questo scegliere Le Pen. Con queste altrenative la politica democratica non esiste più, questo dicono le elezioni negli Stati Uniti come molte di quelle che si annunciano in Europa. E infatti sempre meno persone vanno a votare su entrambe le sponde dell'Atlantico.

PERCHÉ HILLARY HA GIA' PERSO di Luciano Barra Caracciolo

[ 26 luglio ]

Un ottimo intervento dell'amico Luciano Barra Caracciolo.
Di passata: i sinistrati nostrani, quelli che non sono guariti dall'ossessione dell'antiberlusconismo, ci ripropongono il medesimo schema oltreoceano: Trump è il male assoluto, ci tocca sostenere la Hilary Clinton (tanto amata da Wall Street). Del resto... l'ha detto anche il compagno Sanders. Sul quale avvertivamo...



1. Il tassametro del terrore e dell'infusione di paura corre sempre e facciamo fatica a stare aggiornati: si va dall'iniziale frame del disastro della svalutazione in caso di uscita dall'euro (salvo poi registrare, tra secondo semestre 2014 e primavera 2015, un svalutazione del 25% della moneta unica verso il dollaro e definirla un vantaggio; tanto più che del quasi 20% di svalutazione euro/dollaro subito dopo l'introduzione del primo, nessuno pare ricordarsi più), si passa (vado per sommi capi) per il terrorismo di ogni tipo sulla Brexit, e si finisce con l'emergenza terrorismo islamico, sulla quale non ha neppure senso insistere (specie per chi non comprende l'importanza della tecnica di controllo dei, vari e variegati, "confitti sezionali", ex multis v. qui p.4, sulla teorizzazione di Rodrik al riguardo).
E non ha senso, perché date le "risorse culturali" lasciate in campo da 30 anni almeno - a seconda di quando si individua il "punto zero"- di propaganda mediatica a sostegno del neo-ordo-liberismo a trazione federalista-€uropea, gli eventi avranno il loro corso incanalato, per molti versi deja-vù, con l'unica variabile fuori controllo dell'errore di calcolo (a carattere psicotico).

2. Ma sempre in tema di infusione di paura, cioè terrorismo mediatico, e errori di calcolo, non possiamo trascurare il tema "Trump"
Il rubicondo tycoon non è certamente un modello di democrazia sostanziale (d'altra partenessuno statunitense potrebbe veramente esserlo) e neppure di politically correctness (e questonon è necessariamente un difetto); ma la sua irruzione sulla scena politica, ha creato un certo panico nelle fila di Wall Street e dei suoi fedeli mandatari.
L'opera di neutralizzazione dello "spettro" Trump, l'aveva cominciata Wolf, anticipando il mood, sprezzante verso le scelte dell'elettorato laddove si rivelino idraulicamente non controllabili, che avrebbe poi caratterizzato la valutazione dell'esito del referendum Brexitda parte dell'establishment mediatico-oligarchico.

3. Più di recente, a primarie vinte da Trump, (tralasciando le fonti italo-€uropee del "panico da prestazione"...di Hillary, non di Bill), persino Michael Moore si esibisce sconsolato in una lunga analisi sul perché vincerà Trump - o perderebbe la Clinton-, rifacendosi ad un'analisti sbilanciata sul sovrastrutturale (dando per scontato che il melting-pot, visto come epopea positiva, abbia prodotto una maggioranza benpensante di poveri&gggiovani-ma buoni, multirazziale e culturalmente ricca di consapevole buon senso progressista) e toccando solo tangenzialmente l'aspetto strutturale (quando parla degli effetti del NAFTA su Michigan, Ohio, Pennsylvania e Wisconsin: naturalmente le famiglie operaie bombardate a zero dalla globalizzazione forzata sono grette e irriconoscenti).
Ora l'errore di calcolo deriva da un atteggiamento di eccessiva confidenza nel "metodo"che caratterizza questa eccezionale, per forza e durata, concentrazione di potere oligarchico-finanziario.

4. Nel caso della Clinton, l'errore che forse può rivelarsi decisivo è la designazione come vice-presidente, in ticket di candidatura, di Tim Kaine; una designazione che si rivela motivo di polemica, proprio nel marasma che si preannuncia essere la Convention democratica di proclamazione della sua candidatura, caratterizzata, da subito, dallo scontento dei sostenitori di Sanders ("aiutato" dall'ennesimo mailing-leak) per la "strana conduzione" del voto delle primarie nonché per l'intransigenza della Clinton nell'accettare, nella sua piattaforma programmatica, elementi diversi da quelli della cosmesi instillata dai suoi ricchi sponsor.

Diciamo subito che sarei stato stupito - e, in un certo senso, anche deluso- se la Clinton avesse scelto come candidata-vice Elizabeth Warren, una delle più illuminate figure politiche prodotte, quasi a sorpresa, dal sistema USA: la senatrice Warren, ph.d in law e insegnante di diritto, ma versata in studi economico-finanziari, è forse la più efficace avversatrice dell'establishment politico prostrato dinnanzi al potere di finanziamento politico-elettorale di Wall-Street e dintorni, ma anche dello stesso Trump (v.qui, infine), che con lei, attenta ai fatti e con una limpida conduzione politica e professionale, non ha vita facile. 

5. Elizabeth, presenta un generale profilo del tutto opposto alla Clinton: ha avversato con solide argomentazioni (applicabili in toto al TTIP), il TTP, evidenziandone in un epico discorso al Senato, il carattere di "privilegio speciale" per le multinazionali, dannoso per lavoratori, consumatori e diritti umani, e, soprattutto, è la più eminente e autorevole sostenitrice del Glass-Steagall Act del 21° secolo (questione spiegata in una sintesi di esemplare chiarezza).
Ce n'è abbastanza per spiegare la sua mancata candidatura a vice della Clinton, nonostante la sua tiepida apertura in tal senso in occasione delle (chiacchierate) primarie in California.
Di tutt'altra pasta è Kainecome emerge da una vox populi piuttosto ben informata, e attenta ad aspetti molto concreti e tecnici, dunque ben diversa da quella che immagina Moore quando dipinge il dissenziente dalla linea Clinton-progressismo cosmetico, Kaine è stato un acceso sostenitore del TTP, come pure propugna ovviamente il TTIP e, addirittura, si spende per un'ulteriore deregulation bancaria, ritenendo alcuni grossi istituti "regionali", troppo gravati da oneri di informazione, fino a entrare in polemica con la Yellen (alla faccia dell'indipendenza della BC che, quando intralcia il lavorone del capitalismo finanziario, può essere tranquillamente bypassata).

6. La linea Clinton, dunque, non soffre di tentennamento alcuno: e questo non potrebbe essere che segno o di una certezza di vittoria per motivi che ancora non risultano noti nel contesto politico, e che agli attuali comentatori, così come ai sostenitori di Sanders, paiono sfuggire, o di una miopia dettata dall'arroganza di credere che, avere i più forti dalla propria parte, garantirebbe sempre e comunque la capacità di condizionare l'elettorato.
Naturalmente, la Clinton, a questo giro, potrebbe pure prevalere: ma in prospettiva a che prezzo
Sarebbe solo un ritardare la ormai inarrestabile sollevazione della ignorata e, sostanzialmente disprezzata, ex-middle class. 
In una linea di tendenza che lascerebbe sul fronte interno, solo macerie e un futuro crescente malcontento, tale da travolgere entrambi i partiti tradizionali, passando per una recessione nel 2018, come previsto, scherzando ma non troppo, da un grande economista come Reich...

venerdì 13 maggio 2016

E se la Clinton non fosse meglio di Trump? di Carlo Formenti

[ 13 maggio ]

La gara presidenziale americana assume contorni sempre più definiti: da un lato Trump, che ha sbaragliato i contendenti, malgrado l’apparato Repubblicano abbia speso fino all’ultima goccia di energia (e di milioni, inutilmente bruciati in tambureggianti campagne negative contro il magnate populista) per sbarrargli la strada, dall’altro lato la Clinton che prevarrà quasi certamente su un Bernie Sanders assai più amato dalla base Democratica e dagli indipendenti, ma impossibilitato a sfuggire alla trappola di dispositivi e regole elettorali appositamente studiati per imporre la volontà dei vertici del partito (e delle lobby che lo foraggiano).

Questa contesa si prospetta come uno scontro fra un outsider sempre più isolato e una grande coalizione fra Democratici “istituzionali”, Repubblicani decisi a espellere il corpo estraneo che si è insinuato nelle loro fila, Democratici di sinistra e indipendenti rassegnati a votare la Clinton come il minore dei mali (scelta che lo stesso Sanders, salvo sorprese, finirà per appoggiare). Ma gli eventi imboccheranno davvero una via così semplice e lineare? E soprattutto: siamo sicuri che l’ascesa al potere di un nuovo membro della dinastia Clinton sarebbe il minore dei mali?

Per tentare una risposta, partiamo dagli argomenti con cui la stampa americana (ma anche quasi tutta la stampa occidentale, schierata contro il pericolo populista) spiega ai lettori che una vittoria di Trump “sarebbe un disastro sia per i Repubblicani che per l’America”. A finire sotto accusa sono in primo luogo le idee razziste, sessiste e omofobe di Trump? Ebbene no. Benché questi temi siano ovviamente ricorrenti, l’attenzione si focalizza con più decisione su economia e politica estera.

Nell’appena citato articolo dell’Economist, per esempio, il “disastro” paventato consiste nel fatto che Trump: 
1) per difendere gli interessi dei colletti blu massacrati dal processo di globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, promette di stoppare gli accordi internazionali di libero scambio e costringere le multinazionali a tornare e a investire in patria, sotto minaccia di pesanti sanzioni; 
2) propone di reintrodurre dazi a protezione dell’economia nazionale; 
3) promette di imporre regole più stringenti a Wall Street, per impedire che si ripetano i disastri del 2008 e che i cittadini siano chiamati a pagarne i danni al posto delle banche che li hanno provocati; 
4) parla di ridurre l’impegno militare degli Stati Uniti all’estero, arrivando addirittura a prospettare lo smantellamento della NATO, considerata un anacronismo dopo il crollo del Muro.

* Fonte: Micromega

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