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sabato 1 febbraio 2020

BREXIT IS DONE! (facciamoci due risate)

E' fatta. Il Regno Unito è fuori dall'Unione Europea.
Una buona notizia per tutte le forze democratiche e patriottiche europee.
La prima lezione: dalla gabbia si può uscire.
Seconda lezione: basta volerlo.
Terza lezione: smentiti clamorosamente tutti i profeti di sventura
Di seguito un esilarante elenco di tutte le loro catstrofiche previsioni.

giovedì 19 dicembre 2019

LA BREXIT PARLA ANCHE A NOI di Liberiamo l'Italia

[ giovedì 19 dicembre 2019 ]

Volentieri pubblichiamo la risoluzione sulle recenti elezioni in Gran Bretagna approvata dal Coordinamento nazionale di LIBERIAMO L'ITALIA.

*  *  *

BREXIT!


Le elezioni della scorsa settimana in Gran Bretagna, di fatto un secondo referendum sulla Brexit, ci hanno consegnato un risultato storico. Dopo tre anni di melina parlamentare, di pressioni di tutti i tipi per cancellare la vittoria del leave nel 2016, la scelta di uscire dall’UE è stata clamorosamente confermata. Liberiamo l’Italia saluta con soddisfazione questo successo.

Si tratta di un risultato storico perché, mentre da un lato dà forza a chi (come noi) si batte per la riconquista della sovranità nazionale, dall’altro esso segna un serio indebolimento dell’Unione europea, della sua pretesa egemonica e del suo espansionismo. Di più, smentendo tutti i catastrofismi del caso, il voto del 12 dicembre dimostra che dalla gabbia europea si può uscire, eccome.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, in qualità di presidente della Commissione europea, Romano Prodi parlava di una UE che un giorno sarebbe andata da Lisbona a Vladivostok! Adesso, non solo si è fermata l’espansione ad est, ma problemi serissimi sono sorti ad ovest, segno evidente dell’esaurimento di quella spinta unionista su cui tanto confidavano le oligarchie del continente.

Certo, a guidare la Brexit sarà il liberista Boris Johnson. Ma ciò è dipeso dal fatto che alla chiarezza del suo decisivo slogan — get brexit done — si è contrapposto il ponziopilatismo di Corbyn proprio sul decisivo punto del rispetto dell’esito del voto popolare di tre anni fa. In questo quadro, lo stesso programma di Corbyn – per quanto apprezzabile e positivo per diversi aspetti – è risultato astratto e velleitario, dato che non ci voleva molto a capire la sua totale irrealizzabilità nella cornice dell’Unione europea.

La sconfitta laburista non è stata dunque il frutto di un destino cinico e baro, bensì la diretta conseguenza delle contraddizioni e delle scelte della sua leadership, incapace di vedere come il nodo della Brexit sarebbe stato quello decisivo, quello che avrebbe determinato una vera polarizzazione tra le classi. Sta di fatto che mentre i laburisti hanno vinto nei ricchissimi quartieri londinesi di Chelsea e Kensington, essi hanno perso nelle più povere zone (oggi largamente deindustrializzate) del nord Inghilterra, quelle dove un tempo facevano il pieno di voti. Quelle dove già nel 2016 il leave aveva ottenuto percentuali altissime.

Ma la Brexit parla anche a noi. Parla ai popoli dell’intera Unione, ed in particolare a quelli che (come il nostro) soffrono maggiormente l’oppressione eurista. La Brexit ci parla della forza della volontà popolare, della praticabilità di un percorso di liberazione, della necessità di percorrerlo senza indugio. 

E’ un segnale che Liberiamo l’Italia intende cogliere fino in fondo. La via dell’uscita dalla gabbia europea non sarà certo facile, ed è necessario aprire un dibattito su come percorrerla concretamente nel nostro Paese, ma è quella che dobbiamo intraprendere. Contro l’euro-dittatura, per un’alternativa antiliberista, per applicare finalmente la Costituzione del 1948. 

Coordinamento nazionaledi Liberiamo l’Italia
18 dicembre 2019

martedì 17 dicembre 2019

BREXIT: LA SINISTRA DELLO SCANDALO di Sandokan

[ martedì 17 dicembre 2019 ]

Nel tempo, su questo blog, abbiamo detto tanto riguardo alla Brexit, fino alle ultime considerazioni di Moreno Pasquinelli.

C'è poco da aggiungere: l'uscita dalla Ue è una buona cosa, poiché, malgrado alla sua guida ci sia un liberista come Boris Johnson, contribuisce a demolire la gabbia eurocratica.

Una cosa tuttavia, ora che giungono analisi più dettagliate del voto britannico, la voglio aggiungere. Si conferma che Johnson, anche grazie alla sua postura populista, ha vinto non grazie all'appoggio della grande borghesia inglese, ma malgrado essa abbia votato per per i laburisti.

Un vero e proprio "tradimento di classe", a cui fa da contraltare quello di larghissime fette di proletariato inglese che ha votato per Boris Johnson. La conferma viene dalla sua vittoria schiacciante in decine di collegi proletari dell'Inghilterra del Nord, tradizionalmente laburisti e anti-tory.

Non solo quindi le recenti elezioni sono state un referendum, questo ha avuto un evidente segno di classe, per quanto le classi fondamentali si siano scambiate le tradizionali maschere di destra e sinistra.

Una prova inconfutabile di questo rovesciamento l'abbiamo proprio a Londra. Ecco cosa ci dice Aldo Cazzullo sul CORRIERE DELLA SERA di oggi:
«Un'altra immagine che resterà dello storico voto britannico è il pungo chiuso con cui la deputata laburista Emma Dent Coad ha salutato i sostenitori, dopo l'annuncio della sua rielezione nel collegio di Kensington e Chealsea. Kensington e Chealsea sono i quartIeri più costosi di Londra, quindi del mondo. hanno qui casa Madonna, Hugh Grant e altri milionari meno famosi...».
Milioni di lavoratori inglesi, pur strappare la Brexit hanno voltato le spalle al Labour e a Corbyn-finto-Ponzio-Pilato. E bene hanno fatto a votare per il Brexit Party di Farage (che non ha ottenuto seggi a causa del micidiale meccanismo elettorale  maggioritario) o direttamente per i Tory di Johnson.

Essi hanno solo messo le corna ai laburisti o il loro gesto annuncia uno storico divorzio?
Il tempo di darà la risposta...




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venerdì 13 dicembre 2019

LA BREXIT ED I PUGILI SUONATI di Piemme

[ venerdì 13 dicembre 2019 ]


«Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso... e pubblica il falso».
Mark Twain


A causa della batosta subita in Gran Bretagna gli euroinomani sembrano pugili suonati. 
Ma facciamo un passo indietro. 

Non fa eccezione l'amico Stefano Fassina il quale, invece di salutare la brexit in quanto è una bruciante sconfitta dell'élite eurocratica si è focalizzato su quella "drammatica (?!) del partito laburista".


Ricorderete che dopo il referendum del giugno 2016 che diede la vittoria alla brexit, essi minacciarono sicuri sfracelli per l'economia britannica. Profetizzavano così l'inevitabile crollo del Pil e del commercio con l'estero, il fulmineo e catastrofico deprezzamento della sterlina, l'impennata dei prezzi a causa dei maggiori costi delle importazioni, la recessione.
Un esempio "a caso". Quel giornalaccio de IL FATTO QUOTIDIANO scriveva ancora nel luglio 2017:
«Brexit, l’economia inglese accusa il colpo: salgono i prezzi, le famiglie si indebitano e May studia nuovo piano di austerity... Nel primo trimestre la Gran Bretagna è stata fanalino di coda del G7 per crescita del pil. Il reddito disponibile è stato inferiore del 2% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, il maggior declino dal 2011. In difficoltà a causa dell'inflazione, molti lavoratori stranieri stanno valutando se andarsene. Nel settore della raccolta frutta c'è già penuria di manodopera e le fragole potrebbero rincarare del 50%».
Non il rallentamento economico globale la causa di quelli britannico bensì... la brexit alle porte. Identiche bugie — a scopo evidentemente intimidatorio e ricattatorio verso i cittadini britannici — erano diffuse a tutto spiano dalla stampa europeista, Regno Unito compreso.

E ora veniamo a noi.

Giunti i risultati definitivi delle elezioni che hanno dato la vittoria schiacciante alla brexit abbiamo che la borsa di Londra è in rialzo e che la sterlina si apprezza, e non di poco sul dollaro (segno evidente di un afflusso di capitali in fuga da altre zone, tra cui quelle euro). Segno che non il "panico dei mercati" abbiamo avuto, ma il contrario.

Ed i nostri euroinomani, come pugili suonati, pur di tener fede alla loro profezia che fuori dall'Unione c'è solo il baratro ci raccontano, udite! udite!, che l'ottimo stato di salute della City non abbia connessione con la vittoria di Boris Johnson, che dipenda solo dall'annunciato accordo commerciale USA-Cina. Alcuni economisti si sono spinti a dire questa mattina che la rivalutazione della sterlina sulle altre valute sarebbe "la più grave minaccia per l'economia inglese poiché farebbe crollare le loro esportazioni".

Avete capito? Ci sarà l'abisso inglese, ma per ragioni opposte a quelle che indicavano fino ad un mese fa.

Aveva proprio ragione Mark Twain:
«Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso... e pubblica il falso».

Ps

Forse qualcuno si ricorderà che anni addietro gli euroinomani, contro chi auspicava l'uscita dall'euro, usavano l'argomento che in tal caso avremmo avuto una svalutazione abnorme e fuori controllo della nuova lira. Chi come noi sosteneva, tra essi anche gli amici della MMT,  che sarebbe ben stato possibile il contrario veniva deriso. A chi da ragione quanto sta oggi accadendo?


VIVA LA BREXIT di Moreno Pasquinelli



[ venerdì 13 dicembre 2019 ]

L'Unione europea, con tutta la sua muta di isterici ideologi europeisti, dopo quelle del referendum pro-brexit del 23 giugno 2016 e del 4 marzo 2018 in Italia, ha subito una seconda ancor più contundente e clamorosa sconfitta.

Lorsignori ora tendono a minimizzarne la portata, ma sanno che da oggi nulla è più come prima: la spinta propulsiva unionista è morta, ed è ufficialmente aperta la fase della disintegrazione dell'Unione europea. E' dubbio che a questo processo di consunzione possa sopravvivere lo stesso nocciolo carolingio franco-tedesco.


*  *  *

Il coraggioso programma di riforme sociali antiliberiste proposto da Jeremy Corbyn — simile a quello di François Mitterrand ai francesi nel 1981, e che quest'ultimo si rimangiò solo un anno dopo — non ha evitato la enorme disfatta del Labour (mai scesi così in basso dal 1935!) e il trionfo indiscutibile, non tanto del partito conservatore, ma di Boris Johnson.

La ragione che spiega entrambi è una e una sola, si chiama Brexit. Boris Johnson ha stravinto perché se ne è fatto araldo, mentre Corbyn, proponendo un secondo referendum in caso di vittoria, è passato come paladino del remain nonché considerato ostaggio dell'establishment cosmopolitico e antinazionale londinese.

Corbyn, incapace,  come Johnson ha invece saputo fare nel suo campo —, di sbarazzarsi della palla al piede dei potenti notabili euro/globalisti, ha immaginato di poter contrastare la forte spinta patriottica in seno al popolo britannico (inglese anzitutto), e di poter riconquistare il voto proletario, opponendo alla destra liberal-nazionalista il vecchio conio del riformismo sociale radicale, per di più adottando una indecente postura ponziopilatesca sulla brexit. Ha miseramente fallito, anche perché ha mentito affermando che le sue radicali riforme socialistoidi sarebbero state possibili proprio restando nell'Unione europea...sic!

Ed ha miseramente fallito perché così ha compiuto quattro errori politici clamorosi.

Il primo è che mentre egli evocava un secondo referendum, non s'è accorto che proprio queste elezioni erano diventate, de facto, il secondo referendum che tanto invocava. Il secondo è quindi che Corbyn non ha creduto che proprio la questione brexit versus remain fosse, nel rango delle questioni in ballo, quella che la grande maggioranza dei cittadini britannici (di sicuro quelli inglesi) ha (giustamente) considerato la decisiva e dirimente. Il terzo è che, sottovalutata la potenza della spinta patriottica anti-Ue, ha posto il Labour di traverso opponendo, seppure in modo peloso, l'opzione del remain. Il quarto infine: egli ha snobbato un fattore decisivo, la potente spinta democratica e anti-élitaria che alimentava brexit. 

Ne vengono alcune decisive lezioni politiche per la sinistra patriottica italiana, tre principalmente: una teorica, una strategica ed una tattica.


Sul piano teorico


La contraddizione tra capitale e lavoro salariato, se la spogliamo del suo aspetto metafisico, è sempre surdeterminata. Ammesso che sia la principale, essa s'impone semmai solo in ultima istanza. Ciò significa che essa non si da mai in maniera pura e lineare, ma risulta sempre correlata ad altre contraddizioni, condizionata e a sua volta determinata dagli altri fattori sociali, politici, culturali e spirituali che animano la sfera sociale. Ciò significa (analisi concreta della situazione concreta) che avviene, e può accadere spesso, una dislocazione delle contraddizioni, uno spostamento per cui quella secondaria può diventare principale e viceversa.

Sul piano strategico

Nel contesto dato ciò significa che la contraddizione principale di questa fase è quella tra le tradizionali forze produttive nazionali e il capitalismo finanziarizzato globale e la sua narrazione cosmopolitica. Di qui le prime che contro il secondo, dopo decenni di sfrenato liberoscambismo e di evaporazione delle entità statuali, esigono protezione e rivendicano la primazia del principio della sovranità nazionale, democratica e popolare. Chiediamoci dunque: rebus sic stantibus, cos'è funzionale e, di converso, disfunzionale alla prospettiva storica della causa rivoluzionaria e socialista? E' funzionale la resilienza delle forze produttive nazionali (e la principale tra esse resta il lavoro salariato, per quanto proteiforme esso sia diventato), mentre è disfunzionale il suo opposto, lo spappolamento progressivo degli stati-nazione e l'affermazione di un ordine ultra-capitalistico mondiale.


Sul piano tattico

Se la premessa è vera e l'enunciato strategico è giusto, da ciò deriva per le forze rivoluzionarie, lo andiamo dicendo da un decennio, un radicale riorientamento tattico, un riposizionamento spaziale e politico. Ci siamo oramai lasciati alle spalle il periodo in cui quello della sinistra era il campo naturale dei rivoluzionari e quello della destra quello del nemico principale. Se la polarità oppositiva che conta è quella tra l'ordine statale-nazionale e il disordine del super-capitalismo finanziario transnazionale (o capitalismo casinò) è nel campo della resistenza nazionale che occorre stare, non invece in quello contrario. E occorre starci non in modo attendista, né tantomeno codista rispetto alle forze sociali e politiche nazional-liberiste, bensì agendo come forza socialista indipendente. Il momento buono per lanciare la sfida decisiva per l'egemonia alle destre borghesi e nazional-liberiste arriverà inevitabile. Verrà infatti prima o poi a galla l'esplosiva contraddizione, per ora solo incipiente, racchiusa nel "campo sovranista": quella tra il suo lato democratico e popolare e quello borghese nazional-liberista e populista. Occorrerà esserci e farsi trovare pronti quando questo momento verrà. E per farlo occorre essere ben organizzati e non compiere errori.


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giovedì 23 maggio 2019

SÌ, IO VOTO PER IL PARTITO DELLA BREXIT di Amanda Hunter

[ Giovedì 23 maggio 2019 ]

Una testimonianza straordinaria dal Regno Unito, quella di Amanda Hunter, mentre proprio oggi i cittadini votano per le elezioni europee. Poche pagine che ci spiegano ciò che i media non vogliono spiegare, anzitutto cos'è davvero il Partito della Brexit e quale spinta lo sorregge e quali aspettative sta suscitando. Ci dicono infine che non va fatta confusione tra il Partito della Brexit di Farage e l'UKIP, che corre alle elezioni per fatti suoi.


«Oggi, 23 maggio, io e i miei concittadini andremo alle urne per votare nelle elezioni europee del 2019 per quello che molti di noi sperano sarà l'ultima volta. Certo, avrebbe dovuto essere l'ultima volta nel 2014. Ma eccoci qui, tre anni dopo che 17,4 milioni di noi votarono per lasciare l'Unione Europea, di nuovo alle urne per eleggere i rappresentanti in un'istituzione alla quale la maggioranza di noi non desidera più appartenere.

Perché? Perché, come ho spiegato in precedenza su SOLLEVAZIONE — QUI, QUI e QUI — oltre il 75% dei nostri "rappresentanti" in parlamento non vogliono che noi usciamo dalla Ue e hanno fatto tutto quanto in loro potere per di impedirci di farlo. Quando ho scritto a gennaio che i rappresentanti eletti della "madre di tutti i parlamenti" si erano rivoltati contro le stesse persone che intendevano rappresentare e servire e avevano pianificato e complottato per rovesciare il più grande mandato democratico nella storia politica britannica moderna, sono stata accusata di seguire teorie complottiste. Eppure, eccoci qui, due mesi dopo la data stabilita nell'articolo 50 per la nostra uscita, il 29 marzo 2019, non solo ancora incatenati all'istituzione anti-democratica che abbiamo votato per lasciare nel referendum del 2016 ma, per aggiungere al danno la beffa, costretti a votare alle elezioni al Parlamento europeo. Dico costretti, perché se uno è un democratico, non c'è altra scelta.

Alle ore 23.00 del 29 marzo 2019, la democrazia si è effettivamente spenta nel Regno Unito. Il 22 marzo, appena 7 giorni prima dell'uscita, "con o senza accordo" con l'Unione europea, il primo ministro May ha annunciato che — contrariamente a quanto era stato stabilito dalla legge britannica dopo l'attivazione dell'articolo 50 (votato da 498 parlamentari) —, alla fine non ce ne andremmo. Non il 29 almeno. La nostra uscita dovrà essere ritardata ci è stato detto. I parlamentari hanno bisogno di più tempo, ha insistito il nostro Primo Ministro. La May rassicurava i cittadini: solo altre due settimane per consentire ai parlamentari di raggiungere un compromesso e approvassero l'Accordo di uscita del governo [Government’s Withdrawal Agreement].

Di quanto tempo ancora avete bisogno? Chiesero i Brexiteers? Il Parlamento aveva avuto quasi tre anni per raggiungere un accordo. Invece aveva sprecato il tempo, complottando e ri-complottando per ritardare la Brexit nella speranza che l'elettorato, sufficientemente logorato, cambiasse idea e che, nella eventualità della approvazione del secondo referendum per cui entrambe le parti stavano premendo sin dal giugno 2016, il risultato sarebbe stato a favore del Remain. Una nuova data venne fissata per il 12 aprile, per poi essere estesa all'undicesima ora fino al 31 ottobre 2019.


Non c'è da stupirsi allora, quando decine di migliaia di Leavers si sono riuniti in Piazza del Parlamento [Parliament Square] venerdì 29 marzo per esprimere il loro dissenso, l'umore, anche se ribelle e arrabbiato, è stato temperato dalla rassegnazione, dalla disillusione e dalla paura per il futuro della democrazia britannica. Questo raduno, organizzato dal gruppo Leave Means Leave, è stato il culmine della March to Leave, che era partita da Sunderland nel nord dell'Inghilterra due settimane prima. Raccogliendo i sostenitori lungo il percorso, si era diretto verso Londra per esprimere la rabbia e la frustrazione di 17,4 milioni di elettori e inviare un messaggio ai parlamentari seduti in Parlamento che "quando è troppo è troppo". Sono partita dall'Italia per unirmi ai manifestanti, alcuni dei quali avevano percorso tutti i 435 km, per fare l'ultima tappa verso Parliament Square insieme loro.

Nonostante la bonarietà e il senso di solidarietà condivisa dai manifestanti, e malgrado l' ardente determinazione nel far sentire la propria voce, l'atmosfera era anche di disincanto. Tra i Leavers con cui ho parlato, molti dei quali avevano preso una giornata di ferie e hanno viaggiato per centinaia di chilometri per partecipare alla manifestazione, si sentiva la rabbia, la frustrazione e un senso di disperazione. Con un governo e un parlamento non disposti a rispettare il nostro mandato, cosa si potrebbe fare? Migliaia sono arrivati per far sentire le loro voci, per sostenere la causa della Brexit e sostenere i discorsi ispiratori da palco, ma sembrava che pochi credessero che la Brexit sarebbe effettivamente accaduta. E 'stato sette settimane fa. Il primo ministro laburista Harold Wilson una volta disse che "una settimana è un lungo periodo in politica" — beh, visti gli eventi tumultuosi che hanno avuto luogo da quel fatidico giorno, sette settimane sono una vera e propria epoca.

L'umore ora non potrebbe essere diverso. Mentre oggi l'elettorato britannico si reca alle urne, i democratici che hanno votato Leave hanno un nuovo partito che li rappresenta, un nuovo partito non solo disposto a portare la fiaccola della Brexit, ma determinato a condurli fuori dall'Unione europea. Questo partito si chiama giustamente Partito Brexit, lanciato meno di sei settimane fa a Coventry.

Quando ho saputo che un gruppo di persone guidate da Nigel Farage e dall'attivista del Leave Richard Tice stava organizzando un partito politico da candidare alle elezioni europee — nell'eventualità che il Regno Unito fosse tenuto a partecipare a quelle elezioni — ho immediatamente fornito il mio appoggio.  Se conosceste il mio background politico — e dato che state leggendo quanto scrivo sul blog SOLLEVAZIONE —, immaginerete quale sia stata la mia posizione sul tradizionale continuum politico sinistra-destra — riterrete la mia decisione di sostenere un partito guidato da Nigel Farage come ... beh, un po 'strano, e politicamente addirittura schizofrenico.

Per una donna che ha affinato le sue idee politiche in compagnia di comunisti rivoluzionari ed è rimasta (più o meno) fedele alle sue radici marxiste, la decisione di sostenere un partito guidato da Nigel Farage, merita almeno qualche spiegazione. Quindi, per motivi di chiarezza, posso dirvi che la mia decisione non è frutto di una conversione recente alle idee della destra politica — anche se in realtà sarebbe giusto dire che Farage è più liberale e libertario di quanto i media tradizionali e i suoi detrattori di sinistra vorrebbe farci credere. No, i fondamenti della mia visione politica rimangono relativamente intatti e quindi del tutto distinti da quelli di Nigel Farage e del presidente del Partito Brexit, il ricco uomo d'affari Richard Tice. La ragione per cui ho deciso di partecipare al Partito Brexit è stata piuttosto semplice: la democrazia.

Come i 70 candidati che hanno deciso di candidarsi per il Partito Brexit alle elezioni europee di questa settimana, voglio che il mandato ad uscire dall'Unione europea, consegnato da 17,4 milioni di elettori nel referendum UE 2016 — il più grande mandato democratico nella storia moderna britannica — venga rispettato e messo in pratica. Ma, cosa molto più importante di questo, credo fermamente, come fanno i candidati stessi, che la democrazia britannica sia seriamente minacciata e che abbia bisogno di venir difesa con urgenza. Dalla risposta dei cittadini — 110.000 sostenitori paganti dal suo lancio, poco meno di sei settimane fa — sembrerebbe che tale convinzione sia ampiamente condivisa.

Per tornare alla mia storia, meno di una settimana dopo aver appreso dei piani di Farage, ho partecipato al rally di lancio del Brexit Party a Birmingham. I biglietti erano andati esauriti giorni prima, quindi non sono stata sorpresa di trovare un auditorium pieno zeppo. Contrariamente alla caricatura diffusa dai media mainstream, era una platea mista, con persone di tutte le età e di diverso background culturale, sociale e politico. Ho parlato con persone di entrambe le tradizioni politiche di sinistra e di destra, con persone dai 20 ai 50 anni. Sì, c'erano più persone anziane, ma questo non dovrebbe sorprendere visto che questo riflette la demografia dei votanti Leave. Il messaggio della manifestazione era chiaro e semplice: il Partito Brexit è stato lanciato per difendere la democrazia e per costruire un movimento che dica alla classe politica che ci pensi due volte prima di rinnegare la Brexit, come i recenti avvenimenti nel parlamento britannico — alcuni dei quali ho già riportato in precedenti articoli:  QUIQUI e QUI — sembra di di essere l'intento di molti parlamentari.

Se si dovesse avere bisogno di ulteriori prove del tradimento e della duplicità del governo della May e del parlamento che  presiede, martedì scorso il primo ministro ha rilasciato una dichiarazione in cui ha offerto un "nuovo accordo" con ulteriori concessioni miranti a ottenere i voti parlamentari per il suo Accordo di Uscita — altrimenti noto come BRINO (Brexit solo Nome). Le concessioni, che hanno seguito la rottura dei colloqui di sei settimane tra il primo ministro May e leader dell'opposizione, Jeremy Corbyn, la scorsa settimana, hanno incluso un'unione doganale "temporanea" e l'allineamento con il mercato unico, che, se approvata, in Parlamento, rappresentano un profondo tradimento del referendum del 2016, in cui i cittadini britannici hanno votato per lasciare l'UE, tra cui TUTTE le sue istituzioni. Ma questo non doveva essere il tradimento finale.



Mentre scrivo, è stato confermato che il Primo Ministro Teresa May ha "offerto" alla Camera dei Comuni l'opportunità di votare per un secondo referendum nel caso in cui il suo Bill di Accordo di Uscita [Withdrawal Agreement Bill] sia approvato in seconda lettura il 3 giugno. Con un parlamento dominato dai deputati per il Remain, deciso ad uccidere la Brexit, ora c'è un aumentato rischio che il popolo britannico sia costretto a votare di nuovo. Quest'ultima mossa di May alla vigilia delle elezioni europee ha già portato alle dimissioni di un altro ministro, il Presidente della Camera, Andrea Leadsom, e si ritiene che altri possano seguire il suo esempio nei prossimi giorni.

Il Partito Tory sta implodendo, come anche il Partito Laburista. L'impasse politica in Parlamento non mostra segni di risoluzione, e nonostante la capitolazione di May alle richieste del Labour, sembrerebbe che ci sia poca speranza che l'Accordo di Uscita del primo ministro May venga approvato il 3 giugno. I due campi, in cui i più sono per il Remain, sono più trincerati che mai nelle loro posizioni, con alcuni deputati del  Leave che avevano precedentemente sostenuto l'Accordo di Uscita, che ora sono per respingerlo.

Il rifiuto del Parlamento di rispettare il risultato del referendum del 2016 è stato la rovina di entrambi i partiti tradizionali, come confermato alle elezioni locali due settimane fa, quando il partito Tory ha perso oltre 1.300 consiglieri — la loro più grande sconfitta negli ultimi decenni e il Labour ne ha persi 82. Le elezioni locali sono generalmente combattute e vinte su questioni locali, ma non quest'anno. Quest'anno, nonostante gli sforzi dei partiti conservatori e laburisti di minimizzarne l'importanza, per gli elettori la questione cruciale è stata la Brexit, e gli elettori disillusi hanno colto l'occasione per punire entrambi i partiti principali per la loro mancanza di progressi nell'arresto della Brexit (elettori pro-Remain) o nella sua applicazione (pro-Leave).

Mentre i Liberaldemocratici e il Partito verde, entrambi su una piattaforma anti-Brexit e impegnati a tenere un secondo referendum, hanno ottenuto vantaggi significativi, affermando che questo ha dimostrato che il popolo britannico aveva cambiato idea sulla Brexit e ora desiderava rimanere — in verità non è altro che un pio desiderio. I secondi maggiori successi sono stati fatti dai numerosi partiti indipendenti (un aumento di 612 consiglieri) molti dei quali erano in lizza per la prima volta, e diversi su piattaforme pro-Brexit. L'affluenza alle urne (35,9%) è stata addirittura inferiore rispetto a quanto avviene tradizionalmente per le elezioni locali, con molti elettori che hanno deciso di rimanere a casa. Migliaia hanno espresso la loro rabbia sui social media, molti giurando di non votare mai più per nessuno. Sebbene il Brexit Party non abbia partecipato alle elezioni, migliaia di elettori hanno colto l'occasione per annullare la propria scheda elettorale scrivendo "Brexit Party" o semplicemente "Brexit" in segno di protesta.

Se è vero che gli elettori votano in modo diverso nelle elezioni locali e nazionali, i segnali indicano che gli elettori disillusi stanno abbandonando entrambi i partiti tradizionali, e questo è più evidente nelle loro tradizionali roccaforti. Sembrerebbe che il sistema bipartitico britannico stia per esalare l'ultimo respiro, come sembrerebbe confermare la classifica dei sondaggi per le elezioni europee. Mentre scrivo, i sondaggi mettono il Partito Brexit al primo posto con il 35%, il Labour secondo al 18%, i Liberal Democratici al 17% e il Partito Conservatore dietro col 12% — che sarebbe il peggior risultato mai ottenuto di Tories nelle elezioni europee. Questo è un grande risultato per un partito lanciato appena meno di sei settimane fa. Rispetto al 27% ottenuto nelle elezioni europee nel 2014, l'ex partito di Nigel Farage, UKIP, il sondaggio lo da solo il 2%, mentre l'altro nuovo partito della Gran Bretagna, Change UK, un partito centrista pro-Remain formato da ex laburisti e dai parlamentari Tory a febbraio di quest'anno — con l'intenzione esplicita di forzare un secondo referendum sulla Brexit — dovrebbe ottenere solo il 4%. Ciò che questi ultimi due sondaggi ci dicono è che, nonostante le affermazioni contrarie, c'è poca voglia tra gli elettori britannici sia di un secondo referendum, sia di sostenere la politica di destra di un partito [UKIP] che negli ultimi mesi è stato percepito come razzista, anti-immigrati e anti-islam.

I portavoce laburisti e conservatori si affrettano a sottolineare a loro difesa che le persone votano in modo molto diverso nelle elezioni europee rispetto alle elezioni nazionali e sostengono che in vista delle prossime elezioni nazionali, che potranno accadere in qualsiasi momento, gli elettori torneranno di nuovo alle loro abitudini di voto tradizionali. Questa analisi trova anche favore tra giornalisti e commentatori politici, ma se fossi una donna dedita alle scommesse, non punterei i miei soldi su nessuno dei due partiti principali. La Brexit ha cambiato definitivamente la politica britannica. Non ci sarà alcun ritorno al sistema bipartitico dopo gli eventi degli ultimi tre anni, e il partito destinato a essere il beneficiario della disillusione degli elettori sia con i laburisti che con i conservatori è molto probabile che sarà il Partito Brexit.


Mentre il Partito Brexit è stato inizialmente fondato al solo scopo di partecipare alle elezioni europee del 2019, il suo leader, Nigel Farage, ha già annunciato che il partito sarà presente alle prossime elezioni nazionali. Se vince con la maggioranza anticipata dai sondaggi nelle elezioni europee di oggi, è altamente probabile che ciò fornirà ulteriore slancio al neonato partito. Un recente sondaggio condotto da Opinium sulle intenzioni di voto per le prossime elezioni nazionalii, pone il Labour al 29%, il Partito Brexit al 24% , i conservatori al 22% ed i liberaldemocratici all'11%.

I partiti principali ora capiscono, talmente in ritardo, che il nuovo partito britannico non è semplicemente un partito di protesta, un partito "oggi ci sono domani no" che svanirà dopo le elezioni europee, ma un partito che, dopo appena sei settimane dal suo inizio, è impostato per cambiare il corso della politica britannica per il prossimo futuro. I partiti tradizionali sono giustamente preoccupati, come le loro tattiche, sempre più in panico e a volte disperate, hanno illustrato nel corso della campagna elettorale, e in particolare nell'ultima settimana. Tra i peggiori di questi è stato il seguente post su Twitter del Partito Laburista in cui si cerca di associare il Partito Brexit con persone anti-islamiste di destra del calibro di Gerard Batten di UKIP e l'attivista Tommy Robinson.

Il partito Brexit è stato attaccato da tutti i lati, non solo dai principali partiti del Remain — i liberaldemocratici, Change UK, dal Labour Party ora che il  suo leader Jeremy Corbyn è finalmente uscito allo scoperto, infine dai media mainstream pro-Remain. Improperi e insulti abbondano ogni giorno mentre il pubblico viene bombardato quotidianamente da notizie infuocate e materiali della campagna politica negativa che ritraggono il Partito Brexit come partito nazionalista, razzista, di estrema destra (a volte persino fascista), un partito finanziato da denaro sporco, gestito da personaggi loschi e manipolato da nefandi russi o da altre forze maligne.

Naturalmente il Partito Brexit non è nessuna di queste cose. Ciò che le élite politiche pro-UE in parlamento e i media mainstream sostenitori dell'UE non possono né comprendere né accettare è che il lancio del Partito Brexit sia riuscito a mobilitare un grande movimento di massa di sostenitori provenienti da tutte le tradizionali parti poltiche e li abbia uniti in una causa comune: la lotta non solo per la Brexit, ma per la stessa democrazia. Le diversità che il partito abbraccia nei suoi sostenitori si riflette nella diversità dei suoi 70 candidati, che provengono da tutti i ceti sociali, da tutti i retroterra culturali ed etnici, e le cui precedenti alleanze politiche attraversano le divisioni politiche. I candidati vanno dalla sinistra radicale alla destra conservatrice tradizionale, e comprendono la commentatrice politica Claire Fox, ex membro del Partito Comunista Rivoluzionario ormai defunto, e Ann Widdecombe, che ha servito nel partito Tory per 55 anni prima di dimettersi per unirsi al Partito Brexit cinque settimane fa. La maggior parte dei candidati, tuttavia, non è mai stata coinvolta in politica prima. Sono solo persone normali che si sentono in dovere di prendere posizione, non solo per assicurare che la Brexit sia realizzata, ma, soprattutto, per difendere la democrazia dagli anti-democratici sia dall'Unione europea che dalla nostra classe politica che sembra intenzionata a distruggerla.

Data la diversità delle opinioni politiche e delle opinioni tra i candidati per le elezioni europee e quelli attualmente intervistati per la candidatura alle prossime elezioni nazionali, resta da vedere se il partito rimarrà a lungo un attore importante nella politica britannica. Per il momento, tuttavia, questa è l'ultima delle preoccupazioni dei suoi sostenitori. Quelli che si sono iscritti a migliaia nelle ultime sei settimane hanno una priorità, e questa è portare a casa la Brexit e la difesa della democrazia. Meno di sei settimane fa, questi elettori erano orfani politici, non più rappresentati dai parlamentari che avevano eletto in Parlamento. Ora hanno una casa politica, anche se forse solo temporanea. E dove sei settimane fa si sentivano disillusi dalla politica, alcuni impegnati a non votare mai più in un'elezione, ora hanno speranza. Ciò si riflette non solo nel fatto che il neonato partito ha raccolto oltre 2,5 milioni di sterline dalla sottoscrizione dei sostenitori in meno di sei settimane, ma nel fatto che centinaia di questi sostenitori hanno promesso il loro sostegno politico sul campo e hanno speso l'ultimo mese di volontariato ai raduni del partito, lavorando nei suoi uffici, istituendo gruppi di supporto locali per difendere i banchetti della campagna e diffondere il messaggio del partito nelle strade. L'entusiasmo e il senso di solidarietà sono palpabili. la classe politica di Westminster ha tutte le ragioni per essere preoccupata per il proprio destino.

Se il Partito Brexit durerà a lungo nella sua forma attuale è davvero irrilevante, ciò che conta è che ha fornito agli elettori disillusi una ragione per credere ancora una volta al potere della politica di cambiare le cose e, cosa più importante, che il loro proprio impegno politico è fondamentale per il cambiamento in corso. Qualunque cosa accada oggi e nei prossimi mesi, una cosa è certa: il Partito Brexit ha fornito un veicolo e un trampolino di lancio per il cambiamento politico, la direzione che il cambiamento prenderà non sarà decisa da Nigel Farage o dal suo presidente Richard Tice, ma dalle migliaia di persone che hanno promesso il loro sostegno alla causa della difesa della democrazia britannica. 

La Brexit ha scongelato la politica britannica e gli ha dato una nuova prospettiva di vita. Spero che lo slancio delle ultime settimane continui a ritmo sostenuto e che nei prossimi mesi e nei prossimi anni emergeranno nuovi partiti e movimenti per dare forma al nostro futuro politico condiviso di nazione. Tuttavia, nulla di tutto ciò sarà possibile se restiamo nell'UE, e per ora almeno il Partito Brexit è l'unico partito disponibile e in grado di contrastare la casta politica in carica a Westminster e vincere, e per questo motivo, questa ex-comunista rivoluzionaria li voterà».

* Traduzione a cura della Redazione

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giovedì 4 aprile 2019

BREXIT: LA PUGNALATA ALLE SPALLE DI CORBYN di Full Brexit*

[ 5 aprile 2019 ]

Vedremo se l'accordo per sventare la Brexit tra il leader laburista Corbyn e Teresa May sopravviverà. Di sicuro esso attesta, per l'ennesima volta, non solo della potenza dell'élite euro-liberista, ma che non c'è da fidarsi della vecchia sinistra socialdemocratica.

* Full Brexit è un gruppo di accademici britannici  di cui fanno parte Costas Lapavitsas (che avremo come relatore all'incontro del 13 aprile a Roma) Maurice Glasman,  Mary Davis, Chris Bickerton, Wolfgang Streeck and Richard Tuck.




*  *  *


Per sconfiggere l'estrema destra, la sinistra deve abbracciare una Brexit socialista e internazionalista. L'Unione europea è thatcherismo in un continente: la convinzione che possa essere riformata dall'interno è illusoria


Paul Mason ha dato un contributo importante al dibattito di sinistra sulla Brexit. È un contributo importante perché Mason è, a sinistra,  il sostenitore più accanito della UE: un'organizzazione capitalista antidemocratica che è diventata un pilastro della globalizzazione e un motore della disuguaglianza. Il suo pezzo era pieno della solita tattica maccartista di colpevolizzazione contro coloro che si oppongono all'UE. L'attacco di Mason a Eddie Dempsey, un sindacalista antifascista, è stato un classico esempio di questo. È fondamentale, a sinistra, andare oltre questo tipo di politica.


Mason ha ragione nel dire che c'è una brutta minaccia di una reazione di destra. Ma la verità è che questa minaccia si intensificherà se la Brexit venisse abbandonata. La decisione di lasciare l'UE è stata presa in un referendum che è stato il più partecipato della storia britannica. Questa non era certamente un'espressione politica d'estrema destra, ma la scelta consapevole di milioni di elettori laburisti e conservatori. Se il voto non può produrre cambiamenti che ne è della nostra politica? Noi sosteniamo la priorità della democrazia. Alle ultime elezioni generali, entrambi i principali partiti hanno pubblicato programmi promettendo di rispettare il risultato del referendum. Il voto di Ukip è crollato e il voto laburista è tornato in vigore. È la riluttanza della classe dominante a compiere la Brexit, e non la Brexit stessa, che sta suscitando la rabbia popolare.

È anche vero che la sinistra non è stata in grado di articolare una battaglia intorno a una visione democratica del rinnovamento nazionale. Parte del problema è che la sinistra euroscettica del Labour, precedentemente trasportata da Barbara Castle, Tony Benn, Michael Foot e Jeremy Corbyn, è stata soffocata dalle responsabilità della leadership, mentre la destra euroscettica del partito, quella di da Hugh Gaitskell, Denis Healey, Peter Shore ed Ernest Bevin, è stata eclissata dalla progressiva globalizzazione della "Terza Via" blairiana. Il risultato è stat, all'interno del Labour, un'assenza di leadership sulle possibilità democratiche e socialiste della Brexit, Labour che non ha contrastato la campagna di denuncia degli elettori della Brexit e sostenitori del Labour come "xenofobi e razzisti". Noi siamo invece dalla loro parte, col loro voto e la prospettiva socialista che sta nel ripristino della sovranità democratica.

La tesi di Mason è la classica profezia che si autoavvera in quanto abbandona il terreno della contestazione democratica sul significato della Brexit e poi denuncia tutti coloro che non sono d'accordo con lui come giocatori nelle mani del fascismo. Mason ha adottato la tattica di Hillary Clinton per ridurre gli elettori della Brexit a un "branco di miserabili"  [basket of deplorable]. E' proprio così che si lascia spazio all'estrema destra ed ai suoi sentimenti politici.

Il nostro secondo punto è che ovunque la sinistra socialdemocratica ha adottato una politica europeista in Europa è stata decimata. In Francia è quasi scomparsa, in Olanda e in Belgio è ormai marginale, in Germania il Partito socialdemocratico è apripista di Alternative für Deutschland nelle urne, e in Italia le forze combinate delle grandi tradizioni comuniste e socialiste non raccolgono nemmeno la metà del voti del Movimento cinque stelle il cui motto era "andate affanculo". La paralisi collettiva della sinistra continentale, in particolare della sua ala socialdemocratica, è una storia ammonitrice del costo dell'abbandono delle possibilità di un cambiamento democratico all'interno dello stato nazione. Vi sono forti limitazioni a ciò che può essere raggiunto all'interno dell'UE e gli elettori della classe operaia lo sanno.


L'alternativa a questa storia è stata brevemente rappresentata dal Labour sotto Corbyn alle ultime elezioni generali, quando il partito si è impegnato a "rispettare il risultato del referendum" e ha proposto politiche che erano chiaramente contrarie ai vincoli del Trattato di Lisbona. Questo è stato successivamente minacciato dalla deriva verso Remain. Il Labour avrebbe potuto guidare una campagna democratica favorevole alla Brexit, ma si è rifiutato di farlo. Ancora una volta, le conseguenze di questo inevitabilmente favoriscono la destra.

Il consenso emergente sul Remain, guidato da Labour, si basa sulla nozione della Terza Via per cui l'obiettivo primario della nostra politica sarebbe quello di preservare e proteggere i lati buoni del capitalismo. Il capitalismo, tuttavia, è un sistema economico vorace e e robusto, che non richiede la cura tenera della protezione costituzionale. La democrazia, al contrario, è il mezzo migliore per resistere al suo dominio e ciò non è possibile entro il perimetro della UE. La Ue genera depressione politica e delusione, o alla rabbia del tradimento. Niente di questo può essere descritto come una "narrazione di speranza". È invece una promessa vuota che porta al disincanto.

Ciò riguarda la terza illusione della sinistra pro-UE; il suo rifiuto di riconoscere l'impossibilità di riformare la UE. I sinistri pro-euro anno costruito una posizione attorno allo slogan "rimanere e riformare" (Mason) o "rivolta e trasformazione" (il ministro ombra laburista Clive Lewis), ciò che è chiaramente impossibile all'interno delle strutture dei trattati di Maastricht e di Lisbona.

L'UE si basa sulla sul trattato giuridico per cui la Corte di giustizia europea (CGE) è l'autorità suprema della nella risoluzione delle controversie. I trattati si basano sulla priorità delle "quattro libertà" (di beni, persone, servizi e capitali) e delle norme della CGE di conseguenza. Trasformare questi trattati in una direzione socialista è effettivamente impossibile. Almeno 15 governi socialisti avrebbero bisogno di essere eletti simultaneamente anche per avviare il cambio dei trattati, e il requisito del "consenso" in qualsiasi convenzione successiva, e di ratifica unanime, consente il veto di qualsiasi stato membro. L'esperienza di Syriza in Grecia è una prova fattuale della disperazione dell'approccio "rimanere e riformare". 

La sua argomentazione secondo cui il thatcherismo in un singolo paese è cattiva cosa è ovviamente corretta, ma non riesce a vedere che il thatcherismo in un continente è chiaramente peggiore. Questo è il motivo per cui ci opponiamo all'UE.

C'è una profonda distinzione tra globalizzazione e internazionalismo. Il movimento operaio e la sinistra in generale farebbero bene a ricordarselo. La UE è una forza globalizzante che subordina il lavoro al capitale e la democrazia ai trattati. Non non dobbiamo i nostri diritti del lavoro o lo stato sociale alla UE ma alla lotta politica più che secolare del movimento operaio.

Stiamo vivendo un interregno, un periodo che Antonio Gramsci ha descritto come un tempo in cui "il vecchio è morto e il nuovo non può nascere, quando c'è una fraternizzazione di opposti e tutti i tipi di sintomi morbosi persistono". Uno di questi sintomi morbosi è il servilismo della sinistra nei confronti del mercato unico, dell'unione doganale e della sovranità della CGE; verso l'eternità capitalista dell'UE. Abbiamo invece bisogno di una politica costruita attorno alla democrazia, alle riforme economiche radicali e all'internazionalismo.


Il modo per sconfiggere l'estrema destra è che la sinistra abbracci una Brexit internazionalista e democratica.


* Fonte: NewStatesman del 4 aprile
** Traduzione a cura della redazione

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domenica 3 marzo 2019

BREXIT, FRUTTA E VERDURA di Emmezeta

[ 4 marzo 2019 ]

Non sanno più cosa inventarsi per denigrare la Brexit

Anziché preoccuparsi per i disastri causati dall'euro agli italiani - 4.325 miliardi (quattromilatrecentoventicinque) di Pil in meno a causa della moneta unica, secondo l'ultimo studio tedesco - la stampa del Belpaese è angosciata dalla Brexit.
Sul tema sono quasi tre anni che ne sentiamo di tutte: crollo dell'economia, dell'occupazione e della sterlina, fuga delle multinazionali, problemi per gli stranieri che lì lavorano. Addirittura code inenarrabili di Tir a Dover, difficoltà negli aeroporti e pure negli approvvigionamenti alimentari. Insomma, sembra quasi che fuori dalla UE nulla possa funzionare, come certo possono testimoniare gli svizzeri o i norvegesi...

Questa narrazione è assurda quanto universale, almeno in Europa. E ciò è normale nel regno della totale assurdità denominato appunto Unione Europea. Da qui la gara dei giornali del continente a chi la spara più grossa.

Ecco allora l'ultima della serie
«Con la Brexit verdura e frutta troppo care: previsti oltre 12mila infarti in più in 10 anni». 
Questo il serissimo titolo del Corriere della Sera, che riprende uno studio inglese, pubblicato su BMJ Open e diretto da un professore dell'Imperial College di Londra.

La cosa è talmente comica da non meritare troppe parole. E, leggendo tra le righe, gli stessi autori dello studio ammettono in buona sostanza l'aleatorietà degli scenari presi in esame. Ovviamente tutto si regge sull'ipotesi di un aumento dei prezzi, con relativa caduta dei consumi. Ma perché i prezzi di frutta e verdura dovrebbero aumentare? La Gran Bretagna importa l'84% della frutta ed il 43% della verdura consumata, ma nessuno a Londra ipotizza nuovi dazi doganali per le banane o le arance. E difatti non è su questo che si basa lo studio, bensì su ipotetici aumenti dei prezzi causati da non meglio precisate "verifiche relative all'origine" e dai "controlli delle norme tecniche". Come chiunque può capire, tutti problemi facilmente risolvibili con nuovi accordi commerciali una volta usciti dall'UE.

Ma qui lo scopo degli autori dello studio - che abbia ragione Lancet sul fatto che buona parte delle ricerche nel campo medico sono manipolate? - è ben diverso dalla tutela della salute. Il loro obiettivo, e quello dei mezzi di "informazione" che l'hanno rilanciato, è sempre il solito quando si parla di Brexit: instillare paura, paura ed ancora paura. Nient'altro sanno fanno fare ormai le cosiddette "élite".

Del resto la loro malafede è evidente. Sappiamo tutti come la qualità dell'alimentazione incida, e non poco, sulla salute delle persone. Bene, ma allora perché, anziché dedicarsi a strampalati calcoli sulla Brexit, non si spende qualche parola sul crollo dei salari, delle pensioni, della qualità della vita, imposto dal modello neoliberista? Perché non si parla della povertà diffusa che la religione del mercato ha portato in Gran Bretagna come in Italia? Che forse questi fenomeni non hanno peggiorato la qualità del cibo di milioni di persone?

Già, chissà perché di questo non parlano... Non sarà mica perché gli autori di certi studi, come i loro diffusori sui media, di quei milioni non fanno parte? Sta di fatto che lorsignori si preoccupano dei poveri solo per denigrare la Brexit, cioè per calpestare la volontà popolare del referendum del 2016.

Non sappiamo adesso come andranno le cose in vista dell'uscita dall'UE prevista per il 29 marzo. La politica britannica è confusa come mai accaduto finora. E pure i sostenitori della Brexit non stanno dando grande prova di se. Ma, con argomenti come quello di cui ci siamo occupati, possiamo davvero dire che le èlite europeiste siano ormai giunte alla frutta.

Che Brexit sia, finalmente!

sabato 9 febbraio 2019

LA SINISTRA INGLESE E LA BREXIT di Costas Lapavitsas

[ 9 febbraio 2019 ]

Intervista di Michael Calderbank a Costas Lapavitsas —autore del libro The Left Case Against the EU — professore di economia all’Università di Londra, ex parlamentare di Syriza fino alle elezioni successive al referendum del 2015. Lapavitsas è stato ospite del III Forum Internazionale delle sinistre no euro svoltosi bel settembre 2016 a Chianciano Terme (Italia). Contenuti ampiamente condivisibili, a parte il sotteso superficiale giudizio sul governo giallo-verde.

*  *  *

Costas Lapavitsas – Il libro è ovviamente una critica all’UE così com’è. È una valutazione di dove si trova l’Unione, di ciò che è diventata e della sua probabile direzione. È un tentativo di affermare che la sinistra non dovrebbe avere nulla a che fare con la difesa di questo insieme di istituzioni. Dovrebbe assumere una posizione critica e respingente. Sto affermando che questo è l’unico modo per sviluppare una politica radicale in Europa, un programma economico e sociale radicale e internazionalista.
Michael Calderbank – Il ritorno più ovvio sarebbe che le forze che minacciano di fare a pezzi l’UE – i populisti in Italia, o l’AfD in Germania – che sono anti-immigrati, di destra, se l’UE si disintegra, saranno quelle che ne trarranno benefici. Come risponderesti a questo?
Lasciatemi dire sin dall’inizio che, naturalmente, non dovremmo avere nulla a che fare con queste forze reazionarie e razziste. Dovremmo opporci a tutti loro. Ma per capire perché sono diventati così potenti e per capire cosa dovremmo fare, dobbiamo iniziare con la stessa UE. L’emergere di queste forze non è casuale. Ha a che fare con ciò che l’UE è diventata. Solo partendo da questa prospettiva possiamo capire cosa dovrebbe fare la sinistra.
Allora perché l’estrema destra è così potente e l’UE in questo stato? La prima cosa da osservare è che l’UE affronta una crisi esistenziale diversa da qualsiasi altra nel passato. Ha a che fare con ciò che è, cosa fa e quali interessi serve. È una crisi che è il risultato della profonda trasformazione da Maastricht in poi.
Maastricht è stato un momento chiave. Quello che è successo è che l’UE è emersa come un difensore intransigente del capitale contro il lavoro, un promotore del neoliberismo, con una serie molto rigida di meccanismi che si fa strada come bulldozer spianando ogni tipo di opposizione. Questa non è l’alleanza delle nazioni, la partnership dei popoli e tutte le altre parole di fantasia che la gente continua a immaginare a sinistra in Gran Bretagna – spesso facendo ritorno alla fine degli anni ’80, Jacques Delors e così via. L’UE oggi ha solo un debole legame con quei giorni. Ha svuotato la democrazia in Europa. Ha rimosso la sovranità popolare e ha alienato i poveri e la classe lavoratrice in un paese dopo l’altro. Il risultato politico è ciò che vedi. È una reazione viscerale, dal basso, che vira a destra perché la sinistra non offre prospettive alternative.
Costas Lapavitsas
Ti sorprende sapere come sta andando il dibattito a sinistra in Gran Bretagna? Le dirigenze sindacali, per esempio, punterebbero a una base almeno residua di protezioni sociali ed economiche o di protezioni ambientali. Sostengono che, anche se sono stati sotto attacco, esistono ancora in misura maggiore di quanto potrebbe essere nel caso di un esperimento in stile Trump, anglofilo e ultra neoliberista; e che rimanere in qualche tipo di rapporto con l’Europa – anche se si trattasse solo dell’unione doganale o del mercato unico – è necessario per proteggere i posti di lavoro. Come risponderesti?
Ci sono un certo numero di problemi. Uno riguarda i diritti e le condizioni del lavoro. L’altro ha a che fare con la possibilità di commerciare con l’Europa. Ovviamente, il mercato unico ha qualcosa a che fare con entrambi. Ma prima, lasciatemi dire che la reazione della sinistra e del movimento sindacale in Gran Bretagna mi stupiscono. È come se il movimento sindacale fosse rimasto indietro alla fine degli anni ’80, quando Jacques Delors si è rivolto alla conferenza dei sindacati e ha raccontato loro tutte queste cose molto belle che sarebbero successe in Europa. Questo non ha nulla a che fare con l’UE oggi.
La logica dell’UE da Maastricht – che è arrivata poco dopo – in poi è stata la logica del mercato unico. Il mercato unico è un meccanismo omogeneizzante che promuove il neoliberismo, punto. È un insieme di accordi, principi, che promuovono sistematicamente il neoliberismo decidendo a favore del capitale ogni volta che sorge un problema critico. Il mercato unico è un meccanismo molto potente, e uno dei motori chiave che lo fa funzionare è la Corte di giustizia europea (CGE).
Le persone non capiscono l’importanza della Corte di giustizia. Perché i mercati lavorino deve esserci un quadro legale. Il quadro giuridico in Europa è stato sistematicamente creato negli ultimi decenni. È stato creato dal Consiglio dei ministri, che introduce la maggior parte delle leggi, e dalla Corte di giustizia, che le interpreta e crea la stessa giurisprudenza. Quel meccanismo è neoliberista in tutto e per tutto. Non ci sono interessi popolari espressi in questa configurazione. I singoli ordinamenti giuridici nazionali, specifici per ciascun paese, sono obbligati a rispettare l’acquis communautaire, la legge europea, che ora è diventata vasta. Finché è così, la sinistra può dimenticare le sfide radicali ai rapporti tra capitale e lavoro. Se la sinistra accetta il mercato unico, è finita, dimenticala.
Se un governo Corbyn dovesse essere eletto su un manifesto come il precedente, in che modo potrebbe trovarsi di fronte a vincoli derivanti dall’adesione al mercato unico?
In una varietà di modi che provengono dal quadro giuridico e dalle pratiche che circondano il mercato unico. Recentemente ho svolto alcuni lavori sugli aiuti di Stato e sugli appalti. Un governo di sinistra, un governo radicale come quello di cui il Regno Unito ha bisogno, deve usare gli aiuti di Stato e gli appalti in modo giudizioso per sostenere l’industria e creare posti di lavoro e infrastrutture industriali. L’attuale quadro del mercato unico è concepito in modo tale da impedire un intervento decisivo in questi settori da parte di un governo di sinistra radicale. È possibile fornire aiuti di Stato ed è possibile utilizzare gli appalti, ma entro limiti ristretti. Questi limiti sarebbero troppo restrittivi per un governo radicale come quello che Jeremy Corbyn vuole presentare.
Quale potrebbe essere l’effetto se il commercio dovesse tornare alle regole dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio)? Sarebbe brutto come qualcuno vorrebbe far intendere?
Lasciatemi dire due cose al riguardo. Prima di tutto, per un potente paese capitalista come la Gran Bretagna, con la sua storia, finire con il governo Tory che ora non riesce a gestire gli affari elementari di Stato è
sorprendente. Queste persone non sono in grado di negoziare nulla o di gestire nulla. Quindi non prendiamo gli ultimi due anni di questo governo come esempio di come un governo di sinistra – uno con i piedi per terra e con il sostegno del movimento popolare – avrebbe affrontato la Brexit.
Quando si guarda la situazione in modo più ampio, tuttavia, ci sono due questioni che sono molto importanti. Uno è quale tipo di accordo commerciale ha bisogno il Paese con l’UE? Che cosa significa lasciare il mercato unico diverso dalle tariffe e così via?
Ovviamente, il mercato unico è più che tariffe e condizioni di acquisto e vendita. Per qualsiasi mercato, è necessario disporre di un quadro di regole, regolamenti, misure, standards, pratiche, approcci comuni, migliori pratiche in una varietà di settori. La Gran Bretagna ha chiaramente bisogno di un accordo con l’UE per quanto riguarda queste cose. Abbiamo bisogno di operare con aeroporti e porti, abbiamo bisogno di avere standard di pratiche comuni per permettere ai medici di muoversi e tutto il resto. Non c’è nulla che possa dimostrare che un governo di sinistra non sia in grado di gestire tutto questo dopo l’uscita dal mercato unico. La Gran Bretagna rimarrà attaccata all’Europa; è un paese europeo. Dovremo negoziare tutto ciò con l’UE ed è questione di sedersi e elaborare il miglior accordo.
Il secondo problema riguarda le tariffe e una varietà di condizioni associate a qualsiasi accordo commerciale. Qui l’”orco” che è stato evocato è l’OMC: uscire dal mercato unico, quindi operare alle condizioni dell’OMC, che a quanto pare sarebbe orrendo. Perché?
In primo luogo, la sinistra non è comunque favorevole al libero scambio. Non siamo liberi commercianti. Crediamo nei controlli. In secondo luogo, quando si esamina il quadro entro il quale tali controlli saranno esercitati e sarà praticato il commercio, l’OMC, in molti modi, è più permissiva rispetto all’UE, anche per quanto riguarda gli aiuti di Stato e gli appalti citati in precedenza. È qualcosa che un governo Corbyn può sfruttare. Quindi, anche se la Gran Bretagna dovesse ricorrere alle regole dell’OMC in certe aree, ciò creerebbe effettivamente più spazio per un governo radicale.
L’argomentazione usata da compagnie come Airbus – che è in parte di proprietà dei governi dell’UE – è che gran parte delle loro catene di produzione si basano sulla capacitàjust-in-time di importare pezzi molto rapidamente e che non avrebbero scelta se non quella di trasferire la loro produzione lontano dalla Gran Bretagna. È solo una minaccia?
Non c’è dubbio che sia una minaccia. I grandi affaristi in Gran Bretagna, abbastanza chiaramente, non vogliono un cambiamento dello status quo. È chiaro che la spina dorsale del capitale britannico vuole rimanere nell’UE e combatterà per questo. L’UE è un ambiente neoliberale perfetto per le grandi imprese. Possono realizzare i profitti che cercano. Possono agire come preferiscono. Non vogliono alcun cambiamento, inclusa la City of London. La City di Londra è molto, molto interessata a non cambiare le condizioni attuali.
Quindi negli ultimi mesi abbiamo avuto una forte campagna da parte delle grandi aziende per dire che se queste condizioni dovessero cambiare ci troveremmo nel disastro. No, non è questo il caso. Dovremmo mantenere la calma. La Gran Bretagna può sopravvivere, può vivere, al di fuori delle condizioni attuali fintanto che ha un governo che conosce come formulare la politica economica. Non vi è alcun ragione per la quale non saremmo in grado di raggiungere accordi sulla regolamentazione dei mercati e consentire che le catene del valore continuino e le merci vengano spostate in tutto il mondo. Esistono catene del valore ovunque, dalla Cina agli Stati Uniti, al Giappone, alla Germania e così via. Non devono avere un mercato unico attorno a loro per funzionare.
Tornando ai negoziati, è un pericolo che l’UE voglia esigere un prezzo come deterrente politico affinché il resto dell’Europa per non metta in discussione la sua autorità?
Non dobbiamo essere ipotetici a riguardo. Possiamo vedere come l’UE si è comportata nei confronti della Gran Bretagna negli ultimi due anni. La sua posizione è stata ostile, inutilmente, creando problemi a sinistra, a destra e al centro. Non ha dato alcun margine di manovra. Ovviamente, la sinistra dovrebbe essere preparata per opporsi all’UE in alleanza con i grandi capitali in Gran Bretagna. Dovrebbe aspettarsi uno sforzo concertato per minare il governo di Corbyn.
Questa è un’alleanza potenzialmente formidabile di interessi potenti. Quindi, come li sfidiamo?
Crediamo nella nostra forza o no? Crediamo nella forza dei lavoratori, il potere della classe lavoratrice e degli strati più poveri della società britannica? Se non lo facciamo, potremmo anche fare le valigie e andare a casa. Se la grandezza del compito ci spaventa, non ha senso parlare di socialismo e cosa dovrebbe fare la sinistra. Possiamo affrontare queste persone e sconfiggerle – certo che possiamo. Possiamo opporci all’UE e ai grandi capitali e possiamo sconfiggerli. Dovremmo fare affidamento sulla forza dell’ostilità della classe lavoratrice nei confronti dell’attuale regime in Gran Bretagna e dell’attuale stato delle politiche sociali – che è molto profonda. E possiamo contare sul desiderio della gente comune di sovranità popolare.
Le persone vogliono sentirsi padrone di dove vivono, di cosa fanno, del loro futuro e del futuro dei loro figli. Possiamo contare su questo e possiamo mobilitarlo dietro un programma radicale. C’è molta forza economica e di altro tipo in Gran Bretagna, e possiamo mobilitarla. Non ho dubbi che un

governo radicale con un programma di nazionalizzazione delle risorse chiave, l’acquisizione di alcune banche, la regolamentazione del sistema bancario e una politica industriale che rivitalizzerà alcuni settori in Gran Bretagna, avranno grandi possibilità di successo. Questo è ciò contro cui l’UE starebbe combattendo: una Gran Bretagna radicale di sinistra che mostra che esiste un altro modo. Loro non lo vogliono.
Dato che l’organizzazione sindacale è di gran lunga inferiore a quella che era negli anni ’70, che il capitale è in grado di spiccare il volo in tutto il mondo, che vi è un disequilibrio di potere tra la City di Londra e il capitale finanziario rispetto al resto dell’economia – siamo davvero in posizione strategica abbastanza forte per condurre quel grado di guerra a tutto campo con la classe dominante? I tuoi critici direbbero che è una bella fantasia, ma non tiene conto della reale debolezza del potere della classe lavoratrice.
Cerchiamo di essere chiari su alcune cose. Il programma del partito laburista di due anni fa è fondamentalmente una socialdemocrazia radicale e niente di più. La Gran Bretagna ha ora bisogno di un programma più radicale, ma che dovrebbe ancora rientrare nella vasta gamma del keynesismo radicale con alcune basi marxiste. Non stiamo parlando di una rivoluzione bolscevica. Non lasciamoci spaventare dai cambiamenti prima ancora che inizino. Stiamo parlando di affrontare lo status quo con una serie di politiche che sono state implementate in molti luoghi diversi, ma questa volta più radicali.
Pensi che la sinistra britannica dovrebbe fare affidamento solo sulle proprie risorse in questa lotta? Quale ruolo prevedi per la solidarietà internazionale paneuropea?
La sinistra è sempre stata internazionalista. Questo non può essere l’internazionalismo del grande capitale, il quale significa che il capitale può andare dove vuole, le merci possono andare dove vogliono e il lavoro può essere spostato ovunque il capitale ne ha bisogno. La sinistra è internazionale nel senso profondo in cui Karl Marx ne ha determinato l’idea molte lune fa, quando ha sostanzialmente affermato che la classe lavoratrice di un paese deve diventare la nazione. La classe lavoratrice di un paese è internazionale. Non ha un paese, ma deve diventare la nazione. In altre parole, deve diventare la classe dominante e dare la propria visione alla nazione, sostituendo la prospettiva capitalista.
Ciò significa, per me, che quando pensiamo alla trasformazione sociale e alle politiche economiche di cui abbiamo bisogno, il primo punto di forza è la forza interna: comandare le leve del potere nel luogo in cui viviamo, dove siamo impiegati, dove siamo attivi. È da lì che inizia, non cercando forza a Parigi, Lisbona, Roma o altrove. Per prima cosa lo troviamo a Londra, a Glasgow, a Newcastle e così via. Ecco da dove viene la nostra vera forza, sempre con una prospettiva internazionale.
La nostra forza sarà garantita ripristinando la sovranità popolare. Il popolo britannico vuole la sovranità popolare. Vuole sentire che è al comando, piuttosto che accadano cose su cui non ha alcun controllo. Questo è il modo in cui iniziamo a ottenere il sostegno di cui abbiamo bisogno a livello nazionale. Una volta che lo abbiamo fatto e abbiamo acquisito basi sufficienti per quello che stiamo cercando di fare, dove viviamo, ovviamente allo stesso tempo cercheremo il sostegno internazionale. Sarebbe un’arma aggiuntiva per noi se i lavoratori tedeschi e spagnoli vedessero quello che stiamo facendo e ci sostenessero. Lo vogliamo, cercheremo di promuoverlo e di sviluppare un movimento in tutta Europa. Abbiamo tutte le possibilità di successo, motivo per cui l’UE ha tanta paura di una vittoria di Corbyn. Sanno che se funziona, agirebbe da modello per altri paesi. L’internazionalismo inizia a casa propria, non inizia nello spazio esterno ed indeterminato dove galleggiano le grandi idee.
Ci sono alcuni a sinistra, inclusa la sinistra greca, che direbbero che la marea degli eventi a livello globale sta superando i confini nazionali: il mondo in cui viviamo sta diventando sempre più internazionalizzato e l’unico modo per ottenere qualsiasi conquista democratica su questi mercati internazionalizzati è che gli Stati nazione lavorino in collaborazione per esercitare un certo grado di potere sovranazionale. Pertanto, piuttosto di quel che vedrebbero come una specie di ritorno all’indietro della sovranità allo Stato nazione, credono che il passo necessario sia costruire autorità internazionali che abbiano un certo grado di sovranità popolare. Stanno parlando del tentativo di lavorare all’interno e di riformare radicalmente istituzioni come l’UE, piuttosto che separarsi da esse.
Direi, per prima cosa, che questo argomento – che ovviamente si sente molto a sinistra – riassume molto chiaramente la profonda malattia che ha colpito la sinistra europea. È una prospettiva tipicamente europea che lo stato nazione sia stato trasceso, i confini siano insignificanti e si debba guardare ad uno spazio più grande oltre lo Stato nazione, che è sempre velenoso, distruttivo, la causa della guerra.
Prima di tutto, in termini teorici, è un’assurdità senza senso. Non è così che il mondo si sta comportando. Certo, il capitale è diventato internazionale. Certo, abbiamo catene del valore in tutto il mondo. Certo, abbiamo quella che viene chiamata globalizzazione – intendendo, in altre parole, la diffusione del commercio in parti del mondo prima non toccate dal

capitalismo. Certo, abbiamo un capitale che sposta la produzione altrove. Ovviamente, abbiamo il capitale monetario che si sposta in varie aree del mondo e che ha definito quella che viene spesso chiamata finanziarizzazione. Tutti questi sono fenomeni che osserviamo.
Ma l’idea che da ciò ne consegua l’eliminazione, o l’emarginazione, dello Stato nazione, è un’assurdità. In realtà, la direzione del movimento nell’economia globale è determinata da vasti meccanismi statali. La Cina non avrebbe mai fatto ciò che ha fatto senza la macchina statale alle sue spalle, e senza il Partito Comunista – che, ovviamente, non è un vero partito comunista ma una macchina parastatale di circa 80-90 milioni di persone. Gli Stati Uniti non sarebbero mai quello che sono senza il governo degli Stati Uniti dietro di esso. Lo abbiamo visto nella crisi del 2007-09, quando tutti i profeti della globalizzazione si sono uniti chiedendo l’intervento pubblico per salvarsi la pelle.
Lo Stato non è mai sparito, è fondamentale per il capitalismo. È fondamentale per come si sviluppa il capitalismo, e ciò che fa è intervenire per promuovere la globalizzazione e la finanziarizzazione. Non sarebbe possibile senza il ruolo attivo di potenti meccanismi di Stato.
L’Europa è una varietà di Stati, alcuni dei quali sono considerevoli per gli standard globali, alcuni mediocri e altri molto piccoli. La direzione dell’unità politica in Europa dopo la seconda guerra mondiale fu caratterizzata in primo luogo dalla guerra stessa; poi dall’intervento degli Stati Uniti con i suoi piani contro l’URSS; e poi con la creazione del mercato unico e il dominio del capitale. Tutti questi fattori hanno modellato le attuali prospettive dell’UE. Questa prospettiva è completamente neoliberale. Ma è più di questo. Quando lo guardi dal punto di vista degli Stati, quello che vedi non assomiglia alla fiaba internazionalista che alcuni sostengono. Quello che vedi è una gerarchia di Stati che è altrettanto spietata di qualsiasi altra gerarchia che abbiamo visto in passato.
Questa gerarchia è caratterizzata da un solido nucleo dominato dalla Germania, dalla Francia e da un certo numero di altri paesi, con l’Italia metà-nucleo, metà fuori e un certo numero di periferie. La periferia meridionale – Grecia, Spagna, Portogallo – è costituita da economie deboli con una base industriale debole e un ampio settore pubblico. La periferia dell’Europa centrale include Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e un certo numero di altri paesi che sono fondamentalmente collegati alla struttura industriale tedesca. La periferia del Baltico è anch’essa completamente diversa.
In poche parole, ciò che vediamo in Europa è in realtà gerarchia e divergenza tra gli Stati. In cima si trova la Germania. Berlino è il centro del potere. Berlino prende le vere decisioni. La Francia ha effettivamente perso questa lotta, a prescindere da ciò che pensa Emmanuel Macron. Questa è la realtà dell’Europa. In fondo ci sono un certo numero di paesi periferici, paesi deboli, e sono dominati dal nucleo.
Abbiamo relazioni di dominio, nuovi modi in cui l’imperialismo si manifesta. Questa è la realtà dell’Europa, non le fiabe di un’alleanza di nazioni, che superano i confini nazionali, diventando una grande famiglia felice. Queste cose potrebbero esistere nei sogni delle persone o negli slogan politici di varie persone che sostengono l’UE, ma non è questa la realtà. In questo contesto, le idee sulla sovranità popolare e nazionale sono concrete. Verso queste idee è il modo in cui il mondo si muoverà in futuro e dovrebbe muoversi.
Ora, se questa è la situazione, uno cosa deve pensare dell’idea che possiamo unirci tutti insieme come sinistra, nello spazio indeterminato oltre lo Stato nazione, e tentare di cambiare l’UE? Possiamo prendere in giro questa idea in astratto o analizzando le istituzioni attuali dell’UE, ma non serve nemmeno farlo. Abbiamo prove storiche e l’evidenza storica si chiama Syriza.
Syriza era convinta che avrebbe potuto vincere le elezioni, ottenere legittimità, quindi andare ai consessi europei. Sostenendo le sue ragioni, che avrebbe ottenuto sostegno da altre parti della sinistra europea e da altri paesi, riuscendo quindi a cambiare i rapporti di forza e che sarebbe
emersa la vera bontà dell’Europa e che tutto sarebbe finito bene. Niente di tutto ciò si è mai realizzato. L’UE che Syriza ha dovuto affrontare è stata questa forza ostile e arrogante che sostanzialmente ha detto a Syriza cosa fare e ha ricattato spietatamente il governo di sinistra.
Questo è esattamente quello che qualsiasi tipo di tentativo mal concepito di creare questo fronte internazionale di sinistra dovrebbe affrontare. Non è una politica realistica. La politica realistica inizia a casa propria. Inizia da casa propria, inizia con cose che puoi comandare e cose che puoi cambiare. L’internazionalismo si basa poi su questo.

* Fonte: La sovranità appartiene al popolo

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