domenica 30 giugno 2019

IL REGIME DEI PADRONI di M. Micaela Bartolucci

[ domenica 30 giugno 2019]

«No, Carola non è un'impulsiva, sa sempre quello che fa, ed è una donna forte: la situazione le era chiara già prima che arrivasse a Lampedusa, due settimane fa. quello che è successo non è stata una sorpresa, sono sicuro che fosse consapevole delle conseguenze a cui andava incontro. Alla fine Carola è un ufficiale, è stata educata ad assumersi le sue responsabilità...»

[ Il padre di Carola Rackete sul Corriere della Sera di oggi, 30 giugno ].


*  *  *

L’atto di forza della borghese Carola Rackete, figlia di un discusso consulente tedesco di una fabbrica d’armi, che gioca a fare lo Jack Sparrow Uber Alles, è un precedente pericolosissimo: speronare una motovedetta della Guardia di Finanza per forzare l’entrata in un porto di uno Stato, almeno sulla carta, sovrano, non è ammissibile. Il minimo che le potesse succedere è che venisse arrestata. 

Fin qui solo la logica, ma ormai la logica ed il buon senso sono ottenebrati dallo spettro del Governo Fascioleghista ed ecco che i servi dei servi del pensiero unico mondialista e neoliberale si indignano e piangono, scrivono parole di fuoco o registrano video piagnucolanti contro il cattivo Salvini: loro stanno con Carola, io no! 

Se non mi stupisco degli sproloqui della Annunziata nel suo articolaccio rancoroso apparso ieri sull'Huffington Post, mi fa invece ribrezzo lo spasmodico appello dell’ex sindacalista G.Cremaschi che alla questione dedica addirittura un video in cui, tra le altre farneticazioni lacrimevoli, dice: “se mi trovassi nelle condizioni di difendere i diritti dei poveri, degli oppressi, degli sfruttati, lo farò con grande gioia…”


Eppure quando nel 2004 firmò l’accordo per chiudere il Magnetico a Terni non piangeva! Allora 360 operai italiani vennero messi sul lastrico grazie proprio al “compagno” Cremaschi, all’epoca dirigente FIOM, che definì l’infame capitolazione “…un modello da cui partire” (Il Manifesto 28/02/2005); in quell’occasione — come in diverse altre vertenze aziendali in cui la sua FIOM firmò accordi bidone — non ha difeso proprio nessuno, né con gioia né con dolore. Come mai non aveva nessun cartello? Come mai non ha registrato nessun video? Come mai non si è opposto, non ha alzato la voce, non si è infuriato, non ha pianto, non si è stracciato le vesti? Ma soprattutto, come mai coloro che lo attaccarono allora, come nemico dei lavoratori e come traditore, lo difendono adesso pubblicando il suo video? 

Caro Cremaschi, la verità è che sei stato per quarant'anni in un sindacato che è stato dalla parte dei padroni ed ha difeso i grandi interessi. Non ti basterà qualificarti come no-euro, sei dall'altra parte della barricata, nella tua torrette d'avorio, lontano dai problemi concreti del Paese, nell'assoluta disperazione di chi capisce che ormai ha perso ogni contatto con il mondo reale.

A questo punto è chiaro a tutti gli esseri provvisti di capacità intellettive che ci sono due parti: una scelta da tempo immemore, da sinistrati arcobalenanti che, tra una incursione ai comizi di Salvini e l’altra, si mobilitano alacremente solo per il Gay Pride e per difendere un’immigrazione senza regole, funzionale e foraggiata dal neoliberismo, che troverà la sua attuazione più feroce nel Global Compact e l’altra occupata da chi, non ottenebrato da questa grottesca e feroce globalizzazione, vede tutto ciò come pericolosa farsa.

Cari compagnucci della parrocchietta ormai vi siete persi nei meandri del vuoto pneumatico della vostra assenza di analisi, della vostra incapacità di capire, non sapete più da che parte occorre stare, o per meglio dire, avete scientemente deciso di stare, con sicumera, dalla parte del... Regime dei padroni


Potete continuare ad offendere, insultare e sputare sul Popolo dei "deplorevoli" [ Hilary Clinton docet ] che ha scelto diversamente, ma la risposta di quel popolo c’è stata e vi ha travolto cancellandovi dalla storia.

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DA COMUNISTA, SUL CASO CAROLA di Giulio Bonali

[ 30 giugno 2019 ]


Carità pelosa fatta col portafoglio altrui.

Esattamente come quella dell’elemosiniere del Papa che anziché pagare le bollette, a chi non poteva farlo perché troppo povero, di tasca sua (cioè coi tantissimi soldi della sua istituzione, il Vaticano), ruppe i sigilli dei contatori per far loro avere la corrente a spese dell’ ENEL: ma che “altruismo” comodo comodo, che non costa letteralmente nulla al “benefattore”!

In quel caso, da comunista, avrei cercato in primis di aiutare gli indigenti di Roma a lottare per avere la corrente; il che non esclude necessariamente l’eventuale possibilità per l’intanto di aiutarli anche per generosità e altruismo personali, purché non pelosamente e di tasca propria.

E analogamente in quest’altro caso avrei cercato di aiutare gli Africani (e non solo) a lottare per il diritto di non essere aggrediti e rapinati dall’imperialismo occidentale e dunque di poter vivere degnamente nella propria terra e in subordine a lottare per il diritto ad emigrare (e non: ad essere deportati in Italia indipendentemente dalla loro volontà) fintanto che fossero costretti a cercare altrove scampo dalle guerre e dalle rapine imperialistiche occidentali.

Il che non avrebbe escluso la possibilità di fare anche eventualmente della carità autenticamente generosa, non pelosa e di tasca propria (come invece fanno, emulando l’ elemosiniere del Papa, le cosiddette, molto impropriamente, ONG).

Lungi dal lottare per il diritto delle vittime dell’imperialismo occidentale a poter vivere in patria, e in subordine ad emigrare dove cazzo vogliono e non ad essere deportati necessariamente, indipendentemente dalla loro volontà in Italia (ma questo, non trattandosi di comunisti o comunque di antiimperialisti, da loro non potremmo nemmeno pretenderlo, esattamente come dal Vaticano), esse fanno loro una carità pelosissima fingendo di salvarli dal naufragio e facendoli emigrare -da pretesi naufraghi- nel paese più vicino alle circostanze del salvataggio; che é l’ Italia.

Quest’ultimo caso é clamoroso in proposito: le autorità libiche (ivi illegalmente istallate dall’imperialismo occidentale; ma questo é del tutto irrilevante circa il dovere e le modalità del salvataggio dei naufraghi) avevano offerto, in ossequio a tutte le convenzioni internazionali a cominciare dal venerando Codice Amalfitano, di accogliere i presunti “naufraghi” nel porto più vicino (da loro controllato); al che i “presunti salvatori di naufraghi” rispondevano che mai avrebbero ricondotto i “salvati” là da dove scappavano per scampare a ingiuste persecuzioni.

Così letteralmente sputtanandosi in quanti pseudosalvatori di pseudonaufraghi e invece reali elargitori di “beneficenza pelosa” a spese altrui (della possibilità, per qualche fortunato “beneficiato”, di emigrare contro le inique leggi occidentali che in barba alla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo lo vietano, a spese degli Italiani).

Ora, senza ovviamente pretendere che li aiutassero a lottare per il diritto di non emigrare e in subordine per quello di emigrare, si può però per lo meno pretendere che le loro elemosine le facciano di tasca loro e non con i portafogli altrui (ci sarebbe un modo più colorito di descrivere questo obbrobrio ipocritissimo e decisamente immorale ma me ne astengo per evitare di incorrere nell’infamantissima accusa di “omofobia”).

Dunque, poiché accogliere profughi, fornire loro le prime necessarie assistenze e poi integrarli (preferibilmente per loro; anche per i Salvini e le Meloni, ma chissenefrega! Provvisoriamente) nel tessuto sociale del loro nuovo paese costa (oltre ad indebolire il potere contrattuale dei lavoratori autoctoni), i “benefattori pelosi” avrebbero dovuto (non trattandosi di salvataggio, ché altrimenti avrebbero tassativamente dovuto portarli nel porto più vicino, ossia in Libia, ma invece di elargizione caritatevole del diritto -anzi: della elemosina- di emigrare) portarli non nel porto più vicino ma invece al paese loro (l’ Olanda; c' era tutto il tempo per farlo con tranquillità, non trattandosi di naufraghi bisognosi di assistenza sanitaria urgente): troppo comodo far l’ elemosina da Olandesi con i soldi degli Italiani!

Con tutto questo diffido chiunque dall’identificare queste mie convinzioni con quelle (in realtà diametralmente opposte e per me altrettanto schifose di quelle del Vaticano e delle ONG) di Salvini, Meloni e fascistume vario.



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sabato 29 giugno 2019

PUTINISMO AL TRAMONTO ? di F.S.

[ sabato 29 giugno 2019 ]

«L’era liberale, con il dominio globale occidentale, appartengono a una vecchia, superata epoca storica…..La Russia attuale, al passo con i tempi, è un esempio di democrazia e patriottismo…L’ideologia liberale è arretrata…». 

Vladimir Putin 28 Giugno 2019

L’ultimo articolo di Orietta Moscatelli in Limesonline è dedicato alla crisi del putinismo. La Moscatelli, riprendendo taluni topoi che da circa un mese compaiono nelle riviste geopolitiche specializzate occidentali, parla di un “autunno caldissimo” del presidente Putin che sarebbe già iniziato. Nell’ottica degli analisti vicini al Cremlino, si tratterebbe invece di una pianificazione tattica e strategica basata sulla realizzazione di una “Rivoluzione colorata” a Mosca nell’autunno 2019. 

Il progetto delle sanzioni si concretizzerebbe con la fine del modello putiniano di “Democrazia sovrana” e la vittoria politica di quell’oligarchia liberale e liberista interna con cui il presidente russo non ha potuto regolare definitivamente e in profondità i conti. La Stampa, lo scorso 31 maggio, in un articolo firmato da Giuseppe Agliastro forniva un quadro assai pessimistico della situazione politica putiniana, parlando di un malcontento abbastanza diffuso, a causa di una linea sociale che colpirebbe soprattutto studenti e pensionati e che avrebbe arrestato quell’ascesa dei ceti medi che aveva caratterizzato i precedenti esecutivi Putin. 

L’imperialismo occidentale sta già prefigurando lo scenario ideale: il crollo del modello putiniano significherebbe di conseguenza l’assalto da tutti i lati alla Cina socialconfuciana di Xi Jinping, il dilagare del sionismo nel Vicino Oriente, con il semaforo verde globale alla definitiva macellazione della Siria baathista e la possibile realizzazione su vasta scala della dottrina Schauble, ovverosia della dottrina di fedeltà transatlantica con l’integrazione del mondo eurasiatico confinante con la Cina nel grande Lebensraum occidentale. Si può realizzare effettivamente tale scenario?

E’ passato circa un anno dal decreto attuato come Progetto Nazionale con il quale Putin annunciava che la Russia sarebbe tornata, nel giro di pochissimi anni, tra le prime cinque economie mondiali. Si progettò lo stanziamento di circa 400 miliardi in 6 anni: l’intervento statale, guidato dal ministro delle finanze Siluanov, dovrebbe assicurare la crescita del Pil procapite (previsto oltre i 15 mila dollari nel 2024), la riduzione del tasso di povertà al 5.5% dall’odierno 13%, la diversificazione politico-economica rispetto al modello incentrato nei soli servizi energetici, il contrasto al declino demografico. 

Risultati, nel primo anno, sembrerebbero esservi stati: prescindendo dal Pil, che potrà essere con precisione calcolato preferibilmente dal 2020, va rilevato il significativo e stabile stanziamento dei fondi alle coppie con figli oltre all’apertura di asili nido, scuole e centri pedagogico culturali nelle aree rurali per futuri insegnanti. I punti critici paiono però in particolare due; il primo è rappresentato dal fatto che un investimento di 400 miliardi di dollari è forse non abbastanza cospicuo se si pensa che la Cina, ad esempio, in un anno investe qualche cosa in più, di 400 miliardi di dollari, sul solo piano della infrastruttura interna, il secondo dal fatto che la Russia dal 2014 perde annualmente 150 miliardi di dollari per effetto delle sanzioni e potrebbe così esser necessaria una allocazione delle risorse a trazione fiscale o fondata sull’aumento della quota pensionabile.

Questo quadro chiama di conseguenza in causa il significato politico del putinismo. A talune iniziative effettivamente brillanti e coraggiose, la più significativa ed importante delle quali è la nuova strategia mediterranea di una Russia tornata anche grazie a ciò, di nuovo, potenza globale (come peraltro scrivevo mesi fa Putin avrebbe rivisto il suo atteggiamento libico, schierandosi a fianco di Turchia Qatar Iran) , ma senza trascurare una alleanza che sembra ormai quasi strategica con la Cina, non sempre ha corrisposto una politica interna da grande statista il quale Putin potrebbe essere pure considerato.

Il putinismo poteva inverarsi, nella storia russa, come l’eéite politica del blocco sociale egemonico della piccola proprietà urbana ed anche, o forse soprattutto rurale; la necessaria e strategica alleanza con il capitalismo energetico di stato ha reso effettivamente problematica una tale correlazione e sicuramente senza una tale alleanza la Russia non sarebbe rientrata, con la realpolitik putiniana figlia della scuola machiavellica sovietica e russa (Evgenij Primakov), a giocarsi un ruolo di peso e di primissimo piano nel conflitto inter-imperialista globale che contrassegna la nuova fase strategica. Putin ha subito passivamente dal subimperialismo franco-tedesco più del dovuto; dalla serie di rivoluzioni colorate ucraine e georgiane alla politica sanzionatoria contro la Federazione russa, anche in questo caso la necessità di proteggere e incentivare il capitalismo energetico di stato, base economica e sociale della nuova Russia, ha avuto il sopravvento. Senza dimenticare che nel corso della crisi del 2015 Putin avrebbe potuto forzare a proprio vantaggio la situazione greca, anche alla luce della tradizionale ortodossia del popolo ellenico, colpendo in profondità, in modo irreversibile, il fronte trans-atlantico europeistico di Clinton-Obama ma non lo ha fatto. L’Unione europea lo avrebbe ripagato poco dopo con sanzioni su tutta la linea. Infine, pur avendo inferto un significativo vulnus al liberismo elstiniano, i residui di quest’ultimo sopravvivono tuttora nello stesso indirizzo sociale putiniano.

Nonostante questo, il proposito strategico della fazione Clinton — e dunque degli stessi apparati profondi della Unione europea ancora subalterni alla stessa — fondato sulla “Rivoluzione colorata” a Mosca non ha, almeno secondo il nostro modesto punto di vista, possibilità di successo. 

Il popolo russo, per quanto malcontento possa serpeggiare, è tuttora quasi generalmente grato a Vladimir Putin. Il nome di Putin nella storia di questo grande popolo ha significato politicamente e concretamente che la Russia non si fa più mettere i piedi in testa dall’occidente o dall’imperialismo Usa, come è avvenuto sino a pochi anni fa. Ha significato effettivamente che la bandiera neo-imperiale russa possa sventolare ora con stabilità non solo in Crimea, ma nella base stessa di Humaymim e in quella marittima mediterranea di Tartus. Ha significato che russi e cinesi alleati possano riconfigurare la geopolitica globale ben oltre l’Occidente. 

Tutto questo nella psicologia profonda di milioni e milioni di uomini e donne della Federazione russa è ben piů importante di tutto il resto.

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venerdì 28 giugno 2019

L'ITALIA NON PUÒ FARCELA (DA SOLA) di Moreno Pasquinelli

[ 26 giugno 2019 ]


«Quando il nemico cerca il vantaggio, getta l’esca per ingannarlo. Quando è in confusione, attaccalo. Quando il nemico è potente, stai in guardia. Quando è forte, evitalo. Quando è infuriato, provocalo. Attaccalo quando è impreparato. Fai la tua mossa quando meno se lo aspetta».
Sun Tzu


Il compagno Alessandro Visalli ha scritto un articolo, ben fatto com'è nel suo stile — Giochi di specchi ed equivoci: il caso della Lega — che, dopo un'articolata analisi del fluido e per certi versi confuso quadro politico italiano, nelle conclusioni, chiama in causa chi, come noi, considera un dovere sostenere il governo giallo-verde nel braccio di ferro con l'Unione europea. Sostegno che quindi non è acritico, ma tattico, temporaneo e mirato.

Ebbene, la prima e categorica affermazione di Visalli è che il braccio di ferro non sarebbe che una messa in scena, testualmente una "una nuova puntata della partita di distrazione n.2 (essendo quella sugli immigrati la distrazione n.1)".

A proposito di questa "distrazione n.2" il nostro afferma.
«Alcuni sperano, contro ogni speranza, che queste manovre siano il preludio ad uno storico passaggio del capitale anglosassone e del potere sovrano statunitense dalla pluridecennale politica di sostegno (anche ambigua a tratti, ma sempre confermata allo stretto) dell’unione continentale a guida tedesca, ad una nuova politica volta a frammentare il quadro, consentendo il distacco dell’Italia, magari della Spagna e di qualche altro paese mediterraneo. Ci sono corpose ragioni (negli intrecci di interesse, di capitale, brevetti, insediamenti produttivi, scambi di élite, consuetudini e relazioni) che militano verso la scarsa probabilità di questo esito in tempi medi. Ma soprattutto potrebbe essere descritto come l’alternativa tra padella e brace». [sottolineatura dell'autore]
Non solo sarebbe una "vana speranza" quella di un assist Washington a Roma in funzione anti-carolingia. Ove esso ci fosse il nostro Paese passerebbe dalla padella alla brace.

Perché non sono d'accordo l'ho spiegato giorni addietro — USCITA DALL'EURO E FILOSOFIA POLITICA:
«(1) chi immagina che in queste condizioni sia fattibile una lotta su due fronti, è meglio che cambi mestiere invece di perdere tempo con la politica; (2) che il nemico principale, oggi come oggi, per il popolo lavoratore italiano, non è Trump, bensì la potente oligarchia ordoliberista euro-tedesca e (3) ove la casa Bianca, per ipotesi, offrisse un assist a Roma per rompere con l'euro-dittatura, esso, per quanto ciò sia indigesto a quelli che soffrono di dispepsia, andrebbe colto al volo per fare gol all'oligarchia di cui sopra e vincere possibilmente la Champion league. La  super coppa intercontinentale con l'imperialismo statunitense, la giocheremo semmai dopo, a condizione di aver vinto la partita con l'euro-germania».
Chiedete a Tsipras se non ebbe un peso decisivo, nello spingerlo a subire la terapia lacrime e sangue della Troika, il niet opposto — prima da Obama, poi da Putin, quindi da alcuni potenti fondi d'investimento — a difendere la Grecia dall'attacco eurocratico. 
Beninteso, non è affatto sicuro che Salvini possa contare sull'avallo di certo grande capitalismo anglosassone e yankee a sfidare l'euro-germania, ma ove questo assist giungesse sarebbe sbagliato respingerlo a priori. Il problema, semmai sarebbero le condizioni, visto che per gli americani non ci sono pasti gratis.  Ove si ponesse il problema si dovrebbero valutare, sul piatto della bilancia, i costi ed i vantaggi per il Paese dell'una o dell'altra alternativa. Posto che ben conosciamo quale sarebbe per l'Italia il costo tremendo che pagherebbe ove accettassimo le politiche economiche lacrime e sangue chieste dall'euro-germania, Visalli è davvero sicuro che passeremmo dalla padella alla brace?

Questa, più che un'affermazione ponderata, ha tutta l'aria di un postulato ideologico e impolitico, rivelatore dell'idea che la subalternità all'Unione europea ordoliberista è pur sempre preferibile alla subalternità al liberismo di marca anglosassone — col che abbiamo, Visalli mi perdonerà il ricorso alla proprietà transitiva, che i britannici sbaglierebbero a perseguire la Brexit a qualsiasi costo perché starebbero passando... dalla padella alla brace.

Affermazione, quella della padella e della brace, impolitica, ovvero astratta, oserei dire idealistica, segno, ma forse mi sbaglio, della sudditanza teorica verso certo europeismo distopico habermasiano — l'idea per cui l'Europa avrebbe una missione civilizzatrice universale di cui l'Unione, malgrado tutto, sarebbe strumento.

Si capisce questa astrattezza ove si consideri che per il nostro non c'è alcun braccio di ferro, che esso è una mera pantomima, una manovra salviniana di distrazione di massa. Ove invece considerasse la possibilità della rottura e dell'uscita come frutto di processi oggettivi di crisi della Ue prima ancora che come conseguenza di contrapposte volontà politiche, Visalli dovrebbe prendere in considerazione che questa rottura non solo non sarà indolore ma getterà presumibilmente il Paese in una situazione altamente critica, tecnicamente d'emrgenza, sul piano economico e finanziario anzitutto (spread alle stelle, titoli di debito deprezzati, crisi bancarie a catena, default) e su quello politico-istituzionale. Chiedo a Visalli: in un contesto d'emergenza e di marasma di tali dimensioni respingerebbe l'eventuale salvagente americano? 

Carlo Pisacane
A difesa della sua posizione (che in altri tempi si sarebbe definita "purista") il nostro attinge alla storia del nostro Risorgimento, per la precisione si appoggia a Carlo Pisacane:
«Pisacane nel 1857, alla vigilia della partenza per la spedizione di Sapri, scrisse in “Saggio sulla rivoluzione”, “quale interesse possono avere gli italiani di favorire una dinastia piuttosto che l’altra? Il medesimo di un condannato cui fosse concesso di scegliere il carnefice”. Nel rovesciare la retorica risorgimentale, volta alla unità d’Italia come obiettivo dal quale tutto il resto deriva, dichiarando la priorità della “libertà sociale”, sulla mera “libertà politica”, il duca napoletano dichiara con grande forza d’animo e chiarezza di visione che chi “spera che un popolo straniero ci conquisti per poi donarci la libertà”, segue “delle utopie la più assurda e codarda ad un tempo stesso”. Visto dal punto di vista del patriota napoletano, e dunque di chi vede il Regno di Sardegna da secoli come paese estero (ma la cosa è in modo del tutto evidente simmetrica), è chiaro che “il forte troverà maggior vantaggio nel comandare, che nel francare completamente il debole; senza che la libertà ottenuta in dono non potrà essere che condizionata, quindi mutilata”.L’unica libertà reale è quella che si prende da se medesimi, e quella che attiva le energie sopite nel popolo, suscitandone le energie. Ancora con le parole di Pisacane: “Non è libera una nazione convinta, ch’altri, volendo, possa rapirgli la sua libertà; la piena fiducia nelle proprie forze è una condizione indispensabile (fiducia che solo dai fatti può emergere), quindi la libertà deve non solo conquistarsi ma conquistarsi senza aiuti”».
Pisacane non è stato solo un grande patriota. E' stato il solo, anche contro Mazzini, a legare indissolubilmente la liberazione sociale degli oppressi a quella nazionale, e in questo fu un vero socialista ed un vero rivoluzionario. Di più, di contro non solo a Mazzini ma allo stesso Marx, comprese la centralità della riforma agraria, e che senza la mobilitazione dei contadini non ci sarebbe stata alcuna vittoria nazionale e rivoluzionaria. Mise dunque in guardia da un "risorgimento" guidato dalla borghesia perché questa, per sua natura, avrebbe tradito la causa democratica e popolare.

Le intuizioni di Pisacane erano giuste, ma non erano sorrette né da una solida teoria politica né da una realistica articolazione strategica. Dalla una profetica visione generale  possono discendere scelte tattiche, decisioni e pratiche sbagliate, poiché queste ultime debbono fare i conti con le circostanze concrete e con i rapporti di forza in cui l'azione politica si esplica. E' certo, tanto per rifarsi al Machiavelli, che il rigorismo morale non è quasi mai un buon consigliere dello stratega politico. Nel caso specifico erano idee sbagliate la "propaganda del fatto" e la concezione mitica dell'azione eroica, come una pratica errata il militarismo avanguardista. Pisacane fu infatti un proudhoniano anti-giacobino, per certi versi antesignano di certo anarchismo antipolitico. Per quanto sia triste occorre riconoscere che la sua fine tragica nel luglio 1857, fu la sanzione del suo primitivismo politico.

Ci sarà pure una ragione se alla fine sarà il genio politico del Cavour, il suo machiavellico destreggiarsi tra le potenze in contesa, ad averla vinta e per la prima volta dopo tanti secoli a fare dell'Italia uno Stato-nazione.

Tutto questo per dire che non c'è niente di più sbagliato tirare in ballo Pisacane come  maestro. Per essere più precisi è sbagliato considerare il suo esempio come foriero di insegnamenti per l'Italia dell'oggi che, piccola potenza tra grandi per di più privata di sovranità sostanziale, potrà liberarsi se e solo se saprà utilizzare per trarne vantaggio gli attriti ed anche i conflitti tra le potenze mondiali. 

Come "principe" avemmo già Cavour, e il popolo ne pagò le conseguenze a carissimo prezzo. Serve oggi un "Principe" che tenga assieme determinazione rivoluzionaria e realismo politico. Per questo non ci serve Carlo Pisacane, ma semmai Antonio Gramsci. 



 

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VERSO LE ELEZIONI? di Leonardo Mazzei

[ venerdì 28 giugno 2019 ]


Ci sarà o meno l'accordo con l'Ue per fermare la "procedura d'infrazione"? 


La questione è fondamentale, ma c'è un altro bivio decisivo che ci indicherà la direzione della politica italiana: si andrà oppure no alle elezioni anticipate a settembre?

Dalla risposta a questa seconda domanda dipende infatti anche il futuro del confronto-scontro con l'UE. Solo compattandosi il governo potrà andare avanti, e solo in quel caso possiamo ragionevolmente prevedere una certa capacità di resistenza all'attacco di Bruxelles e Francoforte. Se invece il governo cadrà, aprendo la strada alle elezioni anticipate, le èlite euriste avranno segnato un primo punto (quanto decisivo lo diranno solo i fatti) a loro favore.

Alle elezioni europee abbiamo motivato il nostro voto alle liste M5S solo ed esclusivamente sulla base di un ragionamento, ed un obiettivo, semplice semplice: quello di impedire che un successo troppo ampio della Lega spingesse quel partito al ritorno alle vecchie alleanze, quindi alla caduta del governo gialloverde, dunque alla fine dell'esperienza populista sostituita da una riemersione, per quanto debole e contraddittoria, del bipolarismo.

Vista da chi è ossessionato dalla modesta figura di Matteo Salvini, questa differenza tra populismo e bipolarismo può sembrare una cosa del tutto secondaria. Tanto, pensano costoro, a guidare questo od il futuro governo sarebbe sempre il fidanzato della figlia di Verdini. Dunque, perché preoccuparsene?

In realtà, come abbiamo spiegato tante volte, la dissoluzione dell'attuale maggioranza di governo è il primo decisivo obiettivo del piano di rivincita delle oligarchie sconfitte nelle urne del 4 marzo 2018.



Mettiamoci nei panni del nemico


Qual è questo piano? Proviamo a capirlo mettendoci nei panni del nemico, che è sempre un buon metodo. I dominanti — giova ricordarlo — non sono invincibili, ma sono in genere piuttosto realisti. Per loro i populisti sono comunque un problema; un veicolo, per quanto scalcinato, attraverso il quale alcune spinte popolari arrivano a superare il tradizionale sbarramento che deve separare di fatto, e senza darlo troppo a vedere, il popolo dai centri, dalle istituzioni, dai meccanismi del vero potere.

Dunque, i populisti o vengono normalizzati o debbono essere cacciati dal governo. C'è tuttavia un problema. Nella concreta situazione italiana questa cacciata non è semplice. Mentre non si vede per quale ragione Salvini e Di Maio (od almeno uno dei due) dovrebbero accettare un ritorno del "governo dei tecnici", questa soluzione è altamente sconsigliabile anche per le oligarchie, dato che esalterebbe proprio la contraddizione tra popolo ed élite, che è esattamente quel problemino che lorsignori son costretti a maneggiare con cura.

Che fare allora? Ecco che entra qui in scena il realismo. Se un nuovo Monti non è proponibile, se una rivincita del Pd è di là da venire, il piano ha da essere un altro, necessariamente più complesso. Quale? L'unico realisticamente possibile nella fase attuale. Se ci mettiamo in quest'ottica non è difficile vedere un progetto diviso in tre tappe: 1) rottura dell'alleanza giallo-verde, 2) disintegrazione di M5S, 3) governo della destra con la normalizzazione di Salvini.

Il primo obiettivo è quello di spaccare definitivamente l'attuale maggioranza di governo, provocando la crisi e l'impossibilità di un ricompattamento. E' a questo che si lavora fin dalla nascita del governo Conte. Un lavoro, specie mediatico, teso ad esaltare le contraddizioni reali tra Lega ed M5S, a scavare in quelle interne ai due partiti, cercando di favorire in ognuno le posizioni e le forze tendenti alla divaricazione: il blocco nordista capeggiato da Giorgetti nella Lega, il brontolio "politicamente corretto" dei "fichiani" nei Cinque Stelle.

Caduto il governo, indette le elezioni anticipate, il secondo obiettivo sarebbe quello del totale scompaginamento di M5S. Se sbaragliare le due forze populiste in un colpo solo è impossibile, che intanto se ne faccia fuori una, cercando poi di condizionare l'altra. L'anello debole sono i Cinque Stelle, ed è lì che si andrà a colpire anche per favorire la ripresa del Pd. Del resto — lo abbiamo segnalato tante volte — è in quella direzione, più che verso il governo nel suo insieme, che si è concentrato l'attacco sistemico nell'ultimo anno.

Se così dovessero andare le cose — chi scrive si augura evidentemente il contrario, ma qui è l'ipotesi elettorale che stiamo considerando — dalle elezioni uscirebbe quasi certamente un governo di destra. Ma quale destra? Ecco allora il terzo obiettivo dei dominanti: quello di una destra con un Salvini normalizzato. Apparentemente, questo terzo obiettivo sembrerebbe quello più difficile da realizzarsi. Ma è davvero così? Ecco un punto che, proprio perché meno scontato, ha bisogno di un maggiore approfondimento.



Un Salvini normalizzato?


Non siamo tra quelli che la fanno facile. Quelli che "Salvini farà come Tsipras". Del resto il salvinismo è davvero un fenomeno complesso, l'incontro (non sappiamo se solo momentaneo) di spinte diverse, che se così non fosse mal si spiegherebbe l'attuale esplosione dei consensi.

Bisogna tuttavia stare ai fatti. Ed essi si condensano talvolta in qualche evento emblematico. Quale miglior simbolo di una certa tendenza, se non il signor Giancarlo Giorgetti da Cazzano Brabbia, cugino del banchiere Ponzellini e chiaro terminale romano della Lega Nordista? Ebbene, è stato proprio costui a bruciare sulla pubblica piazza la proposta dei MiniBot. Non solo, non contento del sostegno dato in questo modo ai vari Tria, Mattarella, Visco e Draghi, egli è passato a sfottere a più riprese il collega di partito Borghi Aquilini. Ora, che di "Leghe" ne esistessero almeno due, questo ci era noto da tempo. Ma il fatto è che il Giorgetti ha parlato come colui che davvero comanda.

Sapremo presto se così stanno le cose, ma diversi fatti vanno in questa direzione. In primo luogo il ricompattamento del governo, avviato dopo il 26 maggio, è di nuovo in crisi. E la ragione principale è nell'insistenza leghista sul "regionalismo differenziato". I governatori del nord vogliono incassare alla svelta, favoriti in questo dalla sostanziale acquiescenza del Pd. Ma dividere il Paese, proprio nel momento in cui si dice di voler tenere testa all'UE, mette in luce che c'è qualcosa che non va nella narrazione leghista.

Se andremo alle elezioni a settembre, questo sarà il segno della vittoria della linea di Giorgetti nella Lega. Una vittoria che farebbe piacere al Quirinale ed al Pd, per non parlare della tecnocrazia eurista. Il diavolo, tuttavia, fa le pentole ma non i coperchi. E neppure Giorgetti potrebbe spodestare Salvini, che guida tra l'altro un partito che si chiama proprio Lega - Salvini premier. Tutto questo è chiaro, ma...



Ma... c'è sempre un "ma" che conviene esaminare


Apparentemente la leadership di Salvini è fuori discussione. E siccome non pensiamo che il tipo sia "tutto fumo e niente arrosto", stanti così le cose anche lo scontro con l'UE apparentemente è inevitabile. Ci sono tuttavia tre fattori di cui dobbiamo tenere conto.

Il primo è che l'opzione elettorale determinerebbe di fatto una tregua, per quanto breve, con la Commissione europea. Il secondo è che la destra vincente avrebbe a quel punto, almeno in teoria, un'intera legislatura davanti; un quadro in cui sarebbe più facile tentare un compromesso con Bruxelles. Il terzo fattore, vero punto di forza della Lega Nordista, è che l'UE sarebbe ben felice di favorire le due misure bandiera del "regionalismo differenziato" e della flat tax, a patto — nel caso della seconda — che essa venga compensata con un mix di nuove tasse e/o nuovi tagli. A quelle condizioni l'Italia potrebbe forse avere, per un po' di tempo, un più favorevole trattamento alla "spagnola".

Tuttavia Salvini non è Rajoy
, e (come avevamo previsto) il matrimonio europeo tra il PPE ed il populismo di destra, che molti ipotizzavano nei mesi scorsi, non è avvenuto. Ma l'Italia non è l'Europa, ed a Roma qualcuno dovrà pure governare. Posto che la coalizione di destra ha di gran lunga le maggiori possibilità di affermarsi, chi verrà chiamato a Palazzo Chigi?

Abbiamo già scritto diverse volte, ricordando il ruolo della magistratura nei passaggi topici della vita nazionale, che la normalizzazione di Salvini potrebbe avvenire per vie non convenzionali. Quali non ci è dato sapere, ma il leader della Lega sembra temere qualche agguato di questo tipo. Non necessariamente un attacco che lo faccia fuori del tutto, ma che ne ridimensioni quantomeno le ambizioni personali e politiche.

Fantapolitica? Chissà. Ma nel caso, come non vedere che sarebbe proprio Giorgetti l'uomo della normalizzazione, dell'accordo con l'oligarchia nazionale, del compromesso con Bruxelles? Ovvio che, ove fosse quella la linea, Giorgetti arriverebbe in carrozza a Palazzo Chigi.

Pur se questa non sarebbe certo la fine della spinta populista, questo epilogo ne segnerebbe una pesante per quanto momentanea sconfitta. Momentanea perché, ne siamo certi, quella sconfitta alla fine colpirebbe anche la Lega, destabilizzando così nuovamente un equilibrio comunque precario. Si fa presto infatti a conquistare consensi, ma di questi tempi ancor meno ci si mette a perderli.

Basterebbe forse ricordarsi di quest'ultimo dettaglio per evitare la scelta che oggi appare come la più facile ai capibastone leghisti. Chi vivrà vedrà, ma non si facciano illusioni.


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giovedì 27 giugno 2019

SEA-WATCH 3: LA PROVOCAZIONE PERFETTA di Sandokan

[ giovedì 27 giugno 2019 ]

Stavo scrivendo un pezzo sulla paradossale vicenda della multinazionale Arcelor Mittal: "Chiudiamo a settembre se il governo non ci assicura che per noi la legge sulla tutela della salute e dell'ambiente non si applica".
Una vera e propria bomba ad orologeria sotto le chiappe del governo, per la precisione quelle  già malandate di Di Maio, quando...

Quando dalle acque del Canale di Sicilia è partito un potente siluro, bersaglio sempre il governo, ma questa volta puntato diritto al bersaglio grosso: Matteo Salvini. 

La capitana della Sea Watch 3 ha deciso di puntare su Lampedusa, violando clamorosamente le disposizioni (giuste o sbagliate che siano) dello Stato italiano.
"La capitana contro il capitano", titolano  diversi giornali. L'eroina del giorno per gli intellettualoni e per la sinistra transgenica che gridano al fascio-sovranismo.

Che nulla avvenga per caso, che questa impresa sia un altro tassello di un disegno, quello di creare guai al governo italiano, non c'è dubbio.

La prova che siamo davanti ad una mossa insidiosa per azzoppare il governo, anzi innanzi alla provocazione perfetta lo dimostra un fatto: da ieri il battaglione del pietismo-mondialista (agenzie di stampa, Tv, siti web e carta stampata) pubblica biografie dettagliate e agiografiche di Carola Rackete. Tedesca, cinque lingue sul suo curriculum, ambientalista, studi e master in Gran Bretagna, una vita per i diritti degli animali e ora anche delle persone, diventa ufficiale di bordo e poi attivista della Sea-Watch.
Carola di se stessa dice:
«La mia vita è stata facile, ho potuto frequentare tre università, sono bianca, tedesca, nata in un paese ricco e con il passaporto giusto. Quando me ne sono resa conto ho sentito l'obbligo morale: aiutare chi non aveva le mie stesse opportunità».
Un ritratto esemplare del borghese filantropo da opporre al trinariciuto Salvini. Un'operazione mediatica impeccabile. Chi meglio di questo impavido "pirata buono", di questa novella Giovanna d'Arco del buonismo no border, poteva assurgere a icona anti-sovranista? 

Salvini deve stare molto attento a giocare le sue carte: se riesce a far arrestare la Carola Rackete (come toccherebbe a chiunque date le circostanze) passerebbe per l'implacabile uomo nero, ove non ci riuscisse, visto che ci vuole un qualche magistrato che gli dia retta, perderebbe la faccia.




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GENDER X: LO SPARTIACQUE ISLANDESE...

[ giovedì 27 giugno 2019 ]




Sulla controversa questione del "Gender" ci sono stati su questo blog diversi interventi. Più sotto li elenchiamo. 
 Nel frattempo segnaliamo un corsivo di Luigi Offeddu, pubblicato in sordina (pagina 24) dal Corriere della Sera del 24 giugno. Offeddu ci segnala una inquietante legge appena approvata dal Parlamento islandese. Un provvedimento qualsiasi? ovvio che no. Come segnala il giornalista ci sono di mezzo "il costume sociale, la politica, l’etica, la scienza". In breve, quella che una volta si chiamava "visione del mondo". E' condivisibile la "visione del mondo" di cui il "gender" è solo un travestimento cosmetico?
Ci torneremo su, intanto leggete cosa hanno deciso nella premiata (dal World Economic Forum!) Islanda ...


*  *  *


L’AUTONOMIA DI GENERE: NE’ MASCHIO NÉ FEMMINA, IN ISLANDA C’È CHI È “X” 


di Luigi Offeddu 



Né maschio né femmina, ma “X”, marcato sul registro dell’anagrafe: d’ora in poi, come stabilito dall’”Atto per l’autonomia del genere” appena approvato dal Parlamento di Reykyavik, i cittadini islandesi che lo vorranno potranno registrare il proprio sesso “in accordo con le loro esperienze di vita”, senza bisogno di accertamenti e diagnosi mediche per confermare un cambiamento di genere.
“Nessuno meglio del singolo individuo”, questo il principio-base della nuova legge proposta dalla premier Katrine Yakobsdottir, ha infatti il diritto di prendere una simile decisione.
Mentre speciali equipe di medici saranno chiamate a certificare la situazione giuridica di quei neonati venuti al mondo “senza specifiche caratteristiche sessuali”, così da “assicurare il diritto individuale all’immunità fisica”.
In altre parole, la “X” trans gender potrà essere attribuita alla nascita, per lasciare una futura libertà di scelta ai futuri cittadini. Un uomo, poi, potrà avere un nome femminile e una donna viceversa: mentre fino ad ora bisognava avere il permesso di un “comitato nazionale degli appellativi”.
Unica eccezione a queste aperture: i minore di 18 anni dovranno comunque chiedere il parere dei genitori, prima di cambiare il proprio genere all’anagrafe.
Anche per un paese come l’Islanda, che nel 2018è risultata primo nella classifica internazionale dell’Uguaglianza di genere stilata dal World Economic Forum, la nuova legge ha il carattere di uno spartiacque. E riguarda il costume sociale, come la politica, l’etica, la scienza. “Per migliorare i diritti umani di tutti sono necessari coraggio e volontà politica”, ha commentato la Premier. Anche se la realtà ha spesso molti risvolti: secondo una ricerca pubblicata nel 2015 dal Giornale scandinavo della sanità pubblica, fra i giovani gay islandese il rischio di tentato suicidio è 17 volte più alto che fra tutti i loro coetanei.



Articoli recentemente pubblicati su SOLLEVAZIONE

L'IDEOLOGIA DEL "GENDER" di Diego Fusaro
CONTRO IL FEMMINISMO DI REGIME  di Carlo Formenti
LA GRANDE TRAPPOLA  di M. Micaela Bartolucci
GAY PRIDE E POPOLO DELLA FAMIGLIA di M. Micaela Bartolucci

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MINIBOT: UNA FURBATA ALL'ITALIANA? di Eros Cococcetta

[ giovedì 27 giugno 2019 ]


Abbiamo già scritto e detto dei MiniBoT. Volentieri pubblichiamo questo contributo di Cococetta, segnalando tuttavia due cose. Il nostro difende la tesi che i MiniBoT non saranno a corso forzoso bensì "titoli ad accettazione facoltativa". Abbiamo avuto modo di segnalare QUI e QUI perché questa facoltatività sarebbe un pericoloso vulnus.
Infine. Cococcetta conclude affermando che ove non si introducesse una moneta parallela l'uscita dall'euro sarebbe impossibile poiché "per uscire dall’Euro bisogna PRIMA avere già in circolazione (da almeno 6 mesi) un’altra moneta nazionale". Un'affermazione (quella che occorrerebbero 6 mesi) che a quanto risulta a noi non poggia su alcuna evidenza fattuale ed empirica.


*  *  *

Il ragionamento che fa Marco Mori è completamente sbagliato, sia sotto l’aspetto giuridico che economico, e stranamente pro UE e pro BCE anche se fatto da un leader politico che H24 si dichiara contro l’Euro e la UE.
La discussione sui Minibot ha ormai raggiunto livelli di propaganda incredibili. I contrari, con Draghi in testa, dicono che se sono moneta sono illegali, ma si guardano bene dal menzionare quali siano le norme violate, oppure se sono titoli di stato sono più debito, mentre invece si tratta di regolare un debito già esistente. 



Cerchiamo di fare il punto


I MINIBOT CERTAMENTE NON SONO MONETA perché sono titoli ad accettazione facoltativa, mentre la caratteristica principale della moneta è il corso forzoso, il che significa che la moneta deve essere accettata da chiunque e per questo è anche definita a corso legale.
Ricordiamo che lo Stato ha piena facoltà di emettere titoli di stato del taglio ritenuto più opportuno (grande, medio o piccolo). 

I MINIBOT sono dei TITOLI DI STATO DI PICCOLO TAGLIO, con alcune caratteristiche particolari: non hanno scadenza, non danno interessi, sono di accettazione facoltativa e sono di piccolo taglio per favorirne la circolazione anche per i piccoli pagamenti. E questa ultima caratteristica, anche per la grafica, le fa assomigliare alle banconote o più precisamente ai biglietti di Stato (come le vecchie 500 Lire di Aldo Moro), ma non sono banconote né biglietti di Stato perché di accettazione facoltativa. Ma per questa caratteristica del piccolo taglio i MINIBOT all'occorrenza potrebbero essere facilmente trasformati in MONETA SOVRANA e questo certamente terrorizza Draghi e la Commissione Europea. 

Ma i MINIBOT NON SONO NEPPURE DEBITO perché 
«sono titoli di pagamento a valere su debiti già maturati e contabilizzati dalla pubblica amministrazione. Quindi si tratta solo di dare luogo all’erogazione: è un problema di liquidità, non di debito ….. I minibot sono stati congegnati come mezzi di pagamento fiduciari: chi li riceve lo fa di propria volontà ….. Sicuramente ci potrà pagare le tasse, perché l’emettitore – lo Stato – dovrà accettare i minibot come pagamento delle tasse…. Quindi non è che lo Stato si indebita di più perché riceve meno tasse in euro, essendo stato pagato il suo credito in minibot. Si è semplicemente regolata, parzialmente, la problematica della liquidità …»  Nino GALLONI a Draghi: i minibot non sono né valuta né debito
- Su debito pubblico e MiniBoT: Carlo BOTTA: audio intervista a "Non è la Radio 

Diciamo che i MINIBOT sono una GENIALATA perfettamente legale, UNA FURBATA ALL'ITALIANA, su cui la Commissione Europea e Draghi non possono farci nulla, oltre che sbraitare, perché capiscono perfettamente il pericolo che nascondano: la CADUTA DELL’EURO....
Sulla MONETA quasi tutti gli esperti si sono dimenticati dell'art. 117 della COSTITUZIONE: 
«LO STATO HA LEGISLAZIONE ESCLUSIVA NELLE SEGUENTI MATERIE: lett. e) MONETA, TUTELA DEL RISPARMIO E MERCATI FINANZIARI; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; ....»
 Questo è il testo vigente anche dopo le modifiche apportate da Monti sul pareggio di bilancio (legge cost. 1/2012). Può un Trattato europeo approvato dal Parlamento con una legge di ratifica (il Trattato di Lisbona del dic. 2007 è stato approvato con legge 2.8.2008 n. 130) annullare o vanificare una norma costituzionale? DIREI PROPRIO DI NO, anzi anche le leggi di esecuzione dei Trattati europei possono essere assoggettate al giudizio della Corte Cost. se in contrasto con i principi fondamentali della nostra Costituzione o con i diritti inalienabili della persona umana (v. sentt. nn. 183 del 1973, 170 del 1984). E non c’è dubbio che i trattati europei violano il diritto al lavoro spettante a tutti i cittadini e il dovere dello Stato di garantire la piena occupazione (artt. 1, 3 e 4 Costituzione).


E’ bene sottolineare che gli Stati dell'Eurozona, ai sensi dell’art. 128 TFUE, emettono monete metalliche in Euro ma non possono emettere banconote in Euro, poiché tale facoltà è riservata alla BCE e alle Banche Centrali Nazionali; e la POLITICA MONETARIA che fa capo alla BCE (artt. 2, 3 e 127 TFUE) riguarda soltanto l’Euro e gli aspetti finanziari connessi all’Euro (e certamente non l'emissione dei titoli di stato che rientra nella competenza esclusiva degli Stati): essenzialmente la quantità di banconote in Euro in circolazione e l’acquisto di titoli di stato già in circolazione, cioè sul mercato secondario (QE), dato che la BCE non può avere alcun rapporto finanziario diretto con gli Stati UE — art.123 TFUE, la norma più assurda dei trattati europei, che svela in modo evidente le intenzioni anti statali di chi ha redatto i trattati, ossia le élite finanziarie. 

Ma la BCE non può decidere nulla sulle monete dei n. 9 Stati UE che hanno mantenuto la propria valuta rinunciando all’Euro (una scelta molto felice dato che i 9 Stati ribelli presentano incrementi annuali di PIL quasi sempre superiori rispetto agli Stati Eurozona). L’aspetto importante da sottolineare è che la competenza della BCE riguarda soltanto l’Euro, in particolare le banconote in Euro e la moneta elettronica in Euro; cioè la BCE ha il monopolio dell’Euro e non della moneta in generale e gli artt. 2, 3 e 127 vanno letti insieme all’art.128. 

Perciò gli Stati Eurozona possono benissimo emettere BIGLIETTI DI STATO (emessi dalla Zecca) in un’altra valuta valida soltanto sul territorio nazionale (almeno inizialmente). Questo perché anche nell’Unione Europea vige il PRINCIPIO DI LEGALITA’, per cui quello che non è espressamente vietato dalla legge o dai trattati, o comunque non è regolato da tali norme, è consentito. 

I mercati ci attaccherebbero? Pazienza, un motivo in più per stampare a manetta la nuova moneta sovrana. Ricordiamoci che noi abbiamo POSTE ITALIANE presente in tutto il territorio nazionale, che è la banca della CASSA DEPOSITI E PRESTITI. E non dimentichiamo che esiste anche l’ART. 114-bis del Testo Unico Bancario concernente la facoltà di emettere MONETA ELETTRONICA, che riguarda: le banche e «la BCE, le banche centrali comunitarie, LO STATO ITALIANO e gli altri Stati comunitari, LE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI STATALI, REGIONALI E LOCALI, nonché POSTE ITALIANE». 

Un’ultima notazione: qualora si ritenesse (anche se erroneamente, per quanto sopra chiarito) che non sia possibile introdurre una MONETA PARALLELA SOVRANA NAZIONALE sarebbe di fatto impossibile uscire dall’Euro. Questo perché per uscire dall’Euro bisogna PRIMA avere già in circolazione (da almeno 6 mesi) un’altra moneta nazionale, per l’evidente motivo tecnico che uscendo dall’Euro da oggi a domani ci troveremmo senza Euro e senza la moneta nazionale, che sarebbe un disastro finanziario assoluto.
Quindi possiamo concludere dicendo: avanti con i Minibot, poi con i Certificati di credito fiscale e poi con la Moneta sovrana nazionale.



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mercoledì 26 giugno 2019

MINIBOT: CONVEGNO CON ANTONIO RINALDI E MARIO VOLPI

[ mercoledì 26 giugno 2019 ]


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POPULISMO E SOVRANISMO MINIMALISTA di C.f.

[ mercoledì 26 giugno 2019  ]

la politica estera del governo giallo-verde appare incerta, confusa e contraddittoria. Essa può forse essere decodificata alla luce della storia italiana.





Il nodo strategico occidentale è quello italiano


Dall’ingresso dell’Italia nella zona euro, abbiamo visto fronteggiarsi tre tendenze strategiche. La linea del nordismo nazionale europeista-occidentalista ha visto la momentanea avanzata di Prodi prima, poi di Monti e Renzi. Il principio strategico era quello imperniato sulla coalizione sociale di carattere grande borghese a supporto dell’agenda della ristrutturazione europea. Anche all’interno di un medesimo blocco strategico spesso le faglie tattiche prevalgono sulla iniziale strategia comune; emergevano le fratture interne al blocco nordista tra un Primo ministro come Prodi che voleva comunque ricalcare la tendenza storica della sinistra italiana e dunque assai devoto al neo-gollismo subimperialista parigino (per questo poi premiato con la Legion d’Honneur nel 2014), uno filogermanico ortodosso come Monti e uno tatticamente filoclintoniano come Renzi. Ciò non toglie che la costante storica e geopolitica di tale blocco sia la medesima. I Cottarelli, i Draghi, i Padoan sono elementi di punta di tale blocco. Non sono tecnici, come non fu tecnico Monti, ma punta avanzata dello schieramento subimperialista, che non vuole l’affrancamento da Washington ma viceversa un nordismo integrato nella logica atlantica. 
Camillo Benso conte di Cavour


La linea del neoatlantismo mediterraneo ha visto invece in posizione di vertice Berlusconi, in particolare il Berlusconi IV. Da Pratica di Mare (2002) sino alla suicida capitolazione rappresentata dall’intervento militare in Libia (2011) si potrebbe anche dire che Berlusconi abbia seguito la linea del neo-atlantismo di Enrico Mattei, ossia quella di un atlantismo più mediterraneo che nordico o occidentalista ma aperto alle istanze del mondo russo e di quello arabo. Non si dimentichi che Berlusconi propose a più riprese l’ingresso della Turchia islamica di Erdogan nella UE, proprio per bilanciare lo strapotere franco-tedesco e temperare la minaccia rappresentata dal nodo migratorio.

Il neoatlantismo mediterraneo, a differenza di governi tecnici o di sinistra, è stato infatti sempre tiepido, se non proprio scettico, verso l’europeismo a trazione franco-tedesca: l’idea di fondo che ha supportato inconsciamente l’atlantismo mediterraneo berlusconiano era che il colpo di stato della magistratura italiana dei primi anni ’90 non azzoppò e decapitò solo la migliore classe politica del mondo occidentale, ma finì per mettere alle corde l’intero sistema paese, quel sistema che aveva reso l’Italia la quarta potenza industriale del mondo e che così grande invidie suscitava Oltralpe e nel Nord Europa. 

Il 2011 fu la data spartiacque che segnò il tramonto del berlusconismo: invece di intraprendere il “momento Sigonella”, legittimandosi così definitivamente nella storia italiana, il Berlusconi IV capitolò su tutta la linea di fronte alla coalizione antigheddafiana, guidata dall’imperialismo clintoniano e dal subimperialismo franco-inglese. Fu quello, appunto, il tramonto di Berlusconi, colpito anche dalle note vicende giudiziarie. La differenza tra uno statista e un buon affabulatore politico emerse lì; l’incapacità di fare di una persecuzione giudiziaria o di un evento avverso l’occasione di un nuovo destino politico non apparteneva a Berlusconi. 


La doppia geopolitica giallo-verde


Infine, con il Governo del cambiamento, si va imponendo una nuova, inedita linea. Paolo Baroni ne “La Stampa” la definisce la doppia geopolitica populista. Quando Salvini è stato infatti di recente ricevuto negli Usa, Giuseppe Conte si trovava alla cena di gala del Principe di Savoia (Milano) per l’anteprima del nuovo rapporto della Fondazione Italia-Cina, presente tra gli altri il nuovo ambasciatore cinese in Italia. Se volessimo trovare un antecedente storico di tale atteggiamento geopolitico italiano, anche su tale piano non reggerebbe il sinistro assioma clintoniano del “governo grillo-fascio-leghista”; ben lungi dal ripercorrere la linea di un neo-imperialismo mediterraneo (Cavour, Mussolini), il Governo del cambiamento sembra muoversi nel senso dell’accorta e prudentissima istanza geopolitica giolittiana. 
Francesco Crispi

Oltre la guerra italo-turca (1911-1912), previamente concordata dal grande statista di Dronero con le superpotenze dell’epoca (Francia, Inghilterra, Germania), la sostanza geopolitica guicciardiana ed anti-machiavelliana del giolittismo insegna che prima di schierarsi definitivamente con un fronte strategico occorre sviluppare l’arte dell’attesa. Attendere quale sarà l’esito definitivo del conflitto. Qui si coglie la natura del non interventismo giolittiano rispetto alla Prima guerra mondiale. Giolitti non era filotedesco, come si ripete erroneamente in ambito storiografico, non era nemmeno a favore dei franco-inglesi; il suo fine geopolitico era quello di imporre, nella contesa globale, l’Italia come media potenza regionale. Il miglior modo per ottenere il fine, in tal senso, era quello di intervenire nel conflitto quando fosse diventato chiaro chi, tra i due fronti, si sarebbe in definitiva affermato. Giolitti non coltivava un piano di strategia che non fosse quello di ottenere il massimo per un sistema paese, quello italiano, che nella sua profonda considerazione non aveva eccellenza e superiori qualità da poter far valere rispetto ai più avanzati modelli occidentali dell’epoca. 

La successiva storia italiana dirà invece che l’arte di governare lo Stato, soprattutto in condizioni avverse, è inscritta nel codice culturale e morale italiano, più che in qualsiasi altro paese occidentale, escludendo naturalmente gli USA per evidenti ragioni geopolitiche ed economiche. Diversamente dall’impulso neoimperiale mediterraneo del conte di Cavour, poi ripreso con autonome caratteristiche da Mussolini, come il Silva mostrò nei suoi studi sulla centralità geopolitica del Mediterraneo e come confermerà Francesco Cossiga in Per carità di Patria (Mondatori 2003), impulso che avrebbe voluto porre l’Italia come soggetto attivo ed universale sul piano della contesa mondiale, dunque come superpotenza globale, Giolitti immaginava invece la funzione italiana come esclusivamente padroneggiata da un gioco di rimessa: l’Italia come arbitro e mediatore subimperialista di ultima istanza nel gioco delle superpotenze. 

Ciò rimanda, d’altra parte, ai migliori momenti della tradizione diplomatica della Prima repubblica — Moro, Andreotti — con l’impulso globale mediterraneo pronto però a rinascere in talune iniziative estemporanee, e purtroppo non fortunose, di un Fanfani o di un Craxi. 


Guicciardinismo tatticistico


L’impressione è quindi quella che il Governo giallo-verde, con la doppia geopolitica populista, nonostante sia nella condizione di poter far saltare definitivamente il banco, grazie ad una linea diretta ed a una corsia preferenziale con Washington — che irrita in modo particolare il gollista Macron ed i sogni armati imperiali di Parigi — stia praticando, con sottili diversioni tattiche, il principio giolittiano dell’attesa geopolitica. Vi è la consapevolezza, a Roma, che Mosca e Pechino sono sul punto di realizzare una guerra valutaria globale che mira all’espropriazione del surplus nello scambio ineguale imperialista sionista ed americano, ed in parte in quello stesso del subimperialismo zoppo di Parigi e Berlino; vi è altresì la consapevolezza della intima debolezza strategica, politica del blocco franco-tedesco; vi è il fondato timore che nell’ormai divampante guerra ibrida americano—cinese, Berlino e Parigi potrebbero definitivamente ridursi a entità politicamente semicoloniali di Beijing o Washington. 

Sia chiaro; tale principio, quello giolittiano dell’attesa, si infranse comunque con la logica della trincea e della mobilitazione di massa e il giolittismo morente dovette lasciare spazio all’interventismo mussoliniano di imperialisti e sindacalisti rivoluzionari. Ma l’interventismo italiano, in epoca di guerra ibrida ed asimettrica, presuppone un piano strategico che, se possibile, è anche più rischioso e di difficoltosa attuazione di quello di sindacalisti rivoluzionari e imperialisti italiani nello scorso secolo; considerata peraltro la intima situazione di un sistema paese travolto dalla catastrofe del 1993, di cui si percepiscono ancora i tragici effetti, sistema paese assolutamente povero peraltro di materie prime e beni essenziali.

Romano Prodi ne “Il Messaggero” interpreta invece la doppia linea gialloverde come una “doppia giravolta” che ci isola dal mondo. Il senatore a vita si domanda inoltre se la giravolta filotrumpiana di Matteo Salvini non sia stata per caso messa in atto “con la benedizione di Vladimir Putin, interessato anch’egli a indebolire un’Europa con la quale i rapporti sono sempre peggiorati negli ultimi anni”, concludendo che la politica trumpiana di contenimento dell’UE si fonda da un lato sulla Brexit, dall’altro su quelle che definisce “le contraddizioni italiane”. 

Sarebbe probabilmente più corretto parlare di un preciso calcolo neo-giolittiano e neo-democristiano della frazione gialloverde del “partito piccolo-borghese” mediterraneo, più che di contraddizioni italiane. Frazione purtroppo priva di un certo piano strategico che non sia un vago e sovranismo minimalistico, che per ora naviga alla giornata, e per questo tutta ripiegata sul mero guicciardinismo tatticistico
Giovanni Giolitti
Le espressioni politiche della piccola borghesia o media-piccola borghesia italiane sono state diverse nel Novecento, dall’interventismo sindacalista rivoluzionario, al fascismo, al socialismo nazionale togliattiano, per finire con il centro-sinistra craxiano negli anni ’80. 

Questi movimenti, con le differenze specifiche, avevano una strategia. La nuova fase strategica si va infatti velocemente incamminando nel punto limite del processo transitorio, verso un ulteriore rafforzamento su tutta la linea del potere unipolare americano o verso un mondo policentrico guidato da Cina e Russia. Una terza soluzione non vi sarà, né potrà esservi. Coltivare eccessivamente la pratica dell’attesa significa comunque scoprirsi. Da un lato, è evidente, chi attende riuscendo abilmente a posizionarsi alla finestra quando gli altri combattono ha maggiori probabilità di successo; dall’altro, però, l’attesa come doppia diversificazione tatticistica — nemmeno tattica —finisce alla lunga per essere una scelta tipica di un paese periferico condannato a pensarsi piccolo ed a pensare in piccolo. In fondo, lo stesso vizio d’origine degli europeisti, che reclamano “più Europa” poiché gli italiani non saprebbero curare i propri interessi e nel frattempo si sono ridotti però, con “il più Europa”, a fare gli interessi non di potenze globali come USA o Cina o al limite della Russia, che probabilmente darebbero un doveroso tornaconto, ma di nani politici come Francia e Germania, talmente aggressivi da imporci nel 2011 il nostro “Pinochet” e da silenziare in eterno Belusconi, poiché con il suo fare ricordava troppo un politico di medio calibro della Prima repubblica. 

Una scelta non possibile e non praticabile, dunque, quella dell’attesa indefinita, almeno se attuata come scelta costante e invariante, per una paese come l’Italia che trovandosi al centro del Mediterraneo si trova comunque volente o nolente al centro di un polo globale di civilizzazione. E del resto il viaggio italiano, proprio in questi giorni, del massimo rappresentante del fronte clintoniano, ossia dell’ex presidente statunitense Obama, ben ce lo ricorda. Che sia venuto in Italia per incontrare George Clooney? E’ lecito dubitare. E’ forse invece venuto in Italia per predisporre una rivoluzione colorata o un dolce colpo di stato sul modello di quello del 2011, contro il Berlusconi IV, quando fu coadiuvato da Merkel, Sarkozy, Draghi-Napolitano?
Dunque il tempo stringe.


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