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venerdì 7 febbraio 2014

FUOCO DI PAGLIA? Che fine ha fatto il Movimento 9 Dicembre?

Torino, 10 dicembre
7 febbraio.  
Ogni movimento popolare, se non ottiene la vittoria, simbolica se non sostanziale, dopo il suo picco, è destinato al riflusso. Quello del 9 dicembre non poteva fare eccezione. Abbiamo sottolineato il suo punto di forza: la sua natura di movimento politico che metteva in discussione non solo il governo ma l'intero sistema. Diversi i suoi punti di debolezza, tra cui tre in particolare: (1) che esso non è riuscito a mobilitare il mondo del lavoro dipendente, (2) che si è illuso di poter "mandare tutti a casa e subito"e (3) una direzione nazionale "fai da te" del tutto inadeguata a sostenere una simile sfida.

Era velleitario pensare che sarebbe scattata "la rivoluzione italiana". Nessun popolo insorge se non considera maturi i tempi, se non ritiene di avere una nuova classe dirigente da mettere alla guida del paese.

Così, mentre il gruppo di coordinamento nazionale è andato presto in pezzi —il primo casus belli fu la manifestazione del 18 dicembre a Roma indetta per conto suo dal losco Danilo Calvani e aperta ai rottami fascisti—, dopo almeno due settimane di agitazione, i 130 e passa presidi smobilitavano inesorabilmente.

In questo contesto il presidio di Perugia già il 16 dicembre, metteva in guardia dai rischi di sfascio e proponeva agli altri comitati di svolgere un'assemblea nazionale allo scopo di fare il punto, e di eleggere un nuovo coordinamento nazionale.

Dopo aver sentito attivisti di altri presidi quello di Perugia, l'8 gennaio, rompeva gli indugi lanciava ufficialmente l'idea di un'ASSEMBLEA nazionale autoconvovata. La data inizialmente proposta per svolgere l'assemblea era quella del 9 febbraio. Siccome nel frattempo l'ala calvaniana indiceva per lo stesso giorno una manifestazione nazionale (cosiddetto "Cammino per la libertà"), l'assemblea autoconvocata è stata spostata al 16 febbraio.

Proprio in merito a questa nuova imminente iniziativa di Danilo Calvani il Comitato di Perugia, confermando l'assemblea nazionale del 16 febbraio, ha emesso questo giudizio politico spiegando perché non aderisce:

«Il Comitato 9 dicembre di Perugia non aderisce al cosiddetto “Cammino per la Libertà” che si concluderà a Roma il 9 febbraio. Spieghiamo perché:

(1) non è un’iniziativa concordata unitariamente dal basso ma solo dalla cosiddetta “ala calvaniana”;

(2) mentre c’è bisogno ti tenere unito il Movimento, quello del 9 febbraio è un atto che lo divide e quindi lo indebolisce;

(3) politicamente parlando si tratta di un’iniziativa velleitaria: si illudono i cittadini che sia possibile qui e ora “mandarli tutti a casa”, mentre la battaglia è ancora lunga e non si vince coi proclami roboanti e con le spacconate;

(4) dal punto di vista organizzativo quella del 9 febbraio è come minimo strampalata che rischia di risolversi in un fiasco;

(5) circolano infine strane voci che la manifestazione possa essere strumentalizzata da forze che si muovono dietro le quinte per torbidi disegni.

In queste condizioni noi preferiamo presidiare i nostri territori, tenere le trincee, rafforzare i legami coi cittadini che ci seguono. Sappiamo che la maggioranza dei comitati locali farà altrettanto.

Ed a tutti loro ci rivolgiamo affinché partecipino all’Assemblea Nazionale che si svolgerà, come previsto, il 16 febbraio a Firenze (Via Giampaolo Orsini, n.44, inizio alla ore 10:00).

Non vogliamo dare vita ad un’altra corrente del Movimento. Vogliamo invece tenerlo unito, battendo frazionismi, personalismi e leaderismi che tanti danni hanno fatto.
Ciò è possibile tenendo fede alla piattaforma originaria del 9 dicembre e sottolineando il suo spirito antagonista ma democratico, e formando un Coordinamento Nazionale unitario ma rappresentativo.
Ciò è possibile solo coinvolgendo tutti gli attivisti ed eleggendo democraticamente un nuovo Coordinamento.

Per questo c’è bisogno di ragionare, di confrontarsi, mettendo quindi fine alle forzature ed ad ogni avventuristica fuga in avanti».

Comitato 9 Dicembre-Perugia

venerdì 20 dicembre 2013

LA SINISTRA INUTILE di Mimmo Porcaro

20 dicembre. «Il movimento dei forconi è ambiguo, rozzo, largamente influenzato dalla destra estrema. Certo. Ma se sono vere le cose che da tempo diciamo sugli effetti della crisi, sulle trasformazioni (e disgregazioni) del mondo del lavoro, sulla chiusura del sistema politico, sulla natura liberista del PD e sulla subalternità dei sindacati maggioritari, se sono vere tutte queste cose, è allora inevitabile che ogni radicale protesta popolare assuma forme ambivalenti e diventi oggetto di una contesa tra destra e sinistra riguardo agli obiettivi ed ai modi dell’azione.

Ed è inevitabile quindi assistere ad un crescere di proteste senza vero e proprio conflitto, di conflitti senza un vero e proprio movimento, di movimenti decisamente segnati dal populismo, ossia dall’illusione del “tutti a casa”, dall’incapacità di individuare gli avversari, dalla tendenza a prendersela con altri poveracci, dalla fascinazione per un capo ed uno stato autoritari.

Sarà certamente questione di gradi, di analisi fattuali, di valutazioni fatte caso per caso, e magari quello del “9 dicembre” risulterà essere un caso particolarmente ambiguo. Ma nessun movimento potrà più essere giudicato “prima”, senza parteciparvi o senza aver tentato di farlo, senza attraversarlo e senza averne separato il buono ed il cattivo: senza aver proposto dall’interno un'altra definizione dei fini e dei mezzi. D’ora in poi snobbare o contrastare una mobilitazione perché è in odore di populismo significherà snobbare o contrastare qualunque mobilitazione. Tranne quelle sindacali, che però (e non è un caso) latitano, o quelle studentesche, che però (e non è un caso) alla lunga sono inefficaci.


Se la sinistra vuol tornare ad essere sinistra e a contare qualcosa deve quindi allontanarsi dall’atteggiamento che oggi sembra prevalere al suo interno. Se vuole essere una soluzione per il Paese deve prima riconoscere di essere, essa stessa, una parte del problema. Perché la sua componente maggioritaria è da tempo passata al nemico ed è corresponsabile della distruzione neoliberista della democrazia e dello stato sociale (altro che “pericolo di destra”… la destra più pericolosa c’è già ed è già al potere, si chiama “larghe intese”, si chiama “Grosse Koalition”, si chiama PD e sedicente “socialismo europeo”…).

Perché l’alternativa della democrazia partecipata proposta da ciò che resta del movimento altermondialista è debolissima rispetto all’esigenza ormai acuta di trasformare i rapporti di proprietà, e soprattutto è incomprensibile per quella larga parte del popolo che non ha il tempo e le risorse per partecipare ad alcunché. E infine perché la stessa sinistra radicale, forse spaventata dalle conseguenze delle proprie migliori analisi, non riesce ad emanciparsi dalla trappola dell’europeismo (e dell’euro), non riesce a proporre fin da oggi soluzioni neosocialiste in grado di traghettare il Paese fuori dalla subalternità al capitalismo atlantico, non riesce a costruire un discorso “nazionaldemocratico” capace anche di prevenire il diffondersi del nazionalismo di destra, non riesce a svincolarsi dall’idea che l’unica vera lotta popolare sia quella della CGIL, o di movimenti da sempre legati alla sinistra (come il benemerito movimento No Tav).

Bisogna smetterla con esitazioni ed illusioni. Bisogna svegliarsi. E cominciare magari a porre una buona volta il problema dei problemi: che è quello di rompere l’alleanza tra le frazioni sindacalizzate (e qualificate) del lavoro ed il capitalismo europeista, e l’alleanza tra le frazioni più deboli del lavoro ed il capitalismo protezionista, per costruire una vera unità del lavoro subalterno (dipendente o no).

Come si può fare? Si può fare concentrando gli sforzi sulla rottura dell’oligopolio dei sindacati maggioritari, senza quindi accodarsi sempre alla Fiom e senza sperare sempre nel rinsavimento della CGIL. Si può fare costruendo comitati popolari contro la crisi (e quel “partito sociale” di cui spesso ci limitiamo a parlare) capaci di muoversi nel magma dei conflitti attuali. Si può fare elaborando idee forti, certo (nuovo socialismo, nazionalismo costituzionale e democratico…), ma anche idee apparentemente più prosaiche. Comprendendo, ad esempio, che la questione fiscale ha cambiato forma, perché se il piccolo evasore degli anni passati difendeva la propria ricchezza sottraendola allo stato sociale, quello di oggi – vista la durezza della crisi e visto il crescente dirottamento del denaro pubblico verso il pagamento del debito – si difende dalla miseria sottraendo denaro alla speculazione.

Non dobbiamo certo fare l’elogio dell’evasione, ma riconoscere che chiedere oggi la normalizzazione fiscale è condannare la gente alla fame. Riconoscere che la durezza delle sanzioni sui “piccoli” è effetto della scelta di non chiedere denaro ai “grandi”. E riconoscere che se i lavoratori sindacalizzati proponessero, invece della generica lotta all’evasione, una riduzione del carico e delle multe per i “piccoli” ed un deciso aumento della tassazione delle rendite e delle plusvalenze, riuscirebbero finalmente ad attrarre a sé sia le “partite IVA per forza”, ossia gli strati dequalificati del lavoro, sia i lavoratori autonomi di seconda generazione e di alta qualificazione. E soprattutto incrinerebbero quella loro nefasta alleanza col grande capitale che, riflessa nelle incapacità e nelle colpe della sinistra attuale è, ad oggi, il principale ostacolo ad una soluzione democratica della crisi italiana».

* Fonte: SinistraNoEuro

mercoledì 18 dicembre 2013

FERRO, CALVANI, CHIAVEGATO: CRITICHE INGENEROSE?

18 dicembre. Sarebbe interessante svolgere un referendum tra le migliaia di attivisti che hanno animato la mobilitazione iniziata il 9 dicembre per chiedere loro cosa ne pensino del Coordinamento nazionale.  Noi lo ripetiamo: essi hanno avuto il grande merito di aver accesso la scintilla, ma si sono rivelati del tutto inadeguati a dare direzione e sbocco alla protesta quando essa si è estesa a tutto il Paese. 
Questa critica è sembrata ad alcuni ingenerosa.

Prendiamo spunto da un commento di ieri:
«Le vicende legate al movimento dei Forconi dimostrano che i leaderini in provetta della sinistra rivoluzionaria italiana se sono negletti nella pars costruens sono dei veri campioni in quella destruens. La foga con cui ci si scaglia una volta contro Grillo, una volta contro Danilo Calvani, un'altra ancora contro Mariano Ferro é direttamente proporzionale alla propria inconsistenza nella capacità di mobilitazione delle masse. E' indice inoltre di un cupio dissolvi che assale chi nutre complessi di inferiorita' nei confronti di chi alle masse è in grado di parlare. Un forcone deluso».
Ma di quale "sinistra rivoluzionaria" si cincischia? Questa sinistra, in larga parte, ha boicottato o snobbato il Movimento 9/12. Noi di Mpl siamo stati tra i pochi che non solo l'abbiamo sostenuto a parole ma animato, sin dall'inizio. Vorremmo ricordare ai soloni che siamo in stretto contatto con i Forconi di Mariano Ferro sin dal gennaio 2012, e che lo stesso Ferro fu ospite dell' assemblea costituiva del Mpl che si svolse un mese dopo.

Su Calvani abbiamo già detto. L'amicizia fraterna che ci lega a Ferro non ci impedisce di vedere i limiti del suo fare politico. Limiti che sono emersi ai tempi dei moti siciliani del gennaio 2012, e riemersi quando i Forconi decisero di presentarsi alle elezioni regionali sicialiane dell'ottobre 2012.

Qual è il principale limite di Mariano Ferro? La sua linea oscillante e zigzagante. Non si può fare la frittata senza rompere le uova. Ovvero: non si può chiamare il popolo a ribellarsi e, una volta che si è ribellato, chiamarlo a fare dietrofront, ad ammosciare e sfumare contenuti e radicalità. Un leader che abbia chiara la sua funzione non può dare un'ordine e subito dopo un contr'ordine di segno opposto. Ne nasce grande confusione e sbandamento.

Esemplare, sotto questo profilo, la vicenda della manifestazione calvaniana che si svolgerà oggi a Piazza del Popolo a Roma. Calvani ha ragione da vendere quando afferma che era stata decisa congiuntamente, e quindi accusare Ferro e Chiavegato di aver fatto dietrofront.

 Il 16 dicembre Mariano Ferro rilasciava questa secca dichiarazione:
«Con tutta quest’aria di violenza preferiamo dare un segnale diverso. Andremo dal Papa questa domenica, tutti insieme, a costo di pernottare a piazza S. Pietro». E’ quanto ci ha riferito telefonicamente il nostro concittadino Mariano Ferro, sempre più convinto della saggia scelta di dissociarsi dagli estremisti di destra. «Con queste persone non mi mischierò mai! ma non perchè sono di destra o di sinistra, ma perchè questa è gente mentalmente malata. Mercoledì sera vedremo chi avrà ragione!». [Avola Blog]
Il giorno le agenzie battevano questo dispaccio:
«Mariano Ferro, però, alla vigilia dell'appuntamento nella Capitale, ha lanciato segnali di riavvicinamento: "Il nervosismo di questi giorni ci ha giocato un brutto scherzo. Domani non sarò in piazza ma mi auguro di cuore che la manifestazione sia partecipata", dice all'Adnkronos il leader dei Forconi dei siciliani, " sia io che Danilo Calvani siamo vittime del sistema - dice Ferro - e purtroppo si è dato spazio a questa spaccatura"». [la repubblica]
Sembra quasi uno stato confusionale. 
Ma com'è che è nato questo pasticciaccio?

Noi mettemmo subito in guardia Ferro dal pericolo rappresentato dall'adesione a scoppio ritardato dei fascisti di Forza Nuova e Casa Pound. Vero è che venne fuori un comunicato stampa che prendeva le distanze dai fascisti. Ma esso non era sufficientemente chiaro. E in questa ambiguità l'estrema destra, spalleggiata da Calvani, ha avuto facile gioco ad incunearsi.

Ma questa dei fascisti era solo una specie di foglia di fico per camuffare la resipiscenza legalitaria e quindi per smorzare i toni e i contenuti della rivolta. Dopo la sollevazione di Torino Ferro è giunto a dire che si dovevano consegnare alla polizia i "facinorosi".

Dai! così non si fa. E a Ferro abbiamo avuto occasione di contestare de visu questa scivolata.

L'inadeguatezza dei leaders del Movimento 9/12 è sotto gli occhi di tutti. Giusta quindi la richiesta, che emerge da vari comitati locali, di andare ad una verifica e di svolgere subito un'assemblea nazionale. Debbono convocarla proprio questi lader. Se non lo faranno, come sospettiamo, giusto che i comitati e i presidi si autoconvochino.
Prima è meglio è.

lunedì 9 dicembre 2013

OLTRE IL 9 DICEMBRE

Torino: 9 dicembre 2013
9 dicembre. Possiamo già tirare un primo bilancio di questa giornata di lotta, partita in sordina, autorganizzata, prima silenziata e poi sputtanata e additata al pubblico ludibrio come "mafiosa", "golpista", ed infine "fascista" (la repubblica in prima fila). Nelle cento e passa mobilitazioni sono scesi in strada non meno di 20-30mila cittadini. Un fatto enorme se si considera che queste non avevano alle spalle apparati di alcun tipo, che sono state autorganizzate in poche settimane e con l'aperto boicottaggio dei mezzi di comunicazione.
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Mafiosi, golpisti e fascisti non si sono visti. Ecco quindi che trombettieri di regime tacciono, limitandosi a scarni dispacci, ovviamente stile cronaca nera. Il loro lavoro sporco l'avevano già fatto. Sono pagati per questo.

Che dire di certa sinistra che per giorni, in perfetta sintonia con i media di regime, ha vomitato merda pur di far fallire la giornata di lotta che si è appena conclusa? Quelli di sinistra con un minimo di onestà intellettuale stanno zitti. Forse gli frulla per la testa il dubbio che è stato demenziale condannarla a priori, prendendo a preteso il tentativo disperato di Forza Nuova di parassitare la mobilitazione. Un giorno non lontano capiranno l'errore, quello di aver rischiato di servire ai demagoghi fascisti, su un piatto d'argento, la possibilità di mettersi alla testa della protesta.

Milano 9 dicembre 2013
Questo non è avvenuto. Ed è, in sede di bilancio, il primo dato che emerge e che occorre gridare forte in faccia ai sinistrati che, pur di confermare il loro demenziale rifiuto a gettarsi nella mischia, stanno facendo le pulci alla protesta e, dopo accurata e sbirresca indagine, hanno scoperto che qua e là (un presidio a Roma in particolare) c'erano in piazza esponenti fascisti. E perché non c'eravate a sbarrargli la strada? Che razza di antifascismo è il vostro se, invece di contrastare le pulsioni reazionarie, ve ne state a casa a scrutarvi il naso impotenti?

E questo è il secondo elemento di bilancio. Dalla separazione consensuale tra la sinistra organizzata e la sua base sociale si registra il definitivo divorzio tra quella e la protesta popolare che monta. Una sinistra che non sa più ragionare, che non sa più leggere la realtà sociale, che parla di crisi sistemica ma si rifiuta, prigioniera di consunti miti operaisti, di organizzare e dare voce ai milioni di cittadini che dalle diverse classi sociali sono stati precipitati nella miseria e nella disperazione. Questa sinistra ha deciso per la propria eutanasia, di suicidarsi pur di non farsi "contaminare" da una ribellione che sfugge ai suoi schemi. Lenin si rivolta nella tomba.

Terzo elemento di bilancio. I giovani sono stati la prima linea della giornata nella maggior parte dei presidi e dei cortei, in molti dei cento e passa presidi e cortei. Non i figli di papà che spesso animano le  liturgiche sfilate di sinistra, piuttosto disoccupati, precari, esclusi. I figli di un ceto medio che la crisi sistemica ha proletarizzato. Giovani destinati a mendicare per ottenere un reddito per tirare a campare, ma giovani che hanno deciso di opporsi a questo destino di morte. Giovani che si sono svegliati dal letargo, che han capito che con un potere golpista non ci può più essere alcuna mediazione, che han compreso l'inganno della narrazione europeista. Figuratevi se noi potevamo voltare le spalle a questa nuova generazione!

Quarto elemento di bilancio. I giovani sono stati la prima linea, ma la forza motrice della mobilitazione sono stati i settori della piccola imprenditoria e degli artigiani che l'austerità ha colpito crudelmente. Si poteva in effetti temere che questa tipo di umanità, cascami politici del berlusconismo e del leghismo avrebbe più facilmente abboccato ai discorsi demagogici, reazionari e xenofobi. Inutile negare che queste pulsioni esistono. Ma non sono state questa ultime a dare il segno della protesta, che anche con nostra sorpresa si è svolta all'insegna (come del resto era nei proclami dei promotori) della democrazia e della Costituzione, calpestati da un regime di zombi che oramai obbedisce al più predatorio dei capitalismo globali, quello finanziario e bancario.
Perugia, 9 dicembre 2013

Quinto elemento di bilancio. Lo si può esprimere in poche parole: è stata la prima protesta pubblica, di massa, che ha rivendicato apertamente l'uscita dall'euro e la riconquista della sovranità monetaria. Fino ad ora questa rivendicazione era avanzata solo da alcuni cenacoli internettari, discussa in convegni per addetti ai lavori. La richiesta fuori dall'euro ma anche quella della cancellazione del debito, quelle del rifiuto del pareggio di bilancio e del Fiscal compact,  sono finalmente uscite dalle catacombe, stanno iniziando a circolare in mezzo ai cittadini, che le stanno facendo proprie. Un passo avanti di grande importanza, la cui portata si capirà nel prossimo futuro.

Per concludere. Non ci aspettavamo più di quanto è avvenuto. Non ci illudevamo che sarebbe scattata la "rivoluzione". E' ancora troppo presto. Nessuna "rivoluzione" potrà esserci fino a quando il lavoro dipendente non dissotterrerà l'ascia di guerra. Il momento non è ancora venuto. Verrà. Verrà quando oltre il tunnel ci sarà solo il baratro, quando in osservanza del Fiscal compact si dovranno tagliare gli stipendi di milioni di lavoratori pubblici, e poi di nuovo le pensioni. La sollevazione è inevitabile. Oggi c'è stato solo un primo, timido sussulto. Diamogli continuità.


domenica 8 dicembre 2013

9 DICEMBRE: LO STATO GETTA LA MASCHERA: colpiti da diffida i dirigenti dei Forconi siciliani

8 dicembre. In base alla Circolare del Ministero degli Interni, quella che vieta blocchi e presidi in prossimità di svincoli autostradali, strade, stazioni ferroviarie, porti e valichi di frontiera, alcune questure —sulla base delle particolareggiate ordinanze di divieto emesse dalla prefetture—, hanno addirittura recapitato ad alcuni responsabili della mobilitazione del 9 dicembre (anzitutto quelli che avevano chiesto le autorizzazioni per i presidi), provvedimenti di diffida.

Di che si tratta? Alle vittime del provvedimento è fatto divieto, dalle ore 22:00 di questa sera in poi, di recarsi in numerosi luoghi. Quali? praticamente tutti quelli che prefetture e questure considerano "sensibili", ovvero dove potevano svolgersi assembramenti. Nota bene: ai provvedimenti di diffida si deve fare immediato ricorso al T.A.R. eccependo la violazione degli artt. 7 e 8 L.241/1990 (è la Legge sulla trasparenza amministrativa).

Vittime di queste diffide di questa mattina anzitutto i fratelli del Movimento dei Forconi, quelli che conoscemmo durante la rivolta sicialiana del gennaio 2012: Franco Crupi di Paternò, Giuseppe Scarlata di San Cataldo, Carlo Siena di Catania, Massimiliano Drago di Messina, Sandro Tinirello di Tremestieri Etneo. Ci sono altri diffidati a Ragusa e Siracusa, in pratica tutti i responsbaili del Movimento dei Forconi della Sicilia orientale.

Diffidati anche in Campania, di sicuro i coordinatori di San giuseppe Vesuviano e Ottaviano.
Cercheremo di avere informazioni più precise nelle prossime ore.

Intanto proviamo a riflettere.

Sono legittimi questi provvedimenti unilaterali? Secondo noi non lo sono, sono anzi illegali. Tali eventuali provvedimenti debbono essere infatti circostanziati e motivati, e lo sono nel caso che chi ne è vittima sia considerato recidivo, ovvero abbia compiuto in precedenza atti considerati "illegali" ovveero "Delitti" contro lo Stato, l'ordine pubblico, il buon costume ecc.. Non è questo il caso dei fratelli dei Forconi come Crupi, Scarlata, Siena e gli altri.

Che significano hanno queste diffide?


In quanto dievieti preventivi essi ci riportano alla mente quelli del ventennio fascista. La prassi consueta era che in occasione di cerimonie di regime, o delle festività proibite come il primo maggio, le autorità fasciste "diffidavano" i presunti sovversivi dal recarsi in prossimità dell'evento, o di uscire di casa. Chi contravveniva veniva arrestato.

C'è infatti il fermo di polizia se non l'arresto anche oggi per chi non ottemperi al provvedimento.

Lo scopo di questi soprusi è duplice: (1) decapitare la protesta popolare immobilizzando i suoi organizzatori; (2) intimidire la cittadinanza, dissuadarla dal partecipare alla lotta.

Come dobbiamo rispondere a queste minacce? 

Con sangue freddo, senza perdere lucidità, dimostrando nei fatti che non abbiamo paura. Non si può fare la frittata senza rompere le uova. Le autorità costituite rispondono agli interessi di una plutocrazia parassitaria, era prevedibile che davanti alla nostra avanzata agitassero lo spaventapasseri della repressione. Che ci riescano dipende dalla nostra determinazione, dal nostro coraggio e anzitutto dai rapporti di forza. Se saremo non tanti, ma tantissimi, non c'è repressione che tenga. Nei presidi in cui saremo pochi non dobbiamo tirare la corda, ma dove saremo in tanti allora dovremmo sfidare i divieti. Sempre rispettando la consegna che la nostra rivolta è non-violenta.

Intanto esprimamo subito ai militanti dei Forconi di Mariano Ferro la nostra incondizionata solidarietà. Ci riconosciamo nel messaggio inviato loro da Lucio Chiavegato, uno dei coordinatori nazionali:
«Massima solidarietà per l'abuso di potere che state subendo da parte di uno stato che non esiste, da parte di uno stato mafioso che vi impedisce la protesta pacifica. Siamo tutti solidali con voi e se occorrerà verremo noi da voi». 
Come questo ne stanno circolando centinaia. Facciamo sì che siano migliaia e migliaia! 
Ricordiamoci che il 9 dicembre è solo il primo passo di una lunga marcia. Un nuovo movimento si sta mettendo in cammino. Non giochiamoci tutto ora, consolidiamoci, conquistiamo consenso in settori sempre più ampi della popolazione. 

Ogni sollevazione popolare la comincia un'avanguardia che da l'esempio, ma questa da sola non può vincere. Cuore e testa, passione civile e intelligenza politica, debbono restare sempre collegati.

E ricordiamo ad ognuno il motto: «Chi non ha il coraggio di ribellarsi, non ha il diritto di lamentarsi!».




sabato 7 dicembre 2013

9 DICEMBRE: «COMPAGNO ALFANO, PENSACI TU!» Il Ministero degli interni va giù duro: vieta blocchi e presidi. Che fare ora?

BENZINA SUL FUOCO
 
7 dicembre. Il Viminale (Ministero degli interni) ha inviato ieri sera una circolare ai prefetti e alle questure con cui vieta ogni assembramento o presidio in prossimità di svincoli autostradali, ferroviari, marittimi, nonché ogni tentativo di bloccare le strade.

E' la risposta del governo alla mobilitazione del 9 dicembre e che scatterà domani sera, domenica, alle ore 22:00. Una risposta minacciosa, la promessa di una repressione dura, che ha per scopo spaventare gli organizzatori che hanno promosso la protesta, e i tanti attivisti che in circa cento città la stanno organizzando.

La decisione del Viminale non ha precedenti. Si tenga conto che le associazioni dei camionisti che aderiscono alla mobilitazione hanno annunciato il blocco nei termini di legge. 
 
La minaccia di denunciare e arrestare chiunque violi la direttiva repressiva parla da sola, è indice sicuro che il regime ha paura di una protesta che potrebbe avere un grande successo.

In questa cornice si inscrive la provocatoria adesione di Forza Nuova. Questa adesione dell'ultimo minuto è infatti usata dal Ministero degli interni come pretesto per giustificare la suddetta circolare. Al Coordinamento nazionale del 9 dicembre non era sfuggito il pericolo insito in questa adesione. Il Comunicato ad hoc emesso il 4 dicembre scorso parlava chiaro.

Alfano e i suoi sodali se ne sono infischiati, hanno anzi passato veline ai media per aizzarli contro la protesta, dipinta come una rivolta fascistoide. Prima si colpisce con l'arma della calunnia per sputtanare e isolare chi protesta, poi sarà più facile passare ai manganelli.

Gregari in questa campagna sporca non solo ambienti piddini ma pure alcuni siti e gruppi  delll'estrema sinistra che stanno scatenando una caccia alle streghe contro tutti coloro che sono di sinistra e aderiscono alla rivolta, accusandoli di "collusione coi fascisti". Un'accusa strampalata prima ancora che vergognosa. Segno del nervosismo che serpeggia tra i sinistrati, che dopo non aver capito nulla della mobilitazione del 9 dicembre, ora si trovano nella sconcia situazione di stare dalla stessa parte del governo e di Alfano. Tutti d'accordo a far fallire la protesta sociale del 9 dicembre. Ma non ci riusciranno!

Cittadini e compagni!

Restiamo calmi e non facciamoci prendere né dal panico né dalla paura. Continuiamo con serenità la nostra attività, da lunedì mattina tutti dobbiamo andare tra le gente, a spiegare le sacrosante ragioni della protesta, a convincerla. Il 9 dicembre è solo l'inizio di una partita, che non finirà se non con la sollevazione generale.

In questa luce dobbiamo respingere ogni provocazione, sia quelle dei fascisti che quelle che potranno venire dalle forze del disordine. Non-violenza non vuol dire pacifismo imbelle. Dobbiamo assolutamante evitare lo scontro dove non abbiamo concentrato forze sufficienti. Dove saremo in tanti i blocchi si faranno e poco potranno fare le forze repressive. Ipotesi mediana: si possono fare flash-mob, blocchi mordi e fuggi, sempre tenendo presente che occorre farsi capire dai cittadini.

E' solo l'inizio, ricordatelo. Tenersi pronti e ben organizzati fino al 13 dicembre. Essere pronti a protestare in caso di denuncie e arresti. Presidiare fino al 13 le Prefetture.

E' solo l'inizio. Usiamo in ogni città la spinta della rivolta per accumulare nuove forze, per stabilizzare  i Comitati locali. Coordinarli fino al livello nazionale.

Indietro non si torna.




domenica 17 novembre 2013

9 DICEMBRE, SEGNALI DI RIVOLTA di Segreteria nazionale del Mpl

17 novembre. La sera dell'8 dicembre, dalla Sicilia al Veneto, avrà inizio una protesta, nella forma di  presidi e blocchi stradali. La mobilitazione è stata indetta da una serie di associazioni di piccoli imprenditori, anzitutto dei settori agricolo e dell'autotrasporto. Tra loro il Movimento dei Forconi di Mariano Ferro.

Il tentativo dichiarato è quello di accendere una scintilla sociale per mobilitare i cittadini massacrati dalla crisi e delle politiche d'austerità.
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Il pensiero corre subito alla rivolta dei "berretti rossi" che da giorni paralizza la Bretagna in Francia (vedi foto). Anche lì camionisti e agricoltori hanno scatenato la rivolta, a cui poi si sono affiancati altri settori sociali. Come in Bretagna anche la rete di organismi che scenderà per strada a partire dalla sera dell'8 dicembre non si limita a protestare contro le misure austeritarie, chiede di farla finita coi governi asserviti alle tecno-oligarchie europee e rivendica l'uscita dall'euro e la riconquista della sovranità democratica e popolare, tra cui quella sulla moneta. 

I promotori della mobilitazione hanno diffuso un proclama, un manifesto (vedi qui accanto), in cui spiegano le ragioni delle protesta. Noi lo condividiamo ampiamente, per questo aderiamo alla loro lotta e faremo il possibile affinché sia un successo. Lasciare soli questi movimenti significherebbe aiutare il governo a sconfiggerli.

Come in Francia i promotori della mobilitazione precisano che non vogliono tra i piedi partiti e che rifiutano ogni strumentalizzazione. In Francia il Fronte Nazionale della Marine Le Pen sta tentando in ogni modo di mettere il cappello sulla protesta brettone. In Italia non c'è un partito come quello della Le Pen, esistono tuttavia piccoli gruppi fascisti, nonché singoli militanti di estrema destra, che stanno tentando di infiltrare il nascente movimento di protesta. 

I promotori hanno detto a chiare lettere che respingono questi tentativi, insistendo che l'unco testo che li rappresenta è appunto il loro manifesto. Lo hanno fatto con la Conferenza stampa del 13 novembre scorso (vedi più sotto). Non c'erano nè Tv né giornali. Un segnale che dimostra certo la volontà del regime di silenziare la nascente protesta, ma che attesta anche quella che ci appare la principale debolezza de promotori, una preoccupante disorganizzazione.

Aiuteremo quindi questa mobilitazione, affinché sia un altro tassello verso la sollevazione popolare. Una sollevazione che non ci sembra sia alle porte, poiché l'avremo solo quando scenderanno in strada il grosso dei lavoratori salariati e i milioni di giovani proeltari precari. La pace sociale è nell'interesse dei parassiti sfruttatori al potere. Noi sosterremo ogni tentativo di spezzarla che sia in difesa del popolo lavoratore, dei principi democratici e d'eguaglianza sanciti dalla Costituzione, che rivendichi la riconquista della sovranità.

La Segreteria nazionale del Mpl
16 novembre 2013




lunedì 11 novembre 2013

FRANCIA: LA RIVOLTA DEI "BERRETTI ROSSI" di Francesca Dessi*

11 novembre. In Francia li chiamano les Bonnets rouge, i "Berretti Rossi" —nella foto uno dei loro blocchi stradali. Da una settimana stanno mettando a ferro e fuoco la Bretagna, una delle regioni francesi più colpite dalla crisi. Qui agricoltori, camionisti, piccoli imprenditori, hanno dato vita ad un movimento di protesta che ha molte similitudini con quello che scoppiò in Sicilia nel gennaio 2012, di cui i Forconi furono protagonisti. 
Qualcosa di simile a quanto avviene in Bretagna potrebbe accadere in Italia il 9 dicembre. Un Coordinamento di cui fanno parte, oltre ai Forconi, diverse associazioni di agricoltori e camionisti di diverse regioni, ha deciso di scendere sul sentiero di guerra. L'Appello con cui indicono la protesta è ampiamente condivisibile.

«C’è aria di crisi in Francia, che fino a ieri ha mascherato molto bene le difficoltà economiche. Nonostante i giri di parole e l’atteggiamento altezzoso di Hollande, che ha fatto fessi pure i francesi, i nodi stanno venendo al pettine. Le piccole e medie imprese stanno soffrendo e molte di loro stanno chiudendo. Il ceto medio è in difficoltà. E, come in Italia, le tasse hanno raggiunto il massimo storico.

C’è una zona della Francia, in particolare, che è in uno stato agonizzante. Si tratta della Bretagna, la celebre regione del nord-ovest, dove è in corso una rivolta dei commercianti, agricoltori e artigiani contro il governo francese. Martedì scorso, circa 30.000 persone sono scese in strada a Quimper per protestare contro le politiche economiche del governo di centrosinistra, tra cui la “ecotassa”, il sistema di tassazione per la circolazione dei mezzi pesanti, l’abbassamento dei salari, la “svendita” dei beni pubblici e la disoccupazione.

Scontri, portici incendiati… la rabbia sociale cresce. Non si tratta più di una protesta dei singoli, bensì dell’intera popolazione che si è unita alla causa dei cosiddetti “berretti rossi”. I manifestanti indossano infatti il copricapo rosso, simbolo di un movimento che per le caratteristiche e la composizione sociale richiama quello italiano dei “forconi”.
Un momento degli scontri in Bretagna

A nulla sono valsi i tentativi del governo di Hollande di sedare la protesta. E ora il rischio di un contagio fa tremare le fondamenta dell’Esagono. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’aumento delle tasse sui prodotti agricoli e in particolare l’ecotassa, l’impôt des poids lourds. Una tassa che è stata introdotta nel 2008 dalla Loi Grenelle de l’environnement e che, dopo diversi intoppi, entrerà in vigore il primo gennaio del 2014.

Questo sistema di "tassazione ecologica" consiste in una tassa chilometrica mirata a far pagare ai camion l’utilizzo dei rami stradali nazionali precedentemente gratuiti. Questa misura riguarda tutti i veicoli di trasporto merci superiori a 3.5 tonnellate (anche quelli stranieri) ed è applicata su 15. 000 km di rete stradale. La tassa può variare da un minimo di 8,8 centesimi a un massimo di 15 centesimi per chilometro. Dipende dunque da quanti sono i chilometri percorsi e da quanto il mezzo di trasporto sia pesante e inquinante. L’ecotassa intende inoltre sollecitare le persone a ricorrere a forme di spostamento alternative come il trasporto marittimo, fluviale o ferroviario.

Secondo i bretoni, l’introduzione del sistema di tassazione ecologica non farà altro che mettere in difficoltà le aziende già in crisi. L’impôt des poids lourds non piace anche per altri motivi. Prima di tutto per via della spesa esorbitante sostenuta dal governo francese per la costruzione dei pontili con decine di telecamere: circa un milione di euro per ciascun dispositivo. Secondo, perché i pontili con le telecamere di ultima generazione registrano tutto quello che vedono e permettono di sapere chi e quando è passato. Una sorta di “occhio del grande fratello” che studia le abitudini e le altre azioni della gente. Si ha la sgradevole sensazione di vivere in uno Stato di polizia, che sorveglia a vista le persone e che ne limita la libertà.

Come accennato in precedenza, la rivolta dei berretti rossi non è legata esclusivamente alla “impôt des poids lourds”. Alla base c’è un forte malessere che si fa sentire soprattutto in Bretagna, ma anche nel resto del Paese. Le piccole e medie imprese agroalimentari non riescono a competere con i rivali asiatici. In particolare, è il settore degli allevamenti del pollo e del maiale a risentirne. Fino a qualche tempo fa, il pollo bretone, poco costoso, riempiva i supermercati nazionali ed europei. La Bretagna produceva un terzo del pollame francese. Oggi il mercato nazionale è invaso da quello brasiliano. E il più grande gruppo, Doux, un tempo leader nazionale del settore, è in crisi e ha licenziato centinaia di operai.

In concomitanza, è scoppiata la crisi del maiale. Sul piano della qualità la produzione francese è da sempre in difficoltà rispetto alla concorrenza italiana e spagnola. Oggi c’è un nuovo concorrente: la Germania. E la sua carta vincente è il prezzo. Le imprese tedesche usano infatti la manodopera a basso costo dell’est asiatico. Pagando salari minimi, parliamo di 300 euro al mese, Berlino può immettere nel mercato suini a poco prezzo. In un anno, è riuscito a spiazzare l’export francese di salumi e di carne di maiale. La Bretagna che un tempo vantava i “maiali più economici”, oggi è in profonda crisi.
"Berretti rossi": agricoltori, camionisti e artigiani


Inoltre, come racconta una fonte sul posto, il consumo della carne di suino è boicottato dalla grande comunità musulmana presente nel Paese d’Oltralpe che ha una grande influenza sulla vita politica e sociale francese. Di fronte a questa tendenza, sono in molti che storcono il naso nella Francia multietnica. Allo stesso tempo, si acuisce il dissapore nei confronti del presidente Hollande, definito il peggior presidente della storia francese.

I Bretoni, ma non solo, lo accusano di non fare nulla per fronteggiare la crisi e di aver attuato le stesse politiche del suo predecessore Nicolas Sarkozy. Lui che aveva criticato l’innalzamento dell’Iva sociale, ora la sta attuando. La lista è lunga, ma c’è in particolare un episodio che ha fatto infuriare i francesi, profondamente nazionalisti, a differenza degli italiani. Si tratta del caso di Florange. In questo comune francese si trovava una delle sedi della azienda Arcelor-Mittal, leader mondiale nel settore dell’acciaio. Società per metà francese e per metà indiana. La fusione, avvenuta nel 2006, ha cambiato l’identità e le priorità dell’azienda, che ha deciso di trasferire alcune sedi nei Paesi dell’Est dove la manodopera è meno costosa. In pratica, la stessa filosofia che ha adottato la Fiat in Italia.

Ci sono state parecchie proteste contro la chiusura di Florange. E il presidente Hollande si era impegnato a salvare l’azienda. Ma ciò non è avvenuto, nonostante il ministro del Redressement Productif (risanamento produttivo) Arnaud Montebourg, avesse proposto la “nazionalizzazione temporale”, riscuotendo l’approvazione popolare. Ben 600 dei 2500 operai sono finiti in cassa integrazione. Pertanto, l’attuale capo dell’Eliseo, che non ha tutelato gli interessi nazionali della Francia, ha perso definitivamente il consenso che gli aveva fatto vincere le Presidenziali del 2012. A conferma, i francesi hanno costruito una lapide davanti alla sede di Florange per ricordare “il tradimento di Hollande”.

Come dice un motto bretone, Kentoc'h mervel eget bezañ saotret. Ossia, «Meglio morire che tradire».


* Fonte: Il Ribelle

venerdì 29 marzo 2013

SICILIA: FORCONI IN RIFLUSSO di Daniela Di Marco

Casello di S. Gregorio (Catania), 20 marzo 2013
29 marzo. In Sicilia non è andato a buon fine l'ultimo tentativo dei Forconi di sollevare il loro popolo. Daniela Di Marco fa il punto della situazione e svolge alcune riflessioni politiche sui limiti dimostrati dal movimento.
 

More et lege gattopardorum!

di Daniela Di Marco

Avevamo informato i nostri lettori dell’iniziativa dei Forconi di Mariano Ferro, che l’undici di marzo sono tornati sulle strade siciliane con dei presidi informativi, sit-in e volantinaggio, per sensibilizzare, informare e riaccendere la protesta, non da soli, ma assieme agli autotrasportatori di Giuseppe Richichi, riuniti nel movimento Forza d’urto — i due movimenti che diedero vita nel gennaio 2012 alla rivolta popolare siciliana.

Dopo i tentativi falliti di riaccendere la protesta di massa (ricordiamo il tentativo di blocco totale dello Stretto nel luglio 2012), questa volta è stata scelta una pratica flessibile: partire da presidi chiamando i siciliani alla partecipazione e verificare sul campo se ci fossero le forze per passare a veri e propri blocchi. La risposta di massa non è stata positiva. Del resto anche l'adesione dei camionisti (com'era del resto prevedibile) è stata più che blanda. 


Sta di fatto che a mezzanotte precisa dell'11 marzo decine di militanti dei Forconi hanno preso posizione presso il casello autostradale di San Gregorio sulla A 18 Catania-Messina, che fu il cuore della rivolta nel gennaio del 2012. I manifestanti hanno inaugurato il presidio ad oltranza all’imbocco dell’autostrada con un gesto tanto plateale quanto significativo: hanno sistemato 90 sedie (90 sono gli scranni nell'Assemblea regionale siciliana), per chiedere simbolicamente ai deputati siciliani di recarsi lì e ascoltare le loro richieste.

Era insomma l'ennesimo appello al potere regionale, in particolare ai parlamentari, con l'avvertimento perentorio e chiaro che in caso di indifferenza alla istanze dei manifestanti, si sarebbe passati ai blocchi stradali veri e propri.
 

Ferro dichiarava:
«Le sedie sono rimaste vacanti. Questo è ultimo appello che facciamo, se non ci saranno risposte i toni della protesta potrebbero alzarsi. La Sicilia e la sua economia sono in ginocchio, bisogna affrontare la questione».
E rivolgendosi ai deputati del Movimento 5 Stelle, primo partito dell'isola: 
«I grillini hanno condiviso in passato la nostra protesta e sono stati al nostro fianco nelle piazze. Adesso sono in Parlamento e ci aspettiamo ascolto e condivisione».
Questa azione, sfortunatamente, non ha incendiato la prateria, poca la gente che ha solidarizzato con i manifestanti, malgrado una certa eco da parte della stampa locale, che ha tuttavia usato toni terroristici, mettendo in guardia i cittadini da possibili blocchi selvaggi e conseguenti danni alla precaria economia isolana. 


Quali erano le richieste dei Forconi? «Uno stop dei pignoramenti di massa che sta mettendo in atto la Serit (l’equivalente siciliano di equitalia), che con i suoi tassi da usura, sta strozzando migliaia di famiglie, gettandole nel lastrico; accesso al credito dato che sempre più imprese chiudono e nessuna nuova nasce, perché non esiste quasi più la possibilità di ottenere un finanziamento; riduzione del prezzo del carburante; legge anti taroccamento per tutelare le produzioni agricole isolane e l’applicazione degli articoli 36 e 37 dello Statuto siciliano, che permetterebbero alla Regione Sicilia la piena attribuzione di tutte le entrate fiscali delle imprese che operano nell’isola, per poterle impiegare sul territorio».

Richieste legittime, quelle dei Forconi, per nulla massimaliste o velleitarie, ma che non sono bastate a mobilitare i siciliani. Il disastro sociale sta rendendo il popolo siciliano apatico, la consapevolezza che tanto manifestare non ti aiuterà a trovare i soldi per un chilo di pane, che comunque la Serit ti porterà via casa e terre, che i tuoi figli non troveranno lavoro perché semplicemente non c’è, questa situazione aumenta la desolazione.

E’ la strada giusta per uscire da questo empasse, implorare che il governo siciliano applichi finalmante lo Statuto, una moratoria sui provvedimenti Serit, una legge contro il taroccamento, la riduzione del prezzo del carburante? A noi non pare. Non porta frutti l'aspettare che Crocetta voli a Bruxelles alla ricerca di finanziamenti che tanto non arriveranno. Inutile chiedere udienza, cercare il dialogo e l'appoggio delle istituzioni.

Sta di fatto che dopo alcuni giorni di presidi il presidente Crocetta ha convocato Forconi e Forza d’urto nel Palazzo d'Orleans. L'incontro era fissato per mercoledì 20 pomeriggio. Dopo aver fatto attendere per due ore i rappresentanti dei due movimenti Rosario Crocetta non si è nemmeno presentato, impegnato a discutere in Giunta sull'abolizione delle province.

All’incontro, spostato al giorno dopo, Mariano Ferro ha deciso di non presentarsi (subodorava forse la presa in giro), mentre Richichi ci è andato e come, strappando a Crocetta l’impegno ufficiale a soddisfare alcune delle richieste, fondamentalmente quelle dei camionisti di Forza d’urto. E' stato così sottoscritto una specie di protocollo d'intesa in cinque punti
—sottoscritto dal Presidente Crocetta, dall’Assessore alle Risorse agricole, dai delegati dell’Assessore dell’Economia e dell’Assessore alle Infrastrutture e Trasporti— di cui uno è appunto la «...moratoria del pagamento delle cartelle esattoriali per un anno dei contribuenti in difficoltà, privilegiando piccole e medie imprese». 
Apparentememnte un piccolo successo, in realtà una bidonata. Non solo perché questa concessione è aleatoria, condizionata alle "compatibilità e alle risorse finanziarie disponibili". I Forconi chiedevano qualcosa di più sostanzioso: se non il blocco, almeno una moratoria dei pignoramenti Serit.

In conclusione: la categoria (corporativa ma temibile) dei camionisti è tornata a casa con qualcosa in mano, mentre i Forconi con un pugno di mosche. E' evidente la ragione: la debolezza dei Forconi medesimi i quali, dopo la straordinaria fiammata del gennaio 2012, hanno visto il loro movimento subire un inarrestabile riflusso.

Hanno fatto errori in quest'ultimo anno i Forconi? Certo che sì. A noi ne appaiono tre in particolare. 
Il primo è che non sono riusciti a diventare movimento di popolo, a rappresentare davvero gli interessi e i bisogni della grande maggioranza dei cittadini, che sono pur sempre lavoratori dipendenti —troppo legati, i Forconi, alla difesa degli interessi di artigiani, contadini e piccoli imprenditori gettati sul lastrico. 
Il secondo riguarda i limiti programmatici del movimento: col pretesto del sicilianismo i Forconi non hanno saputo o voluto stare all'altezza della crisi, che è crisi economica generale, dell'Italia e dell'Unione europea, crisi che richiede a chi lotta di avanzare proposte di alternativa di ampio respiro. 
Il terzo errore è nella coppia di ciò che chiamavamo un tempo spontaneismo e movimentismo, cioè l'illusione che basti il coraggio e la determinazione di pochi coraggiosi per trascinarsi dietro tutto il popolo. Che il popolo è già pronto alla lotta, che basti chiamarlo all'azione.


I Forconi hanno dunque di che riflettere. Di certo sono davanti ad un altro bivio. Noi   speriamo che vinceranno la delusione causata dalle ultime vicende, che il gruppo dirigente resti unito e che finalmente si colleghi ai movimenti sociali guardando oltre la Sicilia, ai movimenti e agli organismi popolari di lotta che resistono nel paese.

Ciò vale tanto più in Sicilia, ove vige la legge del “cambiare tutto perché nulla cambi”, more et lege gattopardorum! E dove gli stessi "grillini" siciliani sono sì diventati primo partito dell'isola ma, come dimostrato in occasione dell'elezione di Grasso a Presidente del Senato, più che una forza di lotta sembrano l'ultima, patetica propaggine, della "primavera palermitana" che fu, cioè un movimento d'opinione legalitario e molto borghese.









giovedì 7 marzo 2013

SICILIA: LA LOTTA CONTINUA di Daniela Di Marco

7 marzo. Sicilia. La situazione sociale è più drammatica  di prima. Il movimento dei Forconi, ad un anno dalla grande rivolta del gennaio 2012, ritorna sulle strade. A mezzanotte del 10 marzo prossimo daranno vita a presidi di massa che potrebbero trasformarsi in veri e propri blocchi, come quelli dell'anno passato.

Il movimento dei Forconi:«Abbiamo sbagliato, la lotta è l'unica via»

di Daniela Di Marco

Se credevate che fossero spariti, vi siete sbagliati. Certo, hanno subito una battuta d'arresto dopo il tentativo elettorale in occasione delle regionali dello scorso ottobre —proprio quelle che segnarono la clamorosa vittoria dei Beppe Grillo e di M5S. Segnalo quanto scrivemmo a bilancio subito dopo: Un giudizio sulle elezioni siciliane.
 

I Forconi, dopo la rivolta del gennaio 2012, sulla scia del Movimento dei pastori sardi (coi quali sono sempre in strettissimo contatto) hanno tentato di trasformarsi in vero e proprio movimento politico, ponendosi come aggregatore di un più vasto fronte sociale —anche qui sull'esempio sardo della Consulta rivoluzionaria. E' in questa prospettiva che i Forconi si lanciarono nella prova elettorale dell'ottobre 2012  (ottennero un modesto 1,55% con punte significative, nelle loro roccaforti del 15-18%). Non solo noi ma pure il Movimento dei pastori sardi di Felice Floris misero in guardia Mariano Ferro dalla scelta di presentare liste.
 
Lasciatisi alle spalle la prova elettorale , passata la fase della riflessione, archiviati gli incontri con il nuovo presidente piddino della Regione Sicilia, Rosario Crocetta —cui i Forconi  hanno avanzato le loro richieste— eccoli di nuovo imboccare la via della lotta e della protesta di massa.

L'essere passati dalla rivolta al "dialogo propositivo" con le istituzioni e le controparti non ha dato alcun frutto degno di questo nome. Adesso i Forconi dicono di aver sbagliato. Nel volantino che stanno diffondendo si legge: 
«Nel gennaio 2012, responsabilmente, ci siamo fermati, per sederci al tavolo e passare dalla protesta alla proposta. Siamo caduti nel tranello, ci siamo illusi e siamo stati persino insultati per questo. Abbiamo sbagliato»
Il volantino dei Forconi (clicca per ingrandire)


E continua: 
«L’undici di Marzo, uomini, donne, le madri ed i padri di quei giovani senza futuro, gli studenti, il trasporto, l’artigianato, il commercio, la pesca, l’agricoltura, tutti quelli che hanno perso il lavoro e la fiducia in questo paese ma che pretendono con forza dallo stato una prospettiva di sviluppo, ritornano sulle strade: Non se ne può più».
La situazione è veramente drammatica, a causa di una povertà oramai endemica, aggravatasi molto con le misure draconiane del governo Monti. Anche in Sicilia onesti cittadini, spinti dalla disperazione, sono stati costretti al suicidio, l’ultimo un mese fa. I siciliani "Non sanno più a quale santo votarsi!"
 
A partire da giorno 11, saranno nuovamente in strada, con quelli che chiamano "presidi di sensibilizzazione", che potrebbero trasformarsi in veri e propri blocchi come quelli del gennaio dell'anno passato. Anche in Calabria e Puglia partirà la stessa iniziativa, grazie alla rete di contatti che hanno saputo tessere. Il tentativo è dunque quello di mobilitare tutto il Mezzogiorno.

Legittime le richieste che vengono avanzate: condono della serit (l’equivalente siciliano di equitalia), che con i suoi tassi da usura, sta strozzando migliaia di famiglie, gettandole nel lastrico; accesso al credito dato che sempre più imprese chiudono e nessuna nuova nasce, perché non esiste quasi più la possibilità di ottenere un finanziamento; riduzione del prezzo del carburante; legge anti taroccamento per tutelare le produzioni agricole isolane e l’applicazione degli articoli 36 e 37 dello Statuto siciliano, che permetterebbero alla Regione Sicilia la piena attribuzione di tutte le entrate fiscali delle imprese che operano nell’isola, per poterle impiegare sul territorio.

Per quanto legittime, si tratta delle stesse richieste avanzate al governo Lombardo prima, al governo Crocetta poi, ignorate fino al momento non perché manchi la volontà, o ci sia corruzione o mafia. Il punto è che c’è la crisi. Il punto è che all’ordine del giorno ci sono altre prerogative, le richieste dei Forconi non sono compatibili con il Fiscal Compact, il pareggio di bilancio in costituzione, i diktat europei, l’austerity conseguente.

Ma protestare, manifestare il proprio malessere, urlare le proprie rivendicazioni, stare fra la gente, è sempre legittimo. I Forconi ci sono e si fanno sentire e noi, anche in questa occasione, siamo dalla loro parte.

martedì 30 ottobre 2012

MPL (44): UN GIUDIZIO SULLE ELEZIONI SICILIANE

Un ciclone che non ha travolto solo l'ammucchiata montiana

Segreteria nazionale pro tempore del Mpl


Che dalle elezioni siciliane potesse venire una spallata decisa contro il sistema politico era nell’ordine delle cose. Essa è stata più potente del previsto, ed ha preso due forme: l’astensione di massa e il voto massiccio al M5S.

venerdì 26 ottobre 2012

DUE FATTI IN DUE GIORNI


Non tutti i mali vengono per nuocere

di Piemme

Sotto una pioggia prevista battente, questo fine settimana, avvengono due fatti importanti, connessi tra loro malgrado ogni apparenza. In ordine: la manifestazione No Monti Day, e le elezioni per il Parlamento siciliano. 

domenica 14 ottobre 2012

ELEZIONI IN SICILIA (3)

Mariano Ferro
LA PAROLA A MARIANO FERRO

di Daniela Di Marco

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«Ecco perché ci arrabbiamo. Ci arrabbiamo e diciamo che se continua ancora così, il 16 gennaio 2013 è già pronto. La Grecia sta per ripartire, la Spagna altrettanto, la Sicilia sarà dietro perché i Forconi saranno coi greci e gli spagnoli».

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