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giovedì 2 gennaio 2020

ECCO L'ISLAMOFOBIA di Angelo Vinco

Volentieri pubblichiamo questo breve saggio di Vinco sulla natura (e la funzione) dell'islamofobia. Questa sindrome moderna si autogiustifica come apologia dell'Occidente.
Il Vinco si chiede se l’Occidente esista realmente e risponde che no.
Noi preferiamo porci una domanda forse più modesta ma essenziale: è accettabile
l'immagine  che colonialismo prima e imperialismo poi hanno voluto dare dell'Occidente

mercoledì 25 dicembre 2019

SARDINE, SIONISTI E DINTORNI

Non c'è bisogno di ricordare quanto l'islamofobia si sia diffusa in Occidente, anzitutto dopo le stragi di al-Qaida e dello Stato Islamico.

Due fatti saltano agli occhi.Il primo è che l'esecrabile stragismo in questione è stato strumentalmente utilizzato per giustificare il disprezzo, se non il vero e proprio odio contro l'Islamismo in quanto tale.

giovedì 19 dicembre 2019

COS'È DAVVERO LA SIRIA DI ASSAD? di A. Vinco

[ giovedì 19 dicembre 2019 ]



Nel sanguinoso conflitto siriano convergono moltepli fattori: sociali, geopolitici (regionali e internazionali) ed anche religiosi. Una certa vulgata tende a far credere che il regime di Assad sia un esempio di laicità in stile occidentale. Vero è invece — vedi anche la Cosituzione del 2012 — che esso si considera islamico a pieno titolo. Nulla si può capire del conflitto siriano ove di sottovalutasse la centralità dell'aspetto religioso, lo scontro fratricida tra frazioni dell'Islam (quella che gli stessi musulmani chiamano Fitna). Pur non condividendo tutto quanto sostiene l'autore — che in questo caso polemizza con una testata web della comunità sunnita italiana —, volentieri pubblichiamo.

*   *   *

La Luce, significativo referente online italiano di talune importanti correnti del mondo islamico, di recente ha messo in rete un pezzo — Perché l'estrema destra è innamorata di Assad — con cui per delegittimare il Ba’th siriano si tirano in ballo le presunte radici fasciste del movimento baathista socialista per la resurrezione araba; segni trasparenti ed evidenti di una certa comunanza ideologica tra il fascismo e il baathismo siriano sarebbero non solo i rapporti espliciti che il Governo guidato da Bashar Al Asad tiene con le varie frazioni della destra radicale mondiale ma ancor più i vari volontari neofascisti accorsi nei ranghi delle Forze armate arabe siriane. 

La storia del movimento baathista non si può riassumere in questo articolo, che ha in realtà tutt’altra finalità, non possiamo però, quantomeno, ignorare la complessiva milizia politica dei due fondatori del primo nucleo del Ba’th. Ebbene, entrambi, sia Din al-Bitar, sia Michel ‘Aflaq sconfessarono sia la sinistra filomarxista di Salah Jadid come non realmente baathista, sia il Governo di Hafiz al-Asad quale figlio illegittimo dell’ideologia baathista panaraba. Viceversa, il giudizio di entrambi, soprattutto del secondo, verso il Ba’th irakeno guidato da Sadam Husayn fu assai positivo; in occasione della morte di ‘Aflaq, nel 1989, fu celebrata per ordine del presidente irakeno una solenne cerimonia di stato e venne appositamente progettata una tomba per colui, appunto ‘Aflaq, che Saddam Husayn definì in più casi il suo maestro spirituale e politico. 



Chiunque abbia un poco frequentato la storia e la letteratura politica del Grande Medio Oriente degli ultimi decenni sa bene che dietro alla prima fase dell’ideologia saddamista vi è una certa ideologia medio-sovietica, potremmo dire kruscioviana, piuttosto che fascista. Non sappiamo se sia vero quanto scrisse il New York Times del 7 dicembre 2005 [1], sappiamo però, come sostiene del resto Hamid Majid Moussa, segretario generale del Partito Comunista irakeno, che la lotta di frazione tra saddamisti baathisti e comunisti iracheni fu una sorta di lotta interna tra fazioni regionali e “confessionali” in seno ad uno stesso organismo ideologico. Ed infatti, se l’alleanza tra il Governo siriano di Hafiz al-Asad e l’Urss fu improntata all’abile tatticismo del primo che seguì sempre un modello geopolitico tercerista (come mostrerà la sua attiva posizione filoTehran, dunque antisovietica, nella guerra Ira-Irak), quella tra l’Irak e l’Urss presentò a nostro parere caratteri strategici anche alla luce della struttura sociale del Governo saddamista. In più casi, alla presenza di dirigenti sovietici, Saddam Husayn si vantò di possedere le Opere complete di Lenin e di non ignorare i fondamentali dell’economia marxista. Ciò per affermare che l’identificazione tra baathismo statale e fascismo è quantomeno una forzatura. 

Premesso che, con Trotsky [2], in caso di guerra conrro l’imperialismo sionista-americano dovremmo sostenere la Siria anche ove il regime fosse fascista, riteniamo che non sia un buon metodo giudicare la struttura sociale e la natura ideologica di uno Stato solamente in base al sostegno internazionale di cui gode. Possiamo portare l’esempio del conflitto delle Malvinas (1982) o quello dei Troubles nordirlandesi o anche quello dell’Intifada del 1987: in tutti questi casi le fazioni maggioritarie di destra radicale e sinistra radicale si trovarono più o meno nelle medesime posizioni geopolitiche. Da ciò cosa ne deriva? Che queste guerre antimperialiste fossero tutte ideologicamente fasciste? Certo che no.


Inoltre, il Partito Comunista siriano di Ammar Baghdash, presente nel parlamento con diversi rappresentanti assieme al Partito Comunista unificato, sostiene attivamente, per quanto criticamente, la Siria di Assad considerandola una forza progressista e semi-rivoluzionaria contro un blocco globale reazionario e supercapitalista. Dunque: fascista anche il Partito Comunista siriano? Fascista il noto sostegno che migliaia di Comunisti da tutto il mondo, dalla Svezia all’America Latina, hanno pubblicamente e culturalmente dato al Presidente Bashar al Asad? 

Certo, non siamo noi a negare che verso alcuni comunisti siriani vi sono state, da parte di Assad padre e figlio, fasi di durissima persecuzione [3], ma anche questo non sarebbe sufficiente per dare del fascista ad Assad. Se volessimo usare il suddetto criterio, dovremmo considerare fascisti anche Putin e Xi Jinping. 

Varie correnti del “neofascismo” mondiale sono arrivate a considerare Putin non solo il salvatore della Russia ma addirittura il potenziale restauratore della rinascita morale occidentale e, nel recente conflitto del Donbass, abbiamo non a caso visto accorrere volontari fascisti anche a fianco della comunità russofona aggredita, non solo di Kiev. Quanto alla Cina “rossa”, vari quotidiani e riviste americane — subito riprese immancabilmente da L’Espresso  — QUI e QUI — hanno ben veduto di caratterizzare la strategia cinese in Italia come salvaguardata da una presunta rete eurasiatica filofascista. 

Ciò che viceversa siamo portati a pensare è che La Luce abbia finito per abboccare o peggio voglia propagare una certa mendace propaganda dei sostenitori occidentali del Ba’th siriano, ossia che quest’ultimo sarebbe laico, progressista nel senso che gli occidentali danno ai termini e dunque quasi o completamente anti-islamico e islamofobo. 



Ebbene, ciò, come sanno bene gli amici de La Luce, non corrisponde affatto al vero. Non bastasse la piena ed ortodossa appartenenza dell’alawismo al puro Islam [4], riconosciuta nel 1985 anche da Imam Khomeyni (pace su di Lui), o ancora prima dall’eroe arabo Hajj Amin al-Husayni — noto come il Gran Muftì di Gerusalemme — negli anni Trenta dello scorso secolo, non possiamo né vogliamo sorvolare sul fatto che a fianco delle Forze armate arabe siriane non vi sono solo un gruppuscolo di fascisti europei volontari ma anche fedeli mussulmani provenienti da Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Turchia, Niger, Iran, Palestina: in prima linea contro il terrorismo, il sionismo e il takfirismo. 

Tutto questo ci permette di negare alla radice le fatwa dei vari teologi hanbaliti che invitano allo sterminio degli alawiti come peggiori, quanto ad eresia, di cristiani e ebrei; la spiritualità nusairita-alawita, su cui eventualmente torneremo con uno articolo specifico, è invece connessa alla gnoseologia sciita e la sua stessa visione cosmologica, chiarisce Henry Corbin, è decisamente affine a quella tradizionale dell’Iran zoroastriano ed islamico. L’accusa di eresia all’alawismo, l’invito alla pulizia religiosa mediante sterminio di alawiti smaschera la logica frontale annientamento politico degli islamici antimperialisti che varie frazioni dell’Islam reazionario, alleato con il Sionismo e con gli imperialisti occidentali, stanno portando avanti dal 2010 ad ora. 

Vorremmo ricordare che da quasi dieci anni Israele bombarda postazioni militari dell’Esercito siriano un giorno sì e l’altro pure. Del resto, identificare lo Stato sociale siriano con la setta alawita è scorretto, in quanto lo Stato siriano è alawita in quanto islamico, islamico in quanto alawita. Nella Costituzione baathista, approvata il 27 febbraio 2012 con Referendum Popolare, il che conferma del resto l’essenza democratico plebiscitaria e presidenzialistica del Governo di Bashar, nell’articolo 3 è stabilito tra i principi fondamentali che il Presidente deve appartenere alla religione islamica, che la dottrina giuridica islamica è fonte principale della legislazione, che i culti sono tutti rispettati e legittimi purché non contravvengano o sovvertano la centralità della dottrina islamica. Lo stesso si può dire riguardo all’orientamento centrale dell’ideologia statalista del precedente Governo di Hafiz. 

La guerra di Stato contro la Fratellanza Musulmana — vero che la Costituzizone siriana condanna a morte l'appartenenza a questa organizzazione [5]—, che puntava alla conquista della Siria e all’eliminazione del Ba’th, può essere a nostro parere già letta come una guerra politica di fazione e geopolitica contro le monarchie arabe reazionarie, ma non come lotta neokemalista islamofoba. Inoltre, essendo anche qui fedeli al metodo di Trotsky, noi giudichiamo la sostanza di uno Stato dalla sua politica estera: per quanto non riteniamo l’assadismo un che di rivoluzionario, non lo possiamo nemmeno considerare controrivoluzionario. La linea totalmente e assolutamente filoiraniana, di fiera fraternità geopolitica con la Rivoluzionaria islamica dell’Iran prima, con l’Hezbollah libanese e la palestinese Jihad islamica poi, ci induce a considerare comunque con una certa serietà il Governo baathista siriano, ben oltre gli stereotipi propagandistici dei marxisti dogmatici o neofascisti d’occidente, tutti intenti a riempirsi la bocca di parole come laicité o secolarismo ogni istante che ai nostri giorni non significano più nulla. Esiste il fronte degli oppressi e il fronte degli oppressori come sostiene la Guida Suprema Seyyed Alì Khamenei, esiste il "Grande Medio Oriente allargato" quale frontiera centrale di civiltà e di lotta politica; partire da qui, per tentare di capire da quale parte si situa Damasco con la sua dirigenza è la condizione necessaria e primaria di ogni analisi che voglia realmente essere antioccidentale e antimperialista. 

Dove sono gli Oppressi? Dove sono gli Oppressori? Questo il grande insegnamento rivoluzionario di Imam Khomeyni, il rivoluzionario del ‘900. Non ci interessa dove sono i fascisti o gli antifascisti, gli islamici americani e gli antislamici. Oppressi e oppressori. Bashar al Assad e Asma Assad, in trincea dal 2010, bombardati quasi quotidianamente da anni dall’entità sionista, vittime dell’isteria razzista e arabofoba di Obama e Trump, sono il fronte degli Oppressi o degli oppressori globali? 



NOTE



[1] Il rais iracheno brandendo il Corano di fronte agli inquisitori americani che lo stavano processando, avrebbe affermato: “Io sono Sadam Husayn. Sulla scia di Mussolini, resisterò all’occupazione americana sino alla fine, poiché questo è Sadam Husayn, l’uomo che seguirà il percorso di Mussolini”


[2] «Ne abbiamo un esempio semplice ed evidente. Il Brasile regna oggi un regime semifascista che qualunque rivoluzionario può solo odiare. Supponiamo, però che domani l’Inghilterra entri in conflitto militare con il Brasile. Da che parte si schiererà la classe operaia in questo conflitto? In tal caso, io personalmente, starei con il Brasile “fascista” contro la “democratica” Gran Bretagna. Perché? Perché non si tratterebbe di un conflitto tra democrazia e fascismo. Se l’Inghilterra vincesse si installerebbe un altro fascista a Rio de Janeiro che incatenerebbe doppiamente il Brasile. Se al contrario trionfasse il Brasile, la coscienza nazionale e democratica di questo paese e condurre al rovesciamento della dittatura di Vargas. Allo stesso tempo, la sconfitta dell’Inghilterra assesterebbe un colpo all’imperialismo britannico e darebbe impulso al movimento rivoluzionario del proletariato inglese. Bisogna proprio aver la testa vuota per ridurre gli antagonismi e i conflitti militari mondiali alla lotta tra fascismo e democrazia. Bisogna imparare a saper distinguere sotto tutte le loro maschere gli sfruttatori, gli schiavisti e i ladroni!»

Lev Trotsky 
La lotta antimperialista è la chiave di volta della liberazione
Socialist Appeal, 5 novembre 1938.

[3] In particolare verso il'estrema sinistra marxista organizzata nel Partito d'Azione Comunista 

[4] Sull'alawismo vedi “KITAB AL MAJMU” – UN FALSO LIBRO PER FAR ODIARE GLI ALAWITI

[5]  Nota della Redazione: La Fratellanza Musulmana, che aveva avviato una lotta armata contro il regime, organizzando attacchi, ecc., è stata  oggetto di una repressione molto forte (vedi il massacro di Hama durante il quale il centro della città fu raso al suolo), in particolare nel 1981-82 (tra 10.000 e 25.000 morti). L'appartenenza al movimento rimane punita con la morte ancora oggi

giovedì 12 dicembre 2019

ANTISEMITA CHI? di Nazareno Filippi

[ giovedì 12 dicembre 2019 ]



E' da un bel pezzo che s'avanza in Occidente un'isterica campagna pro-israeliana che tenta di equiparare antisemitismo e antisionismo. Lo stesso Presidente Mattarella, senza il minimo senso del pudore, liquidò il secondo come epifenomeno del primo. Ricordiamo, tanto per segnalare fino a che punto giunge la tracotanza sionista, che Gherush92, l’organizzazione di ricercatori e professionisti consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, chiedeva di mettere all'indice dalle scuole la Divina Commedia di Dante Alighieri, poiché conterrebbe canti antisemiti.


*  *  *

La recente vicenda della senatrice a vita Liliana Segre, come era prevedibile, ha finito per suscitare polemiche a catena, decisioni e contro-decisioni, verità e contro-verità. Da evento morale e apolitico quale avrebbe dovuto essere nelle buone e migliori intenzioni — no all'odio, sì all'amore — di coloro che hanno sposato sin dall’origine questa causa, si è poi trasformato nella solita gazzarra di bassa politica mediatica dove chi meno sa e meno ha studiato, ma fa la voce più grossa, riesce alla fine a portare a casa qualche risultato. 

Si parla ormai, nel dibattito pubblico, di comunismo storico novecentesco senza aver letto una riga di Edward Carr; così come si parla di fascismo senza conoscere le tesi di De Felice o di liberalismo ignorando La storia del liberalismo europeo di De Ruggiero. 

Questo blog ha già ospitato interventi sulla questione dell’antisemitismo basandosi sul pensiero storico e filosofico dell’ebrea Hannah Arendt rilevando una dimensione assai più complessa e controversa di quanto si è portati a tutta prima a credere. La Arendt, secondo Pierpaolo Pinhas Punturello, non si può classificare sic et simpliciter come antisionista, ma nonostante ciò nei suoi studi il Nostro porta vari elementi che denotano, se non una netta e radicale contrapposizione al Sionismo, comunque un chiarissimo dissenso filosofico-politico e critico che per certi versi è addirittura ben più pugnace dell’antisionismo esplicito. 


La Arendt immagina e teorizza nuove modalità dell’essere ebreo che siano in grado di non
richiamarsi, storicamente, ad una immutabile ed eterna essenza ebraica e che sappiano realizzarsi nella loro transitorietà in identità distanti niente affatto coincidenti con il mondo ebraico. Nel 1942 Hannah Arendt, almeno ufficialmente e politicamente, taglierà infatti ogni ponte e ogni
ipotesi di collaborazione con il mondo attivistico e militante Sionista. Oltre alla Arendt, come è noto vi è una foltissima schiera di pensatori e comunità ebraiche israeliane e non, che hanno preso via via le distanze dal Sionismo, sia esso nazionalista o laburista, sino al punto da considerarlo niente meno che uno strumento ideologico o razziale di persecuzione antiebraica: si va dalla
classica accusa di apostasia antisemita rivolta ai sionisti da talune correnti degli haredim e di ebrei ortodossi a quella di “vittime ebree del Sionismo” di cui ha trattato Ella Shohat nel suo bel saggio. Ron Lauder, presidente del Congresso Mondiale Ebraico, ha annunciato la nascita di ASAP (Antisemitism Accountability Project), con un fondo che disporrebbe per ora di 25 milioni di dollari; il fine, stabilendo una, come appena visto, assoluta quanto forzata identità tra ebraismo e Israele, è quello di contrastare e combattere politicamente ogni dissenso verso le politiche dello Stato israeliano. 

Donald Trump sta quindi attuando un ordine esecutivo che imponga il divieto di insegnamenti o eventi antisraeliani nei campus universitari, basati su una strategia di boicottaggio e disinvestimento in Israele, il cui principale fine è sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale sulla tragedia umanitaria che da decenni colpisce senza speranza di salvezza i civili palestinesi. Il presidente firmerà perciò un ordine esecutivo in base a cui il titolo VI della legge sui diritti civili, che vieta le discriminazioni etniche e razziali, sarà applicato anche all’ebraismo. 

Macron ha approvato una legge che stabilisce l’equazione ideologica e culturale tra antisemitismo e antisionismo e Salvini, dall’Italia, alza il tiro annunciando che sono pronte mozioni della Lega, in parlamento a Roma e a Bruxelles, per condannare “ogni forma di antisemitismo e odio contro Israele”. 

Nell’intero scenario politico occidentale si intende procedere assecondando la linea geopolitica della lobby israeliana americana, che secondo vari analisti come Mearsheimer sarebbe la lobby politicamente più potente ed influente d’occidente. La linea politica sionista, Israele Stato razziale e teocratico di “tutti gli ebrei”, vedrebbe come prime vittime, di nuovo, quelle comunità ebraiche che non riconoscono il Sionismo. Chiaramente, lo strumento giudiziario e poi, in estrema istanza, penale diviene così un campo di gioco e contrapposizione tra linee e fazioni geopolitiche. 


Altra vittima, come sempre avviene in questi casi, sarebbe proprio quella verità storica e quella memoria, che si volevano originariamente tutelare. Prescindendo dal fatto che la linea liberticida sarebbe in tal caso ampiamente varcata, si pongono una serie di questioni socio-politiche dirimenti, visto che questo è il piano su cui sta inclinando lo scontro. Le medesime forze che vorrebbero concedere lo Ius Soli per regolarizzare la situazione giuridica e comunitaria di centinaia di migliaia, se non più, di islamici in omaggio ad una logica della buona accoglienza al tempo stesso hanno fatto immediatamente sapere che non esiterebbero a sostenere i decreti Trump-Salvini-Macron. 

Probabilmente gli esponenti di queste forze fingono di ignorare che tali mozioni continuano pienamente quella che per il comune sentire musulmano è, in Medio Oriente in particolare, ma non solo lì, una vera e propria guerra di civiltà israeliana e occidentale contro l’Islam. Non a caso, nella Francia di Macron, poche settimane fa, decine di migliaia di francesi di religione musulmana hanno manifestato contro l’Islamofobia della Quinta Repubblica francese. In un sondaggio appena pubblicato, il 42% dei francesi di religione musulmana afferma di aver subito delle discriminazioni. L’appello, pubblicato su “Lìberation” il 1 novembre scorso, firmato da vari esponenti della sinistra, faceva esplicito riferimento al “razzismo anti-islamico” che caratterizza la vita politica e sociale francese e parlava di “leggi liberticide” in relazione a quella del 2004 che esclude i segni religiosi nella scuola e quella del 2010 che proibisce il burqa nelle strade, per ragioni di sicurezza. 

Gli “Afghanistan papers”rivelano proprio in questi giorni che presidenti e organi informativi anglosionisti mentivano quando dicevano di combattere e bombardare contro il terrorismo, per la democrazia e la libertà nel Medio Oriente allargato. Il Piano Lewis, basato sulla balcanizzazione del Medio Oriente ed il Piano Odeod Yinon, basato sulla strategia di Grande Israele, andrebbero meglio analizzati e studiati per cercare di comprendere quanto è avvenuto negli ultimi decenni. 


Lo stesso Cristopher Hitchens, ex militante della sinistra antagonista, massimo teorico dell’ “islamo-fascismo”, ha enormemente contribuito a divulgare il principio e la prassi della guerra di civiltà islamofobica. Quanto ora si sta proponendo è in continuità con tale linea. Alla luce di questo breve e sommario orizzonte storico-politico, non può infine essere trascurato il messaggio di pace e di unità religiosa che ha caratterizzato il Pontificato bergogliano. Il punto fermo su cui quest’ultimo sembrava aver insistito, dal primo messaggio rilasciato in tal senso dalla Turchia musulmana nel novembre 2014, era quello che i cittadini musulmani, ebrei, cristiani godessero dei medesimi diritti e rispettassero i medesimi doveri. In quel contesto, ma non solo in quel caso, il Pontefice lanciò anche un ardito messaggio di unificazione delle tre fedi contro il terrorismo (di stato o di gruppi militanti), contro le ingiustizie sociali e le discriminazioni etniche. Sarebbe a questo punto interessante conoscere la visione del Pontefice circa l’azione della lobby israeliana USA, per cui il Sionismo è lo stato razziale e religioso di tutti gli ebrei, con Gerusalemme capitale. 

domenica 1 dicembre 2019

PERCHÉ DIFENDO LA RIVOLUZIONE IRANIANA di A. Vinco

[ domenica 1 dicembre 2019 ]



La rivoluzione iraniana del 1979 è stata senza dubbio uno degli eventi più importanti del '900. I giudizi sono stati diversi, spesso opposti. Uguale sorte è toccata alla Repubblica Islamica  che scaturì da quella rivoluzione.  L'Occidente la condanna come una "esecrabile dittatura teocratica". Questo articolo, che volentieri pubblichiamo, esprime un diverso punto di vista.


Sofia Ventura [nella foto sotto] , nota politologa, sulla su LA STAMPA del 24.11.2019 trae spunto dal viaggio iraniano di Di Battista per attaccare la Repubblica islamica creata da imam Khomeini. La Ventura accusa l’Iran di essere illiberale, di destabilizzare il Medio Oriente, di non rispettare i diritti omosessuali ed infine di aver represso nel sangue la rivolta della settimana scorsa. La politologa occidentale continua ad usare terminologie più adatte per il cattolicesimo dei secoli scorsi o forse per il sionismo nazionalista israeliano, come quella di “teocrazia”, piuttosto che per il repubblicanesimo sciita.

La Rivoluzione iraniana del ’79 non solo secondo Kissinger ma anche secondo un articolista del “Sole24ore” come Bidussa fu l’evento centrale della seconda metà del 900 ed ebbe una partecipazione democratica e popolare che nessuna altra rivoluzione nella storia ha conosciuto. Si ricordino d’altra parte i funerali di imam Khomeini del giugno 1989, dove circa 14 milioni di persone resero devotamente omaggio al politico rivoluzionario; mai, nella memoria storica contemporanea, vi sono stati funerali di simili dimensioni per un umile capo di stato, i cui unici beni di proprietà al momento della morte furono tre libri di metafisica, un rosario per la meditazione e un tagliaunghie. 

Il tratto fondamentale della rivoluzione del ’79 non fu quello di essere illiberale ma di essere, all’opposto, assai moderna, coniugando con geniale abilità tattica la prassi dell’antimperialismo globale dei movimenti di resistenza al liberalismo oppressore occidentale, dal peronismo al nazionalismo panarabo di estrazione nasseriana, con una ideologia democratico-repubblicana di radice religiosa sciita, continuando così l’impulso di riformatori sociali come l’imam Hosayn e Jamal al Din al-Afghani. 

La concezione imamita del vilayat-i-figh, “il governo del giureconsulto” o il Governo islamico perfetto (Hokumat-e Eslami), già teorizzata da Mullah Ahmad Naraqi (m. 1830) ed insita nelle radici dello Sciismo rivoluzionario, la quale in termini giurisprudenziali può forse meglio corrispondere a ciò che gli occidentali e la Ventura considerano “teocrazia”, non si identifica con l’attuale Repubblica islamica. Secondo la dottrina sciita, dato che il Dodicesimo imam è andato in occultamento, è compito del clero sciita, selezionato ed
addestrato, in qualità di rappresentante dell’Imam occulto, prendere le redini guidando la comunità islamica. La Repubblica islamica è invece un compromesso tra l’anima repubblicana e quella più propriamente islamica: con l’inserimento del termine “repubblica” (jomhuri) al posto di “governo” (hokumat) l’imam attribuisce allo Stato, oltre che la legittimità divina, anche quella democratico-popolare. 

La sovranità assoluta teorizzata per il “giureconsulto” si concilia con la sovranità popolare: il repubblicanesimo islamico dà vita ad un dualismo istituzionale, da un lato si hanno apparati costituzionali quali il Parlamento e il presidente della Repubblica con i suoi ministri, dall’altro, per garantire l’islamicità della Repubblica e la sovranità divina, si istituiscono organi quali “il consiglio dei Guardiani”, l’ “assemblea degli Esperti” e il “consiglio per il Discernimento”. 

La Repubblica islamica rappresentò la sintesi di tutte le frazioni rivoluzionarie e democratiche, dai liberali antimonarchici ai nazionalisti, per finire ai socialisti patriottici non obbedienti come mercenari dei diktat sovietici. Di conseguenza è del tutto astratta e fuorviante la categoria di "illiberalismo": occorrerebbe più correttamente parlare di una democrazia sociale e popolare islamica, frutto maturo di una rivolta costituente moderna condotta da imam Khomeini contro la politica oligarchica, plutocratica, postmoderna e supermaterialista del “liberalismo” occidentale, che aveva nel regime taghuti di Reza Shah un suo console coloniale. Nelson Mandela, ad esempio, definì in più circostanze imam Khomeini il più grande leader democratico e rivoluzionario dei tempi odierni, la più alta coscienza morale dello spirito del tempo ed i movimenti di liberazione afroamericana negli Usa hanno considerato e considerano la Repubblica islamica un modello di sviluppo sociale democratico eticamente ben superiore a quello dei paesi occidentali “liberalistici”. 

Da questa profonda necessità di giustizia sociale interna ed internazionale nacque la Repubblica islamica che avrebbe abbattuto il vecchio mondo reazionario e iniquo di Yalta — “né Oriente né Occidente, né Usa né Urss ma Iran islamico e partito mondiale degli Oppressi” — e posto le basi per l’avvento di una nuova era multipolare. 

Secondo la visione politica dell’imam non aveva particolare importanza parlare di democrazia e liberalismo, in quanto i concetti di libertà e partecipazione popolare erano insiti nella retta pratica islamica di Stato. Tuttavia, dato che il sistema politico iraniano, come visto, è un ibrido esso è evidentemente democratico, a meno che il voto dei cittadini americani o tedeschi, per fare due esempi con sistemi amministrativi differenti, sia più pesante ed intelligente di quello di milioni di iraniani. 

I recenti disordini che hanno scosso l'Iran
E tuttora, citando il caso dei recenti disordini che sembrano stare così al centro del cuore della Ventura, anche ammettendo, in via del tutto ipotetica, che tali disordini (e ci riferiamo ad omicidi mirati di Basiji e Pasdaran compiuti da mani esperte e squadre di élite militari organizzate) siano stati spontanei, come però spiegare la successiva mobilitazione di milioni e milioni di iraniani in ogni città e in molte province in supporto della Repubblica islamica, della Guida suprema e contro il terrorismo? Illiberalismo o democrazia popolare? 

Le iniziali proteste partite da Zahedan, Mashhad o dalle province di Shiraz e Isfahan, proteste sociali pacifiche e di dissidenza interna al blocco del liberalismo borghese conservatore rappresentato dalla fazione egemone di Rouhani, non sono state assolutamente represse ne perseguitate ma anzi inizialmente incentivate dalle fazioni più sociali, nazionaliste e progressiste interne alla Repubblica islamica. 

Ma dalla pacifica, per quanto animata, protesta sociale all’omicidio mirato e pianificato di più membri delle forze della sicurezza il salto, si comprenderà, non è così piccolo ne può essere casuale e episodico ed ogni Stato che sia tale è costretto ad intervenire proprio in difesa dei piccoli proprietari e dei proletari minacciati. 

Macron, che si pregia di essere l’esponente più rilevante della pratica liberale occidentale, per quanto operi nel contesto particolare del sistema di governo della Quinta Repubblica, è il protagonista di una azione di repressione verso il movimento sociale e democratico francese che fa impallidire quello della Repubblica islamica. Se quest’ultima, nell’avviare la repressione, è stata comunque legittimata dai precedenti omicidi di Basiji e Pasdaran, la polizia nazionale transalpina da un anno a questa parte ha deliberatamente percorso la via dello scontro frontale con la rivendicazione sociale, uccidendo decine di manifestanti, portando via decine e decine di occhi e mozzando diverse mani. Sabato 23 novembre 2019 abbiamo avuto a Parigi la giornata nazionale del Gilet Giallo ucciso o mutilato, invitiamo la Ventura a vedere le immagini di ragazzi e ragazze, fieri esponenti del movimento democratico francese, senza occhi e senza mani ma armati solo di una giubba gialla. Dove è dunque la democrazia? E dove l’illiberalismo? Macron ha milioni di militanti scesi in piazza per sostenerlo, come li ha avuti l’ayatollah Khamenei? Non ci sembra.

Quanto ai diritti della comunità LGTB, la Ventura ha ragione. Ma solo in teoria. La legge, è verissimo, in questo caso è molto dura; si studino però i casi delle persone purtroppo colpite, si vedrà che questi riguardano chi si è macchiato di abusi o ha compiuto
Londra, manifestazione in difesa dei diritti dei gay in Iran
pubblicamente atti di trasgressione e violenza verso la morale pubblica. In più casi la Guida suprema, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha attaccato la concezione del sesso in Occidente, considerandola la principale causa della decadenza e della degenerazione della civiltà occidentale. Elevare il sesso a valore, esaltare i diritti sessuali, colpire la prassi dell’eros e dell’amore a vantaggio di gang bang o equivoca promiscuità sessuale, nella concezione sociale della Repubblica islamica sarebbe indice di certa decadenza politica e morale. 

Si può approvare o non approvare e noi personalmente ben comprendiamo la posizione della Ventura, ma allo stesso modo comprendiamo l’ortoprassi dell’ayatollah Khamenei. In occidente ed in UE, con la logica di presunti diritti individuali o civili si impongono desideri e pratiche di minoranze o lobby plutocratiche (es. il sionista Epstein) potenti sulla volontà e sul costume di “maggioranze silenziose”, arrivando anche alla somministrazione del famoso “farmaco gender” ad inconsapevoli bambini che precipitano così nella perenne incertezza e nella vaghezza sessuali. Anche qui: dove è l’illiberalismo? E dove la democrazia? Dove è la moralità e l’etica? Chi è veramente progressista e chi reazionario su tale piano? La Ventura ci aiuti a sciogliere l’enigma.

Infine, l’Iran avrebbe destabilizzato il Vicino Oriente. Forse la Ventura non sa, ed allora è doveroso ricordarglielo, che in seguito alla Rivoluzione del ‘79, il popolo iraniano ha subito: una Guerra Imposta dalle due superpotenze dell’epoca (Usa ed Urss) che provocarono circa un milioni di morti in patria, una guerra ibrida continua nelle due amministrazioni presidenziali di Ahmadinejad, attentati mirati dentro i confini della Repubblica islamica di professori e scienziati, la destabilizzazione programmata dell’alleato siriano, la tentata destabilizzazione del Libano patriottico ed antimperialista guidato dall’Hezbollah, ovvero la politica di assedio del “vicino estero” per conquistare infine Tehran. A ciò si aggiunga la strategia sanzionista in vigore dal lontano 1980, non dall’anno di elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. L’anglosionismo in Medio Oriente avrebbe attuato un genocidio di circa 10 milioni di morti civili (fonte generale iraniano Salami) ed un numero incalcolabile di feriti. Non si tratta forse di odio etnico e razziale tutto questo o no? E’ un mistero come di fronte a tutto questo, si possa parlare di una geopolitica di destabilizzazione eterodiretta da Tehran. Ancor più misterioso è però l’impulso di Resistenza che guida e sostiene il popolo iraniano e gli alleati antisionisti (dalla Palestina allo Yemen, dal Libano alla Nigeria sciita) di fronte ad un assedio mondiale di tal fatta. Si tenga conto che il numero dei combattenti iraniani morti per la libertà della Palestina supera di gran lunga quello di ogni altra nazionalità filopalestinese; per i liberali occidentali, i diritti gender o quelli degli animali sono più importanti di quelli di milioni di bambini palestinesi sterminati, accecati, mutilati dal ’48 a ora. In tal senso, difficile negare che l’Iran islamico è la vera coscienza morale di questo pianeta degenerato e malato: indica al mondo la Giusta Via.

 
Ali Khameni, Hassan Nasrallah e Qassem Soleimani
Avremmo voluto e dovuto, ne siamo coscienti, anche delineare ciò che non va della Repubblica islamica. Dove l’utopia politica di imam Khomeini forse non si è mostrata all’altezza del compito storico: come possa un Rohani, ad esempio, incarnare una simile missione? 

Soleimani, Ahmadinejad, Mehdi Karrubi sono figli della Rivoluzione in egual misura? O ancora, presupposte le criminali ed imperialistiche sanzioni occidentali, perché le disuguaglianze sociali sono così cresciute nelle grandi città iraniane? 

Quando rientrò a Tehran nel 1979, nei pressi del cimitero Behest-e-Zahra, imam Khomeini disse: 
“Vogliamo curare sia la vostra vita materiale sia quella spirituale. Voi avete bisogno di spiritualità. Essi, gli imperialisti ed i sionisti, ci hanno tolto infatti la spiritualità e noi ve la ridaremo. Noi costruiremo case per tutti, provvedendo gratuitamente ad acqua ed elettricità”. 
E’ doveroso analizzare criticamente il successivo percorso, laddove opportuno, ma non è possibile ed è anzi inopportuno se dall’altra parte del fronte la propaganda imperialista si è ormai ridotta al livello di demagogia automatizzata e lobotomizzata, sia essa della destra sionista iranofoba o della sinistra liberale americanista. Non dimentichiamo mai che l’imam Khomeini sosteneva che i sovietici erano banditi, gli anglosassoni erano peggiori degli americani e gli americani peggiori degli anglosovietici. 

Quindi, tradotto con linguaggio odierno, gli illiberali e gli antidemocratici veri accusano l'Iran antimperialista di essere illiberale. Ma nonostante l'assedio politico, economico e propagandistico imperialista, la democrazia repubblicana e sociale islamica resiste e avanza.

venerdì 25 agosto 2017

L'OCCIDENTE ED IL CORPO DELLE DONNE di anonima

[ 25 maggio 2017]

Continua il dibattito suscitato dall'articolo PAOLO BARNARD E L'ISLAM, quindi da quello dell'anonima lettrice IL CORPO DELLE DONNE, L'ISLAM E L'OCCIDENTE.

La stessa lettrice ha inviato un commento, che noi condividiamo, in risposta alle critiche ricevute.



Non avrei immaginato che un mio commento finisse come articolo di questo blog, motivo per cui volevo ringraziare la Redazione per l'attenzione alle mie parole.

Vorrei aggiungere a quanto ho già detto, solo alcune cose per precisare.

Prima però debbo notare come l'occidentalismo anti-islamico di certi super-sovranisti rassomigli come una goccia d'acqua a quello dei sacerdoti della globalizzazione, alla Soros per intenderci, che almeno non nascondono che per essi globalizzazione equivale a occidentalizzazione.

Ma andiamo avanti.

Mi rivolgo a Radek ,il quale dice che «il discorso sull'Islam ed Occidente non si riduce alle rispettive "deformazioni fisiche"».

Ovviamente, nulla da obiettare.

Ma il mio commento era una risposta ai commenti all'articolo su Paolo Barnard.

Guarda caso proprio i commenti dei lettori si sono concentrati su questo aspetto, che tra l’altro porta con sé la visione della donna e dei rapporti uomo-donna nell’islam, e a catena, l’indignazione nostra nella convinzione che i maschi musulmani siano “brutti e cattivi”.

Terrorismo, velo e infibulazione sono le uniche cose che vengono nominate quando si parla di musulmani.

Mi soffermo ancora una volta sull’infibulazione, ringraziando di nuovo la Redazione per aver precisato che NON è una pratica islamica, e per di più considerata dall'Islam come Haram, vietata.

Perché in occidente si continua a tenere saldo e stretto il connubio Islam=infibulazione?

E' opinione diffusa nella nostra società che l'“infibulazione” sia una pratica presente soltanto nelle società di cultura islamica.

Niente di più inesatto e falso!, perché questa crudele operazione veniva praticata fin dagli molti secoli prima della comparsa sulla scena della Storia della religione islamica. Il fenomeno è presente in 28 paesi Africani, e in un passato abbastanza recente era praticata in regioni del mondo non ancora toccate dalla cultura islamica, come l’Australia, il Messico Orientale, il Perù, il Brasile occidentale, a comprova del fatto che il fenomeno trae le sue origini in costumi molto antichi che investono il problema dei rapporti uomo donna ancor prima che l’Islam nascesse.

C’è qualcuno a conoscenza del fatto che paesi come l’Arabia Saudita, culla dell’Islam, l’Iran, la Turchia, non sono vittime di questa barbarica usanza? In diverse regioni africane la pratica infibulatoria è condivisa da donne musulmane, cristiane e animiste a
dimostrazione del fatto che questa pratica non trova la sua motivazione in dogmi di natura religiosa ma in antichissime consuetudini!

Da qui a capire che per poterle sradicare ci vogliono battaglie, storie e sommovimenti sociali, che non possono essere imposti da noi sommi educatori occidentali, il passo è breve; questa lotta incessante va condotta dall’interno di quelle culture che ancora la praticano, da parte di donne coraggiose che abbiano la capacità di liberarsi dai lacci delle loro stesse tradizioni culturali e religiose e non dai tribunali penali dell’opinione pubblica occidentale.

Ad ogni modo, e qui rispondo a Ippolito Grimaldi, mi sconvolge completamente che non riesca a vedere "alcuna analogia tra infibulazione e pratiche chirurgiche con finalità estetiche delle culture occidentali". E' quello che io invece, profondamente indignata, volevo sottolineare. La barbarie ce l'abbiamo in casa e la nostra mente completamente coattata, non la vede.

Radek aggiunge che si tratta di scelte individuali.

Mi sento peggio.

E’ proprio questo il problema, le scelte individuali. Non sono spontanee, sono indotte dal sistema culturale in cui viviamo.
Herbert Marcuse


Ricordo solo il profetico discorso di Marcuse per il quale uno degli elementi che caratterizza il totalitarismo disumanizzante della società tardocapitalista consiste proprio nel fatto di creare bisogni artificiali devianti, che è ben lieto di poter soddisfare.
Diceva Marcuse che la libertà sessuale offerta dal sistema è solo un surrogato della libertà dell'eros, ed è diventata uno strumento di integrazione e di consenso, essendo anche il sesso ed il corpo mercificati e la persona sessuale nient'altro che una riduzione all'oggetto del desiderio. La presunta libertà occidentale è molto spesso un'offesa umiliante alla dignità degli individui. Se dico questo non penso di star difendendo le consuetudini islamiche. 

Sto dicendo che non si può essere contro questo sistema se non ci si oppone al mondo simbolico dei bisogni devianti, all'esibizionismo nevrotico e all’individualismo narcisista. Non c'è antagonismo senza rifiuto della manipolazione dei bisogni operata dal sistema dominante.



giovedì 24 agosto 2017

IL CORPO DELLE DONNE, L'ISLAM E L'OCCIDENTE di anonima

[ 24 agosto 2017 ]

L'articolo PAOLO BARNARD E L'ISLAM, com'era prevedibile, ha suscitato l'ira degli islamofobi. Cos'è una fobia? La paura angosciosa per lo più immotivata e quindi a carattere patologico.
E quanto questa fobia sia "immotivata", basata su pregiudizi implicitamente razzisti lo dimostra questo commento:
«E' innegabile l'alta correlazione mondiale tra mutilazioni femminili e influenza islamica. Bisogna anche condannare le mutilazioni maschili... per me, se ste cose le fai A CASA MIA, ti dò 30 anni di galera (lesioni + tortura + tentato omicidio) e questo anche per le mutilazioni maschili e vale pure per gli ebrei».
L'islamofobia patologica grida allo sdegno per le pratiche della Clitoridectomia e infibulazione malgrado tali pratiche sono vietate dall’ISLAM.*  Tace invece sul fatto che proprio il "progredito e avanzato" Occidente è una vera e propria fabbrica fordista di mutilazioni dei corpi, femminili anzitutto. Ciò ovviamente non per qualche prescrizione di carattere religioso o spirituale, ma per qualcosa di molto più profano: l'idolatria del corpo, diventato, per la "medicina", eufemisticamente chiamata "estetica", oggetto di manipolazioni artificiali e seriali. Ne ha fatta di strada, qui in Occidente... l'emancipazione femminile.

Ringraziamo l'anonima che ce lo ha ricordato con il commento qui sotto.




«Ma prima di preoccuparci e soprattutto indignarci delle altrui pratiche millenarie, perchè non ci concentriamo sulle occidentali barbare "amputazioni" delle parti intime femminile e non solo? In occidente siamo più furbi, e la chiamiamo "chirurgia estetica".
Esistono pratiche sempre più diffuse di modifiche chirurgiche e non, eseguibili sui genitali femminili su richiesta dell’interessata: tatuaggi, piercing, chirurgia estetica genitale …

altrettanto inconcepibili ed inumane come le mutilazioni genitali di altre culture.

Ecco un esempio delle occidentali mutilazioni:
- Riduzione delle piccole labbra (labioplastica riduttiva o ninfectomia):- Labioplastica vaginale additiva- Riduzione delle grandi labbra- Liposuzione del pube- Lipofilling del pube- Esposizione del clitoride- Clitoridoplastica di riduzione- Ricostruzione dell’imene (imenoplastica)- Ringiovanimento vaginale o vaginoplastica (cosmetic vaginal tightening):- Perineoplastica- Amplificazione del punto G
Le ripercussioni sulla salute fisica ed emotiva?
dolore, il gonfiore e la sensazione di tensione, formazione di ematomi, le infezioni, le emorragie, complicanze quali ritenzione urinaria, infezioni vescicali ed ematuria; la

labioplastica o vaginoplastica interferisce durante i parti a causa degli esiti cicatriziali, i rapporti sessuali sono alterati.
Anche se medicalizzate, si tratta sempre di “amputazioni”! Ma noi ne andiamo orgogliosi, perchè esaltano il diritto individuale di modificare il nostro corpo per adeguarlo ad un ideale di bellezza altro., frutto della perfida civiltà dell'immagine.

Vogliamo spostarci in Italia? Vogliamo parlare, al di là della chirurgia estetica, di quella pratica, diffusa a partire dall''800, chiamata Episiotomia, della quale l'OMS denuncia che “l’utilizzo sistematico della pratica dell’episiotomia, non ha giustificazione scientifica”.
Di cosa si tratta? L'episiotomia è un taglio praticato su vulva e vagina durante la fase espulsiva del parto. Le principali evidenze scientifiche mostrano che l'episiotomia NON va praticata, perché non è utile in nessuna delle circostanze in cui si pensava che lo fosse, eppure dal '800 noi continuiamo a praticarla, sempre.


In Italia è praticata sul 70% delle partorienti nell'Italia del sud, nel 60% a nord.

Questo significa che oltre 200.000 donne durante il parto ricevono un taglio delle parti intime, con gravi conseguenze sulla propria vita sessuale e fisica, senza che vi siano motivazioni mediche specifiche.
Una lacerazione spontanea è meglio di un'episiotomia
In ogni caso, una lacerazione spontanea è da preferire all'episiotomia poiché ha un decorso molto più breve, non coinvolge necessariamente il muscolo, e la sua cicatrizzazione è più rapida di quella dell'episiotomia.

In conclusione, colpisce che nelle culture in cui si pratica l'infibulazione, la posizione delle donne è che sono convinte della "validità" delle giustificazioni tradizionali ed anzi esse stesse si pongono come attive propugnatrici degli ideali tradizionali e delle pratiche che si ritengono veicolarli, esattamente come le donne occidentali sono convinte delle mutilazioni da chirurgia estetica e se ne fregano delle alterazioni del vissuto sessuale o del dolore al parto, inchinate ad un modello estetico indotto.
A ciascuno le proprie battaglie?»




  • * CLITORIDECTOMIA, INFIBULAZIONE E ISLAM
    INFORMARSI PRIMA DI DIRE SCIOCCHEZZE (COME FA BARNARD)

    So che non convincerò chi è affetto da islamofobia, ma la precisazione che mi accingo a compiere è doverosa.

    La clitoridectomia (rimozione totale della clitoride) o, peggio, l’infibulazione (clitoridectomia seguita dall’asportazione delle piccole labbra e dalla cucitura delle grandi labbra), non solo non è una pratica islamica, essa è HARAM, VIETATA dall’ISLAM.

    Alcuni anti-musulmani a prescindere fanno confusione con il KHIFAD, del quale si parla effetti in tre ahadith. Ossia di una piccola incisione sul clitoride che equivale alla circoncisione maschile (KHITAN). Segnalo poi che questa pratica non è considerata obbligatoria da ben tre scuole giuridiche.

    Che CLITORIDECTOMIA e INFIBULAZIONE non abbiano origine islamiche (egizia in particolare) è confermato da ogni studio antropologico.
    Da notare infine che essa pratica viene a tutt'oggi effettuata in ampia scala non solo in zone musulmane ma pure dai cristiani copti come anche di rito cattolico: nel Corno d'Africa (Etiopia ed Eritrea), in Sudan, Sud Sudan e in Kenya

    Moreno Pasquinelli

martedì 22 agosto 2017

PAOLO BARNARD E L'ISLAM di Moreno Pasquinelli

[ 23 agosto 2017 ]
A scanso di equivoci: sono tra coloro che riconoscono ad uno Stato democratico il diritto di legiferare in materia di immigrazione. Ritengo anzi —tanto più se si è in presenza di flussi ingenti che impattano sul tessuto sociale del Paese— che esso abbia il dovere, come davanti ad ogni altro fenomeno, di dotarsi degli strumenti necessari per regolarlo e tenerlo sotto controllo.

Tre sole sono le correnti di pensiero che negano questo diritto-dovere ad uno Stato: la liberista, la cattolica, e l'anarchica. Per tutte e tre, seppure per diverse ragioni, la potestà e l'autorità di uno Stato sono sottordinate rispetto a enti o figure di grado superiore. Per i liberisti è al mercato che spetta la supremazia; per i cattolici la santa e cristiana civitas maxima o la comunità universale, prevale sempre sulle profane e arbitrarie costruzioni politiche umane; gli anarchici, com'è noto, negano in linea di principio ogni legittimità a qualsiasi forma politica statuale.

Nel mio recente saggio SINISTRA TRANSGENICA mettevo sotto accusa il pensiero cosmopolitico vigente e segnalavo la sua origine kantiana. Mi corre ora l'obbligo di spezzare una lancia a favore di Immanuel Kant, visto che nel suo Zum ewigen Frieden avanzava sì l'idea di un diritto cosmopolitico (weltbürgerrecht), ma nella cornice di una "Lega dei Popoli" che giammai implicava la negazione della sovranità delle singole nazioni.

L'obiezione politicamente corretta al principio che uno Stato sovrano ha il diritto-dovere di sottoporre al proprio controllo politico e giurisdizionale l'immigrazione, si fonda su due asseverazioni. La prima è che "migrare è un diritto umano universale e fondamentale", tale che esso non può in alcun modo essere ostacolato dai singoli Stati i quali, essendo costruzioni anacronistiche, dovrebbero anzi assoggettarsi davanti alla tendenza non solo ineluttabile ma auspicabile verso un ordinamento giuridico globale. La seconda è che
saremmo in presenza di un fenomeno epocale e irreversibile per cui ogni tentativo di regolazione sarebbe vano —discorso che, se ci fate caso, va in rima baciata con quello tipico degli xenofobi che parlando di "invasione", e fa il paio a quello dei corifei liberisti per i quali la globalizzazione dei mercati sarebbe oramai inarrestabile.

Una risposta esaustiva a queste due obiezioni ci porterebbe lontano. Se ho sottolineato le tre parole chiave —ineluttabile, irreversibile, inarrestabile— è perché esse svelano il principio errato che sta a loro fondamento: la concezione naturalistica della storia, l'idea che questa soggiaccia alle medesime leggi deterministiche del mondo naturale —andremmo qui ancora più lontano tirando in ballo la meccanica quantistica e il principio di indeterminazione di Heisenberg. Invece nella storia, non solo tutto è transeunte, nulla è definitivo e irreversibile. 

Ma veniamo al punto.



Non nascondo che sono rimasto sconcertato da quel che ha scritto recentemente Paolo Barnard. Mi riferisco al suo TAQIYYA, E PERCHE’ L’ISLAM VA BANDITO DALL’OCCIDENTE, A PATTO CHE...

Se il titolo (L'Islam va bandito dall'Occidente) è categorico e francamente un po' fascista, alcuni passaggi del suo intervento sono ancora più brutali e spietati.

Sorvoliamo per carità di patria sulle ostentazioni di cultura islamica del Nostro —livello da Bar dello sport: vedi tirare in ballo la taqiyya, che si capisce subito che Barnard non c'ha capito una mazza, o l'infibulazione che anche i somari sanno che non è una pratica islamica.

Stupisce il conato d'odio, la violenza verbale, sulla falsa riga dell'islamofobia di certa
estrema destra cristianista e sionista o dei suprematisti bianchi recentemente assurti alle cronache. Ci ricorda la cazzata del sicofante Magdi Allam per cui 
«... La radice del male è insita in un Islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale».
Barnard non solo odia visceralmente l'Islam, ha un irriducibile disprezzo per ogni singolo musulmano, anzi, per essere più precisi, col pretesto della tenebrosa taqiyya, per ogni cittadino, foss'anche un onesto lavoratore, di origine araba o maghrebina, che dovrebbe, appunto "essere bandito dall'Occidente".

Non solo islamofobia. Questo è razzismo punto e basta, anzi un razzismo raddoppiato perché incrocia quello ontologico verso chiunque professi la fede musulmana, e quello biologico. Sentite infatti questa chicca: 
«Veramente, di tutte le culture, l’Islam di sti TAQIYYA/TAWAKKUL, sono la peggior feccia da avere in Italia, fanno schifo a vederli da tanto sono barbari. Siamo sinceri: i Filippini, i Peruviani, i Sudafricani, i Kurdi, i Cinesi fanno così schifo come sti stronzi islamici?». 
Come se i curdi non fossero musulmani, come se non ci fossero musulmani tra i cinesi, i filippini o gli africani. Per la cronaca Barnard: gli italiani di fede islamica sono circa
100mila. Che facciamo bandiamo anche loro? Li priviamo della cittadinanza? Li chiudiamo in un lager?

Barnard giunge quindi a magnificare la civiltà occidentale, malgrado la sua storia sia stata segnata per secoli e secoli da un integralismo religioso non meno brutale di quello di certe sette musulmane, malgrado l'Occidente si sia macchiato, col colonialismo e oggi ancora con l'imperialismo, di crimini che fanno impallidire quelli commessi dai califfi e dai sultani. 
«STI ISLAMICI DEVONO AVERE IL TEMPO CHE NOI ABBIAMO AVUTO PER CAPIRE COS’E’ LA CIVILTA’, DEVONO AVERE I LORO ROUSSEAU, I LORO BECCARIA, I LORO MAZZINI… MA...DEVONO AVERLO A CASA LORO. LIBERI DA NOI. NON A CASA NOSTRA, CAZZO».
Qui l'ignoranza è abissale, quanto becera è la vanagloria eurocentrica: l'Islam, caro Barnard, ha avuto nel corso dei secoli così tante scuole di pensiero, così tanti innovatori e riformatori, anzi veri rivoluzionari, di quanti ne abbiamo avuti in occidente e spesso con migliore fortuna.

Quelli come Barnard sono l'immagine speculare dei fanatici takfiri dello Stato Islamico. Questi ultimi, per giustificare il loro disprezzo dell'occidente, come un disco rotto, si scagliano contro le crociate, come se tutta la ricca e complessa storia del cristianesimo,  si risolvesse in quella sciagurata impresa.

C'è da chiedersi da dove venga  tale cieca islamofobia, tanta irrazionale e tenebrosa paura del musulmano. C'è chi dice che tale timore sia un sintomo della crisi d'identità dell'Occidente, della cosiddetta "perdita di valori", quindi dello spavento che si prova dinnanzi a chi invece, per i suoi valori, è disposto a tutto, anche al sacrificio della propria vita.

C'è chi mi suggerisce che questo non sia affatto il caso di Barnard, che egli maledice l'Islam perché, "rendendo le donne sarcofaghi umani", impedisce a queste di concedersi tanto facilmente ai maschietti occidentali come lui il quale, com'è noto, mise in bella mostra la sua nudità, erezione compresa, e non esita a vantarsi di andare a troie (preferibilmente slave) per i viali di Bologna.








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