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mercoledì 22 febbraio 2017

SINISTRA, EUROPA, SOVRANITÀ. Incontro a Salerno

[ 22 febbraio ]

Giovedì 23 febbraio, alle ore 17, presso il Polo nautico di Salerno in via Lungomare Colombo 132, avrà luogo la conferenza-dibattito sul tema:

Dopo il "gran rifiuto" del 4 Dicembre: che fare? 
Prospettive politiche e questione sociale (Sinistra, Europa, Sovranità). 

Introduce Nello De Bellis (MLP-P101), intervengono Moreno Pasquinelli (Movimento di Liberazione Popolare-Programma 101), Mimmo Porcaro, Politologo, Alfonso Natella (Comitato per la giustizia e la  dignità del lavoro). Coordina Michele Schiavino, conclude Fabrizio Campanile.


«Abbiamo ritenuto di organizzare questa tavola rotonda,che si avvale tra gli altri  di uno studioso di alto profilo intellettuale e politico come Mimmo Porcaro-hanno dichiarato gli organizzatori-per conferire continuità e slancio allo straordinario risultato del referendum costituzionale del 4 Dicembre e alle battaglie che nel Paese e nel contesto locale hanno sostanziato le ragioni sociali del No, dalla difesa della Costituzione ai diritti della democrazia e del lavoro.La bocciatura del tentativo di modifica della Costituzione promossa dal Governo Renzi è stata la vittoria del popolo italiano contro le oligarchie interne ed esterne che premevano per l'esito opposto ed apre a nuove possibilità di cambiamento e ad una richiesta di alternativa che con i 19,4 milioni di voti espressi sarebbe grave lasciar cadere.L'analisi del voto conferma che (come per la Brexit) si è trattato di un voto di classe che ha stravinto nelle fabbriche,tra i disoccupati,nelle fasce più impoverite del lavoro autonomo e tra i giovani con altissime percentuali soprattutto nel Sud ed in particolare in Campania col 68,5% dei voti.  Tra le componenti del No spicca quella per la riconquista della sovranità,il che nel concreto della situazione italiana vuol dire innanzi tutto rottura con l'Unione Europea mediante una riappropriazione  della sovranità politica ed economica come premessa per una nuova sovranità popolare e democratica. L'Europa che  i vertici dell'Unione si apprestano a celebrare nel sessantesimo del Trattato di Roma  è l'Europa in cui si è compiuta una completa spoliticizzazione dell'economia e i cui effetti hanno ormai impoverito e prostrato i popoli del continente. Il No ha espresso la consapevolezza del nesso tra regime politico,attacco allo stato sociale e vincolo europeo e dunque non ha solo liquidato il precedente Governo,ma anche respinto il Diktat delle oligarchie euriste.Di qui la necessità di costruire un movimento che parta dalla indissolubilità di questi tre aspetti che hanno nei partiti sistemici e nell'UE coi suoi strumenti ed obblighi,il loro punto di forza. Per tali ragioni riteniamo principalmente nostri interlocutori coloro che,pur partendo da esperienze e percorsi diversi,condividono questi dati politici e programmatici.Il convegno che terremo in questi giorni-hanno concluso gli organizzatori-servirà,a partire dalle analisi e dal bilancio del referendum,ad indicare gli ulteriori sviluppi della battaglia politica ed i suoi nuovi obiettivi,inserendo i problemi sociali,economici ed ambientali (come la lotta in difesa del lavoro operaio)  in un  più ampio  orizzonte politico e ideale e a prospettare nuove soluzioni sul piano programmmatico ed istituzionale".  

sabato 31 dicembre 2016

2017: CHE SIA UN ANNO MEMORABILE di Mimmo Porcaro

[ 31 dicembre ]
Il 6 ottobre dell'anno scorso scrivevamo:
 «Non resta che voltare le spalle a quelli che si sono arresi ed hanno gettato la spugna. Non serve perdere tempo nel resuscitare i morti o a consolare gli sconfortati. Le ultime due generazioni sono andate in malora. Pensiamo piuttosto a quella che comincia solo adesso ad affacciarsi sulla scena. Pensiamo a raccogliere i superstiti, i pochi sopravvissuti al genocidio delle menti. Essi saranno il lievito del futuro prossimo. Diamo loro e subito una casa e un'organizzazione. Non saranno i nostri predicozzi a disperdere l'esercito di locuste dei pessimisti. Saranno i fatti, che hanno la testa più dura della loro». «L'ESERCITO DI LOCUSTE DEI PESSIMISTI]
E' un fatto la schiacciante vittoria del NO il 4 dicembre. Chi comanda davvero è sempre al suo posto, ma una breccia si è aperta in quella che pareva una muraglia impenetrabile. Spira un vento nuovo. Ci congediamo dal 2016 consegnando ai lettori le riflessioni di Mimmo Porcaro sulla nuova fase, che pienamente condividiamo. 
E' vero, non c'è un attimo da perdere.

Il 2016 si chiude ponendoci un compito urgentissimo per il 2017.
La sonante vittoria dei No al referendum di dicembre ha finalmente trasformato la palude della politica italiana (che stava ristagnando grazie alla droga della Bce e agli artifici verbali dell’ex premier) in un rapido fiume che corre veloce verso una cascata: le prossime, inevitabili elezioni. E più tardi queste avverranno, più alto sarà il balzo della cascata, più rovinoso l’effetto sul sistema politico italiano.
Faranno certamente di tutto per evitare il patatrac: trucchi elettorali, corruzione di gruppi dirigenti, forse altro ancora. Ma ben difficilmente potranno scongiurare l’affermazione dell’unico attuale antagonista degli equilibri di potere: il M5S. E qui sorge il problema. Perché una vittoria del M5S dovrebbe essere senz’altro essere salutata, allo stato attuale, come un’affermazione ulteriore del fronte del No al PD ed al neoliberismo. Ma significherebbe anche, allo stato attuale, l’apertura di una obiettiva e salutare crisi con l’Unione europea senza che però vi siano le idee sufficientemente chiare, le alleanze sociali sufficientemente salde, le convinzioni politiche sufficientemente forti per gestirne positivamente le conseguenze.
Intendiamoci: tutto è meglio dell’Unione europea, perché l’Unione è una macchina micidiale che ha come scopo principale la sottomissione dei lavoratori ed il passaggio di proprietà delle migliori imprese e del risparmio dei paesi deboli nelle mani dei capitalisti dei paesi forti. La situazione di incertezza derivante da una rottura non sarebbe negativa quanto la certezza di essere condannati a morte dall’Unione, e molti sono ormai gli studi che smontano l’equazione exit=catastrofe. Però, dato l’attuale progetto politico del M5S (e del suo non improbabile alleato, la Lega) l’uscita ci darebbe soltanto un po’ di esportazioni ed un po’ di inflazione in più, con un modesto rilancio dell’occupazione bilanciato da una relativa perdita del potere d’acquisto dei salari, e con la persistenza della dinamica di accentuazione degli squilibri sociali e territoriali del paese. Una dinamica che sarebbe forse rallentata, ma non certo invertita. Il tutto nel contesto di un probabile aumento della dipendenza dell’Italia dagli Usa: dalla padella di Bruxelles alla brace di Washington.

Perché l’uscita dall’euro e dall’Unione (conditio sine qua non di ogni e qualsivoglia politica) sia positiva per i lavoratori e per il paese, essa deve essere accompagnata: a) dal mutamento di ruolo della banca centrale e dalla ripresa della monetizzazione del debito pubblico; b) dalla parziale nazionalizzazione del settore del credito; c) da una forte impresa pubblica capace di rilanciare investimenti e innovazione e di essere background per lo sviluppo della PMI; d) da un piano industriale che affronti i problemi idrogeologici ed energetici del paese e riduca la nostra dipendenza dalle importazioni; e) da politiche di piena occupazione attuate anche attraverso il rilancio del settore pubblico; f) da una riforma del mercato del lavoro che elimini la precarietà, offra sbocchi alle eccellenti risorse intellettuali prodotte dal sistema scolastico italiano e trasformi realmente l’immigrazione in una risorsa, inibendone l’effetto negativo sui salari; g) da un mutamento della posizione geopolitica del paese in direzione di più stretti rapporti coi Brics, di una cooperazione mediterranea, e comunque di politiche tese a creare aree internazionali capaci di esercitare un controllo sul movimento dei capitali.
“Niente di meno!”, si dirà. Sì, non è poco (e figuratevi che c’è anche dell’altro!), ma è ciò che è richiesto dalla fase storica attuale. E’ ciò che è necessario. E’ ciò che è possibile, perché in Italia ci sono le idee e le forze per elaborare e realizzare un programma del genere.
Le idee ci sono da tempo: da tempo piccoli gruppi lavorano a grandi prospettive, ed è inoltre inutile fare il nome dei numerosi intellettuali, di diversa provenienza, che negli ultimi anni hanno elaborato riflessioni convergenti che ormai potrebbero quasi definire una vera e propria scuola di pensiero. Le forze erano latenti, ma sono venute alla luce grazie agli ultimi fatti, in particolare nei comitati per il No. Forze soprattutto di sinistra, ma non solo: forze che in qualche maniera si riconoscono tutte nella Costituzione del ’48 e nel suo impianto lavorista. Queste idee e queste forze possono e devono dar vita ad un soggetto politico che sulla Costituzione si basi e che quindi non faccia appello né alla sinistra né alla destra ma alla cittadinanza democratica(Podemos, almeno su questo, docet). Un soggetto che siaapertamente nazionale, e ciò in due sensi.
Prima di tutto perché vuole costruire l’unità della maggior parte dei ceti popolari (al momento divisi spesso artificiosamente fra destra e sinistra), dando vita ad un’alleanza tra lavoratori dipendenti (oggi divisi tra pubblici e privati, precari e garantiti, migranti e nativi), partite Iva (che spesso nascondono lavoratori formalmente autonomi ma realmente dipendenti), piccole imprese (che oggi sono vessate non solo dallo stato, ma dalle grandi imprese private e dalle banche, e che in uno stato rinnovato potrebbero trovare un alleato); e poi offrendo alle stesse medie imprese più dinamiche un contesto di relazioni geopolitiche che consenta loro un maggiore sviluppo.
In secondo luogo perché rivendica apertamente la sovranità politica e monetaria come precondizione di ogni politica (ed in particolare di ogni politica che voglia essere favorevole ai lavoratori) e come base per la costruzione di nuove e paritarie relazioni e tra nazioni. Una forza nazionale che già solo per la valenza simbolica di questo suo attributo (l’orgogliosa difesa non già di un’etnia, di una lingua, di un insieme di tradizioni, ma di unaciviltà politica che ha saputo in alcuni momenti coniugare libertà ed eguaglianza) potrebbe conquistare successi inaspettati.
Ci sono le forze, ci sono le idee, c’è l’occasione. C’è l’urgenza politica ed etica. Gli ostacoli inutili vanno rimossi alla svelta. Le riflessioni e le operazioni che richiedono più tempo vanno iniziate subito. Dobbiamo essere consapevoli che saremo giudicati (quantomeno dalla nostra coscienza) per quello che faremo l’anno prossimo. Nel 1917 è successo quel che è successo, e la Costituzione del ’48 (come ci ricorda Luciano Canfora, uno che sa come si snodano le dinamiche storiche più profonde) è anche effetto della lunga durata di quell’evento. Che il 2017 sia, a suo modo, un anno memorabile per le classi subalterne italiane. 

Auguri a tutti.
Post scriptum (che sarà un po’ lungo)
So che uno dei maggiori ostacoli da rimuovere è la diffidenza verso la “nazione”. 
Diffidenza che ha radici profonde, ma che è anche il sintomo della vocazione servile di gran parte del ceto politico-intellettuale di oggi. Una vocazione ad obbedire a potenze esterne facendo finta di non vedere ciò che ormai è chiaro a tutti: la crisi della globalizzazione e il riemergere della questione nazionale non sono un opinione, ma un fatto. “Imprese” militari decise da singoli stati, guerre valutarie, trattati commerciali fatti più per escludere qualcuno che per includere altri, decine, centinaia di provvedimenti a protezione del proprio tessuto produttivo e dei capitali che, ovunque siano nati, fanno riferimento comunque alproprio stato. Questo fanno quasi tutte le nazioni, tranne l’Italia. E perché l’Italia no? Per internazionalismo? Tutt’altro: per servilismo, appunto, verso i capitali (e le capitali) più forti. Vedasi il caso MPS.
La nazione è quindi un campo di battaglia, è il terreno attuale dello scontro politico, è l’oggetto nuovo della politica (nuovo perché si muove in un contesto assai diverso da quello che vide il nascere delle nazioni e da quello che vide il loro scontro imperialista), la cui forma dipenderà dagli esiti degli scontri politici interni d internazionali. Fuggire da questo campo è fuggire dalla politica. Ed è una scelta che possono fare solo le frazioni medio-alte del lavoro, solo quelli che credono di poter vivacchiare anche senza alternativa politica e senza stato: la maggior parte dei lavoratori non lo può fare.
E perché dovrebbe poi? La sovranità nazionale a cui dobbiamo ispirarci non è sinonimo di potere assoluto: essa è piuttosto il presupposto della nostra Costituzione (senza sovranità la Costituzione non sarebbe efficace), che a sua volta dà forma alla sovranità stessa e la limita. La sovranità nazionale a cui pensiamo è condizione della democrazia: è ciò che fa sì che le decisioni vengano prese senza dover preventivamente sottostare al placetdelle potenze esterne o interne al paese. Né sta scritto da nessuna parte che la sovranità implichi necessariamente lo scontro militare con gli altri paesi: dopo il ‘45, le guerre in Europa e in Medio Oriente sono anzi contemporanee al declino della sovranità nazionale ed hanno quasi sempre come scopo proprio quello di distruggere l’idea stessa di sovranità – tranne che per l’unico stato veramente garante dell’ordine internazionale – a vantaggio del libero flusso dei capitali e delle merci. Il “sovrano” può decidere la guerra, ma anche la pace. Un’Italia sovrana è la precondizione di una politica di pace nel mediterraneo ed in Medio oriente.
Perché temere la nazione, dunque? Perché si teme che facendo appello alla nazione si faccia appello all’interclassismo genericocontro la classe dei lavoratori, si resusciti una qualche comunità immaginaria per nascondere le divergenze di classe? Ma questo era il discorso dell’imperialismo nazionalistico del passato. Oggi l’imperialismo si realizza proprio attraverso la distruzione delle nazioni, intese come spazi di definizione e tutela di diritti civili e soprattutto sociali. Oggi quindi l’indipendenza di classe dei lavoratori, ossia la capacità di porre in essere una politica autonoma, è tutt’uno con la conquista dell’indipendenza della nazione come complesso di istituzioni che rendono possibili l’esistenza stessa della politica come attività non meramente servente le esigenze del capitale. Certo, il discorso nazionale può, se egemonizzato dalla frazione protezionista del capitalismo, divenire nazionalistico e aggressivo. Ma la lotta di classe dei lavoratori contro il capitalismo liberista (che è oggi di gran lunga il nemico principale) deve organizzarsi in forma nazionale.
Resta la solita obiezione: cosa potrà mai fare l’Italia da sola? Ma nessuno di noi vuole che l’Italia sia sola. Non si tratta di proclamare autarchicamente l’indipendenza dai vincoli, ma di scegliere liberamente i vincoli a cui vogliamo assoggettarci e di dar loro una forma paritaria e cooperativa. Nessuna politica che voglia contrastare la libera circolazione dei capitali (e quindi nessuna politica che voglia anche solo somigliare al socialismo) è possibile senza la costruzione di un’area economica relativamente “chiusa”, ossia relativamente indipendente dagli scambi con l’esterno. Tale area deve essere necessariamente ampia, e quindi coinvolgere più nazioni. Da un punto di vista analitico sarebbe dunque più corretto dire che lo spazio attuale della politica non è né quello globale (che non è più tale) né quello nazionale (che è insufficiente), ma quello internazionale. Ma ciò metterebbe in ombra il fatto che lo spazio internazionale è appunto luogo delle relazioni tra nazioni sovrane. E soprattutto metterebbe in ombra il “punto politico” di oggi: la politica ricomincia dalla nazione. E’ la definizione di un interesse nazionale (che le nostre classi dominanti non a caso non sanno definire, e che per noi coincide con l’interesse delle classi subalterne) a imporci di rompere con l’Unione e a guidarci nella costruzione di nuove relazioni internazionali.
Che il 2017 ci dia il coraggio di cominciare ad essere nazione.

* Fonte: Socialismo 2017

lunedì 26 dicembre 2016

A MENTE FREDDA di Carlo Formenti

[ 26 dicembre ]

Ho resistito all’impulso di commentare a botta calda l’esito del referendum, manifestando la mia gioia per la disfatta di un progetto di “riforma” la cui valenza reazionaria ha pochi precedenti nella storia italiana del secondo dopoguerra (mi vengono in mente la legge truffa e il governo Tambroni). Mi sono trattenuto perché ritengo che l’evento meriti ragionamenti più ampi e approfonditi del cicaleccio mediatico con cui è stato celebrato. 

Provo ora ad abbozzare una riflessione a mente fredda. 

Il primo aspetto di cui va preso atto è il clamoroso fallimento della casta dei comunicatori (giornalisti, sondaggisti, spin doctor) chiamati ad alimentare e sostenere la campagna elettorale renziana: come già avevano dimostrato Brexit ed elezioni presidenziali Usa, la loro capacità di manipolare l’opinione pubblica si è ridotta praticamente a zero, malgrado il ricorso all’arma di dissuasione di massa del terrorismo economico, puntualmente ridicolizzato dalla (mancata) reazione dei mercati. Eppure, mentre i cittadini si sono dimostrati impermeabili a lusinghe e minacce, lo stesso non si può dire per buona parte dei militanti impegnati nella campagna per il No, molti dei quali hanno fino all’ultimo momento temuto di poter perdere, a testimonianza del fatto che anche le componenti politiche più sane di questo Paese hanno smarrito – almeno in parte – la capacità di interpretare gli umori della propria base sociale, sottovalutandone il livello di consapevolezza e la capacità di mobilitazione. 

Un secondo aspetto che balza agli occhi è, assieme alla partecipazione di massa al voto, la sua composizione sociale, generazionale e regionale. Hanno votato sì i vecchi e i ricchi che vivono nei centri storici (soprattutto al Nord), hanno votato no i giovani (oltre l’80%!), le periferie, le regioni meridionali (in blocco), proletari, precari, classi medie impoverite. In barba alle elemosine e alle promesse renziane, in barba alla retorica sulle startup e sui giovani delle professioni emergenti, in barba ai tentativi di scatenare la guerra fra giovani e vecchi, fra garantiti e precari, fra uomini e donne, in barba al tentativo di valorizzare le riforme sui diritti civili per far dimenticare l’attacco a diritti sociali, welfare, salari e occupazione, in barba alla retorica nuovista e al tentativo di bollare come conservatori coloro che si battevano per difendere la costituzione dall’attacco del capitale globale (JP Morgan, Bce, Ue, Fmi, ecc.). 

Perché stupirsi? Non c’erano anche qui condizioni analoghe a quelle che negli Stati Uniti hanno indotto le masse dei perdenti al gioco della globalizzazione a votare per Sanders alle primarie democratiche e poi (emarginato Sanders dal “golpe” clintoniano) per Trump alle presidenziali, o che in Inghilterra hanno indotto le periferie delle metropoli de industrializzate a votare Brexit? Insomma: avremmo dovuto saperlo che si sarebbe vinto. 


Tuttavia ora è il momento di capire meglio perché non poteva che andare così, e di ragionare sui compiti che questa vittoria ci affida. Proverò a farlo prendendo spunto dal dibattito che il mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ha provocato a sinistra, concentrandomi su tre temi di fondo: 

1) crisi del processo di globalizzazione; 2) populismo e sovranità popolare come terreno strategico dello scontro di classe; 3) ridefinizione del soggetto della lotta anticapitalista. 
Una delle mie tesi che più ha suscitato scandalo è quella secondo cui la sovranità popolare e nazionale tornano a essere terreno strategico dello scontro fra capitale e classi subordinate. A parte le accuse di “rossobrunismo” rivoltemi da alcuni imbecilli, l’obiezione più ricorrente è stata quella secondo cui la sovranità, intesa come autonoma capacità di un popolo di decidere del proprio destino, è oggi resa impossibile dagli irresistibili automatismi del mercato globale. Si tratta di un argomento condiviso da un’ampia schiera di intellettuali che va dalla destra ordoliberista alle sinistre radicali (le quali vi hanno fatto ricorso per giustificare la resa di Tsipras ai diktat della Ue), uno schieramento che, per quanto attraversato da profonde fratture ideologiche, appare unito nella difesa dell’Europa contro le insorgenze populiste, liquidate in blocco come nazionalismi di destra. 

Si tratta di una visione “economicista” che, pur richiamandosi al marxismo, svilisce la concezione di Marx del capitalismo come rapporto di forza fra classi sociali (e non come prodotto di presunte “leggi” dell’economia). Una visione che vede la globalizzazione come un processo oggettivo e lineare, del quale non riesce a cogliere le controtendenze. Controtendenze che, viceversa, appaiono evidenti (e preoccupanti) agli occhi delle élite dominanti: vedi l’intervista al “Corriere della Sera” rilasciata in data 30 novembre da Francis Fukuyama, il quale associa il declino dell’egemonia americana a una vera e propria disintegrazione dell’ordine postbellico che minaccia la stessa sopravvivenza della democrazia liberale; vedi pure l’articolo dell’Economist, significativamente intitolato “Economists cannot stop Trump, but perhaps they can understand it”, nel quale, da un lato, si ammette che il processo di globalizzazione è la causa fondamentale degli intollerabili livelli di disuguaglianza che hanno favorito la Brexit, il trionfo di Trump (e quello del NO in Italia), dall’altro si afferma che la risposta al “trumpismo” dev’essere cercata sul piano politico e non su quello economico. 

Si va insomma diffondendo la consapevolezza che il mondo sta attraversando una crisi analoga a quella che segnò la fine della prima grande globalizzazione un secolo fa. Una crisi tutta politica, nel senso che, dopo quarant’anni di “guerra di classe dall’alto” la disuguaglianza ha raggiunto livelli tali da mettere in crisi la capacità del sistema liberal democratico (ormai compiutamente postdemocratico) di ottenere consenso sociale. In altre parole, il capitale incontra crescenti difficoltà a fronteggiare la caduta del saggio di profitto che lo perseguita dagli anni Settanta del secolo scorso come ha fatto finora, cioè attraverso la distruzione sistematica di welfare, salari, diritti sociali, sindacati, ecc. E ciò avviene nel momento in cui il sistema imperiale fondato sull’egemonia americana vacilla, mentre altre potenze (Cina e Germania su tutte) le contendono il primato, acuendo i conflitti interimperialistici. Come un secolo fa si aprono tre strade: 


1) protezionismo, lotta per la spartizione delle aree neocoloniali, fascistizzazione, guerra; 2) tentativo di “incivilire” la globalizzazione attraverso una serie di accordi fra potenze e qualche concessione alle classi subordinate (la via auspicata dall’Economist); 3) intensificazione della lotta di classe e apertura di scenari di transizione a società postcapitaliste. 
Il punto è: lottare per riconquistare sovranità popolare e nazionale (nel nostro caso: lottare per l’uscita dell’Italia dalla Ue) significa arrendersi al primo scenario, oppure è un passaggio obbligato per accelerare l’avvento del terzo scenario? Le sinistre hanno accantonato ogni riflessione sulla questione nazionale a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, quando sembrava che le lotte di liberazione dei popoli del Terzo Mondo dal dominio coloniale fossero giunte a compimento, né sono tornate a occuparsene quando nuove forme di dominio coloniale e semicoloniale sono venute affermandosi (e non solo nel Terzo Mondo: vedi il caso greco!). Dai “classici” —sia Marx che Lenin— la questione è sempre stata affrontata in modo pragmatico, mettendola in relazione ai concreti contesti storici, culturali e sociali. Né Marx né Lenin sono stati assertori di una concezione astratta dell’internazionalismo, avendo piuttosto costantemente cura di distinguere fra cosmopolitismo borghese e internazionalismo proletario: il primo teso all’abbattimento dei confini per promuovere l’internazionalizzazione della produzione e degli scambi commerciali e finanziari, il secondo concepito come costruzione di solidarietà fra lotte nazionali, perché la lotta di classe può svilupparsi solo a tale livello. Chi oggi contesta quest’ultimo punto ignora il fatto che la lotta di classe è anche e soprattutto conflitto fra luoghi (territori) e flussi (di capitale, merci, informazioni, élite) che colonizzano e sfruttano i luoghi e, al tempo stesso, tende di fatto a presumere un’inesistente convergenza di interessi fra mobilità dei capitali e mobilità della forza lavoro. 

Posto che solo gli imbecilli parlano ormai del neoliberismo come fine dello stato, visto che a tutti è evidente come lo stato abbia svolto e svolga un ruolo determinante nella costruzione – anche qui tutta politica – del sistema ordoliberista, la questione riguarda piuttosto il divorzio fra i due termini del binomio stato-nazione: ad andare in pensione non è lo stato, che deve anzi promuovere e garantire il funzionamento del mercato e indottrinare la popolazione con la narrazione dell’individuo imprenditore di sé stesso, oltre a smantellare tutti gli strumenti di autodifesa delle classi subordinate, bensì la nazione in quanto ambito giuridico, economico e politico in cui far valere i diritti collettivi del popolo, per cui il superamento dello stato-nazione si presenta come un regresso storico e non come un salto in avanti progressivo, come erroneamente sostenuto da (quasi) tutte le sinistre che, non a caso, hanno stupidamente regalato alle destre il monopolio della lotta contro la perdita di sovranità. È vero, come scrive Paolo Gerbaudo, che i populismi di destra e di sinistra sono accomunati dall’idea “che per costruire un nuovo ordine sociale sulle macerie della globalizzazione neoliberista sia necessario rivendicare il diritto di comunità politiche definite su base territoriale di gestire la loro vita collettiva in modo relativamente autonomo dalle differenze esterne (…) un certo grado di indipendenza rispetto alle forze e ai flussi globali che sembrano frustrare qualsiasi tentativo di controllo reale da parte delle comunità sul proprio destino” e tuttavia le concezioni di sovranità cui si fa qui riferimento sono radicalmente diverse: da un lato, un immaginario etnico improntato alla coppia sangue e suolo, dall’altro una visione della sovranità popolare come mezzo di inclusione, di reintegrazione nello stato di una cittadinanza che se ne sente sempre più esclusa a mano a mano che (come si è tentato di fare con la “riforma” Renzi) vengono indebolite o spazzate via le istituzioni di partecipazione e rappresentanza politiche. Una sovranità concepita come arma di lotta del popolo contro le oligarchie, dei molti contro i pochi, dei poveri contro i ricchi. Il che ci conduce al tema del soggetto della lotta e della forma politica di tale lotta. 

Gli attacchi più duri al mio discorso sul soggetto politico e sul populismo come forma attuale della lotta di classe sono arrivati dagli intellettuali postoperaisti (com’era scontato, visto l’ampio spazio che il mio libro dedica alla critica delle loro tesi). Costoro rifiutano di essere accomunati sotto un unico paradigma, e tuttavia, ancorché divisi in piccole sette concorrenti, conservano una sostanziale omogeneità di impostazione. A Franco Bifo Berardi —che pure nell’articolo che sto per citare non mi chiama direttamente in causa— occorre riconoscere il merito di avere sintetizzato (forse un po’ schematicamente, ma in modo efficace) le loro posizioni in un recente intervento su Alfabeta2. Anche lui coglie analogie con la situazione di un secolo fa, ma dà per scontato (salvo miracoli, vedremo a quali condizioni) l’esito che poco sopra ho descritto come primo scenario (cioè la fascistizzazione). Questo perché, scrive: «ogni tentativo democratico di sottrarsi alla governance neoliberale è fallito: la volontà cosciente del corpo sociale non è in grado di agire sull’astrazione finanziaria, quindi reagisce secondo le linee dell’identità antiglobale». 

A saltare agli occhi è qui l’ipostatizzazione della invincibile potenza dell’astrazione finanziaria: una visione ultraeconomicista che, sommata all’esaltazione della presunta potenza emancipatrice della rivoluzione digitale e della transizione al capitalismo “immateriale” (?!), fa sì che Bifo veda nella “Silicon Valley globale” il solo terreno possibile di un’inversione di tendenza. Chi il protagonista di tale miracolo? Naturalmente la classe cognitiva, perché 

«Solo quando la soggettività politica corrisponde alle forze sociali che muovono la macchina sociale diviene possibile un cambiamento cosciente. Solo la ricomposizione della minoranza sociale costituita dai lavoratori cognitivi, cioè coloro che programmano la macchina globale e le permettono di evolversi e di funzionare, potrà mettere in moto un processo di trasformazione reale. Non è questione di sovranità, ma di smantellamento e riprogrammazione dell’algoritmo tecno-linguistico che sta al cuore della macchina sociale” per cui oggi “dobbiamo ragionare sul programma come alternativa algoritmica all’algoritmo dominante». 
I postoperaisti hanno mandato in soffitta molti dogmi marxisti, in compenso qui vediamo come abbiano viceversa conservato quelli più vetusti e meno difendibili: l’idea secondo cui la rivoluzione è possibile solo se e quando le forze produttive siano sufficientemente sviluppate (nemmeno il fatto che tre rivoluzioni industriali abbiano sempre rinforzato il dominio del capitale sul lavoro basta a far loro cambiare idea); l’idea che la coscienza antagonista si concentri negli strati sociali vicini al punto più alto dello sviluppo capitalistico (e poco importa se questi strati sono oggi i più integrati nel sistema di dominio); l’idea che la scienza e la tecnica siano sostanzialmente “neutrali”, che incorporino cioè una potenza di emancipazione di cui è possibile appropriarsi con relativa facilità. Si tratta di una visione “immanentista” – le energie della trasformazione sono tutte interne al rapporto di capitale – che induce chi la condivide a perdersi in estatica contemplazione del culo del capitale scambiandolo per il radioso sol dell’avvenire. 

Si tratta, anche, di una visione aristocratica che indica in una tecnoélite l’unico soggetto in grado di evitare il disastro della fascistizzazione e, al tempo stesso, nutre quello che non saprei definire altrimenti che disprezzo, se non vero e proprio odio, nei confronti degli strati inferiori di classe e degli esclusi: gli operai impoveriti che vanno dietro a Trump come i topi dietro al pifferaio magico (a dire il vero avevano sostenuto Sanders, ma non hanno avuto lo stomaco di sostenere la Clinton, più che andar dietro a Trump), vengono descritti come pronti a iscriversi a un “nazional operaismo” emulo del nazionalsocialismo. Il nostro arriva a parlare del “trumpismo alimentato dalla rabbia impotente del popolo demente”. Non so se si tratti di un lapsus calami, se così non fosse Bifo dovrebbe rendersi conto che si è appena iscritto a un pessimo club, assieme a Sarkozy (ricordate la sua battuta sulla racaille delle banlieux?), a Hollande e al suo disprezzo per gli “sdentati” e a Hillary Clinton e Renzi (a loro volta prodighi di paroline dolci per la “feccia” dei poveri). 


Evidentemente per certi intellettuali il popolo è demente quando non aderirsce a modelli di comportamento che confermerebbero le loro “analisi” e i loro desideri. Non so cosa pensi Bifo del trionfo del NO ma, nel caso volesse applicare lo stesso metro di misura con cui ha valutato la Brexit e le elezioni Usa, gli suggerisco di leggere quanto ha scritto il nostro comune amico Gigi Roggero in un post su Facebook: 

«Non eravate voi quelli che non si fa politica con i NO ma solo con i desideri, che la rabbia è una passione triste, che il quinto stato trionferà (…) che tutta la composizione di classe al di fuori dai vostri salotti è plebaglia reazionaria?» 
Resta da stabilire se sia vero che —sempre secondo Bifo, ma anche secondo gli altri postoperaisti— il populismo —ancorché di sinistra— sia incapace di ricomporre le forze oggettive del lavoro. Veniamo così al nodo del soggetto e delle forme politiche della lotta di classe oggi. Per evitare di annoiare me stesso, oltre che i lettori, ripetendo quanto ho scritto in proposito nel libro, riprenderò alcuni passaggi da un lungo intervento di Mimmo Porcaro che considero il commento più approfondito e articolato che mi sia finora capitato di leggere sul mio libro. 
«A parere di Formenti”, scrive Porcaro cogliendo appieno il nocciolo della questione, “(il soggetto) non può essere dedotto da categorie sociologiche, non può essere desunto dalle dinamiche generali del capitale, può essere individuato solo in seguito a ‘un’analisi concreta della situazione concreta’, condotta in ciascuna specifica congiuntura della lotta di classe. Non si può quindi prevedere quale sia il soggetto (o, meglio, la convergenza di diversi soggetti) che di volta in volta diviene protagonista dei conflitti: la rivolta e le sue forme sono per definizione imprevedibili proprio perché fuoriescono dalla routine della riproduzione del capitalismo». 
È proprio in base a tale impostazione metodologica —qui ben sintetizzata— che ho ritenuto di dover associare le esperienze più efficaci della lotta di classe alla forma populista (soprattutto alle sue varianti bolivariane in America Latina, al fenomeno Sanders negli Stati Uniti e alle esperienze europee di Podemos, e di Syriza prima della capitolazione). 

Porcaro mette poi in luce come la mia attenzione si rivolga soprattutto verso gli strati bassi della società, verso le resistenze alla modernizzazione piuttosto che verso il vertice della modernizzazione stessa; verso la periferia, il “fuori” dal capitalismo, una periferia che —anche qui Porcaro coglie un nodo fondamentale— non si identifica necessariamente con i rapporti sociali precapitalistici, ma “può essere il prodotto del movimento incessante della modernizzazione che sempre distrugge o rende periferiche le forme di vita precedenti (anche quelle già capitalistiche ma non più confacenti alle aumentate esigenze dell’accumulazione)”. Tema che richiederebbe ulteriori approfondimenti (auspicabilmente oggetto di lavori futuri, miei o altrui) nel senso di cogliere la logica profondamente neocoloniale delle nuove forme di sfruttamento capitalistico, anche all’interno dei cosiddetti paesi avanzati. Aggiungo che questa attenzione verso il “basso” non nasce dal fatto che io lo ritenga la sede “naturale” dell’antagonismo, bensì perché è oggi concretamente al centro delle sole forme visibili di rivolta. 

Il populismo è di per sé in grado di far fronte a questa sfida e di indirizzarla verso esiti progressivi? Assolutamente no, e i lettori onesti sanno che non ho mai affermato qualcosa del genere. Cito ancora Porcaro: 

«(per Formenti) il populismo non è un nemico da esorcizzare ma è piuttosto la forma storicamente determinata della lotta di classe, è un campo nel quale bisogna situarsi senza timore, per meglio condurre una battaglia per l’egemonia finalizzata a trasformare il populismo stesso in una direzione coerentemente anticapitalista e socialista, sconfiggendone le inevitabili e ben radicate tendenze di destra”; e questo perché: “se la compattezza sociologica della classe è stata programmaticamente dissolta, se l’efficacia politica della sua lotta è stata consapevolmente ostacolata, se i grandi partiti di massa sono stati visti come la ragione di ogni male e se gli spazi di espressione democratica si sono drasticamente chiusi a svantaggio dei lavoratori, è assolutamente inevitabile che la stessa lotta di classe si presenti come populista». 
Dopodiché Porcaro mi rimprovera di non aver sufficientemente distinto fra il populismo come forma di mobilitazione dal populismo come forma di stato, inevitabilmente esposto a ambiguità e tendenze di destra. Accetto l’appunto, anche se, con la mia critica alle tesi di Laclau e la torsione gramsciana che ne ho suggerito attraverso le categorie di blocco sociale ed egemonia, credevo di avere sciolto il nodo (ma evidentemente non sono stato abbastanza chiaro). 

Per giungere alle conclusioni, come rapportare tutto ciò alla situazione del dopo referendum? Diciamo subito che la sconfitta segna una battuta di arresto per le élite neoliberiste, ma non le induce in alcun modo a rinunciare ai progetti di de- democratizzazione del Paese. Il fatto è che, se vogliono sopravvivere, impedendo che si realizzino il primo o il terzo scenario (fascistizzazione o ripresentarsi dello spettro del socialismo), devono insistere in tale progetto. Il discorso di Renzi sul “suo” quaranta per cento di consensi è chiarissimo: l’obiettivo resta quello della governabilità, vale a dire del dominio di una minoranza sulla maggioranza dei cittadini da realizzare attraverso alchimie elettorali (premi di maggioranza, grandi coalizioni o quant’altro). Lo conferma il governo “fotocopia” di Gentiloni (con la Boschi simbolicamente promossa a sottosegretario alla presidenza del consiglio), e lo conferma l’immediato rilancio della campagna mediatica a sostegno del Pd renziano, che alimenta la speranza di portare la legislatura alla sua scadenza naturale, creando le condizioni per una rivincita. È possibile che la paura di ulteriori perdite di consenso induca a più miti consigli in materia di austerità, attacco al welfare, smantellamento dei diritti sociali, ecc. (vedi sopra lo scenario due, ovvero la globalizzazione “dal volto umano”), ma ciò non intacca la necessità di esorcizzare lo spettro populista (di destra o di sinistra). 

Come dovrebbero muoversi in questa situazione le forze che si sono impegnate nella campagna per il NO da una prospettiva coerentemente anticapitalista? 

Si tratta di far compiere un salto di qualità alla costruzione di un fronte politico e sociale che saldi le lotte contro le controriforme sociali degli ultimi trent’anni alla battaglia per l’uscita dell’Italia dalla Ue (un obiettivo che si caratterizza sempre più come discriminante decisiva); occorre incrociare il conflitto di classe con quelli che emergono dalle nuove forme di esclusione che colpiscono larghi strati dei classe media (lavorando alla costruzione di un sindacalismo sociale che restituisca rappresentanza alle classi subordinate, abbandonate da un sindacalismo confederale sempre più complice delle élite dominanti). Si tratta, insomma, di saldare in un unico fronte di lotta l’opposizione ai tre volti (regime politico, controriforma sociale, vincolo europeo) di quello che appare un unico avversario saldamente integrato nelle istituzioni del capitale globale. 

Infine, sul breve-medio periodo —in assenza di movimenti paragonabili alle esperienze di Podemos o di Syriza prima maniera—, si tratta di contrastare con energia ogni ipotesi di legge elettorale maggioritaria (soglie di sbarramento, premi di maggioranza, ecc.) e di appoggiare, alla prima scadenza elettorale, il Movimento5Stelle che, pur non presentando caratteristiche antisistema, ha almeno il merito di canalizzare la rabbia popolare, impedendole di confluire nelle schiere del populismo di destra, e offre alcuni elementi programmatici condivisibili (reddito di cittadinanza, stop alle grandi opere inutili, difesa del welfare, una sia pur titubante linea anti euro). Anche perché una sua vittoria elettorale potrebbe rappresentare un momento di destabilizzazione sistemica da cui partire per lanciare obiettivi più avanzati.

mercoledì 21 dicembre 2016

DOPO IL 4 DICEMBRE, CHE FARE? I VIDEO DELL'INCONTRO DI BOLOGNA

Mimmo Porcaro, Marco Mori e Ugo Boghetta
[ 21 dicembre ]

Promosso dai compagni di Indipendenza e Costituzione si è svolto a Bologna, sabato 17 dicembre un incontro dal titolo "Che fare dopo il referendum". Sala affollata, interventi di ottimo livello, clima unitario. Forte la spinta a superare la frammentazione delle forze patriottiche e antiliberiste, la volontà di dare vita ad un nuovo e plurale movimento politico.
Qui le registrazioni videofilmate dell'incontro.

- Introduzione di Ugo Boghetta
- Discorso di Moreno Pasquinelli
- Discorso di Roberto Buffagni
- Discorso di Andrea Magoni
- Discorso di Paola De Pin
- Discorso di Marco Mori
- Discorso di Pier Paolo Dal Monte
- Discorso di Mimmo Porcaro


- Stralci di dibattito e le Repliche di Mimmo Porcaro, Moreno Pasquinelli e Pier Paolo Dal Monte

giovedì 15 dicembre 2016

4 DICEMBRE: UN ATTO DI DIGNITÀ NAZIONALE di Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta

[ 15 dicembre]

«Per un verso si tratta di costruire un soggetto, un movimento, un fronte nazionale, costituzionale, democratico che interpreti integralmente l’attuazione della Carta del ’48: senza se e senza ma. 
Un soggetto che abbia anche una forma elettorale poiché questo è un passaggio ineludibile nel rapporto con il disagio sociale largo ed atomizzato ed i movimenti di protesta. Un movimento nazionale perché la Costituzione è la Carta della Nazione Italia. E, dunque, deve rivendicare il ruolo positivo della nazione contro la globalizzazione e il trasnazionalismo liberista. Costituzionale perché l’uscita dalla crisi, ma anche dall’Unione e dall’euro, devono avvenire secondo gli obiettivi previsti dalla Carta».

UGO BOGHETTA E MIMMO PORCARO SARANNO TRA I PROTAGONISTI DELL'INCONTRO CHE SI SVOLGERÀ SABATO PROSSIMO A BOLOGNA: E ADESSO? ore 15 presso il Circolo “20 Pietre” in Via Marzabotto n.1. NOI CI SAREMO.


COSTITUZIONE, PANE E SALAME

Renzi ha dunque straperso. E per coloro cui sta a cuore la Costituzione è passata la grande paura. Una vittoria del Sì sarebbe stata foriera di altre ed ancor più devastanti controriforme.
Dopo la Brexit e Trump, ecco un’altra dimostrazione di un liberismo la cui crisi sistemica produce un’instabilità politica permanente. Cameron e la Clinton prima, ed ora Renzi ed il PD ci hanno lasciato le penne.

Il primo dato da sottolineare sta nel fatto che la maggioranza degli italiani ha resistito ai ricatti dei poteri forti: Obama, Merkel e, soprattutto, dei famigerati mercati. È un grande atto di dignità nazionale.

Il secondo dato rilevante è la grande partecipazione. Non era scontato. Ciò accresce il senso profondo di questo referendum. È infatti la prima volta che nella storia della Repubblica si è avuta, seppur in modi anche contorti, un discussione pubblica sulla Carta Costituzionale. Ed anche coloro che hanno votato Sì in buona fede credendo di migliolarla fanno riferimento positivo alla Carta. Solo una parte minoritaria ha votato Sì con un intento scientemente liquidatorio. La campagna referendaria ha comportato un altro dato, pur sommamente ambiguo, anche le destre, perfino quelle fasciste, sono state costrette alla difesa della Costituzione.
In buona sostanza, pur con tutti i distinguo del caso, la Costituzione è emersa come il riferimento comune di gran parte del popolo italiano.

Nel voto è prevalente il NO sociale contro politiche incapaci di risolvere i problemi di insicurezza, disagio, stagnazione, declino del paese. È stato indubbiamente un voto di classe: della classe “in se”.

Mentre il massiccio No giovanile può essere annoverato come una sorpresa rispetto a vicende precedenti: il liberismo non ha più così tanta presa su questa fascia di popolazione. La generazione Erasmus, osannata ai tempi della Brexit come euroliberista, si è dimostrata numericamente esigua.

Tuttavia è un voto di classe non assoluto e non omogeneo. Se guardiamo ai dati divisi per regioni, possiamo ipotizzare che una parte di lavoratori, pensionati, lavoro autonomo, lavoro cognitivo e direttivo, abbiano votato Sì per evitare “il salto nel buio”, l’incertezza. Sono coloro che hanno qualcosa da perdere e vogliono “la stabilità”.

Un dato è certo, la difesa della Costituzione è stata il catalizzatore del disagio, dell’insicurezza, dell’ansia, della rabbia, della protesta. È un fatto da meditare nel suo significato profondo e strategico.

Ma questo felice connubio può essere contingente, non sedimentarsi, non diventare il faro guida dell’uscita dalla crisi sociale, politica, morale. Per questo motivo è necessario che la Costituzione passi dai benemeriti professori al: “pane e salame”. Diventi cioè un quadro di riferimento, strumento concreto, della possibile soluzione dei problemi di gran parte delle classi, ceti e cittadini italiani. La Costituzione è la soluzione.

Ciò può avvenire solo partendo dal significato profondo della prima parte: il lavoro innanzitutto. Inteso, tuttavia, non come fattore genericamente importante, ma come presupposto di qualsiasi cittadinanza e democrazia. Ad esempio, senza l’obiettivo della piena occupazione la sequela di questioni specifiche: Jobs Act, Fornero ecc. ecc, rimangono nell’ambito impotente del sindacalese. Questo obiettivo, tuttavia, comporta un ruolo diverso dello Stato e della politica che, appunto, deve rimuovere gli ostacoli. Vale a dire che l’intervento dello Stato e della politica devono diventare regolatori e attori di prima istanza. Che l’impresa deve concorre al benessere comune; altro che pagare per assumere persone! Che la democrazia deve entrare nei posti ha lavoro. Che un nuovo Stato Sociale è possibile solo perseguendo questi obiettivi.

Come già è evidente, però, la vittoria del NO viene gestita in larga parte dai Salvini, Meloni, Berlusconi, Bersani, D’Alema. Già qualcuno che ha votato NO mugugna. Nè Renzi è uscito del tutto di scena.

A questo proposito va compreso che il NO è stata una battaglia difensiva. Per usare una metafora calcistica, è stato impedito all’avversario di segnare un goal decisivo che poteva portare all’eliminazione dalla competizione per molto tempo.

Nella campagna referendaria emerge anche il dato assai negativo e da tempo palese dell’assenza della sinistra, il suo non essere affatto alternativa al liberismo ed ai suoi strumenti: globalizzazione, Unione, Euro. Quel poco di sinistra che rimane si è acquattata sotto le sottane dell’Anpi, a volte alla destra di molti partigiani, indistinguibile dall’impostazione dei professori, aggiungendovi solo il rosario di qualche legge iniqua. Non ha avuto nemmeno il coraggio, o forse non ne ha nemmeno più le capacità, di motivare la Costituzione come modello alternativo allo stato di cose presente e declinarla nei suoi significati più veri e di classe. Così come, per un europeismo tanto astratto quanto sbagliato (a volte declinato come finto internazionalismo), non si è voluto comprendere, e far comprendere, che la prima parte della Carta è messa in mora dall’Unione Europea di Maastricht.

Eppure quante volte ci siamo sentiti dire: “lo vuole l’Europa!”. E che proprio per questo motivo i popoli europei hanno un sentimento sempre più ostile verso l’Unione!? 
La cosa è così palese che lo stesso Renzi ha cercato di farsi passare per un castigatore di Bruxelles. In una conferenza stampa addirittura, ha fatto togliere la bandiera unionista per non essere identificato con un’istituzione invisa. Alla insulsa sinistra non è nemmeno bastato che l’intendimento della controriforma in riferimento all’Unione fosse scritto, nero su bianco, nella prima metà della prima pagina della relazione alla legge Boschi!??

Come è possibile attuare la Costituzione senza mettere in discussione Unione, gloabalizzazione e liberoscambismo!? Se capitali, merci, persone possono circolare liberamente, il profitto si accumula e le persone si scannano fra di loro. Ed è anche sbagliato denunciare solo i muri e non il ruolo decisivo delle guerre militari ed economiche!

In questo quadro è evidente che la Costituzione Italiana è irrealizzabile e la sua difesa incoerente, formale, superficiale.

Questo significa che la sinistra, anche quella ex radicale e non pochi comunisti, deve fare i conti con una cultura politica e teorica che la rende la sinistra del liberismo e non la sua alternativa.

Tuttavia, v’è anche da chiedersi se sia possibile rinnovare radicalmente la sinistra se non si riaffronta concretamente la questione del socialismo. Senza questa prospettiva inevitabilmente, primo o poi, si ricade nell’essere la sinistra del capitale.

Ora, tuttavia, questa sinistra-non-sinistra si sentirà ringalluzzita. I vari D’Alema o Bersani cercheranno di intestarsi la vittoria per completare l’opera di demolizione di Renzi. È una sinistra addirittura trasversale al NO e al Sì. Vedi Pisapia. Da tempo si parla di un nuovo centro sinistra, un nuovo Ulivo.

Ma i D’Alema, i Bersani, sono dei credibili difensori della Costituzione? Chi propose la Bicamerale? Non sono stati costoro a fare guerre senza pentimenti, a proporre il massimo di liberilizzazioni e privatizzazioni!? Non sono stati forse costoro a controriformare la Costituzione con le stesse modalità di Renzi: le famose Bassanini-titolo V. Quelle “Bassanini” che non erano l’attuazione del decentramento ma un federalismo acefalo e confuso, con materie concorrenti fra Stato e Regioni che rendevano i principi dello stato sociale disomogenei nei vari territori. Controriforma cui Renzi ha risposto con un altrettanto centralismo acefalo e furbesco. Chi non ricorda, poi, Lama all’Eur e la fine del salario come variabile indipendente? E le terze vie di Clinton, Blair, D’Alema, Bersani, Prodi, Veltroni che hanno reso potabile il reaganismo ed il thacherismo!?

E la stessa sinistra radicale cerca un proprio rilancio, ma usa il NO e la Costituzione come una foglia ha fico. Forse questa sinistra, ed anche formazioni comuniste sono realmente antiliberiste? La catastrofe Tsipras non rende clamorosamente palese questa confusione? La sinistra ex radicale dove va essendosi autoridotta alla frutta!

I sistemi elettorali maggioritari e tendenzialmente bipolari, inoltre, hanno finito per chiamare sinistra tutto ciò che si oppone alla destra. È per questo motivo che Renzi ed il suo PD vengono definiti di sinistra quando invece sono la destra economica più aggressiva.

Gran parte della popolazione, dunque, a partire dai lavoratori, ha finito inevitabilmente per associare la sinistra a politiche nefaste.

È per questi motivi che oggi, nel mondo della politica, il termine sinistra non va usato.

A questo punto Renzi cercherà la sua rivincita ed il PD vivrà mesi di frustrazione. Ipotetiche scissioni avverrano nella prospettiva di un nuovo ambiguo centrosinistra o si tenderà a costruire generici piccoli poli di sinistra inadeguati, sbagliati, per poter rappresentare realmente e coerentemente il nesso NO sociale/Costituzione. Sul versante opposto la destra ha le sue beghe. Solo i grillini, forse, possono godere di una rendita di posizione.

In questo quadro, la legge elettorale sarà il terreno su cui si trasferirà tutto il trasformismo possibile e dove le vittorie possono tramutarsi in nuove sconfitte e le sconfitte in rivincite.

Fatte queste considerazioni, l’aspetto originale e nuovo rispetto alla Brexit o al voto USA, dove la sofferenza sociale ha trovato una gestione di destra, in Italia, causa il referendum, il sociale ha incontrato la Costituzione Italiana, i suoi valori, il suo modello sociale alternativo.

Questo, però, rischia di essere contingente, defluire, non sviluppare tutte le potenzialità. La prima cosa da fare è dunque quello di far mettere radice a questa connessione.

Per questo scopo, tuttavia, ciò che manca pesantemente è un soggetto politico che interpreti il senso profondo del dettato costituzionale. 
Che davvero ponga il tema della sovranità del popolo e la sua possibilità di esercitarsi attraverso la riconquista della sovranità nazionale. Una sovranità sulle scelte economiche, a cominciare dalla moneta, che consenta il perseguimento delle finalità fondamentali della Costituzione. Una sovranità nazionale non autarchica ma che si apra all’esterno secondo il dettato della seconda parte dell’articolo 11: “…per la pace e la giustizia”. Dettato che rende incostituzionale l’adesione all’Unione ed alla Nato. Alleanza alla base dell’insicurezza che viviamo a causa della partecipazione a guerre militari ed economiche che producono sradicamento di milioni di persone, migrazioni rapide e massicci ed inevitabili conflitti con i nativi europei progressivamente ridotti alla stessa stregua. Tutti sono costretti a migrare. Nel 2015 quelli italiani sono stati superiori agli immigrati!

Quale soggetto può essere in grado di porsi questi compiti in una fase in cui la società è frammentata socialmente, culturalmente, senza più classi forti come gli operai della fase precedente?

Proprio il referendum, la centralità che ha assunto, il nesso questione sociale/Costituzione ci possono dare un’indicazione di ragionamento e di sperimentazione.

Per un verso si tratta di costruire un soggetto, un movimento, un fronte nazionale, costituzionale, democratico che interpreti integralmente l’attuazione della Carta del ’48: senza se e senza ma. Un soggetto che abbia anche una forma elettorale poiché questo è un passaggio ineludibile nel rapporto con il disagio sociale largo ed atomizzato ed i movimenti di protesta. Un movimento nazionale perché la Costituzione è la Carta della Nazione Italia. E, dunque, deve rivendicare il ruolo positivo della nazione contro la globalizzazione e il trasnazionalismo liberista. Costituzionale perché l’uscita dalla crisi, ma anche dall’Unione e dall’euro, devono avvenire secondo gli obiettivi previsti dalla Carta. 

Uscita, dunque, da una “porta” certa: senza avventurismi. Democratica perché la democrazia nella Carta non è un balletto, una semplice procedura, una mera registrazione della rappresentanza, ma la modalità per attuarne valori ed obiettivi.

Una cosa è chiara: non possiamo perdere questa nuova grande occasione. La Costituzione deve diventare: pane, salame, democrazia, fondamento di un mondo migliore.

Tutto questo, ovviamente, nulla toglie alla necessità ed urgenza di costruire una presenza comunista che si ponga seriamente il tema del socialismo e l’obiettivo della fine del pensiero unico, della “fine della storia” che intendono eternizzare e naturalizzare il capitalismo

* Fonte: Socialismo 2017

mercoledì 14 dicembre 2016

UNA LETTERA DEI COMITATI DEL NO DEL TRENTINO

[ 14 dicembre ]

Dalla vittoria del No, più precisamente dalla costellazione dei comitati di base sorti in tante parti del Paese, contro ogni smobilitazione, sorge la spinta a dare vita ad un blocco o movimento politico che faccia della sovranità popolare la sua stella polare, e che segni una discontinuità profonda con tutti i pasticci compiuti nei decenni dalla cosiddetta "sinistra radicale". Riceviamo e volentieri pubblichiamo un importante documento prodotto da alcuni Comitati del Trentino. Importante questo documento in vista dell'assemblea nazionale del 
Coordinamento Democrazia Costituzionale nazionale (CDC) che si svolgerà a gennaio (terremo informati i nostri lettori).

«Care amiche e cari amici del direttivo del Coordinamento Democrazia Costituzionale nazionale (CDC),

a distanza di pochi giorni dal voto, emerge attorno a noi, sentita ed urgente, la necessità di fare sintesi politica di questa esperienza referendaria e di questo schiacchiante NO.

Il processo di aggregazione non riuscito, dopo il referendum sull'acqua, oggi non può e non deve attendere.

Il quadro politico è in rapida evoluzione, c'è chi afferma che è finita la seconda Repubblica, vedremo in questi giorni cosa succederà.

Sarebbe bello immaginare il voto in tarda primavera, ma poteri esterni premono per la stabilità e la prosecuzione con governi di scopo e un Parlamento ormai completamente delegittimato sia dal punto di vista giuridico che politico.

I nostri Comitati formatisi alla nascita del CDC a gennaio hanno lavorato intensamente organizzando eventi e coordinando sui territori tutta la campagna con uno sforzo che a volte è stato immenso. C'è stanchezza, ma abbiamo vinto questa sfida che però ora ci impegna a non smobilitare, a rimettersi al lavoro.

Per fare cosa? Per porre le basi di un progetto politico che definisca questo NO sui dettami della Carta Costituzionale e che ci possa vedere interpreti nei territori in vista delle prossime sempre più incerte fasi post referendarie. Abbiamo fatto campagna coinvolgendo e rimanendo in contatto con gli esponenti del M5S e siamo nella convinzione che questo sia un valore aggiunto che dobbiamo far crescere per immaginare, perché no, un fronte politico nuovo a difesa della Costituzione.

Diamo la sveglia ai Comitati, creiamo una rete, strutturiamoci coinvolgendo anche i soggetti già organizzati che hanno partecipato alla campagna, elaboriamo un progetto di Paese condiviso, ripartiamo dall'analisi del reale e intrecciamolo con i dettami costituzionali, diamoci gli strumenti di critica e culturali per riportare alla luce un discorso troppo presto accantonato dall'ascesa del neoliberismo e dell'ordoliberismo tedesco all'interno dell'UE.

Così si deve ripartire, da una Carta che può tornare a vivere facendoci ritornare comunità, facendo tornare il nostro Paese luogo di contrapposizioni ma anche di emancipazione.

L'affluenza così elevata al referendum ci impegna a dare risposte politiche che vadano al sodo delle questioni aprendo dibattiti di ampio respiro magari centrali ma oggi ideologicamente sopiti. Quell'81% di NO giovanili va coinvolto in tutto e per tutto, nelle piazze, nelle università, nelle associazioni. Tutte le energie che si sono sviluppate necessitano di una guida attenta, di una visione che tragga la sua forza dalle contraddizioni presenti nella società, di un progetto ben allineato e ancorato alla Carta Costituzionale.

Richiamiamo quindi tutti gli organi centrali del Comitato e del CDC a una presa di responsabilità e di impegno al fine di non gettare al vento un'occasione così

importante e per la maggior parte di noi tanto attesa.

Riprendiamo in mano i rapporti economici, la funzione sociale della proprietà privata, lo Statuto dei lavoratori supportandoli con un lavoro di ampia ricerca di alleanze "costituzionali" e un lavoro condiviso di sintesi programmatica.

Facciamolo guardandoci in faccia, con sguardo franco e con la nobile umiltà di chi accantona l'ego autoreferenziale, per riportare al collettivo ogni nostro gesto e sforzo. Rimettiamoci in gioco per il desiderio fisso e imperturbabile di un Paese diverso.

Non abbiamo bisogno di personalismi, abbiamo bisogno di competenze, di sobrietà, di onestà intellettuale e responsabilità. Come i primi Comitati del CLN ritorniamo a lavorare nei territori per arrivare a una nuova insurrezione democratica che reclami ciò che la nostra Carta Costituzionale prevede e che poteri esterni e interni al Paese ci continuano a negare con l'inganno e con l'aiuto dei mass media.

Vogliamo fare questo passo?

Noi crediamo che i tempi siano maturi per prendere saldamente in mano la nostra Costituzione che lo scorso 4 dicembre abbiamo difeso, per farne lo strumento democratico con cui opporci chi non ci permette di costruire il Paese che noi vogliamo e che i nostri Padri e le nostre Madri Costituenti pensarono per noi.

Realizziamo la nostra Carta, a partire dall’art.1 della Costituzione, secondo comma, con l’esercizio della sovranità popolare».


Firmatari

Lidia Menapace per il Comitato 2 giugno per la difesa della Costituzione BZ
Comitato per la Democrazia Costituzionale della Vallagarina
Comitato 2 giugno per la difesa della Costituzione Alto Garda e Ledro
Comitato 2 giugno - Trento
Percorsi Ricostituenti - Trento

sabato 10 dicembre 2016

DOPO LA GRANDE VITTORIA: CHE FARE? di Consiglio nazionale di P101

[ 10 dicembre ]

La Risoluzione approvata dal Consiglio nazionale di Programma 101

1. Lo storico NO del popolo italiano
Il trionfo del NO nelle urne referendarie rappresenta la straordinaria vittoria di un popolo che ha saputo dire no all’attacco alla democrazia, no alle oligarchie interne ed esterne al paese, no alla martellante campagna dei media, no al ricatto della paura. E’ un fatto storico che segna l’inizio di una nuova fase aperta a grandi possibilità di cambiamento.
  1. La domanda di un’alternativa
Dopo decenni di passività, stiamo assistendo ai primi vagiti di un profondo risveglio sociale. La crisi ha scavato nelle menti e nei cuori di milioni di persone. Si tratta ancora di un sentimento informe, per certi aspetti primordiale, ma proprio per questo potenzialmente dirompente. Quel che possiamo dire – lo si è chiaramente registrato in questa intensissima campagna elettorale – è che si va sviluppando una nuova domanda politica, quella di una vera alternativa politica e sociale.
  1. Un voto di classe
Sia l’esperienza diretta che le ricerche specialistiche ci dicono che quello del 4 dicembre è stato un voto di classe. Il no ha stravinto nelle fabbriche, tra i disoccupati, nelle fasce più impoverite del lavoro autonomo, tra i giovani. Straordinario il risultato del sud (72,2% in Sardegna, 71,6% in Sicilia, 68,5% in Campania, 67% in Calabria, 67,2% in Puglia) a segnalare come il voto abbia seguito una faglia sociale approfonditasi nella crisi. Una frattura dalla quale emergono nitidamente due blocchi sociali: quello di chi ancora se la passa bene, e preferisce la conservazione; quello, maggioritario, di chi se la passa male e preme per un rovesciamento della situazione attuale.
  1. Il NO all’Europa
Tra le tante ragioni del no spicca la spinta per la riconquista della sovranità. La volontà di uscire dalla passività di fronte alle mostruosità della globalizzazione capitalistica non può non passare dal tema centrale della sovranità. Il che, nel concreto della situazione italiana, significa anzitutto rottura con l’Unione Europea, riconquista della sovranità politica e monetaria come base per una nuova sovranità popolare e democratica. Di fatto il referendum era anche sull’Europa. Non solo per il contenuto di alcune modifiche costituzionali, ma anche per il chiaro pronunciamento dell’UE a sostegno di Renzi. Quello degli italiani è stato dunque un no rivolto non solo al governo di Roma, ma pure alle oligarchie euriste.
  1. Il piano B delle classi dominanti
Di fronte al terremoto del 4 dicembre, i centri del potere politico, così come quelli del potere economico, hanno adesso un unico piano: prendere tempo, rimandare il più possibile le elezioni politiche. Tutte le mosse in corso vanno in questa direzione. Da quelle di Mattarella, alle manovre in corso nel Pd, alla pressione esercitata dai media. E’ un piano forte e debole allo stesso tempo. E’ forte, perché conta sui poteri di cui sopra, su una maggioranza parlamentare per quanto raccogliticcia, sui limiti profondi delle forze di opposizione, prima fra tutti quello di non fare davvero leva sulla mobilitazione diretta del popolo. E’ debole, perché si basa sulla minestra riscaldata delle mini larghe intese, su un modesto navigare a vista in un mare (economicamente e socialmente) in tempesta, su una maggioranza nelle istituzioni a cui non corrisponde affatto una maggioranza nel paese.
  1. I nodi economici vengono al pettine
Il piano B delle classi dominanti appare poi del tutto inadeguato ad affrontare le bufere economiche che si annunciano. Dall’Europa è già partita (da notare, il 5 dicembre…) la richiesta di un aggiustamento dei conti per 15 miliardi. Sulle banche sembra che – a fronte delle difficoltà (da noi ampiamente previste) nelle ricapitalizzazioni in corso o comunque già annunciate – stia per scattare un piano di emergenza, con tanto di intervento pubblico e di richiesta di intervento all’ESM, il fondo europeo che interverrà solo a condizione di nuovi pesanti sacrifici. E’ questo il lascito di Renzi, la cui politica del rinvio di ogni problema a dopo il referendum consegna adesso un groviglio di questioni potenzialmente esplosivo.
  1. Le contraddizioni all’interno del blocco dominante
E’ in questo quadro che vanno colte le gravi contraddizioni all’interno del blocco dominante. Da un lato la grande maggioranza dei sostenitori del piano B di anestetizzazione del Paese, dall’altro i piani di rivincita della banda renziana. Se saranno i primi a vincere verrà comunque meno la narrazione di quel cambiamento dall’alto che aveva reso forte l’ormai ex primo ministro, indebolendo così ancora di più i consensi ad una maggioranza governativa sempre più asfittica. Qualora invece Renzi dovesse in qualche modo prevalere, è ben difficile che le elezioni anticipate possano andare oltre il limite della prossima primavera. In un caso come nell’altro è urgente che chi vuol proporre un’alternativa di governo si organizzi al più presto.
  1. Raccogliere subito la spinta del popolo del NO
Sarebbe grave se la straordinaria spinta del popolo del NO non venisse raccolta in modo adeguato. I 19,4 milioni di NO sono la base di qualsiasi prospettiva di cambiamento. I comitati di base, che dappertutto sono stati il motore di questo eccezionale risultato, devono restare in piedi ed attrezzarsi alla nuova fase politica che si è aperta. Pur nella loro diversità, è da questa realtà che si deve partire. Programma 101 accoglie perciò con grande favore la decisione del Comitato nazionale per il No di promuovere una grande assemblea di tutti i comitati entro la metà di gennaio.
  1. Per un blocco costituzionale
E’ da questo passaggio che potrà prendere forma un blocco costituzionale, basato sui principi e sull’applicazione della Costituzione del 1948. Un blocco in grado di misurarsi sul terreno elettorale, con un proprio programma di governo, con una politica di alleanza con M5S.
  1. Per una proposta di governo all’altezza della situazione
Affinché la proposta di un governo popolare e costituzionale di emergenza risulti credibile, occorre che si verifichino alcune condizioni. M5S, cui spetta la responsabilità più grande, dovrà prendere atto dell’impossibilità di governare da solo, e non soltanto per ragioni numeriche. Ma la fine della sua politica di “autosufficienza” potrà essere facilitata solo dalla costruzione di un blocco costituzionale ampio, che batta ogni tentativo di mettere il cappello sul grande popolo del NO da parte di chiunque. E’ questa la condizione per arrivare ad un programma di governo, fatto di pochi ma decisivi punti (e anzitutto un piano per debellare la disoccupazione), per prendere in mano le redini del Paese in questo delicato momento della sua storia. E’ una possibilità che noi vediamo con chiarezza, che la valanga di NO ci ha consegnato, che sarebbe disastroso non cogliere.

8 dicembre 2016
Consiglio nazionale del Movimento di liberazione popolare Programma 101 (P101)

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