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martedì 7 gennaio 2020

PUTIN, L'EREDITÀ DI KHOMEINI E IL SIONISMO di A. Vinco


Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Tra i peggiori pregiudizi che circolano vi è anche quello che Putin non farebbe abbastanza per mettere fine all’egemonismo mondiale Sionista. In vari casi, però, coloro che avanzano tale ipotesi sono essi stessi esplicitamente o implicitamente Sionisti. Il loro chiaro obiettivo è rifare della Russia una propria semi-colonia come fu tra il 1991 ed il 2000.

giovedì 12 dicembre 2019

ANTISEMITA CHI? di Nazareno Filippi

[ giovedì 12 dicembre 2019 ]



E' da un bel pezzo che s'avanza in Occidente un'isterica campagna pro-israeliana che tenta di equiparare antisemitismo e antisionismo. Lo stesso Presidente Mattarella, senza il minimo senso del pudore, liquidò il secondo come epifenomeno del primo. Ricordiamo, tanto per segnalare fino a che punto giunge la tracotanza sionista, che Gherush92, l’organizzazione di ricercatori e professionisti consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, chiedeva di mettere all'indice dalle scuole la Divina Commedia di Dante Alighieri, poiché conterrebbe canti antisemiti.


*  *  *

La recente vicenda della senatrice a vita Liliana Segre, come era prevedibile, ha finito per suscitare polemiche a catena, decisioni e contro-decisioni, verità e contro-verità. Da evento morale e apolitico quale avrebbe dovuto essere nelle buone e migliori intenzioni — no all'odio, sì all'amore — di coloro che hanno sposato sin dall’origine questa causa, si è poi trasformato nella solita gazzarra di bassa politica mediatica dove chi meno sa e meno ha studiato, ma fa la voce più grossa, riesce alla fine a portare a casa qualche risultato. 

Si parla ormai, nel dibattito pubblico, di comunismo storico novecentesco senza aver letto una riga di Edward Carr; così come si parla di fascismo senza conoscere le tesi di De Felice o di liberalismo ignorando La storia del liberalismo europeo di De Ruggiero. 

Questo blog ha già ospitato interventi sulla questione dell’antisemitismo basandosi sul pensiero storico e filosofico dell’ebrea Hannah Arendt rilevando una dimensione assai più complessa e controversa di quanto si è portati a tutta prima a credere. La Arendt, secondo Pierpaolo Pinhas Punturello, non si può classificare sic et simpliciter come antisionista, ma nonostante ciò nei suoi studi il Nostro porta vari elementi che denotano, se non una netta e radicale contrapposizione al Sionismo, comunque un chiarissimo dissenso filosofico-politico e critico che per certi versi è addirittura ben più pugnace dell’antisionismo esplicito. 


La Arendt immagina e teorizza nuove modalità dell’essere ebreo che siano in grado di non
richiamarsi, storicamente, ad una immutabile ed eterna essenza ebraica e che sappiano realizzarsi nella loro transitorietà in identità distanti niente affatto coincidenti con il mondo ebraico. Nel 1942 Hannah Arendt, almeno ufficialmente e politicamente, taglierà infatti ogni ponte e ogni
ipotesi di collaborazione con il mondo attivistico e militante Sionista. Oltre alla Arendt, come è noto vi è una foltissima schiera di pensatori e comunità ebraiche israeliane e non, che hanno preso via via le distanze dal Sionismo, sia esso nazionalista o laburista, sino al punto da considerarlo niente meno che uno strumento ideologico o razziale di persecuzione antiebraica: si va dalla
classica accusa di apostasia antisemita rivolta ai sionisti da talune correnti degli haredim e di ebrei ortodossi a quella di “vittime ebree del Sionismo” di cui ha trattato Ella Shohat nel suo bel saggio. Ron Lauder, presidente del Congresso Mondiale Ebraico, ha annunciato la nascita di ASAP (Antisemitism Accountability Project), con un fondo che disporrebbe per ora di 25 milioni di dollari; il fine, stabilendo una, come appena visto, assoluta quanto forzata identità tra ebraismo e Israele, è quello di contrastare e combattere politicamente ogni dissenso verso le politiche dello Stato israeliano. 

Donald Trump sta quindi attuando un ordine esecutivo che imponga il divieto di insegnamenti o eventi antisraeliani nei campus universitari, basati su una strategia di boicottaggio e disinvestimento in Israele, il cui principale fine è sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale sulla tragedia umanitaria che da decenni colpisce senza speranza di salvezza i civili palestinesi. Il presidente firmerà perciò un ordine esecutivo in base a cui il titolo VI della legge sui diritti civili, che vieta le discriminazioni etniche e razziali, sarà applicato anche all’ebraismo. 

Macron ha approvato una legge che stabilisce l’equazione ideologica e culturale tra antisemitismo e antisionismo e Salvini, dall’Italia, alza il tiro annunciando che sono pronte mozioni della Lega, in parlamento a Roma e a Bruxelles, per condannare “ogni forma di antisemitismo e odio contro Israele”. 

Nell’intero scenario politico occidentale si intende procedere assecondando la linea geopolitica della lobby israeliana americana, che secondo vari analisti come Mearsheimer sarebbe la lobby politicamente più potente ed influente d’occidente. La linea politica sionista, Israele Stato razziale e teocratico di “tutti gli ebrei”, vedrebbe come prime vittime, di nuovo, quelle comunità ebraiche che non riconoscono il Sionismo. Chiaramente, lo strumento giudiziario e poi, in estrema istanza, penale diviene così un campo di gioco e contrapposizione tra linee e fazioni geopolitiche. 


Altra vittima, come sempre avviene in questi casi, sarebbe proprio quella verità storica e quella memoria, che si volevano originariamente tutelare. Prescindendo dal fatto che la linea liberticida sarebbe in tal caso ampiamente varcata, si pongono una serie di questioni socio-politiche dirimenti, visto che questo è il piano su cui sta inclinando lo scontro. Le medesime forze che vorrebbero concedere lo Ius Soli per regolarizzare la situazione giuridica e comunitaria di centinaia di migliaia, se non più, di islamici in omaggio ad una logica della buona accoglienza al tempo stesso hanno fatto immediatamente sapere che non esiterebbero a sostenere i decreti Trump-Salvini-Macron. 

Probabilmente gli esponenti di queste forze fingono di ignorare che tali mozioni continuano pienamente quella che per il comune sentire musulmano è, in Medio Oriente in particolare, ma non solo lì, una vera e propria guerra di civiltà israeliana e occidentale contro l’Islam. Non a caso, nella Francia di Macron, poche settimane fa, decine di migliaia di francesi di religione musulmana hanno manifestato contro l’Islamofobia della Quinta Repubblica francese. In un sondaggio appena pubblicato, il 42% dei francesi di religione musulmana afferma di aver subito delle discriminazioni. L’appello, pubblicato su “Lìberation” il 1 novembre scorso, firmato da vari esponenti della sinistra, faceva esplicito riferimento al “razzismo anti-islamico” che caratterizza la vita politica e sociale francese e parlava di “leggi liberticide” in relazione a quella del 2004 che esclude i segni religiosi nella scuola e quella del 2010 che proibisce il burqa nelle strade, per ragioni di sicurezza. 

Gli “Afghanistan papers”rivelano proprio in questi giorni che presidenti e organi informativi anglosionisti mentivano quando dicevano di combattere e bombardare contro il terrorismo, per la democrazia e la libertà nel Medio Oriente allargato. Il Piano Lewis, basato sulla balcanizzazione del Medio Oriente ed il Piano Odeod Yinon, basato sulla strategia di Grande Israele, andrebbero meglio analizzati e studiati per cercare di comprendere quanto è avvenuto negli ultimi decenni. 


Lo stesso Cristopher Hitchens, ex militante della sinistra antagonista, massimo teorico dell’ “islamo-fascismo”, ha enormemente contribuito a divulgare il principio e la prassi della guerra di civiltà islamofobica. Quanto ora si sta proponendo è in continuità con tale linea. Alla luce di questo breve e sommario orizzonte storico-politico, non può infine essere trascurato il messaggio di pace e di unità religiosa che ha caratterizzato il Pontificato bergogliano. Il punto fermo su cui quest’ultimo sembrava aver insistito, dal primo messaggio rilasciato in tal senso dalla Turchia musulmana nel novembre 2014, era quello che i cittadini musulmani, ebrei, cristiani godessero dei medesimi diritti e rispettassero i medesimi doveri. In quel contesto, ma non solo in quel caso, il Pontefice lanciò anche un ardito messaggio di unificazione delle tre fedi contro il terrorismo (di stato o di gruppi militanti), contro le ingiustizie sociali e le discriminazioni etniche. Sarebbe a questo punto interessante conoscere la visione del Pontefice circa l’azione della lobby israeliana USA, per cui il Sionismo è lo stato razziale e religioso di tutti gli ebrei, con Gerusalemme capitale. 

mercoledì 20 novembre 2019

LA PALESTINA E LA GEOPOLITICA MONDIALE di Angelo Vinco




Riceviamo e volentieri pubblichiamo


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LA PALESTINA E LA GEOPOLITICA MONDIALE 

di Angelo Vinco

La tragedia umanitaria palestinese, in atto da più di un secolo, è incalcolabile e pare effettivamente senza soluzione. La Guida suprema Seyyed Alì Khamenei ha più volte specificato che la tragedia palestinese non appartiene meramente alla storia del Vicino Oriente Mediterraneo, ma è una questione universale e per le controverse implicazioni della passata storia europea e per il nodo strategico spirituale di Gerusalemme. La Guida nel corso del recente discorso tenuto il 13 ottobre 2019 di fronte ai cadetti dell’Università imam Husayn (as) di Tehran, La lotta contro USA e Israele trae ispirazione dalla rivolta
dell’imam Husayn, ha ben chiarito come l’Iran islamico, avanguardia globale della lotta al Sionismo imperialista mondiale, sia al tempo stesso la Nazione della massima fraternità con il popolo ebraico, come mostra la vita sociale e religiosa della foltissima comunità ebraica iraniana, che ha dato peraltro anche vari martiri alla Nazione islamica iraniana. E’ chiaro che la tradizione geopolitica dell’Iran rivoluzionario rileva, come ha sempre fatto, l’enorme e inconciliabile distanza tra il neocolonialismo razzista Israeliano islamofobo e arabofobo e la metafisica tradizione profetica dell’Ebraismo classico caratterizzante tuttora le comunità israelitiche scissioniste ed ortodosse rispetto alla deviazione “eretica” ed etnicista sionista. 

L'URSS E LA NASCITA DI ISRAELE


A differenza però di quanto una certa retorica falsamente antimperialista ha imposto nel dibattito pubblico, il ruolo sovietico fu effettivamente centrale e decisivo nella nascita dello Stato israeliano. Disse Golda Meir che se non vi fosse stato l’appoggio logistico e militare dell’URSS di Stalin il sionismo non avrebbe potuto avere ragione, tra il 1945 ed il 1948, dell’Egitto e del nazionalismo palestinese. 
Al riguardo si consiglia sia lo studio di Leonid Mlecin, Perché Stalin creò Israele, che si avvale di documenti archivistici sovietici mai prima utilizzati in ambito storiografico, sia quello di Antonio Donno su Gli Stati Uniti, il sionismo e Israele che evidenziano l’opposizione radicale del Dipartimento di Stato al filosionismo di Truman. 

Fu Nikita Krusciov, sotto la accorta regia di Suslov, a imprimere una svolta rivoluzionaria alla politica estera russa, superando il neocolonialismo classico reazionario russo che nei decenni precedenti l’URSS aveva riadattato dallo zarismo alla propria direzione geopolitica: dal Vicino Oriente al Sud America passando per l’Estremo Oriente asiatico, la linea Krusciov fu effettivamente una linea progressiva di antagonismo globale all’imperialismo americano e allo stesso sionismo globale che finirà così per identificarsi, pressoché totalmente dalla metà degli anni ’60 circa, con il primo. La linea Krusciov fu quindi una linea di social-universalismo, oltre i dissidi con il campo maoista cinese che parlava invece di “socialimperialismo russo”. 

Evgenij Primakov, il più grande stratega della nuova Russia imperiale, avrebbe indicato nel potere di profondità afro-mediterraneo la chiave per la rinascita della potenza globale moscovita. Il fallimento strategico del nazionalismo panarabo ha infatti cronologicamente coinciso con il crollo dell’URSS, ma va ben compreso che fu proprio la modernità della Rivoluzione iraniana del ’79 a mandare complessivamente in frantumi il bipolarismo di Yalta; la nuova contesa globale si è aperta su direttive strategiche che hanno passo dopo passo assunto la forma del multipolarismo, mentre nella sostanza il multipolarismo è rimasto bloccato ed è l’americano-sionismo a dettare la linea. 

LA CINA, PUTIN E ISRAELE


Se è vero che la Cina ha conquistato posizioni tattiche, è anche vero che la Cina è potuta entrare in partita solo immettendosi con abilità tattica nel dissidio, che è ormai una vera e propria guerra interna di frazione economica e politica, tra l’élite della sinistra sionista d’Occidente e quella della destra sovranista e neo-territorialista nazionalsionista. La Cina dunque, sino ad oggi, non ha minimamente colpito le posizioni strategiche del Sionismo globale e la sostanziale coincidenza economicistica di posizione tra il partito GAFA dei vari Zuckerberberg, Bezos e la dirigenza cinese ben lo attesta. 

Ben diverso il discorso per quanto riguarda Vladimir Putin. Il presidente russo è entrato nella contesa globale grazie ad una politica, se non concretamente decisionistica-rivoluzionaria e universalistica, comunque neo-imperiale, che ha privilegiato sin dove abbia potuto, dopo il tragico decennio postsovietico, la dignità e l’onore russi umiliati e calpestati. 

Il neo-egemonismo imperiale putininiano ha già mostrato e mostra sempre più il fiato corto proprio sul nodo strategico centrale, quello del Vicino Oriente Mediterraneo. Da allievo di Primakov quale è, Putin negli anni recenti ha dato prova di guizzi di grande politica; dalla salvaguardia della Crimea al dispiegamento di una base egemonica panrussa e panortodossa a trazione mediterranea e mediorientale, Putin ha riaffermato un ben chiaro orizzonte del partito mondiale russo senza continuare gli aspetti più brutali e riprovevoli del sovietismo colonialista ma riprendendo talune giuste motivazioni dell’epoca kruscioviana. 

Sergey Karaganov
Al tempo stesso però, se il disegno universale del krusciovismo era evidente e noto, oggi non abbiamo purtroppo un putinismo globale né abbiamo un antagonismo sociale al liberismo euroccidentale che lo spinge avanti; Putin non fa che rispondere colpo su colpo alla ignobile aggressività occidentale russofobica nel nobile tentativo di salvare il salvabile, prima che la situazione precipiti in modo irreparabile, come è del resto nel disegno del fine analista Karaganov. 

Se è vero che la catastrofe ed il genocidio russo della democrazia liberale trovarono in Putin un decisivo e provvidenziale oppositore è anche vero che Putin si è limitato in molti casi ad amministrare l’amministrabile senza provocare ulteriori correttivi o sconvolgimenti ad un popolo il quale, nella storia del Novecento, ne ha già subiti troppi. Perciò il disegno imperiale russo rimane incompiuto. 

La prassi imperiale per essere tale dovrebbe essere di fatto e nella pratica sociale accettata dal consesso globale come universalismo. E questo, nonostante il rispetto e l’ammirazione o il disprezzo aperto di cui la Russia è oggetto nel mondo, non sta avvenendo. Il sogno americano si è rivelato una illusione, rimane però sul campo la superpotenza tecnologica e militare, il sogno cinese politicamente non decolla subordinato al medesimo totalitarismo tecnocratico e economicistico degli USA. 

I DUE UNIVERSALISMI IN CAMPO


L’universalismo cattolico ha esaurito la sua missione millenaria proprio nell’istante in cui ha accettato de facto la supremazia sionista sulla Palestina storica e il suo declino storico, per quanto lento, è oramai irreversibile. Perciò gli unici modelli di civilizzazione con un afflato vitale ideologico ed universalistico sono il persiano-iraniano e quello israeliano-sionista. 

L’universalismo del primo, in continuità con la Rivoluzione del ’79, è per ora rappresentato dalla guida strategica di Qassim Soleimani il quale alla fine degli anni Novanta crea l’Asse della Resistenza al sionismo (nuova declinazione del partito mondiale degli Oppressi di imam Khomeini) in una larga e estesa fascia geopolitica che comprende Libano, Africa, Sud America, Africa; l’unità Quds — Al Quds è il nome arabo di Gerusalemme, “la città santa” — composta da circa 15 mila uomini, selezionati e di provata fede, è una organizzazione adatta al contesto globale, duttile e elastica, svolgente sia funzione di guerra di guerriglia antimperialista sia di intelligence. 

E’ una organizzazione che rispecchia la flessibilità strategica e la visione del mondo di Soleimani; il nazionalismo rivoluzionario e sociale persiano è integrato nella prassi di un partito universale antimperialista, che contrasti tanto il falso Islam dei terroristi iranofobi per cui ogni sciita sarebbe un safavide da annientare quanto l’islamofobia sionista per cui l’Iran è il primo nemico politico e geopolitico. 

L’universalismo del secondo (il modello israeliano-sionista) è stato a nostro avviso ben individuato dall’analista Giulio Meotti, il quale ha rilevato come lo stato d’Israele sia l’ultimo stato occidentale della terra, il baluardo dell’Occidentalismo bianco ben oltre e ben più degli USA, almeno simbolicamente, oltre che per la forza della lobby globalista israeliana, su cui si è a lungo soffermato il prof. Mearsheimer dell’università di Chicago. 

Non è un caso che vari estremisti di destra e sinistra nostalgici della centralità globale, etnica o filosofica o operaistica, euroccidentale siano oggi esplicitamente filoisraeliani e vedano nell’esempio sionista un modello geopolitico da imitare.

 Di fronte a questi due universalismi, la Russia politica e imperiale sarà costretta, per il nuovo profilo che si è data, a fare una scelta e a posizionarsi tra i due in un fronte preciso. Bettino Craxi, sincero amico dell’Islam e del popolo di Palestina, in un suo lucidissimo scritto dall’esilio tunisino, scrisse che la Seconda Guerra mondiale non era terminata nel ’45 con Hiroshima, ma trasferitasi nel Vicino Oriente sarebbe tuttora in corso, con i due fronti ben visibili, in vista dell’imprevisto esito finale. 

Ancora una volta, come è avvenuto nei momenti determinanti della storia moderna e contemporanea, potrebbero essere perciò la Russia ed il suo grande popolo, ben più della Cina, a far pendere l’equilibrio strategico della bilancia da una parte o dall’altra, risolvendo però finalmente, in un senso o nell’altro, una tragedia umanitaria, quale è quella palestinese, che va avanti da più di un secolo nella sostanziale indifferenza generale. Si consideri infatti, rimanendo al nostro paese, che, eccetto Craxi ed i craxiani di strettissima osservanza, che furono al riguardo effettivamente chiari, sia i comunisti sia i socialisti storici si opposero, in coda alla DC, all’equazione stabilita e votata in sede ONU tra sionismo e razzismo.

mercoledì 13 novembre 2019

SOLIDARIETÀ CON GAZA E IL JIHAD ISLAMICO di Campo Antimperialista

[Giovedì 14 novembre 2019]

Ci segnalano e volentieri pubblichiamo
Un nuovo “omicidio mirato” sionista. Con un missile lanciato da un aereo le forze armate israeliane hanno ucciso Baha Abu al-Ata, uno dei capi militari delle Brigate al-Quds, braccio militare del Jihad Islamico Palestinese a Gaza. Dopo HAMAS il movimento più forte e combattivo nel campo della resistenza palestinese. Con lui sono periti sua moglie e uno dei figli. “Una bomba ad orologeria perché si accingeva a compiere attentati terroristici contro Israele”, così ha giustificato l’assassinio Benyamin Nethanyau.
Il capo di stato maggiore dell'IDF, Ten. Gen. Aviv Kochavi ha precisato che l'uomo "ha minato la quiete nel sud di Israele" e che "ha agito in tutti i modi per sabotare i tentativi di quiete con Hamas. Era una bomba vivente e fino ad oggi ha funzionato e pianificato attacchi. Era responsabile della maggior parte degli attacchi avvenuti nell'ultimo anno”... “La sua abitazione è stata attaccata in una operazione congiunta delle nostre forze armate e dei servizi segreti... La sua uccisione, è stata decisa per sventare una minaccia immediata".

“Oggi Hamas non è più la minaccia numero uno nella Striscia di Gaza. Jihad Islamico è stato responsabile di numerosi attacchi violenti contro le truppe IDF durante le proteste della "Grande Marcia del Ritorno" lungo la recinzione del confine di Gaza, inclusa la prima morte di un soldato nel 2014”. [the Jerusalem Post del 12 novembre 2019]

Un’azione di vendetta a lungo preparata. Infatti Abu al-Ata è sopravvissuto a numerosi tentativi di assassinarlo e i sionisti giustificano l’omicidio definendo la vittima pericolosa quanto il generale iraniano Soleimani o il libanese Nasrallah. I media israeliani sottolineano poi che per l’intelligence israeliano il Jihad Islamico Palestinese, a causa delle innumerevoli e spesso vincenti azioni di resistenza e sabotaggio, è il movimento più pericoloso in circolazione.
Baha Abu al-Ata

Gli israeliani non lo dicono ma lasciano capire che il loro attacco è anche un messaggio all’Iran. La rottura dei rapporti tra Tehran ed il Jihad Islamico Palestinese — determinata dal rifiuto di quest’ultimo nel 2015 di sostenere il fronte anti-saudita nel conflitto in Yemen — è oramai acqua passata. Essi precisano infatti che Jihad Islamico non solo è il principale responsabile delle azioni di resistenza messe in atto da Gaza nell’ultimo periodo (violando la tregua sottoscritta da HAMAS), ma che è un braccio dell’Iran, e da questi finanziato. Una vicinanza, quella tra Jihad Islamico e l’Iran che gli israeliani non ritengono solo strategica ma spirituale. Malgrado il movimento sia sorto nel 1979 come scissione del sunnita HAMAS, aperte sono sempre state le sue simpatie per la rivoluzione iraniana. Ne è prova il famoso libro del fondatore del movimento, Fathi Shaqaqi — assassinato nell’ottobre 1995 a Malta da una micidiale operazione israeliana — Khomeni: la rivoluzione islamica e l’alternativa.

I sionisti, Israele e le potenze imperialiste senza il cui appoggio strategico non sopravviverebbe a lungo, considerano non solo Jihad Islamico ma tutte le organizzazione combattenti palestinesi come terroristiche a causa dei mezzi che usano e dei fini che si pongono. Se questo metro di misura è valido che dire dei metodi e dei fini degli israeliani, della politica da essi seguita verso Gaza — un grande campo di concentramento sotto assedio — e i palestinesi delle zone occupate, veri e propri paria, vittime di ogni tipo di sopruso?

I palestinesi non fanno che rispondere pan per focaccia. Quello che fa la differenza, decisiva per gli antimperialisti, che quello palestinese è un popolo oppresso mentre quello israeliano è un popolo oppressore.

Per questo sosteniamo e continueremo a sostenere la causa della liberazione della Palestina fino alla vittoria finale.

13 novembre 2019

giovedì 19 settembre 2019

ISRAELE TRA STALLO POLITICO E GUERRA di Maurizio Vezzosi

[ giovedì 19 settembre 2019 ]

Le elezioni in Israele si sono concluse con un nulla di fatto. Per capire in quale contesto geopolitico si sono svolte un importante articolo di Maurizio Vezzosi.

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L’avvicinarsi delle elezioni legislative israeliane del 17 settembre ha portato con sé una lunga scia di incidenti e tensioni nelle aree a ridosso degli attuali confini del territorio controllato da Israele. Gli incidenti hanno visto le forze armate israeliane colpire obiettivi militari di Hezbollah e di alcune formazioni palestinesi attive in Libano sia a ridosso della linea blu – che segna il confine de facto tra Libano e Israele ‒ sia nella Valle della Beqaa.

Durante i mesi di luglio e agosto si sono verificati scontri che hanno coinvolto le forze armate israeliane anche nei territori occupati del Golan siriano: non hanno fatto eccezione i territori sotto controllo palestinese della Cisgiordania e di Gaza, dove anche nei giorni scorsi sono scoppiati incidenti che hanno prodotto morti e feriti. Proprio da Gaza negli scorsi giorni sono partiti alcuni razzi diretti verso il territorio sotto controllo israeliano che hanno addirittura costretto il primo ministro israeliano Netanyahu ad interrompere un comizio elettorale.

Quest’ultimo ha evidentemente scommesso sulla guerra per cercare di risolvere a suo vantaggio una competizione elettorale tutt’altro che in discesa e che vede la sua riconferma come assai problematica. Ad insidiare la vittoria di Netanyahu è soprattutto la coppia di orientamento centrista formata da Benny Gantz e Yair Lapid, nei confronti della quale il primo ministro israeliano sembra comunque in vantaggio. È alla luce di questa dinamica elettorale interna che possono essere lette le affermazioni, che tanto clamore hanno sollevato, fatte da Netanyahu qualche giorno fa, quando in una conferenza stampa ha esplicitato l’intenzione di annettere, in caso di riconferma, la valle del Giordano e la sponda nord del Mar Morto. Netanyahu sembra essersi così intenzionalmente appropriato degli argomenti utilizzati dall’ultradestra israeliana, notoriamente oltranzista e ostile a qualsivoglia compromesso sulla questione palestinese.

Sul bellicoso nervosismo di Tel Aviv sembra del resto pesare l’esito non proprio favorevole del conflitto siriano cominciato nel 2011, conflitto in cui si è palesato il sostegno esplicito di Israele alle componenti ostili al governo siriano. La tenuta di Bashar al-Assad ed il sostegno strategico offerto alla Siria da Iran e Russia hanno accentuato la crisi strategica di Israele, che sembra dover necessariamente fare ricorso alla guerra per proseguire la propria politica.

La volontà israeliana di allentare con ogni mezzo l’intesa tra Mosca e l’asse Damasco-Teheran si è nuovamente manifestata nelle dichiarazioni fatte da Netanyahu in occasione della visita in Russia del 12 settembre, durante la quale ha incontrato il presidente Vladimir Putin. Oltre agli aspetti riguardanti Siria e Iran, la visita di Netanyahu in Russia perseguiva l’obiettivo di polarizzare sull’attuale capo del governo israeliano il consenso elettorale della grande comunità russofona israeliana, consenso conteso soprattutto all’ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman.

Nonostante i toni trionfalistici di gran parte della stampa israeliana riguardo al successo della visita, Vladimir Putin ed il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov hanno accolto con evidente freddezza la volontà israeliana di annettere ulteriori territori quali la valle del Giordano e la sponda nord del Mar Morto: una volontà stigmatizzata esplicitamente anche da Giordania e Turchia, e accolta in Europa con grande preoccupazione.

Durante la visita Netanyahu ha chiesto espressamente alla controparte russa «mano libera» per colpire militarmente «la presenza iraniana» in Siria e Libano: una richiesta a cui non hanno fatto seguito nessuna risposta ufficiale né alcun cenno di intesa. Tutto lascia pensare che la visita di Netanyahu non abbia raggiunto gli obiettivi che si prefissava, evidenziando una rilevante frizione tra gli interessi strategici della Federazione Russa nel quadrante mediorientale e quelli israeliani. Alla vigilia del voto Netanyahu ha inoltre aggiunto alle proprie intenzioni la volontà di annettere al territorio israeliano anche la zona periferica di Hebron.

Con l’allontanamento dalla Casa Bianca dei consiglieri John Bolton (sicurezza nazionale) e Jason Greenblatt (inviato speciale per i negoziati internazionali, e come tale uno degli ‘architetti’ del famoso piano di pace Israele-Palestina) sembra assumere credito l’ipotesi di una parziale revisione dell’atteggiamento statunitense nei confronti di Israele – e della questione palestinese – e più in generale della sua politica mediorientale: una possibilità che seguirebbe in senso inverso il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele e della sovranità israeliana sulle alture del Golan siriano effettuato da Washington alcuni mesi fa, generando un’evidente preoccupazione che traspare chiaramente dall’atteggiamento di Netanyahu.

Oltre alla variabile elettorale – e a quanto può esserci di concreto nelle bellicose promesse di Netanyahu, già disattese in alcune circostanze passate – sono dunque numerose le dinamiche destinate a far rimanere instabile l’area del Mashreq.




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lunedì 17 giugno 2019

MOLTO SI DECIDE DALLE PARTI DI HORMUZ di F.S.

[ lunedì 17 giugno 2019 ]

Al momento non si può escludere nulla su quanto avvenuto nel Golfo dell’Oman. Quel che è certo è che si apre una nuova fase politica e geopolitica nella contesa strategica globale. Qui interessa analizzare l’elemento politico globale in movimento. 


Unico dato di fatto, al momento, è che si avvantaggiano le reciproche fazioni “radicali”; sia lo stato profondo statunitense sempre più stanco dell’approccio geopolitico da manager usato da Trump nelle sue “negoziazioni” bilaterali, sia le correnti interne più patriottiche della repubblica persiana, espressioni delle campagne povere, della piccola borghesia del bazar provinciale e del feudo ahmadinejadista di Mashad, per le quali il deal Rohani Obama fu sin dall’inizio un trattato capestro che avrebbe portato — come ha in effetti portato —acqua al solo mulino dell’imperialismo occidentale sulla pelle del popolo persiano. 

Da tali frazioni l’accordo di Vienna del 14 luglio 2015 fu paragonato al Trattato di Turkmenchay del 1828, in seguito al quale i zaristi russi portarono via al popolo persiano i propri territori settentrionali. Anche il generale Qasem Soleimani, che non ha mai fatto fronte comune con gli ahmadinejadisti e con il Basiji, ebbe parole durissime per Rohani. 

Avevo già avuto modo di specificare, mesi fa, come fazioni sioniste e neoconservatives considerassero attualmente l’Iran il vero hard front. Ciò, come ho spesso ribadito su
 SOLLEVAZIONE, di contro alla vulgata generale, la contesa globale si disputa nel Mediterraneo e nel Grande Medio Oriente, non nell’Indo-Pacifico.

Nel braccio di mare che separa il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman passa ben oltre un quinto delle forniture petrolifere mondiali. Nel 2016, 19 milioni di barili di petrolio sono passati in questo braccio di mare ogni singolo giorno. Il punto più stretto è largo 33 km, ma le autostrade del mare dove passano le petroliere sono larghe circa 3 km. Chiudendo lo stretto, l’Iran alzerebbe i prezzi del petrolio mettendo in ginocchio, con esiti di difficile previsione, l’intera economia occidentale. Il generale Mohammad Bagheri, in occasione della ricorrenza della “Liberazione di Khorramshar” (24 maggio 1982), nel giorno del sacrificio, della resistenza, della vittoria, ha evocato come immediato un simile scenario di fronte ad un’aggressione occidentale all’Iran. 

«Se i sionisti non permetteranno al nostro petrolio di esser consegnato attraverso lo Stretto di Hormuz, nemmeno quello delle altre nazioni passerà», ha detto l'alto ufficiale all'agenzia Isna. Notizia molto importante, contemporanea a quella verificatasi nel Golfo dell’Oman, è che l’Air force degli Stati Uniti ha condotto con successo il primo test di volo del missile ipersonico AGM 183 A. La velocità del sistema ipersonico assegna al B-52 H/J Stratofortress, piattaforma del nuovo missile ipersonico, la capacità di lanciare oltre il raggio delle difese aeree nemiche. Questo, in sostanza, significa che grazie ad una capacità di carico utile non convenzionale è garantito un volume di fuoco maggiore sulle lunghe distanze, rispetto a quelli garantiti sino ad ora. Non è un fatto secondario, è un elemento che va considerato per avere un quadro chiaro, ma andrebbero infine considerati altri due fattori, prima di tirare le somme. Il primo è che la Cina, che si è sostanzialmente disinteressata del conflitto siriano, non farebbe altrettanto qualora venisse aggredito l’Iran, essendo il principale acquirente di petrolio iraniano, di cui necessita più di ogni altra cosa. Il secondo è che il tandem Stati Uniti Israele, al di là della guerra interna di bande e fazioni alla quale assistiamo, esercita ancora un concreto dominio strategico sia sul Medio Oriente sia sul Mediterraneo. 

Chi domina tende a conservare. Chi è dominato tende a sovvertire e a guerreggiare. 


L’arsenale termonucleare di Tel Aviv è stimato ufficiosamente sul centinaio di testate, paragonabile a quello pakistano e indiano. L’arsenale sionista è supportato da una completa triade per il suo utilizzo: missilistica, con i missili Jericho III a lunga gittata, grazie alla cooperazione con la Dassault francese; aerea, grazie alla collaborazione con l’aviazione statunitense; marittima, con i missili Cruise montati su sommergibili di produzione tedesca. Siamo perciò di fronte ad un arsenale che evoca la classica capacità di “secondo colpo” se i primi colpi andassero in fumo. Il deterrente nucleare, per il Sionismo, con il monopolio nell’area, equivale ad una rendita strategica tramite la quale ha impostato ed imposto la sua relazione speciale con Washington: l’ordine regionale del Vicino Oriente si fonda infatti, tra gli altri elementi, che vedono comunque Israele sempre in posizione di supremazia, sul cosiddetto “squilibrio nucleare”. L’attestazione della dimensione nucleare di altri Stati regionali finirebbe per neutralizzare il peso specifico di Tel Aviv. Questo fu il capolavoro geopolitico della “Operazione Sansone”, originariamente sostenuta proprio dalla Francia atomica di De Gaulle, ma non dagli Usa, in quanto i sionisti non si erano ancora purificati dal primordiale legame stretto con lo Stalinismo russo. 

“Operazione Sansone” indicava appunto l’approdo alla soglia nucleare conquistato nel concetto e nella prassi di grigia opacità (in ebraico amimut) sfruttando le divergenze tattiche della contesa inter-imperialista dell’epoca, quella sovietico-americana. Con l’ “operazione Sansone” gli israeliani giunsero velocemente allo status di super-potenza compiendo un “balzo in avanti” di cui si ritroveranno a godere a lungo i frutti tattici. La Francia gollista entrava nel club nucleare nel 1962; Israele vi entrò invece nel maggio 1967, con l’assemblaggio di almeno cinque ordigni. La Francia ha perso, nel frattempo, il proprio peso politico globale, Israele lo ha addirittura accentuato.

La trazione radicalmente ed assolutamente mediterranea del sionismo quale stato di guerra permanente fa sì che la relazione speciale con gli Usa, chiunque si trovi alla Casa Bianca, non venga messa in discussione. Almeno nell’immediato. 


La sconfitta siriana di Usa e Israele, un pericoloso campanello d’allarme o una spia rimasta accesa, non ha però per ora arrestato o sovvertito l’ingranaggio generale. I generali persiani, pur consapevoli che intimamente sionisti e americanisti sanno bene che ipotesi di aggressione anti-persiana o di regime change potrebbero condurre ad un generale incendio del Vicino Oriente, che svantaggerebbe, con effetti non prevedibili, in primo luogo proprio Israele, nondimeno sono pronti ad una eventuale aggressione imperialista, sulla quale da decenni si sono ben concentrati.


Tirando le somme, va perciò considerato che l’arretramento politico è quello del modello di Repubblica islamica retto dalla grande borghesia nazionale di Tehran, storicamente cresciuta a braccetto con la corrente moderata di Rafsanjani, nella doppia presidenza di Mohammad Khatami, dal 1997 al 2005, grande borghesia che è ora massimo sponsor del Presidente Hassan Rohani. A fianco di Rohani, vi sono le tradizionali forze della “sinistra khomeinista”, già vicine all’Onda Verde anti-Ahmadinejad, manifestazione anche questa delle frazioni dell’alta e media borghesia urbana. Per tale frazione di “sinistra moderata” l’avviata liberalizzazione economica e la pur moderata incentivazione alle privatizzazioni, che hanno prodotto negli ultimi anni il disastro sociale per la maggioranza dei persiani, si dovrebbe addirittura accompagnare alla liberalizzazione politica. 

Nella logica interna della repubblica persiana, è perciò in ballo non solo “un nuovo contratto sociale” con lo Stato da parte di milioni di contadini e di piccoli borghesi urbani impoveriti dalla nuova politica economica della “sinistra riformista” ma anche il modello di Stato politico. Il modello imperiale “neo-persiano” di Ahmadinejad, una democrazia sociale, plebiscitaria, che concretizzò l’interventismo statale a favore dei ceti a basso e medio reddito e degli emarginati, dei “calpestati” (mostafazin) e che seppe puntare ad una redistribuzione del reddito nazionale tanto dalle classi proprietarie e privilegiate, come dal vasto apparato burocratico iraniano, ai mostafazin ed ai piccolo-borghesi metropolitani e provinciali, è quello che milioni e milioni di persiani, che identificano nazionalismo imperiale persiano e Sciismo di stato, apertamente auspicano di nuovo. Sia da sindaco di Tehran, sia da presidente, Ahmadinejad era solito mandare i bulldozer delle società del Sepah-e-Pasdaran nei quartieri popolari per riassestare le strade, ignorando invece le buche nei quartieri della grande borghesia della zona settentrionale di Tehran. Tuttora, Mahmoud Ahmadinejad è il politico persiano più disprezzato ed avversato dalla grande borghesia iraniana, ma assai ammirato dai piccoli commercianti e dai contadini, un po’, volendo azzardare un paragone storico, come nel caso di Evita Peròn, la quale, appena morta, fu ricordata da borghesi e massoni al ritmo di musica jazz e costose bottiglie di champagne stappate. Storica fu inoltre, per quanto, almeno in base a ciò che si disse a bassa voce, avversata dall’élite strategica vicina alla Guida Suprema, la decisione della frazione Ahmadinejad di diffondere la Carta Geopolitica dell’Impero Persiano; il disegno politico concreto consisteva nella volontà di unificazione continentale dei popoli di lingua persiana sino all’Afghanistan, passando per il Tagikistan e l’Uzbekistan. 

Il nodo strategico del Vicino Orientale è dunque strettamente connesso alla dialettica interna che esprime non solo il Governo o lo stato profondo degli USA ma anche quello persiano. Giustizia sociale e antimperialismo marciano perciò di pari passo; usciamo infatti da un decennio di autentico totalitarismo globale fondato sul liberismo imperialista o subimperialista, che ha pesantemente condizionato anche la vita politica e sociale persiana. E’ con l’ascesa di Xi Jinping e la messa in moto di un Confucianesimo sociale di stato che tutto si sta velocemente ridisegnando. 

E’ evidente che un eventuale attacco imperialista alla Persia, anche qualora fosse solamente simbolico, mosso dal semplice fine di umiliare il popolo iraniano per avvertire di non superare la linea rossa rappresentata dalla soglia nucleare, condurrebbe alla unitaria e comune sollevazione anti-occidentale e antisionista di nazionalisti e neo-imperiali persiani seguaci di Ahmadinejad da un lato — che per lo più possiamo identificare con il prototipo dei giovani poveri delle campagne e delle periferie o con il ceto del bazar della provincia —, e degli islamici moderati della grande e media borghesia urbana dall’altro — i maggiori avversari della frazione Ahmadinejad. Che potrebbero ritrovarsi, ove prevalesse la frazione sionista e neocon, dunque la linea dell’attacco imperialista alla Persia, nel medesimo fronte degli ahmadinejadisti sociali. Che prevalga però la linea bellicista sionista, se non è da escludere, non è affatto certo.

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domenica 12 maggio 2019

BOICOTTA EUROVISION 2019

[ 12 maggio 2019 ]

Mancano tre giorni all'inizio dell'Eurovision song contest, il festival di canzoni europee che chissà perché, quest'anno si svolgerà in Israele.
La redazione si associa all'appello internazionale che invita a boicottare questo festival in un paese che fa dell'apartheid, della discriminazione e dell'oppressione del popolo palestinese la sua cifra — sostenuto anche dal Movimento BDS (Boicotta, Disinvesti, Sanziona).

Non sono passati nemmeno tre giorni da quando gli abitanti di Gaza sono stati vittime di pesantissimi bombardamenti. Questo mentre in violazione del cosiddetto "diritto internazionale", i sionisti israeliani non solo occupano illegalmente la Palestina, ma continuano a costruire insediamenti anche grazie all'aperto appoggio di Trump.
Segnaliamo che tra gli artisti che hanno invitato a boicottare il festival ci sono Roger Waters dei Pink Floyd, Brian Eno e il regista Ken Loach.

Gli artisti italiani, molti dei quali sbraitano un giorno si e l'altro pure contro il filosionista Salvini, non hanno nulla da dire?









giovedì 17 maggio 2018

PALESTINA: MASSACRO ORDINARIO

[ 17 maggio 2018 ]




1948. 70 anni fa nasceva Israele. Per i palestinesi una NAKBA, una catastrofe. Cosa fu la NAKBA? Una colossale pulizia etnica, quasi un milione di palestinesi cacciati dalle loro case,  condannati all'esilio o chiusi nei campi profughi. Nell'anniversario i palestinesi stanno manifestando per  rivendicare il diritto al ritorno. Voi al loro posto che avreste fatto?
Quel che fa Israele è sotto gli occhi di tutti. 

60 morti ammazzati, tra cui 18 bambini. 2700 feriti, mille i bambini rimasti feriti. 
Colpiti da bombe "intelligenti"? Morti a causa degli "effetti collaterali" della guerra? 
No, caduti per il tiro al bersaglio dei  cecchini dell'esercito israeliano.
E' forse "antisemitismo" denunciare questo massacro?

*  *  *

Comunicato stampa di Save the Children
15 maggio 2018


Gaza: 18 bambini hanno perso la vita dall’inizio delle proteste, 1.000 quelli rimasti feriti


Almeno 13 bambini hanno perso la vita a Gaza da quando, più di sei settimane fa, sono cominciate le proteste, mentre il numero di persone rimaste ferite ha ormai superato quota 10.000,di cui almeno 1.000 sono minori. Quella di ieri, sottolinea Save the Children – l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro – è stata una delle giornate più sanguinose dalla guerra del 2014, con 6 bambini che hanno perso la vita e più di 220 rimasti feriti, tra cui, secondo i dati del Ministero palestinese per la Salute a Gaza, più di 150 colpiti da colpi d’arma da fuoco. Lo stesso Ministero, del resto, conferma che circa 600 bambini sono stati finora ricoverati in strutture ospedaliere, mentre secondo le informazioni diffuse da un’agenzia impegnata nella protezione dei civili almeno 600 minori hanno attualmente bisogno di supporto psicosociale.

“L’uccisione dei bambini non può essere giustificata. Chiediamo con urgenza a tutte le parti di adottare misure concrete per garantire l’incolumità e la protezione dei bambini, nel rispetto delle convenzioni di Ginevra, del diritto umanitario internazionale e delle leggi internazionali sui diritti umani. Chiediamo inoltre a tutte le parti di impegnarsi affinché tutte le proteste rimangano pacifiche, di affrontare le cause alla radice del conflitto e di promuovere dignità e sicurezza sia per gli israeliani che per i palestinesi”, ha affermato Jennifer Moorehead, Direttrice di Save the Children nei Territori palestinesi occupati.

Anche prima dell’inizio delle proteste, gli ospedali di Gaza erano quasi al collasso con il 90% dei posti letto già occupati. L’afflusso di nuovi feriti ha significato che tante persone vengono curate nei corridoi o dimesse prima di essere adeguatamente curate. A peggiorare ulteriormente la situazione, secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, solo a pochissimi feriti viene permesso di lasciare Gaza per cercare assistenza medica, il che aumenta le probabilità di complicazioni e impedisce ai bambini di ricevere le cure di cui hanno bisogno.

“Le famiglie che incontriamo ci dicono che stanno letteralmente lottando per sopravvivere, mentre cercano di prendersi cura dei propri cari che sono rimasti feriti. Spesso non possono permettersi cure e medicinali e ci raccontano di essere estremamente preoccupate per il futuro dei loro bambini, già devastati da più di 10 anni di blocco israeliano e dal sempre minore interesse da parte dei donatori. Le continue interruzioni di corrente e il congelamento degli stipendi dovuto alle continue divisioni tra l’Autorità Palestinese che governa la West Bank e l’autorità de facto di Gaza, inoltre, significa aggravare ulteriormente le condizioni di vita di famiglie già disperate”, ha concluso Moorehead.

* Fonte: InfoPal

giovedì 3 maggio 2018

GAZA: "GAMBIZZATELI TUTTI!" di Angelo Stefanini

[ 3 maggio 2018 ]

«L’esercito israeliano prima si è preso le sue gambe, poi la sua vita.” Così nel dicembre 2017 Haaretz[20] titolava la notizia che un tiratore scelto aveva ucciso Ibrahim Abu Thuraya, un doppio amputato di Gaza, mentre protestava dalla sua sedia a rotelle vicino al confine israeliano. “Il cecchino israeliano non poteva mirare alla parte inferiore del corpo della sua vittima – Ibrahim Abu Thuraya non ne aveva una. Aveva perso entrambe le gambe durante un attacco aereo israeliano durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008».

La campagna di gambizzazione contro la protesta palestinese"

Dal 30 marzo, nella Striscia di Gaza ha luogo ogni venerdì una mobilitazione popolare senza precedenti, chiamata la Grande Marcia per il Ritorno, che vede migliaia di palestinesi di tutte le età e fazioni politiche manifestare in modo nonviolento per il diritto al ritorno nelle terre da cui sono stati cacciati[1] e per denunciare le terribili condizioni di vita cui sono costretti nella più grande prigione a cielo aperto del mondo. La protesta intende continuare fino al 15 maggio, il 70° anniversario dell’inizio della Nakba (Catastrofe) palestinese.

Come risposta, il governo israeliano schiera sul confine decine di cecchini che sparano sulla folla proiettili veri, di gomma e bombe lacrimogene uccidendo, a tutto il 25 aprile, 40 persone e ferendone 5.511,[2] di cui 1.499 ricoverati in ospedali governativi.[3] Nonostante la maggior parte dei media, italiani e internazionali, presentino queste proteste come “scontri” tra due forze simmetriche, le manifestazioni avvengono a circa 500-700 metri dalla recinzione militarizzata con Israele, in cinque diverse località distribuite lungo la frontiera (Figura 1).


Figura 1. Morti e feriti palestinesi nelle dimostrazioni dal 30 marzo al 23 aprile.

L’uso di forza sproporzionata e letale non è certamente estraneo all’esercito israeliano, ma questa è la prima volta in cui i soldati sparano su folle di persone disarmate come in un macabro tiro al bersaglio. Il risultato è una vera carneficina che, come ha affermato il coordinatore umanitario, Jamie McGoldrick,[4] ha visto “nel corso dei quattro venerdì di manifestazioni, molti più palestinesi feriti nella striscia di Gaza rispetto al totale dei tre anni precedenti”. Non c’è dubbio che i morti e i feriti derivanti dall’azione dell’esercito israeliano contro i dimostranti civili eccedono enormemente quanto ci si potrebbe aspettare da semplici tentativi di controllare la folla. Rispetto al numero dei morti, inoltre, colpisce quello sproporzionato di feriti che riflette la natura mirata del fuoco israeliano rispetto agli intensi attacchi missilistici a Gaza nel 2014.

Oltre ai numeri, tuttavia, sta emergendo un aspetto nuovo e inquietante: il tipo delle ferite. Il gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq dichiara[5] di avere documentato, durante gli incidenti a Gaza, lesioni che indicano come le forze israeliane abbiano “deliberatamente preso di mira parti specifiche del corpo dei manifestanti, causando la morte o danni gravi e permanenti”. Oltre il 60% delle ferite interessa gli arti inferiori (Figura 2). Il 30 marzo 2018 il numero di ricoveri ospedalieri con lesioni alle gambe è stato 50 volte superiore a quello dei morti.[6] Secondo il direttore del dipartimento di emergenza del più grande ospedale di Gaza, al-Shifa,[7] la maggior parte delle vittime sono state “colpite, per lo più agli arti inferiori, da munizioni vere che hanno maciullato ossa e tagliato vene, nervi e muscoli.”


Figura 2. Munizioni e lesioni

Anche Medici Senza Frontiere (MSF) osserva[8] che “la stragrande maggioranza dei pazienti, principalmente giovani uomini, ma anche donne e bambini, mostra lesioni insolitamente gravi agli arti inferiori” con alcune ferite di uscita “delle dimensioni di un pugno”. “Nella metà degli oltre 500 pazienti ricoverati, il proiettile ha letteralmente distrutto il tessuto colpito dopo aver polverizzato l’osso”, ha dichiarato Marie-Elisabeth Ingres, capo missione di MSF in Palestina . “Questi pazienti avranno bisogno di operazioni chirurgiche molto complesse e molti di loro rimarranno disabili per tutta la vita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha espresso preoccupazione perché quasi 350 dei feriti soltanto del primo giorno di protesta rischiano di rimanere disabili in modo temporaneo o definitivo; probabilmente una sottostima considerando che un’adeguata chirurgia conservativa per le ferite traumatiche degli arti richiede la disponibilità di sufficienti risorse umane e materiale medicale. Di ritorno da Gaza, l’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights (PHR) denuncia che “Nell’ospedale più avanzato di Gaza ci si sente come negli anni ’70. Se le cose rimangono così, la maggior parte delle vittime di armi da fuoco dovrà essere amputata… “.[9]

Dopo oltre dieci anni di assedio e boicottaggio da parte di Israele, con il complice silenzio della comunità internazionale, il sistema sanitario nella Striscia di Gaza è ridotto allo stremo. Soltanto il trasferimento dei feriti a ospedali specialistici a Gerusalemme, in Cisgiordania o in Israele potrebbe evitare gli interventi demolitivi cui sono costretti i medici locali. Considerando la chiusura ermetica del confine con Gaza imposta da Israele, solo un numero molto limitato di feriti potrà avere tale privilegio. In quegli stessi giorni, il quotidiano israeliano Haaretz riportava la notizia[10] del rifiuto di Israele al trasferimento per cure mediche specialistiche in Cisgiordania di due palestinesi feriti durante le manifestazioni. Le loro gambe sono state amputate. Motivo del rifiuto: avere partecipato alle proteste.

Una campagna di “gambizzazione”?

In un’inchiesta[11] del 2016, la giornalista israeliana Amira Hass si chiede se le Forze di occupazione israeliane stiano in realtà “conducendo una campagna di gambizzazione in Cisgiordania” dal momento che il numero di palestinesi feriti da proiettili veri è in aumento e gli attivisti riferiscono minacce di “mutilazione a vita” da parte dei soldati israeliani. Secondo la giornalista, un gran numero di palestinesi è intenzionalmente colpito con pallottole vere alle gambe, spesso con esito in disabilità permanente.

L’articolo contiene storie che circolano nei campi profughi di Dheisheh e Al-Fawwar secondo cui, durante gli interrogatori o le incursioni notturne, un ufficiale dei servizi di sicurezza Shin Bet, tale “Captain Nidal”, promette ai giovani palestinesi che non ci saranno martiri ma “tutti finiranno con le stampelle!”. O, in un’altra variante, “vi azzopperemo tutti!”. Amira Hass riferisce ancora di un altro villaggio, Tekoa, a sud-est di Betlemme, dove altri venti giovani sono stati colpiti alle gambe, il tutto nel giro di pochi mesi. Anche in questo caso spunta un altro ufficiale israeliano, il Cap. Imad, che, secondo gli abitanti del villaggio, va minacciando che i giovani che protestano contro l’occupazione “rimarranno tutti storpi”.

L’organizzazione per i diritti dei rifugiati palestinesi BADIL denuncia:[12] “Queste minacce indicano che simili azioni non sono incidenti casuali o isolati, ma riflettono una pratica sistematica dei militari israeliani volta a sopprimere la resistenza, terrorizzare i giovani palestinesi e mutilarli in modo permanente… Le esplicite minacce da parte della leadership dell’esercito israeliano mostrano la volontà di commettere atti criminali e sollevano dubbi circa l’adesione delle forze israeliane ai principi del diritto internazionale.”

Anche secondo Middle East Eye è evidente la tattica che l’esercito israeliano sta usando per fermare i manifestanti palestinesi: colpirli alle gambe per, letteralmente, “azzopparli”.[13] Le forze di sicurezza del governo di Tel Aviv hanno regole d’ingaggio molto vaghe quando si tratta di palestinesi, ma il numero di questi giovani manifestanti paralizzati nei mesi scorsi suggerisce che le forze di occupazione stanno mirando alle gambe e alle ginocchia in modo calcolato per paralizzarli. Non mancano conferme fornite da macabre riprese video.[14]

Un altro testimone di questo trend è il giornalista statunitense Max Blumenthal.[15] Citando il dott. Rajai Abukhalil di Ramallah, descrive la mutazione in corso dai “mezzi tradizionali”, come gas lacrimogeni e pallottole rivestite di gomma per disperdere le proteste, alla pratica di “mirare a ginocchia, femori o organi vitali”. Come la vecchia pratica dell’esercito di spezzare le braccia ai giovani lanciatori di pietre durante la Prima Intifada, la nuova tattica di “sparare per azzoppare“ indica l’intento di prendere di mira bersagli ben precisi tra i dimostranti distruggendo i loro arti inferiori per minare le capacità della società palestinese a una nuova Intifada. È molto simile a quanto succedeva nel passato, spiega Abukhalil, “ma è una politica più specifica e che attira meno l’attenzione dei media”.

Il dott. Abukhalil racconta di aver visto per la prima volta gli effetti dello “sparare per azzoppare” nel campo profughi di Jalazone vicino a Ramallah nel 2013. “Ogni venerdì [giornata delle dimostrazioni] avevamo da dieci a venti ragazzi ricoverati, tutti colpiti alle ginocchia”. Molti dei manifestanti feriti, aggiunge, riferivano di aver sentito il comandante israeliano di quella zona, “Hilal”, ordinare ai suoi soldati di “mutilare” quanti più manifestanti possibili.

Sparare alle gambe come forma di tortura

Migliaia di giovani palestinesi rischiano di rimanere permanentemente disabili dalle ferite da arma da fuoco subite durante le proteste contro l’occupazione israeliana. Gli alti tassi di lesioni menomanti sono in gran parte dovuti a proiettili a frammentazione sparati con fucili M16. Queste armi, fabbricate negli Stati Uniti e introdotte in Vietnam come fucili da campo leggeri, sono sempre più utilizzate dalle forze di occupazione israeliane contro dimostranti civili. I proiettili dell’M16 si spezzano in piccoli frammenti dopo la penetrazione, strappando muscoli e nervi e provocando lesioni interne multiple, molto simili a quelle dei famigerati proiettili “dum-dum” vietati a livello internazionale. Le radiografie osservate negli ospedali della Cisgiordania e di Gaza mostrano un’immagine che i medici legali chiamano “a tempesta di piombo”, segno della frammentazione di proiettili ad alta velocità. Molti dei feriti sono colpiti da breve distanza, meno di 100 metri, e riportano gravi danni interni.

Il compianto dott. Robert Kirschner dei PHR, dal 1985 al 2000 membro di dozzine di indagini internazionali su sospette violazioni dei diritti umani in vari paesi, sosteneva che “i soldati israeliani sembrano sparare per infliggere danno piuttosto che solo per autodifesa… Azioni del genere equivalgono a una forma di tortura”.[16] L’uso di queste armi rientra in ciò che i gruppi per i diritti umani denunciano come uso eccessivo della forza contro soggetti per lo più disarmati. “Sparare alle persone con proiettili ad alta velocità per ferirle è una forma di punizione sommaria inflitta sul campo”, affermava Kirschner. “Non c’è dubbio nella mia mente che l’uso di queste armi per ferire le persone come forma d’intimidazione della popolazione rappresenta una decisione militare consapevole. Come conseguenza diverse migliaia di giovani palestinesi soffriranno disabilità permanenti”.

Come riporta il 18 aprile il blog ebraico progressista Tikun Olam,[17] “Un antropologo specializzato in guerriglia ha affermato di ritenere che i proiettili usati nel massacro siano munizioni ad alta velocità, usate normalmente per colpire bersagli a lunghe distanze. Quando tali proiettili sono sparati da distanza ravvicinata hanno un impatto altamente esplosivo e provocano lesioni gravissime. Come dire che le armi utilizzate dall’esercito israeliano, pur non essendo illegali, causano tuttavia “gravi lesioni poiché inadeguate all’uso che ne viene fatto.” Il blog riporta, inoltre, l’orgoglioso “tweet” di ufficiali israeliani: “Ieri abbiamo visto 30.000 persone. Siamo arrivati preparati e con rinforzi precisi. Nulla è stato compiuto fuori controllo; tutto è stato preciso e misurato, e sappiamo dove ciascun proiettile è atterrato”. Ossia, “ciò che è successo è esattamente ciò che volevamo succedesse”.

Il “diritto di mutilare”

La professoressa Jasbir K. Puar della Rutgers University[18] sostiene che “Israele manifesta un’implicita rivendicazione al ‘diritto di mutilare’ e debilitare i corpi palestinesi come forma di controllo biopolitico.” Secondo Puar, la “politica della mutilazione” è produttiva poiché utilizzata deliberatamente da Israele nei confronti dei palestinesi per menomarli biologicamente, stremando la loro capacità di resistere all’occupazione israeliana, ma allo stesso tempo mantenendoli in vita come lavoratori o come oggetto di sperimentazione. Queste pratiche di sfiancamento e indebolimento corporale, che non sempre emergono quando Israele è accusato di utilizzare una “forza sproporzionata”, indicano il passaggio dal “diritto di uccidere”, rivendicato dagli stati in guerra, a quello che Puar chiama il “diritto di mutilare”.

Mentre in questi ultimi anni il bilancio delle vittime dei palestinesi è aumentato vertiginosamente rispetto a quelle israeliane, molto meno spettacolare e meno commentato dai media, ma potenzialmente più deleterio per il futuro del popolo palestinese, è il numero di civili feriti. Sparare per mutilare ma non per uccidere si mescola, anzi collude, argomenta Puar, con il principio del “danno collaterale”, secondo cui l’uccisione e il ferimento non intenzionale di civili e bambini, se non deliberatamente mirati, sono danni “accettabili” perché inevitabili. E così la politica israeliana di sparare non per uccidere ma “semplicemente” per mutilare, è spesso percepita erroneamente come tutela della vita: il “mutilare” mascherato da “lasciare in vita”. Lo sparare per azzoppare, benignamente descritto dalle forze di occupazione israeliane come prassi del “lasciare vivere” e “meno violento che uccidere” (e perciò meno sensazionale), appare allora, se visto in modo superficiale, come un approccio umanitario alla guerra. Jennifer Leaning, direttore del Centro FXB per la salute e i diritti umani dell’Università di Harvard, osserva che “il numero di morti e di feriti trasmette la falsa impressione che i feriti stiano bene.”[19]

Conclusione

“L’esercito israeliano prima si è preso le sue gambe, poi la sua vita.” Così nel dicembre 2017 Haaretz[20] titolava la notizia che un tiratore scelto aveva ucciso Ibrahim Abu Thuraya, un doppio amputato di Gaza, mentre protestava dalla sua sedia a rotelle vicino al confine israeliano. “Il cecchino israeliano non poteva mirare alla parte inferiore del corpo della sua vittima – Ibrahim Abu Thuraya non ne aveva una. Aveva perso entrambe le gambe durante un attacco aereo israeliano durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008.”
Una straordinaria metafora di come non basti azzoppare i suoi giovani per fermare la resistenza nonviolenta palestinese.


Bibliografia

1. Diritto sancito dalla Risoluzione 194 del 1948 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, mai applicata.
2. Aggiornato a lunedì 30 aprile, il numero dei morti si aggira sui 50 e i feriti sulle diverse migliaia.
3. oPt Humanitarian Fund releases US$ 2.2 million in funds to meet urgent humanitarian needs in the Gaza Strip.
Jerusalem, 26 April 2018
4. oPt Humanitarian Fund releases US$ 2.2 million in funds to meet urgent humanitarian needs in the Gaza Strip.
Jerusalem, 26 April 2018
5. 13 April: Palestinian Determination to Peaceful Protest Continues to be met with Excessive Use of Force by the IOF. Alhaq.org, 19.04.2018
6. The Palestinian Day of Return: from a short day of commemoration to a long day of mourning. http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(18)30940-1
7. Electronicintifada.net: al-shifahospital
8. Palestine: MSF teams in Gaza observe unusually severe and devastating gunshot injuries. MSF, 19.04.2018
9. PHRI Emergency Delegation to the Gaza Strip | E#7 | 16.4.18
10. Israel Denied Passage for Medical Treatment to Two Palestinians Who Protested in Gaza – and Their Legs Were Amputated. haaretz.com, 12.04.2018
11. Is the IDF Conducting a Kneecapping Campaign in the West Bank? haaretz.com, 27.08.2016
12. Israeli forces targeting Palestinian youth in the West Bank. badil.org, 23.08.2016
13. Israeli army accused of West Bank ‘shoot to cripple’ campaign
14. Shoot to cripple israeli captain: “I will make you all disabled”: VIDEO
15. Max Blumenthal. Evidence Emerges of Israeli. “Shoot To Cripple” Policy In the Occupied West Bank. AlterNet, 08.08.2014
16. Qato, D. The politics of deteriorating health: the case of Palestine. Int J Health Serv 2004; 34(2), 341-364.
17. Gaza Doctor Accuses Israel of Using Exploding Bullets, Israeli Ambassador Calls Norwegians ‘Nazis’ for Denouncing Gaza Massacre. Richard Silverstein, 02.04.2018
18. The ‘Right’ to Maim: Disablement and Inhumanist Biopolitics in Palestinei . Jasbir K. Puar. Rutgers University, USA
19. http://america.aljazeera.com/articles/2014/8/1/healthgaza- children.html
20. Gideon Levy. The Israeli Military First Took His Legs, Then His Life. 19.12.2017


* Fonte: Salute Internazionale

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