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mercoledì 14 giugno 2017

PERCHÉ "SENSO COMUNE"? di Moreno Pasquinelli

[ 15 giugno 2017 ]

«La critica non è una passione del cervello, è il cervello della passione. Essa non è un coltello

anatomico, è un’arma.
Il suo oggetto è il suo nemico,
che essa non vuole confutare
bensì annientare».


Karl Marx

I nostri lettori più assidui sanno che questo blog rilanciò subito il Manifesto per un populismo democratico. Un Manifesto che apprezzammo come uno dei migliori prodotti politici della morente "grande sinistra". Il 18 maggio scorso fa uno dei primi firmatari di quel manifesto, Samuele Mazzolini, ha pubblicato un denso scritto dal titolo Perché Senso Comune.
Abbiamo chiesto a Moreno Pasquinelli di darci il suo giudizio.

Lo scritto di Mazzolini ha un grande merito, è un'utile quanto teoricamente densa esegesi del Manifesto per un populismo democratico. In effetti ce n'era bisogno perché molti erano gli interrogativi che il suddetto Manifesto suscitava lasciandoli inevasi. Al netto della concordanza che in questa fase il campo dove si gioca la partita politica (la cui posta in palio rimane il potere statale) è quello populista —che ha dinamiche e una grammatica sue proprie— la principale perplessità che quel Manifesto mi suscitò è che in maniera un po' troppo sbarazzina accoglieva il discorso di Ernesto Laclaus e Chantal Mouffe (per la verità più la Mouffe che Laclau).
Ernesto Laclau

Ebbi modo di dire all'amico Mazzolini che tra le pieghe del Manifesto l'ultimo pensiero della Mouffe [1] si sentiva ben più forte di quello di Laclau, quantomeno quello del periodo de La ragione Populista. Gli dissi che una tale torsione mouffiana del populismo non mi convinceva per due essenziali ragioni: il discorso non solo perdeva in radicalità sociale —vedi il confuso concetto di agonismo politico a rimpiazzo di quello di antagonismo; lasciava sul terreno, assieme al marxismo (liquidato brutalmente come una forma di determinismo economicistico), ogni telos, ogni ipotesi di fuoriuscita dal sistema capitalistico.

Gli dissi infine —erano le settimane che precedevano Vistalegre 2, il secondo decisivo congresso di Podemos da cui uscirà nettamente vincitore Pablo Iglesias— che occorreva prendere le dovute distanze dall'ala moderata di Podemos capeggiata da Íñigo Errejón il quale, in polemica con la scelta di fare blocco con Izquierda Unida (di qui Unidos Podemos), propone un'alleanza con i socialisti spagnoli, appoggiandolo sul paradigma mouffiano della "democrazia agonistica". Mazzolini, invece, non nascose che nella battaglia tra Iglesias e Errejón pendeva dalla parte di quest'ultimo.

Perché ricordo questo fraterno dissidio? Perché, al netto dei "pensieri complessi", quest'anima Errejóniana mi pare costituisca il distillato chimico, l'essenza dell'ipotesi politica di Mazzolini. Abbiamo infatti un "populismo democratico" annacquato nella versione "agonistica" proposta da Chantal Mouffe. 
Chantal Mouffe

Qui risiede un problema enorme poiché, al contempo, ci sono di mezzo identità politica, strategia e tattica. 

Mazzolini correttamente ribadisce che "costruire popolo" significa in prima istanza fornirgli un'identità politica. Io penso che affinché quest'identità prenda forma, non sia affatto sufficiente raccogliere le domande e le istanze sociali che sorgono dal basso per poi convogliarle contro il nemico, contro le élite e le loro istituzioni refrattarie a quelle domande. Limitarsi a questo mi pare rassomigli al vecchio sindacalismo sociale riformistico, anche ove si affermi che per realizzare quelle domande occorra strappare il potere statuale. Un'identità politica si costruisce solo attorno ad idee forti, a paradigmi ideologici e sociali che non possono altrimenti essere definiti che come rivoluzionari, che cioè implichino necessarie profonde rotture, sociali e istituzionali. Un "populismo democratico" in salsa neo-socialdemocratica non ha, io penso, capacità di sfondamento, tanto più da noi, in Italia, dove questo spazio politico è in gran parte presidiato dal Movimento 5 Stelle e dalle frattaglie della "sinistra radicale".

Mi sbaglio? Mazzolini allude, giustamente, alla 
«... necessità di individuare orizzonti mobilitanti e aggreganti, capaci di generare passione e suscitare voglia di riscatto: la scelta, in altre parole, di quelle domande e quei simboli capaci, per la loro capacità di seduzione maggioritaria, di alludere a tutto il campo popolare in via di formazione». 
Quali siano questi orizzonti e simboli, fatte salve domande di giustizia sociale e certi "valori tradizionali", tuttavia non lo dice. Il nostro scrive: 
«Feticci quali “l’unità della sinistra” o “la costituente della sinistra” non interessano praticamente più a nessuno se non agli stretti addetti ai lavori e, anzi, non fanno altro che disegnare il perimetro entro cui tale proposta potrà esercitare attrazione. Un perimetro sempre più ristretto. Altrettanto va detto per quei progetti che cercano di suscitare consenso con un riferimento esplicito a significanti analoghi, quali “comunismo”, “socialismo”, o attraverso la messa in primo piano di tutta la simbologia di questa parte politica».
Giusto l'attacco frontale agli zombi delle sinistre, giusto sottolineare il tramonto di tutta l'anticaglia simbologica. Sbagliato, molto sbagliato sbarazzarsi dell'orizzonte del socialismo. Qui c'è una furia iconoclastica inquietante. Rimuovere l'orizzonte del socialismo, rebus sic stantibus, significa privarsi del solo orizzonte, della sola "operazione discorsiva" che abbia un contenuto di senso, il solo
enunciato che abbia "condizioni di possibilità, quindi di plausibilità". Significa appunto, non me ne voglia il Mazzolini, accettare come perenne l'orizzonte capitalistico. Il nostro parla certo della necessità di "progetto di cambiamento di lungo periodo", del valore della eguaglianza sociale e non solo formale, ma se si ha tanta cura ad espungere dalla vista il superamento del capitalismo, certo è solo un modello sociale socialdemocratico, che è un discorso non meno vecchio di quello vetero-comunista.

Vi è poi un piano, nel discorso di Mazzolini, che attiene alla questione del soggetto politico populista. Non si pensi si tratti solo di metodo, di tecnica politica. Il nostro scrive:
«L’intuizione di fondo è che la cruda realtà non abbia un’interpretazione univoca, bensì molteplici, e che un determinato scenario di oppressione reale non abbia uno sbocco politico determinato, ma quello che le volontà organizzate in lizza tra loro riusciranno ad imprimere, divenendo così egemoniche. In questo senso, non c’è alcuna volontà, potenza immanente già lì, pronta a esplodere e farsi largo, e tendente alla vita e alla democrazia. Tuttavia non esiste nemmeno, come nella vecchia concezione comunista, una classe portatrice di interessi generali per definizione. Il punto di partenza sono quindi le domande sociali che i canali istituzionali non riescono a soddisfare e a neutralizzare».
Un classico del discorso laclausiano, che ci riconduce al complesso pensiero politico e filosofico post-strutturalista, anzitutto di matrice francese. Vero, non c'è alcun corso storico predeterminato. Vero non esiste alcuna classe che di per sé sia rivoluzionaria. Questo che significa? Pare di capire che questo significhi che il sistema capitalistico non conosca contraddizioni antagonistiche. Che esso non porti in grembo i germi del suo proprio superamento. Ma se è così buttiamo via di Marx, assieme all'acqua sporca (la teleologica missione salvifica attribuita alla classe operaia), il bambino preziosissimo, ovvero la sua analisi del modo capitalistico di produzione e il suo carattere caduco.

Non posso infine, chiudendo queste brevi note, non segnalare quella che a me pare una grossa aporia. Il discorso laclausiano sul populismo implica necessariamente la centralità categorica del soggetto politico, visto che la sua funzione è quella di dare identità al popolo, quindi di costruirlo come protagonista del conflitto sociale.

Non a caso Laclau scopre Gramsci e la sua teoria dell'egemonia. Ma per Gramsci (sulle scia del Macchiavelli) il soggetto che solo può sfidare il nemico sul piano dell'egemonia sociale è il "moderno Principe", ovvero il partito politico. Per dirla col rivoluzionario sardo: 
«Il moderno principe... un elemento della società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell'azione. Questo organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico: la prima cellula in cui si riassumono dei germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totali».
Il Partito per Gramsci è comunità che promuove, di contro al "senso comune" una concezione del mondo rivoluzionaria e per ciò stesso è la forza motrice di una storica "riforma intellettuale e morale". Qui l'enorme debito che Ernesto Laclau ha contratto con Antonio Gramsci.

Da questo lascito Mazzolini, agganciandosi alla Mouffe,  vuole invece prendere congedo:
«Bando alle ciance e partiamo dal nome. Perché Senso Comune? Il nome che ci siamo dati ha un deliberato accento anti-platonico. Cosa intendo con ciò? Intendo che il nostro intervento non può né deve essere rivolto a una presunta illuminazione delle masse. Le masse non aspettano un messia (sia esso una figura religiosa, un filosofo o un partito) che spieghi loro la verità e che in virtù della sua conoscenza superiore le emancipi dalla bruta ignoranza che impedisce di afferrare il vero corso della storia. Non c’è nessun corso della storia. Non c’è nessun messia. E men che meno c’è quella divisione netta tra doxa (opinione comune) ed episteme (conoscenza razionale) di Platone che tanti presuntuosi ha affascinato nel passato, conducendo chi alla tragedia e chi alla farsa».
Il nostro non manca di onestà intellettuale, ammette che "chiamandoci Senso Comune abbiamo persino disobbedito a Gramsci e Manzoni".

Lasciamo in pace il grande Platone. Si può certo disobbedire ai padri, a volte è anzi indispensabile non seguire le loro orme, ammesso che si siano davvero compresi i loro errori. Quello che ci propone Mazzolini tuttavia non è questo, è un vero e proprio parricidio. Viene in mente l'hegeliana "furia del dileguare". Una furia anti-filosofica che sul suo cammino lascia solo i cadaveri, lugubre. Se non abbiamo bisogno di "messia che illuminino le masse", tantomeno ce n'è per profeti che ci lasciano nell'oscurità.

NOTE

[1] "La Mouffe avanza l’idea di una democrazia agonistica, entro cui l’antagonismo noi/loro non sia rimosso, ma incanalato in una forma di mediazione del conflitto tale da impedirne gli esiti distruttivi, garantendone allo stesso tempo le diverse manifestazioni. Simile mediazione sarebbe appunto identificabile con una democrazia pluralista in grado di garantire una regolamentazione minima dei conflitti sociali. Solo una simile democrazia sarebbe in grado, secondo la studiosa, di ammettere l’irriducibilità del conflitto, addomesticandone gli esiti e trasformando così i nemici da sopprimere in avversari da battere secondo le regole del confronto democratico".








giovedì 2 febbraio 2017

LE RAGIONI DEL NOSTRO POPULISMO di Samuele Mazzolini

[ 2 febbraio ]

Simone Oggionni [esponente di SEL, Sinistra Ecologia e Libertà, Ndr] ha rivolto una critica sostanziale ad alcuni dei passaggi centrali del manifesto per un populismo democratico che, come Senso Comune, abbiamo lanciato alcune settimane fa. In particolare, Oggionni muove tre obiezioni:
– Il populismo da noi proposto consisterebbe nel trattare il popolo come “un tutto organico, un basso concepito come virtuoso e puro, in lotta contro un alto, altrettanto organico, moralmente corrotto”. Questa descrizione del popolo mancherebbe quindi di catturare la densità e la ricchezza di cui la società civile europea è dotata, fallendo in tal modo di apprezzare le differenze tra interessi contrapposti e l’esistenza delle intermediazioni. Questo complesso reticolato, secondo Oggionni, sarebbe già pericolosamente messo sotto scacco dal neoliberalismo, nel suo tentativo di fare tabula rasa dei corpi intermedi. Così, il populismo non farebbe altro che mimare ingenuamente le mosse del suo nemico, accelerando o quanto meno avvallando questo processo di disintermediazione.
– Il populismo porrebbe un’eccessiva fede nel ruolo del capo, affidando così le proprie sorti a un leader salvifico, il quale – coerentemente con il punto anteriore – aggirerebbe i corpi intermedi per stabilire un vincolo immediato con il popolo. Il capo carismatico, per Oggionni, starebbe quindi in perfetta antitesi a un’organizzazione capillare e strutturata, capace invece di generare protagonismo popolare e auto-governo.
– Infine, in un argomento appena abbozzato nonostante faccia riferimento al ‘punto più debole’ del nostro appello, Oggionni critica la nostra enfasi sul livello nazionale, nella convinzione che il livello minimo di intervento debba essere lo spazio europeo.
Iniziando a ritroso, risulta quantomeno paradossale che solo poche linee prima Oggionni si fosse riferito a Syriza come una forza capace di “ricostruire connessioni virtuose tra i settori popolari tradizionalmente in relazione con la sinistra e parti di borghesia intellettuale, produttiva, creativa coinvolgibili nell’ottica dell’interesse nazionale” (enfasi nostra). Lo stesso Oggionni quindi riconosce che le identificazioni politiche rispondono ancora a sollecitazioni nazionali e che è a partire da quel livello dove è possibile aggregare pezzi di società differenti. Il nostro documento non nasconde le difficoltà inerenti alla globalizzazione, né abdica una prospettiva internazionalista. Riconosce tuttavia che lo Stato non è (ancora) un attore del tutto obsoleto e che il sentimento nazionale costituisce un elemento aggregante reale e al contempo troppo delicato per essere lasciato all’irresponsabilità delle destre, le quali lo declineranno in termini sciovinistici e xenofobici piuttosto che patriottici. La negazione di dignità a questo senso di appartenenza concede quindi la possibilità che l’interpretazione prevalente di questo significante sia quella più retrograda, oltre a far sì che le forze progressiste vengano percepite come circoli culturali presuntuosi e distanti dai sentimenti popolari.

Quanto al primo punto, ci sentiamo scomodi con la definizione di populismo che Oggionni ci attribuisce e crediamo che solo una buona dose di malizia possa aver permesso di inferirla. Per noi, il populismo non è un’ideologia, ma una logica che attraversa in diversi gradi tutto lo spazio politico. Non ci sarebbe politica se non ci fosse almeno una sottile distinzione tra amici e nemici in ogni discorso politico. Ora, la scelta populista da un punto di vista strategico comporta mettere in primo piano questa dicotomia. Ma il popolo da opporre alle élite, nella nostra concezione, non è un datum: è il frutto di un processo di articolazione. È la creazione di una volontà collettiva a partire da una serie di domande eterogenee. Vista l’eterogeneità di queste domande e la mancanza di un minimo comune denominatore positivo, il collante non può che essere una tensione antagonista nei confronti delle caste economiche e politiche, orientata da principi di uguaglianza, giustizia sociale e democrazia. In questo modo, la concezione che abbiamo del populismo è politica e non moralistica. Il popolo è il frutto di un paziente lavoro di cucitura di interessi differenti e in quanto tale intrinsecamente impuro. È quindi un’alleanza e non un blocco compatto o uniforme.
A differenza della sinistra storica di cui Oggionni è rappresentante però, l’alleanza a cui noi pensiamo è quella tra settori sociali portatori di domande diverse ma altrettanto insoddisfatte, non un’alleanza tra pezzetti e rimasugli di un ceto politico ormai fallito, come nel caso emblematico di Sinistra Italiana. Oltretutto Oggionni non coglie qui che la frammentazione del corpo sociale e delle suoi diverse istituzioni – le famose differenze a cui fa allusione – non può che essere una ricchezza solo nelle misura in cui queste differenze vengono mobilitate in un progetto coeso capace di incidere. In altre parole, solo nel momento in cui le differenze mettono da parte il proprio campanilismo e assumono una logica di equivalenza rispetto a un nemico comune, queste diventano davvero minacciose per gli interessi delle oligarchie. In tal senso, costruire popolo vuol dire creare un nuovo blocco storico tra settori diversi. La rivendicazione di purezza appartiene invece proprio a quella sinistra che pretende di mobilitare la società con metafore e simboli ormai incapaci di interpellare al di fuori di una ristretta cerchia. La sterile pretesa di virtuosismo di cui si lamenta Oggionni è quella di chi non afferra che ogni processo di unificazione sociale non può che presupporre una mescolanza di simboli e suggestioni diverse, e non l’imposizione del bagaglio semiotico di chi pretende essere il centro aggregatore.
Altri punti toccati da Oggionni ci lasciano perplessi. Le casematte a cui faceva riferimento Gramsci, per esempio, non erano in sè stesse un dato di fatto positivo. Gramsci cercava di analizzare attraverso quel termine la resistenza al cambio di una particolare formazione sociale, concentrandosi sull’insediamento pervasivo con cui una particolare ideologia agisce nel corpo sociale, modellando condotte, desideri, credenze. È importante tenere a mente che il neoliberalismo non prescinde dalle casematte. Prescinde da quelle che sono state alla base del consenso socialdemocratico. Ma questo non vuol dire che gli istituti privati adibiti alla trasmissione di determinate coordinate abbiano cessato di esistere. L’esaltazione delle casematte senza ulteriori distinguo non coglie che la società civile è il terreno di scontro privilegiato. Dentro questa arena gli elementi di senso comune più promettenti vanno riscattati e rilavorati in senso democratico, rigettando invece quelli che sono alla base della soggettivizzazione neoliberista. Non è quindi attraverso un’apologia acritica della società civile, ma mediante un lavoro di artigianato culturale al suo interno che sarà possibile dar vita a una nuova volontà collettiva.
Infine, il punto sulla leadership. A pochi giorni dalla pubblicazione della sua critica, Oggionni ci fa sapere attraverso i suoi canali Facebook del dispiacere provato per la morte di Fidel Castro. Non è quello di Castro uno dei casi più emblematici di leadership di un popolo ribelle, come lo stesso Oggionni lo definisce? Come negare dunque che il leader possa compiere un ruolo catalizzatore, sbloccando inerzie e mobilitando passioni altrimenti latenti? Siamo coscienti che non si possa estendere un assegno in bianco ai leader e che la deliberazione popolare non debba venir in alcun modo soppressa. Ma è necessario adottare una concezione più complessa. Il leader è il ‘luogo’ presso cui convergono una varietà di lotte e di aspirazioni di cambio. È colei o colui che da il là a un processo di trasformazione della società. È il punto di un investimento passionale radicale. D’altronde, non c’è comprensione senza passione, senza quella ‘connessione sentimentale’ con il popolo a cui lo stesso Gramsci aveva fatto allusione.
* Fonte: Senso Comune

lunedì 9 gennaio 2017

2017: L'ANNO DEL POPULISMO DEMOCRATICO IN ITALIA di Samuele Mazzolini

[ 9 gennaio ]

Il 21 novembre scorso davamo conto dell'uscita del Manifesto per un populismo democratico. Elaborazione del gruppo Senso Comune. Il 7 gennaio, a Vicenza, c'è stato un incontro [vedi foto] in cui questi compagni hanno presentato il Manifesto. Il dibattito è stato denso e istruttivo. Molte le affinità che abbiamo sentito e che ci consentono di sperare in una fruttuosa colaborazione.
Per capire idee e intenti di queso gruppo segnaliamo l'articolo di Paolo Gerbaudo che pubblicammo il 13 dicembre.


Del 2016 ricorderemo una serie di eventi che potrebbero aver sancito la fine del mondo politico così come lo conosciamo. La Brexit el’affermazione di Donald Trump sono l’apripista su scala globale di una tendenza che aveva visto nella vittoria di Tsipras e nel parziale successo di Podemos e del M5S i loro antesignani. Il 2017 promette di non essere diverso.
È il momento populista. Forze e volti politici che escono dal “business as usual” ottengono risultati inaspettati. La loro apparizione riconfigura le geometrie politiche nazionali, mettendo in crisi fedeltà ideologiche apparentemente sedimentate. Si tratta di progetti che fanno dell’antagonismo politico la loro principale caratteristica. ‘Noi’ contro ‘loro’: discorsi polarizzanti che mettono sul banco degli imputati una minoranza sociale che frustra le aspirazioni di una maggioranza. Non è un fuoco di paglia: la possibilità che questa finestra si protragga è data soprattutto dalla durezza della crisi che investe il mondo occidentale. Questa materialità rende improbabile che gli attori politici ‘seri’ e ‘responsabili’ riescano nel breve periodo a riassorbire il malcontento.
In Italia, questa situazione assume dei connotati specifici. Sono in particolare le giovani generazioni a rifiutare di identificarsi con le forze politiche a cui invece continuano ad affidare le proprie sorti nonni e genitori. I conti non tornano più: ragazze e ragazzi cresciuti con l’aspettativa di una vita da classe media vedono lentamente scivolar via quella prospettiva, dovendo ricorrere ai risparmi familiari o all’emigrazione per rimediare alle penose ristrettezze dei voucher o di stage malpagati. Questo conflitto generazionale – che tuttavia non è l’unica chiave di lettura possibile della situazione attuale – ha trovato il suo riscontro nell’esito referendario, in cui il vecchio travestito da nuovo è uscito pesantemente punito dai millenials, insieme al suo perverso disegno di fare dei giovani italiani i camerieri d’Europa e di relegare il nostro paese a uno Stato periferico.
Tuttavia, l’affermazione di progetti populisti che si oppongono allo status quo non è di per sé sufficiente ad assicurare un miglioramento delle condizioni di vita dei settori più vulnerabili. Un esempio viene proprio da Trump: oltre all’indecente repertorio razzista e sessista messo in scena durante la campagna, la sua promessa di mettere il guinzaglio a Wall Street è stata presto smentita dalla nomina dell’investitore targato Goldman Sachs Steven Mnuchin a capo del Tesoro statunitense. Così come resta da capire cosa di buono possa venire da un Segretario di Stato come Rex Tillerson, amministratore delegato di ExxonMobil. La percezione crescente che qualcosa non vada più, rischia perciò di essere veicolata da progetti regressivi. Il fatto è che non c’è uno sbocco populista unico: l’orientamento dipenderà dalle relazioni di forzache si stabiliscono nei diversi contesti e dalle posizioni specifiche di ciascun attore populista.
In tal senso il populismo non è una dottrina politica, bensì una strategia e, al contempo, il campo all’interno del quale si giocano attualmente le chance del cambiamento. In Italia questo campo è presidiato dal M5S. Al soggetto creato da Grillo e Casaleggio vanno concessi dei meriti indubbi: è stato il miglior interprete di quell’umore anti-casta che da qualche decennio rappresenta una sorta di orizzonte salvifico, politicizzando in parallelo una serie di questioni da tempo interdette dalla discussione. Tuttavia, i recenti fatti di Roma riguardanti la giunta Raggi lanciano una seria ombra sulle possibilità del Movimento. L’incerto esordio della sindaca di Roma è infatti rivelatore di una serie di fenomeni che rischiano di replicarsi su una scala più vasta.
In primis, una classe dirigente selezionata come in un concorso di bellezza, catapultata in posti di potere, salvo poi essere commissariataall’ultimo minuto dal grande capo. Per sfidare oligarchie attrezzatissime sotto ogni punto di vista, serve un soggetto che coltivi ossessivamentela formazione e la serietà dei propri affiliati. Così come sono imprescindibili una diagnosi e una prognosi all’altezza della situazione. Sedestra e sinistra hanno certamente smesso di essere metafore utili per orientarsi ai giorni nostri, l’analisi sociologica, il discernimento dei conflitti redistributivi, la comprensione delle dinamiche internazionali sono fondamentali, insieme a programmi di politica fiscale, macroeconomica e internazionale che vadano oltre la boutade. Un programma fatto di ‘buone pratiche’ come quello del M5S non coglie lapoliticità di ogni problema, finendo banalmente per indirizzare la propria avversione esclusivamente alle caste politiche, che sono appena lapunta dell’iceberg di un’oligarchia (nazionale ed estera) che ha invece nel denaro il proprio fulcro.
C’è bisogno di sfruttare al meglio la finestra populista. Per questo, a novembre io ed alcuni colleghi abbiamo dato vita al percorso di ‘Senso comune’ lanciando il manifesto per un populismo democratico. L’intuizione di fondo è che la cornice ‘noi’ contro ‘loro’ sia un potente strumento, ma che questa debba essere riempita da coordinate più sostanziose rispetto a un vago ‘onestismo’. Partendo dagli elementi di senso comune più diffusi, il populismo deve fornire risposte esaurienti a disuguaglianza, sfruttamento e deficit democratico ai quali le oligarchie hanno costretto la popolazione italiana ed europea.
* Fonte: Senso Comune

martedì 3 gennaio 2017

DUE EVENTI CHE SEGNALIAMO

[ 3 gennaio ]

Chiusa (per fortuna) la pausa oppiacea delle vacanze (per chi se le è potute permettere), si torna alla dura realtà. 


Che il Paese sia nel bel mezzo di un disastro, è chiaro, anzitutto a chi ne subisce le conseguenze. La situazione è drammatica, e non solo perché non ha una guida all'altezza della crisi, anche a causa della disarmante inadeguatezza delle forze d'opposizione che pretenderebbero essere l'alternativa.

In questo contesto la vittoria del NO il 4 dicembre ha portato un po' d'aria fresca. Qualcosa si va mettendo in moto. E il mese di gennaio vede un calendario di incontri e iniziative abbastanza fitto.

Ne segnaliamo per l'intanto un paio, che i nostri lettori in zona, non dovrebbero mancare.

La prima si svolge a Vicenza giovedì 5 gennaio, alle ore 20:30; presso il Centro civico Giusti, Piazzale Giusti 23 alle ore 20:30

Si tratta della presentazione del Manifesto per un Populismo democratico, promossa dal collettivo Senso Comune.

QUI la pagina dell'evento.

La seconda iniziativa si svolge invece a Milano, domenica 15 gennaio, con inizio alla ore 10:30. Presso l'ex-Fornace, Naviglio pavese 16.

Titolo dell'incontro: EUTOPIA. La Sinistra tra Unione Europea e sovranità nazionale. 
QUI la pagina dell'evento.

Ecco l'ordine dei lavori:
ore 10.15
Introducono i lavori
On. Stefano Fassina, Sinistra Italiana
Rosa Fioravante, I Pettirossi

ore 11

"I luoghi dell'azione politica: il conflitto sociale tra stato e globalizzazione"
Vittorio Agnoletto, 
membro del Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale
Massimo D'Angelillo, presidente Genesis srl, coautore "Rottamare Maastricht" DeriveApprodi Editore
Mimmo Porcaro, socialismo 2017
Prof.Michele Prospero, professore associato Scienza della Politica, Università La Sapienza

Pausa pranzo

Pomeriggio
ore 14

"Diritti costituzionali e i trattati europei oggi: una convivenza difficile"
prof.Piero Graglia, professore associato storia dell'integrazione europea,università. Statale di Milano
Avv. Francesco Maimone, avvocato, collaboratore orizzonte48.blogspot
prof. Alessandro Somma, professore ordinario di Sistemi Giuridici Comparati, Università di Ferrara

Pausa Caffè

ore 16
Interventi Associazioni
Aurora, Coordinamento Sinistra contro l'Euro, Possibile, Rete MMT

ore 16.30
"Riparare gli errori del passato: quale futuro per l'Unione?"

Prof. Alberto Bagnai, professore associato di Politica Economica, Università di Pescara, saggista, blogger Goofynomics
Thomas Fazi, saggista, documentarista, autore de "la battaglia contro l'Europa"
Nadia Garbellini, ricercatrice università di Bergamo, comitato scientifico Centro Studi Economici per il Pieno Impiego (CSEPI)
On. Giovanni Paglia, commissione Finanze Camera dei Deputati

Conclusioni
On. Alfredo D'Attorre, Commissione Affari Costituzionali Camera dei Deputati

lunedì 21 novembre 2016

MANIFESTO PER UN POPULISMO DEMOCRATICO

[ 21 novembre ]

Appena una settimana fa è stato diffuso in rete il Manifesto per un populismo democratico
Primi firmatari: Stefano Bartolini, Michelangela Di Giacomo, Paolo Gerbaudo, Tommaso Nencioni, Stefano Poggi e l'amico Samuele Mazzolini —che conoscemmo a Parma proprio ad un convegno in cui svolse una prolusione sul populismo).
Proprio in quel convegno Carlo Formenti dialogò con Mazzolini, correggendo certo laclausismo e ponendo il populismo su gambe più solide.

Pubblichiamo una breve sintesi del Manifesto poiché, se non la lettera, né condividiamo lo spirito. Come i nostri lettori più assidui sanno bene, da tempo difendiamo l'idea che ci sia bisogno di un movimento politico populista di sinistra, patriottico ma non nazionalista, come mezzo per rovesciare lo stato di cose esistente. Un manifesto, quello in oggetto, molto laclausiano, ovvero molto anti-economicista. Anche troppo per la verità visto che la dimensione economica della tragedia storica che viviamo, a cominciare dalla questione dell'euro, è del tutto sottaciuta.
Se ne parlerà coi promotori. Adesso è il momento di farlo circolare.


MANIFESTO PER UN POPULISMO DEMOCRATICO 

1. La democrazia senza demos     

Trump ha vinto perché la “sinistra” liberale ha abdicato al ruolo di garante degli interessi dei ceti medi e popolari. La sua affermazione, la Brexit e la nascita di nuove forze politiche come Podemos e Syriza segnalano come la richiesta di una nuova voce da parte degli esclusi sia ben più importante dei contenuti specifici in cui viene declinata. L’Italia non è da meno. Le classi dirigenti, rassicurate dalla mancanza di un’opposizione sociale all’altezza della crisi, pensano di poter continuare ad usare le loro posizioni di potere per difendere i propri privilegi. Ma è una pretesa sorda alla realtà. La partita è aperta: non scendere in campo vorrebbe dire lasciare il potenziale di cambiamento alle forze conservatrici e reazionarie.


2. L’insufficienza degli attori politici italiani     
Gli attori politici e sociali esistenti non si sono dimostrati all’altezza della sfida. Un’ esasperata pratica trasformista ha contraddistinto l’intero corso della Seconda Re- pubblica e sta lasciando la propria impronta sugli albori della terza. La sinistra si è divisa in tre risposte, tutte insufficienti: una trasformista, che ha aderito alle ragioni delle élite; una residuale, che si è limitata a presidiare le conquiste del passato; e una impolitica, tipica della sinistra radicale, che non ha saputo aggregare nuove domande attorno ad un disegno egemonico. Lo spazio di opposizione sociale e politica è stato cosi’ occupato in Italia dal Movimento 5 Stelle, che ha però dimostrato un’incapacità di andare oltre una pura critica morale della classe politica e una impossibile soluzione ‘tecnica’ a problemi di carattere politico. Per impedire che la crisi della Seconda Repubblica si risolva in maniera conservatrice o reazionaria, e’ necessario un progetto imperniato sul populismo democratico.

3. La creazione del popolo     

Tramontata l’idea di classe per come dato di natura, ci troviamo in un panorama nel quale ad essere insufficienti sono le stesse categorie descrittive. La classe operaia non esiste più, ma continuano a esistere i lavoratori di fabbrica, mentre la nozione di ceto medio è stata svuotata di qualsiasi significato dalla crisi economica e sociale. All’apice della piramide sociale vanno situandosi fasce sempre più ristrette e potenti, mentre l’insicurezza e l’indebitamento, sono diventati gli elementi unificanti e trasversali delle identità di lavoro ed delle differenze di status. Si tratta di riaggregare questo mondo frammentato in una una comunità immaginata che sappia aggregare temi ed istanze di tipo diverso – ambiente, lavoro, tasse, lotta alla burocrazia e ai privilegi, diritti civili e sociali – attorno a una piattaforma comune.

4. La scelta populista     

Qualsiasi percorso politico che abbia ambizioni egemoniche non può che partire da istanze di natura diversa e nella consapevolezza che oggigiorno il disagio sociale si esprime perlopiù attraverso forme, simboli ed organizzazioni estranee alla sinistra. La costruzione di un nuovo soggetto potrà procedere solo negativamente, cioè attraverso la costituzione di frontiere politiche che strutturino in maniera inequivocabile le relazioni tra diversi agenti sociali e semplifichino lo spazio politico. Chiamiamo questo tipo di creazione politica populismo. Al contrario dell’uso convenzionale quindi, per noi il populismo non è sinonimo di demagogia o autoritarismo. Il populismo non e’ né una patologia politica né un’ideologia, ma e’ piuttosto una logica costitutiva della politica attraverso la quale diversi progetti competono per egemonizzare il campo sociale.

5. Simbolo e leadership     

Il ruolo di aggregatore di istanze diverse può essere svolto da una domanda unificante o da una persona unificante, il leader. In Italia la questione morale svolge ormai da qualche decennio il ruolo di orizzonte salvifico, che diverse forze politiche, per ultimo il movimento 5 stelle, hanno cercato di cavalcare. E’ necessario rivendicare e radicalizzare la questione morale, mostrando che non riguarda solo la corruzione della classe politica, ma pure le colpe di banchieri, capitani d’industria e costruttori d’assalto che immiseriscono le popolazioni e delocalizzano posti di lavoro. Rispetto al ruolo del leader, la leadership personale non deve essere vista come un fenomeno necessariamente narcisistico o dispotico. Nella misura in cui condivide tratti con coloro che lo seguono l’incontro avverrà a metà strada, rendendolo un primo fra pari capace di tenere insieme domande eterogenee. Un Cesare democratico potrebbe ripoliticizzare tutti i diversi tipi di oppressione di cui soffrono i subalterni e che le oligarchie vogliono spacciare per naturali.

6. La nazione come livello di intervento     

Crediamo che il mantra secondo cui gli stati-nazione sono stati interamente fagocitati dai mercati non sia accurato. Lo Stato detiene ancora una serie di strumenti fondamentali che, se attivati intelligentemente, possono incidere in maniera sostanziale sulla realtà socio-economica. Non è una questione di cedere a tentazioni sciovinistiche o rossobrune. Siamo semplicemente persuasi che l’Unione Europea sia un progetto oligarchico troppo sedimentato per poter essere “democratizzato” attraverso un movimento di opinione che manca di un vero e proprio luogo politico in cui poter farsi valere. L’Europa rimane un riferimento privilegiato, ma è un piano che va ricostruito su linee diverse da quelle attuali, sostituendo L’Europa del libero mercato con un’ Europa dei popoli e della solidarietà.

7. Le organizzazioni popolari     

Quello di cui abbiamo bisogno oggi è un più articolato movimento, all’interno del quale le diverse organizzazioni di espressione popolare possano coordinare la loro azione. Il movimento deve porsi prima di tutto l’obiettivo di far affiorare tutte quelle domande e quei conflitti irrisolti che rimangono silenti. Rendere, insomma, palpabile l’ingiustizia a strati sempre più ampi della società. Dal borgo alla grande metropoli, i piccoli troni di cui è cosparsa la società devono ricominciare a tremare. La scommessa è quella di rivolgersi ad una maggioranza sociale, anziché alle minoranze politiche. Non i “delusi dal Pd”, ma gli sfrattati. Non i reduci della sinistra radicale, ma chi ha perso il lavoro. Non gli eredi del movimento no global, ma i giovani che vedono sparire ogni orizzonte di realizzazione professionale.

Leggi la versione completa del Manifesto L'elenco dei firmatari

domenica 26 giugno 2016

A CHE SERVE LA TEORIA IN POLITICA?

[ 26 giugno ]

BREVI NOTE SUL CONVEGNO DI PARMA

Come annunciato si è svolto ieri a Parma, organizzato dai compagni di ROSS@, l'incontro "IL FILO DI ARIANNA". Annunciandolo noi ci eravamo presi una licenza poetica, titolando "Un convegno coi fiocchi", volendo segnalare quanto fossero importanti e dirimenti i due temi posti in discussione, ed anche lo spessore dei relatori.

I compagni parmensi, ne siamo sicuri, oltre a mettere in rete le registrazioni video filmate, faranno un resoconto scritto per consentire a chi non c'era, di farsi un'idea di quanto detto. Essi, ne siamo certi, tireranno le loro conclusioni.

Noi tiriamo le nostre, limitandoci a quel che ci pare essenziale.

Anzitutto ottimo il livello teorico, dove per ottimo è da intendersi la capacità degli intervenuti di aver saputo stare ai punti indicati dai promotori e quindi messo carne al fuoco. In particolare segnaliamo — oltre agli interventi di Giorgio Cremaschi (a destra nella foto sopra) e Sergio Cararo, che hanno sottolineato l'importanza della vittoria di Brexit e denunciato le posizioni pro-Ue di certa sinistra nostrana— i contributi di Carlo Formenti, Samuele Mazzolini, Moreno Pasquinelli e Mimmo Porcaro. 

Carlo Formenti perché, ribaltando la vecchia lettura "operaista" sulla "composizione di classe", ha fornito spunti decisivi per quanto attiene invece alla natura e ampiezza del fronte nemico, del suo carattere composito, della pervasività dell'ideologica della narrazione mondialista ed eurista, di come le élite oligarchiche esercitano la loro egemonia —anzitutto sulle fasce giovanili.  Formenti ha descritto quello che ha chiamato, in barba alle suggestioni nuoviste indotte dai nuovi mezzi di comunicazione, modello non solo di lavoro ma di vita "walmart", in cui gli sfruttati e gli oppressi, lungi dal sentirsi tali, si immedesimano invece con il nemico, ovvero proprio con quelle élite che succhiano loro, da ogni poro possibile, ogni singola goccia di plusvalore, relativo e assoluto.

Mazzolini perché ha saputo riassumere, e non era facile, il pensiero di Ernesto Laclau sul "populismo" e del perché le sue proposizioni sono di attualità e ci aiutano a capire certi nuovi fenomeni politici (vedi M5S o Podemos con il loro mantra anti-casta) etichettati dispregiativamente dalle élite come "populisti". In particolare Mazzolini si è soffermato sui cardini della visione laclausiana, e tra queste, la capacità di un movimento di agire sul livello passionale della politica, di parlare al cuore e non solo alla testa di chi sta in basso, sulla imprescindibile funzione carismatica del capo, da non confondere con il caudillo che tutto fa e disfa, ma come elemento capace di essere perno di un organismo collettivo.


Moreno Pasquinelli e Diego Melegari
Pasquinelli ribadendo l'opzione populista e del perché essa è imprescindibile per chiunque voglia oggi costruire un soggetto politico di massa per la liberazione dal regime oligarchico, ha segnalato i limiti del discorso laclausiano sul populismo —e del perché esso non ha attecchito nella sinistra italiana—, ha sottolineato come alcuni pezzi del suo discorso, in particolare sui meccanismi che presiedono alla lotta per l'egemonia —al di la delle evidenti differenze con l'impianto gramsciano— sono oggigiorno utilissime.
In una società dove oramai è diventato "senso comune" l'idea che la principale divisione è tra chi sta in alto e chi sta in basso (matrice di ogni populismo antioligarchico), il movimento POLITICO che va costruito e per cui c'è uno spazio ampio, malgrado qui in Italia esso sia ricoperto temporaneamente da M5S, è dunque "necessariamente populista". 

Pur nelle differenze è emerso chiaro il filo conduttore filosofico tra i tre: riguardo al patrimonio teorico lasciato in eredità da Marx, occorre salvare il bambino ma gettare una volta per tutte l'acqua sporca. E qual è quest'acqua sporca? La cattiva e teleologica filosofia della storia di matrice hegeliana (contaminatasi col tempo con darwinismo e positivismo) che vuole concepire l'epopea umana come un irreversibile  movimento in avanti, che dall'arretrato muove necessariamente verso l'avanzato, come un ineluttabile processo verso l'emancipazione e la libertà. Di qui l'idea che più il capitalismo sviluppa le sue forze produttive, più il socialismo sarebbe vicino. Di contro a questa concezione meccanicistica ed economicistica, tutti e tre i relatori hanno insistito che invece centrale è la funzione della politica, quindi la necessità di un potente soggetto politico che, pur sempre tenendo conto della situazione reale, riesca non solo a risvegliare le forze sovversive latenti, ma sappia anche plasmarle entro un orizzonte rivoluzionario. 

Mimmo Porcaro, oltre ad aver convenuto con queste proposizioni, non ha esitato ad attualizzarle ed a portare alle estreme conseguenze ciò che va dicendo e scrivendo da anni. 
In estrema sintesi: dopo la fine del fordismo e del ciclo keynesiano, dopo il crollo dell'URSS e del movimento operaio organizzato, quattro decenni di neoliberismo dispiegato ci consegnano una società profondamente mutata, polverizzata e frantumata, ove la classe operaia non può più agire come centro di un fronte
Stefano Zai e Mimmo Porcaro (a destra)
egemonico antagonista. La cosiddetta "sinistra radicale" non ha saputo capire né riconoscere questi profondi cambiamenti, e ciò ci aiuta a comprendere perché, dopo essere stata satellite e complice del Pd, è chiusa in una riserva in cui è destinata a passare a miglior vita. Anche noi, ha sostenuto Porcaro, siamo in ritardo, ma possiamo ancora essere della partita, a patto di muovere da categorie fondamentali quali "popolo" e "nazione", intrecciandole strettamente al principio che prima dell'economia viene la politica, rideclinando modernamente il socialismo come società in cui il bene comune sovraordina tutto il resto, ripensando la struttura economica come un sistema misto, in cui forti elementi di economia nazionalizzata e pianificata convivano con settori necessariamente mercantili. Ci servono prima possibile, ha concluso Porcaro quattro, cinquemila militanti per dare vita ad un partito democratico di massa, che sia il perno di un blocco gramscianamente nazionale-popolare, che includa, assieme al lavoro dipendente, la piccola e media impresa ed ovviamente i diversi settori dell'esclusione sociale.

Di conclusioni, da questo convegno, se ne potrebbero trarre diverse.
Tra queste noi preferiamo citare quella che Pasquinelli ha perentoriamente gettato a bomba nel dibattito: "Compagni, siamo davvero, tutti noi, d'accordo con la sostanza della proposta politica esposta da Porcaro? Se sì, guardate che il soggetto politico nuovo di cui c'è tanto bisogno ce lo abbiamo già a portata di mano".



venerdì 24 luglio 2015

VIA NAZIONALE O MIRAGGIO EUROPEISTA? di Samuele Mazzolini

[ 24 luglio ]
Vanno crescendo le voci sovraniste-democratiche.
Un lucido intervento di un intellettuale triestino sull'agonia delle ultime frattaglie della sinistra italiana. Mazzolini, osserva che deve nascere un partito che dia voce ad un blocco sociale sempre più ampio che ha compreso che porre fine all'austerità e ripristinare la democrazia è possibile solo recuperando sovranità nazionale ed uscendo dalla gabbia euro(cratica). Discorso esatto!


A seguito della capitolazione greca di fronte all’attacco europeo guidato da Angela Merkel, non è abbastanza limitarsi a constatare, sia pure con un fondo di amarezza, che almeno gli attori principali di questo dramma moderno hanno deposto le proprie maschere e svelato fino in fondo, senza più ambagi, la loro identità. D’accordo: ora persino i più moderati iniziano a dubitare dei pacchetti di austerità, storcono il naso di fronte al deficit democratico dell’Europa, si domandano se il ruolo giocato dalla Germania non sia effettivamente quello di una potenza neo-bismarkiana e mercantilista pronta a sopraffare un paese della periferia europea che chiede appena un briciolo di sensatezza economica. Ma se è vero che l’esempio di Tsipras ha aperto una breccia generando maggior coscienza presso l’opinione pubblica europea, è altrettanto evidente non basta l’affermazione del principio per consolare le ferite di una guerra persa. Il prossimo passo non può quindi essere che quello di riflettere sui limiti delle strategie attuali per rilanciare con maggior efficacia la lotta alle misure di austerità.
Facendo un passo indietro, possiamo suddividere analiticamente la questione della strategia in due ampie categorie, il prima e il dopo la conquista degli apparati statali, tappa necessaria per quanto non sufficiente ad intraprendere il cammino del cambiamento. Su questo primo punto, Syriza e Podemos forniscono lezioni non trascurabili al resto delle sinistre europee. Sebbene i due partiti abbiano genesi dissimili, è possibile ricondurre la loro popolarità a una serie di innovazioni speculari sul piano delle pratiche. L’inasprimento dell’antagonismo costruito su una contrapposizione noi/loro, la capacità di articolare una pluralità di rivendicazioni sociali esistenti, la semplificazione del linguaggio e l’enfasi sulla passione e il carisma sono alcuni degli elementi che contraddistinguono la loro politica. In altre parole, Syriza e Podemos prendono come punto di partenza elementi del senso comune, non già nella forma di un loro apprezzamento statico, bensì come trampolino per muovere una sfida contro-egemonica al sistema attuale che possa far breccia sulle grandi maggioranze.
L’esempio di Podemos è quello che calza di più con lo scenario italiano per il simile discredito in cui è caduto il repertorio simbolico della sinistra. Tuttavia, la differenza con ciò che sta accadendo in Italia è notevole. Mentre Pablo Iglesias, leader di Podemos, ha da poco escluso un ritorno al vecchio frontismo politicista, rifiutando  in vista delle prossime elezioni qualsiasi accordo con l’equivalente di Sel (o Rifondazione) spagnolo [Izquierda Unida, Ndr], in Italia le frattaglie della sinistra danno cenni di volersi ricompattare in un nuovo polpettone indigesto ai più. Notiamo la differenza: l’intenzione di Podemos è piuttosto quella di creare una maggioranza trasversale, capace di agglutinare settori sociali diversi e che magari nel passato avevano votato anche molto diversamente, intorno a un’identificazione esteriore comune, quale il rifiuto dei piani di austerità e lo sdegno anti-casta. Per questa operazione è necessario fare ricorso a nuove metafore che possano spiegare meglio la situazione attuale e indurre processi di revisione delle lealtà politiche pre-esistenti.
Si inizia già a intravedere una caratteristica fondamentale del discorso di Podemos: il simbolismo dispiegato è di carattere nettamente nazionale. Infatti, solamente all’interno di un terreno nazionale -e non genericamente europeista o cosmopolitico- è possibile creare una nuova volontà collettiva di senso ugualitario, capace di cementare solidarietà tra soggettività eterogenee. Da noi, l’infausta riproposizione di leader che hanno fatto scelte sbagliate, o tuttalpiù dei loro giovani caporaletti, del tutto contigui in quanto a cultura politica, non può invece portare ad alcun cambiamento: si tratta di un bacino politico-culturale incapace di pensare oltre una serie di schemi di ispirazione vagamente europeista e razionalista che non godono di alcuna capacità di seduzione politica maggioritaria.
Ma è sul dopo-elezioni che le recenti vicende greche gettano luci importanti. Anche su questo versante si ripropone la contraddizione tra via nazionale e miraggio europeista. Nei fatti, la gabbia dell’Euro non ha dato scampo: o obbedite o interrompiamo liquidità e finanziamenti, questa la minaccia di fondo. La Commissione Europea, che pure ha giocato un ruolo chiave nell’ideazione e implementazione di politiche economiche recessive, è stata nell’occasione greca sovrastata da un Eurogruppo che sulla carta non esiste, ma il cui potere reale è stato ancora più penetrante. Più in generale, la tecnocrazia europea agisce sulla base di una giurisdizione ispirata perlopiù dagli interessi -peraltro non sempre necessariamente armoniosi- del capitale finanziario e delle elites tedesche. Si tratta di un intricato coacervo  di norme e corpi di governance sedimentati negli ultimi decenni il cui orientamento politico di fondo è realisticamente impossibile da invertire.
Conviene in questo senso domandarsi quanto la fedeltà europeista del gruppo dirigente di Syriza abbia giovato ad affrontare la situazione con il necessario realismo politico. La tara dell’europeismo di sinistra si riscontra proprio nell’idealizzazione dei processi di integrazione e nell’incapacità di riuscire a pensare ad alternative al di fuori di essi. Le alternative non mancherebbero se non fossero scartate a priori da infondati scenari di apocalissi inflazionistiche e derive scioviniste. Piuttosto, dovrebbe essere ormai lampante che il ruolo giocato dell’Europa politica in questa congiuntura storica ha definitivamente acquisito una dimensione regressiva e anti-democratica e che prospettive eurocomuniste o di una ‘nuova Europa sociale’ hanno una rilevanza politica trascurabile in virtù della  loro stessa impraticabilità.
L’ideologia europeista che contamina ampi segmenti della sinistra europea va superata. I processi di emancipazione dall’austerità non possono che procedere inizialmente su binari nazionali in quanto gli unici che verosimilmente permettono di riconquistare spazi di potere popolare e capaci di riscoprire un concetto intrinsecamente democratico e a lungo trascurato dalla sinistra, quello della sovranità. Coordinare la resistenza ai diktat finanziari a livello europeo non può che giungere in un secondo momento: prima di allora non si starà facendo altro che porre il carro davanti ai buoi.
* Fonte: Il fatto Quotidiano del 24 luglio

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