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lunedì 21 ottobre 2019

QUI QUO QUA di Sandokan

[ lunedì 21 ottobre 2019 ]

Giorni addietro commentavo l'intervista di Salvini in cui affermava lapidariamente che 
«La Lega non ha in testa l'uscita dall'euro o dall'Unione europea. Lo dico ancora meglio: l'euro è irreversibile».
Come i 5 Stelle, Anche la Lega, dopo anni di strepitii contro l'euro e l'Unione europea, ha compiuto il voltafaccia: dal "sovranismo" all'europeismo. Come diceva il Cristo, "non si può ubbidire a due padroni". Tra la maggioranza del popolo lavoratore che detesta l'Unione eurocratica e la grande borghesia italiana euroinomane, anche la Lega ha scelto il lato della barricata.

Ma Salvini non è un pirla. Sapendo fin troppo bene che la sua base militante e gran parte dei suoi votanti, se non proprio anti-euro sono sicuramente euro-critici, ha voluto che dal palco di Piazza San Giovanni, assieme a Berlusconi venisse osannato l'alfiere no-euro Alberto Bagnai.

Da una parte il vessillifero anticomunista dell'Unione europea e della sudditanza italiana, dall'altra l'alfiere no-euro e il portabandiera della sovranità nazionale e democratica. Il miracolo è compiuto: diavolo e Acqua santa, belzebù e angeli uniti in un unico e pornografico afflato.

Beninteso, Bagnai si è guardato bene dal sostenere quel che ha sempre sostenuto. Il nostro è diventato un maestro nell'arte del cerchiobottismo, nel dire e nel non dire, dell'adeguarsi alla bisogna, ovvero nell'adeguarsi alle giravolte del suo grande capo. 

Guardandosi bene dal rivendicare l'uscita dall'euro ha preferito l'allusione alla Brexit, ma solo per sottolineare quanto sia preziosa la democrazia. Un tipico caso di schizofrenia o dissociazione cognitiva. Si tenga infatti presente che solo pochi giorni fa il Bagnai era nella delegazione leghista che in Cassazione depositava il testo per una legge di iniziativa popolare per un doppio e autoritario sventramento della Costituzione —  legge elettorale ultra-maggioritaria e  presidenzialismo —, e che Bagnai è tra coloro che in Senato hanno votato a favore della drastica riduzione dei parlamentari.

Chi per anni ha voluto seguire Bagnai, fino nella Lega, dice che quella del nostro è solo dissimulazione. Ma qual è il confine tra dissimulazione e giravolta politica? Essi non lo dicono e dileguano ogni giorno che passa questa frontiera.

La verità, ed essi se ne debbono fare una ragione, è che l'uscita dall'euro non è più nell'agenda della Lega. Bagnai lo sa benissimo. Egli ha una carta di riserva: non c'è più bisogno di menarsela per l'uscita perché tanto l'euro verrà giù da solo. La tesi l'ha spiegata papale papale Antonio Maria Rinaldi (certe volte farebbe bene a tacere invece di fare affermazioni gravissimein Tv un paio di sere fa . A domanda, "Ma lei è ancora per l'uscita dall'euro?", ha risposto: " Io sono qui, sulla riva del fiume, ad aspettare il cadavere che passa. Farà il botto, vedrete". Sulla stessa linea Claudio Borghi Aquilini.

Ecco dunque a voi Qui, Quo e Qua.

Dopo essere entrati nei parlamenti come campioni della battaglia per l'uscita dall'euro, dopo aver scritto libri, saggi e ripetuto in ogni dove della necessità di batterci per riprenderci la sovranità popolare e nazionale, ora ci vengono a dire: "contrordine ragazzi, deponete le armi, che tanto sarà il nemico a consegnarcela". 
Se non è il risultato dell'essersi fatti corrompere dalla poltrona e dal prestigio è come dire: siamo pazzi, arrendetevi.

Ma dico io, come si fa a non sentire puzza di presa per il culo?!



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lunedì 1 luglio 2019

COSA SONO DAVVERO I MINIBOT di Claudio Borghi Aquilini

[ lunedì 1 luglio 2019 ]

Riteniamo utile pubblicare l'intervista concessa da Claudio Borghi Aquilini al settimanale PANORAMA in edicola.




*  *  *











Borghi: "I Minibot non sono una nuova moneta"

Intervista con Claudio Borghi, l'inventore dei Minibot 
che fanno discutere (e che sono stati bocciati anche da Giorgetti)

Onorevole Borghi, questa settimana proviamo a spiegare la guerra dei Minibot? Nessuno meglio di lei può farlo.

(Sorride). Il mio primo video sui Minibot è del 2012. Il primo articolo era apparso un anno prima, nel 2011, su Il Giornale. L’unica differenza è che ancora non avevo immaginato l’aspetto.

Quando le ho fatto la prima intervista sui Minibot, nel 2016, erano considerati una curiosità eccentrica. Oggi ne parla il governatore della Bce.

Perché abbiamo spiegato al Paese per quale motivo sarebbero un’ottima soluzione a un grande problema: pagare subito tutti i debiti che lo Stato ha con i suoi cittadini.

La considera una emergenza.

Senza dubbio. Per evitare la follia di chi fallisce pur avendo crediti.

Però Draghi denuncia i Minibot come un grave pericolo.

(Sorride). Io, per vocazione, sono come Mister Wolf di Pulp Fiction: provo a risolvere i problemi. È facile dimostrare che i Minibot fanno questo.

Spieghi come e quando le venne quell’idea e ci aiuti a capire.

Otto anni fa iniziava la battaglia dello spread. E nell’estate 2011 Berlusconi stava facendo la cosa sbagliata: le concessioni all’Europa che hanno portato al rigore e al governo Monti. Io, invece, proponevo idee su come contrastare lo spread.

Perché fu la cosa sbagliata?

Ad agosto raddoppiarono le tasse sui risparmi, aumentarono i bolli, l’Iva e furono inventate le prime clausole di salvaguardia. Il resto lo fecero Monti e la Fornero.

Si disse che fosse inevitabile.

Balle. Io stesso ero stato elettore di Berlusconi. Il suo consenso politico fu distrutto da quelle scelte.

C’erano anche delle differenze, rispetto a oggi.

Il problema di fondo era lo stesso: i titoli di Stato che innescavano la crisi venivano venduti perché non c’era nessuna garanzia della Banca centrale.

Il famoso «Bazooka» che nacque dopo, proprio come risposta a quella crisi.

C’era paura sui mercati, e non c’erano garanzie, se non altro perché pochi mesi prima avevano fatto fallire la Grecia.

Vediamo le differenze?

La prima differenza è il consenso politico. Dopo il caso Ruby, Berlusconi non era un leader forte e legittimato, anche da un voto, come lo è Salvini oggi.

E poi?

La nostra economia era molto più fragile su un punto decisivo.

Quale?

Il deficit commerciale. Infatti, avevamo un «doppio deficit». Importavano più di quello che esportavamo. Questo voleva dire che i soldi stavano uscendo dall’Italia. Oggi, invece, il saldo è positivo. Attiriamo valute straniere.

All’epoca aveva senso temere il rischio di fallimento?

Il default del titolo sovrano è un mostro creato dall’Ue.

In che senso?

Vede, nessuno può avere dubbi - per esempio - sul rischio default della Danimarca. Non esiste la possibilità.

Perché è un’economia forte?

Mannò. Perché al massimo posso temere che la corona si svaluti, non che manchi: la stampano loro.

L’economia italiana del 2011 era fragile, ma anche quella di oggi lo è.

Noi esportiamo più di quello che importiamo. Molti miliardi di valuta straniera entrano ogni giorno in Italia.

Questo non ci mette al riparo da qualsiasi rischio.

All’epoca il default sarebbe stato improbabile: oggi sarebbe insensato. Se anche - per assurdo - uscissimo dall’euro non avremmo mai il 50 per cento di svalutazione della nostra moneta.

Tuttavia lo spread ha toccato quota 300.

Una fiammata, dovuta alla speculazione del momento sui mercati.

Proprio lei li chiama «speculatori»?

Io ho lavorato in quel mondo. E li chiamo speculatori. Tecnicamente sono operatori che guadagnano così.

Cioè?

Traggono profitto dalle fluttuazioni del mercato su un titolo. Se vuole li chiami trader, ma cambia poco. Fanno quello.

Si dice: visto che il nostro debito è nelle mani delle banche italiane siamo più esposti.

Non è assolutamente vero. Più il debito è domestico, più a rigor di logica, dovremmo essere sicuri.

Perché?

Ci pensi. Per paradosso, se tutto il debito fosse italiano, tutti i famosi interessi aggiuntivi che paghiamo su quei titoli diventerebbero reddito diffuso distribuito in Italia.

Però le nostre banche sono più deboli, anche perché hanno in pancia tanti titoli di Stato.

Non è assolutamente vero. È propaganda.

Lei non legge tutte le grida di allarme di questi giorni?

Chi si preoccupa dello spread non dovrebbe fare altro che comprare titoli. Non solo perché stabilizzerebbe la fluttuazione, ma perché ci guadagnerebbe.

Lei lo fa?

Quando ho liquidità, la metto lì. Gli unici acquisti in titoli di Stato che ho fatto da quando sono stato eletto sono titoli italiani.

.....

Onorevole Borghi, la prima accusa della Bce è questa: i Minibot sono una moneta parallela.

Falso. Non c’è obbligo di prenderli. Quindi non sono moneta.

Voi fate l’esempio dei buoni pasto.

Ma non solo. Immagini la sua carta di credito. Immagini i suoi assegni. Circolano, ma possono anche non essere accettati. Con i Minibot sarebbe lo stesso.

Seconda obiezione, illustrata per esempio da Tito Boeri: c’è il rischio che si svalutino, fino al 50 per cento.

Questa è davvero una fesseria, se io consento di pagare le tasse con i Btp. È il legame con il pagamento delle tasse che àncora il valore del titolo a una conversione condizionata ma certa. E questo impedisce ogni svalutazione.

Non può escludere che ci sia una svalutazione rispetto all’euro.

Io sono certo che non ci sarebbe.

Ma ipotizzi che ci sia, e che sia del 10 per cento.

Bene. Quando il cittadino X, alla fine del ciclo, andasse a pagare 10 mila euro di tasse avendo speso 90 mila euro di Minibot, quel 10 per cento che risparmia sarebbe un premio per chi dà fiducia allo Stato. Un meccanismo virtuoso, dunque.

L’obiezione di Boeri ipotizza che la svalutazione sia molto più alta.

Sulla base di che? Se lo Stato li ritira a valore pieno, come possono valere di meno? Ho letto quel che dice e mi fa pensare: Boeri non è uno scappato di casa. O è totalmente disinformato oppure devo dubitare della sua intelligenza.

L’obiezione di Draghi è più seria. Si tratta di una nuova moneta, e dunque è vietata dai trattati.

Ripeto. La cosa che definisce la moneta è l’obbligo di accettarla. Per questo la carta di credito non è una moneta. Un assegno non lo è, anche se lo si può usare per pagare.

Seconda obiezione di Draghi: si tratta di nuovo debito.

Qui si arriva a un grave paradosso delle regole europee.

Quale?

Il debito calcolato per i criteri europei è esclusivamente quello liquidato.

Provi a spiegarlo.

Sei un Comune. Ti serve un idraulico per riparare una perdita in una scuola. Fai una gara, chiami un idraulico, autorizzi una spesa di mille euro.

Bene.

Per l’Europa finché non lo paghi quel debito non esiste.

Anche se è già nel nostro deficit?

Sì, ma non c’entra. Se però emetto un Btp per pagare quei mille euro, il debito emerge.

Un meccanismo perverso.

Siccome nel momento stesso in cui lo emetto ho il debito, la via che sceglie la Pubblica amministrazione è semplice: non pagare.

Quindi se il Minibot non è la soluzione giusta che si fa?

Allora Draghi dovrebbe dire esplicitamente: vogliamo che non paghiate i fornitori, così quel debito non emerge.

Invece il Minibot che effetto ha secondo lei?

Se pagassi con 50 miliardi di Btp normalinon sarebbe la stessa cosa dal punto di vista contabile.

Perché?

Il Minibot sarebbe classificato credito fiscale, non diventa subito nuovo debito.

Ma se poi il Minibot inizia a circolare, con i suoi biglietti, può creare inflazione.

Magari avessimo un po’ di inflazione! Aumenta la domanda interna. Era uno degli obiettivi economici della Bce!

Altri effetti positivi?

La spesa con i Minibot concentrerebbe gli acquisti sugli esercizi di prossimità. Non ci compri un aspirapolvere su Amazon. I Minibot girano.

Dicono: il salumiere non li prenderebbe.

Perché non dovrebbe? Ci pagherebbe le tasse!

Moscovici sostiene: i soliti trucchi italiani per non pagare.

Noi non solo paghiamo i nostri debiti, ma finanziamo l’Ue.

L’ultima obiezione, quella che fa più paura. Il Minibot prepara l’uscita dall’euro.

Perché pur non essendo moneta è un mezzo di pagamento alternativo? Allora vietino le carte di credito e i buoni pasto.

Onorevole Borghi, lei sa bene che se si uscisse dall’euro nessun Paese potrebbe sopravvivere con i buoni pasto usati come circolante!

Lei immagini che un giorno ci sia qualcuno che ci fa uno scherzetto e ci limita, in Italia, i prelievi dei bancomat a 50 euro al giorno.

Perché dovrebbe farlo?

È già accaduto, accadde in Grecia ai tempi del referendum di Tsipras.

Quindi può verificarsi ancora?

Esatto. Se qualcuno dovesse pensare a una simile aberrazione, il fatto che ci sia un deterrente non è un bene?

Cinquanta miliardi di titoli in circolo in forma di banconota lo sarebbero?

Secondo me, sì.

Dicendo questo lei aumenta quei sospetti, allora.

No. Io parto dall’idea di pagare i debiti. Lo aveva progettatoCorrado Passera. E anche Pier Luigi Bersani: lì chiamavano Bersani Bond. Nessuno pensava che lui volesse distruggere l’euro.

Altra obiezione di Boeri: è una patrimoniale occulta.

Questa è particolarmente cretina. Abbiamo detto che se si svalutassero, diventerebbero un premio fiscale. È il contrario, semmai.

Obiezione seria, degli imprenditori: «Io ho un credito, voglio soldi veri».

E infatti noi non obblighiamo nessuno. Se non li vuoi, non li chiedi. La politica di questo governo è dare opzioni senza convincere nessuno. Vuoi Quota cento? Vuoi il Reddito? Vuoi i Minibot? Prego.

Come si limita il rischio di ritrovarsi con una montagna di carta svalutata?

Mettiamo due limiti: uno nella emissione, diciamo 50 miliardi. E l’altro nella quota massima ottenibile: 25 mila euro a persona.

Con che vincoli?

Nessuno. Hai un credito con lo Stato? Lo incassi.

Come ha preso forma l’idea?

Poco dopo il primo convegno dei sovranisti a Pescara, organizzato da Alberto Bagnai. Pensavo: cosa posso portare in quella sede di innovativo? Misi a punto i dettagli e presentai l’idea.

E fu così che nacque la proposta diusarli anche per gestire un sistema di pagamento alternativo?

Esatto: i miei video nascono così. E per questo sono associati all’uscita dall’euro. Ma null’altro stabilisce un legame tra Minibot e uscita dalla moneta unica. Dopo quel convegno non ne ho parlato più per anni.

Perché?

Sono andato a verificare le alternative. I certificati di crediti fiscale, la moneta positiva.... Tante idee, anche brillanti. Cose teoricamente efficaci o più difficili da capire rispetto ai Minibot.

Quando la proposta arriva a questa forma?

Quando decidiamo di farne un argomento di campagna elettorale.

E nascono anche le banconotine atraverso il voto in Rete.

Ah ah ah! Ci mettemmo a lavorare sul lay out. Tardelli banconota da 5, Falcone e Borsellino 10. Fallaci 20, Pertini da 50,Mattei da 100, Toscanini da 200. D’Annunzio da 500....

Mattei, per esempio, prevalse nel voto popolare su Olivetti, Ferrero e Agnelli.

E il grido di Tardelli sulla vittoria degli Abbagnale, lo scatto di Mennea, la borraccia di Coppi e Bartali.

Vi accusano anche di rubare a Tardelli la sua immagine.

Ridicolo. Scrissi a Tardelli che mi rispose: «Ne sono onorato». Ho letto da poco una sua intervista cult: «E se ai tedeschi non piacciono è perché hanno ancora paura». Mitico.

Vi accusano di averli introdotti in modo subdolo.

Questa è follia pura. Ne abbiamo parlato per tutta la campagna elettorale. E poi li abbiamo messi nel programma di governo. Più trasparente di così! Si vede che non sanno leggere.

Quindi lei conferma che li farete?

Certo, dobbiamo farli.

Ma quando? Nel tempo, passate le polemiche? Dopo l’addio di Draghi?

Il momento giusto è con la prossima legge di bilancio, con la Flat tax.

venerdì 14 settembre 2018

LA STRATEGIA DI SALVINI E DI MAIO di Piemme

[ 14 settembre 2018 ]

Non avranno lo stesso peso della famigerata lettera della Bce al governo italiano del 4 agosto 2011 (quella che annunciava la defenestrazione di Berlusconi e aprì la via a Monti), tuttavia ci siamo vicini.

Ieri Mario Draghi ha sferrato un fendente al governo giallo-verde, schierando apertamente la Bce sul fronte dei nemici del governo giallo-verde. Lo ha fatto pronunciando parole felpate ma minacciose, chirurgiche ed inequivocabili: 
«Le parole del governo hanno creato danni agli italiani. Ora aspettiamo i fatti e i fatti sono non solo la Legge di bilancio ma anche la successiva discussione parlamentare».
Ci voleva una conferma più lampante di quanto P101 va dicendo sin dall'insediamento del governo, che la Legge di bilancio sarebbe stata la sua prova del fuoco?
Draghi ha quindi svelato, non senza una pelosa chiamata in correo del Presidente del consiglio, di fare affidamento su quella che abbiamo chiamato Quinta colonna a palazzo Chigi:
"Dobbiamo essere consapevoli di ciò che hanno detto il Primo ministro italiano, il ministro dell'Economia e il ministro degli Esteri, e cioè che l'Italia rispetterà le regole". 
In perfetto sincronismo, mentre Draghi parlava a Francoforte, a Roma, il Commissario europeo al bilancio Gunther Oettinger, nella sua audizione al Parlamento andava giù duro sul fatto che il governo non ha altra scelta se non quella di rispettare i vincoli di bilancio inscritti nei trattati.

Come se non bastasse, da Parigi, un altro Commissario (agli affari economici e monetari), Pierre Moscovici, ha dichiarato che 
«L'Italia è un problema per la zona euro. La sua Legge di bilancio dev'essere credibile» ed ha aggiunto una frase gravissima: «Oggi non c'è Hitler ma tanti piccoli Mussolini». 
A queste pesantissime e minacciose ingerenze la risposta degli accusati non si è fatta attendere. Ci hanno pensato prima Claudio Borghi e dunque Luigi Di Maio.
Qual è stato, al di la delle deboli rimostranza di rito, il succo delle risposte (che indicano l'esistenza di una perfetta concordanza  tra i vertici M5s e Lega)?
«No problem! tra 6-8 mesi questa commissione non esisterà più».
In questa lapidaria locuzione c'è la strategia di Di Maio e Salvini: guadagnare tempo, non tirare troppo la corda fino alle elezioni europee (maggio 2019) poi si vedrà. Essi sembrano certi che le urne travolgeranno le due forze sistemiche (popolari e socialisti) e che dunque, nel nuovo quadro politico, si potrà accelerare nell'attuazione del contratto di governo, sbarazzandosi della Quinta colonna in seno al governo, se serve andando di corsa ad elezioni anticipate.

Ha questa strategia, oltre a stringenti e momentanee necessità tattiche, spessore strategico? E se sì qual è?

A me pare chiara: con questa Ue ed i suoi trattati (ed il macigno di un debito pubblico il cui rimborso non potrà mai essere onorato) per l'Italia in trappola due sole sembrano le vie percorribili: o l'uscita unilaterale con atto politico sovrano, oppure "disfare" (verbo usato dal Times) — decostruire per usare un verbo raffinato — per tappe l'Unione europea di concerto con gli altri governi per tornare a prima dell'euro e di Maastricht. Insomma, in nome di un "sano" europeismo l'idea di una confederazione europea di stati sovrani (senza ovviamente moneta unica).

Questo è evidentemente — considerata la dissimulazione di cui si parlava su questo blog — il "Piano A" di Di Maio e Salvini, un piano il quale, se capiamo bene, è condiviso non solo da Savona ma pure da Bagnai e Borghi —col che abbiamo non solo che l'alleanza tra M5s e Lega è più solida di quanto possa sembrare; abbiamo che la sinistra patriottica è obbligata ad entrare nel merito, dare un suo giudizio, perché, al fondo, è su questo terreno che va portato il confronto con M5s e Lega, è su questo che si decide (non su aspetti secondari com'è ad esempio l'immigrazione o altre singole pur importanti vicende) il rapporto col governo.

La cosa riguarda quindi Programma 101 che, nella sinistra patriottica, ha sempre perorato l'uscita unilaterale con atto politico sovrano, ed ha sempre considerato non percorribili altre soluzioni come lo smembramento concordato di Ue ed eurozona.

Chi scrive considera aleatorio il "Piano A" di Di Maio e Salvini, poiché esposto a troppe e imponderabili variabili. Ci torneremo. Intanto è ovvio chiedersi: ce l'hanno Di Maio e Salvini un "Piano B"? Oppure vogliono impiccarsi alla strategia della "guerra di posizione" o "di logoramento"? E come può risultare vincente essa strategia se il nemico usasse invece la strategia della "guerra di movimento" e dell'assalto frontale?



venerdì 19 gennaio 2018

SALVINI, LA FLAT TAX E I MINIBOT di Marco Cavedon

[ 19 gennaio 2018 ]

Cos’è la flat tax che la Lega Nord propone come possibile incentivo per la ripresa economica ?

Si tratta di una proposta del consigliere economico di Matteo Salvini Armando Siri (clicca qui) che nel suo libro “Flat tax, la rivoluzione fiscale in Italia è possibile” spiega come funziona.

E’ una tassa non progressiva, che non rispetta l’articolo 53 della Costituzione ?

Non esattamente, perché è prevista una deduzione forfettaria legata al numero dei componenti del nucleo familiare ed inversamente collegata al reddito dichiarato.

Ecco come funziona. Si applica di base una tassa unica pari al 15% del reddito imponibile con una deduzione forfettaria di 3.000 Euro per ogni componente della famiglia, ma non in tutti i casi. Per i redditi fino a 35.000 euro è prevista la deduzione di 3.000 euro per ogni componente del nucleo familiare, compreso il contribuente; per i redditi da 35.001 a 50.000 euro la deduzione di 3.000 euro si applica per ogni familiare a carico; per i redditi superiori a 50.000 euro non è invece prevista nessuna deduzione. Questo porta a pagare imposte reali differenti sulla base del reddito imponibile e dei componenti del nucleo familiare. Si può avere il caso di imposte zero (famiglie di 4 persone e un reddito dichiarato di 12.000 euro l’anno) o di imposte al 15% (imponibile superiore a 50.000 euro).

Quali sono i punti di forza di questo meccanismo proposto ?

Lo stato incasserebbe circa 63 miliardi di meno rispetto l’attuale sistema di imposizione fiscale considerando anche la tassazione sulle società di capitali. Potenzialmente si tratta quindi di una manovra espansiva che lascia più soldi al settore non governativo, aumentando il suo attivo e pertanto il suo potere di spesa, l’ossigeno dell’economia reale.

Quali sono gli aspetti negativi di tale proposta ?

Gli aspetti problematici sono legati al contesto in cui questa manovra viene attuata, che allo stato attuale rimane alquanto fumoso.

La Lega Nord sta infatti cercando l’appoggio di Forza Italia per tentare di costruire una coalizione larga per vincere alle prossime elezioni del 4 marzo 2018. Il problema è che Forza Italia è un partito fortemente europeista e a difesa dell’eurozona, all’interno della cui cornice è impossibile attuare manovre espansive di spesa in deficit, sia in quanto le regole UE e del Fiscal Compact ce lo vietano esplicitamente, sia perché la nazione Italia comunque utilizza una moneta straniera che non può creare e controllare, senza pertanto la garanzia politica di una banca centrale sotto il suo controllo disposta a finanziare sempre il deficit di cui abbisogna.

Contradditorio rimane anche il punto circa il recupero dell’evasione fiscale. Siri afferma che una minore imposizione fiscale si tradurrebbe in un recupero di risorse dall’economia sommersa (il mantra paghiamo tutti meno tasse per evadere di meno) e che i maggiori consumi porterebbero ad un maggiore incasso dall’IVA. Pertanto prima si difende la necessità di lasciare più risorse al settore privato di famiglie ed aziende, per poi però sottolineare la necessità di recuperarle in un secondo tempo; anche se va detto che Siri ritiene di recuperare nel primo anno circa 37 miliardi di Euro, quindi meno rispetto all’ipotetico buco pari a 60 miliardi.

Resta poi da capire se questa manovra sarà o meno accompagnata da stimoli nell’atto della spesa pubblica e la retorica spesso ricorrente anche tra i partiti di opposizione circa la necessità di contenerla, eliminando sprechi e riducendo il debito pubblico anche del 40%, non lascia ben sperare.

Serve la piena consapevolezza che il debito pubblico in condizioni di sovranità monetaria non è mai un problema, anzi, rappresenta l’attivo del settore privato o non governativo. Non che manchino discorsi all’interno della Lega Nord a favore del debito pubblico (vedere questo intervento dell’economista Claudio Borghi), ma l’alleanza con Forza Italia e il conseguente smorzarsi dei toni rispetto l’intransigenza di pochi anni fa non fanno ben sperare.

E la proposta dei minibot, in cosa consiste ?


Ce lo spiega il loro ideatore, il responsabile economico della Lega Nord Claudio Borghi, in questa serie di messaggi twitter.

Si tratta di titoli di stato di piccolo taglio e senza interesse, di aspetto del tutto simile a banconote da 5 a 100 Euro, che lo stato italiano dovrebbe mettere in circolazione per pagare tutti i debiti della pubblica amministrazione, a partire dai 70 miliardi verso le imprese, per poi proseguire con il pagamento di crediti di imposta e dei risarcimenti ai risparmiatori azzerati.

Nell’idea di Borghi in più questi minibot dovrebbero essere utilizzabili per ogni transazione, compreso il pagamento delle imposte.

Si tratta evidentemente di una strategia (alquanto confusionaria) per tentare di mettere d’accordo le posizioni della Lega circa il ritorno alla sovranità monetaria con quelle di Silvio Berlusconi, che propone l’introduzione di una doppia moneta ma non di uscire dall’euro.

La soluzione sopra descritta è problematica per vari motivi.

Innanzitutto si tratta pur sempre di titoli, cioè di strumenti finanziari che è possibile acquistare e scambiare, ma non accreditare direttamente in conti correnti come la moneta a corso legale. A fronte di un determinato ammontare di minibot in valore nominale, il settore privato dovrà pertanto essere in possesso di un pari ammontare di euro già in circolazione, per cui alla fine non si fa altro che scambiare riserve con titoli addirittura a zero interesse, quindi zero di guadagno al netto.

In quanto strumenti finanziari di debito c’è poi il problema delle regole fiscali dell’eurozona, quali il limite del deficit al 3% del PIL e il Fiscal Compact, in base al quale il deficit strutturale dovrebbe essere addirittura pari allo 0% del PIL (pareggio di bilancio), per poi proseguire con la riduzione del debito pubblico al 60% del PIL.

Chiaro che pensare quindi di emettere nuovi debiti di stato per un ammontare pari alle banconote in euro in circolazione (pari a circa 100 miliardi) sarebbe del tutto improponibile, a meno che, come tra l’altro ribadito più volte da Borghi e da Salvini, non si decida di fregarsene delle regole europee, ma a quel punto tanto vale tornare alla moneta sovrana e lasciare stare questo strumento farraginoso ed inutile.

Se nelle intenzioni di Borghi comunque questo può equivalere ad emettere una nuova banconota (denominata in euro ma che non è euro – confusione totale) per poter eseguire anche le transazioni e pagare le tasse, questo tuttavia non potrebbe essere accettato dalle istituzioni europee. In base al Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea infatti, all’Articolo 128 si specifica che 
“La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione”.
Poi a quel punto si potrebbe dire “eh ma allora se non accettano usciamo”…appunto, il problema sono però gli alleati con i quali si è accettato di scendere a compromessi per andare al governo.

venerdì 24 novembre 2017

BORGHI AQUILINI E IL TIC ANTICOMUNISTA di Sandokan

[ 24 novembre 2017 ]

Ieri abbiamo immediatamente segnalato (DI MAIO A MACRON: "TRANQUILLI, NON SIAMO UNA MINACCIA") la patetica più che vergognosa lettera che Di Maio ha inviato al presidente francese Macron. 
Manifestazione lampante di servilismo per cui, in un Paese a sovranità limitata come il nostro, chiunque si candidi al governo, è tenuto a fare il giro delle sette chiese per tranquillizzare i poteri forti. Ci manca solo che Di Maio, dopo essere stato negli Stati Uniti, si rechi in pellegrinaggio in Israele (ve lo ricordate Gianfranco Fini?)

Sulla stessa vicenda Di Maio-Macron ha lanciato ieri i suoi strali Claudio Borghi Aquilini usando Twitter. La qual cosa, per inciso, va a suo merito.

Quel che vogliamo far notare è la maniera con cui lo ha fatto.

Ha ripreso (vedi più sotto) la grafica del sito di Beppe Grillo dove veniva riportata la lettera di Di Maio facendoci una piccola aggiunta grafica: ha messo la bandiera europea con al centro la falce ed il martello.
Normalmente, anche a causa della supremazia tedesca dentro questo Unione europea, dalla tragedia greca in poi, in tante piazze si sono viste le bandiere della Ue con la svastica al centro, a ricordo di quanto sia accaduto ai popoli europei sotto il giogo dell'imperialismo tedesco.


Che Borghi Aquilini abbia invece utilizzato lo stemma della falce con il martello la dice lunga, oltre alla sua ignoranza storica —dovrebbe sapere il Borghi, che in seno al Comecon, l'URSS lungi dal depredare gli altri paesi, per tenere in piedi la baracca, risultava il depredato, quindi nessun paragone con la Ue è possibile— sul suo animo sordidamente anticomunista.

La cosa non ci sorprende, dovrebbe far riflettere però tanti amici che di Borghi Aquilini continuano a nutrire immeritata stima in quanto considerato paladino della lotta contro l'euro.
Il Borghi critica poi i Cinque Stelle perché hanno abbandonato del tutto la battaglia contro la moneta unica. 

Da che pulpito! 

Il suo Salvini e la sua Lega Nord, da mesi, da dopo la sconfitta della Le Pen, non dicono più una parola sulla necessità del ritorno alla sovranità monetaria. E non a caso sono alleati di Berlusconi, che da mesi si vanta di essere, in quanto facente parte dello stesso partito della Merkel (il Partito popolare europeo), "orgogliosamente europeista".

Lo stesso Borghi si è ben presto sdraiato sulla nuova linea salviniana, dicendo — ascoltate attentamente quel che disse in un incontro svoltosi a Roma il 18 ottobre scorso— che "non bisogna fissarsi sull'uscita dall'euro", che una volta al governo "si farà quel che si può", che non l'uscita dall'euro ci vuole, bensì "l'emissione di mini bot da parte del tesoro".

Borghi che critica Di Maio, ovvero il bue che dice cornuto all'asino....

venerdì 27 ottobre 2017

CLAUDIO BORGHI AQUILINI: C'ERA UNA VOLTA L'USCITA DALL'EURO ...

[ 27 ottobre 2017 ]

Sabato scorso, a Roma, si è svolto un convegno dal titolo "L'Interesse nazionale", promosso da Riscossa Italia, Indipendenza e Costituzione e Risorgimento Socialista.
Tra gli ospiti di spicco Claudio Borghi Aquilini, esponente della Lega Nord, molto vicino a Matteo Salvini, compagno di strada di Alberto Bagnai, ammirato da diversi amici a vario titolo sovranisti.

Ebbene, consigliamo vivamente i sovranisti-menopeggisti-votiamo-per-salvini ad ascoltare quanto dice il Borghi Aquilini. Borghi è un milanese, e come milanese, si sa, è pragmatico, anche troppo per quanto ci riguarda. 
Che dice Borghi? Dice in buona sostanza: "lo so che con Berlusconi non si esce dall'euro, ma non ci resta che votare Lega Nord e, dal governo, sperare nell'adozione di qualche palliativo, tipo l'emissione di Bot da parte del ministero del Tesoro", ovvero una sotto-specie di moneta complementare.
Che ne caviamo? Che la batosta della Le Pen in Francia ha spinto la destra no-euro a fare una marcia indietro strategica; che correre dietro alla Lega, è non solo inutile, ma porta alla morte certa del sovranismo costituzionale.
Per cui? Per cui a maggior ragione, vogliamo o no dare ai cittadini la possibilità di trovare sulla scheda un soggetto che affermi in modo netto che l'uscita dall'euro, per quanto non sufficiente, è un passo assolutamente necessario?
I sovranisti battano un colpo. 


mercoledì 25 marzo 2015

NOTIZIA ESPLOSIVA: LA TOSCANA ESCE DALL'EURO

[ 25 marzo ]

In vista delle prossime elezioni regionali molti giochi sono ancora aperti. Ad esempio sono ancora in corso i negoziati tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi per decidere dell'alleanza tra Lega Nord e Forza Italia.
Una cosa è certa riguardo al contenuto dei negoziati, ovvero che essi non hanno alcun contenuto. Di candidati, seggi ed eventuali poltrone da spartire si tratta.

Salvini sembra non essere disposto a cedere su un candidato leghista alla Presidenza della regione Toscana. Si tratta di Claudio Borghi Aquilini, il quale anche lui ha ribadito "porte aperte a Forza Italia" —meglio al ballottaggio (aspetta e spera che ci arrivi!), visto che in Toscana c'è il doppio turno.

C'è una notizia esplosiva!

Borghi Aquilini ha annunciato che in caso di vittoria proporrà ad Alberto Bagnai, "il più grande economista d'Italia", [vedi più sotto] , di diventare assessore all'economia della regione:
«Riuscire a risollevare le finanze della sua regione natia sarebbe per lui una sfida interessante, e farebbe vedere a tutta Italia come si fa». 
Il panico serpeggia non solo a Roma, ma a Bruxelles nonché ai piani alti del palazzo della Bce a Francoforte. Secondo indiscrezioni ricavate da fonti molto attendibili, Alberto Bagnai e Borghi Aquilini avrebbero in seebo un piano segreto. Essi sarebbero decisi, in caso di vittoria, a ripristinare il Granducato di Toscana, abbandonare l'eurozona e risuscitare il fiorino. 

Contatti riservati sarebbero in corso tra Bagnai e Varoufakys. Quest'ultimo, dimenticando gli insulti ricevuti dal professore di Pescara, avrebbe assicurato che nel caso la Toscana facesse da apripista, Atene la seguirebbe a ruota tornando alla dracma.

giovedì 3 aprile 2014

FASSINA LA SA LUNGA MA... di Rodolfo Monacelli

3 aprile. MILANO: EURISTI E ANTIEURISTI A CONFRONTO.

Giovedì 27 marzo, a Milano, presso la Cattolica di Milano, si è svolto un incontro intitolato “Euro: quali scenari per il futuro?”, [nella foto] con la presenza del Professor Claudio Borghi (docente di Economia degli intermediari finanziari presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), dell’On. Stefano Fassina (parlamentare del Partito Democratico ed ex viceministro dell’economia e delle finanze), del Dott. Diego Fusaro (ricercatore di Storia della Filosofia presso l’Università Vita – Salute San Raffaele di Milano) e del Professor Giacomo Vaciago (docente di Economia Monetaria presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano).

L’incontro è stato estremamente interessante, non soltanto per i temi trattati e per le posizioni dei vari relatori, più o meno conosciute, ma per meglio comprendere come le forze euriste ed antieuriste si stiano schierando in campo.

I temi trattati durante l’incontro sono quelli di cui chi ci legge ha sentito e letto da anni: le cause della crisi dell’eurozona, la crisi dei debiti sovrani, gli squilibri delle bilance commerciali, le politiche di austerità e di svalutazione interna, il ruolo della moneta unica nelle politiche europee.

In questo articolo, come abbiamo anticipato, cercheremo di individuare non tanto le soluzioni economiche alla crisi, ma come il campo eurista ed antieurista si sta muovendo.

Per fare questo inizieremo proprio dal più “piddino” di tutti, il professor Giacomo Vaciago, di cui Alberto Bagnai ci aveva parlato tempo fa. Risparmieremo ai nostri lettori, pazienti ma anche deboli di stomaco, i soliti luogocomunismi: “le cariole”, “l’invasione delle cavallette”, “uscendo dall’euro torniamo al baratto”, “la guerra”. Ci vorremmo, invece, soffermare sugli elementi più interessanti. E quali sono questi elementi interessanti? Che anche un eurista duro e puro come il professorVaciago è costretto ormai ad ammettere alcune “criticità” della moneta unica:

- l’euro non era e non è il paradiso terrestre
- l’austerità, che intende salvare i debitori e non i creditori, è stata sbagliata
- soltanto il settore manufatturiero ha beneficiato dell’euro
- l’euro non è una moneta unica perché le economie europee non sono unificate

Come i nostri lettori certamente sapranno anche in questa lettura critica del Professor Vaciago ci sono delle “lievi imprecisioni”. Una su tutte non comprendere come l’austerità non è stata una scelta sbagliata, ma necessaria in regime di moneta unica. Gli squilibri che rendono necessaria l’austerità sono infatti squilibri determinati dai rapporti di debito e credito estero, che si possono risolvere soltanto rimettendo a posto il saldo delle partite correnti, cioè riducendo il debito estero dei paesi del sud. Di conseguenza, con l’euro (che ha il cambio fisso) l’unica possibilità per ridurre l’indebitamento estero di un paese del sud è quella di un taglio del reddito dei lavoratori. Certo, l’alternativa sarebbe quella di chiedere al resto del mondo di crescere il triplo per poter esportare di più. Ma ci sembra altamente improbabile.

Come avevamo promesso questo articolo, però, non tratterà di argomenti tecnico-economici, quindi ci fermiamo qui e ribadiamo l’elemento importante dell’intervento del professor Vaciago. Nonostante le sue “lievi imprecisioni” e la sua fede eurista, si comincia a dire che l’euro non è “il paradiso terrestre”.

Passiamo ora all’intervento dell’On. Stefano Fassina. Anche in questo caso l’ex responsabile economico del Partito Democratico e sottosegretario al ministero dell’economia del governo Letta afferma che “La ricetta economica che abbiamo seguito anche in Italia non ha funzionato e non funziona”. Ammette inoltre che “Era noto a tutti che l’Eurozona non sarebbe mai stata un’Area Valutaria Ottimale”.

Dunque, ci chiediamo, come mai il partito dell’On. Fassina si è fatto promotore di un progetto destinato al fallimento? L’On.Fassina lo ammette candidamente: “L’Euro non è stata una scelta economica, ma politica, perché la dimensione nazionale era una condanna alla marginalità”.

Tralasciando la stupidaggine della “marginalità della dimensione nazionale” l’On. Fassina confessa, dunque, ciò che noi “populisti antieuropeisti” abbiamo sempre affermato: il progetto europeista è stato un progetto autoritario, che nulla aveva a che fare con l’Europa dei popoli né con la razionalità economica, per la concentrazione dei capitali in un momento di crisi del vecchio modello capitalistico. Sorprende, e un po’ sconcerta, che il promotore di questo progetto sia stato però un partito che ancora si definisce di “sinistra” e che ha avuto come unico effetto quello della svalutazione dei salari.

Di fronte a queste affermazioni di esponenti della sinistra politica e universitaria è arrivato l’intervento del Professor Claudio Borghi (di cui si vocifera una candidatura per la Lega Nord alle prossime elezioni europee) che, paradossalmente, a un certo punto, è sembrata la voce più di “sinistra” in quel consesso. Attenzione però: Borghi non ha detto nulla di rivoluzionario o di sovversivo, ma soltanto ciò che è sotto gli occhi di tutti, evidenziando come i cambi valutari non sono un accidente della storia, ma lo strumento per avere le diverse economie in armonia. Inoltre, ha aggiunto, l’idea che tutti i paesi dovrebbero essere eccellenti è “produttivi”, non solo è sbagliata ma è anche una mentalità “imperialistica”. Non solo perché la “produttività tedesca” è derivata da deflazione salariale e da un aumento della spesa pubblica (a causa della riforma del lavoro Hartz), ma anche perché non è possibile far sì che tutti i paesi che adottano l’euro si trasformino in delle piccole “Germanie”.

Tutto condivisibile? Non proprio. Nell’analisi di Borghi, infatti, oltre la giusta e condivisibile critica della moneta unica e del cambio fisso manca quella nei confronti del mercato unico e degli strumenti di difesa dei lavoratori in un’eventuale uscita dall’euro (controllo sui movimenti di capitali, indicizzazione dei salari, eccetera). Ma per dire questo sarebbe necessaria una “sinistra”.

Vi è stato, infine, l’intervento di Diego Fusaro che, più di tutti, non limitandosi a un’analisi economicistica, ha compreso come la dittatura dell’euro sia parte di una più complessiva dittatura capitalistica, che egli ha definito “Globalitarismo”: un nuovo paradigma totalitario in cui tutto diventa merce e in cui, sciolto da ogni vincolo, vige il monoteismo del mercatocapitalistico. Per questo l’unica via d’uscita è la sovranità nazionale, il ritorno allo Stato Nazione: l’unico luogo in cui la politica riesce a disciplinare l’economia.

Tutto giusto e condivisibile. Proprio per questo non si può, però, ritenere l’uscita dall’euro (e dall’Unione Europea) “apolitica” e non considerare i rischi di un’uscita “gattopardesca” dalla crisi. In altre parole non si può non considerare il rischio che le classi dominanti decidano di “cambiare tutto senza cambiare nulla”: uscire dalla moneta unica senza mettere in discussione il mercato unico, la Globalizzazione, il monoteismo del mercato e della forma merce, il modello mercantilista, la dittatura capitalistica.

Per questo è necessaria la costituzione di una “Sinistra Noeuro” che possa farci uscire dalla crisi dell’euro difendendo i lavoratori e mettendo in campo un'alternativa al mercato unico, all’ideologia liberoscambista e liberista di questi anni, mettendo in primo piano gli interessi del lavoro e dando una nuova centralità all’intervento pubblico nell’economia.

La sinistra, compresa quella a parole antisistema, lo capirà o continuerà a porsi come ormai unico difensore del totemeurista?

martedì 13 agosto 2013

ASIMMETRIE di Moreno Pasquinelli

14 agosto. Tanto tuonò che piovve. 
Alberto Bagnai ci informa che ha costituito, assieme all’ormai inseparabile compagno Claudio Borghi Aquilini, un’associazione, anzi un pensatoio, ovvero un think tank. Il nome è un programma: a/simmetrie. Quali siano queste asimmetrie è presto detto: quella debito-credito, quelle monetarie, quelle normative sancite dalle politiche economiche, quelle tra Nord e Sud, infine quella tra i fattori K e L —decodificando gli "scenziati": capitale e lavoro.


Dio ce ne scampi, quindi, dalle marxiane “contraddizioni” intrinseche al modo capitalistico di produzione, tra K e L tanto per dire, o anche indagare, alla maniera di Keynes, se per caso, alla base delle crisi generali non vi siano appunto cause congenite al modus essendi del capitalismo. 
Per il Nostro, il capitale è imperituro, sarebbe anzi il migliore dei sistemi possibili, basta risolvere le asimmetrie dettate da cattive direttive dei policy makers. I titolo del manifesto del think tank è strabiliante: “Per un’economia simmetrica”. Leggi: per un sistema in cui gli interessi di capitalisti e lavoratori salariati coincidano; in cui domanda e offerta, produzione e consumo, s’incontrino beati; in cui i diversi capitali invece di scannarsi a vicenda a caccia del massimo profitto vadano d’amore e d’accordo; in cui i diversi Stati e Potenze geopolitiche stabiliscano tra loro la kantiana una pace perpetua.


Niente di nuovo sotto il cielo

Ogni volta che il capitale, dopo un periodo d’espansione, entra nella crisi generale, ci sono sempre dei consulenti in cerca d’autore i quali propongono ricette per tornare all’epoca d’oro. Essi colgono che lo sciame sismico precede scosse sempre più devastanti, ma invece di chiedersi se l’edificio potrà evitare il crollo, si ingegnano a suggerire come diversamente disporre gli spazi e gli arredi. Non capendo la differenza tra crisi ciclica e crisi generale, ovvero scambiando la seconda per la prima, questi luogotenenti del capitale vedono solo asimmetrie, squilibri, sproporzioni; e quindi pensano di curare il malato con dei pannicelli caldi. Non c’è bisogno di scomodare Marx, basta interrogare la Storia, per capire che dopo ogni grande fase di avanzata economica, dopo che il capitale ha spinto al massimo il suo grado di accumulazione, gettato al limite estremo forze produttive e valorizzazione, quindi espugnato ogni più remoto anfratto del mercato; segue la fase della distruzione di capitali e forze produttive, tanto più ampia e devastante quanto era stata la fase espansiva.


Quando il sistema entra fasi come queste, il conflitto prende il posto della pace. Parliamo anzitutto dell’acutizzazione della lotta di classe tra lavoro salariato e capitale, come pure della concorrenza tra capitali che diventa lotta senza esclusione di colpi. Quali che siano i tentativi dei pontefici della giustizia che riconcilia, il capitale (di cui i singoli capitalisti non sono che meri funzionari) può sperare di non soccombere, di non essere sopraffatto, solo schiacciando la massa dei lavoratori salariati. Noi siamo solo ai primi vagiti di cambiamenti epocali, il cui esito sarà stabilito da guerre e rivoluzioni. Alcuni paesi emergeranno più potenti di prima, altri andranno in rovina. Questi ultimi, tra cui il nostro, avranno due sole possibilità, o assoggettarsi come semicolonie ai vincitori o ribellarsi. E questa ribellione potrà percorre due e solo due strade: o quella dello sganciamento socialista dalla gabbia della globalizzazione,  o quella della reazione fascista.


I consiglieri di Sua Maestà…
Claudio Borghi


Bagnasconi farà spallucce rispetto a queste analisi da “marxisti dell’Illinois”. Con spocchia tutta borghesuccia e pariolina sghignazza quando sente dire che senza un risveglio, anzi una sollevazione popolare non c’è uscita da questo marasma se non sprofondare nell’abisso. Da parte nostra ci scompisciamo dal ridere osservando quest’ultima sua mossa.


Non manca al think tank di coppia l’autostima:

«A me il quadro sembra abbastanza chiaro: nella competizione contro il sistema che ci sta stritolando, i cavalli vincenti sono due, e li conoscete: Claudio e un altro. Ora si sono associati. Sta a voi puntare sui cavalli vincenti». [Alberto Bagnai, Due anniversari e una nascita, 11 agosto 2013]

Visto ciò che questi due han capito della crisi e del sistema che dicono dicono di combattere, viene spontanea l’immagine pittoresca di Don Chisciotte e Sancio Panza, i cavalieri delle cause perse. Macché! Mica sono così fessi. Il compito che si assegnano è ben più meschino, quello di suggerire ai politici dominanti cosa essi dovrebbero fare invece di quel che fanno —si capisce dunque perché la coppia se la prenda tanto contro quelli che giustamente vogliono mandarli tutti a casa.
Sentiamo:

Noi vogliamo «…aiutare i politici a capire i problemi e a gestire le loro paure, io e Claudio lo stiamo facendo, e direi anche con dei risultati, a giudicare dal moltiplicarsi degli attacchi cui siamo sottoposti». [Ibidem]

Al servizio di quali politici esattamente essi si metteranno? La risposta,
pelosa ma inequivoca ce la da lo stesso Bagnasconi: di Forza Italia 2.0. Così quelli che settimane addietro ci avevan detto, "forse esagerate con queste critiche a Bagnai", avranno modo di ricredersi.

Il Nostro continua:

«Qualche politico (praticamente tutti tranne quelli che vi sareste aspettati voi) una interlocuzione l’ha cercata, e il risultato qual è? Sempre il solito. Voi non ci crederete (o forse sì), ma molti ormai capiscono perfettamente quale sia la natura del problema, e cosa ci sia da fare. Ma hanno due problemi. Il primo è quello di poter affrontare certi temi senza esser presi per matti. Il secondo, parzialmente sovrapposto, è quello di poter dire la verità senza perdere elettori. Hanno bisogno, i politici, di qualcuno che riesca a riportare nel dibattito le scelte vere, fondamentali, quelle che riguardano la nostra appartenenza a questa Europa, il nostro ruolo e la nostra autonomia decisionale. E hanno bisogno di qualcuno che fornisca loro le parole e gli argomenti per gestire le paure degli elettori, quelle paure che loro stessi in trent’anni di propaganda dissennata, ma non sempre dolosa, hanno contribuito a rafforzare, e che dopo essere state per loro strumento di potere, rischiano di diventare adesso strumento della loro caduta. (…)

Incidiamo nel dibattito

E questo lavoro, il lavoro di riportare nel dibattito politico i temi veri, il lavoro di aiutare i politici a capire i problemi e a gestire le loro paure, io e Claudio Borghi lo stiamo facendo, e direi anche con dei risultati, a giudicare dal moltiplicarsi degli attacchi cui siamo sottoposti». [Ibidem]
Metti una sera a cena…


Che questo fosse l’approdo di Bagnai, chi scrive, l’aveva capito la sera del 6 dicembre 2012. Eravamo a cena col Nostro in quel di Perugia, dopo un incontro molto partecipato che doveva avere l’euro al centro e che invece trasformò in uno sconclusionato racconto autobiografico.  Erano i giorni che precedettero il ritiro della fiducia dei beluscones al governo Monti. Bagnasconi ci informò di almeno due incontri intimi avuti con Crosetto e altri del Pdl (non ci volle dire i nomi). Il Nostro, visti i berlusconidi disposti a mettere in discussione la moneta unica, buttò lì una battuta: «E’ giunto il momento di siglare un nuovo Patto Ribbentrop-Molotov».


A scanso di equivoci: c’erano almeno sette testimoni. Del resto, in più di un'occasione, lo stesso Berlusconi aveva  tuonato contro l'euro, sostenendo che l'uscita dell'Italia "non era una bestemmia".



Il Bagnasconi, dopo un transito tra quelli che chiama “gli sfigati di sinistra” —è già! Che fummo proprio noi a sdoganarlo, col Convegno di Chianciano Terme dell’Ottobre 2011— stava appena allora facendo il salto della quaglia, mettendo il suo smisurato ego al servizio dei settori forse più putridi della classe dominante.


Da sinistra: Bagnai, Badiale, D'Andrea, Cesaratto e Screpanti Chianciano Terme 22-23 ottobre 2011





Doveva tuttavia accreditarsi, dissociarsi, pentirsi, redimersi dalla sue intemperanze e posizioni anti-euriste e anti-sistemiche. Lo fece di lì a pochi giorni, sottoscrivendo il Manifesto di solidarietà europea —degno di nota che il primo atto pubblico del think tank (Roma 23 settembre) sia proprio la presentazione di questo Manifesto.


Ricordate? Con sorprendente nonchalance il Nostro passò dall’uscita dell’Italia dall’euro a quella della Germania. Non stupisce quindi di che razza fossero i suoi infidi compagni di merende, e che egli rendesse pubblico quel Manifesto con quattro mesi di ritardo, guarda caso solo dopo che noi denunciammo l’imbroglio.


Vennero quindi le elezioni anticipate. Bagnasconi, traboccante di disprezzo rancoroso verso tutto ciò che puzzava di sinistra, non ebbe il coraggio di confessare le sue intime simpatie per il Berlusca. Si tolse d’impaccio andando Oltralpe. Sintomatico però che fece fuoco e fiamme contro il Grillo e il Movimento 5 Stelle. Non solo smentiva categoricamente di essere il candidato premier di M5S, che francamente sarebbe stato un punto d’onore ma ne prese brutalmente le distanze. Pagava così pegno ai suoi nuovi committenti: niente a che fare con un movimento d’opposizione che faceva dell’antiberlusconismo una bandiera.


Il comitato scientifico
Paolo Savona


Non ci si venga a dire che la condanna senza appello di M5S era causata dalla posizione di Grillo sul debito pubblico e la necessità di ripudiarlo. A parte che su questo punto Bagnasconi afferma un sacco di cazzate, il Nostro non ha principi, solo sesquipedali ambizioni. E chi ha ambizioni smisurate ha nel suo Dna il vendersi al miglior offerente. Chi lo segue in buona fede, e non l’ha ancora capito, ci lascerà le penne. 
Come ha già fatto notare Fiorenzo Fraioli, se Bagnasconi considerasse la sua posizione per cui il debito pubblico non fa problema non potrebbe fregiarsi di avere nel Comitato scientifico del suo think tank un pezzo da novanta come Paolo Savona (per la cronaca ex-ministro del governo Ciampi nel 1993-94). Uno che del debito pubblico fa, e come, la questione delle questioni, e che è autore del cosiddetto Piano shock per abbassare il debito di 400 miliardi tagliando la spesa pubblica, privatizzando il privatizzabile e mettendo a garanzie ogni sorta di bene pubblico. Il Paolo savona che è stato il vero suggeritore del “piano taglia-debito” che Brunetta e il Pdl hanno sottoposto al governo Letta non più tardi di un mese fa.


Se Bagnasconi avesse dei principi non avrebbe accettato che del Comitato scientifico facesse parte un liberista del calibro di Giorgio La Malfa, il saltimbanco scilipotiano, già Ministro del governo Berlusconi nel 2005-2006, eletto prima nelle liste di Forza Italia (2006) poi in quelle del Pdl nel 2008.


Giorgio La Malfa


Paolo Savona, Giorgio La Malfa, Claudio Borghi Aquilini: più che scienziati tre biglietti d’ingresso nel sottobosco berlusconiano.


Nel Comitato scientifico anche l’economista Giuseppe Travaglini che non più tardi del 7 giugno scorso sottolineava, proprio in faccia al Nostro, che l’euro non è stato la causa del declino economico italiano, che questo declino ha invece origini lontane (negli anni ’70) e strutturali, attiene al crollo degli investimenti e al calo progressivo di produttività, con la globalizzazione che ha accresciuto il gap rispetto agli altri paesi.


Nel Comitato troviamo infine Vladimiro Giacché, che non perora la fine della moneta unica, ritenendo, da marxista ortodosso quale egli si considera, che la crisi monetaria sia solo un epifenomeno, poiché è crisi classica di sovrapproduzione, ovvero causata dalla caduta tendenziale del saggio di profitto —non era questo, Professor Bagnai, il miserabile stigma dei palteliminti o dei  “marxisti dell’Illinois”.


Cosa ci facciano Giacchè e Travaglini,due che certo non accetteranno mai di vendersi al puttaniere di Arcore, nel Comitato scientifico di un think tank che si presenta come veicolo delle torbide ambizioni politiche di Bagnai e Borghi, a noi francamente sfugge.


Non ci sfugge invece che un simile Comitato di scientifico avrà vita breve. Esso scoppierà alla prima prova seria, che non è lontana visti i tempi che viviamo e il tintinnio di sciabole al capezzale del governo Letta.


A/simmetrie è dunque un nome davvero azzeccato per questa neonata associazione, un vero autoritratto, nel senso che date le idee economiche e posizioni politiche, mai asimmetria fu più spettacolare.


Qualcuno, a questo punto, potrebbe ricordarci quanto scritto nel poema epico indiano, il Mahabharata, secondo cui «L’uomo giusto si addolora nel biasimare gli errori altrui, il malvagio invece ne gode».


Bella massima morale. Ma qui la questione è duplice, politica anzitutto e poi scientifica e per entrambi gli aspetti la regola a cui ci atteniamo è quella per cui occorre dire la verità, che è sempre rivoluzionaria.

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