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martedì 4 dicembre 2018

SPAGNA/VOX: FINE DI UN'ILLUSIONE (corrispondenza da Madrid)

[ 4 dicembre 2018 ]

Si sono svolte domenica le elezioni in Andalusia. 
Un grande terremoto. 
Un' ecatombe per il PSOE (ciò che pone fine in Andalusia, dopo 36 anni, al governo dei socialisti) ma pure per il Partito popolare. 

Sembra dunque al definitivo tramonto il bipolarismo che ha segnato la vita politica spagnola dopo la caduta del regime franchista. 

Ma dove sono andati questi voti? A destra, ovvero ai liberisti di Ciudadanos e, questo il dato eclatante, a VOX —partito di matrice franchista, cattolico nazionalista, nato solo quattro anni fa. 

Lunedì mattina la Spagna, che si illudeva di essere immune dalla generale tendenza europea che vede avanzare le destre nazional-populiste e xenofobe, si è svegliata quindi omologa. Un'ondata di panico ha afferrato non solo l'élite ma anzitutto la sinistra che ha iniziato a gridare al "pericolo fascista". Una sinistra, intendiamo anzitutto quella di Unidos Podemos, che esce anch'essa sconfitta dalle urne.

Adelante Andalusia, la coalizione tra Podemos e Izquierda Unida ha ottenuto molti meno voti e meno seggi di quando, quattro anni fa, si erano presentati separati [vedi tabella sotto].

In poche parole la sinistra radicale spagnola non ha saputo intercettare la generale ondata elettorale di protesta. Molti elettori tradizionali di sinistra si sono astenuti — c'è stata la più alta astensione elettorale di sempre, visto che han votato il 59% degli elettori.

Non c'è dubbio che il voto andaluso avrà serie e profonde ripercussioni sul quadro politico nazionale, ma le avrà, appunto, anche nel mondo della sinistra (anzitutto su Podemos e Izquierda Unida) che dovrà interrogarsi sui gravi errori compiuti. 
Tra questi tre in particolare: il suo infantile europeismo (si può dire che quella spagnola è, tra le sinistra europee, la più europeista), la sua fede cosmopolitica, quindi il mito della società meticcia con tanto di apologia delle migrazioni. Tre patologie che mischiate alla sua supponenza intellettuale l'hanno condotta non solo a sottovalutare ma a disprezzare frontalmente non solo il risorgente nazionalismo spagnolo —rinfocolato a causa della vicenda catalana e di cui l'avanzata di VOX è frutto— ma quanto in seno al popolo, anzitutto dei suoi settori più deboli, di contro alla devastazione sociale indotta dalla globalizzazione, venisse crescendo il bisogno di protezione e sicurezza statale.

Per capire quanto sia stato contundente il voto andaluso basta confrontare i risultati finali con i sondaggi che circolavano [vedi tabella], che mentre davano Adelante Andalusia in ascesa registravano un misero risultato per VOX, che invece ha ottenuto un rotondo 12%, con punte del 20 o del 30% in alcune zone (come ad Almeria proprio dove abbiamo un più alto tasso di immigrati). 

Torneremo sul movimento VOX per capire cosa sia, segnaliamo non solo il suo dichiarato nazionalismo spagnolista e il suo radicale anti-immigrazionismo, la sua islamofobia, ma la sua difesa di valori cattolici tradizionalisti per quanto attiene alla famiglia, quindi la sua opposizione al femminismo e alle teorie gender.

lunedì 21 maggio 2018

MA STIAMO SCHERZANDO? di Militant

[ 21 maggio 2018 ]

A sinistra (dal Pd ai centri sociali) è tutto un coro di insulti, spocchia e disprezzo per il nascente governo giallo-verde. 
Una volta si chiamava "collateralismo" — ovviamente ai poteri forti.
Pochissime le eccezioni. Una di questa è quella del gruppo MILITANT, che quindi vale la pena segnalare.
Intanto le élite eurocratiche non perdono occasione per far capire che al primo "inciampo" proveranno a rovesciare ("ce lo chiede l'Europa"), il governo dei "populisti". 
Le ragioni, a nome di chi comanda davvero, ce le spiega bene Federico Fubini sul Corriere della Sera di oggi. 
Riferendosi alle misure contenute nel "contratto M5s-Lega il Nostro scrive:
«Queste politiche hanno fallito ovunque e a pagare il prezzo sono sempre stati i più deboli, ma il punto è un altro: il programma di 5 Stelle e Lega ha almeno il merito di chiarire agli italiani quale sia la posta in gioco. Parla di produttività solo in relazione agli uffici giudiziari; parla di mercato solo in negativo, come fattore da limitare, depotenziare e controllare. Non parla di nuove tecnologie. Parla invece di un ruolo attivo e diretto del governo nel sistema finanziario, attraverso una propria banca e anche attraverso il Monte dei Paschi. È una visione interventista, corporativa, protezionista e paternalista di un Paese avanzato e complesso. È la visione del «sovranismo», di chi pensa di poter gestire da solo le proprie cose senza doverle condividere con nessun altro. E può piacere o no, ma non sembra compatibile con le istituzioni dell’Unione Europea che invece sono basate sul controllo della finanza pubblica, un mercato regolato ma aperto, una società aperta, una sovranità condivisa con altri 26 Paesi e una moneta condivisa con altri 18 per far fronte alle pressioni della Cina, degli Stati Uniti o della Russia».

*  *  *  


Populismo di governo 
non significa europeismo d’opposizione



Potremmo avere davvero un governo “populista”. Non ci crediamo, troppi i vincoli che gravano sul presunto accordo legastellato: Berlusconi, l’Europa, i “mercati”, nonché prospettive strategiche differenti tra i due partiti contraenti. Eppure la crisi della rappresentanza liberale potrebbe portare addirittura al governo “dei barbari”, come li ha definiti il Financial Times. Tutto è ancora da vedere insomma. Due cose però sembrano sicure oltre ogni ragionevole dubbio: la prima, che tale governo non solo sarà destinato al fallimento, ma riporterà in vita i partiti della stabilità liberale una volta accertata l’assenza di vera alternativa allo status quo euro-liberista; la seconda, che la “sinistra” – tutta – per l’ennesima volta confonderà i termini della sua opposizione all’esperimento “populista”. Il governo ancora non c’è, in compenso abbondano le prove a sostegno del malinconico ruolo della “sinistra” a sostegno del più perfido ruolo ancillare della globalizzazione europeista. L’opposizione al governo “populista” sta già montando (rigorosamente sui social network, unico presidio antagonista del paese) nella direzione opposta al sentimento che ha portato Lega e M5S, insieme, al 50% dei votanti del paese.

In primo luogo va però chiarito un principio di realtà a cui la suddetta “sinistra” puntualmente si sottrae rifugiandosi nell’empireo delle proprie convinzioni ideologiche: qualsiasi risultato avrà l’accrocco populista, questo non apre nessuno spazio politico a sinistra. Lo spazio politico esiste solo in concreto, mai in astratto. In astratto possiamo prefigurarci tutti gli spazi politici possibili, ad esempio oggi manca lo spazio politico del comunismo, se vogliamo. In concreto, però, tali spazi sono possibili solo se esiste materialmente nella società una domanda inevasa che attende solo un’adeguata rappresentanza politica. Oggi lo spazio che la sinistra dovrebbe occupare è già occupato dal “populismo”, e altre domande sociali, altri bisogni di rappresentanza, non esistono. Il fatto che non esistono oggi non significa che non esisteranno più. Più semplicemente, questo vuol dire che il fallimento del “populismo” non spingerà “le masse” a prendere coscienza “dei loro reali bisogni”, e via delirando. Da una parte questo produrrà ancora più rifiuto della delega politica. Dall’altra tornerà a ingrossare (parzialmente certo) le percentuali elettorali del centro liberale.

Chiarito questo, se pure delle speranze rimangono, queste non avranno alcun modo di dispiegarsi attorno alla riproposizione dell’antiberlusconismo – divenuto oggi antipopulismo – fuori tempo massimo. Già si percepiscono tragicomiche alleanze implicite della “sinistra” dal Pd (anzi da Berlusconi) all’estrema sinistra. Combattere il “populismo” in nome dell’euro-liberismo, della globalizzazione, del cosmopolitismo, del libero mercato, della “fedeltà” ai vincoli di bilancio, non farà altro che certificare la morte della sinistra tutta di fronte alla vera domanda inevasa della società italiana: l’abolizione dei vincoli liberisti sul bilancio. La diarchia pentaleghista va di certo combattuta, ma in nome della mancata fedeltà alla percezione di rottura (una percezione fallace, ma tant’è, esiste e bisogna farci i conti) che questa suscita, non in nome del pareggio di bilancio. Va combattuta spingendo il governo “populista” ad abolire la Fornero e reintrodurre l’articolo 18, non in nome dell’articolo 81 della Costituzione. Va combattuta in nome dello sforamento dei vincoli di bilancio europeisti, non in difesa di questi. Il battutismo delle élite (“dove li troveranno i soldi” sghignazzano i sagaci commentatori) è lo stesso di Renzi, e chi è amico di Renzi, del renzismo, del Pd e delle sue propaggini intellettuali alla sua “sinistra”, è nemico del popolo. Oltre il “populismo” c’è il ritorno all’ordine. L’alternativa è praticare un’opposizione che costringa il “populismo” ad essere conseguente coi sentimenti popolari che suscita. Non può farlo, altrimenti non sarebbe populismo ma concreta alternativa al sistema politico-economico dominante. Un sistema di cui la sinistra fa ahinoi parte, non solo concretamente, ma soprattutto nella percezione degli strati popolari. Una percezione rafforzata ogni giorno di più dal battutismo snob verso “il governo più di destra della storia”. Ma stiamo scherzando? Non c’è niente, oggi, più a destra dell’euro-liberismo incarnato da Monti-Letta-Renzi-Gentiloni. Credere che gli esecutori del patto liberista siano nostri involontari amici, il “menopeggio” rispetto al “sovranismo” legastellato, significa confondere la realtà materiale con le nostre aspirazioni intellettuali.


* Fonte: MILITANT

sabato 19 maggio 2018

RIVOLUZIONE ARANCIONE IN VISTA? di Sandokan

[ 19 maggio 2018 ]

Lo confesso, di economia capisco poco più di una mazza. Non saprei spiegarvi se le misure previste dal programma del governo giallo-verde hanno o  no le "necessarie coperture finanziarie". Nè sono in grado di dirvi se solo dal lato della crescita dei consumi potrà davvero aumentare il Pil. Non sono in grado nemmeno di stabilire se i poveri cristi con l'aliquota al 15% ma privati delle detrazioni ci guadagneranno o ci perderanno. Men che meno comprendo le sottigliezze metafisiche della politica monetaria, se quindi i minibot di Borghi siano o meno una moneta a tutti gli effetti.

Ma una cosa sono in grado di capirla, è sotto gli occhi di tutti. Non c'è una TV, non c'è una testata giornalistica, non c'è un esponente politico che non sia grillino o leghista, che non diano pregiudizialmente addosso al disperato tentativo di Di Maio e Salvini di formare il governo. Mi dicono che se uno da uno sguardo ai media stranieri la musica è la stessa.

Una vergogna! Uno schifo talmente rivoltante che in questi giorni mi è capitato diverse volte di cambiare canale tanta è la tracotanza di certi pennivendoli, così clamorosa e cinica la loro ostilità preventiva alla nascita del governo giallo-verde. Tutta la canea a disquisire (ma ho la sensazione che di economia e finanza questi ipocriti ci capiscono quanto ci capisco io) che le misure del "contratto" sono tutte in deficit, che non hanno né capo né coda, che con "questi dilettanti" le Borse crolleranno e il debito andrà alle stelle. Scopo di questa sfrontata campagna di propaganda è triplice: delegittimare chi ha vinto le elezioni, spaventare i cittadini, preparare il terreno ad un veloce ribaltone in Parlamento, magari accompagnato, nel caso, da una bella "rivoluzione arancione"...

Sarò un complottista ma a me pare evidente che dietro c'è un'unica regia. Di chi si tratta? Degli stessi che difendono il "pilota automatico", degli stessi che difendono senza se e senza ma l'Unione europea, che ritengono che senza "vincolo esterno" l'Italia andrebbe allo sfascio. Sono gli stessi che vorrebbero che si cedessero altre quote di sovranità.

Non ho votato né per Di Maio né per Salvini, ma l'istinto mi dice che si deve stare, fino a prova contraria, dalla loro parte. Non ho votato né Lega né M5S, ho anzi sprecato il mio voto mettendo una croce sul simbolo di Potere al Popolo. E mi sono indignato a leggere il comunicato con cui Potere al Popolo ha annunciato la sua opposizione dura al nascente — salvo Mattarella non si inventi qualcosa — governo giallo-verde. I distinguo non dissipano la sensazione che gran parte della "sinistra radicale", dietro ad una formale posizione di equidistanza "rivoluzionaria" abbia già deciso da che parte stare, da quella dell'establishment.

Nella "sinistra radicale" la si pensa in sostanza proprio come l'élite antipopolari, cioè che "se non è fascista il populismo di Salvini e Di Maio spiana la strada al fascismo". Non capirò l'economia ma la storia la conosco bene e una cosa del fascismo la so con certezza: i fascisti non possono salire al potere senza l'appoggio diretto dei poteri forti, delle grandi oligarchie capitaliste e degli apparati statuali della grande borghesia. Oggi abbiamo il caso contrario: le oligarchie italiane ed euro-tedesche temono come la peste un governo giallo-verde."Qualcosina" non torna. 

La dico come la penso: se c'è una minaccia fascista in Italia essa viene proprio dalle élite oligarchiche "antifasciste" che temono di perdere il potere. Guai quindi a fare con esse comunella poiché chi flirta con l'élite muore. Il 4 marzo è stato solo un antipasto... 








martedì 15 maggio 2018

IL PROBLEMA DI MAIO di Sandokan

[ 15 maggio 2018 ]

Non vi confondete. Non dico "il problema di Di Maio".
Togliete il complemento di specificazione. 
Dico proprio che Di Maio è un problema.
Un problema (leggi OSTACOLO) sulla via di un governo patriottico giallo-verde — oltre a quelli frapposti da Mattarella e dai poteri forti.
Non passerà molto tempo che sapremo cosa sta accadendo davvero nel negoziato tra leghisti e pentastellati.

La sensazione è che Di Maio, proprio lui, sia il Cavallo di Troia di lorsignori, di chi comanda davvero, della casta europeista che non vuole far entrare "i barbari" nella stanza dei bottoni.
Una sensazione avvalorata da quel che va dicendo Giulio Sapelli.

Che ha detto il Sapelli?
Ha detto, chiamato in causa dalla Lega, di aver dato la sua disponibilità a fare il Presidente del consiglio e che dopo un primo sì, è stato Di Maio a porre il veto.
C'è da credergli?
Oh sì che c'è da credergli!

E se stan così le cose, come interpretare il dietrofront di Di Maio?
In un solo modo: il capo politico di M5S ha ceduto alle pressioni della tanto vituperata "casta".

Poiché è certo che la "casta" e Mattarella non possono accettare come capo del governo un economista serio e keynesiano, noto per la sua immensa mole di libri critici del capitalismo casinò e dei meccanismi diabolici della Ue, un uomo tutto di un pezzo che avrebbe tenuto testa, in nome dell'interesse nazionale, ai vampiri di Bruxelles.
Sapelli ha poi rivelato che all'incontro di sabato sera con Salvini e lo stesso Di Maio, quest'ultimo avrebbe chiesto al Sapelli (udite! udite!): «Mi scusi, ma qual è la sua visione dell'economia?».

Abbiamo capito bene?  Che uno che pretende di fare il primo ministro non sa un'acca del pensiero di Sapelli...

Sì, uno di tal fatta può ben essere lo Tsipras italiano.
Solo un capo senza capo né coda né palle, ma con smisurata ambizione, può infatti candidarsi a tradire per trenta denari la spinta alla svolta radicale che è venuta dai suoi elettori...

lunedì 14 maggio 2018

IL BUON SENSO DELL'OPERAIO COMUNISTA

[ 14 maggio 2018 ]

Molti sinistrati, facendo il verso alle élite liberiste, evocano lo spauracchio del "governo più a destra della storia repubblicana".
Dalle parti della classe operaia, per fortuna, tira un'altra aria....





MATTARELLA-EINAUDI? PER DIO NO!

[ 14 maggio 2018 ]

Non ci sarebbe niente da aggiungere alla denuncia fatta ieri dal Mazzei contro l'atteggiamento di Mattarella. 

Non siamo in un regime presidenzialista ma in una Repubblica parlamentare e l'ultima parola sulla scelta del Consiglio dei ministri, quindi anche del suo Presidente, spetta al Parlamento.

Non avremmo nulla da aggiungere se Mattarella non avesse tirato in ballo Luigi Einaudi. Affermazioni, quelle di Mattarella, gravissime, sul piano sostanziale e formale.

Chi fosse Einaudi è noto: un liberista accanito quanto dogmatico. 
Per nome e per conto della grande borghesia divenne Vice Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro delle finanze, del tesoro e del bilancio nel IV Governo De Gasperi. Guardiano del monetarismo fu, tra il 1945 e il 1948 Governatore della Banca d'Italia. Dal 1948 al 1955 fu infine Presidente della Repubblica Italiana.
Tutte "cosette" che vanno rammentate a certi "sovranisti che adorano la Prima Repubblica senza vederne il suo carattere classista, confondendone la sostanza con quella della Costituzione.

Illuminante, per comprendere la figura di Einaudi, questo articolo di Barra Caracciolo.

Se sul piano sostanziale il riferimento a Einaudi disvela quali siano i convincimenti (liberisti) di Mattarella, su quello formale la cosa non è meno grave. La minaccia che egli si riserva la facoltà di non mandare alla camera il governo giallo-verde (nel caso Presidente del consiglio e ministri non siano di suo gradimento), si configura come un vero e proprio attentato alla Costituzione. 

Ove Mattarella ponesse in essere il suo veto, Di Maio e Salvini dovrebbero ricorrere al Parlamento, a cui spetta l'ultima parola, chiedendo la fiducia. Ove la ottenessero si aprirebbe una vera e propria ed inedita crisi istituzionale, la quale porrebbe sul tappeto la possibilità/necessità di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica.

Altrimenti, come spiega Barra Caracciolo, ove Di Maio e Salvini capitolassero al Quirinale:
«... sarebbe ratificato extra ordinem (cioè senza ricorso alla procedura di revisione costituzionale), il passaggio da un regime parlamentare a un regime presidenziale...»
Evidente che dietro a questo conflitto istituzionale v'è la questione della sovranità. Sovrano, attraverso il Parlamento, è il popolo italiano, oppure l'euro-oligarchia che ha in Mattarella il proprio paladino? 


Ps

Su questa vicenda consigliamo la lettura dell'ultimo intervento di Orizzonte48. 
Esso è importante anche perché esprime un giudizio, che condividiamo, su Giulio Sapelli [nella foto] che questa mattina sembrava il Presidente del consiglio dei ministri scelto da M5s e Lega. Mentre scriviamo questa (bella) notizia pare essere stata smentita. Si parla dello sconosciuto, anche agli addetti ai lavori, Giuseppe Conti. Di Maio e Salvini hanno già accettato il veto di Mattarella?






giovedì 10 maggio 2018

NON FATE COME TSIPRAS di Piemme

[ 10 maggio 2018 ]

Contenti per l'esito del terremoto elettorale del 4 marzo non esitammo ad invocare un governo M5S-Lega per porre fine alle politiche austeritarie di sudditanza verso l'euro-germania.

Dopo due mesi di manfrina (le cui responsabilità ricadono anche sulle spalle di Salvini e Di Maio) sembra che questo governo prenda vita. Non nasce sotto una buona stella, ma meglio così. Vedremo se Di Maio e Salvini troveranno la quadra.

Non è detto che ci riescano. Se ce la faranno vedremo quale sarà il programma, chi il Presidente del consiglio, quale la sua compagine. Solo allora si potrà dare un giudizio.
Non meniamo il can per l'aia: il banco di prova è anzitutto la politica economica. Avranno il coraggio Di Maio e Salvini di rispettare le aspettative di cambiamento venute dalle urne e di porre fine davvero alle politiche austeritarie? Detto altrimenti: andranno in rotta di collisione coi diktat dell'Unione europea?

Nello stesso comunicato del 20 marzo  scrivevamo: 
«Noi dubitiamo che queste due forze abbiano il coraggio di intraprendere questa strada. Proprio per questo vanno sfidate ad assumere il ruolo che il terremoto del 4 marzo gli ha oggettivamente assegnato».
Le pressioni affinché essi chinino il capo e tradiscano il mandato popolare, in effetti, sono enormi, e fanno tremare i polsi. Le élite oligarchiche, travolte dal voto popolare, fallito il tentativo del "governo neutrale" — definizione comica —, hanno scelto di fare buon viso a cattivo gioco. Esse considerano, giustamente, la prossima legge di bilancio, la cartina di tornasole, su questo calibreranno la loro posizione. Esse sono in agguato e, ove il governo che dovesse nascere decida di disobbedire ai dettami euristi, passeranno al sabotaggio. Non consentiranno al primo "governo populista" nell'area euro di avere successo. Il contagio sarebbe letale per i poteri forti.

Se ci sarà lotta, il governo "populista" ha una e una sola possibilità di non essere travolto: suscitare la più ampia mobilitazione popolare.

Dev'essere chiaro a tutti, nel caso ci sia lo scontro col sistema eurocratico, quale posto occuperà la sinistra patriottica: accanto al popolo per difendere il governo e spingerlo a resistere ad ogni costo.

Sapremo presto se, invece, M5S e Lega capitoleranno, se seguiranno l'esempio sciagurato di Tsipras. Questa sarebbe una vittoria dei poteri forti e una mazzata drammatica per il popolo lavoratore. Si avvererebbe la profezia che questo Paese non risorgerà senza toccare l'abisso.

venerdì 4 maggio 2018

DUE BOIATE PAZZESCHE di Leonardo Mazzei

[ 5 maggio 2018 ]


A proposito delle bufale quirinalizie — con una domanda ad Alberto Bagnai...

«Si giustifica il rinvio sine die delle elezioni con due motivazioni: che l'Italia rischierebbe altrimenti di non essere adeguatamente rappresentata al vertice europeo di fine giugno; che non si riuscirebbe a disinnescare le clausole di salvaguardia dell'IVA. Due boiate pazzesche, avrebbe detto il compianto Paolo Villaggio. Purtroppo due boiate sulle quali né Salvini né Di Maio hanno ancora detto nulla».

E' tempo di bufale. Bufale mediatiche, ma di matrice quirinalizia. La crisi politica si incancrenisce e un nuovo voto si imporrebbe, ma lorsignori temono la democrazia e vogliono guadagnare tempo. Per giustificare la manovra raccontano allora una balla dietro l'altra: che non si potrebbe votare prima dell'estate, ma adesso neppure in autunno, che si imporrebbe perciò un'ammucchiata denominata "governo del presidente". Di tutto ciò ci siamo già occupati 3 giorni fa. Ci torniamo sopra per mettere ancor più in luce alcune delle mistificazioni che vanno per la maggiore in questi giorni sui media. Due in particolare: quella riguardante il vertice europeo di fine giugno; quella concernente le cosiddette "clausole di salvaguardia" sull'IVA. 


Nell'articolo già citato ho sostenuto una tesi secca: che non esiste nessun "governo del presidente", che ormai l'alternativa è solo tra nuove elezioni od un governo destra-Pd. E che dunque la scelta definitiva è sostanzialmente nelle mani di Salvini. Mi pare che gli avvenimenti degli ultimi due giorni confermino quell'analisi. 

La direzione del Pd si è conclusa con un esito che si può sintetizzare in tre parole: comanda Renzi, stop. Il quale Renzi conterebbe però sulla proposta quirinalizia del presunto "governo di tregua", che secondo lui - così almeno dicono i giornalisti esperti di retroscena - alla fine ingloberebbe anche M5S. Cosa di cui il sottoscritto dubita invece assai, per il banale motivo che tutta la dirigenza pentastellata non fa altro che ripetere il suo no ad ogni ipotesi di questo tipo.  

Dunque si torna sempre lì, a cosa vorrà fare Salvini davanti alla prospettiva di un governo destra-Pd che dovrebbe predisporre e poi votare una Legge di bilancio di certo non leggera. Il leader della Lega dice di non voler fare governi con il Pd, ma vorrebbe l'incarico per andare in parlamento a cercar voti. Ma i voti non son funghi, l'ha detto lui stesso qualche tempo fa, ma nel caso li trovasse sarebbero solo funghi velenosi targati Partito Democratico. L'uomo non è certo stupido e queste cose le sa, ma il tempo dei tatticismi è finito anche per lui.

In attesa di vedere come andranno le cose, occupiamoci intanto delle bufale di cui abbiamo detto all'inizio. Si giustifica infatti il rinvio sine die delle elezioni con due motivazioni: che l'Italia rischierebbe altrimenti di non essere adeguatamente rappresentata al vertice europeo di fine giugno; che non si riuscirebbe a disinnescare le clausole di salvaguardia dell'IVA. Due boiate pazzesche, avrebbe detto il compianto Paolo Villaggio. Purtroppo due boiate sulle quali né Salvini né Di Maio hanno ancora detto nulla.

Boiata n° 1 - Il Consiglio europeo del 28-29 giugno ci viene presentato come storico, ma non lo sarà. Le idee di riforma di Macron sono già state frenate dalla Germania, che punta a rimandare questa discussione a dopo le elezioni del parlamento di Strasburgo del maggio 2019. Campa cavallo, che la storia può attendere... 

Il perché di tanta insistenza sul vertice di giugno una ragione però ce l'ha, ma niente ha a che fare con la storia. Al Quirinale, come a Bruxelles, vorrebbero un governo che garantisse una robusta manovra di bilancio. Più che la storia gli interessa la cassa. Ma se è così, come si fa a parlare di "governo di tregua", quando si tratterebbe invece di disegnare un profilo politico del tutto in linea con quello dei precedenti governi, e dunque del tutto opposto alle indicazioni del voto del 4 marzo?

Si obietterà che questo tradimento della democrazia rischia di esserci comunque, anche con un governo che avesse il solo compito di preparare le elezioni. Non è così. E non è così perché nulla può vietare al parlamento di fornire dei precisi indirizzi a quel governo. Ed in quel caso una maggioranza M5S-Lega potrebbe votare un chiaro stop a nuove politiche di austerità.

Boiata n° 2 (la più grossa) - Il "disinnesco" della clausole di salvaguardia sull'IVA, recita la narrazione mainstream, verrebbe meno in assenza di un governo immediatamente in carica. Qui il trucco linguistico è nella parola "disinnesco". Insomma, sembra quasi che quelle clausole siano una bomba ad orologeria. Ma che siamo impazziti? Che forse l'IVA ce l'aumentano a Bruxelles con un comando automatico all'Agenzia delle Entrate? Eh no, cari, non siamo ancora a questo. Solo un provvedimento del governo, ratificato dal parlamento, può decidere l'aumento dell'IVA. Se il governo non lo fa, o il parlamento non lo ratifica (dunque M5S e Lega restano pur sempre decisivi), l'IVA non aumenta.

Ma questa è solo la prima parte del trucchetto insito nella parola "disinnesco". La seconda non è meno importante. Nell'idea di lorsignori quel "disinnesco" non è (come sarebbe necessario) annullamento delle clausole capestro imposte all'Italia. Non è lo stop alla politica dei sacrifici, ma semplicemente la sostituzione dei sacrifici derivanti dall'aumento dell'IVA con altri sacrifici (altri tagli, altre tasse) dello stesso importo. Stando a quanto scritto sul DEF si tratta di 12,4 miliardi di euro per il 2019, destinati a salire a 19,1 miliardi per il 2020. Sono pronti Lega ed M5S a votare una siffatta manovra?

Come si vede, si torna sempre lì. Ai nodi politici. Nodi che nessuna trovata quirinalizia potrà sciogliere. Perché il nodo vero si chiama euro(pa). Oggi, sia pure nel modo confusionario che più gli si confà, se ne è ricordato anche Grillo. 

In ogni caso chi vuole davvero battersi per il cambiamento, oggi non ha che da sostenere la scelta di nuove elezioni subito, impedendo la nascita di un governo destra-Pd fondato sulla pervicace volontà di ribaltare il verdetto delle urne. Governo che, ove nascesse, dovrebbe vedere subito in campo la più ampia opposizione popolare. 


PS
Una piccola noterella la voglio dedicare ad Alberto Bagnai. In un suo post di ieri, su Goofynomics, ha criticato la recente riesumazione del tema del "conflitto di interessi" riferita al solito Berlusconi. Personalmente ho scritto parecchi articoli sulla stupidità dell'antiberlusconismo, tanto più nel 2011 quando i poteri oligarchici lavorarono come sappiamo per passare dal Pagliaccio con la bandana al Killer dei mercati, al secolo Monti Mario. Adesso, però, siamo nel 2018, e quelle stesse oligarchie si affidano a Berlusconi sul fianco destro, così come contano sul Pd in quello che vorrebbe essere il loro fianco sinistro. Ora, siccome Berlusconi è in coalizione con la Lega, e Salvini non dà segni di volersene liberare, c'è o no qualche "piccolo problema" per chi da quelle parti vuole battersi contro il sistema dell'euro? A questa domanda, non ad altro, sarebbe bene rispondere.

IN PIAZZA CONTRO IL COLPO DI STATO di Ugo Mattei

[ 4 maggio 2018 ]


Pubblichiamo il discorso di Ugo Mattei [nella foto]  in occasione dell'incontro svoltosi alla Cavallerizza Reale di Torino, il 18 aprile 2018.

Mattei afferma (e noi siamo d'accordo) che col voto del 4 marzo il blocco di potere neoliberale e "tecno-fascista" che già era stato sconfitto nel 2011 (cioè l’asse Partito Democratico – Forza Italia,quell’asse di potere che ha ereditato attraverso Renzi la linea dell’austerità, proveniente dalle istituzioni internazionali) ha subito una nuova grande batosta. 

Sostiene quindi (e noi risiamo d'accordo):

 (1) che il blocco di potere, via Mattarella, tenterà di rimettere in sella un proprio governo neoliberista in barba alla volontà popolare e (2) che contro questo nuovo colpo di stato occorre scendere in piazza.

Era il 18 aprile quando Mattei diceva questa cose. Oggi si stanno avverando. Tutti danno per certo che Mattarella spinge per un governo capeggiato da "un tecnico di spessore internazionale per onorare gli impegni con l'Unione europea". M5S (e speriamo che tenga la posizione) si è messo di traverso. E' dunque da Salvini che dipende se avremo un nuovo colpo di stato. Senza i voti della Lega, infatti, nessun inciucio potrà avere il mandato del Parlamento...


martedì 1 maggio 2018

E ORA VEDIAMO CHI INCIUCIA... di Leonardo Mazzei

[ 2 maggio 2018 ]


Elezioni o governo destra-Pd: le responsabilità di Di Maio e quelle di Salvini

Non abbiamo risparmiato critiche a Di Maio, né prima né dopo le elezioni. La svolta, europeista e sistemica, di M5S l'andiamo denunciando da un anno ormai. Il tentativo di un accordo con il Pd si commenta da solo. E, tuttavia, giocate tutte le carte a disposizione, il leader pentastellato ha almeno detto di no al cosiddetto "governo del presidente", chiedendo nuove elezioni a giugno. Sul punto, invece, Salvini per ora nicchia. Domandiamoci il perché.

Che da questi due mezzi populismi - mezzi perché per l'altra metà abbondante compromessi con le forze sistemiche e la loro ideologia liberista - non ce ne venga fuori neppure uno minimamente decente, è un dubbio più che legittimo. Nondimeno, più del 50% degli elettori è lì che si è rivolto per colpire l'oligarchia, per uscire dall'austerità, per mandare a quel paese l'Europa. Un dato imprescindibile, che ci ha portato a pronunciarci per un governo M5S-Lega.  


Le stucchevoli sceneggiate degli ultimi quaranta giorni sono comunque agli sgoccioli. Siamo ad un passo dal momento della verità. Quel momento riguarda soprattutto Matteo Salvini. Perché ormai i casi sono due e solo due: o elezioni subito (al massimo nella prima metà di luglio) o nascerà un governo tra la destra ed il Pd.

Vediamo il perché chiarendo tre punti sui quali la confusione regna sovrana. E regna perché mentre i media del regime fanno il loro sporco lavoro, sul web scarseggia la capacità di sfuggire ai luoghi comuni ed ai trucchi semantici diffusi dagli strilloni di lorsignori.

Primo punto: non è vero che non si possa votare prima di settembre. 
E' vero che non lo si voglia. Che non lo vogliano cioè i poteri sistemici, intenti come sono a guadagnare tempo, fossero anche solo poche settimane. Ma non è affatto vero dal punto di vista della legge. Il testo unico della legge elettorale del 1957 dice semplicemente che «Il decreto (di indizione delle elezioni, ndr) è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale non oltre il 45° giorno antecedente quello della votazione» (comma 3, art. 11). Ciò significa che sciogliendo le camere entro il 9 maggio sarebbe possibile votare il 24 giugno. Ma, nel casino legale prodotto dai legislatori dell'ultimo quarto di secolo - quello, ovviamente, della "competenza" - gli azzeccagarbugli in servizio permanente effettivo hanno già trovato il cavillo per allungare i tempi. Si tratta del Regolamento applicativo della legge sul voto degli italiani all'estero, che fissa i primi adempimenti al 60° giorno antecedente al voto. 

E' questo un problema insormontabile? Ovviamente no. Si fa un decreto, approvato dal parlamento, riducendo quel termine ai 45 giorni previsti dal Testo Unico. E' solo una questione di volontà politica. Ma anche se non si volesse percorrere questa strada, c'è forse qualcosa che impedisce il voto nella prima metà del mese di luglio? Chiaramente no. C'è solo la consuetudine di non andare oltre giugno. Ma se è per questo anche il voto a settembre sarebbe altrettanto inconsueto. Però, si dirà, a luglio si va al mare! Ma come, da una parte si drammatizza la necessità di avere un governo nella pienezza dei suoi poteri e dall'altra si rinvia tutto per motivi balneari? Suvvia, siamo seri...
ABBRACCIO MORTALE...

La verità è che non c'è nessun impedimento legale, tantomeno costituzionale, al voto entro la prima metà di luglio. E che si tratti di un ipotesi plausibile ce lo conferma anche l'articolo di Ugo Magri su La Stampa di stamattina. La verità è che chi vuole rinviare lo vuol fare per ben altri motivi. Sul punto Di Maio ha dunque ragione da vendere. La sua richiesta a Salvini di presentarsi a Mattarella con la richiesta di elezioni subito sbarrerebbe la strada a qualsiasi inciucio.

Secondo punto: giugno-luglio o settembre pari non sono.
Si dirà che due o tre mesi non faranno poi tanta differenza. Ed invece la differenza c'è, eccome. Poiché al secondo round sarebbe francamente inimmaginabile il ripetersi della pantomima di queste settimane (vedi com'è andata in Spagna nel 2016), entro agosto avremmo di certo il nuovo governo nel pieno dei suoi poteri. Un governo che potrebbe prima ridisegnare gli obiettivi macroeconomici attraverso un nuovo DEF, per poi passare alla concreta stesura della Legge di Bilancio, vero banco di prova del grado di autonomia dai diktat europei. Viceversa, elezioni a settembre significherebbe ritrovarsi con una Legge di Bilancio fatta da un governo tra destra e Pd, un inciucio che ricalcherebbe esattamente i primi passi (governo Letta, benedetto da Napolitano) della precedente legislatura. Se a qualcuno questa conclusione sembrerà troppo drastica si legga con attenzione il punto seguente.

Terzo punto: il "governo del presidente" non esiste.
Lo ripeto: il "governo del presidente" non esiste. Esso è solo un trucco giornalistico, come lo fu quello di definire "tecnico" il governo Monti. Nonostante le disgrazie della democrazia di questa sciagurata stagione il nostro è pur sempre un regime parlamentare. Ogni governo ha una sua maggioranza parlamentare. Amen. Chi gli dà la fiducia è corresponsabile delle scelte di quel governo. Non c'è foglia di fico presidenziale, istituzionale o tecnica che si regga in piedi. Ora, siccome M5S ha detto chiaramente che vuole le elezioni, un tale governo potrebbe reggersi solo su una maggioranza destra-Pd. 

E' vero che Salvini ha sempre respinto l'ipotesi di un governo con il Partito Democratico, ma è altrettanto vero che - ad ora - non si è neppure pronunciato per le elezioni subito. Il che è altamente sospetto. D'altronde la sua insistenza nel voler tenere in piedi l'alleanza con lo Zombie di Arcore, qualche prezzo certamente lo impone. E dalle parti di Forza Italia se c'è una cosa che temono come la peste sono appunto nuove elezioni, tant'è che il suddetto zombie dice apertamente da mesi di lavorare ad un accordo con il Pd e con Renzi in particolare.

Solo fantapolitica? Lo spero sinceramente. Ma intanto stiamo ai fatti. Ed i fatti sono che M5S per ora ha soltanto sfiorato l'inciucio, mentre della Lega ancora non sappiamo. Ce lo diranno i prossimi giorni.


Addendum 1: sulla legge elettorale - Circola anche la favola che quello che chiamano "governo del presidente" dovrebbe riscrivere una nuova legge elettorale. Tutto ciò è semplicemente ridicolo, e prova ne è il fatto che tutti quelli che si esprimono per questa ipotesi non sanno poi dire su quale nuovo marchingegno dovrebbe convergere una qualsivoglia maggioranza parlamentare. Il fatto è che oggi non c'è nessuna soluzione in grado di avere questa maggioranza. 

Il discorso sarebbe lungo, ma qui andiamo con l'accetta: 1) Non è plausibile l'ipotesi di introdurre un premio di maggioranza, perché favorirebbe solo la destra e dunque non potrebbe avere il voto di M5S e Pd. 2) Idem per un sistema uninominale secco all'inglese, tipo Mattarellum. 3) A niente servirebbe tornare all'ipotesi del Tedeschellum in auge per breve tempo lo scorso anno, dato che produrrebbe risultati del tutto analoghi al Rosatellum in vigore. 4) In quanto al modello francese, sappiamo tutti che oltre ad essere pesantemente antidemocratico esso è semplicemente inapplicabile in un sistema bicamerale, come la stessa Consulta ha sentenziato. 5) Resterebbe il sistema spagnolo, che tanto piaceva ad M5S, ma a parte la complicazione di un ridisegno generale dei collegi, resta il fatto che anche questo modello determinava una maggioranza quando il sistema era bipolare, mentre oggi che non lo è più le alleanze sono necessarie anche a Madrid. 

Ora, è vero che la fantasia dei mascalzoni è fervida assai, ma in questo caso penso che dovranno rassegnarsi ad andare a nuove elezioni con il sistema in vigore. Che è assolutamente pessimo, ma meno di quello che costoro vorrebbero. Del resto sono stati proprio Pd, Forza Italia e Lega a votare non secoli fa, ma nell'ottobre 2017, il Rosatellum. Ricordiamolo ogni tanto. 

Tutto ciò è ben noto agli attori politici da cui dipenderanno le scelte dei prossimi giorni. Dunque chi dirà "nuova legge elettorale" lo farà sapendo di mentire. Lo farà solo per guadagnare tempo, per sé e per i poteri oligarchici che temono più di ogni altra cosa un governo non pienamente controllabile, peggio se permeabile alla profonda domanda di cambiamento che ribolle nel Paese.


Addendum 2: sull'economicismo e l'«autonomia del politico». Chi scrive non ha mai creduto all'ipotesi di un governo M5S-Pd. Questo per due motivi. Il primo è che un simile governo non avrebbe retto per più di qualche settimana. Il secondo è che si era capito fin dal principio come il niet di Renzi ad un governo con M5S fosse irremovibile.

La verità è che l'unico governo in grado di farcela - con mille difficoltà, diecimila contraddizioni e centomila pezzi d'artiglieria schierati contro - era il governo M5S-Lega. Non a caso il più voluto, quello ritenuto più "naturale" dalla grande maggioranza degli italiani. Al di là delle diverse considerazioni di merito, ogni altra maggioranza nascerebbe debole e destinata a vita grama. A qualcuno queste sembreranno banali note di buonsenso che nulla possono contro gli invincibili  disegni delle oligarchie. Ma fortunatamente il mondo reale è assai diverso da quello immaginato da costoro. Sta di fatto che alla fine il governo M5S-Pd, quello che lorsignori avrebbero considerato come il loro "male minore", non è nato.

E non è nato anche perché Renzi, certo per motivi ben diversi dai nostri, si è messo di traverso. Una cosa che dovrebbe far riflettere chi ritiene che gli attori politici siano semplicemente pilotati da quelli economici. Ed invece, anche in questa schifosissima epoca del dominio delle oligarchie finanziarie, esiste ancora l'«autonomia del politico». Beninteso, un'autonomia limitata. Fortemente limitata ma non del tutto annullata, specie in un periodo così tumultuoso, dove i progetti delle èlite sono tanti, spesso contraddittori. In un contesto come questo i dominanti non hanno mai una sola linea, il che se da un lato li rende più forti (sempre meglio avere un piano b), dall'altro li rende più divisi. Attenzione dunque alle visioni economicistiche che pretendono di dedurre sempre gli sviluppi politici in base ai semplici desiderata dei poteri economici. Specie in tempi di crisi le cose sono generalmente più complesse. E la vicenda politica di queste ultime settimane ne è una discreta dimostrazione. 

lunedì 30 aprile 2018

SUBITO AL VOTO! di Piemme

[ 1 maggio 2018 ]

Dunque Matteo Renzi ha affossato ogni possibile alleanza — Hops! "contratto di governo" — coi Cinque Stelle.
Meglio così, che sarebbe stata una  disgrazia: per il popolo lavoratore e per il Paese.

Per Luigi Di Maio, invece, disgrazia è già. Egli è bruciato: bruciato come primo ministro in pectore, bruciato come leader pentastellato.
E questa è una buona notizia.

Indisponente la sua boria governista, direttamente proporzionale ai suoi clamorosi cedimenti politici e programmatici. Morale della favola: a forza di fare salti mortali si è rotto l'osso del collo.

Si illude se pensa che col discorso fatto ieri possa rimettersi in pista.

Ma...
Ma, al di là della fuffa —"Noi siamo postideologici, né di destra né di sinistra —, una cosa giusta (una sola) il Di Maio l'ha detta: a questo punto, ha dichiarato, che si vada al voto, e che ci si vada a giugno.

Il rischio infatti, nel caso non si torni alle urne, è che la spuntino i poteri forti, che Mattarella tiri  fuori dal suo cilindro un mostro in nome della governabilità e della stabilità (di lorsignori): "del Presidente", "tecnico", di "larghe intese" o come diavolo si vorrà chiamarlo. Questo è infatti ciò che vogliono "i mercati", quindi le élite italiane ed europee ed i loro due principali partiti: Pd e Forza Italia. 

Vincerà il centro-destra? Sarebbe il male minore. Poi ce la vedremo.

Elezioni subito avrebbe un altro vantaggio, che non avremo tra i piedi Luigi Di Maio. A meno che Giggino, e la cupola che lo ha messo al posto di comando, non faccia fare alla regola ferrea dei due mandati la stessa fine delle altre, ovvero non se la metta sotto i piedi.

Di Maio, nel suo apologo di ieri ha concluso pomposamente: "i  cittadini debbono decidere o Rivoluzione o restaurazione!"

Rivoluzione, rivoluzione, e per questo devi toglierti di mezzo! Anche per la salvezza del Movimento Cinque Stelle.

sabato 28 aprile 2018

M5S: UN "CONTRATTO" NON È UN'ALLEANZA? di Piemme

[ 28 aprile 2018 ]

Ho la netta sensazione di essere preso per il culo.

Di Maio e i suoi pappagalli van ripetendo che essi non vogliono una "alleanza" col Pd ma... un "contratto di governo (col Pd)" 

Recita la TRECCANI:


«ALLEANZA: unione fra partiti, enti, organismi varî, costituita per il conseguimento di scopi comuni».Quindi precisa:  «Alleanza atipica, innaturale, quella che si forma, per ragioni di necessità o di opportunità, tra forze politiche o schieramenti parlamentari divisi tra loro per diversità di tradizioni e d’indirizzo». 
"Innaturale" o "naturale", giusta o sbagliata (e per noi è sommamente sbagliata) non c'è dubbio alcuno che l'eventuale accordo tra M5S e PD per dare vita ad un governo sarebbe nient'altro che un'alleanza politica. Per la precisione, trattandosi del governo del Paese, la forma più alta di alleanza. Un'alleanza ad alto e diabolico potenziale.

E' dunque davvero patetica la trovata escogitata dai pentastellati e pronunciata da Di Maio il 5 aprile scorso all'uscita dal secondo giro di consultazioni:
«Noi non proponiamo un’alleanza di governo ma un contratto di governo per il cambiamento dell’Italia. È un contratto sul modello tedesco e che noi proporremo perché vogliamo che le forze politiche si impegnino di fronte agli italiani sui punti da realizzare».
Ognuno capisce che formare un governo assieme al PD equivarrebbe a dare vita ad un'alleanza. Che avvenga sulla base della stipula di un "contratto" — orribile nozione, segnaliamo, presa in prestito dal Diritto Civile e Commerciale — non ammoscia ma al contrario rafforza l'alleanza stessa. Al netto degli arzigogoli semantici un "contratto" tra due partiti politici corrisponde ad  "patto politico", un patto che poi il Parlamento (in teoria sovrano) dovrebbe accettare e convalidare.

E' talmente vero quanto diciamo, e talmente insincero Di Maio, che quando quel triste 5 aprile usciva dall'ufficio di Mattarella egli pronunciava il solenne giuramento di obbedienza e devozione per entrare nella stanza dei bottoni, il sacro atto di fede atlantista e eurista che i poteri forti volevano sentirsi dire per dare semaforo verde: 
«Ho sempre detto, durante la campagna elettorale che con noi al governo l'Italia rimarrà alleata dell'Occidente, nel Patto Atlantico, nell'Unione europea e monetaria».
Qui c'è tutta la sostanza del "contratto", ovvero dell'alleanza col partito dell'élite per eccelenza, il Pd. C'è la prova provata del tradimento del mandato ricevuto da tanti cittadini da parte di Di Maio e dei suoi sodali.

Il resto, anche ove i renziani rifiutino l'inciucio, sono dettagli, il resto è fuffa...



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