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venerdì 31 luglio 2015

C'È UN POSTO PER LA SINISTRA NELLA GABBIA DELL'EURO? di Rodolfo Monacelli

[31 luglio ] 
Rodolfo Monacelli fa parte del Consiglio Nazionale di Ora-Costituente. In questo articolo argomenta che no, non c'è spazio possibile nella gabbia dell'euro(pa) per una sinistra, che sia riformista o rivoluzionaria.
La crisi greca, con la sconfitta politica di Alexis Tsipras, ha mostrato anche ai ciechi un elemento fondamentale: non può esserci democrazia all’interno dell’Unione Europea e non può esistere una sinistra (che sia riformista o rivoluzionaria) dentro questo sistema.
Può sembrare strano a chi legge quest’affermazione. Ma come, vi chiederete, non sono stati i governi di centrosinistra di tutta Europa, insieme a quelli di centrodestra, a volere l’Euro e a chiedere “Più Europa”?
Esatto. Il che rende la cecità dei sinistrati europei ancora più paradossale.
Ma torniamo alla mia affermazione iniziale. Perché non può esistere una Sinistra all’interno del sistema europeista? Naturalmente, non può essere questo il luogo per disquisire su cosa sia la Sinistra, le sue origini, il suo fine. Quel che è, però, importante rilevare è come una qualsiasi Sinistra non può avere nessun senso in un luogo dove non esiste il conflitto tra dominati e dominanti, in cui non è possibile per gli stati esercitare il proprio potere di scegliere diverse e alternative politiche economiche, dove i partiti di sinistra non possono mettere in atto politiche economiche redistributrici in misura maggiore dei partiti di destra (e il caso di Syriza è lampante da questo punto di vista). Ed è questa esattamente la situazione che viviamo all’interno dell’Unione Europea.
In altre parole, usando un termine antico ma sempre attuale, all’interno dell’Unione Europea e nell’Eurozona non può esistere la Lotta di Classe. A questo proposito va sottolineato e precisato un elemento per evitare confusioni, fraintendimenti e strumentalizzazioni (sempre all’ordine del giorno, purtroppo, all’interno del cosiddetto mondo sovranista). Per Lotta di Classe non si intende certamente lotta contro i piccoli imprenditori, i commercianti, le piccole partite Iva (anche perché chi scrive fa parte di quest’ultima categoria). Non a caso ho utilizzato le categorie di “dominati e dominanti”. La “nuova” Lotta di Classe, una volta usciti dall’euro e dall’Unione Europea, dovrà essere costituita da nuove categorie e nuove classi contro gli esponenti del cosiddetto “Capitalismo Casinò”: grande capitale, capitalismo finanziario, potere bancario. Nulla a che vedere, insomma, con il ceto medio e la piccola borghesia. E, anche per questo, l’alleanza necessaria per uscire dalla gabbia europeista dovrà essere un’alleanza sociale oltre che politica. Ma di questo argomento parleremo in seguito.
Torniamo a noi. Come ho cercato di rilevare, all’interno dell’Unione Europea non può esistere una sinistra. E allora qual è il motivo per cui, nonostante la sconfitta di Syriza che potrebbe anticipare un destino simile per Podemos, tutti gli esponenti della sinistra europea (salvo lodevoli e rare eccezioni) non mettono in discussione questo sistema? E quando parliamo di sinistra, non intendiamo certamente solamente quello che ancora viene definito “centrosinistra”. Anzi il paradosso è che le poche voci che “da sinistra” si sono alzate contro il sistema euro sono esponenti o ex esponenti del Partito Democratico: Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre.
La sinistra radicale, invece, cosa ha fatto in questi anni? Insulti a chi nominava la Sovranità nazionale, strane e bizzarre teorie del segretario di Rifondazione Comunista secondo il quale uscire dall’euro e dall’Unione Europea “sarebbe come far tornare il dentifricio nel tubetto” e altre nefandezze che risparmiamo ai lettori.
Vi sono poi, come in tutte le tragedie, momenti di sincera ilarità. Come nel caso di uno dei tanti movimenti settari di estrema sinistra che, in Italia, danno del “fascista” a chi osa nominare la questione nazionale e l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea ma poi, sono alleati con i greci della Piattaforma di Sinistra di Syriza (http://sollevazione.blogspot.it/2015/04/cosa-vuole-la-sinistra-di-syriza-di.html), i quali sono per l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea e sono i veri oppositori della strategia suicida di Tsipras!!!! A tal proposito viene automatico ricordare Bertold Brecht per il quale “Chi non conosce la Verità è uno sciocco ma chi, conoscendola, la chiama Bugia è un delinquente”.
Che fare dunque? Arrendersi e aspettare che l’uscita dall’euro (ma non dall’Unione Europea) la gestisca chi in questo sistema ci ha portato (che siano i mercati finanziari o movimenti antidemocratici di estrema destra)? Chi scrive non è d’accordo con tale visione. Per una serie di motivi che tenterò ora di illustrare brevemente.
Innanzitutto se è vero che le dirigenze dei movimenti di sinistra (radicale e moderata), per cecità ideologica, settarismo e compromissione con i ceti dominanti, non hanno compreso che la vera battaglia che oggi è da combattere è quella per l’uscita dell’Euro e dell’Unione Europea, ciò non è più così vero nel cosiddetto “popolo di sinistra”. Nonostante l’incessante disinformazione di massa dei propri referenti politici, nonostante il terrorismo mediatico di media e tv, alla fine la Verità entra in scena e, come bene scriveva Emile Zola, “Quando la verità viene sepolta, cresce, soffoca, accumula una tale forza esplosiva che, il giorno che scoppia, fa saltare ogni cosa con sé”. Non vorrei essere accusato di idealismo se scrivo che quel giorno è più vicino di quanto noi stessi immaginiamo.
Il secondo punto è che, pur se un fenomeno ancora minoritario anche se politicamente rilevante, stiamo assistendo in molti paesi d’Europa alla nascita di un’altra sinistra che si distanza sia tra quella ideologica e radicale ma europeista (anzi, “altreuropeista”), che sostanzialmente è diventata la gamba di sinistra del processo di riproduzione capitalistico-finanziario, e sia da quella legata più esplicitamente ai gruppi di potere dominanti (il Partito Democratico, Il Pasok, Il Partito Socialista francese, eccetera).
Una sinistra, cioè, che ha compreso come sia centrale, per qualsiasi progetto politico che voglia essere realmente popolare, rivendicare l’elemento della sovranità nazionale e democratica. Per citare le parole di Stathis Kouvelakis, esponente della Piattaforma di Sinistra di Syriza, “Ciò di cui abbiamo bisogno è di una nuova sinistra anticapitalista. E una delle condizioni, non sufficienti ma necessarie per arrivarci, è aprire un fronte risoluto contro il nostro avversario attuale, cioè l’Unione Europea e tutto ciò che rappresenta”.
Questa sinistra, nonostante il silenziamento di tutti i media, esiste anche in Italia: organizzatosi a seguito del convegno di Chianciano Terme, “Oltre l’Euro. La Sinistra, la Crisi, l’Alternativa”, nasce nel 2013 il Coordinamento della Sinistra Contro l’Euro oggi confluito in Ora Costituente (http://www.oracostituente.it/).
Ma cosa direbbe questa “Sinistra Sovranista” di diverso da tutti i vari movimenti che, negli anni, si sono costituiti per far uscire l’Italia dall’Eurozona?
Innanzitutto che uscire dall’Euro, e dall’Unione Europea, è una condizione “necessaria ma assolutamente non sufficiente” per liberarci dalla gabbia del Neoliberismo, per ridare dignità e libertà al nostro Paese e ai lavoratori. Uscire dall’Euro e dall’Unione Europea senza mettere in discussione il sistema che lo ha creato, cioè il Neoliberismo, sarebbe la forma più pericolosa di gattopardismo, quella per cui si faccia finta di cambiare tutto per non cambiare nulla. In altre parole, se è vero che non può esserci euro senza Austerità, non è automaticamente vero il contrario: può esserci tranquillamente Austerità anche senza Euro.
Naturalmente, sarebbe da sciocchi ritenere che basti questa Sinistra Sovranista a farci uscire dall’Euro e dall’Unione Europea. Come scritto in precedenza in questo articolo, è necessaria, innanzitutto, un’alleanza sociale (una mera alleanza tra partiti, partitini e movimentini non sarebbe solo inutile, ma anche dannoso) tra tutti quei ceti colpiti dalla crisi e dal sistema eurista: un’alleanza tra piccoli imprenditori, partite Iva, commercianti, lavoratori autonomi e dipendenti che devono acquisire la consapevolezza che, oggi, il vero nemico di classe (per gli uni e per gli altri) è rappresentato dal grande capitale finanziario che sta eliminando sovranità agli stati, le libertà, individuali e collettive, e le identità culturali ai popoli.
Naturalmente, tutto questo non sarebbe comunque sufficiente per sconfiggere un nemico così forte da un punto di vista economico, politico, militare, se in breve tempo non costituiremo “la più vasta alleanza che includa le forze democratiche già oggi all’opposizione e quelle destinate a sorgere” (tratto dal Manifesto di Ora Costituente: http://oracostituente.it/ora-costituente-il-manifesto/) e la più ampia partecipazione popolare che renda possibile il ribaltamento dell’ideologia dominante e, conseguentemente, del ceto politico al potere.
Non è semplice. Soprattutto dopo anni di rincretinimento mediatico, di spoliticizzazione e di rinuncia alla partecipazione politica che, nel più vasto sentimento popolare, è ormai vista come “una cosa sporca”, grazie anche a chi invece di combattere questo sistema si è ridotto a contestare soltanto gli elementi accessori, la casta e gli sprechi, rinforzando la convinzione per cui basterebbero amministratori e politici onesti per cambiare le cose.
La vicenda greca ha però dato un colpo forse decisivo all’immagine degli eurocrati e dell’Unione Europea. Tocca a noi approfittarne e non farci sfuggire l’ennesima occasione.
L’alternativa è quella di lasciare questo campo scoperto e in politica non esiste il vuoto. Questo vuoto sarebbe, infatti, occupato (e già inizia a esserlo) da forze reazionarie che, travestite da antisistema, ci farebbero cadere dalla padella del neoliberismo nella brace di un sistema autoritario (magari senza abbandonare, se non esteriormente, il neoliberismo). Forze che dal nazionalismo europeista (perché non è nazionalismo quello che ci dice che è necessario essere una forza continentale perché dobbiamo essere più forti, più produttivi per concorrere con gli altri paesi concorrenti?) ci farebbe in un battibaleno passare al nazionalismo antitedesco. In questo anche aiutati dalla sinistra sinistrata per cui il problema non è l’Europa, ma i tedeschi. Il tempo è poco, ma se abbiamo le carte da giocare buttiamole sul tavolo. Aspettare ancora sarebbe irresponsabile e colpevole.

venerdì 12 giugno 2015

IL PENSIERO CORSARO DI PIER PAOLO PASOLINI di Rodolfo Monacelli

[ 12 giugno ]

«Non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privatogli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci»
P.P. Pasolini, Lettere Luterane, 1975

«Abbiamo perso un uomo diverso… e la sua diversità 
consisteva nel coraggio di dire la verità»

Alberto Moravia, Orazione funebre ai funerali di Pier Paolo Pasolini

De mortuis nihil nisi bonum (Dei morti non si può dire niente se non bene). Uno degli autori a cui questa massima latina di Diogene Laerzio è maggiormente adeguata è certamente Pier Paolo Pasolini. Quest’anno si celebreranno i quarant’anni dal suo orribile omicidio e molte saranno le celebrazioni e le manifestazioni per commemorarlo. Peccato che tutto ciò non sia stato fatto in vita dove Pasolini, da destra così come da sinistra, fu violentemente attaccato. Un attacco che oggi, molto semplicisticamente, si afferma derivare dalla sua omosessualità. Le cose stanno invece in un modo abbastanza diverso. Certamente un’omosessualità dichiarata come quella di Pasolini nell’Italia degli anni ‘60 costituì uno schiaffo morale a quell’ambiente moralista, bacchettone e sostanzialmente piccolo-borghese (anche, se non soprattutto, negli stessi ambienti comunisti). L’eresia, la vera eresia pasoliniana, è però fondata su ben altro. Un messaggio su cui oggi bisogna riflettere.
Dati gli evidenti limiti di spazio non sarà possibile qui analizzare tutta l’opera letteraria, cinematografica e saggistica di Pasolini, ma cercare di individuare alcune chiavi interpretative con cui  intese leggere la realtà. C’è da dire innanzitutto che Pasolini fu, insieme al suo amicoAlberto Moravia e a Cesare Pavese, l’ultimo intellettuale italiano degno di questo nome in un Paese ormai culturalmente emarginato e provinciale come il nostro. Con la parola intellettuale non vogliamo ovviamente riferirci esclusivamente all’erudito o solo all’artista (che pure Pasolini fu), ma soprattutto a colui che senza voler fare dell’arte di propaganda, fu un lucido critico del mondo e della società in cui viveva. L’abissale differenza con gli attuali narcisisti che si autodefiniscono “intellettuali” mi pare sia evidente e sotto gli occhi di tutti senza dover aggiungere qualcosa.
Pasolini non fu infatti, come tanti intellettuali di ieri e di oggi, un uomo di “partito”. Pur essendo, a suo modo, un marxista egli non mancò di attaccare duramente il Partito Comunista per il suo inaccettabile dogmatismo; così come la Democrazia Cristiana in quanto immagine della prostituzione politica; la Chiesa e i cattolici per la loro ambiguità; gli stessi contestatori del tempo in quanto avrebbero di fatto favorito l’abolizione di un vecchio sistema tradizionale con il dominio di quello che lui definiva neo-capitalismo.
Che Pasolini sia stato elemento scomodo e mal digerito da parte della cultura italiana, anche di sinistra, è dato dai numerosi attacchi che egli ricevette, in gran parte dei casi anche in malafede.
Esempio tipico fu quello di Alberto Asor Rosa che nel famoso saggio “Scrittori e popolo” accusò Pasolini dipopulismo:
Dietro l’ideologia del populismo si profila la presenza di una cultura, che si fa garante e in un certo senso testimone oggettiva, storica della visione pasoliniana di popolo. Si fanno i nomi di Croce e Gobetti, quasi a testimoniare la comparsa di una dimensione morale; si fa, soprattutto, il nome di Gramsci, e dietro o in Gramsci s’individua la funzione attiva, rivoluzionaria, di un’ideologia marxista.
In questo giudizio lapidario convive un’opinione comune da parte dell’ufficialità comunista dell’epoca. Una etichetta semplicistica con cui si intendeva attaccare il pensiero e l’opera di Pasolini perché egli avrebbe contestato il progressismo della sinistra italiana, il suo laicismo dogmatico e la sua mancanza di una prospettiva comunitaria.
Pasolini-mondo_contadinoPiù che difendere Pasolini, che certo non ne ha alcun bisogno, mi sembrano queste affermazioni sintomatiche delle pastoie in cui la cultura comunista e di sinistra si era impantanata e da cui ancora oggi fatica a liberarsi. Celebrando infatti l’antico mondo contadino, Pasolini non esprimeva certo una visione reazionaria, ma al contrario voleva rendere evidente come la prospettiva del nuovo capitalismo fosse proprio quella di liberarsi definitivamente degli antichi legami comunitari a cui gli antichi assetti sociali “borghesi” erano comunque vincolati. Un capitalismo dunque dal volto ancora più aggressivo e che avrebbe trovato la sua arma principale nel consumismo di cui il potere autoritario e repressivo della televisione ne era lo strumento principale avviando un’opera di «acculturazione omologante », non ammettendo altra ideologia che non fosse quella del consumo in base alle regole di ciò che Pasolini chiama una «Produzione creatrice di benessere» (“Acculturazione e acculturazione” – 9 dicembre 1973 da “Scritti Corsari”).
La società dei consumi, insomma, era riuscita a realizzare ciò in cui il Fascismo aveva clamorosamente fallito, un’unione interclassista e di pace sociale tra le classi dominanti e quelle dominate in nome, appunto, del consumo e negando in questo modo qualunque prospettiva emancipatrice. Di questa deriva consumistica e falsamente permissiva Pasolini accuserà principalmente la cultura di sinistra che aveva creduto di poter risolvere il problema della povertà sostituendo la cultura ed i modi di vita delle classi proletarie e sottoproletarie con quella delle classi dominanti credendo in questo modo, dice giustamente Pasolini, «che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese».
Un messaggio più che mai attuale e sui cui è necessario confrontarsi senza nessuno sconto a chi, ancora oggi, continua a confondere marxismo con progressismo, Karl Marx con Laura Boldrini, Antonio Gramsci con Paolo Ferrero.
* Fonte: ora-costituente

venerdì 11 ottobre 2013

la sinistra e l'euro (8) «USCIRE? PER ANDARE DOVE?» di Rodolfo Monacelli*

11 ottobre. La crisi dell’eurozona è ormai sotto gli occhi di (quasi) tutti: povertà, disoccupazione, dismissioni degli asset fondamentali del nostro sistema industriale, questi sono i risultati del sogno europeista. Nonostante il main-stream ancora non se ne sia accorto e le voci critiche nei confronti del sistema dominante europeista siano ancora sostanzialmente ignorate, qualcosa sta cambiando. Basta parlare con la gente, quella vera, la stessa che fino al giorno prima sarebbe rimasta almeno perplessa nei confronti di un’uscita dall’euro, che ti dice: «Non si può andare avanti così, qualcosa bisogna fare».
Del resto, non si illudano gli euristi d’antan: l’euro è già finito. In particolare per un Paese come l’Italia. O qualcuno può seriamente credere che il nostro Paese potrà pagare i 50 miliardi previsti per il Fiscal Compact? Certo l’alternativa potrebbe essere quella di vendere il Colosseo (ma poi chi glielo dice a Della Valle?).
In questo dibattito, sotterraneo e nascosto ma reale, c’è una grande assente: la sinistra italiana.
Chi scrive certo non se ne sorprende. La sinistra italiana, non da oggi, è ormai in disfacimento teorico e concettuale e, come bene ha scritto Marino Badiale sul blog main-stream, ormai “la sinistra non capisce nulla”. 
Non è questo il luogo per discutere del perché la sinistra non capisca più nulla, anche se consigliamo un libro uscito qualche anno fa sempre di Marino Badiale insieme con il compianto Massimo Bontempelli: “La sinistra rivelata. Il buon elettore di sinistra nell’epoca del capitalismo assoluto” (Massari editore). L’argomento di cui vogliamo, però, parlare in questo articolo è un altro: se è vero che la sinistra non capisce nulla, ciò vuol dire che la destra capisca tutto o, meglio, ciò giustifica anche da parte nostra l’accettazione di un’uscita dall’euro da destra?
Innanzitutto fondamentale è intenderci sui termini. Cosa si intende con “uscita da destra” e “uscita da sinistra”? 
Molti definiscono sbagliata tale divisione, perché frammenterebbe il “fronte sovranista”. Non siamo d’accordo. Riteniamo, anzi, che un’unità fondata su una mancanza di unità teorica e pratica sarebbe assolutamente controproducente e che porterebbe soltanto alla confusione.
Alcuni affermano, infatti, che i mezzi tecnici (indicizzazione dei salari, controllo dei capitali) sarebbero fatti sia “da destra” che “da sinistra” e, dunque, proporre questa divisione non avrebbe senso. 
Al di là del fatto che tutto ciò non è vero, basta vedere qui le proposte di Paolo Savona per uscire dall’euro ad esempio, la discussione e la divisione, che esiste e che sarebbe stupido negare, è incentrata su due punti principali:

• L’euro è la sola ed esclusiva causa della crisi economica?
• Uscendo dall’euro si potrà ritornare alla “razionalità economica”, cioè al libero mercato, portando felicità e salute a tutti?

Per quanto riguarda il primo punto Bottega Partigiana ritiene che l’euro, e l’Unione Europea, sia una delle forme in cui si è espresso il “Capitalismo assoluto” e, in particolare, la sua forma post-moderna: il neoliberismo e la finanziarizzazione dell’economia. In altre parole, l’istituzione dell’euro in Europa non è altro che la conseguenza naturale della liberalizzazione dei mercati, della globalizzazione, del liberoscambismo. Per questo, come bene ha affermato recentemente Emiliano Brancaccio: 
«In Italia rischiamo di passare dalla illusione del vincolo esterno a una illusione esattamente speculare: quella secondo cui il ritorno ai cambi flessibili costituirà la panacea di tutti i nostri mali […] si tratta di un liberismo speculare, che alla ideologia del vincolo esterno potrebbe sostituire l’ideologia del cambio flessibile».
Uscire dall’euro e dall’Unione Europea, quindi, è certamente condizione necessaria per recuperare la nostra sovranità economica e politica, ma assolutamente non sufficiente per il superamento di un sistema. Un sistema che si fonda sul primato dell’economia sulla politica e che ha come unica religione il profitto.

Leggiamo un attimo cosa scrive Diego Fusaro a questo proposito:
«Il “capitalismo reale”, nominalmente costituito all’insegna della libertà dell’individuo, continua a generare forme di assoggettamento individuale e collettivo. Per un verso, la “libertà formale” di cui si gloria il sistema globalizzato convive con la “schiavitù salariata” di individui che, in una condizione di privazione totale e di oscena riduzione dell’umano a merce, sono costretti ad alienare la propria “forza lavoro” e a vendersi quotidianamente. La libertà formale di cui godono i lavoratori salariati e i “precari” nasconde un asservimento economico dissimulato dalla fictio juris del contratto di lavoro: essi accettano “liberamente” ciò che la loro condizione sociale ed economica li costringe ad accettare. Contro la retorica oggi dilagante, con la caduta del Muro e con il seppellimento sotto le sue macerie del marxiano “sogno di una cosa” non hanno trionfato le democrazie, ma l’economia di mercato fondata sull’alienazione universale, sulla globalizzazione degli egoismi, sull’estorsione schiavistica del pluslavoro dei lavoratori precari e sullo sfruttamento della manodopera degli immigrati di tutto il mondo». 
(Diego Fusaro, “Minima Mercatalia”, Bompiani, pg. 32)

Non vorremmo essere fraintesi.  Non riteniamo, come alcuni “cialtroni” dell’estrema sinistra, che “bisogna lottare contro il Capitalismo, non contro l’euro”, identificando il Capitalismo quasi come un’entità metafisica e l’euro come qualcosa di neutro e non, invece, come è in realtà, l’espressione, non simbolica ma reale, del sistema capitalistico e delle classi dominanti in Europa. Riteniamo semplicemente che uscire dall’Euro e da questa Europa non basti, ma che sia il primo passo di una “lunga marcia”. 

Una lunga marcia di cui, per ora, non se ne vedono però i segni. Per questo nasce Bottega Partigiana. Per mettere insieme tutti coloro che ancora non vogliono rassegnarsi al fatto che “le persone sbagliate faranno la cosa giusta” e che saranno sempre gli stessi a pagarne le conseguenze. Che non si rassegnano a salvare, ancora una volta, le classi dominanti e l’attuale modello di sviluppo. Che non si rassegnano all’idea di non voler sognare un mondo nuovo. Il nostro è, dunque, un appello a tutti coloro che condividono le nostre idee e che non si ritengano “indifferenti”. Per questo non possiamo non concludere questo articolo di presentazione con le parole di Antonio Gramsci:

«Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti». 
(Antonio Gramsci, “Odio gli indifferenti”)

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