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sabato 22 giugno 2019

COSA ACCADRÀ ADESSO ? di Leonardo Mazzei

[ sabato 22 giugno 2019 ]

Cresce in Europa l'interesse per le vicende italiane dopo le elezioni europee. Cosa accadrà adesso? Ci saranno elezioni anticipate? Quali sono le vere intenzioni del governo giallo-verde riguardo all'Unione europea? Davvero saranno lanciati i MiniBoT? Reggerà l'alleanza M5s Lega? Di che natura è il populismo di Salvini?
A queste ed altre domande poste dal sito in lingua tedesca EUREXIT risponde Leonardo Mazzei del Comitato centrale di P101L'intervista è di Wilhelm Langthaler.


*  *  *


D. Le elezioni europee hanno rovesciato i rapporti di forza nel governo populista. Perché è avvenuto?

R. I rapporti di forza interni si sono invertiti, ma la maggioranza giallo-verde ha perfino guadagnato consensi. Alle elezioni politiche del 2018 aveva il 50,03% dei voti, alle europee ha ottenuto il 51,40%. Considerato che per il governo non è certo stato un anno facile, si tratta di una differenza minima ma significativa.
Credo che il rovesciamento dei consensi sia da attribuirsi a tre fattori. In primo luogo la Lega ha potuto incassare molti consensi grazie allo stop all'immigrazione clandestina nel Mediterraneo. In secondo luogo, mentre il Reddito di cittadinanza ha prodotto una forte delusione nell'elettorato M5S, l'intervento sulle pensioni — "Quota 100" — voluto in primo luogo dalla Lega, ha spinto molti lavoratori a votare per la prima volta questo partito. In terzo luogo, non bisogna dimenticarsi del ruolo dei media, che per un anno intero hanno fatto ricorso ad ogni argomento per attaccare i Cinque Stelle ancor più che il governo nel suo insieme.
Come se non bastasse, Di Maio ha sbagliato tutto nell'ultima parte della campagna elettorale quando, per dimostrare la propria autonomia da Salvini, ha operato una sorta di "svolta a sinistra". Purtroppo questa sterzata includeva anche un profilo assai più europeista di quello tradizionale del movimento. Una mossa pagata nelle urne.
Leonardo Mazzei

D. Dopo questi risultati, possiamo parlare di una svolta a destra come fanno i media europei?

R. Ci andrei molto cauto. Se guardiamo nel lungo periodo una svolta a destra certamente c'è stata, ma non è un fatto dell'ultimo anno. La verità è che con la fine sostanziale dei partiti, abbiamo ormai un voto non ideologico. Un voto dato, di volta in volta, a chi in quel momento sembra più adatto a risolvere i problemi. E per l'Italia il problema è la crisi, una lunga stagnazione (con due intense fasi recessive) che dura da dodici anni. Basti pensare che il Pil pro-capite italiano è ancora 7 punti al disotto di quello del 2007.
Buona parte dei votanti della Lega nel 2019, nel 2014 avevano votato Renzi (che prometteva sfracelli in Europa), poi i Cinque Stelle un anno fa. Come voteranno tra un anno o tra tre nessuno può dirlo adesso. Diciamo che le persone cercano una via d'uscita alla situazione attuale. Una svolta che vorrebbero la più indolore possibile, e proprio per questo si affidano al voto. Al tempo stesso, però, questo moderatismo non è stupido ed ha un suo preciso orientamento, tendendo a premiare chi in quel momento appare più credibile ed incisivo.

Ma per capire come sia improprio parlare di "svolta a destra" possiamo anche considerare i diversi risultati elettorali degli ultimi 11 anni. Nel 2008 la coalizione di destra vinse le elezioni politiche con il 46,81%, ma se consideriamo anche le altre liste non coalizzate la destra arrivò complessivamente al 55,43%. Nel 2013 ci fu invece il tracollo: 29,18% alla coalizione, 31,84% nel complesso. Nel 2018 la coalizione risalì al 37,00% (39,01% con i non coalizzati). Quest'anno le forze della tradizionale coalizione di destra (Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia) hanno raggiunto il 49,58%, mentre le due formazioni apertamente neofasciste - CasaPound e Forza Nuova - hanno ottenuto rispettivamente lo 0,33% e lo 0,15%, Un risultato, quest'ultimo, che dimostra alla grande quanto sia strumentale l'allarme antifascista suonato dalle èlite.

Mentre questi dati ci mostrano la grande mobilità elettorale degli ultimi anni, essi mettono in luce come i consensi attuali della destra siano perfino inferiori a quelli del 2008, quando nessuno se ne allarmava perché tutto si svolgeva comunque nel recinto di un bipolarismo che molti immaginavano allora come eterno. 

D. Quali conseguenze politiche avrà il voto del 26 maggio? Si è sentito parlare di elezioni anticipate.

R. Al momento le elezioni anticipate sono possibili, ma non certe. Dopo il voto i due partiti di governo si sono infatti ricompattati. Adesso lo scontro non è tra Lega ed M5S, quanto invece tra questi due partiti e la componente imposta da Mattarella, quella che definiamo da sempre come "Quinta Colonna" interna al governo. Il ministro degli Esteri Moavero e, soprattutto, il ministro dell'Economia Tria, operano fin dall'inizio come due infiltrati del blocco eurista dentro all'esecutivo. Nelle ultime settimane, con il riaccendersi dello scontro con la Commissione europea, anche il primo ministro Conte si è posto sempre più chiaramente sulla linea di Tria.

Qualora questa componente, sostanzialmente teleguidata dal presidente della repubblica, dovesse prevalere, sarebbe la vittoria di Bruxelles e la fine politica del governo giallo-verde. E' difficile però che le cose vadano in questo modo. Decisiva sarà la sorte di Tria. Se sarà costretto alle dimissioni il governo potrà andare avanti, dunque niente elezioni anticipate. Ma Tria, proprio per il gioco sporco che svolge, farà di tutto per restare al suo posto operando come guastatore interno al governo.

Se Salvini e Di Maio non riusciranno a venire a capo di questa situazione è probabile che a settembre si vada alle elezioni anticipate. E' questa una prospettiva vista con favore da Mattarella. Il presidente della repubblica ha infatti come primo obiettivo la caduta del governo giallo-verde, puntando poi a fare i conti con Salvini grazie alla parte più docile della Lega, aiutata magari da qualche azione della magistratura. Una componente, quest'ultima, sempre presente nei momenti decisivi della vita nazionale.

D. La commissione europea sta attaccando l'Italia per “l’infrazione dei trattati”. Come reagiranno il governo e le sue componenti interne? Sembra che Conte cerchi un compromesso, ma su quale base?

R. Come ho già detto Conte è adesso allineato con Tria. La loro tesi è che la "procedura d'infrazione" sarebbe per l'Italia il peggiore dei mali, dunque l'accordo con l'UE va secondo loro trovato a tutti i costi. Una posizione non condivisa da Lega e M5S.
Il problema non è la manovra aggiuntiva richiesta, bensì la futura Legge di Bilancio, che come noto andrà presentata entro il 15 ottobre. Per l'Italia è impensabile tornare all'austerità. Sono impensabili nuove tasse (in gioco c'è soprattutto l'IVA), come nuovi tagli. Veri spazi di compromesso in realtà non se ne vedono. Un accordo come quello trovato nel dicembre scorso non sembra oggi riproponibile. E' la stessa situazione economica italiana, con la crescita zero dell'ultimo anno, che impone delle scelte espansive. Ma questo l'UE non può accettarlo. Lo scontro sembra dunque certo. Più che ad un compromesso la linea di Tria e Conte porterebbe ad una capitolazione. Probabilmente sanno anch'essi che questa è improbabile, dato che Salvini e Di Maio non la potranno accettare, ma il loro gioco è a questo punto chiaramente disfattista.

D. I due grandi progetti del governo erano il reddito di cittadinanza (Cinque stelle) e "Quota 100" sulle pensioni  (Lega). Poi c'è la flat tax, un altro progetto del partito di Salvini. Cosa hanno fatto e cosa faranno nel prossimo futuro su questi temi?

R. Reddito di cittadinanza e "Quota 100" sono stati realizzati con la Legge di Bilancio del 2018. Ma entrambe queste misure sono state ridimensionate a causa dell'accordo con l'UE che abbiamo già ricordato.
Mentre "Quota 100" consentirà comunque di anticipare la pensione ad almeno trecentomila lavoratori, il Reddito di cittadinanza — pur restando in ogni caso la prima vera misura di contrasto alla povertà — ha subito tagli e limitazioni che ne hanno ridotto sia l'efficacia che il numero dei beneficiari.
Ora in ballo ci sono il salario minimo, voluto da M5S e contrastato dalle aziende, e la flat tax proposta dalla Lega. In termini macroeconomici, dunque nel confronto-scontro con l'UE, il tema fiscale sarà con ogni probabilità quello centrale.

Sulla flat tax vanno dette due cose. La prima è che, a dispetto del nome, essa non sarà comunque flat. Il progetto originario della Lega (aliquota unica sui redditi familiari al 15%) è stato ormai accantonato. Un abbandono dovuto tanto alla sua insostenibilità economica, quanto alla sua improponibilità dal punto di vista sociale. Tra l'altro l'articolo 53 della Costituzione dispone il carattere progressivo dell'imposizione fiscale. La seconda cosa è che il progetto non è stato ancora presentato. Si parla ora di una tassa piatta al 15% solo per i redditi familiari inferiori ai 50mila euro lordi (26mila per i single), ma trattandosi per adesso solo di discorsi è impossibile al momento una valutazione più precisa.

D. Il parlamento ha autorizzato l'emissione dei Mini-Bot, che la Commissione ha subito respinto. È veramente un passo verso una nuova moneta? O è solamente una minaccia alla commissione? Anche Tsipras e Varoufakis provarono un bluff, ma il risultato fu catastrofico. Sarà diverso in Italia?

R. Se fosse solo un bluff sarebbe il più stupido dei bluff, anche perché a Bruxelles non ci metterebbero molto a scoprirlo. In realtà l'emissione dei Mini-Bot sarà — in un senso o nell'altro — la vera prova della volontà politica del governo.
Formalmente non si tratterebbe di una nuova moneta, bensì di titoli del debito un po' particolari, dato che non prevederebbero né interessi né scadenze. Essi servirebbero ad accelerare i tempi di pagamento dei debiti commerciali della pubblica amministrazione. Uno strumento che darebbe due vantaggi allo Stato: quello di non pagare interessi e di immettere — di fatto — nuova liquidità.
E' chiaro che se i Mini-Bot funzionassero — ed io penso che funzionerebbero — col tempo potrebbero diventare una sorta di moneta parallela, utilizzabile non solo a compensazione dei crediti/debiti tra Stato ed aziende, ma nelle normali transazioni commerciali. Proprio per questo la questione è cruciale. Se il governo andrà avanti, lo scontro con l'Ue sarà inevitabile.

D. I Cinque Stelle sono considerati come l'ala sinistra del governo populista. Come leggono la loro sconfitta? Come pensano di rispondere?

R. Obiettivamente i Cinque Stelle sono l'ala sinistra del governo, ma il loro modo di essere e di presentarsi è troppo confuso. Sono permeabili alle questioni sociali, pur essendo nella sostanza subalterni alla narrazione neoliberista. Esprimono una visione democratica e costituzionale, contraddetta però dai pazzeschi meccanismi del loro funzionamento interno. A differenza della Lega, hanno spesso posizioni corrette sulle questioni internazionali, ma non mancano mai di riaffermare il loro atlantismo. E si potrebbe continuare... D'accordo che una certa dose di ambiguità è tipica di ogni populismo, ma questi troppe volte esagerano...
Proprio per l'assenza di una vera identità i Cinque Stelle faticano a leggere la loro sconfitta. Personalmente non sono tra coloro che pensano che M5S sia destinato a scomparire nei prossimi anni dalla scena politica italiana, ma alcune scelte (dall'organizzazione, alla democrazia interna) non paiono più rinviabili. Purtroppo, però, una vera risposta politica alla sconfitta elettorale ancora non si vede. Speriamo che sia solo una questione di tempo.

D. La Lega sembra il grande vincitore. Ma ha sostanza? Il suo blocco sociale nordista include anche la borghesia industriale, com'è pensabile che resista alla Commissione fino alla rottura?

R. Questo è forse l'interrogativo più grande. La Lega è passata in pochi anni dall'essere una forza del Nord, oscillante tra l'autonomismo ed il secessionismo, ad essere un partito che in quanto nazionalista non può che puntare ad essere innanzitutto "nazionale". Ovviamente questa trasformazione non è ancora un fatto del tutto compiuto, anzi.
Per certi aspetti è come se nella Lega convivessero oggi due partiti in uno. Da una parte la Lega salviniana (nazionalista) si fa forte dell'incredibile ascesa elettorale di questi anni; dall'altra la Lega nordista dispone ancora di tanta parte dei militanti e dei dirigenti ed ha dalla sua il peso della tradizione e quello dei soldi. Rivelatrice della forza di questa componente è la questione del "regionalismo differenziato", il progetto di trasferire risorse economiche dalle regioni più povere del sud a quelle più ricche del nord del Paese. Un progetto al momento bloccato dall'opposizione di M5S, ma al quale la Lega non intende rinunciare, avvalendosi peraltro delle norme inserite nella Costituzione nel 2001 dall'allora maggioranza di centrosinistra.
E' evidente come nel blocco della Lega nordista, che include anche pezzi della borghesia industriale ma non i grandi centri del potere economico, sia tuttora forte una sorta di "europeismo di fatto" dovuto in primo luogo allo stretto legame delle industrie del nord con la filiera produttiva tedesca.
Come si risolverà questo conflitto tra le "due Leghe" non lo sappiamo. Quel che è certo è che se la Lega salviniana tornasse ad essere la Lega Nord di un tempo i suoi consensi si sgonfierebbero assai presto.

D. E' immaginabile davvero un'uscita da destra dall'euro?

R. Questo ce lo diranno i fatti, ma è un'ipotesi che non abbiamo mai escluso. Già nel 2014 il vecchio Coordinamento della sinistra no-euro, nato chiaramente per lavorare ad un'uscita da sinistra dalla moneta unica (e per contrastare su quel terreno l'egemonia della Lega), affermava con chiarezza che anche un'uscita da destra sarebbe stata meglio della permanenza in quella gabbia.
Naturalmente è questa un'ipotesi che pone diversi problemi, ma quell'orientamento resta perché senza liberazione nazionale, senza riconquista della sovranità democratica, ogni altra lotta sociale sarebbe persa in partenza. Figuriamoci quella per il rilancio di un'alternativa socialista...

D. Non si vede il fattore “gilets jaunes” alla italiana.

R. Non si vede perché non c'è. E non c'è perché i settori sociali che potrebbero dar vita ad un movimento del genere al momento affidano ancora le loro speranze alle forze di governo.
Prima nel 2012 in Sicilia, poi alla fine del 2013 sul piano nazionale, il movimento dei "Forconi" fu — sia pure su una scala più ridotta — un'anticipazione di quanto avvenuto cinque anni dopo in Francia. Stessa la composizione sociale ed il maggior radicamento nelle aree periferiche. Stesse le modalità di mobilitazione e gli elementi identificativi.
Se ci sarà un ritorno alle politiche di austerità è molto probabile che un movimento con quelle caratteristiche riemerga assai presto, specie nel Sud del Paese. 

D. E la sinistra, quella tradizionale globalista e quella vostra patriottica?

R. La sinistra globalista è ormai alla frutta. Alle europee, la lista "la Sinistra" ha ottenuto un misero 1,7%, mentre cinque anni prima "l'Altra Europa con Tsipras" aveva superato il 4%. Ancor più che in passato questa lista è apparsa senza idee, salvo quella di dover comunque difendere l'Unione Europea dall'assalto del nazionalismo di destra. Aver partecipato ad un allarme antifascista, del tutto estraneo al sentimento delle masse, ha fatto il gioco del Partito democratico, che ha così incassato il cosiddetto "voto utile" di chi a quell'allarme ha creduto.
La sinistra patriottica ha grandi idee, ma forze ancora troppo divise. Superare queste divisioni è la condizione indispensabile per operare il salto di qualità verso un soggetto politico credibile. Un soggetto che sappia legare la lotta all'euro-dittatura con una nuova prospettiva socialista. Operazione che nella concreta situazione italiana dell'oggi — questa è la posizione di Programma 101 — può essere condotta solo con un chiaro posizionamento nel campo populista.

15 giugno 2019


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martedì 21 maggio 2019

IL NOSTRO DONBASS di Willi Langthaler

[ martedì 21 maggio 2019 ]

Giorni addietro davamo conto della partecipazione di Fabio Frati, del Cc di Programma 101, alle celebrazioni per il quinto anniversario della fondazione delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Con Fabio c'erano altri compagni europei: francesi, tedeschi, austriaci, serbi, polacchi, ecc.
Di seguito le considerazioni di viaggio di Willi Langthaler, della sinistra patriottica  austriaca e portavoce del Campo Antimperialista.

*  *  *

In occasione delle celebrazioni della liberazione dall’occupazione nazista (9 maggio) e del quinto anniversario della fondazione delle Repubbliche del Donbass (11-12 maggio), una delegazione di 9 membri del movimento austriaco per la pace e la neutralità si è recata nei giorni scorsi nelle zone ribelli dell'Ucraina orientale.

Malgrado una visita di pochi giorni, ogni osservatore ha potuto rendersi conto che alcune narrazioni, diffuse dai media occidentali sui cosiddetti territori separatisti, sono smentite in modo sfacciato. Almeno nelle capitali, Donetsk e Lugansk, prevale la normale vita di tutti i giorni. Non si può dunque parlare di situazione di guerra o stato di emergenza. Le tracce della guerra le si deve andare a vedere. Si pensi a Parigi, davvero militarizzata. D'altra parte, si vedono in Donbass le difficoltà economiche, le conseguenze sociali della situazione incerta e la mancanza di investimenti.

Politicamente e culturalmente, si potrebbe parlare di una sorta di Risovietizzazione politica, anche se le basi e le cause sociali sono completamente diverse. Due momenti stanno creando l’identità per le repubbliche popolari: da un lato, la centralità della classe operaia nell'industria del carbone e dell'acciaio, che da centralità ad un "proletariato" inimmaginabile nel nostro paese. Non c'è mai stata un'élite borghese e gli oligarchi che sono emersi negli ultimi decenni, sono scappati con la guerra civile. I protostati nacquero da una rivolta popolare vera che ha partorito una nuova leadership. Soprattutto a Lugansk, dove il carbone e l'acciaio sono ancora dominanti, qui i sindacati la fanno da padrone. Si potrebbe quindi parlare di una repubblica sindacale. Donetsk aveva più industria meccanica e una realtà metropolitana più importante.

D'altra parte, c'è la vittoria sul nazismo tedesco, che è stato vinto soprattutto in questa regione con un bilancio particolarmente elevato. Ecco perché la connessione del nazionalismo ucraino alla tradizione nazista con Bandera & Co causa controreazioni particolarmente violente. Non per niente i numerosi monumenti sovietici sono intatti e continueranno ad essere onorati. Lenin lo si vede dappertutto.


Il 9 maggio è certamente un'alta priorità anche nella Federazione Russa, ma nel Donbass abbiamo a che fare con un'enorme mobilitazione dal basso, ancor più del 1° maggio, di cui molti degli altri partecipanti ci avevano parlato, oltre che i giorni fondatori delle repubbliche popolari. Tre volte in meno di due settimane, le masse scendono in piazza. Sebbene, ovviamente, le autorità sovrintendono all'organizzazione della partecipazione, un elemento di volontarietà spontanea è molto evidente. A questo proposito, il termine rivolta popolare è ancora valido, anche per quanto riguarda il 2014 militare e gli anni successivi. Se la Russia può aver sostenuto la rivolta, il punto di forza è stata la resistenza popolare. 

Un elemento nazionalista grande russo, che noi davamo per scontato, non è in alcun modo apprezzabile. La Chiesa ortodossa non giocò praticamente alcun ruolo, a differenza della stessa Russia, dove invece ha un grande peso. Persino i cosacchi, che si presentano nella regione come un momento di identità potenzialmente conservatrice nel senso di una meccanica culturale di stato, appaiono poco più che folklore, tranne che in un senso antifascista, non è un caso che, ad esempio, il monumento di Shevchenko — il poeta nazionale ucraino usato dai nazionalisti — non è stato rimosso. Si tratta del segnale consapevole che si è avuta una rivolta democratica e antifascista, non nazionalista. Senza dimenticare che il Donbass era un crogiolo sovietico, a differenza della Crimea russo-imperiale.

Le questioni della situazione economica e le prospettive di sviluppo non possono essere messe a fuoco con la necessaria profondità in una visita di pochi giorni. Tuttavia, il ruolo schiacciante dello Stato è chiaro. Gli oligarchi sono scomparsi. Sebbene la loro proprietà sia stata formalmente preservata, la maggior parte dei governi ha dovuto intervenire e organizzarsi, senza dimenticare che non esiste un regolare sistema bancario e quindi nessun credito commerciale.

Formalmente, tutte le relazioni economiche con l’Ucraina di Kiev sembrano interrotte. Tuttavia senti dire che un qualche scambio commerciale c’è ancora. Il carbone del Donbass trova ancora la strada per raggiungere le sue vecchie aree di vendita. Il fatto che i nazionalisti ucraini e i radicali di destra abbiano accusato i propri oligarchi di continuare le relazioni economiche nel corso dell'imposizione del blocco della Donbass indica che ciò è avvenuto.

L'opportunità annunciata da Putin di rilasciare passaporti russi è stata accolta con entusiasmo. Grazie a questo è finalmente tornato disponibile per i cittadini del Donbass un documento di viaggio utilizzabile a livello internazionale, visto che non è possibile rinnovare i passaporti ucraini nelle Repubbliche popolari.

Anche se Mosca stessa non ne vuole sapere, e per questo motivo anche i vertici delle repubbliche popolari stanno frenando, praticamente tutti vogliono la connessione con la Russia — anche per ragioni piuttosto pragmatiche. Sia che si tratti dell'enorme differenza sociale: un minatore del Donbass guadagna 25.000 Rubli (circa 350 €), nel Kuzbass russo due o tre volte più — sia in vista della normalizzazione della situazione economica che dell'integrazione dell'industria pesante e metallurgica.

Nessuno crede davvero alla "pace di Minsk" e all'autonomia in seno all'Ucraina in essa prevista, Kiev ha dimostrato di essere militarista ed estremista. La guerra fratricida imposta dagli estremisti di destra della regione perpetrata dal regime di Maidan appare fratricida e priva di senso. Tuttavia, l’ipotesi dell’autonomia resta sul tappeto come ipotesi politica, almeno finché non è esclusa una rivoluzione democratica vittoriosa a Kiev.

Da notare le differenze tra Donetsk e Lugansk: Donetsk è più vicina alla Russia putiniana, mentre Lugansk affianca l'emblema nazionale ai simboli sovietici. A Donetsk le celebrazioni sono state organizzate dal ministero, a Lugansk dei sindacati.

Per quanto riguarda certe destre dell'Europa occidentale, non si può incolpare le repubbliche isolate di accettare il loro sostegno simbolico. Inoltre, le porte per la sinistra sono aperte, e lo saranno di più in futuro. Quando Werner Murgg, membro del parlamento della Stiria, ha presentato la grande delegazione austriaca con un totale di quattro comunisti stiriani al ministero degli esteri di Donetsk, tutti erano contenti. Lugansk ha già fatto diversi inviti per il futuro.

In vista del 9 maggio 2020, un'altra delegazione austriaca per la pace è stata concordata dai sindacati di Lugansk. Alcuni articoli sono già stati discussi. Visite nelle fabbriche per capire meglio la situazione sociale ed economica. La lotta antifascista continua.


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domenica 29 ottobre 2017

ELEZIONI IN AUSTRIA: SETTE PUNTI PER CAPIRE di Wilhelm Langthaler

[ 29 0ttobre 2017]

1. La mobilitazione identitaria contro gli immigrati quale leva principale per poter garantire una maggioranza al regime neoliberale
2. Il declino del Partito Sociademocratico in quanto partito dei lavoratori è stato bloccato grazie ai voti dei Verdi
3. Un FPÖ moderato come appendice (quasi) dell’ÖVP
4. Il fenomeno Kurz come bolla mediatica
5. Il sistema politico resta sostanzialmente stabile
6. Pilz nel ruolo di opposizione sociale?
7. I falliti: Düringer e il KPÖ

La mobilitazione sciovinista-identitaria


Lo sciovinismo contro gli immigrati poveri, i culturalmente diversi e soprattutto quelli con marcate caratteristiche esteriori è diventato una costante. Il fatto che parti del sistema lo usino politicamente a loro favore anche. Con queste elezioni è stato tuttavia raggiunto un nuovo livello. Da un lato, l’accoglienza in un anno di circa un 1% di rifugiati (in rapporto alla popolazione totale) ha rappresentato un cambiamento effettivo del regime migratorio a lungo termine. Dall’altro, l’ÖVP (Partito Popolare Austriaco, ndr), e fino ad un certo punto anche Pilz, hanno preso parte alla campagna sciovinista identitaria, fatto che fino ad ora era riservato essenzialmente all’FPÖ (Partito della Libertà Austriaco, ndr).

Questo cambiamento ha portato i media di sistema, uno dei principali strumenti di potere, a muoversi sulla stessa lunghezza d’onda. In precedenza i media si erano auto-incensati con la cultura dell’accoglienza. Ma ecco improvvisamente sparire le immagini dei bambini siriani annegati e le notizie sulle capacità d’integrazione dell’educata classe media araba, e riapparire le immagini del vecchio nemico, il violentatore dalla pelle scura e il terrorista islamico.

Kurz ha riconosciuto in questo cambiamento la sua opportunità ed è saltato sul carro dell’FPÖ. I resti della caritas, dell’amore cristiano per il prossimo sono stati abortiti e sostituiti dall’odio identitario contro l’islam. In un certo senso è il ritorno alle radici antisemite dei Cristiano Sociali, almeno per quanto concerne la sua struttura. La classe media piagata da paure esistenziali richiede un nemico e questi sono ora i musulmani. Kurz ha reso questa posizione accettabile anche agli strati superiori della società.

Su questo tema l’SPÖ (Partito Socialdemocratico d'Austria, ndr) non ha una posizione chiara. Da un lato, la corrente della classe media viennese (erroneamente definita dai media di sinistra in quanto è disposta ad una coalizione solo con l’ÖVP e non con l’FPÖ) non è pronta cedere; dall’altro, scalpitano soprattutto quelle parti dell’SPÖ che sono vicine agli apparati repressivi e che desiderano una nuova partecipazione al governo. Preso tra queste due posizioni l’SPÖ era come paralizzato. Ha cercato vergognosamente di mantenere le misure sociali per assicurare l’immigrazione, pur senza difenderla in modo attivo. E molte volte ha ceduto, come sulla legge che ridefinisce per l’Islam le regole per l’esercizio del diritto di professione religiosa, il divieto di indossare una copertura totale del viso (legge nota come “legge anti-Burka”) o l’appello in favore di uno stato di polizia contro una presunta minaccia rappresentata dai migranti.

Il cuore del problema, cioè il fatto che il regime del libero mercato lascia il movimento dei fattori produttivi unicamente in mano al mercato (cioè ai proprietari), non è stato ovviamente affrontato da nessuno. Una posizione d’opposizione può solo essere quella di richiedere la fine del libero mercato e della globalizzazione. Di ridare al sud globale le sue possibilità di sviluppo. Di regolare l’economia attraverso lo stato nell’interesse della maggioranza. Ciò vuol dire anche limitare la migrazione economica in modo da impedire che i salari scendano ancora. Contemporaneamente è però anche necessario adottare misure per far risalire socialmente coloro che già si trovano qui e consentirne l’integrazione nell’opposizione socio-democratica attraverso l’autodeterminazione culturale.

Il collasso dell’SPÖ è stato evitato?

Molti pensavano che l’SPÖ, seguendo il trend europeo, avrebbe subito un sostanziale collasso. Considerando che la sua clientela storica è tra quelle maggiormente colpite dalla contro riforma in atto, sarebbe anche stato logico. La dismissione graduale del compromesso sociale viene moderato e amministrato dall’SPÖ. Ciò ovviamente logora la base.

Ed effettivamente l’SPÖ ha perso consensi nei distretti operai. Secondo il giornale Der Standard, l’FPÖ ha tra i lavoratori una maggioranza assoluta ed è passata da un terzo dei voti dell’ultima volta ai due terzi attuali. Tuttavia, l’SPÖ ha potuto compensare tale perdita cannibalizzando i voti dei Verdi della classe media liberale cittadina. Nelle fortezze radical chic viennesi ha addirittura registrato una crescita a due cifre.

La classe media cittadina è affetta da un’incontrollabile paura socio-culturale nei confronti di un governo Nero-Blu [ÖVP-FPÖ]. Essa è convinta che soltanto l’SPÖ possa porre un freno all’ascesa dei Blu. Si tratta di un’illusione della classe media, un’illusione dai tratti reazionari in quanto lega l’SPÖ ad una grande coalizione con l’ÖVP. Questa posizione, che di fatto rappresenta la sola moderazione della controriforma, è tra l’altro proprio il motivo che ha permesso all’FPÖ di ottenere l’aggancio con gli strati subalterni della popolazione.

In base a queste considerazioni è da temere che l’SPÖ non sia né pronto né capace di svolgere un ruolo di opposizione, così come non lo fu un decennio fa sotto il precedente governo Nero-Blu. Se Kurz e Strache, contrariamente a quanto preannunciato, lasceranno intatti i benefici del partenariato sociale dell’apparato dell’SPÖ e continueranno con uno smantellamento lento, non ci sarà alcuna resistenza sociale. Non è tuttavia da escludere che i Nero-Blu nell’euforia della vittoria decidano di ignorare la consolidata prassi politica austriaca e di aggredire l’apparato dell’SPÖ ed è possibile che questo provochi una certa resistenza. Non è tuttavia certo che l’SPÖ sappia come fronteggiare l’attacco.

L’FPÖ come apportatore di maggioranza per l’ÖVP?

Rispetto agli anni precedenti, l’FPÖ ha ammorbidito in questa campagna elettorale l’elemento sociale che aveva ripetutamente usato soprattutto a Vienna. Simbolicamente questo cambiamento è rappresentato dal rifiuto di una tassa sull’eredità. Va inoltre considerata la coalizione Nero-Blu nell’Alta Austria che governa con un programma completamente neoliberale. Tutto ciò è un chiaro segnale all’ÖVP che si è pronti a sottomettersi.

Strache deve avere tuttavia ancora in mente il disastro della prima coalizione nero-blu che portò ad una divisione e al declino dell’FPÖ. Allora, come ricompensa per aver dato la maggioranza all’ÖVP, i Blu poterono servirsi a piene mani (vedi l’affare Grasser). Stavolta Strache vuole però aumentare il prezzo politico in modo da non apparire come il burattino della Raiffeisen & Co. E il modo più semplice è sul piano della simbologia politica identitaria contro i mussulmani e i migranti. Per quanto tempo potrà andare avanti così?

A parte un certo effetto frenante le classi subalterne cittadine hanno sicuramente anche delle aspettative sociali nei confronti dell’FPÖ. In pochi anni, le aspettative deluse potrebbero portare alla perdita del sostegno plebiscitario. Strache non è Grasser né Riess-Passer. Egli s’inventerà una qualche bolla di sapone in modo da distanziarsi da Kurz e in ultima istanza potrebbe anche tirare il freno.

Il fenomeno Kurz

Il successo elettorale di Kurz con un netto 7,5% in più è effettivamente stupefacente. Non soltanto perché da decenni l’ÖVP è partito di governo, ma anche perché ormai mostrava evidenti segni di usura. Una prima interpretazione del fenomeno Kurz è certamente l’ininterrotto potere mediatico con il quale è stato messo in scena come se si trattasse di un vento fresco di rinnovamento. Questa spiegazione non è però sufficiente.
Una seconda spiegazione è la già accennata campagna identitaria anti-islamica, che ha trovato terreno fertile nelle classi medie cittadine e soprattutto in quelle della provincia.
Terzo, Kurz non è particolarmente conservatore. Il vecchio ÖVP era per la società austriaca troppo reazionario. Anche per questo motivo è stato possibile riguadagnare consensi nelle città.
A parte questo non c’è molta nuova sostanza per il vecchio regime neoliberale. Se Kurz dovesse incontrare difficoltà o addirittura resistenza, potrebbe addirittura perdere il sostegno all’interno del proprio partito. Egli ha infatti scavalcato il tradizionale sistema dell’equilibrio di potere legato ai reciproci ricatti e ha imposto il suo dominio personale. Alcuni vorranno vendicarsi quando il tempo sarà maturo.

Stabilità

Nonostante tutte le apparenze di crisi dobbiamo tuttavia riconoscere che i risultati elettorali documentano in ultima istanza la stabilità del sistema. Non soltanto è aumentata la partecipazione elettorale, ma addirittura i due terzi dei votanti hanno sostenuto i partiti del sistema neoliberale. Se consideriamo l’FPÖ anch’esso come un partito di regime, anche se in modo indiretto, i consensi totali raggiungo oltre il 90%. Con un po’ d’indulgenza si può considerare Pilz come il salvatore dell’onore socialdemocratico. Tuttavia anche lui è un fervente sostenitore dell’Unione Europea. Di fatto da eleggere non c’era nessuna opposizione al regime.

Pilz

Pilz merita comunque uno sguardo più attento. Egli ha avuto il ruolo del secondo becchino dei Verdi. Il primo è stato l’SPÖ.

Egli aveva concepito per i verdi una via d’uscita di tipo populista di sinistra dal ghetto del benessere urbano della sinistra liberale. Questa via d’uscita aveva due componenti. Primo: richieste socialdemocratiche simili a quelle dell’SPÖ, assolutamente compatibili per lui, come anche per l’SPÖ, con l’Unione Europea. Secondo: attacchi continui a Erdogan e all’islam politico. Questo secondo aspetto raccoglie in modo raffinato, senza essere apertamente sciovinista, un effettivo malumore di base anti-islamico e antiturco. Lo sciovinismo culturale di destra ha così trovato un suo corrispettivo secolare, liberale di sinistra. Nelle città l’esperimento ha ben funzionato.

Poiché l’SPÖ e l’ambito liberale di sinistra urbano (quello che si identifica nello slogan “Contro i fascisti dell’FPÖ”) non sono capaci di fare una resistenza sociale, questo ruolo poté essere impersonato da Pilz. Non che questo possa avere un influsso significativo sugli apparati del movimento operaio istituzionalizzato o che abbia un radicamento organico negli strati sociali subalterni. Tuttavia Pilz ha buon naso nel captare gli umori popolari. Se si dovesse sviluppare una latente prontezza alla resistenza, egli potrebbe allora tentare di riempire questo vuoto. Pilz ha accesso ai media e un discreto apparato organizzativo. Non bisogna aspettarsi troppo, ma potrebbe essere più che niente.

Düringer e il KPÖ

In generale i piccoli partiti e altri vari tentativi organizzativi rappresentano un importante metro di misura della situazione politica.

La lista elettorale di Düriger, la GILT [“Meine Stimme GILT” – Il mio voto conta] è stato un interessante esperimento che è possibile definire, in senso largo, populista di sinistra. Düringer si è però rifiutato di presentare una vera alternativa politica. Il rifiuto dei partiti e della politica in generale è stato preso alla lettera e non interpretato come espressione del rifiuto dei partiti di regime tipico degli ambienti di opposizione. La lista non ha perciò presentato alcun programma politico, ma ha tenuto un atteggiamento neutrale per non spaventare potenziali elettori. Alla fine non è stato altro che un calcio in culo cabarettistico al liberismo di sinistra. Decisamente troppo poco. Con un programma politico socialdemocratico elaborato in un processo costitutivo il risultato sarebbe stato migliore, anche se Pilz gli avrebbe comunque rubato la scena.

Considerando la totale mancanza di una sinistra d’opposizione e una situazione sociale che gli stessi media hanno tematizzato e descritto come incrinata, sarebbe stato logico aspettarsi una avanzata del KPÖ (Partito Comunista d'Austria, ndr). È successo il contrario. Condividendo lo stesso tipo di ambito dei Verdi, ne ha subito lo stesso effetto frenante. Meglio sostenere l’SPÖ o Pilz per non disperdere i voti. A parte il nome, il KPÖ non si differenzia in alcun modo dal liberismo di sinistra. La sua sopravvivenza è dovuta unicamente al mantenimento del nome, una sorta di imbroglio di marca.

venerdì 15 settembre 2017

DIE LINKE È UN'ALTERNATIVA ALLA SPD? di Inge Höger

Wilhelm Langthaler e Inge Höger
[ 16 settembre 2017 ]


Ist DIE LINKE eine Alternative zur Sozialdemokratie?

La II. Assemblea della Confederazione per la Liberazione Nazionale (C.L.N.) è stata preceduta, il 1 settembre, da un forum internazionale. Qui sotto la registrazione video dell'intervento di Inge Höger, esponente dell'ala no-euro della Linke e deputata al Bundestag. Tutti gli altri interventi (France Insoumise, Invoke Democracy Now dal Regno Unito, Unità Popolare dalla Grecia, Socialismo XXI dalla Catalogna) sono nel canale You Tube della C.L.N
Presto, a cura della C.L.N., saranno pubblicati gli atti, sia del Forum internazionale che della II. Assemblea.


domenica 16 ottobre 2016

LA SITUAZIONE ITALIANA SPIEGATA AD UNO STRANIERO di Leonardo Mazzei

[ 16 ottobre ]

Nell'imminenza del referendum del 4 dicembre, cresce all'estero l'attenzione sulla situazione italiana. In occasione del III. Forum no euro svoltosi a Chianciano Terme nel settembre scorso, molte erano le domande che venivano rivolte a noi italiani. Chi c'è dietro Renzi? Qual'è la vera posta in palio del referendum? Cosa accadrà in caso di vittoria del NO o del SÌ? Perché Programma 101? Leonardo Mazzei [nella foto] risponde alle domande di Wilhelm Langthaler.



D. Perché questo referendum costituzionale è così importante?
R. E' importante sia per il suo contenuto effettivo, che per i significati simbolici che è venuto ad assumere. La controriforma costituzionale è pesante, basti pensare ad un Senato che manterrà notevoli poteri (ad esempio in materia costituzionale, rapporti con l'UE, enti locali, elezione del presidente della repubblica, eccetera) ma non più elettivo. Il Senato non è stato abolito, come dice la propaganda di Renzi. E' stata invece abolita la democrazia. Ma la vera chiave della controriforma sta nella legge elettorale. Un sistema che garantisce il 55% dei seggi a chi raggiunge il 40% dei voti, blindato dal ballottaggio nel caso nessuno raggiungesse la soglia prevista al primo turno. Un meccanismo costruito su misura per il Partito Democratico che, qualora passasse, condurrebbe ad un presidenzialismo di fatto. Ma il referendum si è caricato di significati politici più generali. Di fatto sarà un pronunciamento su Renzi e il renzismo. E, sul piano più generale, sarà un nuovo round della rivolta dei ceti popolari contro le èlite, con una chiara matrice di classe. Non a caso i sondaggi ci parlano di un no che prevale largamente al centro-sud (dove i livelli di povertà e disoccupazione sono più alti), mentre il sì risulta in vantaggio nel nord-ovest del Paese.
Wilhelm Langthaler


D Quali sono le forze del no?
R. Tra i partiti sono per il no il Movimento Cinque Stelle (M5S), le forze di destra (Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d'Italia) e quelle di sinistra (Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista e tutte le altre forze minori). Mentre si prevede che gli elettorati della sinistra, di M5S e della Lega Nord voteranno in maniera piuttosto compatta per il no, diverso è il discorso di Forza Italia. Gli elettori di questo partito (oggi attorno al 10% dei consensi) sembrano spaccati a metà. Del resto le televisioni di Berlusconi si comportano in maniera asettica, mentre il leader non parla. Questo lo schieramento del no a livello partitico, ma il fronte del no nella società è ben più ampio. Già dalla primavera scorsa sono attivi centinaia di comitati locali, largamente indipendenti dalle forze politiche. Le iniziative promosse da questi comitati riscuotono in genere una notevole partecipazione popolare.

D. Come si spiega la svolta della Lega Nord che era per la Padania, che veniva concepita come contigua alla Baviera, e oggi sta per l’Italia contro la zona Euro? Sembra che abbiano cambiato sponda.

D. Il nuovo gruppo dirigente della Lega, rappresentato da Matteo Salvini, è andato a coprire il vuoto apertosi con la crisi del berlusconismo. L'idea è stata quella di uscire da un lato dai limiti geografici della cosiddetta "Padania" (il nord Italia), dall'altro da quelli dell'alleanza politica di una destra guidata da Berlusconi. Il tutto per costruire una sorta di partito lepenista italiano. I temi scelti per questa operazione sono due: no-euro, ma soprattutto no all'immigrazione, con una deriva xenofoba sempre più accentuata. In questo modo la Lega è salita da un 5-6% al 12% degli attuali sondaggi. Tuttavia i risultati delle amministrative di giugno non sono stati favorevoli a Salvini e lo sfondamento verso sud sembra destinato a fallire. Probabilmente l'attuale segretario, volendo mantenersi autonomo da Forza Italia, dovrà cercare di competere con i berlusconiani in tutto il paese, ma la forza di questa operazione non sembra più quella di un anno fa.

D. Si parla ancora della coalizione rosso-bruna come hanno fatto in Inghilterra e altrove. Come commenta questo attacco?

R. Più che di coalizione rosso-bruna lo schieramento renziano cerca di qualificare tutti gli oppositori come il "fronte del vecchio". In realtà l'accusa di "rossobrunismo" non regge per due motivi: primo, perché è naturale che in un referendum convergano anche forze ideologicamente molto diverse fra loro, e questo lo capiscono tutti; secondo, perché in questo caso la destra è obbligata ad utilizzare le argomentazioni giuridico-politiche tipiche della sinistra, parlando quindi di democrazia, rappresentanza, equilibrio dei poteri, eccetera.

D. Come interpreta il no di Bersani? È di sostanza o solamente un tentativo di ottenere concessioni in una situazione di dipendenza?

R. Il no di Bersani attiene alla lotta interna al PD. Renzi è un rullo compressore. Ed il suo slogan della "rottamazione", specie se visto dalla minoranza bersaniana, non è affatto uno scherzo. Sono tre anni che questa minoranza brontola, ma (salvo alcune eccezioni, come quelle dei deputati Fassina e D'Attorre) non rompe. Costoro hanno votato per disciplina la controriforma costituzionale in ben sei passaggi parlamentari, ed ora si apprestano invece a votare no non avendo ottenuto la modifica della legge elettorale. E' chiaro che siamo di fronte ad una posizione debole. Tuttavia, non penso che il loro scopo sia quello di ottenere concessioni, dato che sanno che queste con Renzi sono impossibili. Loro si preparano in qualche modo al dopo 4 dicembre. Se vincerà il no proveranno a riprendersi il partito. Operazione non facile, ma che parzialmente potrebbe riuscire. Se prevarrà il sì una parte di loro sarà invece costretta ad uscire. Ma questo è un discorso ancora prematuro.

D. Le elites economiche sono ancora compatte a favore dell'Euro come in Spagna e Grecia o ci sono già fessure?
R. Le èlite si mantengono piuttosto compatte, ma qualche scricchiolio c'è. Il fatto è che il peso dell'Italia è ben diverso da quello della Grecia, ed è comunque superiore anche a quello della Spagna. Da qui una certa idea sulla possibilità di ottenere concessioni da Bruxelles. Idea che ben si sposa con la politica (le continue richieste di "flessibilità") del governo Renzi. Qualora questa linea fallisse in maniera eclatante, penso che la frattura nel blocco dominante emergerebbe con chiarezza. Il tema più caldo sul quale questa frattura potrebbe manifestarsi è quello della crisi bancaria.

D. Che ruolo gioca questa crisi e che soluzioni propone Renzi?
R. La crisi del sistema bancario italiano è gravissima. E' un disastro che viene direttamente da otto anni di recessione (il pil italiano 2016 è ancora a -8% rispetto al 2007!). Troppe le famiglie e le imprese che non sono più in grado di pagare i loro debiti. Le banche hanno bisogno di ricapitalizzarsi per coprire le perdite subite, ma non ci sono privati disposti a mettere soldi in questo pozzo senza fondo. Unica soluzione l'intervento pubblico. Intervento che non venne fatto nel 2012 (quando lo fece la Spagna) a causa dell'elevato stock del debito. Ma adesso i nodi vengono al pettine: la mitica ripresa non c'è (il pil cresce sotto l'1%), mentre le regole dell'Unione Bancaria (specie quella sul bail in) mettono le banche in una stretta insostenibile. Molti risparmiatori (spesso povera gente che ha perso la totalità dei propri risparmi) hanno già pagato, ma si tratta solo della punta dell'iceberg. Finora il governo Renzi ha affrontato questo problema caso per caso. O con un'applicazione parziale del bail in nel caso di quattro banche fallite del Centro Italia, o con ricapitalizzazioni largamente pubbliche, ma formalmente private, come nel caso delle due principali del Veneto (dove però gli azionisti hanno perso il 100% di quel che avevano). Adesso c'è il caso più importante del Monte dei Paschi di Siena. Qui il governo si è messo nelle mani di JP Morgan, facendo emergere in maniera pesante e plateale il legame con la grande finanza americana. Un'operazione che gli è costata perfino il duro attacco del solitamente governativo Corriere della Sera. Mentre nei fatti il duo Renzi-Padoan agisce in maniera diversa caso per caso, lo slogan del capo del governo è "ci penserà il mercato"! In realtà la situazione è esplosiva. Secondo molti economisti una nuova crisi dei mercati finanziari potrebbe portare allo scoperto in maniera drammatica le difficoltà del sistema bancario italiano. Se sarà così avremo o l'applicazione in serie del bail in (come vorrebbe Lars Feld) o la rottura dell'Unione Bancaria. Penso che a quel punto la frattura nel blocco dominante sarebbe pressoché certa.

D. Come può difendersi Renzi? Ha ancora una possibilità di vittoria il 4 dicembre?
R. Un anno fa tutti pensavano che Renzi avrebbe stravinto il referendum. Poi, passo dopo passo, sono risultate evidenti le sue difficoltà. Ora i sondaggi danno in leggero vantaggio il NO, ma è in genere un piccolo vantaggio, tipo 52 a 48%. Troppo poco per avere certezze, anche se il mio personale parere è che in questo momento il vantaggio del NO sia forse superiore a quel che si dice. Al tempo stesso bisogna sapere che il recupero di Renzi non è impossibile. Sicuramente verrà giocata la carta della paura, ma anche quella - per certi aspetti più insidiosa - di un certo "euroscetticismo". Alcuni pensano che potrebbe esservi addirittura la "sorpresa" di un sostegno in extremis di Berlusconi. Il tutto in un quadro segnato da uno schieramento "bulgaro" dei media e dal vantaggio di poter utilizzare tutte le leve del potere governativo, a partire da alcune misure dal sapore elettorale che verranno prese con la prossima legge di bilancio. Insomma: Renzi è in svantaggio, ma può ancora recuperare. Le forze del no dovranno dunque lavorare sodo e bene nelle prossime settimane.

D. La richiesta di Renzi verso il centro e la Germania di ammorbidire l’austerità ha trovato il sostegno di Hollande e anche del cancelliere austriaco Kern che vuole fare la stessa cosa per vincere le elezioni. C'è una chance reale per una versione light di Tsipras?

R. A me pare che la linea di Renzi stia ormai mostrando tutti i suoi limiti. Almeno per un paese come l'Italia, quella che noi definiamo la "politica dei decimali" non è minimamente sufficiente. Non basta un'attenuazione così moderata dell'austerità per invertire il trend alla stagnazione. Al tempo stesso, questa politica mette oggettivamente in discussione le regole europee, il fiscal compact in primo luogo. Quanto potrà durare questa situazione di né pace né guerra con l'Unione Europea è difficile a dirsi, ma certo Renzi (se resterà al governo) vorrà approfittare dei prossimi delicati passaggi della politica europea, elezioni presidenziali francesi in primo luogo, per ottenere nuove concessioni. In ogni caso ritengo più probabile che gli attriti con la Commissione Europea e con la Germania possano sfociare in uno scontro aperto sulla questione bancaria più che sul tema dell'austerità.

D. Che potrebbe succedere in caso di vittoria del NO?
R. Bella domanda! Di certo Renzi non potrebbe restare al suo posto di capo del governo. Se lo facesse andrebbe incontro ad un logoramento che finirebbe per distruggerne definitivamente la sua immagine di innovatore. L'uomo è intelligente e non credo farà questo errore. Potrebbe invece restare alla guida del Pd, che però a quel punto entrerebbe in una difficile fase di convulsioni interne. Il piano B del blocco dominante è sicuramente quello delle "larghe intese", sia nell'immediato che nella prospettiva della prossima legislatura. Nell'immediato potrebbe nascere, sotto l'egida del capo dello Stato, un governo di transizione che modifichi la legge elettorale e traghetti il paese verso le elezioni politiche nel 2018. Al momento è impossibile dire chi guiderebbe quel governo (molti pensano ad Enrico Letta), ma certamente Forza Italia sarebbe ben felice di far parte della maggioranza. Questo per quanto riguarda gli assetti istituzionali. Più in generale, ed è quello che a noi più interessa, si aprirebbe una fase di crisi del blocco dominante e di rinvigorimento di tutte le forze che si battono contro lo stato di cose presente. Per comprendere le difficoltà delle élite bisogna capire che quello di Renzi non è un nome fra tanti. La scelta dei principali centri del potere economico di appoggiarlo per portarlo alla guida del governo nacque dalla consapevolezza di quanto la situazione fosse ormai esplosiva. Dal loro punto di vista Renzi rappresentava il giusto mix di liberismo e populismo, di politica privatizzatrice e di retorica anti-austerity. Dunque trovare non solo un nuovo assetto, ma anche un nuovo nome, non sarà per niente facile. Per quel che riguarda invece le forze che si battono per la rottura con l'euro e con l'UE, in una prospettiva democratica e tesa alla difesa degli interessi delle classi popolari, sarà il momento in cui tentare il salto di qualità. Operazione non facile, ma di certo ben più difficile nel caso di una stabilizzazione politica successiva ad un'affermazione del sì. Decisivo in questo campo sarà comunque l'evoluzione di M5S.

D. I Cinque Stelle non sembrano preparati per guidare il paese come si vede a Roma. Quali sono gli scenari?

R. I Cinque Stelle non possono pensare di andare al governo da soli. La loro posizione per il no al referendum è netta e così pure quella contro la legge elettorale di Renzi, anche se alcuni dei loro dirigenti avevano magari pensato di avvantaggiarsene grazie al ballottaggio. Personalmente non ho mai creduto a Di Maio primo ministro. Questo per un motivo molto semplice: visto il persistente rifiuto di ogni alleanza, M5S potrebbe vincere solo con l'Italicum (la legge elettorale di cui abbiamo già parlato, che assegna il premio di maggioranza escludendo però le coalizioni), ma in caso di vittoria del NO l'Italicum salterà, mentre se vi sarà l'affermazione del SI Renzi andrà subito alle elezioni nella primavera 2017 e - questo almeno è il mio parere - sull'onda del risultato referendario vincerebbe al ballottaggio. Più in generale è impensabile un governo basato su una sola forza, peraltro con un radicamento sociale ben più scarso di quello che i successi elettorali potrebbero far pensare. La vicenda di Roma è una conferma di questi problemi, anche se non bisogna credere che le difficoltà che lì sono emerse portino meccanicamente ad un calo dei consensi dei Cinque Stelle. In caso di vittoria del no anche M5S sarà chiamato alla prova del fuoco in vista delle elezioni politiche del 2018. Due i problemi di fondo: uscire dal mito del web e radicarsi seriamente nella società, costruire uno schieramento di alleanze politico-sociali il più vasto possibile. Inutile dire che una simile apertura porterebbe con se anche un altro cambiamento, quello di una diversa strutturazione del movimento, che non può continuare a vivere senza uno statuto, senza vere strutture territoriali, senza una vita democratica degna di questo nome.

D. Che cosa fanno le forze di sinistra?


R. Nell'attuale parlamento c'è un solo raggruppamento che si definisce di sinistra: Sinistra Italiana, che nasce dall'allargamento di Sel ai fuoriusciti dal Pd. Peraltro, dalla stessa Sel è uscito un nutrito gruppo di parlamentari che è andato ad ingrossare le fila del partito di Renzi... Ad ogni modo non è da qui che verrà qualcosa di nuovo. Probabilmente il congresso di Sinistra Italiana non si terrà neppure, vista la frattura tra chi è critico con l'euro (i soliti Fassina e D'Attorre) e chi invece è addirittura per gli Stati Uniti d'Europa! Oltre a questo bisogna tener conto dell'atavico trasformismo di una certa sinistra, che potrebbe portare il grosso di Sel verso il Pd, una volta che quest'ultimo dovesse liberarsi di Renzi. L'altra forza principale della sinistra rimane Rifondazione Comunista. Un partito con ancora un buon numero di militanti, ma assolutamente incapace di rigenerarsi in qualche modo. In ultimo, la sua posizione sull'Europa ha avuto addirittura un'involuzione: siccome l'uscita dall'euro è chiesta da forze di destra, l'uscita in se è di destra. Ne deriva l'assenza di ogni capacità di lettura del presente, per non parlare dell'assenza di ogni iniziativa concreta. Per fortuna esiste anche un'altra sinistra, che a differenza di quella di cui si siamo occupati sin qui, negli ultimi anni è cresciuta di peso. Mi riferisco principalmente alle forze che convergono nella piattaforma Eurostop: l'Unione Sindacale di Base(USB), Programma 101, Partito Comunista Italiano (il vecchio Pdci), Rete dei comunisti e la minoranza interna no-euro di Rifondazione, più un certo numero di intellettuali. Sia pure con alcune differenze tra di loro, queste forze mettono al centro la battaglia contro l'euro e l'UE, cercando di legare la questione di classe a quella nazionale, come i comunisti seppero fare in altri contesti storici.


D. Può spiegarci la prospettiva della vostra organizzazione, P101 e la coalizione Eurostop?

R. Programma 101 (P101) è per ora in progetto, nato come sviluppo del Coordinamento della sinistra contro l'euro, la cui fase costituente è ancora in corso. Al tempo stesso lavoriamo per una più ampia aggregazione di tipo confederale che sappia essere uno dei soggetti di un vasto fronte democratico-popolare che si candidi alla guida del paese. L'importanza di P101 è nella sua capacità di essere un centro propulsore in quanto a capacità di analisi e di proposta. La coalizione Eurostop nasce da diversi soggetti - tra i quali appunto P101 - che si sono uniti per dare vita ad iniziative comuni, come ad esempio il "No Renzi day", la manifestazione che si terrà a Roma sabato 22 ottobre. Tornando a P101, il nostro sforzo è quello di pensare in grande, in maniera aperta e non auto-referenziale, nella consapevolezza del passaggio storico che ci attende. Al di là delle diverse posizioni politiche, è probabilmente proprio questa la più grande differenza con le forze tradizionali della sinistra. Mentre gli altri continuano a vivere dentro una visione impotente, caratterizzata da una sorta di pessimismo cosmico; noi pensiamo che nella società ci sia una nuova domanda di politica, oggi raccolta da M5S, domani chissà. Non solo: mentre gli altri non credono più di tanto alle conseguenze traumatiche della crisi anche nel campo dei dominanti, noi siamo invece convinti che queste conseguenze vi saranno, che si apriranno dunque nuovi spazi, che vi sarà una lotta aspra dall'esito non ancora predeterminato. Solo i fatti diranno chi avrà visto giusto, ma noi siamo convinti delle nostre idee.

giovedì 28 luglio 2016

BREXIT: L'INIZIO DELLA FINE DELLA UNIONE EUROPEA di Wilhelm Langthaler

[ 29 luglio ]

Wilhelm Langthaler, portavoce di EUROEXIT  in Austria, sarà uno dei protagonisti del III. Forum internazionale no-euro che si svolgerà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre.

«Sullo sfondo c’è però, senza dubbio, la questione sociale. E' un atteggiamento cieco quello della sinistra filo-sistema, ritenere che la richiesta di limitare l'immigrazione abbia solo ragioni razziste. Regolare in qualche modo il funzionamento del mercato, tra cui il mercato del lavoro (e quindi mettere in discussione il dominio totale delle élite) è nell'interesse dei salariati».


Le classi subalterne britanniche, con una schiacciante maggioranza, hanno deciso l’uscita dalla  neoliberista UE; un ottimo risultato simile a quello greco per l’ Oxi e contro l'austerità imposta dalla UE dell’estate scorsa.

La massiccia campagna stampa delle élites, della City di Londra, delle classi possidenti su entrambi i lati della Manica a favore della permanenza non hanno cambiato nulla.

Sotto la guida di Reagan e Thatcher negli anni ‘80 il neoliberismo è stato imposto dal capitalismo anglosassone. Le élite dell'Europa continentale volentieri raccolsero la palla e costrinsero l'intero continente a sottoporsi  alle nuove regole.

Lo scopo era quello di cancellare le conquiste sociali e democratiche che avevano raggiunto il loro livello più alto negli anni settanta. A questo istituzionalmente servirono la "riforma" del mercato unico europeo e la burocrazia sovranazionale come principali strumenti di lotta di classe permanente.

Ora però tira un’altra aria. Il discorso della globalizzazione non funziona più. L'effervescenza cresce in tutta Europa. Le classi popolari rifiutano di accettare il deterioramento delle loro condizioni di vita, soprattutto dopo la crisi economica mondiale del 2008, mentre le classi alte ai arricchiscono sempre di più, mentre dichiarano cinicamente di servire il bene comune — "Tutto va bene madama la marchesa".

La maggioranza si oppone alla globalizzazione sfrenata. Chiede di porre fine al dominio esercitato dalle elite sul capitale, i beni e la forza-lavoro, ad un contesto privo di controlli democratici (la vera costituzione della UE), chiede, la maggioranza, regolamentazione.

Chiede di ritornare alla cogestione politica per neutralizzare gli imperativi dei mercati (dietro ai quali si nasconde il dominio totale dell'oligarchia capitalistica). Questo principio della sovranità popolare, che finora non è riuscita a essere attuata in quanto il controllo dell'economia è rimasto nelle mani di una piccola élite, ha, come demos organizzato nello Stato, ciò che implica il recupero della sovranità nazionale.

È un segnale che proprio nella patria natale del neoliberismo la maggioranza abbia votato contro quel particolare regime neoliberista che è la UE.

Brexit guidata dalla destra?

Qui dobbiamo rispondere all’affermazione che sarebbe stata, la Brexit, una vittoria di populismo di destra, o che il movimento anti-neoliberista sarebbe guidato dalla destra. Questa, plausibilmente, continuerebbe con il neoliberismo, con modalità reazionarie.

In primo luogo vi è stata e vi è anche in Gran Bretagna una campagna delle sinistre contro l'Unione europea, una sinistra che ha radici profonde, ad esempio nei sindacati. Contro questa sinistra è stata scatenata una grande campagna mediatica di censura, in modo che le proteste sociali e le espressioni anche politiche della sinistra alternativa non hanno avuto la possibilità di essere conosciute. C'è una precisa strategia oligarchica di assimilare le proteste sociali alle destre storiche.

In secondo luogo ci sono stati anche numerosi in elettori del partito laburista britannico che hanno votato per la Brexit, non solo quelli dell'UKIP ed i conservatori. Lo stesso Corbyn era da sempre schierato con gli euroscettici. Il partito tedesco Die Linke con la sua difesa della UE e quindi col dominio oligarchico favorisce la penetrazione delle destre nei movimenti sociali di massa.

E’ vero che le classi dominanti inglesi erano più le più scettiche davanti alla centralizzazione politica sovranazionale rispetto a quelle delle altre grandi potenze europee. Erano preoccupate per il futuro del libero scambio e del neoliberismo, di cui sono stati e sono tuttora campioni, di qui i loro sospetti riguardo alla loro integrazione subordinata alla burocrazia di Bruxelles. Tuttavia le forze decisive dell'élite britannica considerano la UE come indispensabile. Il fratello maggiore d’oltre Atlantico si è espresso con chiarezza e fermezza —Obama ha apertamente chiesto alla Gran Bretagna di rimanere nella UE.

È evidente che l'uscita dalla UE non significa automaticamente un passo a sinistra, soprattutto a causa delle difficoltà che le sinistre soffrono in Gran Bretagna. Ma in difficoltà sono anche l’élite sia in Inghilterra che nel continente. Una situazione che apre a grandi possibilità ce sarebbe folle non utilizzare

Razzisti?

Gli oppositori della Brexit sono portati a credere che è tutta una questione contro l'immigrazione. Tories e UKIP sono naturalmente sciovinisti e razzisti. Essi sono solo interessati a deviare le preoccupazioni sociali contro un nemico esterno.

Sullo sfondo c’è però, senza dubbio, la questione sociale. E' un atteggiamento cieco quello della sinistra filo-sistema, ritenere che la richiesta di limitare l'immigrazione abbia solo ragioni razziste. Regolare in qualche modo il funzionamento del mercato, tra cui il mercato del lavoro (e quindi mettere in discussione il dominio totale delle élite) è nell'interesse dei salariati. E’ una parte della lotta contro la globalizzazione, come ogni lotta sociale e sindacale per difendere gli accordi salariali ed i contratti collettivi.

I lavoratori non dovrebbero inseguire il lavoro, questo dev’essere disponibile nei luoghi dove i lavoratori vivono. Questo si ottiene ponendo fine alla globalizzazione, al regime di libero scambio a livello mondiale ed alla sua forma europea, il mercato unico europeo. Significa specificamente per gli europei dell'est che vivono in Gran Bretagna porre fine alla marginalizzazione dei polacchi, baltici, Balcani, ecc ..

Si può combattere contro lo sciovinismo e il razzismo nazionale e culturale solo se si difendono gli interessi sociali delle classi popolari contro la globalizzazione. L'esigenza di limitare l’immigrazione dev’essere privata dal suo essere considerata la panacea, deve essere agganciata alla lotta generale contro la globalizzazione, contro il dominio oligarchico delle élite, contro l'imperialismo. Solo in questo modo può essere trasformato in qualcosa di concreto l’appello alla solidarietà con gli immigrati che sono già qui.

La UE progetto di pace?

Quasi nessuno oramai sembra disposto a vendere l'idea di un "Unione Europea sociale". L'ultima linea di difesa di chi ancora ci crede è che la Ue incarna un presunto progetto di pace — la UE come un baluardo contro i vecchi nazionalismi.

Viene dimenticata la guerra nei Balcani, di cui la UE fu responsabile, quando la Jugoslavia, paese d'integrazione multinazionale, dovette combattere sia l'Occidenteche il nazionalismo. O l'atteggiamento aggressivo contro la Russia, che ha provocando la guerra civile in Ucraina. L'espansione del NATO ad Est, in linea con i desiderata degli Stati Uniti, alimentando la guerra e stimolando i nazionalismi.

La UE persegue a livello globale, con minime differenze, la politica imperialista degli Stati Uniti, che si nutre del saccheggio economico in nome del libero scambio o dell’intervento militare diretto in Medio Oriente o in Africa.

Infine, nella stessa Europa, c'è il regime dell’euro, senza impoverisce senza pietà i paesi del sud e produce latenti conflitti lungo linee nazionali. Infatti, è l'adesione alla camicia di forza dell'euro che nasconde lo sciovinismo e il nazionalismo del Nord opulento, soprattutto quello tedesco. Proprio come dopo il globalismo clintoniano nascondeva il nazionalismo americano —che Bush apertamente manifestò.

Accelerazione centrifuga

La Gran Bretagna è un paese centrale ed è certamente ancora lontano il momento di un’alternativa di sinistra. Qui gioca un ruolo anche la contraddizione con la Scozia. Contro Londra neoliberista si è sviluppato un nazionalismo di sinistra scozzese, che a sua volta guarda alla UE. Meccanismi simili possono riscontrarsi in Catalogna e nei Paesi Baschi.

Ad ogni modo la Brexit ha inviato ai lavoratori ed alle classi medie continentali un chiaro segnale politico: che né l'euro né la UE sono irreversibili come stabilito nei trattati, proprio ciò con cui Tsipras non ha osato rompere.



Ciò di cui abbiamo bisogno è la solidarietà dei popoli (non solo europei) e ciò sarà possibile solo sulla base dell’autodeterminazione e della sovranità nazionale, prima di tutto dei popoli impoveriti contro le élite dominanti globali.

* Fonte: EUREXIT
** Traduzione a cura della Redazione di SOLLEVAZIONE

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