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sabato 11 novembre 2017

IL "PARTITO TEDESCO", QUELLO "AMERICANO" E NOI di Fiorenzo Fraioli

[ 11 novembre 2017 ]

Le classi dirigenti euriste italiane, che non sono i politici che vediamo in televisione, sanno che la posta in gioco, per esse, è entrare a far parte della zoccola dura della Leuropa. Fallire in tal senso equivale, per loro, a fare la stessa fine dei lavoratori italiani, siano essi i salariati, le partite iva, i ceti professionali o le PMI. Il problema che il grande capitale italiano eurista deve affrontare e cercare di risolvere è contraddittorio, e consiste nel salvare i suoi assets finanziari spingendo, al contempo, il paese ad una situazione di surplus strutturale della bilancia commerciale. Per fare questo, con una moneta che non controlla e sopravvalutata del 20%, sta usando, con ferocia, due armi: la leva fiscale e l'immigrazione, entrambe con il fine di abbattere il costo del lavoro, che è l'unica variabile sulla quale si può agire in assenza di sovranità monetaria e in regime di libera circolazione.

L'immigrazione è uno strumento di medio-lungo periodo, il cui compito è quello di stabilizzare i risultati conseguiti agendo sulla leva fiscale. Quest'ultima ha il vantaggio di essere uno strumento di rapida attuazione ed efficacia, come ha ampiamente dimostrato il governo Monti.  Per "leva fiscale" si intendono non solo gli inasprimenti delle imposte, che sono pesanti ancorché non del tutto percepiti (illusione finanziaria) ma soprattutto i tagli al welfare e alle pensioni. Il problema è che, così agendo, si distrugge la domanda interna, il che manda in sofferenza le banche e mette a rischio gli assets finanziari. Avendo il grande capitale italiano accettato, molto probabilmente subìto, le regole del bail-in, ovvero il meccanismo che scarica sugli obbligazionisti e sui depositanti il rischio di insolvenza delle banche, pur comprensivo della norma che limita all'8% la perdita per gli azionisti delle stesse, il sentiero che può percorrere è quanto mai stretto e difficoltoso.

Da una parte si intensificano le richieste di flessibilità nei confronti dell'asse franco-tedesco, che tuttavia si scontrano con la tetragona resistenza di questi ultimi ad ogni ipotesi di allentamento dei vincoli dei trattati leuropei, dall'altra ci si deve preparare a gestire politicamente i problemi di uno o più fallimenti bancari, conseguenza dell'esplosione dei NPL (Non Performing Loans - crediti in sofferenza). Seppur protetti dalla clausola dell'8%, che salvaguarderebbe in parte la ricchezza finanziaria, ad ogni fallimento seguirebbe l'acquisizione di fette del mercato del credito italiano da parte delle banche del centro, con il risultato, per il grande capitale italiano, di trovarsi sì ancora ricco, ma privato delle industrie finanziarie necessarie alla riproduzione di tale ricchezza. Ovviamente anche gli assets industriali, che €sso controlla tramite le banche, finirebbero in breve nelle mani dei più agguerriti concorrenti tedeschi e francesi. Che è quello che abbiamo già visto accadere negli anni passati, ma rischia di ripetersi su scala maggiore.

In sintesi, il problema è quello di guadagnare tempo per condurre a termine la deflazione salariale senza perdere il controllo politico del paese. Ma, nel fare ciò, il grande capitale italiano si trova nell'infelice posizione di dover chiedere aiuto a chi ha tutto l'interesse affinché questo tempo non sia concesso.

Mentre infuria la guerra civile leuropea, altri attori agiscono sulla scena. Gli inglesi, e ancor più gli americani, hanno sull'italia un interesse che è prioritariamente di natura geopolitica. Se alla Germania interessa la stabilità monetaria, essendo troppo debole militarmente per agire come protagonista in politica estera, l'ossessione degli USA è la stabilità politica del nostro paese, che deve essere conservata ad ogni costo. Ci sono in gioco le 85 basi militari sul nostro territorio che non si toccano. Che dico, non si toccano!Si rifletta su un fatto: la brexit non ha avuto effetti sull'economia inglese, che manteneva il controllo sulla sua moneta, ma ha letteralmente fatto saltare ogni vincolo di coordinamento in politica estera tra l'Inghilterra e la Leuropa. «Fuck The EU» si asciò scappare la vicesegretaria di Stato americano, Victoria Nuland, a colloquio con l’ambasciatore Usa in Ucraina, Geoffrey Pyatt. Vi pare che un'esponente dell'amministrazione americana possa dire, sia pure per interposta Leuropa, Fuck the England?

I contrastanti interessi testé descritti, quello dell'asse franco-tedesco a cannibalizzare gli assets finanziari e industriali italiani, e quello (anglo) americano teso ad assicurare la stabilità politica del nostro paese in funzione geopolitica, quale che sia il prezzo da pagare per l'Italia sull'altare del folle progetto unionista - si pensi alla Grecia - trovano rappresentanza negli schieramenti politici nostrani delimitando due campi che chiameremo "il partito tedesco" e "il partito americano". Tutta la classe politica italiana, comprese alcune piccole organizzazioni dell'estrema destra e dell'estrema sinistra prive di rappresentanti eletti, è schierata con l'uno o con l'altro partito estero. Non c'è, né può esserci rebus sic stantibus, alcun "partito italiano", come dimostra il fatto che, a dispetto di un agitarsi dal basso come non si era mai visto dal Risorgimento, ogni tentativo di aggregazione è fallito, infrangendosi contro gli ostacoli di mille e speciose divisioni ideologiche e/o su temi secondari seppure importanti.

Guai ad arrendersi, però. Questa sarebbe la scelta peggiore perché un popolo, quando si arrende, muore e scompare dalla Storia, riproducendo su scala collettiva la morte individuale. Ebbene, se davanti alla minaccia di essere uccisi la scelta peggiore è quella di offrire il collo per il timore di soffrire, allo stesso modo non dobbiamo abbandonare la lotta e, per viltà, accettare l'annientamento. Bisogna invece resistere, accettare di essere messi da parte, perfino derisi, ma continuare a dire la verità. Se milioni di italiani capiranno questo allora ne usciremo, in un modo o nell'altro. Con le ossa rotte, ma ne usciremo. E, spero, ce ne ricorderemo nei secoli a venire.


* Fonte: Ego della Rete

giovedì 19 ottobre 2017

COSA C'È DIETRO ALLA CONTESA SUI VERTICI DI BANKITALIA di Piemme

[ 19 ottobre 2017 ]

Contro la mossa dei renziani e relativa mozione approvata dal Parlamento per un "cambio di passo" in Bankitalia, impressionante e fulminea è stata la levata di scudi in difesa del governatore di Bankitalia Ignazio Visco.

Degni di nota gli argomenti dei paladini del governatore. "La mossa di Renzi è maldestra e irresponsabile", "è un'invasione di campo"... "espone il sistema italiano ai mercati internazionali".

Essi non difendono dunque Visco a causa dei suoi meriti, che non ha per niente. Essi lo difendono a prescindere, in base al principio neoliberista della "assoluta indipendenza della banca centrale". Vedi quanto afferma Massimo Riva su la repubblica.

Cosa intendano per "indipendenza" gli armigeri del "partito tedesco" è presto detto: indipendenza dal Parlamento, ovvero dall'organo che dovrebbe rappresentare la sovranità popolare. Ciò che in pratica si traduce nella sudditanza della Banca centrale rispetto alla Bce, alle grandi lobbi finanziarie transnazionali e, per finire rispetto alle grandi banche d'affari, italiane ed europee.
Francesco Verderami, sul CORRIERE DELLA SERA di ieri, a nome e per conto del "partito tedesco", insinua che dietro l'attacco a Visco vi sia quello a Draghi e alla Bce, avverte mafiosamente Renzi:
«Ma il blitz ha un costo, mostra il leader democrat isolato rispetto ai vertici isituzionali. E il rischio che l'establishment internazionale —dalle cancellerie europee fino all'eurotower— lo considerino inaffidabile, può segnare la sua corsa verso le urne».
Lungi da noi prendere le difese di Matteo Renzi. Tuttavia non crediamo a quanto insinuano i suoi avversari, che il suo attacco al "santuario" dei poteri forti sia una "mera mossa elettorale". C'è di più, c'è una battaglia in seno alle élite italiane tra chi, pur di tenere in vita l'Unione euro-tedesca, è deciso ad ubbidire ai diktat di Berlino e chi, Renzi tra questi, recalcitra e preferisce guardare altrove, oltre Atlantico. Ne abbiamo parlato QUI, QUI,  e QUI.

Sarà un caso ma la mossa renziana viene dopo le dichiarazioni di Wolfgang Schäuble che chiede regole più "stringenti" per le banche riguardo al credito, subito raccolte dal presidente dell'Ssm, l'organo di supervisione bancaria europea, Danièle Nouy sugli Npl (i crediti deteriorati in pancia alle banche). Una stretta che ove venisse applicata rappresenterebbe una vera e propria mazzata per la già asfittica economia italiana.

Il SOLE 24 Ore di oggi, a conferma che la politica non deve mettere il naso a Palazzo Koch, ci ricorda che:
«Una volta anche il governatore della Banca d'Italia era nominato a vita, regola cancellata alla fine del 2005 dopo gli scandali finanziari emersi nell'estate, con il tentativo di difendere Antonveneta dalla scalata lanciata dall'olandese ABN Amro. Da allora la nomina ha una durata di sei anni, rinnovabile una sola volta e passa per un Dpr del presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e sentito il parere del Consiglio superiore della Banca. Il Parlamento non ha alcun ruolo in questo processo decisionale, ed è per questo che la mozione del Pd votata martedì scorso contro Visco, con il parere favorevole del Governo, è stata interpretata come un vulnus. Lo si capisce anche senza andare a sfogliare lo Statuto del sistema europeo delle banche centrali (SEBC) e della Bce, di cui Bankitalia è parte integrante, e senza leggere l'articolo 7, che tutela l'indipendenza assoluta dei membri dei consigli direttivi di ogni banca centrale nazionale e della stessa Bce dal potere politico».
Appunto. Il problema è che una carica strategica così importante come quella di governatore della banca centrale italiana, non può essere nelle mani di una ristretta confraternita di banchieri privati, con il Presidente della Repubblica che solo conferma, come un notaio, le decisioni gradite al regime bancocratico con la Bce in testa.

In base al principio democratico per cui tutte le cariche pubbliche più importanti debbono essere decise dai cittadini, riteniamo che anche quella di governatore della banca centrale debba avere legittimità popolare. Non è sovrano un popolo in cui la Banca centrale non sia sottoposta a controllo pubblico.

Se ne riparlerà quando finalmente usciremo dalla gabbia dell'euro e dell'Unione euro-tedesca...


sabato 23 settembre 2017

AfD: SE LA GERMANIA VA A DESTRA di Pasquinelli Moreno

[ 23 settembre 2017 ]

Jean Baudrillard, nel descrivere quella che chiamava "epoca postmoderna", oltre a sostenere che il reale era sostituito (falsificato aggiungo io) con i "segni del reale", disse, ricorrendo ad una delle sue figure immaginifiche, che si vive in un contesto pieno di eventi ma dove non succede mai un cazzo. 

Aveva ragione? Sì e no. Sì se per eventi s'intendono quelle grandi fratture, per loro natura palingenetiche, destinate a invertire il corso della storia dato, riconoscibili quindi per l'irruzione sulla scena di forze nuove, rivoluzionarie, fino a quel momento sotterranee. No se per grandi eventi vogliamo dire anche quei salti, quelle accelerazioni che forze potenti imprimono alla catena degli eventi e che quindi la storia la segnano nel profondo.

La riunificazione delle due Germanie del 1990 —la seconda Deutsche Einigung, ovvero l'annessione della Germania socialista dell'Est che poi ha trascinato nel baratro l'Unione Sovietica— venuta dopo il cosiddetto "crollo del Muro di Berlino",  è stato uno di questi eventi colossali di secondo tipo. Nessuna rivoluzione sociale, anzi, una controrivoluzione, per quanto dai "guanti di velluto".
il Terzo Reich nazionalsocialista

In occasione della riunificazione Giulio Andreotti, argutamente, ebbe a dire: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due". Ciò che forse ci aiuta a capire "mani pulite", ovvero la liquidazione della élite politica della Prima repubblica da parte del nascente "partito tedesco" italiano, che poi prenderà il sopravvento in Italia, che ebbe nel governo di Mario Monti il suo apice.


Ecco, quella riunificazione-annessione è ciò che gli storici chiamano "data periodizzante". Quel fatto ha segnato la storia europea e mondiale. Lì la spinta verso la nascita dell'Unione europea (1991-92); lì stanno le vere radici dell'attuale supremazia tedesca [1], supremazia che spiega la crisi irreversibile dell'Unione europea, quindi il fallimento della visione francese che riteneva, con la moneta unica, di ingabbiare il latente imperialismo tedesco. 
Morale della favola, come ebbi modo si scrivere mesi addietro in LA GRANDE GERMANIA MERKELIANA, GLI STATI UNITI D'AMERICA E IL NOSTRO DESTINO:
«Senza la riunificazione prima e la fondazione dell'Unione dopo, la Germania non avrebbe mai potuto assurgere al rango che oggi occupa, quello di prima potenza europea. E' diventata così forte che a giusto titolo si deve parlare, come facciamo da anni, di €uro-Germania. Berlino ha saputo utilizzare il cataclisma della grande crisi venuta da oltre oceano per trasformare l'Unione europea in una sua dependance. Ad eccezione della Francia, socio in affari, la grande crisi ha spinto tutti gli stati a cedere quote decisive di sovranità, diventando essi dei protettorati. Di qui, sia detto en passant per i finti sordi ed i finti ciechi, la centralità ed i nuovi termini della questione nazionale per questi Paesi, tra cui il nostro.I fatti sono lì a dimostrare che una volta risorta la Grande Germania avremmo dovuto fare nuovamente i conti con il Grande Imperialismo Tedesco».
Tuttavia, quella tedesca, malgrado non avanzi sulla punta delle baionette ma grazie alla potenza del suo Moloch industriale, non solo segue le tradizionali linee geopolitiche espansioniste germaniche, ma è anche stavolta una supremazia senza egemonia, destinata quindi a collassare su se stessa, a meno che, in fretta, non si doti della necessaria potenza militare. Scrivevo nel 2014: 
«Può sopravvivere l'Unione europea alla tendenza tedesca ad assumere un ruolo di potenza mondiale? No, non può resistere. Ciò che fa traballare l'Unione non è solo la gravissima crisi economica dei suoi paesi "periferici" e l'insostenibilità della moneta unica, è anche la spinta espansionistica tedesca. Per comprendere come potrebbe andare e finire si studi attentamente la storia europea degli ultimi 200 anni, a partire dalla fine guerre napoleoniche che fecero uscire la Germania dallo stato di minorità seguito alla Pace di Westfalia. Il lepenismo in Francia, così come l'avanzata di diverse forze nazionaliste nei paesi europei, possono essere compresi solo alla luce della storia, ovvero come indicatori della resistenza di nazioni che si sentono minacciate dall'espansionismo imperialistico tedesco e non vogliono essere satellizzate».
Domani i tedeschi vanno alle urne. Come spiegare che malgrado la sua supremazia economica (disoccupazione al 3,8%, bilancio in surplus, primazia mondiale nell'export) Alternative für Deutschland —AfD, che non è più quella delle origini visto che ha subito una
impressionante metamorfosi in senso nazionalista e sciovinista— è data nei sondaggi in grande avanzata diventando il terzo partito con 80-100 deputati?
Il successo di AfD si spiega per il concorso di due fattori, uno sociale e l'altro ideologico. 
Il malcontento degli strati sociali che stanno in basso i quali, subendo il dogma dei sacrifici, lavorano come bestie in cambio di salari e redditi più che modesti o, come all'Est, sono disoccupati o sottoccupati (mentre in un decennio è aumentato il numero dei milionari e delle loro rendite: la Germania merkeliana vede una concentrazione tra le più alte di patrimoni nel 10% delle famiglie più ricche). Sul versante ideologico AfD sta riuscendo a far passare l'inganno che queste ingiustizie sociali dipendono non dai meccanismi intrinseci alla dottrina ordoliberista bensì ai lacci ed ai lacciuoli dell'Unione europea. Rimuoverli quindi, et voilà, benessere generale grazie ad una dispiegata potenza tedesca.

Una miscela esplosiva, che nasconde, per chi voglia vedere, l'incipiente e risorgente idea della Grande Germania, ovvero del Quarto Reich.

In conclusione. L'Unione può crollare sotto l'attacco combinato di due forze opposte: i risorgenti nazionalismi nei paesi europei che mal sopportano la supremazia (senza egemonia) della Germania; oppure di quelle revanchiste che proprio questa supremazia tedesca alleva nel suo grembo.

Sventata per il momento la minaccia francese, le urne tedesche potrebbero domani, in caso di avanzata dell'AfD, suonare per la Ue e per gli attuali equilibri europei e mondiali (se Putin è guardingo, Trump non dorme sonni tranquilli) un ancor più minaccioso campanello d'allarme.

NOTE

[1] «La realtà dei dati

I numeri di Eurostat, l’agenzia statistica europea, raccontano in effetti una storia lontana dalle narrazioni dei politici. L’enorme successo del made in Germany sui mercati mondiali e il surplus negli scambi con l’estero oggi più vasto al mondo devono molto di più alla seconda riunificazione: dopo quella tedesca del 1990, quella continentale del 2004 con l’ingresso nell’Unione europea di gran parte dell’ex blocco di Varsavia. La Merkelomics, il modello economico della cancelliera, si regge più sulla catena di scambi intrecciata con l’Europa centro-orientale che sul culto dei sacrifici o il dogma dello Schwarze Null, il bilancio in surplus. La Germania ha trovato sul confine orientale la sua «Cina interna», un’area a basso costo inclusa nella sua stessa area politica, giuridica, di mercato e in parte anche monetaria (Slovacchia, Slovenia e i Baltici adottano l’euro). In questi anni l’industria tedesca è riuscita come nessun’altra a trasferire in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca o nella stessa Slovacchia gran parte della produzione delle componenti che le servono; queste poi vengono reimportate e assemblate in Germania, in vista dell’export del prodotto finale che monetizza solo all’ultimo stadio gran parte del valore aggiunto dell’intera filiera.

Vincenti e perdenti

I dati lasciano pochi dubbi. La Repubblica federale ha un surplus negli scambi di beni manufatti con tutto il mondo, eppure è in deficit con i 10 Paesi dall’Estonia alla Slovenia. Nel 2016 da queste economie la Germania ha comprato 69,6 milioni di tonnellate di beni industriali e ne ha vendute loro solo 53,6 milioni. Nell’import da Est spicca tutto ciò che serve a fare auto: manufatti di gomma, metallo, altri «equipaggiamenti per il trasporto, parti e accessori» (gli acquisti tedeschi di questi pezzi dall’Europa centro-orientale sono raddoppiati dal 2006).
I dati finanziari relativi a queste partite industriali rivelano poi l’altro lato della storia: qui i saldi sono in equilibrio; anche se la Germania compra da Est molte più tonnellate di beni di quante ne venda. Il prezzo d’acquisto da Oriente riflette sistemi nei quali le fabbriche lavorano al salario minimo e questo non supera mai i 500 euro al mese. Il prezzo di vendita del prodotto finale made in Germany, sempre caro, riflette invece salari da 30 euro l’ora negli impianti tedeschi di assemblaggio, oltre alla forza dei marchi come Bmw».




lunedì 28 agosto 2017

IL PARTITO TEDESCO SI DA LA ZAPPA SUI PIEDI di Piemme

[ 28 agosto 2017 ]

Com'è evidente le élite dominanti, forti del loro predominio economico, tengono stretto, per difendere quello politico, il loro monopolio sui mezzi di informazione.
Certo, alcune cose sono cambiate con l'arrivo di internet, ma resta che per manipolare l'opinione pubblica, decisivo è il possesso delle principali testate giornalistiche, delle più grandi case editrici, quindi dei grandi canali televisivi.
Fateci caso, come nelle banche, nella finanza e nelle grandi aziende, anche in quello dell'informazione il sistema inossidabile è quello delle porte girevoli: c'è una ristretta cupola di ottimati, di prescelti, a cui vengono sistematicamente assegnati i posti apicali. Si tratta di una vera e propria aristocrazia autoperpetuantesi di tipo feudale, una cupola massonica alla quale si accede solo ed esclusivamente per cooptazione.

Guardate ad esempio ai cosiddetti opinion makers o opinion leaders, in particolare quelli che scrivono gli editoriali su quotidiani come il Coriere della sera, repubblica, ecc.

Da decenni sono sempre loro, con qualche new entry per sopperire al turn over. E da decenni stile e discorsi sono i medesimi. Lo stile è sapienziale, pontificale, politicamente corretto, tipico di chi, pur essendo partigiano, si camuffa volendo far credere di essere al di sopra delle parti. Allo scopo i toni sono spesso di biasimo verso "la politica". Perché? Perché, e qui veniamo al loro discorso, che è sempre quello, ci vuole più liberalismo, o meglio, liberismo.

Uno di questi casi è Ferruccio De Bortoli, l'icona stessa del solone liberale. 

Prendiamo il suo ultimo editoriale L'Europa che riparte (e ci illude) pubblicato sul CORRIERE DELLA SERA di ieri. Una insipida paternale europeista con tanto di sospiro di sollievo per quello che chiama riflusso dei diversi "sovranismi nazionalisti e populisti". Salvo allarmarsi per l'esecrabile "neogollismo" di Macron e per il rischio che il voto del 15 in Austria ridia fiato ai... "populisti". Lo spettro del "populismo" che s'aggira per l'Occidente, è il fattore che mette ansia a lorsignori.

E qual è per questi signori il katechon, l'elemento che trattiene e ostacola il dilagare dei populismi e dei nazionalismi? Tenetevi sulla sedia: la Merkel.
«L'attenzione è ora tutta rivolta al voto tedesco del 24 settembre che vede favorita per un quarto mandato la cancelliera Angela Merkel. L'europa non corre rischi.»
Tante volte abbiamo parlato del "Partito tedesco" all'interno dell'élite italiana (QUI e QUI ad esempio). Eccone una prova. Ai tempi della "guerra fredda", quando la minaccia era il comunismo, il 90% dell'establishment italiano era intruppata nel "partito americano", gli USA erano considerati il paese guida. Col collasso dell'URSS e la scomparsa dello spauracchio comunista, quindi il contestuale avanzamento dell'Unione europea, lentamente ma inesorabilmente la Germania ha rimpiazzato gli Stati Uniti come paese guida. In campo dottrinario l'ordoliberismo ha sostituito il liberismo anglosassone.

Verrebbe da dire, parafrasando Mao, che il "partito tedesco si da la zappa sui piedi". Se la da proprio pensando che la Merkel, ovvero la supremazia tedesca, sia la garanzia per salvare l'Unione europea dal collasso.

Una sciocchezza colossale! E' vero esattamente il contrario. La spinta imperialistica ed espansionistica della Germania, la sua ossessione ad imporre urbi et orbi politiche ordoliberiste, è ciò che alimenta populismi e nazionalismi e che spinge l'Unione sull'orlo del baratro.

Come sempre nella storia europea, quello dell'imperialismo tedesco è un dominio senza egemonia, destinato a suscitare resistenze che alla fine l'hanno sempre spuntata.






martedì 18 ottobre 2016

SE ANCHE MONTI VOTA NO di Piemme

[ 18 ottobre ]

IL PARTITO TEDESCO CONTRO QUELLO AMERIKANO

Giorni addietro avevo scritto, con particolare riferimento all'antirenzismo di ceffi come D'alema, che certi appoggi è meglio perderli che guadagnarli. Ora un'altra tegola si abbatte sul fronte del NO, si chiama Mario Monti. 
La decisione di votare NO Monti la comunica in un'intervista a cura di Federico Fubini rilasciata proprio oggi al Corriere della Sera. Intervista che va letta per capire perché mai Monti abbia deciso di scendere in campo e mettersi di traverso alla marcia di Renzi verso la sua poco probabile incoronazione.

I fattori che spiegano questo riposizionamento tattico montiano sono diversi, non ultimo quello, meschino, di una vendetta sua e della sua congrega (Letta ad esempio) che Renzi ha effettivamente emarginato dalla stanza dei bottoni.
Ce n'è un secondo, più di sostanza: il NO resta in vantaggio in ogni sondaggio, e Monti e la sua cricca, fiutando la débâcle renziana, vogliono salire sul cavallo vincente, per giocare la partita del dopo-Renzi, di un governo di "larghe intese".
Non si banalizzi, non è solo una squallida lotta di potere, una guerra per bande. Monti spiega bene perché voterà NO. Non è il carattere pasticciato della "riforma" la ragione principale per cui vuole mandare a casa il governo Renzi, sono le sue politiche "populiste" di cattura del consenso elettorale a spese di una rigorosa e austeritaria politica di bilancio. la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso è, per Monti, la recente "finanziaria":
«Fubini: Insomma, è il modo con cui il premier cerca consenso attorno al sì che la spinge al no?Monti: "Esatto. Non avrebbe senso darsi una costituzione nuova, se essa deve segnare il trionfo di tecniche di generazione del consenso che più vecchie non si può. Peraltro trovo fortemente negativo avere tenuto in piedi con l’uso del denaro pubblico queste deformazioni del rapporto degli italiani con la classe politica. Questo problema rischia solo di essere accresciuto portando alla ribalta la classe politica regionale nel nuovo senato"».
Fubini poi chiede se una vittoria del NO, non accentui l'instabilità politica e quindi la crisi dell'Unione europea.

La risposta di Monti è significativa. Se Renzi va a casa avremo un nuovo governo, con la stessa maggioranza, che attuerà con più rigore le direttive della Ue, quindi a Bruxelles e Francoforte non hanno nulla da temere, ma tutto da guadagnare a defenestrare un "populista" megalomane come Renzi. E Monti non esita a sbeffeggiare quella stessa borghesia italiana (Confindustria) che sostiene Renzi nella sua polemica con i diktat austeritari euro-tedeschi. 

Monti fa infine la sua mossa per evitare che una vittoria del NO possa essere letta (come sarebbe logico) come un atto anti-oligarchico e anti-Ue.

Più al fondo, siamo ad un'altra puntata della lotta tra il "partito tedesco e e quello amerikano" in seno alla classe dominante italiana. Fino ad ora questa battaglia era strisciante ora è conclamata, giunta sembra alla resa dei conti. 

Esattamente due anni fa, Pasquinelli, su questo sito, segnalava questa lotta [Il Partito Tedesco], e indicava nel quotidiano la repubblica (oggi anche il Corrierone) ed in Eugenio Scalfari la prima linea del partito tedesco, e citava l'articolo di Scalfari in cui questo invocava la Troika dopo la parentesi renziana. Un'invocazione del protettorato tedesco sostenuta anche da certa sinistra apparentemente insospettabile.

Il referendum, può piacere o meno, sta diventando una sfida decisiva tra il partito tedesco e quello amerikano rappresentato da Renzi e il suo blocco di potere —non a caso il "bomba" è in questi giorni da Obama, a ostentare l'endorsement della Casa Bianca.

Quali conseguenze potrà avere la scesa in campo di Monti —anticipata dal recenti sfilarsi dal fronte pro-Renzi dello stesso Napolitano e ubliquamente dello stesso Mattarella?

Ne parleremo nei prossimi giorni.

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