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domenica 21 aprile 2019

TENTATIVO MALDESTRO di Leonardo Mazzei

[ 21 aprile 2019 ]

Un lettore ci ha segnalato che Ugo Boghetta, sulla sua pagina facebook, ha scritto un pezzo —  Leonardo l'inventore — che mi tira in ballo.


Egli se la prende con un mio articolo nel quale criticavo la  scelta di Senso Comune di sostenere, alle comunali di Firenze, con tanto di propri candidati, la lista dei Verdi. 

Che dire, Ugo sembra alquanto nervoso. Ma ha davvero letto quel che ho scritto nell'articolo, che lui (con un metodo ormai consueto) peraltro neppure cita? Se la risposta è NO, legga prima di scrivere. Se invece — come dobbiamo supporre — la risposta è SI, allora è evidente il tentativo, in verità assai maldestro, di intorbidire le acque. 

Prendersela con me (cioè con noi di P101) quando il problema di Boghetta e di Rinascita! è che il progetto con Fassina e Senso Comune sta andando a rotoli è una cosa miserevole assai.

Siccome Boghetta se la prende con il riferimento al loro Manifesto, i lettori possono verificare quanto ho scritto in proposito. Esattamente questo: 
«Come si concilia questa mossa [quella dell'inciucio di Senso Comune coi Verdi] con la sottoscrizione del Manifesto per la Sovranità Costituzionale? Noi di P101 segnalammo subito la debolezza di quel Manifesto (ed evidentemente non avevamo visto male), ma resta il fatto che pur nella sua fragilità esso appare comunque in netto contrasto con la scelta di accodarsi ad una forza ultra-europeista come i Verdi».

Pur segnalando le differenze con la nostra impostazione, nell'articolo su cui Boghetta spara a palle incatenate, c'è scritto chiaramente che il Manifesto è incompatibile con la scelta di alleanza operata da Senso Comune. Non solo dunque
nessuna confusione, quanto piuttosto una netta distinzione tra le due parti in rotta all'interno di un progetto che sinceramente pare già defunto. Come si fa ad essere così disonesti da non voler leggere correttamente quanto scritto? Ugo rifletta, che solitamente non fa male. Come si fa a dire — ha scritto proprio così — che a me non interessava criticare Senso Comune, bensì denigrare il Manifesto, quando basta leggere per capire che è l'esatto contrario?

Avendo un costume politico probabilmente un po' diverso da quello di Boghetta, quel che avevamo da dire sul Manifesto lo abbiamo scritto esplicitamente come P101 fin da subito, e lo abbiamo precisato criticando la Distopia di una Confederazione europea. Non abbiamo avuto bisogno di attendere lo scivolone verde-europa dei fiorentini di SC.

Certo che, se dopo una sottoscrizione a tre, Rinascita! sembra la sola a farvi riferimento, forse qualche debolezza in quel Manifesto ed in quell'operazione c'era. O vogliamo negare l'evidenza?

Mi fanno perciò sorridere le accuse di settarismo di Boghetta. 

Accuse ridicole, anche Ugo lo sa, poiché sa che "settario" non è colui che rivolge, in tutta onestà, una critica politica, bensì chi sabota l'unità delle forze rivoluzionarie e si barrica nella propria Turris eburnea.

In fondo il suo nervosismo lo capisco. E' un nervosismo comprensibile perché: 
«La verità al fine non si cela; non val simulazione. Simulazion è frustrata avanti a tanto giudice».
 Leonardo da Vinci        


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mercoledì 24 ottobre 2018

SICUREZZA! SICUREZZA! di Ugo Boghetta

[ 24 ottobre 2018 ]

Siamo sicuri di essere insicuri o insicuri di essere sicuri?

Il Sole 24 ore ha pubblicato un rapporto elaborato sulla base dei reati denunciati nel 2017 rispetto all’anno precedente.

Quello che emerge è un calo di omicidi, furti e rapine mentre crescono reati a di natura sessuale, spaccio e incendi.
In testa alla classifica c’è Milano, poi Rimini, ma non fa testo perchè in estate sulla riviera ci sono milioni di persone.

In generale, dunque, si assiste ad un calo di denunce del 2.3%. Calo che continua dal 2013.

I furti sono circa la metà del totale dei reati: 1.27 milioni, ma in calo del 6%.

I furti nelle abitazioni diminuiscono del 9%.

All’interno di questo calo però, come si è accennato sopra, si assiste ad un aumento dei reati sessuali + 13%, stupefacenti + 10%, incendi +29%.
Aumentano i reati economici: riciclaggio, impiego di denaro sporco, frodi informatiche per un +8%. In particolare al nord si registrano 450 truffe digitali al giorno.

Il rapporto non specifica chi commette i reati. In altri rapporti infatti si fa riferimento agli italiani ed ai immigrati.
In questo caso si menziona solo il caso di Rieti dove c’è un aumento dei reati (+19%) che gli autori attribuiscono ad un periodo di massiccia immigrazione.

Da questo rapporto, pertanto, si evincerebbe che siamo una società sicura e sempre più sicura, tranne che per le donne e i boschi.

Allora ci si può chiedere: per quale motivo questo clima di insicurezza?


E se le cose stanno come dice il rapporto che c’azzecca il decreto sicurezza di Salvini?
A che serve armarsi o il taser?

In realtà, sulla sicurezza pubblica e privata si scarica l’insicurezza generale data dalla precarizzazione del lavoro, dai bassi salari, dall’insicurezza esistenziale di un mondo che si presenta senza limiti, confini, visioni del mondo che non siano la solitudine dell’individuo e la mancanza di futuro.

L’insicurezza, dunque, viene da questo modello liberista di società.

Ma questa non si combatte col taser!

* Fonte: Rinascita

venerdì 22 giugno 2018

RINASCITA!


[ 22 giugno 2018 ]

Per iniziativa di Carlo Formenti, Mimmo Porcaro Ugo Boghetta, è nata l'associazione politico-culturale RINASCITA! Per un’Italia sovrana e socialista.

Due sono le cifre che caratterizzano questo nuovo raggruppamento: sovranità nazionale e socialismo. Come esse verranno declinate concretamente vedremo. Fa ben sperare, come si evince dal Comunicato stampa che pubblichiamo qui sotto, che essi non solo abbiano compreso la svolta avvenuta il 4 marzo, ma che non dichiarino guerra al governo giallo-verde. "Andrà sostenuto quando farà cose che vanno nella direzione di rompere la gabbia ordoliberista, incalzato a resistere contro l'élite eurocratica che vorrà tornare al potere, combattuto quando adotterà misure neoliberiste"; questo quanto affermano in buona sostanza — come scritto altrove. Una linea che condividiamo e che dispone l'Associazione in quello che chiamiamo "campo della sinistra patriottica". 
Facciamo ai compagni i migliori auguri di buon lavoro.


 * * *


E’ nata: RINASCITA! Per un’Italia sovrana e socialista


«Rinascita! Per un’Italia sovrana e socialista è la denominazione decisa il 9 giugno a Milano nel primo incontro politico-organizzativo successivo alla presentazione, avvenuta a Bologna il 15 aprile, della proposta avanzata da Formenti, Porcaro, Boghetta. Un progetto centrato sul rilancio della prospettiva socialista, la sovranità e l’interesse nazionale e popolare come soluzione alla crisi del capitalismo liberista, dell’Unione Europea, dell’euro. Rinascita!, dunque, di un paese che senza sovranità e senza prospettiva socialista è destinato al declino.

Questa proposta risulta tanto più necessaria dopo il voto del 4 marzo e la nascita del governo gialloverde che fa dell’Italia un laboratorio.

Per la prima volta in Europa, infatti, dopo la sciagurata esperienza greca, va al governo una coalizione che rappresenta anche i ceti stressati e vessati dalle politiche liberiste, dalla globalizzazione e dalle aperture incontrollate a capitali, merci e persone.
Il giudizio e l’atteggiamento nei confronti di questo governo non può dunque che essere articolato.

Per noi di Rinascita! si tratta di incalzarlo sui provvedimenti favorevoli alle classi popolari e sulla collocazione internazionale. La rottura dell’Unione e del suo pilastro, l’euro, è infatti un obiettivo strategico che va perseguito fino in fondo. Per altro verso la politica economica della coalizione, basata sul togliere le tasse ai ricchi perché investano producendo effetti economici positivi, è già fallita in passato e non può che aumentare le già enormi diseguaglianze. In realtà solo con un forte intervento dello Stato per una nuova matrice economica e sociale si possono perseguire la piena occupazione e gli altri obiettivi popolari.

Negativa è poi tutta la parte riguardante la sicurezza. Il diritto di sparare, la repressione come sola risposta peggiorano la situazione come dimostra il modello americano. Per quanto attiene la questione immigrati il fenomeno va controllato e regolato anche al fine di stabilizzare chi vive, studia, lavora in Italia, ma è del tutto evidente che occorre affrontarne le cause che stanno nei paesi di origine: guerre, sfruttamento delle multinazionali, asservimento dei governi locali. Il diritto a non emigrare, che riguarda anche tanti giovani italiani, lo si persegue attraverso il cambiamento radicale di un modello economico basato sul profitto e lo sfruttamento, e con la lotta internazionalista per la liberazione dal dominio del capitalismo.

Nei prossimi mesi Rinascita! Per un’Italia sovrana e socialista si propone di approfondire la proposta con le realtà intellettuali e politiche convergenti e presentandola nella varie realtà locali».

lunedì 12 marzo 2018

# EUROSTOP PaPATRAC di Boghetta, Formenti, Porcaro


[ 12 marzo 2018 ]

Com'è noto Eurostop ha fatto parte di Potere al Popolo. Sabato scorso, 10 marzo, Eurostop ha approvato un comunicato il cui titolo è netto: "ANDIAMO AVANTI CON POTERE AL POPOLO". 
Invece di ammettere l'errore, conferma quindi che proseguirà su quel sentiero schiantatosi nelle urne. 
Contro questa decisione, con argomenti pienamente condivisibili, si scagliano Boghetta, Formenti e Porcaro, che di Eurostop sono fondatori.
Per la cronaca: come Programma 101 lasciammo Eurostop nel giugno scorso, e ne spiegammo le ragioni. Giudichi il lettore se avevamo torto....




Cari compagni di Eurostop

Gli estensori di questo documento si sono dichiarati contrari o si sono astenuti quando l’assemblea nazionale di Eurostop è stata chiamata ad approvare la partecipazione alla lista Potere al Popolo. Fra l’altro abbiamo sostenuto:

1. che essendo lo spazio della protesta contro l’establishment saldamente presidiato dal M5S (e l’esito elettorale ha dimostrato che tale egemonia è più ampia del previsto),  il risultato elettorale di una piccola forza in fase di costruzione era condannato a priori all’insignificanza. La realtà è stata peggiore del previsto: siamo di fronte al peggior risultato della storia delle sinistre radicali italiane, con la metà dei già miseri voti (2,25%) raccolti da Rivoluzione civile. 

A questa obiezione si è risposto che non importava quanti voti si sarebbero presi bensì l’opportunità di allargare la nostra rete di contatti. Si tratta di una visione autoreferenziale che considera più importante l’arruolamento di qualche decina (o centinaia) di militanti  rispetto all’allargamento del consenso di massa e, soprattutto, non tiene conto dell’effetto di demoralizzazione della sconfitta sui soggetti mobilitati in questa operazione.
2. che il profilo politico culturale dei nostri alleati in questa avventura era tale da neutralizzare qualsiasi percezione di novità da parte dell’elettorato, il quale ha infatti percepito l’aura di dejà vu, comportandosi di conseguenza. In particolare, si era criticato il compromesso sui nostri obiettivi strategici — sintetizzati nelle parole d’ordine no euro, no Unione Europea — sostituiti dalla formula vaga, generica, e incomprensibile per il cittadino comune, del no all’Europa dei Trattati. 
Purtroppo si è visto che il compromesso comportava anche la rinuncia a impostare una campagna elettorale basata su due o tre parole chiave semplici, chiare e di impatto, scegliendo invece di stilare il consueto programma elettorale in forma di “lista della spesa” per addetti ai lavori. Una lista della spesa che paga tributo alle vecchie categorie feticcio: un internazionalismo astratto (che finisce fatalmente per appiattirsi sul cosmopolitismo globalista), le consuete litanie politicamente corrette che ci accomunano alla “sinistra” di regime (e sono uno dei motivi di fondo per cui l’elettorato l’ha abbandonata) e quel movimentismo orizzontalista e antistatalista che, negli ultimi decenni, ha costantemente accompagnato le sinistre radicali, condannandole al minoritarismo.
Ci chiediamo se le nostre obiezioni, critiche e perplessità non siano state prese in considerazione perché nemmeno la maggioranza di noi si è del tutto liberata dai vincoli di una tradizione morta e sepolta. 
Vincoli che impediscono: 
1) di mettere all’ordine del giorno, senza se e senza ma, l’obiettivo della riconquista della sovranità nazionale come condizione indispensabile della sovranità popolare e della conquista di rapporti di forza più favorevoli alle classi subordinate; 
2) di rompere con la cultura antistatalista e movimentista delle sinistre radicali; 
3) di prendere atto che dalle masse popolari sale una domanda di protezione sia dagli effetti economici della globalizzazione sia dal degrado sociale delle periferie dove convivono lavoratori autoctoni poveri e immigrati; 
4) di rispondere a questa domanda di protezione, contendendo l’egemonia ai populismi di destra che oggi la rappresentano, non solo sul terreno del buonismo politicamente corretto ma indicando anche concrete soluzioni politiche alternative. Infine anticipiamo la nostra contrarietà all’ipotesi di convertire questa fallimentare esperienza elettorale in primo passo del progetto costituente di un nuovo soggetto politico, che non sarebbe affatto nuovo e rallenterebbe la costruzione di una sinistra nazional popolare realmente capace di opporsi alle politiche del capitalismo globale. 
Una tale scelta, oltre a rendere impraticabile qualunque eventuale ipotesi di una lista seriamente antiunionista per le elezioni europee, segnerebbe di fatto la fine del progetto di Eurostop, condannando quella che era una promettente aggregazione politica a divenire una minoranza ininfluente nel microcosmo di una sinistra radicale a parole e moderata di fatto".
Carlo Formenti, Mimmo Porcaro, Ugo Boghetta

giovedì 8 marzo 2018

#POPULISTI COMUNISTI = 50 a 1 di Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro

[ 8 marzo 2018 ]

Continuiamo la riflessione sul terremoto elettorale. 

Dopo il giudizio di Programma 101 e quelle di Carlo Formenti, è la volta di quelle ancor più fulminanti Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta. 







Populisti 50 – Comunisti 1. Vogliamo parlarne?


Ci sarà modo di tornare sul significato politico, istituzionale e sociale di queste importantissime elezioni, ma una cosa balza agli occhi. Le classi che hanno maggiormente sofferto a causa della globalizzazione e dell’Unione europea, ossia, per dirla in soldoni, gli strati inferiori della borghesia e del proletariato, si sono apertamente ribellate all’ordine vigente, si sono intrecciate nel voto ed hanno scelto partiti che raccolgono la protesta mescolando nostalgie liberiste e promesse di protezione. L’inevitabile alleanza tra la piccola borghesia ed il proletariato più debole avviene, al momento, sotto l’egemonia della prima. Soluzione obbligata, visto lo spettacolo vergognoso offerto in tutti questi anni dalla sinistra, ormai intossicata da una pestifera miscela di europeismo, retoriche politically correct e movimentismo. Accentuando la sua crisi, il PD segue il destino delle cosiddette socialdemocrazie europee, vittime del loro ipermercatismo. Per parte sua, la variante espressa da Liberi ed Eguali, si dimostra inevitabilmente inefficace, essendo soltanto antirenziana e non sufficientemente antiliberista. E Potere al popolo? Il risultato della sinistra radicale è cosa meno ovvia, perché è in quell’ambiente che avrebbe potuto e dovuto maturare un’alternativa al globalismo europeista e sono quelle le forze che avrebbero dovuto capitalizzare in qualche modo la benvenuta débacle del PD. Invece è avvenuto il contrario, e la sinistra radicale ha raggiunto il peggior risultato della sua storia. Perché?
In verità il gruppo dirigente di Potere al Popolo aveva messo da subito le mani avanti (“siamo soltanto agli inizi, il risultato non è poi così importante, quel che importa è costruire reti…”). Ora, a parte il fatto che presentarsi alle elezioni fregandosene del risultato è un atto irresponsabile (in particolare quando i lavoratori italiani, ritenendo realisticamenteinefficaci le lotte, è proprio sulle elezioni che puntano), a parte ciò, dicevamo, la caduta è così brutta che anche mettendo le mani avanti la facciata si prende, eccome. Una facciata tale da imporre un ragionamento, un’autocritica, un inizio, almeno, di vera riflessione. E invece, nisba. La litania è sempre la stessa: partivamo da zero, quindi siamo in crescita, quindi si continua così e si trasforma la lista in un vero progetto politico… . Eh no, care compagne e cari compagni, le cose non funzionano così. Nel campo della lotta di classe solo i forti possono barare. Non noi. Non si partiva da zero, ma dal risultato di Rivoluzione civile, ossia dall’ultimo risultato della sinistra radicale alle elezioni politiche: il 2,25%, il doppio di oggi. Il confronto è assolutamente obbligato perché Potere al Popolo non è affatto qualcosa di nuovo rispetto a quella sinistra, ma un monotono déjà vu, in larga misura orchestrato, oltre tutto, dalle stesse organizzazioni che avevano fatto così bella figura cinque anni fa.
Dove starebbe, infatti, la novità? Nel partire da basso, nel lavoro di strada, nel tenersi le mani pulite dagli intrighi del famigerato ceto politico? Ma queste sono sempre state le idee guida di Rifondazione Comunista, che ha sempre preferito il “basso” all’ ”alto” ed il cui errore non è stato affatto il governismo ma l’essersi fidata troppo dell’Europa e dei movimenti “dal basso”, restando così schiacciata tra il TINA di Bruxelles (e dei suoi servi di centro-sinistra) e l’apatia dei movimenti, che quando invece si muovevano preferivano farlo a fianco del PD. Quindi Potere al Popolo non ha scoperto un bel nulla ed anzi ha riprodotto, a volte peggiorandoli, tutti i vizi di sempre: la genericità del programma, l’esaltazione del conflitto e del mutualismo come sostituto della strategia, il semplicismo del “dagli ai ricchi”, l’approccio unilaterale all’immigrazione, l’illusione dell’ ”altra Europa”. Tutte cose che, se urlate più forte e meglio di Rifondazione, potrebbero al massimo far crescere i consensi nella propria area; ma che proprio avendo successo nell’area stretta della sinistra radicale sarebbero destinate al peggiore insuccesso nell’area vastissima del “resto del mondo”. Infatti, ciò che ci farebbe vincere in casa ci farebbe perdere fuori, perché le idee che tanto piacciono alla sinistra radicale non piacciono al popolo. E quasi sempre a ragion veduta.
Vediamole, infatti, queste idee:
  • Siamo tornati alla lista della spesa, senza capo né coda, senza priorità e senza gerarchie di obiettivi (perché nella predominante logica movimentista l’unico obiettivo è la crescita del movimento stesso), affogando un paio di buone intuizioni nella solita melassa; e questo proprio quando gli elettori hanno bisogno di due-tre parole chiave per orientarsi nella confusione attuale.
  • Si è fatto il solito nobile appello al conflitto ed all’autorganizzazione proprio quando, come abbiamo già detto, i lavoratori pensano realisticamente che il conflitto sociale diretto, al momento, non può pagare più di tanto, e cercano quindi qualcuno che li rappresenti sul piano politico.
  • Si è enfatizzato il mutualismo proprio quando i cittadini hanno invece bisogno di un forte apparato pubblico a cui affidarsi, e quindi di una vera e propria ricostruzione dello stato sociale e dello stato industriale, assunta come obiettivo qualificante di una politica.
  • Si è continuato ad insistere sul “tassare i ricchi” come fonte primaria di finanziamento, senza capire che questa idea, astrattamente sacrosanta, in questo particolare momento non crea consensi, giacché spaventa non soltanto i possibili alleati, ma gli stessi proletari, le cui famiglie hanno spesso redditi misti (in chiaro e in nero, per capirci) e che temono sempre l’eccesso di tassazione sull’immobile posseduto o sognato.
  • Si è affrontata l’immigrazione postulando una completa assenza di controlli, che nessuno stato si potrebbe mai permettere, senza capire il nesso tra la necessaria regolarizzazione dei migranti e l’altrettanto necessaria regolazione dei flussi.
  • Si è degradata la questione europea a questione fra le altre, dedicandole le solite espressioni arrabbiate ma generiche, proprio quando è solo la nettezza su questo punto a poter garantire uno spazio significativo, per quanto inizialmente minoritario, ad una forza politica radicale.
E su tutta questa torta si è poi messa una bella ciliegina: la scelta astutissima di partecipare come comparsa alla commedia antifascista allestita dal PD, con la conseguenza di far apparire come nemico principale quello che è di gran lunga il nemico secondario e di arruolarsi come braccio armato (per fortuna ben poco armato…) nel campo del nemico principale. A tutto danno di un antifascismo efficace che per essere tale ha bisogno a) di distinguersi nettamente (anche agli occhi del grande pubblico e non solo a quelli dei sottili critici) dall’antifascismo liberista ed europeista, vera culla del futuro pericolo fascista, b) di privilegiare la presenza nei territori all’organizzazione di contromanifestazioni che sono una vera manna per i media e per gli stessi fascisti, mentre appaiono folkloristiche ed inutili alla grande maggioranza dei cittadini.
Con questi presupposti ci possiamo stupire dei risultati? No. Anche perché dall’altra parte c’è chi si è mosso con molta maggiore intelligenza e con migliore “connessione sentimentale” col popolo. L’analisi del linguaggio e delle posizioni del M5S dev’essere probabilmente più articolata, ma per quanto riguarda la Lega la cosa è evidentissima. Non vale recitare i soliti esorcismi: “per i leghisti è tutto facile perché solleticano gli istinti peggiori”, “parlano alla pancia delle persone”, “creano il capro espiatorio per continuare a fare i cazzacci loro”. Tutto vero. E tutto inutile. Perché il “cattivismo” può spiegare un 50% del voto leghista, mentre l’altro 50% può essere largamente spiegato dal fatto che la Lega si è mostrata, per ora, molto più radicale dei radicali e molto più “marxista” dei marxisti. Già, perché ha saputo raccordarsi non solo con gli umori più neri del popolo, ma anche col pensiero del popolo stesso, ossia con quell’insieme di proposizioni razionali sul mondo che tutti gli strati sociali elaborano, anche se poi lo mescolano (come avviene al popolo ma anche alle élites, agli incolti ma anche ai tecnici) con ideologie, errori, false deduzioni e vere e proprie panzane. E quali sono gli elementi razionali (e molto vicini al marxismo) dell’attuale pensiero di larga parte del popolo? Elenchiamone tre.
1) Lo stato ci deve essere, questo dicevano gli operai dell’Embraco. Contro il capitale ci vuole un forte intervento della politica e la politica è oggi soprattutto lo stato. La Lega propone un “piccolo” liberismo corretto con lo stato forte e con un po’ di mance. E’ la soluzione? No: ma è molto più comprensibile (ed efficace) della coppia mutualismo+autogestione che la fa da padrona nel radicalismo di sinistra, soffocando i timidi accenni all’intervento pubblico.
2) L’immigrazione è prima di tutto un problema. Ecco un’altra lezione di marxismo. Il significato primario dell’immigrazione è l’uso imperialistico dei proletari delle zone periferiche contro quelli delle metropoli. Quindi l’immigrazione è prima di tutto un problema, per chi arriva e per chi accoglie, e come tale deve essere affrontato. Che poi la soluzione non stia nella clandestinizzazione dei migranti e passi invece per la lotta comune dei bianchi e dei neri è per noi una cosa ovvia: ma questo è un poi che per ora si realizza soltanto sporadicamente. Una razionale considerazione del problema vede per orasoprattutto un peggioramento del mercato del lavoro e delle condizioni di vita, e si deve prenderne atto se si vuole trovare una soluzione. Ripetere che l’immigrazione è soprattutto una risorsa cozza invece non soltanto contro i pregiudizi, ma, in questo caso, anche contro l’esperienza concreta del popolo. Perché divenga una risorsa è necessario comprendere la base razionale della paura e rispondervi: possibilmente senza considerare come minus habentes coloro che sono spaventati.
3) L’Unione europea è un guaio; l’euro ci rovina; da quando c’è il mercato libero stiamo tutti peggio. Queste sono affermazioni limpidamente marxiste e soprattutto leniniste, perché individuano il punto principale su cui si deve intervenire per modificare la situazione. Certo, il popolo spesso non sa che non basta uscire dall’euro, che la causa di fondo dei guai è la natura dei gruppi economici e politici dominanti in Italia, che il “più stato” deve tradursi in programmazione democratica invece che in sussidi alle imprese, ecc. ecc. . Anche qui, tutto vero. Ma l’essenziale, in politica, è l’individuazione del nemico del momento. La parte più povera del popolo lo individua correttamente. L’avanguardia no: forse perché proviene in larga misura dalla parte meno povera. E non ci si dica, please (come si fa dalle parti di Eurostop per giustificare la precipitosa adesione alla lista unitaria), che Potere al Popolo era l’unica formazione chiaramente antieuropeista. A parte il fiero proposito di “rompere l’Unione dei Trattati” (che non prefigura affatto un’exit e comunque era nascosto tra le pieghe di un programma che nessuno ha letto) il manifesto di Potere al Popolo e le dichiarazioni del suo capo politico se la prendevano sempre con le politiche dell’Unione, e non con l’Unione in sé. Mentre il capo della Lega parlava spesso molto male dell’Europa. Certo, per smentirsi furbescamente il giorno dopo, ma il messaggio, comunque, è passato.
Ecco. Si capisce perché M5S e Lega hanno preso percentuali da sballo, che sommate e poi paragonate a quelle dei comunisti fanno 50 a 1, ossia un “cappotto” di dimensioni mai viste. La responsabilità di questo disastro grava tutta sulle spalle dei gruppi dirigenti della sinistra radicale. Anni fa, quando sorse il M5S, ci si associò all’establishment di sinistra nell’irrisione del goliardismo, della superficialità, dell’impreparazione dei “grillini”, dimenticando che ogni movimento rinnovatore è inizialmente “impreparato”, e soprattutto non comprendendo – a causa della sclerosi dei nostri concetti – che il “populismo” è ormai diventato forma normale della lotta di classe. Anni fa, quando la Lega, per intenderci, viaggiava sul 4%, non poche voci suggerirono alla già rimpicciolita sinistra radicale di intrecciare la lotta di classe con quella all’Unione europea, di difendere la Costituzione facendo appello anche all’autonomia nazionale, come base di un internazionalismo non confuso col globalismo. Si rispose che quella scelta avrebbe certamente consentito di superare tutte le soglie elettorali, ma che non la si poteva fare perché quello era il terreno della Lega.
E così siamo qui. Fu inutile spiegare allora – e sarebbe inutile farlo adesso – che la rinazionalizzazione della politica non era il terreno della Lega, ma il terreno della lotta di classe nella fase discendente della globalizzazione, e che si trattava di contenderlo agli altrimagari occupandolo per primi. Agli altri abbiamo concesso, invece, cinque e più anni di vantaggio. Sfruttati benissimo.
Tutto questo impone un’amara riflessione.
La sinistra radicale è stata sempre minoritaria e quasi sempre ininfluente sulla politica italiana. Negli anni Settanta ed Ottanta la cosa poteva essere spiegata, ed in parte giustificata, con la presenza preponderante del PCI; negli anni Novanta con il crollo del socialismo e con gli scintillanti inizi della globalizzazione. Ma oggi, dopo dieci anni di seria crisi capitalistica, dopo l’eclisse della cosiddetta socialdemocrazia, dopo l’emergere della grande volatilità dell’elettorato popolare europeo, la cosa, se può essere spiegata, non può più essere giustificata. Soprattutto perché non si può affatto parlare di passività popolare, anzi: la protesta si concentra nel voto proprio perché i lavoratori hanno capito che bisogna modificare i rapporti di potere: e per farlo si affidano “a tutti”, tranne che alla sinistra radicale. Questo vuol dire che la cultura politica della sinistra radicale italiana è del tutto inadeguata ad interpretare l’attuale situazione storica e ad intervenire efficacemente su di essa. Vuol dire, in poche parole, che la sinistra radicale è finita, e che se si vuole salvare un’ipotesi comunista (e la sua concretizzazione socialista), se si vuole salvare almeno una parte di un grande patrimonio di intuizioni e di militanza accumulatosi in circa 50 anni, bisogna operare un taglio netto con quella storia e con quei gruppi dirigenti, e ricominciare daccapo.
Si. La sinistra radicale è finita. E’ finita l’idea che il sociale deve sempre dettare i tempi al politico; che i movimenti sono sempre più avanti dei partiti; che la strategia nasce dall’accumulo delle buone pratiche della “base”; che il popolo, se non è inquadrato dai progressisti, ha sempre torto; che popolo, movimenti e partiti devono costruire soprattutto l’anti-stato, (come se l’esistenza di uno stato fosse sempre garantita); che l’Europa è la storia e l’anti-Europa è la reazione; che “nazione” è termine nobile quando si parla di Vietnam, di Cuba, di Venezuela, di Catalogna, ma quando si parla di Italia fa schifo.
E con la sinistra radicale, tutta la sinistra è finita. Potrà rinascere soltanto riproponendo l’ipotesi di un socialismo disegnato sulle esigenze del paese. Soltanto comprendendo il nesso, oggi strettissimo, fra l’interesse nazionale all’economia mista, allo sviluppo del mercato interno, a nuove grandi aree aperte agli scambi ma chiuse al movimento incontrollato dei capitali, e l’interesse di classe alla piena occupazione, alla ricostruzione del welfare, alla pace. Soltanto sapendo interpretare le esigenze di sicurezza di tutti, penultimi e ultimi, bianchi e neri. Soltanto proponendo una rottura dell’Unione europea in nome di una Confederazione di stati sovrani che voglia ridurre (e non, come oggi avviene,aumentare) gli squilibri tra partner, e che promuova una politica di pace. Una sinistra potrà rinascere, insomma, soltanto come sinistra nazionale e popolare.
E’ ora che chi crede a questa prospettiva si unisca e si faccia sentire.

giovedì 1 febbraio 2018

BAGNAI di Ugo Boghetta Mimmo Porcaro

[ 1 febbraio 2018 ]

Boghetta e Porcaro ci hanno inviato queste loro considerazioni sulla scelta di Alberto Bagnai di candidarsi con la Lega. 
Essi, scrivono, "non sono entusiasti".
E ci mancherebbe altro! 
Forse leggiamo male ma vi leggiamo una certa indulgenza verso la mossa sciagurata di andare con la Lega prestandosi a fare lo specchietto per le allodole di Salvini.


*  *  *


Dunque Bagnai si candida con la Lega.

Alcuni sono sconcertati, altri entusiasti. Crediamo abbiano torto entrambe le fazioni-

Bagnai giustifica questa scelta a causa dell’insensato europeismo della pluralità della sinistra: né LeU, né Potere al popolo pongono la questione dell’uscita dall’euro. A sinistra, anzi, c’è chi stupidamente afferma che la scelta di Bagnai è la fine inevitabile di qualsiasi impostazione indipendentista, salvo che, ovviamente, non si parli di altri paesi europei, latino americani o del vicino oriente: “Not in my back yard”. L’opinione di costoro non vale le tastiere su cui sbattono le dita invece di resettare il cervello. In effetti le uniche posizioni no euro le troviamo a destra.

In questo contesto si può comprendere l’idea di continuare nella Lega la battaglia noeuro ritenuta (a ragione) strategica. Non c’è nulla di sconcertante.

Noi, tuttavia, non siamo affatto entusiasti di questa scelta.

In primo luogo la Lega ha fatto un accordo con quel Berlusconi che questa volta ha deciso di coprirsi sotto le sottane della Merkel e dell’Unione: ha imparato la lezione del “golpe”. E’ la solita confusione ed incoerenza italiana: ci si allea fra posizioni opposte!! Inoltre, la presentazione della candidatura, avvenuta il giorno in cui Berlusconi era a Bruxelles a rassicurare tutti, ci dice dell’uso strumentale ed elettoralistico che di Bagnai fa Salvini.

La narrazione poi dice che la Lega può condizionare Berlusconi. In realtà il risultato elettorale può essere micidiale per Salvini. Se si addiverrà al governo del Presidente, Forza Italia sarà della partita. Nel caso la Lega aderisca, addio condizionamento. E sarà fiele tutti i giorni. Ogni giorno Bagnai dovrà votare contro il suo libro: “l’Italia può farcela”. Anzi ha già cominciato a farlo. Ha detto che capisce l’europeismo di Berlusconi dopo che per anni ha sparato a palle incatenate contro chiunque accennasse a questa possibilità. Ha affermato che la flat tax, anticostituzionale e pro ricchi, non è poi così male!? Nel caso invece la Lega non aderisse alle larghe intese sarà al limite della scissione e/o diventerà del tutto marginale. Del resto si può pensare davvero che la Lega, la destra, abbia una classe dirigente credibile per porre, al di là dell’elettoralismo, la questione dell’euro e praticare la rottura con l’Unione a favore delle classi popolari italiane!? Portare voti e credibilità a Salvini, ed anche a Berlusconi, finisce solo per avvallare il resto del programma: oltre alla tassa per i ricchi, privatizzare tutto quello che si può di così via. Si passerebbe dalla padella liberista unionista a quella in salsa italiota. Inoltre, che ci fa Bagnai nella Lega: c’è già Borghi!?

Uscire dall’euro, infatti, non è una scelta che può essere propagandata e praticata a prescindere dalla prospettiva, da quale modello sociale si vuole costruire. Non c’è un modo neutrale per uscire dall’euro. Una cosa è porre il tema sovranista-conservatore-liberista come fa Salvini. Una cosa è porre il tema dell’indipendenza politica e monetaria per dare centralità sociale e politica al lavoro, ai lavoratori, rilanciare il ruolo dello stato, la scuola pubblica, i servizi, la democrazia. Solo Bagnai ha finto di non saperlo. La sua posizione più volte espressa contro l’uscita a sinistra dall’euro è stata sempre sbagliata e, ora, è diventa una paraculata autoassolutoria. Bagnai una volta eletto, potrà certamente contribuire a diffondere ancora il verbo no euro, ma potrebbe anche confondere e rallentare la nascita e crescita di quel fronte largo necessario a determinare e gestire la rottura con la moneta unica e l’Unione.

In questo senso l’obiezione di fondo sta nel fatto che la Lega, Salvini e la sua base, in realtà sono ostativi a qualsiasi allargamento del fronte noeuro. Al netto della possibilità e volontà della Lega di porre il tema dell’uscita, il fatto è che per perseguire questo obiettivo politico è fondamentale (conditio sine qua non) la costruzione di un Fronte Indipendentista Costituzionale.

Questa scelta (così come quella di Fassina e D’attore) ci riporta dunque all’irrisolto problema italiano: la mancanza di un campo, un movimento, un soggetto politico indipendentista, progressista, coerentemente e radicalmente costituzionale: al limite del socialismo. Questa mancanza va imputata anche a Bagnai stesso che si è sempre rifiutato di prendere in considerazione questo prospettiva e, spesso, l’ha combattuta. Ha continuato a chiedere alle forze di sinistra di prendere in mano la bandiera no euro quando gli si diceva che proprio i dirigenti della sinistra erano il vero ostacolo. La scelta della Lega, in questo senso, non è imposta dalle circostanze, non è colpa della sinistra, ma è stata oggettivamente costruita come unica inevitabile conclusione personale. Del resto, quando uno si pensa da solo, come individuo, come blog, inevitabilmente finisce per essere subalterno e ostaggio di chi invece l’organizzazione l’ha costruita. Si finisce per essere l’eterna mosca cocchiera. Il fatto è che Bagnai, come altri, non ha voluto comprendere e accettare che ci sono momenti nella storia in cui non si può essere solo economisti, scrittori, professori universitari, commentatori. Ci sono momenti in cui ognuno deve prendersi le proprie responsabilità, spendersi in prima persona per costruire ex novo il soggetto politico tanto inesistente quanto necessario. Come è ben evidente, l’Italia è l’unico dei grandi paesi a non avere una forza simile.

In verità giornalisti paragonano Grasso a Corbyn, Potere al Popolo a Podemos o Melenchon, ma questa è solo l’ennesima dimostrazione di ignoranza e basso livello politico.

Fra un mese le cose saranno più chiare. Il risultato elettorale, il nuovo governo tedesco, Trump, ci diranno quali scelte saremo chiamati a fare per vivere e non sopravvivere. E ci dirà se avremo il coraggio, la volontà di compiere scelte nuove e diverse e non accodarci a questo o quel carro. O rassegnarci a fare i commentatori delle partite giocate da altri.

* Fonte: Socialismo 2017

mercoledì 10 gennaio 2018

POTERE AL POPOLO: DÉJÀ VU, O QUASI di Ugo Boghetta

[ 10 gennaio 2018 ]

Volentieri pubblichiamo il giudizio di Ugo Boghetta sulla lista elettorale "POTERE AL POPOLO".

Sullo stesso tema abbiamo già scritto QUI, QUI e QUI.

Il Natale, il giorno in cui siamo tutti buoni, è andato. Possiamo tornare ad essere cattivi. Tuttavia questo non serve nel commentare il programma di: “Potere al Popolo”. Basta constatare.

Il testo è infatti la solita lista della spesa in perfetto sinistrese. Una lista così lunga dove trova spazio anche la contrarietà all’allevamento intensivo dei maiali nel mantovano! Sembra uno dei vari programmi elettorale delle tante esperienze della sinistra radicale. Tante cose giuste per carità, ma mancano i nodi, i nessi, le gerarchie, un progetto. Non è un programma. Ed è anche un documento tipico di una coalizione: ognuno mette il proprio pezzo per riconoscersi.

In questo modo, negli aspetti principali, ci troviamo inevitabilmente dinnanzi a veri e propri cortocircuiti.

Molto dipende dalla posizione sull’Unione Europea e sull’euro: “… la rottura dell’Unione dei Trattati”, da cui originano approccio e conseguenze. Vale a dire che non si pone il terreno nazionale, l’indipendenza, come luogo prioritario della rottura e del proprio agire.

Cosa vuole dire infatti questa frase? Se si volesse rompere l’Unione non si aggiungerebbe … dei Trattati. Dunque non si vuole rompere l’Unione ma modificarne le politiche come se l’Unione, l’euro, i trattati, il capitalismo liberista fossero cose distinte. Una frase altisonante, dunque, per una politica moderata: il solito massimalismo. Altro, ad esempio, sarebbe voler rompere l’Unione per un’Europa confederale senza, dunque, la moneta unica. Gira e rigira, il nodo è sempre quello. Ma l’euro è un tabù. Non a caso, l’unico trattato che non vogliono modificare è proprio Maastricht (ma non si dice) dove fu deciso l’istituzione della moneta unica e l’architettura che la sorregge: cioè l’Unione. Moneta unica che per costoro sembra essere una moneta internazionalista: unisce i popoli quando invece accade il contrario! È sotto gli occhi di tutti!! Tutto ciò, purtroppo, diseduca il popolo. Non fa comprendere, infatti, che l’assetto politico, monetario, istituzionale sono consustanziali come la Trinità.

Con ciò non si intende affermare che bisognerebbe fare una campagna elettorale per l’uscita dall’euro. È certamente vero che gli italiani sono stati fra quelli che più sono transitati all’euroscetticismo, ma questo non vuol dire che siano pronti al grande passo. Probabilmente in questa fase è necessario concentrarsi sulle necessità del nostro paese: piena occupazione e nuova matrice economico-industriale in primo luogo, la questione della finanza e delle banche, mettere al centro l’interesse nazionale/popolare, porre la questione dello Stato: attuare la Costituzione insomma. E giungere poi, nella pratica, alla critica radicale di un’Unione ed un euro che impediscono questi obiettivi fondamentali. Ovviamente può sempre accadere che si determinino eventi nuovi (in Germania ad esempio, o vessazioni insopportabili dopo le elezioni) che possono rendere necessario un cambiamento di tattica. Quello che però bisogna aver chiaro è che la rottura dell’Unione-euro sono questioni strategiche. Senza la negazione della moneta unica, non c’è nessuna rottura dell’Unione e nessuna possibilità di un inizio di salvezza sociale, politica, democratica. Qui invece i termini sono rovesciati. Per non “tornare” agli stati nazionali (inevitabilmente reazionari) si accetta il finto, ma funzionante, superstato unionista guidato dai governi francesi, tedesco e del capitale finanziario. Con ciò lasciando spazio alla destra. Così crescono i nuovi Tsipras.

Nell’elenco ovviamente c’è il No alla Nato. Non si vuole uscire dall’Unione ma dalla Nato sì! È più facile!? Chi deve uscire dalla Nato l’Unione o l’Italia? Domande inutili: un No alla Nato non si nega a nessuno da 70 anni! È un altro esempio di slogan vuoto.

Negato il superamento dell’Unione tutto il resto non torna. Come si fa infatti ad attuare la Costituzione senza la sovranità sulla moneta, il tasso di sconto, il cambio? La Costituzione, in questo modo, diventa una foglia di fico come per D’Alema-Grasso o Ingroia-Chiesa. Il documento la sì mette al primo posto ma la svuota della sua radicalità. L’acme lo si raggiunge quando si propone la nazionalizzazione della Banca d’Italia. Che senso ha nazionalizzare la Banca d’Italia senza una moneta di riferimento!? A che serve!? Più in generale, come si fa a realizzare la lista della spesa senza controllare capitali, merci, persone: senza confini!? Si sarebbe preda del dumping altrui e della speculazione. Il fatto è che la realtà e la logica non contano. Contano di più le zavorre ideologiche di questo aggregato.


Il nome della lista è altisonante: Potere al Popolo. È una frase che ha un senso reale oppure è anche questa la solita frase scarlatta? Non c’è dubbio che della seconda si tratta. Tutti parlano di populismo, allora: potere al popolo, lista del popolo. Purtroppo di populismo non c’è nulla.

Come il popolo conquisterebbe il potere? C’è un proliferare di classismo sindacale, di lotte ambientali, per i servizi ( cose sacrosante per carità), ma manca il progetto di conquista dello stato come base per realizzare questi obiettivi, per avviare una transizione. Anche in questo caso, negata la sovranità nazionale e lo stato, il potere al popolo si trasforma negli evanescenti: autogoverno, sovranità popolare, controllo popolare. C’è un’evidente sconnessione. Da una parte abbiamo un lungo elenco di obiettivi che si può realizzare solo attraverso il governo, dall’altra c’è il basismo. Il primo aspetto è mancante di un progetto, il secondo delinea una strategia anarco-movimentista-globalista. Tutto ciò è la rinuncia alla politica. Cosa del resto inevitabile nel momento in cui non si pone la questione dello stato e di qualsiasi transizione.

E l’anticapitalismo! Del Capitale mancano i meccanismi principali. Ovviamnte non c’è nessun socialismo delineato. No socialismo, noanticapitalismo!

Ci si accontenta dell’elenco degli effetti. Ne mancano pure di importanti: l’insicurezza innanzitutto.

Manca anche il riferimento ai concreti comportamenti sociali e politici dei lavoratori, dei cittadini. Non c’è il popolo reale. La stragrande maggioranza del popolo: il 99%, sta altrove. Non c’è alcun accenno ad un potenziale blocco sociale interessato all’attuazione della Costituzione, alla rottura dell’Unione Europea, all’uscita dalla Nato.

Il popolo in questa fase esprime il disagio, il rancore, la rabbia con le elezioni votando il populista più cazzuto o standosene massicciamente a casa. Ma in fondo non serve interrogarsi sui comportamenti del popolo, tanto non ci si presenta alle elezioni per prendere voti. Il risultato è indifferente: dicono. Perché, dunque, il popolo dovrebbe votare questa lista!? Ma quando arriveranno i risultati il popolo lì guarderà: eccome! Del resto, chi pratica il sinistrismo, il minoritarismo, l’autoreferenzialità non è in grado di parlare del popolo, al popolo, per il popolo. E quello che sembra basismo è, al contrario, elitismo.

Perchè, dunque, il risultato non sarebbe importante? Perchè tutto viene giustificato dalla prosopopea del nuovo inizio. Ma un nuovo inizio parte proprio dalle elezioni!? E poi come può un nuovo inizio cominciare con discorsi vecchi!? È dal movimento di Genova che li si ascolta!! Più che un nuovo inizio è un déjà vu.

La differenza, dicono, starebbe nel fatto che si parte dal basso e che in alcune assemblee ci sono tanti giovani. Certo, come tutte le volte, ci sono quelli che 5 anni fa erano minorenni. Ma quelli che gestiscono il percorso sono già ex-giovani. E poi, basta essere giovani per essere nuovi o diversi!?

Dal basso poi? La lista pullula di partiti: Prc, Pci, Rdc, Sinistra Anticapitalista. C’è chi usa la lista per nascondere le proprie debolezze. Chi crede di rosicchiare qualche militante. Chi pensa, come il PRC, di rifarsi una verginità. La base unitaria è la comune ideologia: il sinistrismo. Per alcuni è un l’ennesimo, disperato atto di fede. Per tutti questi motivi Potere al Popolo sarà vista come la terza lista di sinistra dopo il PD e Liberi e Uguali: “Chi è causa del suo mal pianga sé stesso”.

Certamente un programma lo si scrive perchè lo leggano altri, ma spesso è anche lo specchio di chi lo scrive. Questo è lo specchio di una sinistra che non sa rinnovarsi, che non sa fare i conti con la realtà che è cambiata … e di molto. Come più volte ho affermato: è in crisi adattativa.

È con tristezza che scrivo queste cose perchè conosco personalmente tanti compagni e compagne che si prodigheranno ancora una volta in una campagna elettorale senza capo né coda.

Purtroppo, anche il fronte indipendentista costituzionale non sta meglio. Comportamenti opportunistici, ambigui, settari, hanno impedito un’aggregazione tanto necessaria. Così manca la presenza di una forza politica coerentemente noeuro, costituzionale, popolare, democratica, nazionale, classista. Ma il bandolo della matassa non si è ancora trovato. In questo quadro c’è anche eurostop. Esperienza che non è stata in grado ancora di andare oltre i NoUnione, Noeuro, NoNato. Ed che ora rischia di non essere né carne né pesce. Come fallimentare fu Ross@.

Le carenze di questo fronte sono gravi perché per i 5 stelle i contenuti sono una questione di sondaggi. Non più coerente è Salvini con l’alleanza con Berlusconi.

Comunque buon anno a tutti


* Fonte: Socialismo 2017

martedì 28 novembre 2017

"ELEZIONI: NON FACCIAMO PAZZIE" di Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta

[ 29 novembre 2017 ]

Volentieri pubblichiamo questo contributo di Porcaro e Boghetta. Essi svolgono dei ragionamenti pienamente condivisibili, sia riguardo al pantano strategico in cui si dimena la "sinistra radicale", sia riguardo ai profondi limiti politici dell'iniziativa di Je so' Pazz' di mettere su una lista elettorale di sinistra-sinistra —che sostituisce il vecchio simbolismo identitario con una sindacalismo sociale movimentista privo di strategia politica.  
Porcaro e Boghetta, escludono quindi che ci sia la possibilità di costruire una lista elettorale del sovranismo  costituzionale. 
Qui non siamo d'accordo. Una finestra invece è ancora aperta. Ne parleremo nei prossimi giorni...



La sinistra Subbuteo e la vera partita del paese 
di Mimmo Porcaro e Ugo Boghetta

Il Brancaccio è fallito. Meno male. Forse qualcuno la smetterà di tentare di aggregare gli sconfitti usando le stesse parole d’ordine che hanno causato la sconfitta stessa. Forse qualcuno la smetterà di credere che la proposta dell’unità della sinistra sia il sostituto efficace di una vera strategia politica, quando per la maggior parte del popolo italiano “sinistra” significa per lo più delusione e liberismo. Il Brancaccio è fallito e questo, nel piccolo mondo della sinistra radicale, può essere un piccolo evento salutare perché impedisce che tutta quella sinistra si attacchi da subito al carro dei D’Alema e dei Bersani, e si presti perciò a fare la forza di complemento per i vari governi d’emergenza che dovranno garantire l’ “europeismo” del paese, e quindi la sua subordinazione al liberismo. E perché dopo il fallimento qualcuno ha pensato di reagire. 
Roma 18 novembre: l'assemblea promossa da Je s' pazz'
Cosicché, dall’assemblea romana di Je so’pazz’, da Rifondazione, dal Partito Comunista, da diverse realtà di base e singoli militanti è emersa l’esigenza di formare una lista popolare per le prossime elezioni. La reazione è comprensibile e positiva, e addirittura, in qualcuno degli interventi in cui si è espressa, è accompagnata da qualche sortita dal linguaggio abituale e da qualche significativo  spostamento in direzione anti Ue. Tanto che Eurostop, l’organizzazione di sinistra che con maggior impegno ed efficacia lavora per una rottura dei vincoli europei, ha accettato l’invito a discutere della fattibilità politica e tecnica della lista elettorale.

Ora, noi siamo da sempre sostenitori della necessità di presentare una lista (ed ancor prima un progetto) di lealtà costituzionale e recupero della sovranità in funzione e condizione di una rottura con le politiche neoliberiste, e crediamo che se qualcuno oggi volesse eludere il problema delle elezioni invocando la necessità di partire dal basso, dal “sociale”, indicherebbe una strada sbagliata, perché l’assenza di mobilitazione sociale è oggi in buona misura spiegabile proprio con l’assenza di prospettiva politica. E perché lo stesso lavoro di radicamento di massa richiede un impegno talmente grande (dovendo essere fatto nelle forme del mutualismo, del “partito sociale” e così via) da poter essere gestito soltanto da gruppi politici di una certa forza e di una certa dimensione: forza e dimensione che potrebbero aumentare a seguito di una prima vittoria politica dopo decenni di sconfitte.

Ciononostante crediamo che la proposta di costruire oggi, in funzione delle elezioni di domani, una simile lista, arrivi davvero troppo tardi perché c’è pochissimo tempo e bisogna superare moltissimi ostacoli, che si riassumono semplicemente nella presenza diffusa di un sinistrismo che condannerebbe la lista al famoso Zero Virgola rendendo molto più difficile ogni mossa successiva. Un sinistrismo che consiste nel parlare di democrazia partecipata a chi non ha tempo e risorse per partecipare, di parlare di
conflitto a chi non si trova nella posizione per farlo, nel parlare solo di accoglienza e di apertura a chi ha legittimamente paura che il mondo gli sia completamente ostile, nel parlare di classe quando la gran parte dei lavoratori occupati ed organizzati è al momento conservatrice, e la gran parte delle masse del quasi-lavoro si percepisce, se va bene, soltanto come popolo. Un sinistrismo che finirebbe in realtà solo per parlare a se stesso: come sempre. Un sinistrismo che riesce anche ad annacquare il riferimento alla Costituzione insistendo sull’aspetto della sovranità popolare per nascondere quello della sovranità nazionale, che è invece condizione di possibilità del primo. Un sinistrismo, infine che inchioda numerosi e validi militanti all’impotenza perché li costringe a ristagnare in un linguaggio che è una variante estremista del discorso delle élite globaliste: meno stato, niente nazione, poca politica e tanto progresso; nessuna rottura puntuale e localizzata del potere, nessuna riconquista della possibilità della politica nell’unico spazio possibile, quello nazionale. Con questo linguaggio una lista di presunta “vera sinistra” si condannerebbe a dire cose che agli elettori parrebbero uguali a quelle dei D’Alema e dei Fratoianni, solo dette in maniera più incazzosa. Un misto di estremismo verbale e moderatismo nei contenuti che spiega gran parte della triste irrilevanza politica di quest’area.

Ora questo sinistrismo comincia a scricchiolare, qualcuno comincia a parlare a ragion veduta di popolo, qualcuno si decide a fare il passo anti Ue, e tutto ciò, in un’ottica di medio periodo, è da considerarsi assolutamente positivo. Ma la partita oggi si gioca nel breve periodo, che diventa brevissimo se si considera che il lavoro da farsi è soprattutto di carattere culturale, e si riassume nella necessità di accettare pienamente la dimensione nazionale dell’azione (se Mélenchon e Corbyn hanno avuto qualche successo è anche grazie a questa scelta) vedendola non soltanto come una dura necessità ma come un’opportunità. Non è certo con artificiosi e verbosi compromessi sulla questione dell' ”Unione dei Trattati” che si risolve il problema di cambiare l'impostazione rispetto alle  esperienze precedenti: ultima la lista Tsipras. In questo cono d'ombra il programma diventa inevitabilmente la solita lista della spesa a cui manca proprio la condizione sine qua non per attuarla. E non serve a molto risolvere il problema con frasi scarlatte inneggianti ad un vago potere al popolo. Nel mondo degli imperialismi nazionali novecenteschi era giusto essere antinazionali –anche in quell’epoca, però, il discorso mutava quando si trattava di nazioni oppresse. Ma quando, come oggi, l’imperialismo della “triade” occidentale agisce attraverso la distruzione delle nazioni (delle nazioni subalterne, ovviamente); quando il sud d’Europa è posto in una condizione – inedita in Occidente – di dipendenza strutturale e permanente nei confronti del Nord; quando tale dipendenza rende inevitabile la compressione dei salari e del welfare;  quando tutto questo accade l’autonomia di classe si lega strettamente all’autonomia nazionale. E la rivendicazione della sovranità nazionale diviene condizione necessaria, pur se insufficiente, sia della ripresa di un efficace conflitto di classe, sia del progresso civile del paese. Ma anche di contrasto al crescere della destre ed alle giravolte del M5S.

La dimensione nazionale della nostra iniziativa deve quindi divenire un nostro tratto distintivo, deve essere valorizzata nella battaglia culturale e nello scontro elettorale. E non soltanto perché questo ci consente di costruire più facilmente una vasta rete di alleanze sociali col pulviscolo delle partite Iva, coi piccoli e medi imprenditori, ecc.. Prima ancora, e soprattutto, c’è il fatto che la stessa unificazione dei lavoratori, data la dispersione sociale e culturale della classe, non può avvenire che attraverso il richiamo all’appartenenza comune ad un paese che è retto da una Costituzione lavorista e tendenzialmente socialista, possibile argine contro il liberismo dell’Unione. Insomma: nei nostri comizi dovremmo mescolare bandiere rosse e bandiere tricolori (e questa è ancora una proposta moderata: guardate i video dei comizi di Mélenchon…). Siamo capaci di farlo, oggi? A nostro parere no. Anzi, il trasformismo di alcuni propone di nascondersi dietro la foglia di fico di Mélenchon e Podemos fingendo di non capire, o non capendo davvero, che la cifra del loro successo è proprio la dimensione nazionale, il patriottismo democratico!
Allora, se non siamo ancora in grado di raggiungere queste consapevolezze, diamo tempo al tempo. Iniziamo già da oggi il lavoro, ma avendo in mente soprattutto la scadenza delle elezioni europee (2019) e considerando che dopo le esose richieste che la Commissione europea ci presenterà a primavera, sarà più facile stracciare gli ultimi residui di europeismo e lavorare per convergenze unitarie. Dunque, si apra subito il confronto, valorizzando al massimo le novità del momento. Ma lo si finalizzi alle elezione europee e, soprattutto, lo si basi su precise direttrici di metodo e di contenuto.


Quanto al metodo deve trattarsi di un confronto a tutto campo e coinvolgere, oltre ai già noti,  i compagni della Confederazione diLiberazione Nazionale e l’area nella quale agiscono, la Lista di Popolo di Chiesa ed Ingroia, l’interessante esperienza di Senso Comune, le variegate componenti del sovranismo costituzionale, lo stesso composito movimento di De Magistris. La gran parte di queste forze può e deve convergere in una prospettiva nazional-democratica, e soltanto da questa convergenza può nascere una proposta politico-elettorale credibile: ma è chiaro che più largo è lo spettro delle forze interessate, più lungo è il processo di mediazione.

Quanto ai contenuti, per avere una minima possibilità di successo e per costituire il punto di partenza di una più ampia aggregazione una lista dovrebbe darsi  almeno i seguenti punti programmatici:

1)    Dignità del lavoro/ dignità del paese. Il problema del lavoro si risolve soltanto con un programma di piena occupazione sostenuto da un intervento pubblico e da imprese e banche pubbliche (con la retorica dei beni comuni non si crea piena occupazione). Ma un tale programma è incompatibile con la sottomissione del paese ai vincoli dell’Unione europea e nell’Unione monetaria.
2)    Sovranità popolare/sovranità nazionale. Il rafforzamento del settore pubblico rappresenta un importante momento di attuazione della sovranità popolare perché funge da contrappeso al  potere dei mercati. Una tale sovranità deve attuarsi anche nei confronti dello stesso settore pubblico, prevedendo forme di intervento diretto delle associazioni popolari nella definizione dei suoi indirizzi e nel controllo del suo funzionamento.  Ma la riaffermazione della sovranità popolare è frase vuota se non si coniuga con la riaffermazione della sovranità nazionale, che è il presupposto dell’efficacia delle decisioni popolari, e quindi con la rottura dell’Unione europea.
3)    Rifinanziamento e ripubblicizzazione del welfare. Non è sufficiente superare la scarsità di mezzi a cui il liberismo condanna il welfare pubblico, bisogna anche ridurre tutte le forme di erogazione privata dei servizi sociali e tutte le forme di precarizzazione del lavoro che esse comportano. Anche se tutto ciò urta contro gli interessi materiali di una parte non piccola della sinistra che ha cogestito la privatizzazione scambiandola per socializzazione della sfera pubblica.
4)    Sicurezza. Ebbene sì: sicurezza per tutte e tutti, per bianchi e per neri. E’ un tema vissuto come decisivo dai ceti popolari e dunque deve essere decisivo anche per noi. Non si tratta di “inseguire la destra sul suo terreno”, ma di riprenderci un terreno che deve essere nostro. Sicurezza contro le turbolenze guerreggiate mondiali, sviluppando una politica internazionale di pace. Sicurezza contro la miseria, puntando su lavoro e welfare. Sicurezza contro la criminalità ed il degrado, sia facendola gestire direttamente dagli abitanti dei quartieri attraverso la riconquista e la cura degli spazi pubblici, sia ampliando e riqualificando gli organici delle forze di polizia, utilizzandoli con funzione di mediazione sociale invece che di ordine pubblico.
5)    Regolarizzazione e regolazione dell’immigrazione. Dobbiamo renderci conto che la giusta e necessaria regolarizzazione degli immigrati (fondamentale anche per una positiva gestione del mercato del lavoro) implica una regolazione del flusso dell’immigrazione senza la quale (se, come tutti prevediamo, questo flusso assumerà necessariamente dimensioni sempre crescenti) verranno a mancare le risorse economiche, sociali e politiche per la regolarizzazione stessa. Anche in questo caso non si tratta di inseguire la destra sul suo terreno. Si tratta di dire la verità: nessun paese, tantomeno un paese come il nostro, può pensare di non regolare in alcun modo i flussi. Nessun governo, nemmeno un nostro governo, potrebbe evitare di farlo. Non si tratta di imitare Minniti, si tratta quanto meno di porsi il problema. Parlando solamente di accoglienza perderemmo il contatto con la gran parte della nostra gente, e lo perderemmo per non aver detto cose… che saremmo poi costretti a fare se fossimo al governo. Un vero paradosso che può essere superato con la proposta convinta della coppia regolarizzazione/regolazione.
6)    Nuova collocazione internazionale dell’Italia. Tutto quanto sopra ha un senso ed è possibile soltanto se l’Italia esce dalla propria collocazione euroatlantista e partecipa alla costruzione di un’area di cooperazione economica e di pace (iniziando ad eliminare le atomiche dal proprio territorio) che possa costituire una terza forza nello scontro tra Occidente e Oriente. La rottura con l’Ue deve essere accompagnata da subito con una proposta di nuova alleanza fra gli stati del continente fondata questa volta su un patto politico che espressamente rifiuti una soluzione bellicista e la prosecuzione del mercantilismo che ha accresciuto le diseguaglianze, gli squilibri e la tendenza alla guerra. Rapporti con la Russia, la Cina e col complesso dei Brics devono divenire asse normale dello sviluppo del paese. Così è, ovviamente, per il ruolo nel Mediterraneo. L’obiettivo non può essere tanto, o immediatamente, quello della collaborazione con stati orientati al socialismo, quanto quello della collaborazione con stati che intendano sottoporre a controllo politico i movimenti del capitale e intendano accettare una regolazione degli scambi che non si traduca nella deflazione competitiva a danno dell’occupazione e dei salari.
Siamo sicuri che intorno a questo asse si possa costruire non soltanto una lista, ma, progressivamente, quella vera e propria coalizione costituzionale di cui questo paese ha bisogno (e che potrebbe anche essere lo spazio migliore per far crescere una autonoma presenza comunista). Siamo sicuri che dicendo queste verità si possa ottenere un buon consenso, quantomeno il consenso necessario a porsi ulteriori obiettivi di crescita politica. Così come siamo sicuri che la ripetizione del nostro solito frasario umilierebbe le nostre migliori idee e ci condannerebbe ad arrestare sul nascere un cammino che potrebbe invece portarci molto lontano. Servirebbe solo a regolare i conti nel nostro piccolo cortile, quando il campo della nostra azione potrebbe e dovrebbe essere molto più vasto. Sarebbe come restare a casa a giocare a Subbuteo fra amici quando si potrebbe giocare una partita vera.



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