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martedì 21 agosto 2018

LA LEGA SI SLEGA

[ 21 agosto 2018 ]

Quanto è solida e irreversibile l'impresa di Matteo Salvini di avere trasformato la Lega Nord in un partito, non solo nazionale ma a vocazione sovranista e anti-euro? Davvero la Lega è saldamente nelle sue mani? Si può escludere una fratturazione tra l'ala populista salviniana e quella nordista degli Zaia e dei Maroni organica alla grande borghesia lombardo-veneta? 

Queste domande sorgono osservando quella che appare la prima frattura ai vertici della Lega dopo la nascita del governo Conte.
« Benetton e nazionalizzazione. Il tema autostrada agita la politica, divide governo e Carroccio e anima lo scontro tra Lega e opposizione. Prima l’accusa del Pd sul voto sul cosiddetto “Salva Benetton” e poi l'ipotesi di nazionalizzare Autostrade: Salvini da una parte e Giorgetti dall’altra. (...) Ma il tema che divide è quello delle nazionalizzazioni. Da un lato c'è il vicepremier Salvini che ai microfoni di Agorà dice: «Studiando i bilanci di Autostrade, sì. Io sono a favore di una sana compresenza tra pubblico e privato». Dall'altro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, che precisa:«Vanno rivisti i margini di redditività delle concessioni». Giorgetti, rispondendo alle domande dei giornalisti, a margine del suo intervento al Meeting di Rimini, dichiara: «Non sono molto persuaso che la gestione dello Stato garantisca maggiore efficienza». La proposta era stata rilanciata qualche giorno fa dal ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli. «Nazionalizzare la società sarebbe conveniente — aveva spiegato in un'intervista al Corriere— perché ricavi e margini tornerebbero in capo dallo Stato attraverso i pedaggi, da utilizzare non per elargire dividendi agli azionisti, ma per rafforzare qualità dei servizi e sicurezza delle nostre strade». [CORRIERE DELLA SERA, 21 agosto]
Non è un caso che questa fratturazione avvenga, dopo la tragedia di Genova, sul caso Autostrade-Benetton. In un certo senso esso è paradigmatico. Abbandonare o difendere uno dei dogmi neoliberisti, quello delle privatizzazione e del "più mercato meno Stato"?

Sovranismo qua sovranismo la... Non può esserci autentica sovranità popolare, nazionale e democratica se si resta nel quadro neoliberista. Non può esserci ove sia lo Stato sia subordinato al mercato. Se il governo, dopo la tragedia enorme di Genova, cede alle pressioni dei poteri forti e non farà seguire i fatti alla parole, se non nazionalizzerà Autostrade, come può pensare di chiudere con le politiche austeritarie e tenere testa ai sicuri diktat eurocratici? 

Si pensava che il lato debole del governo Conte fosse quello giallo. Forse, invece, è proprio quello verde. 

Salvini riuscirà a tenere testa alla fronda interna di coloro che sono potenzialmente pronti ad azzoppare il governo facendosi garanti dei desiderata della grande borghesia euro-globalista?


....

Il geniale spot di GRILLETTO FACILE...

domenica 19 agosto 2018

REALI CONNESSIONI SENTIMENTALI

[ 19 agosto 2018 ]




Così LA STAMPA di regime, imbarazzata:

Ai funerali di Genova insulti e fischi ai vecchi politici, ovazioni per i loro eredi

«La folla assiepata presso l’ingresso delle autorità ha riconosciuto l’ex ministro della Difesa Pinotti, e lì sono iniziate le urla, ingigantite all’apparizione del segretario Pd Martina. «Andatevene», «basta» e «vergogna» sono stati gli epiteti più ricorrenti. Mentre poco dopo la stessa folla (dove si è distinta una specie di spontanea claque) si è spellata le mani all’arrivo un filo teatrale di Salvini e Di Maio. I quali sono arrivati insieme e, col passo sicuro di chi rappresenta il nuovo, esente dalle colpe passate, hanno preso posizione dietro alle bare. È stata la consacrazione, perfino un po’ selvaggia, della loro popolarità».

giovedì 16 agosto 2018

Nazionalizzare le autostrade! di Leonardo Mazzei

[ 17 agosto 2018 ]
Le penali sono una tigre di carta: le convenzioni dei "Signori del casello" una vergogna targata Prodi, ma si possono cancellare nazionalizzando la gestione della rete autostradale
L'aria finalmente è cambiata. Di fronte alla tragedia di Genova, il governo ha annunciato la revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia. Questa decisione, non solo va incontro ad un sano desiderio di giustizia, ma pone all'ordine del giorno la questione dello stop alle privatizzazioni ed alle liberalizzazioni dell'ultimo quarto di secolo.

Di questo hanno parlato diversi esponenti del governo, a partire dal vice-premier Di Maio. Bene, anzi benissimo. Se son rose fioriranno, ma intanto prendiamo atto di un tempismo e di una rapidità di decisione senza precedenti.

E' ora di iniziare ad invertire il disastroso percorso che ha portato a privatizzare i settori strategici dell'economia: dall'energia alle telecomunicazioni, dalle banche ai trasporti. Ed è proprio da quest'ultimo comparto che si può partire, cominciando con Alitalia e con la rete autostradale.

Limitiamoci qui a quest'ultima questione di estrema attualità.
Chiunque abbia utilizzato con una certa continuità, negli ultimi anni, le autostrade italiane sa perfettamente due cose: che il livello delle manutenzioni è costantemente peggiorato, che i pedaggi sono cresciuti da un anno all'altro ben al di là del tasso d'inflazione.

Insomma, i "Signori del casello" - con i Benetton in prima fila - han trovato la gallina dalle uova d'oro. Tanti profitti e nessun rischio, il tutto garantito da convenzioni scandalose, frutto del Decreto Legge 3 ottobre 2006 n° 262, primo ministro Romano Prodi, ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa (viva l'Europa!), ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro, ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi (indipendente in quota Pdci!). Come dire, il centrosinistra al gran completo! E Rifondazione Comunista che oggi chiede di "fare un bilancio delle privatizzazioni", forse farebbe bene a fare anche un bilancio della propria storia politica.

Del resto la vecchia Società Autostrade (gruppo IRI) fu privatizzata nel 1999 dal governo D'Alema, mentre la stessa convenzione con Autostrade per l'Italia dei Benetton è del 2007, cioè avvenne sempre ad opera del governo Prodi II.

Sui frutti avvelenati di queste scelte consigliamo la lettura di quanto pubblicato dall'insospettabile Business Insider il 7 febbraio scorso, cioè 6 mesi prima del dramma genovese. Questo l'incipit di un articolo ben documentato e ricco di dati:

«Una concessione autostradale è per sempre e l’aumento dei pedaggi arriva puntuale il 1° gennaio di ogni anno. Sono le due regole ferree che governano il cosmo delle autostrade. Un universo popolato da pochissimi eletti – la “Compagnia del Casello”, 25 società dove la parte del leone la fanno Benetton, Gavio e alcuni enti locali – che fanno affari d’oro a fronte di rischi d’impresa praticamente nulli.
Una rendita di posizione assicurata da intese segretate, da gare quasi mai fatte; da investimenti promessi e realizzati solo in parte; da rivalutazioni finanziarie che assicurano rendimenti oltre l’8% annuo; da lavori decisi per “migliorare il servizio”, dove i maggiori introiti vanno ai concessionari, mentre le spese ricadono sugli utenti.
Insomma, se non sapete cosa fare nella vita, accettate un consiglio: accaparratevi una concessione autostradale, vi renderà ricchi
».

Ma pure il Corriere della Sera online è adesso costretto a fare alcune ammissioni. Nel 2017 Autostrade per l'Italia (controllata al 100% da Atlantia), che gestisce 2964 km sui 6668 dell'intera rete autostradale, ha avuto ricavi per 3,9 miliardi di euro, con un margine operativo di 2,4 miliardi ed un utile di ben 968 milioni di euro. Da notare che il costo della concessione, che la società versa allo Stato, è pari ad un modestissimo 2,4% dei ricavi al netto dell'Iva, cioè alla miseria di 73 milioni annui!

In compenso, mentre gli utili arricchiscono Atlantia, controllata dai Benetton attraverso un sistema di scatole cinesi che conduce alla finanziaria lussemburghese Sintonia (sempre pronti a pagare le tasse nel loro Paese, i capitalisti!), posseduta al 100% dalla holding di famiglia Edizione Srl (che detiene anche il 50,1% di Autogrill), gli investimenti operativi sulle infrastrutture in concessione sono ridicoli: 197 milioni nel primo semestre 2018, peraltro in calo rispetto ai 232 dello stesso periodo del 2017.

Se in generale è giusto non arrivare a conclusioni definitive partendo da un singolo episodio, è altrettanto vero che queste cifre gridano vendetta, mentre quello di Genova non è un "episodio" bensì una strage. Una strage annunciata, in questo caso possiamo proprio dirlo, perché le problematiche del "Ponte Morandi" erano note da tempo. E se i controlli sono stati fatti, ci sono solo due possibilità: o sono stati fatti male, o non si è tenuto volutamente conto del loro esito. In un caso come nell'altro la responsabilità di Autostrade per l'Italia è fuori discussione.

Adesso, dopo l'annuncio del governo di voler togliere la concessione ai Benetton, la stampa mainstream insorge. «Processo sommario», protesta l'ineffabile Huffington Post: e che si condanna così una povera famiglia di capitalisti? Neanche fossero dei ladri di polli!

Ma siccome il richiamo allo Stato di diritto è in questo caso davvero stonato, ed il 90% degli italiani è di sicuro d'accordo con Conte quando dice che «non si possono aspettare i tempi della giustizia», ecco allora l'altro argomento: quello delle penali miliardarie da pagare.

E' sempre la stessa storia. Secondo la narrazione di lorsignori nulla si può fare, tutto deve restare com'è. Volete la Brexit? Pagherete caro, pagherete tutto. Volete farla finita con l'assurda telenovela del Tav? Scordatevelo, che vi attendono penali miliardarie. Volete togliere la concessione ai Benetton? Non si può, ci sono 20 miliardi da pagare! E' questo ora il grande argomento della stampa di regime.

Da dove venga fuori la cifra di 20 miliardi è presto detto. Siccome l'art. 9 della concessione ad Autostrade per l'Italia prevede, i
n caso di decadenza della stessa, un pagamento dello Stato (tramite l'Anas) al concessionario decaduto «corrispondente al valore attuale netto dei ricavi della gestione... sino alla scadenza della concessione», e considerato che l'utile dell'ultimo anno è stato di poco inferiore al miliardo, ecco che - calcolato il periodo residuo di 24 anni fino al 2042 - si arriva ad una cifra attorno ai 20 miliardi.

Venti miliardi, ma siamo impazziti? Venti miliardi di premio per aver fatto una strage, ma davvero i grandi commentatori nulla hanno da dire su questo? Non solo ha ragione Di Maio ad affermare che «Con 40 morti non ci saranno penali da pagare», ma qui bisogna mettere sotto processo chi quelle convenzioni ha firmato e coperto politicamente, perché le garanzie ottenute allora da questi furbetti del casello sono una vergogna. Una vergogna. Una vergogna.
Una vergogna targata Prodi e centrosinistra.

Vedremo se la solerte magistratura italiana vorrà aprire un fascicolo su questo sconcio. Di certo i Benetton non hanno il minimo senso del pudore. Stamattina, mentre ancora si scava tra le macerie, hanno subito chiesto, in caso di revoca «il riconoscimento del valore residuo della concessione». Insomma, vogliono 20 miliardi, questi benefattori con sede in Lussemburgo.

Non ho la minima competenza per entrare nel guazzabuglio delle interpretazioni giuridiche. La convenzione ha molti allegati e parti ancora secretate - ecco un'altra vergogna che abbiamo scoperto in queste ore! -, né ho troppa fiducia nella giustizia e nei suoi tempi.

Vedremo cosa diranno in proposito gli esperti del governo. C'è però un modo semplice e rapido per venirne fuori: nazionalizzare Autostrade per l'Italia, meglio ancora nazionalizzarla insieme a tutte le altre società che gestiscono l'intera rete autostradale. In questo modo la diatriba giuridica si chiuderebbe subito; le convenzioni potrebbero anche restare, dato che a quel punto entrambi i contraenti sarebbero pubblici. Con tanti saluti agli inqualificabili Benetton ed alla "penale" che senza ritegno reclamano.

Si creerebbero così le premesse per un grande piano di interventi di manutenzione straordinaria sulle infrastrutture del Paese, dando finalmente quella sicurezza che di certo i privati (siano essi Benetton od altri) mai metteranno al primo posto.

sabato 13 maggio 2017

GENOVA: MARCO MORI (RISCOSSA ITALIA) CANDIDATO SINDACO

[ 13 maggio 2017 ]

A giugno si svolgeranno elezioni municipali in molte città italiane. La sola positiva novità, almeno per quanto ci riguarda, l'abbiamo a Genova, dove l'amico Marco Mori, segretario nazionale di RISCOSSA ITALIA, si è candidato alla guida della città. Mentre gli facciamo i migliori auguri di successo, pubblichiamo la prima parte del suo programma elettorale.




PROGRAMMA COMUNALE 
per Marco MORI Sindaco di GENOVA

(elezioni amministrative 2017) 

RISCOSSA ITALIA

Premettendo che all'interno della gabbia dei vincoli di bilancio europei nessun amministratore locale può fare qualcosa per il proprio Comune e quindi ogni promessa in tal senso è semplicemente falsa, il programma comunale è necessariamente il seguente:

1. Piena attuazione dei principi fondamentali della Costituzione. In conformità alla sentenza della Corte Costituzionale n. 275/16 l'erogazione dei diritti incomprimibili non può essere limitata da qualsivoglia esigenza di bilancio, il patto di stabilità interno verrà dunque rifiutato con forza e sarà violato opponendo ogni sanzione davanti alle autorità giudiziarie preposte;

2. Messa in sicurezza della città, a tutti i livelli, a prescindere da ogni disponibilità di cassa, la tutela dei diritti incomprimibili obbliga lo Stato a trasferire al Comune le risorse necessarie.
Lo Stato peraltro, riscattando la sovranità monetaria, non avrebbe alcun problema di cassa, basterebbe infatti poter disporre nuovamente di una Banca Centrale che tornasse ad essere la necessaria prestatrice illimitata di ultima istanza per creare la precondizione necessaria ed indispensabile per mettere fine alla crisi. Se lo Stato non deciderà in tale senso, sarà una sua scelta politica, fonte di responsabilità, sia sotto il profilo politico che penale;

3. Rigetto dell'insensata politica dell'accensione di prestiti da parte dell'amministrazione comunale; i soldi per il normale funzionamento dei servizi e per l'erogazione dei diritti incomprimibili devono arrivare dallo Stato, non devono certamente essere chiesti in prestito, con un danno enorme in termini di interessi da corrispondere. Il Comune non è un'azienda, ma un'amministrazione pubblica che può (deve) dunque operare in deficit di bilancio. Solo in caso in cui la battaglia giuridica contro il patto di stabilità fosse inizialmente persa si procederà a rinegoziare i finanziamenti contratti dal Comune, analizzando anche la sussistenza di eventuali illeciti bancari quali ad esempio la corresponsione di interessi anatocistici da parte dell'amministrazione;

4. Mantenimento dell'abolizione delle imposte indirette sulle prime case dei cittadini (salvo quelle di lusso) in quanto palesemente incostituzionali;

5. Introduzione di una moneta complementare;

6. Moratoria sugli sfratti su tutto il territorio del Comune nei confronti dei cittadini che non dispongono di un reddito sufficiente a trovare un'altra abitazione. Ai privati danneggiati da questo provvedimento sarà corrisposta un'equa indennità dal Comune per l'occupazione del proprio immobile ed otterranno la completa esenzione da ogni tributo in riferimento ai beni occupati. Assistenza totale sarà data anche ai soggetti colpiti da pignoramento che versino nelle condizioni di tutela obbligatoria prevista all'art. 38 Cost.;

7. Assistenza a tutti coloro che sono privi di vitto ed alloggio in conformità al disposto dell'art. 38 Cost.;

8. Stop ad ogni privatizzazione ed a qualsiasi vendita dei beni comunali, recupero di quanto già alienato, o anche di ciò che è stato semplicemente dato in gestione ai privati, si vedano ad esempio i posteggi. Azioni di responsabilità verso chi ha compiuto le privatizzazioni del passato per conseguente danno erariale;

9. Ritorno al numero chiuso per le le licenze relative alle attività
commerciali da fissarsi per ogni settore merceologico sulla base della domanda di quel particolare bene o servizio;

10. Riassetto del sistema tributario comunale per improntarlo a criteri di progressività, aumento della tassazione sulla grande distribuzione al fine di allontanarla finalmente da Genova. Impediamo alle multinazionali di proseguire il saccheggio della città.

domenica 19 marzo 2017

BEPPE GRILLO COME LA DEA KALÌ di P. Pellizzetti

 Marika Cassimatis e Beppe Grillo... "tanto" tempo fa
[ 19 marzo ]

Era stato proprio Paolo Putti a raccontarmi che i quadri Cinquestelle provenienti da antiche militanze nel sociale definivano “thugs” i neofiti fanatizzati del Movimento. Come gli antichi strangolatori indù, seguaci non di un disegno politico quanto adepti assatanati di un credo iniziatico, in cui l’adesione comporta l’immediata sottomissione adorante alla suprema volontà del leader divinizzato. Del resto taluni di loro avevano attraversato, quale passaggio intermedio alla conversione, una precedente passione dipietrista; in modalità credenti tanto acritiche quanto ringhiose, che già evidenziavano il manifestarsi di un culto fideistico del Capo.

Cervello all’ammasso, che ora diventa delirio collettivo e persegue la purificazione del mondo perseguitando i non sufficientemente determinati nella lotta ai miscredenti, virata in guerra di religione.

Una spirale di impazzimento da mettere paura, che ora trova la sua ennesima manifestazione a Genova con la defenestrazione di Marika Cassimatis; Cinquestelle della prim’ora, scelta dal voto online quale candidata sindaco alle imminenti amministrative locali. Dopo l’ostracismo dei guardiani della fede, che l’accusavano di tiepidezza nei confronti degli eretici alla Pizzarotti e varia apostasia, nelle vesti di Kalì è sceso dalle alture di Sant’Ilario Beppe Grillo in persona; per celebrare il sacrificio della reproba sotto forma di ritiro del sacro simbolo di appartenenza.


Confesso di essere senza fiato, un po’ perché tempo fa avevo bisticciato con la Cassimatis in un’occasione pubblica proprio per il suo (ai miei occhi) eccessivo allineamento al Verbo pentastellare. Anche se, successivamente, avevo accettato – come dice lei – di “fumare il calumet della pace; per via di comuni amicizie ambientaliste. Fermo restando che continuava ad apparire ai miei occhi critici un po’ troppo ortodossa. Però salvata da una certa attenzione rispettosa nei confronti delle posizioni altrui: quell’atteggiamento che fungeva da antidoto al settarismo e al culto di Kalì che ora l’ha condotta al rogo mediatico.

Soprattutto mi stupisce l’evidente autolesionismo, apparentemente inspiegabile, delle scelte di chi “puote ciò che si vuole”: la Cassimatis, proprio per la sua personale storia politica, era la migliore scelta per riassorbire in sede elettorale le recenti fuoriuscite dal Movimento che hanno dato vita a “Effetto Genova” ed “Effetto Liguria”. Mentre il rito sacrificale messo in atto produce l’effetto immediato di mettere fuori gioco il M5S nella consultazione del prossimo giugno. Con Palermo, la più significativa dell’anno. Seppure – a dire il vero – l’autogol trova la propria specularità in una ricca serie di corse al massacro sulla pelle della cittadinanza genovese: il PD che si aggira alla ricerca di un candidato introvabile; Silvio Berlusconi che gioca una partita personale per screditare l’ex delfino Toti, nelle sue ambizioni di federatore a Destra in prospettive anche nazionali, contrapponendo ai candidati del governatore un improbabile aspirante sindaco paracadutato da Milano.

Ma per Grillo-Kalì le motivazioni sono ancora più profonde. Tutto ruota attorno all’appuntamento del 2018, quando si ritiene certa la conquista del governo nazionale e l’elezione a premier del passacarte Luigi Di Majo. E nulla deve disturbare il disegno. Per cui si subisce ogni pasticcio romano di Virginia Raggi e si depura il movimento di ogni possibile bastian contrario. Come la Cassimatis.

Niccolò Macchiavelli diceva che “il fine giustifica i mezzi”. Albert Camus replicava: “chi giustificherà i fini?”.


* Fonte: Micromega

lunedì 26 settembre 2016

L'ITALIA FARÀ LA FINE DI GENOVA?

[ 26 settembre ]

Ogni riferimento e ogni analogia a fatti, globalizzazioni, debiti pubblici, bancocrazie, cessioni di sovranità politica, lotte tra classi, repubbliche oligarchiche e stati pignorati (non) è puramente casuale.

«La storia di Genova nel secolo XIV ci appare così come un susseguirsi incessante di rivolte, di lotte di parte e di interventi stranieri.
Essendo nel 1339 la fazione popolare riuscita a prevalere e a imporre l’elezione di un doge nella persona di Simone Boccanera, la grande nobiltà oligarchica non esitò a porre la città sotto la protezione dell’arcivescovo Giovanni Visconte, signore di Milano.
Dopo la morte di quest’ultimo, Genova, dopo nuove e tormentate vicende interne, si dette nel 1396 alla Francia, sotto la quale rimase fino al 1409, per poi tra il 1421 e il 1436 ritornare ancora sotto la signoria viscontea e, tra il 1459 e il 1461, nuovamente sotto quella francese. Questa irrequietezza politica non è d’altronde che il paravento di una sostanziale immobilità sociale: malgrado i tentativi di rinnovamento operati dal basso, la vita politica genovese continuò sempre ad essere il monopolio di una ristretta oligarchia di grandi famiglie.

Gli stessi caratteri presenta anche la vita economica. Le finanze dei privati erano infatti assai più floride di quelle della repubblica e quest’ultima, impegnata com’era nella sua grande politica marittima, era costretta, dopo aver spremuto sino all’osso mediante gabelle, dazi e ogni genere di imposte dirette e indirette i redditi dei ceti meno abbienti, a contrarre forti debiti e obbligazioni ricorrendo a “compere” e prestiti con i privati e specialmente con i cittadini più facoltosi. Il sistema era lo stesso in uso nelle altre città italiane e a Venezia in particolare. Esso funzionò bene finché i profitti realizzati con il commercio e, più in generale, le buone fortune della città misero l’erario pubblico in grado di corrispondere puntualmente agli interessi verso i propri creditori.

Quando però le cose incominciarono a mettersi al peggio e si profilò addirittura il rischio che, oltre gli interessi potesse andar perduta anche parte del capitale, allora sarebbe stato necessario da parte dei cittadini che avevano investito i loro averi in titoli di Stato un grande spirito di dedizione alla cosa pubblica per continuare a concedere allo Stato la propria fiducia. Era questo il caso di Venezia, ma non quello di Genova.

Quando, dopo la guerra “di Chioggia”, la quale, a Genova come a Venezia, aveva ingoiato somme enormi, si cominciò a profilare sulle finanze cittadine l’ombra del dissesto (nel 1408 il debito dello Stato era salito alla cifra enorme di 2.938.000 lire genovesi), i creditori pretesero il massimo delle garanzie. Essi si riunirono in un consorzio —il Banco di San Giorgio— e ottennero che adesso fosse devoluta l’amministrazione del debito pubblico. Ma come i nuovi amministratori avrebbero potuto garantire un più regolare pagamento degli interessi? La soluzione venne trovata inasprendo ulteriormente il carico fiscale e affidando al Banco la gestione di alcuni dei proventi fiscali dello Stato. In tal modo, facendosi essi stessi amministratori delle entrate dei loro debitori e assumendo il ruolo di, per così dire, curatori fallimentari, i creditori consorziati nel banco avevano in mano una solida garanzia. Quando però il prestigio e il commercio genovese in Oriente iniziarono la parabola declinante, allora questa garanzia non era più sufficiente. Ciò accadde appunto nel corso della prima metà del secolo XV: la caduta di Costantinopoli nel 1453, che tagliò fuori Genova dalle sue fiorenti colonie del Mar Nero, non fu che l’ultimo e definitivo colpo vibrato a un prestigio politico già seriamente compromesso.
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In tali condizioni gli amministratori del Banco pretesero di più e cioè di amministrare direttamente alcuni territori della repubblica —colonie in Oriente, castelli e terre sulla riviera, la Corsica— con ampia facoltà di sfruttarli a loro piacimento, sino anche a venderli. Fu questo il caso di Livorno che nel 1421 fu ceduta ai fiorentini per moneta sonante.
“San Giorgio —scriveva il Machiavelli— si ha posto sotto la sua amministrazione la maggior parte delle terre e città sottoposte allo imperio genovese, le quali governa e difende e… vi manda i suoi rettori senza che il Comune in alcuna parte se ne travagli. Da questo è nato che quelli cittadini hanno levato l’amore del Comune…e postolo a San Giorgio”. Difficilmente si può immaginare una illustrazione più efficace di che cosa si debba intendere quando si parla – come si è già parlato – del consolidamento delle posizioni corporative e privilegiate del patriziato urbano: a Genova noi vediamo una città, una “repubblica”, alienare ai suoi cittadini più ricchi le sue finanze e la sua stessa sovranità territoriale; vediamo uno Stato trasformarsi praticamente in un’azienda della quale sono azionisti le sue grandi famiglie.

Queste ultime furono infatti le principali beneficiarie dell’operazione. A mano a mano che in seguito al declino del commercio genovese in oriente le difficoltà economiche vennero aumentando, i piccoli risparmiatori che avevano investito il loro denaro nei “luoghi” di San Giorgio furono costretti a liberarsene e questi finirono per concentrarsi nelle mani di una ristretta e potente oligarchia di creditori. Da questa usciranno le grandi dinastie dei banchieri genovesi finanziatori di Carlo V e di Filippo II».

In: Giuliano Procacci

Storia degli italiani, I volume, ed. La Terza, 1968, pag. 80-82

lunedì 17 novembre 2014

PIOVE, GOVERNO CRIMINALE! di Vincenzo Baldassarri


17 novembre. 
Certo, ci sono di mezzo i mutamenti climatici globali. A maggior ragione uno Stato che meriti questa qualifica dovrebbe approntare un Piano nazionale ambientale d'emergenza oltre (1) a porre fine al consumo del suolo, (2) faccia una mappatura del dissesto idrogeologico, e quindi (3) predisponga mezzi e finanziamenti per evitare ulteriori tragedie. Questa è la prima vera "grande opera" che serve al Paese, non quelle scellerate già in cantiere — Tav, E-45 autostrada, ecc.

«Ci risiamo, ancora una tragedia, ancora una volta la politica non sa dare risposte se non specularci sopra. 

Renzi fa le foto con i koala mentre Genova è travolta dall'ennesima disgrazia, a quanto pare risulta che gli imprenditori che avevano l'appalto per la messa in sicurezza del territorio avevano mandato una lettera al governo per chiedere se era possibile partire con i lavori, ma quest'ultimo li ha ignorati. 

Politici troppo presi a fare le parti delle grandi lobby, distanti anni luce dalla vita del paese reale, e quando uno è lontano dalla vita reale normalmente in questa società lo si identifica come un pazzo. 

Anche qui non si puo parlare altro che di pazzi scellerati, persone che guadagnano migliaia di euro al mese, che si fanno i viaggi con appresso famiglia mentre la gente muore, sfidano senza nessun ritegno la pazienza della gente, camminando sui cadaveri dei loro amici e parenti, ma adesso il vaso è colmo e un nonnulla può far scoppiare una reazione che potrebbe essere anche più repentina di quello che loro si aspettano, forse pensano di poter affogare la protesta nel sangue, forse pensano che i gendarmi li proteggeranno, ma la misura è colma».

sabato 23 novembre 2013

GENOVA: LE CINQUE LEZIONI di Piemme

23 novembre. SCINTILLE DI RIVOLTA.
Il 19 novembre i dipendenti del trasporto pubblico di Genova sono entrati in sciopero "selvaggio", spontaneo e ad oltranza contro la decisione della Giunta comunale di privatizzare l'azienda Amt. Adesione al 100%. Cortei massicci che hanno attraversato al città. La Sala Rossa del consiglio comunale occupata. Il tutto con l'adesione di gran parte della cittadinanza.

Ieri notte Comune regione e sindacati hanno firmato un complesso accordo che comunque sospende la privatizzazione. Qui i termini. Mentre scriviamo, mattina del 23 novembre, è in corso l'assemblea dei lavoratori, che deve decidere se accettare o respingere.

La vicenda merita alcune veloci riflesssioni.
 
(1) I lavoratori genovesi hanno respinto la decisione di privatizzare l'Amt, speriamo per ragioni di principio, certamente perché essa contenva la minaccia di tagli e licenziamenti. A lasciarci la pelle sarebbero stati centinaia di addetti e, ovviamente, la qualità del trasporto pubblico locale. Di qui la ragione dello sciopero a oltranza e "selvaggio". Una forma di lotta considerata illegale da autorità e sindacati confederali. Ma anche la ragione della ampia solidarietà dei genovesi. Una lotta quindi per la difesa di un servizio pubblico, di un bene comune che, in quanto tale, non può soggiacere al criterio del profitto.

(2) I lavoratori hanno scelto la via dello sciopero spontaneo, ad oltranza e "selvaggio". Si
sono cioè autorganizzati fuori e contro le organizzazioni sindacali ufficiali. Lo hanno fatto non per amore della spontaneità ma perché costretti dall'ignavia dei sindacati, collusi coi vertici dell'azienda e coi partiti della giunta comunale. Lo hanno fatto "selvaggio", cioè senza preavviso e ad oltranza, perché nessuna protesta può essere efficace se si rispettano le regole mortificanti dell'autoregolamentazione imposte dalla legge, condivise e sottoscritte anche dagli stessi sindacati. Che solo la lotta dura paga lo dimostra la marcia indietro del sindaco e della giunta comunale
(3) Come si vede anche dallo striscione qui accanto, i lavoratori hanno respinto ogni strumentalizzazione partitica. "Non siamo né rossi né neri". C'è chi, a sinistra, farà spallucce rispetto a questo slogan "qualunquista". Noi, al contrario, cogliamo in questo sentimento
diffuso di disprezzo per i partiti (anche Grillo, sceso in strada, è stato invitato a mettersi in coda al corteo), non solo la cifra del distacco dei cittadini dai partiti istituzionali, ma un sentimento positivo di autonomia rispetto ai responsabili dello sfascio del paese e della catastrofe sociale che viviamo. La sollevazione popolare incipiente avrà di sicuro lo stesso segno anti-destra-anti-sinistra. Ciò è spia, per quanto politicamente "primitiva", di autonomia dai servi del sistema.
(4) La "sinistra"... Il sindaco genovese, lo "arancione" Marco Doria, venne eletto nel maggio 2012, in una lista di "sinistra". Per l'esattezza era il candidato indicato da Sel di Nichi Vendola. La coalizione comprendeva oltre al Pd, Sel, Idv, Prc e Pdci. Che questa giunta di sinistra abbia deliberato la privatizzazione del trasporto pubblico è l'ennesima dimostrazione che, all'atto pratico, questa sinistra e destra sono omologhe e intercambiabili. La lotta dei lavoratori del trasporto pubblico genovese è la conferma del divorzio tra questa sinistra e la sua teorica base sociale. E' infine un'altro epitaffio sulla cosiddetta "sinistra radicale", che regge il moccolo al Pd, il quale regge il moccolo al regime oligarchico, eurista e bancocratico.

(5) L'ultima riflessione. La battaglia di Genova è stata un'altra scintilla, un nuovo  che la
situazione ribolle, che la rivolta popolare che sta montando e prima o poi deflagrerà. Quando la sollevazione sarà generale, quando i tanti rivoli della rabbia confluiranno nel fiume in piena della sollevazione, non solo il governo e i partiti saranno travolti, verrà messo in discussione il regime eurista. La posizione che rivendica la rottura dell'eurozona e la riconquista della sovranità economica e politica, se saprà stare nel fuoco del confitto —se quindi saprà uscire dalla bolla internettara e liberarsi dall'elitarsimo— diventerà maggioritaria. Sinistra e destra si ridefiniranno quindi entro questo nuovo perimetro sovranista: Quale sovranità? per andare dove? per quale idea di società?

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