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lunedì 8 aprile 2019

DI MAIO, FERMA LA GRILLO ! di Ivan Cavicchi

[ 8 aprile 2019 ]

Di lei ci eravamo occupati di recente parlando di TRIPTORELINA. Il Ministro della salute Giulia Grillo continua a fare danni. Lei è artefice del "Patto per la salute". Cavicchi ci spiega di che si tratta: un'altro passo verso lo smantellamento del Sistema Sanitario Nazionale a favore della speculazione privata.
Va fermata....



*  *  *
La sanità, il Movimento 5 Stelle 
e il rischio privatizzazione

Ivan Cavicchi
di Ivan Cavicchi

Chi ha votato per questo movimento di certo non l’ha fatto per fare il gioco delle assicurazioni e degli speculatori e meno che mai per farsi rubare da costoro i propri diritti. Da nessuna parte del programma di governo sta scritto che bisogna far fuori il Ssn e sostituirlo con il sistema multi-pilastro di berlusconiana memoria. Eppure…


Non so se ricordate l’ultimo mio articolo, quello che, per rispondere al prof. Spandonaro, ho scritto la settimana scorsa, sulle mutue (QS 25 marzo 2019).

Sostenevo che sino ad ora la sinistra di governo (Letta, Renzi, Gentiloni) ha esitato a istituire la “seconda gamba” perché tra le varie cose che impedivano tale eventualità, c’era anche un “dilemma morale”, legato al fatto che fare un cambio di sistema avrebbe avuto pesanti conseguenze negative sulle persone più deboli, sull’acceso ai diritti, sulle diseguaglianze.

Una ingenua speranza



In cuor mio speravo, confesso la mia ingenuità, che con un ministro 5 stelle, la possibilità di un ribaltone del genere, fosse improbabile anche se, con un inciso nel mio articolo non escludevo la possibilità, proprio con questo governo, che ciò potesse avvenire:

«Non escludo tuttavia che a un certo punto il “dilemma morale” possa essere superato proprio per disperazione finanziaria. Il rischio a cui andiamo incontro, a causa delle politiche ordinarie di questo anodino ministero della salute, è quello di acuire i problemi di sostenibilità del sistema esponendolo a crescenti gradi di privatizzazione».

Ebbene questa possibilità, di superare il “dilemma morale”, esattamente per “disperazione finanziaria” in questi giorni è stata messa nero su bianco, da un ministro 5 stelle, nella bozza di Patto per la salute (d’ora in avanti “patto”).

Egli ha di fatto proposto alle regioni una intesa per ridiscutere il sistema universale e istituire la “seconda gamba”.

Si confermano così le tre leggi fondamentali del “riformista che non c’è”:
- quando in sanità hai dei problemi soprattutto finanziari, e non hai idee, l’unica cosa che devi fare è contro-riformare facendo bene attenzione che a rimetterci siano i più deboli,
- quando non capisci e non sai nulla di sanità fai comunque qualcosa che dimostri che per lo meno sei capace di distruggerla,
- fregatene del “dilemma morale” il problema è galleggiare ma non dimenticare mai di informare i social con dei twitter su qualsiasi cosa che fai durante il giorno dal momento che non hai null’altro da offrire.

Il Patto per la salute 


Nonostante in questo patto si dichiari in apertura di voler “voltare pagina”, di “guardare al futuro” di “rafforzare lo spirito universalistico ed equitario del Ssn”, di “superare la logica del risanamento” e tante altre belle cose, esso esprime la schizofrenia di una politica sanitaria che non si capisce se è una linea del M5S o il frutto dell’insipienza, di un ministro, incapace di tradurre il mandato ricevuto in un vero cambiamento virtuoso.

Del resto, in entrambi i casi, se non si sa come si rompono le uova e nemmeno come si sbattono, e come si usa una padella, come si fa a fare la frittata?

Vorrei rivolgermi a quella parte del M5S con la quale in questi anni sulla sanità, ho condiviso delle complicità: la linea che emerge dal patto non è in nessun caso obbligatoria e necessaria, cioè non è, a parità di problemi, l’unica strada percorribile, quella che bisognerebbe prendere per forza, ma è ciò che pensa sia giusto fare sbagliando un ministro o chi per lei semplicemente a corto di idee.

Il patto ci dice dei limiti del ministro o dei limiti di chi le da linea, ma in nessun caso ci dice come si possono risolvere davvero senza distruggere i problemi della sanità.

La proposta di patto parla di tante cose alcune anche positive ma quelle davvero notevoli cioè con grandi conseguenze sulla tenuta del sistema pubblico sono tre:
- l’anticipazione di fatto del regionalismo differenziato,
- l’istituzione della seconda gamba,
- una politica per gli operatori molto pericolosa.

Anticipazione del regionalismo differenziato


Nella bozza di patto si legge:

« - Si ritiene necessario anche valorizzare il principio di autonomia regionale, consentendo alle Regioni in pareggio/avanzo di bilancio di gestire e modulare i propri fattori produttivi in maniera più aderente alle proprie scelte organizzative”.- “Per consentire alle Regioni di modulare i propri fattori produttivi in maniera più aderente alle proprie scelte organizzative si rende opportuno concedere una maggiore flessibilità al sistema, pur nel rispetto degli obblighi di finanza pubblica, con riferimento ai vincoli di spesa previsti dalla normativa nazionale».

Quando, all’indomani dell’incontro sul regionalismo differenziato, con il ministro Stefani, seguirono le dichiarazioni del ministro Grillo (23 gennaio 2019) scrissi un articolo che fece scalpore con il quale accusavo, senza mezzi termini, il ministro della salute di “avallare” il regionalismo differenziato con ciò, sostenendo, che per questa strada si apriva la porta ad una politica che puntava a ridimensionare pesantemente il SSN (QS 24 gennaio 2019).

Dopo di allora la questione “regionalismo differenziato” è stata messa dal governo in stand by, soprattutto grazie all’intervento prudente di Di Maio che temeva di “spaccare l’Italia in due”, ma anche di Salvini che dichiarava la sua contrarietà a fare “cittadini di serie A e di serie B”.

Dalla sanità invece si levò forte la protesta degli ordini (Teatro Argentina 23 febbraio 2019) che chiedeva sulla questione un confronto. Parallelamente, anche grazie ad un appello sottoscritto da 30 costituzionalisti, si faceva strada l’ipotesi, per altro sembra condivisa anche dal presidente della Repubblica, di un passaggio di parlamentare.

Rispetto a questa situazione politica, che si anticipi, in un patto tra regioni e governo, una contro riforma costituzionale ancora tutta da decidere e sulla quale gravano ipoteche politiche grandi come catene di montagne, da par mia, la reputo semplicemente una decisione sconsiderata e che fa sorgere dubbi politici importanti:
- se è una decisione del ministro della salute allora questo ministro è un pericolo politico prima di tutto per il M5S perché a parte le conseguenze sulla sanità, a causa di questa storia, il M5S perderà in questo settore di sicuro un mucchio di voti,
- se questo ministro, come si dice, non decide niente, ma attua linee politiche che vengono dall’alto, allora il M5S sul regionalismo differenziato fa un gioco sporco che, se fosse coerente con il mandato elettorale ricevuto, dovrebbe chiarire.

Vorrei ricordare la definizione ufficiale di patto per la salute data dal ministero della salute: è un accordo finanziario e programmatico tra il Governo e le Regioni in merito alla spesa e alla programmazione del Servizio Sanitario Nazionale, finalizzato a migliorare la qualità dei servizi, a promuovere l’appropriatezza delle prestazioni e a garantire l’unitarietà del sistema.
Come si fa ad usare una intesa finanziaria per anticipare una controversa contro-riforma, sulla quale probabilmente dovrà pronunciarsi il parlamento e sulla quale il governo ha deciso, almeno per il momento, di sospendere il giudizio?

Ma possibile mai che il ministro non si renda conto che dare più autonomia e più flessibilità sui fattori produttivi significa dare alle regioni molte delle cose che sono scritte nelle pre-intese sottoscritte da Lombardia, Veneto, Emilia Romagna?

Possibile mai che questo ministro non capisca che vincolare la maggiore flessibilità solo alle compatibilità finanziarie e non alle leggi di principio di questo Stato significa permettere alle regioni la deregulation senza limiti?

E poi chiedo: come si fa a concedere più flessibilità e più autonomia così genericamente, senza prima esplicitare cosa vuol dire l’una e cosa vuol dire l’altra?

Ripeto il quesito politico:
- se ammettiamo la tesi dell’incompetenza il problema è il ministro della salute,
- se escludiamo l’incompetenza del ministro allora il M5S sulla sanità sta facendo un gioco sporco e i suoi elettori devono saperlo.

L’istituzione della seconda gamba
Lo stesso dubbio, ministro e/o M5S, viene quando consideriamo nella bozza di patto l’art. 5 “ruolo complementare dei fondi integrativi al Servizio Sanitario Nazionale”.

Non ho lo spazio per riprodurre tutto l’art. 5 ma invito tutti a leggerlo, mi limito a riassumerne il senso: per ragioni di sostenibilità si istituisce di fatto la “seconda gamba” impegnandosi a cambiare la normativa in essere al fine di estendere e accrescere per i fondi integrativi le agevolazioni fiscali permettendo a tali fondi, per rispondere ai bisogni di salute dei loro iscritti, di utilizzare anche le strutture pubbliche.
Il patto, in questo modo, ci propone un cambio di sistema, cioè un’altra contro-riforma, anche in questo caso scavalcando il parlamento, con la quale si ridimensiona il ruolo e il peso del SSN a favore di fondi e di assicurazioni cioè a favore della speculazione finanziaria.

Ritorna il dubbio di prima:
- se questa pensata è del ministro allora il M5S farebbe bene a prendere tempestivamente delle misure almeno di contenimento,
- ma se questa pensata è del M5S allora il gioco sporco diventa una vera e propria truffa politica.

Chi ha votato per questo movimento di certo non l’ha fatto per fare il gioco delle assicurazioni e degli speculatori e meno che mai per farsi rubare da costoro i propri diritti. Da nessuna parte del programma di governo sta scritto che bisogna far fuori il Ssn e sostituirlo con il sistema multi-pilastro di berlusconiana memoria.

A parte questa cosa madornale, che, per la verità, dal M5S non mi aspettavo, ma che ci spiega perché questo governo al tempo della legge di bilancio, non ha mosso un dito per trasformare gli incentivi fiscali del welfare aziendale in risorse per rinnovare i contratti, vorrei richiamare la vostra attenzione sulla motivazione politica di questo ribaltone.

Si dice, in sostanza, che dobbiamo cambiare sistema per ragioni di “sostenibilità” questo vuol dire che:
- il ministro, siccome non ha evidentemente una strategia per garantire al sistema sanitario pubblico la sostenibilità in altro modo, si vede costretto ad affondare il sistema cioè a privatizzarlo,

- le politiche finanziarie per la sanità, sin qui adottate da questo governo, sono acqua fresca perché in questo contesto di recessione economica è impensabile dare soldi al privato e dare soldi al pubblico, per cui questo governo ha deciso verosimilmente di sotto-finanziare il pubblico per costringere i cittadini che hanno reddito ad andare nel privato,

- il ministro della salute o il M5S per mezzo del proprio ministro della salute, hanno deciso, per risanare la sanità, di non imboccare la strada del riformismo come io stesso avevo a suo tempo proposto al ministro, ma quella neoliberista.

Qui lo sconcerto diventa rabbia. Assicuro l’intero M5S, da cultore della materia, come si dice, che se volessimo fare per davvero sostenibilità, di strade ce ne sarebbero tante, senza per questo sfasciare tutto e meno che mai mettere in discussione i diritti delle persone.

Per fare davvero sostenibilità e nello stesso tempo rendere il nostro sistema più adeguato ai bisogni di salute delle persone, tuttavia ci vogliono le idee, la competenza, le alleanze giuste, il coraggio di cambiare, che, mi duole dirlo, questo ministro della salute, alla prova dei fatti, non mostra di avere.

Una pericolosa politica per gli operatori 


Potrei cavarmela semplicemente dicendo che sulla questione operatori cioè lavoro, mi trovo del tutto d’accordo con quanto dichiarato a più riprese su questo giornale da Carlo Palermo, segretario nazionale Anao, che inascoltato instancabilmente continua a lanciare allarmi sulla tenuta del sistema, con Filippo Anelli, presidente della Fnomceo teso a far capire al ministro che le strade che sta percorrendo sono sbagliate, e con Guido Quici, segretario nazionale della Cimo quando riferendosi alla bozza di patto dice “disegna una nuova geografia delle professioni sanitarie molto preoccupante sia sul fronte dei requisiti di accesso sia dell’inquadramento professionale, che abbasseranno in sostanza il livello delle competenze e dei servizi con la scusa di correre ai ripari sull’urgenza di personale”, (QS 28 marzo 2019).

Vorrei solo rimarcare un paio di cose:

- la filosofia del patto, sui medici e sulle altre professioni, resta quella di sempre dei precedenti governi che per garantire sostenibilità puntavano a contenere il costo del lavoro. Nel patto si parla di “una proposta di revisione della normativa in materia di obiettivi per la gestione e il contenimento del costo del personale”. Quindi nel patto le professioni gli operatori non sono mai considerati un “capitale” su cui investire proprio per garantire sostenibilità e meno che mai sono previste politiche volte a capitalizzare il sistema.

- Nel patto si ripropone in modo subdolo e surrettizio il comma 566 della legge finanziaria del 2014 sia riferendosi alla questione degli “incarichi professionali” definiti dall’ultimo contratto di comparto, per intenderci gli “incarichi di funzione” quelli che si basano su operazioni di task shifting tra professioni, di fatto alludendo alla fungibilità dei ruoli per sopperire alla “carenza del personale medico” e per offrire agli infermieri “percorsi di specializzazione adeguata per rendere meno critico il quadro complessivo del fabbisogno del personale”.

Da nessuna parte si legge qualcosa che abbia a che fare con una riforma del lavoro, con una ridefinizione delle professioni, con un ripensamento delle prassi e delle organizzazioni, al fine di fare del lavoro il motore:

- di un cambiamento virtuoso del sistema,
- di garantire attraverso di esso un grado più alto di adeguatezza dei servizi,
- di garantire un grado più alto di sostenibilità,
- di garantire un grado più alto di fiducia sociale.

Il ministro a tal proposito non sembra avere alcun interesse a fare dei dipendenti degli autori, ad andare oltre le competenze per definire impegni, a misurare il lavoro per risultati, a definire prassi a contenzioso legale zero, a fare reticoli professionali in luogo dei burocratici profili, a redimere i conflitti tra professioni attraverso una coevoluzione dei ruoli, a corresponsabilizzare i medici nella gestione, a fare della retribuzione una attribuzione, cioè a compensare in modo diverso il lavoro che produce sostenibilità attraverso la salute.

Niente di tutto questo. Il ministro pare non avere idee in proposito e il suo massimo è ritoccare i tetti per le assunzioni, quindi comunque accrescere la spesa, oltretutto in modo molto discutibile e in quantità risibili, ma senza mai compensare la crescita di spesa con una crescita si sostenibilità.

Insomma sul personale nulla di nuovo sotto il sole. Secondo me la variabile personale diventerà, fin dal breve periodo, il fattore di distorsione più forte del sistema fino a causarne un ulteriore decadimento.

Poche riflessioni politiche


Condividendo sulla bozza del patto le preoccupazioni espresse da G. Luigi Trianni su questo giornale (QS 29 marzo 2019) e ribadendo che nel documento vi sono anche proposte interessanti (ad esempio la revisione della normativa sui piani di rientro, il paternariato tra servizi, ecc.) mi limiterei a poche riflessioni politiche conclusive:

- mi chiedo se è giusto che una intesa finanziario-programmatica tra il governo e le regioni introduca surrettiziamente dei cambiamenti di sistema che, per la loro natura fondamentale, meriterebbero, da una parte, per lo meno il parere del parlamento e dall’altra quanto meno il coinvolgimento e il confronto tanto dei lavoratori della sanità che dei cittadini.

- Ritengo che non tocchi al patto decidere sul regionalismo differenziato, sull’istituzione del sistema multi-pilastro, e sul mettere in discussioni fondamentali regole come quelle che regolano ad esempio, i ruoli delle professioni. Chi pensa il contrario per me è un “temerario delle macchine volanti”.

- Mi chiedo anche che fine fa la grande retorica del M5S contro le diseguaglianze che, nel documento è sparsa ovunque, quando gli effetti pratici di quel che propone il patto, sono una crescita delle diseguaglianze nel paese a meno che mi si dimostri che il sud ha il reddito che ha il nord per compensare una restrizione del servizio pubblico con la seconda gamba, che dare più autonomia e più flessibilità solo alle regioni forti non significhi acuire il discrimine con le altre regioni.

- Mi chiedo ancora se davvero il M5S o il suo ministro, (decidete voi) si rendano conto, a parte la questione di negare dei diritti, delle conseguenze finanziarie della loro proposta sui fondi integrativi impiegati, in particolare, come è scritto nella bozza di patto per fare prevenzione secondaria e per accrescere le prestazioni per la diagnosi precoce. L’ultima grande “patacca” escogitata dalle assicurazioni. Sulle analisi di merito circa il problema tragico della appropriatezza delle prestazioni erogate attraverso dei fondi integrativi rimando all’articolo di Geddes (QS 4 febbraio 2019), e a quello di Donzelli/Castelluso (QS 12 febbraio 2019) e per la questione della prevenzione soprattutto secondaria di nuovo a Donzelli (QS 18 marzo 2019). Mi limito solo a dire al nostro ministro della salute, che se si vuole davvero far saltare il banco della sostenibilità, la strada più efficace è esattamente quella indicata dal patto. I fondi integrativi, impiegati a fini preventivi, avranno l’effetto di riversare sul sistema sanitario nel suo complesso tanta di quella domanda impropria che sarà molto difficile governarla. Di sicuro il problema della sostenibilità diventerà ingestibile e questo spingerà per una ulteriore privatizzazione.

Conclusioni


Caro M5S, so che quando ti ho incontrato la prima volta, un bel po’ di anni fa, per me e per molti altri della sanità, come me, sfiancati da un PD neoliberista, eri una speranza di cambiamento, quindi con la vecchia amicizia di sempre, ti avverto, stai giocando con il fuoco.

Per un movimento post ideologico essere un neo-liberista non mi sembra un gran risultato. Verrebbe da esclamare: tutto qui? Ho l’impressione che a noi della sanità ci stai portando a sbattere. Aggiusta il tiro. A fare danni anche gravi in sanità ci vuole poco.

Datti una regolata. Ministro o non ministro alla fine non può essere che un movimento per il cambiamento e per la moralizzazione del paese, come tu ti proponi per una ragione o per un’altra, causi la fine del SSN. Sarebbe pazzesco.


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lunedì 11 marzo 2019

I VACCINI, LA GRILLO, LA TRIPTORELINA di Alessandro Chiavacci

[ 11 marzo 2019 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

*  *  *

Un governo ostaggio delle multinazionali del farmaco

il ministro Grillo se ne deve andare


Da domani i nostri figli, i nostri bambini, dovranno avere il certificato vaccinale, o non saranno ammessi a scuola. La non ammissione sarà automatica per gli asili nido e gli asili; sotto la sanzione di multe di 500 euro per gli alunni delle elementari e medie fino a 16 anni.

Abbiamo sbagliato: non abbiamo protetto i nostri figli, i nostri bambini dall’aggressione delle multinazionali del farmaco, e le conseguenze potrebbero essere catastrofiche in un futuro.

Non ha sbagliato solamente chi governa sotto il ricatto delle multinazionali, chi non si è interessato, chi non è informato, chi è pagato per dire quello che dice e privilegia il proprio tornaconto personale alla vita di milioni di bambini.

Ha sbagliato anche chi ha sottovalutato la questione, chi ha pensato “forse non se ne farà niente, siamo in Italia…”, chi ha pensato alla sovranità solo in termini economici, dimenticando quanto sia importante la sovranità di tanti milioni di bambini, e di 60 milioni di italiani sul proprio corpo. [1]

Il ministro Giulia Grillo, che prima delle elezioni si era schierato contro l’obbligo vaccinale della legge Lorenzin, ha fatto rapidamente marcia indietro. Così potenti sono le multinazionali del farmaco e in particolare la Glaxo-Smith Kline che finanzia centinaia di medici, decine di università, decine di associazioni mediche e perfino l’ Istituto Superiore della Sanità, per una cifra ufficialmente variabile fra i 13 e i 15 milioni di euro all’anno nell’ultimo triennio. [2]

Anzi, il ministro Giulia Grillo minaccia di estendere l’obbligo vaccinale a tutta la popolazione. Si punta ad installare in Italia, paese la cui popolazione gode di una delle migliori saluti al mondo, e il cui sistema sanitario è anch’esso ritenuto uno dei migliori al mondo, il sistema sanitario americano dove, secondo quanto afferma Robert Kennedy Jr, “oltre la metà dei giovani ha una malattia cronica”. [3]

E questo senza parlare, ancora, della recente scelta del ministero di inserire la triptorelina, cioè il farmaco che blocca lo sviluppo sessuale dei bambini, nel prontuario farmacologico nazionale, anzi di riconoscerne la cura e il relativo uso interamente a carico del sistema sanitario nazionale. [4]

Le conseguenze di queste scelte potrebbero essere drammatiche nel futuro. Anche se è drammaticamente tardi, è necessario che questo ministro, questo servo delle multinazionali del farmaco, sia messo in condizione di non fare più danni. Un governo che non rifiuta, nelle parole di Conte, l’aggettivo “sovranista”, non può essere servo ossequiente delle Big Pharma. 

Chiediamo le dimissioni immediate del ministro Grillo. Nessuna credibilità di fronte al popolo italiano può avere un governo che mantiene al posto di ministro della sanità questo irresponsabile burattino.

NOTE

giovedì 24 gennaio 2019

"REGIONALISMO": LA FINE DEL SISTEMA SANITARIO NAZIONALE di Ivan Cavicchi*

[ 24 gennaio 2019 ]

Un documento impeccabile contro il cosiddetto "regionalismo differenziato" o "potenziato"

«Ministro Grillo, mi chiedo chi l’ha autorizzata del Movimento a distruggere il SSN? Dove è scritto che il Movimento 5 stelle propone di distruggere il SSN? Si rende conto o no dell’enormità di quello che sta facendo?»


* Ivan Cavicchi: Docente all'Università Tor Vergata di Roma, esperto di politiche sanitarie

*  *  *

LETTERA APERTA AL MINISTRO DELLA SALUTE GIULIA GRILLO

Relativamente alle dichiarazioni fatte ieri dal ministro Grillo sul regionalismo differenziato (QS 23 gennaio 2019) rispondo: no, caro ministro Grillo tra “il rischio di una giungla normativa” e quello di “non erogare i servizi” ci dovrebbe essere un ministro della Salute capace di fare il suo mestiere con intelligenza, con onestà intellettuale, con spirito riformatore e soprattutto con coerenza nei confronti del mandato politico che ha ricevuto dai propri elettori, nell’interesse primario del suo governo e del suo paese.

Lei come ministro dovrebbe, prima di ogni cosa fare il suo dovere quindi proporci politiche adeguate per evitare sia la giungla normativa che la non erogazione dei servizi.

Se non è il governo a farlo mi dica ministro, chi dovrebbe farlo?
 
Che senso ha far fare alle regioni quello che dovrebbe fare lei come governo ma che non fa?
 
La mia impressione è che lei:


- non abbia ancora capito che il regionalismo differenziato è la modifica del riparto costituzionale delle competenze in materia di salute tra Stato e regioni cioè è la rinuncia da parte dello Stato centrale quindi del governo di potestà legislative, senza le quali questo sistema smette di essere universalistico


- non abbia ancora capito che "l’autonomia differenziata" consente l'attribuzione alle regioni di competenze statali relative ai principi fondamentali in materia di salute e ricerca scientifica e che grazie a questa attribuzione il SSN non ci sarà più
 
Lei ministro Grillo sta avallando la fine del SSN. Se ne rende conto o no?

Un ministro che non ci ha detto subito la verità



Giulia Grillo
Lei ministro ci ha fatto credere, in questi mesi, di essere contraria al "regionalismo differenziato", quando risulta dalle sue stesse dichiarazioni che lei, senza nessun mandato politico da parte del suo movimento, quindi senza nessuna condivisione, è sempre stata favorevole a questa sciagurata contro riforma.
“Concordiamo assolutamente con questa direzione e sarà quella che cercheremo di seguire in questi anni di mandato governativo”. 

E’ quanto ha dichiarato 6 mesi fa in occasione di una visita alla regione Toscana. (QS 31 luglio 2018).

Mi chiedo chi l’ha autorizzata del Movimento a distruggere il SSN? Dove è scritto che il Movimento 5 stelle propone di distruggere il SSN? Si rende conto o no dell’enormità di quello che sta facendo? 

Non un solo elettore M5S l’ha votata idealmente come ministro della Salute per mandare in malora l’attuale sistema sanitario pubblico. Il suo Movimento è stato votato da milioni di cittadini per difendere un patrimonio quello del SSN, senza il quale l’applicazione universale del diritto costituzionale non sarebbe possibile. Lei come M5S sta facendo quello che neanche il PD ha osato fare. Ridiscutere la natura nazionale e universale del sistema.

Ora ci viene a dire che “ho letto le richieste di autonomia e sono legittime e dobbiamo dare alle regioni che lo vogliono la possibilità di usare i propri strumenti per erogare i servizi”. Ma scherza?

Nel dare via libera al regionalismo differenziato chiesto da tre regioni su 21, non solo lei sta tradendo il suo mandato politico, quindi milioni di cittadini, ma sta mettendo nei guai il proprio governo perché in nessun modo, lei, come ministro della Salute, ne sta garantendo l’autorevolezza e la credibilità. Il suo dovere non è calare le brache perché non sa dove andare a parare, ma è mettere in campo soluzioni equilibrate a garanzia prima di tutto del governo del paese.

Contro-riformismo passivo
Lei dichiara di aver ricevuto “tutte le rassicurazioni del caso” ma quali sono le sue contro-proposte? Lei da quello che si capisce non ha proposte per cui non le resta che conformarsi a quelle avversarie degli altri.

Il problema vero è perché lei non ha proposte quando dovrebbe averne e se sia giusto che a causa dei suoi grossolani limiti politici compromettere un patrimonio nazionale di immensa portata etica e sociale.

Lei mio caro ministro sta inaugurando suo malgrado una categoria politica da offrire all’analisi e che definirei “contro-riformismo passivo”. Il contro-riformatore passivo è colui che non avendo un pensiero, una proposta, una politica in grado di contrastare eventuali politiche distruttive le asseconda con le sue incapacità quando in ragione del suo mandato dovrebbe contrastarle. Il contro riformista passivo è quello che si arrende cioè incapace di difendere la propria città spalanca le porte al nemico considerandolo un ospite gradito.

Per la sanità avere come ministro un contro-riformatore passivo significa non avere nessuna difesa. Cioè non avere una rappresentanza istituzionale. Le ricordo ministro Grillo che tutte le federazioni professionali le chiedono a gran voce l’apertura di una discussione.

Il contratto di governo


Ma supponiamo di avere un vero ministro della Salute e supponiamo che questo ministro sia coerente con il suo mandato politico, nel primario interesse del proprio governo, nei confronti del regionalismo differenziato cosa dovrebbe fare?

Per prima cosa dovrebbe rileggersi il contratto di governo in questo modo scoprirebbe una importante contraddizione politica e capirebbe che il problema non è calare le brache ma rimuovere la contraddizione.

Quale contraddizione?

Ivan Cavicchi

Il contratto di governo prevede due punti:
- l’autonomia differenziata  in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione” (20. Riforme istituzionali, autonomia e democrazia diretta)
- la sanità (21. Sanità)

Nel punto 21 a proposito di sanità si dice:
- è prioritario preservare l’attuale modello di gestione del servizio sanitario a finanziamento prevalentemente pubblico e tutelare il principio universalistico su cui si fonda la legge n. 833 del 1978 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale;
 
- tutelare il servizio sanitario nazionale significa salvaguardare lo stato di salute del Paese, garantire equità nell’accesso alle cure e uniformità dei livelli essenziali di assistenza.
 
- va preservata e tutelata l’autonomia regionale nell’organizzazione dei servizi sanitari mantenendo al governo nazionale il compito di indicare livelli essenziali di assistenza, gli obiettivi che il sistema sanitario deve perseguire e garantire ai cittadini la corretta e adeguata erogazione dei servizi sanitari erogati dai sistemi regionali

Un vero ministro della Salute non dovrebbe aderire semplicemente al punto 20 ma dovrebbe adoperarsi per rimuovere le contraddizioni tra il punto 20 e il punto 21. Come? Con delle controproposte cioè tirando fuori delle idee per trovare soluzioni di compossibilità in modo da riconoscere maggiore autonomia alle regioni che la chiedono e nello stesso tempo salvaguardare tutti i valori richiamati nel punto 21. Lo so non è facile ma fare il ministro non è facile. Non lo sapeva il ministro Grillo quando ha accettato il mandato?

Facciamo un esempio: la questione della governance


Nel contratto di governo, che il ministro Grillo mostra di non conoscere, il regionalismo differenziato è concepito dentro una interessante logica federalista fino a parlare di “logica della geometria variabile che tenga conto sia delle peculiarità e delle specificità delle diverse realtà territoriali sia della solidarietà nazionale”. Per il contratto di governo si tratta di “avvicinare le decisioni pubbliche ai cittadini (…) e trasferire funzioni amministrative dallo Stato alle Regioni e poi ai Comuni secondo il principio di sussidiarietà”.
 
Dall’altra parte le tre regioni Veneto Lombardia Emilia Romagna nei loro accordi preliminari chiedono tra le varie cose: “una maggiore autonomia nella definizione del sistema di governance delle aziende”.
 
La mediazione possibile è quella di definire una nuova forma di governance di autentico stampo federalista, quindi uscire una volta per tutte dalla logica del decentramento ammnistrativo del titolo V, ripensare il modello manifatturiero dell’azienda, concepire un management diffuso nel quale coinvolgere gli operatori e prevedere forme di controllo sociale dei cittadini.
 
Cosa vogliono in realtà le regioni? Vogliono restare nel decentramento amministrativo ma con più poteri, non vogliono più autonomia ma più autarchia, in ragione della quale hanno bisogno di centralizzare la gestione della sanità ad esempio con soluzioni tipo “azienda zero” , quindi di escludere dalla funzione di governo tanto gli operatori che i cittadini.

Il regionalisno differenziato vuol dire un super-amministrativismo nulla di più


Esso non è il federalismo di cui si parla nel punto 20 del contratto di governo, ma è un finto federalismo come lo è stata nel 2001 la riforma del titolo V, quindi non è altro che un puro trasferimento di poteri da istituzione a istituzione, ma, in nessun caso è condivisione del potere come dice il contratto di governo, tra istituzione e società civile tra regioni e comuni.
 
E’ questo ciò che vuole il governo? E’ questo ciò che serve alla sanità? Ma se non è questo il ministro della salute, cosa propone?
 
Vorrei suggerire al ministro di leggersi un mio articolo di quattro mesi fa (QS 29 ottobre 2018) di cui le ricordo il titolo “Oltre l’autonomia. Per la sanità abbiamo bisogno di un’altra forma di governo” e la sinossi “Il regionalismo differenziato è una falsa soluzione. Per governare il conflitto epocale che riguarda la sanità che è quello che contrappone le risorse ai diritti, oggi è necessario abbandonare la teoria del decentramento amministrativo per assumere quella di un vero federalismo intelligente”.

Quando non si hanno idee e per tante ragioni non si è competenti la migliore cosa è leggere le idee degli altri cioè è studiare. Ma se non si hanno idee e non si studia per fare il proprio dovere è ovvio che alla fine si è costretti a spalancare al nemico le porte della città.

Autarchia


Ho il fondato sospetto che tutti i nostri problemi derivino non solo da un ministro poco preparato ma soprattutto da un ministro poco politico.
Sarebbe bastato che il ministro leggesse il dossier dell’ufficio ricerche sulle questioni regionali e delle autonomie locali del Senato: Il regionalismo differenziato e gli accordi preliminari con le regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto (maggio 2018) per rendersi conto della complessità in gioco ma soprattutto per rendersi conto dei pericoli politici che come paese stiamo correndo.
 
Se il ministro avesse letto il dossier avrebbe capito ad esempio che ciò che chiedono le regioni:
 
- non è più autonomia per fare meglio dentro uno schema istituzionale dato,
 
- ma è più autarchia per fare di più a scapito dello Stato fuori quindi da uno schema istituzionale dato.
 
E’ questo a fare del regionalismo differenziato una pericolosa contro riforma costituzionale.
 
Autarchia e per fare cosa?


Le regioni sulla sanità, si legge nel dossier, chiedono sostanzialmente tutte e tre le stesse cose e tutte e tre con grandi implicazioni contro-riformatrici e nello stesso tutte e tre relative ai loro grandi problemi di sostenibilità finanziaria.
 
Tutto si basa sul presupposto che le regioni non avranno mai risorse adeguate alle loro necessità di gestione e che per compensare i problemi dell’insufficienza hanno bisogno di avere le mani libere di fare quello che per ragioni di universalità non hanno mai avuto il permesso di fare.
 
Il presupposto è quindi che in ragione dei limiti economici tutto è permesso.
Come fa un ministro della salute serio del M5S ad accettare questo presupposto? Come fa un ministro 5 stelle ad accettare il principio base del neoliberismo cioè il laissez faire?
 
Cosa chiedono le regioni?


Cinque cose:


- autarchia sul lavoro professionale, sui contratti, sulla formazione, sulla specializzazioni, sulle scuole di formazione, sui contratti a tempo determinato (contratti specializzazione lavoro), contratti regionali, sugli accordi territoriali con l’università, sulla attività libero professionale, sugli incentivi, sulla gestione delle competenze, sulla flessibilità del lavoro, sulla definizione dei ruoli professionali
 
autarchia per lo svolgimento delle funzioni relative al sistema tariffario, di rimborso, di rimunerazione e di compartecipazione, di tickets ecc
 
autarchia nella gestione dei farmaci a partire dalla definizione della equivalenza terapeutica tra farmaci diversi, nella definizione di sistemi di distribuzione diretti dei farmaci per la cura dei pazienti soggetti a controlli ricorrenti per i pazienti in assistenza domiciliare, residenziale e semi residenziale, ai pazienti nel periodo immediatamente successivo al ricovero ospedaliero o alla visita specialistica ambulatoriale ecc.
 
- autarchia sul patrimonio edilizio e tecnologico del SSN in un quadro pluriennale certo e adeguato di risorse.
 
autarchia legislativa, amministrativa e organizzativa in materia di istituzione e gestione di fondi sanitari integrativi
 
Tutto ruota intorno ai soldi e tutto riguarda i centri di costo più pesanti: costo del lavoro, tariffe, farmaci, patrimonio edilizio, fino ad arrivare ai fondi sanitari integrativi.
 
Come fa il ministro Grillo a non capire che il laissez faire rispetto ai fondi integrativi significa permettere alle regioni di decidere di sostituire il sistema sanitario pubblico con un sistema multi-pilastro.
 
Ma si rende conto o no dell’enormità di questa cosa? Si rende conto o no che lei sta autorizzando come ministro della salute la cancellazione di 40 anni di riforme fatte dal parlamento. Cioè di cancellare una civiltà?
 
L’inganno finanziario: qualcuno dovrà pagare 


Fino ad ora ci hanno fatto credere, soprattutto le interviste del ministro Stefani, che il regionalismo differenziato fosse a costo zero e che il sud non avrebbe nulla da temere. Questa non è una semplice fake news ma un autentico inganno. Fare il regionalismo differenziato a costo zero e nello stesso tempo garantire le regioni più deboli è impossibile. Esso implica per forza una redistribuzione di risorse per coprire i maggiori costi che deriverebbero dalle maggiori competenze. I soldi che servono come dicono gli accordi devono venire in prima istanza da dentro le regioni e in seconda istanza dai criteri di riparto nazionali. Resta il fatto che per fare di più servono più soldi non di meno.
 
Da questa redistribuzione il sud ha tutto da perdere anche perché la questione delle questioni che è il ripensamento dei criteri di riparto non viene affrontata. Nessuno, a partire dal ministro Grillo, parla di riformare il criterio della quota capitaria ponderata.
 
Negli accordi preliminari con Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto è prevista una metodologia finanziaria molto precisa che a beneficio del ministro che non studia, è il caso di ricordare essa parla di risorse finanziarie, umane e strumentali necessarie per l'esercizio delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia (art. 4).
 
Ecco i punti principali:
- le risorse finanziarie saranno determinate in termini di compartecipazione o riserva di aliquota al gettito di uno o più tributi erariali maturati nel territorio regionale;
le risorse dovranno essere quantificate in modo da consentire alla regione di finanziare integralmente le funzioni pubbliche attribuite (ai sensi dell'art.119, quarto comma, Cost.);
in una prima fase occorrerà prendere a parametro la spesa storica sostenuta dallo Stato nella regione riferita alle funzioni trasferite o assegnate;
- tale criterio dovrà tuttavia essere oggetto di progressivo superamento (che dovrà essere completato entro il quinto anno) a beneficio dei fabbisogni standard, da definire entro 1 anno dall'approvazione dell'Intesa36.
I fabbisogni standard sono misurati in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturati nel territorio regionale in rapporto ai rispettivi valori nazionali, rimanendo inalterati gli attuali livelli di erogazione dei servizi.
 
Conclusione


Avere un ministro che non fa il ministro cioè che non è capace di fare le cose giuste che bisognerebbe fare quando necessario, è sempre stato uno dei più grandi problemi della sanità. Ma avere un ministro che a priori rinuncia a svolgere la sua funzione di fatto mette in pericolo i valori che egli ha il dovere di rappresentare e difendere, diventando in questo modo un problema per il governo, per la sanità per il nostro paese.
 
Sul regionalismo differenziato serve una mediazione intelligente ma serve anche qualcuno in grado di proporla. Il governo quindi il presidente del consiglio dei ministri Conte, prenda in mano la questione perché se essa ci sfugge di mano sono dolori per tutti.
 
A questo proposito vorrei dire al presidente Conte che la sanità non aspetta altro che di essere coinvolta in una decisione politica, rispetto alla quale essa le garantisco saprà assicurare tutta la necessaria collaborazione con senso di responsabilità e soprattutto con la dovuta competenza.
 
Che la sanità pubblica muoia per incompetenza è del tutto inaccettabile.


* Fonte: Quotidiano Sanità

martedì 19 giugno 2018

LA SANITÀ PUBBLICA MUORE, QUELLA PRIVATA GONGOLA....

[ 19 giugno 2018 ]
Parlano i numeri...

Di solito, quando pubblichiamo notizie di rilievo o contributi esterni, li facciamo precedere da una premessa redazionale.

In questo caso non ce n'è bisogno, si resta senza parole.
 A denunciare lo sfascio del sistema sanitario nazionale non sono i cobas ma il sindacato dei camici bianchi.

Ecco le cause della sfascio della sanità italiana, ovvero, come l'hanno sfasciata i governi di centro-sinistra e di centro-destra. Anche da come affronterà la questione della salute pubblica andrà giudicato il governo giallo-verde...

*  *  *

Tagliati 70.000 posti letto negli ultimi 10 anni: la Sanità pubblica italiana scomparirà a breve

di Simone Gussoni

I continui tagli alla Sanità pubblica hanno provocato una perdita di oltre 70.000 posti letto negli ultimi 10 anni.

L’attuale rapporto di 3,7 posti per mille abitanti è nettamente inferiore ai 6 posti letto francesi o agli 8 della Germania.

La denuncia è arrivata dal Smi, il sindacato dei medici italiani, riunitosi a Napoli per il congresso nazionale.

“Tra le ragioni di questo declino, i tagli selvaggi, l’aziendalizzazione, il decentramento, le privatizzazioni” — dice il segretario Pina Onotri. E aggiunge: “Le scelte politiche e amministrative in questo campo dovrebbero essere orientate non solo all’economia, ma soprattutto alla inviolabilità della dignità umana“.


I numeri parlano da soli, spiega lo Smi: “La riduzione dei posti letto con la crisi dei pronto soccorso e le scene da trincea sono solo la punta dell’iceberg. La realtà è che il lavoro in sanità è sempre più incerto.

Nel Ssn il ricorso al precariato è cresciuto tra il 2014 e il 2015 di circa 3.500 unità per complessivi 43.763 lavoratori, tra cui 9.500 medici, 1500 solo in Sicilia“.


E ancora: “Il blocco del turnover dura da 10 anni, regalandoci una gamma fantasiosa di contratti che vanno dalle partite iva, cococo, cocopro e bruciando un’intera generazione di professionisti: il pubblico impiego in generale, ha perso qualcosa come 10 miliardi di massa salariale l’anno“.

Durante il convegno inoltre è stato ricordato come in un futuro molto vicino, il pensionamento del personale sanitario, e il mancato rimpiazzo, (19.000 medici generalisti e 55.000 specialisti), porterà “alla scomparsa dei servizi sanitari per i cittadini“.

Il sindacato ha ribadito i dati dell’Euro Index Consumer Health, dove l’Italia è al 22mo posto su 35 Paesi: “un vero crollo di 11 posizioni in 10 anni“.

* Fonte: ANSA

giovedì 13 luglio 2017

NAPOLI: RAZZISMO AL CONTRARIO

[ 13 luglio 2017 ]

Volentieri pubblichiamo questa lettera giuntaci da un lettore napoletano.


«Ieri in centro, si è svolto un corteo per protestare contro la morte di un immigrato africano. Nome: Ibrahim Manneh, 24enne nato in Gambia e da sette anni in Italia.
Ibrahim, 24 anni, dal Gambia "morto per razzismo e malasanità": la denuncia dell'Ex OpgSeguici su FacebookIbrahim si era sentito male domenica scorsa, recatosi in ospedale,  lo hanno rispedito a casa dicendo che non c'era nulla che giustificasse il ricovero. Poco dopo è invece deceduto.
L'ennesimo vergognoso caso di malasanità italiana (che qui in Campania tocca il fondo). 
Bene han fatto, quindi, gli amici di colore di Ibrahim a protestare.
Orbene, certa estrema sinistra napoletana si è fiondata sulla tragedia, affiancando la protesta degli immigrati, chiedendo (giustamente) "verità e giustizia per Ibrahim Manneh" e poi urlando contro il "razzismo sanitario".

Cazzo, mi son detto! ma questi si accorgono dei morti per malasanità solo quando ci lascia le penne un immigrato? Ma lo sanno che sono circa 90 al giorno i morti per malasanità in Italia? 
Una vera e propria strage sociale. Cito da un'inchiesta del Corriere della Sera:
«Sui decessi per malasanità i dati sono piuttosto vari, oscillano fra i 14 mila (secondo l'Associazione degli anestesisti) e i 50 mila (secondo Assinform, editore di riviste specializzate nel settore del rischio nel campo della sanità) ogni anno solo nel nostro Paese: il 50% si sarebbe potuto evitare. E 320 mila persone subiscono un danno, con un costo pari all'1% del Pil, ben dieci miliardi di euro l'anno».
Una strage che ovviamente colpisce gli italiani meno abbienti, che non possono curarsi in costose cliniche private. Non ho visto in questi anni nessun corteo per protestare contro i decessi per malasanità che colpisce i mie disgraziati concittadini, di Forcella, di Barra o del Rione Sanità.

E certo che occorre contrastare il razzismo, ma qui c'è un razzismo al contrario. Che sinistra è quella dello "accoglientismo" indiscriminato, quella degli inni alla "Italia meticcia", degli appelli ad abbattere tutte le frontiere? 

E' sinistra quella che emula il filantropismo ipocrita della Chiesa cattolica? Non è forse evidente che così facendo si lascia alle destre razziste campo aperto?

Lo confesso, non capisco più un cazzo. Tantomeno di quel che gridano gli immigrati al megafono...»

sabato 1 luglio 2017

INDAGINE SUL COLLASSO DEL SISTEMA SANITARIO NAZIONALE di Vito Storniello*

[ 1 luglio 2017 ]

Di seguito l'impeccabile intervento che Vito Storniello, dirigente dell'Unione Sindacale di Base (USB), settore sanità, ha svolto il 31 maggio scorso a Salerno in occasione dell'assemblea pubblica di Eurostop.



 L'Istat ha certificato per il 2015 il calo dell'aspettativa di vita in Italia. Non succedeva dal secondo dopoguerra sebbene dal 2003, con un crollo sotto i livelli medi nel 2008, l'aspettativa di vita in salute fosse già tra le più basse dei Paesi OCSE.
Sulla qualità della vita influiscono numerosi fattori, ma è certo che l'ambiente, le condizioni sociali e di lavoro, il reddito e l'accesso alle cure sono determinanti. Non a caso al sud si muore di più e prima, in Campania ad esempio, dove questi fattori si sommano, l'aspettativa di vita è di circa 2 anni inferiore a quella delle Marche.
È una fotografia dinamica dell'effetto delle politiche di austerità imposte dall'Unione Europea.

L'Italia ha una spesa sanitaria pubblica oltre un terzo inferiore alla media dei Paesi dell'area euro e il divario è triplicato dagli inizi degli anni 2000; il livello di prestazioni sanitarie erogate è sensibilmente inferiore alla quasi totalità degli altri paesi dell'area (ad eccezione di Spagna e Irlanda) con un rilevante 48% in meno rispetto alla Francia e 73% rispetto alla Germania.
Si amplia anche il distacco in termini di posti letto per abitante, sensibilmente inferiore in Italia (3,4 per mille abitanti contro i 6,3 della Francia e gli 8,3 della Germania).
Sono circa 10 milioni gli italiani che non hanno accesso alle cure per problemi economici mentre cresce al ritmo di un miliardo l'anno la spesa privata dei cittadini (33 miliardi, più di un terzo di quella dello Stato) così come aumentano le richieste di prestiti personali finalizzati alle cure mediche (in particolare odontoiatriche).

Ticket e liste d'attesa alimentano scientemente la fuga dei cittadini verso il privato mentre la libera professione, per quanto in calo, continua a fatturare oltre 1 miliardo l'anno travasando dalle tasche dei cittadini a quella dei medici 810 milioni di euro.
L'ideologia di una presunta insostenibilità del servizio sanitario pubblico -sdoganata per favorire la sanità integrativa privata, le assicurazioni, il welfare aziendale - è talmente falsa che il nostro SSN produce l'11% di PIL assorbendone attualmente solo il 6,8 %. Un valore questo destinato – dalle stime del DEF – a scendere al ritmo di uno 0,1% annuo fino ad arrivare al 6,5 % nel 2019; una soglia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito come la linea rossa per la riduzione costante dell’aspettativa di vita.
Nel nostro paese la spesa sanitaria pro-capite è fissata mediamente a 1817 euro l’anno, una quota che colloca l’Italia agli ultimi posti nella classifica OCSE su 32 paesi.
Di vero c’è che i sistemi sanitari single-payer, come quello italiano, sono più economici e sostenibili di quelli basati sul mercato assicurativo e anche con migliori risultati di salute.
Per questo andavano affossati.
Il fronte anti single-payer sembra averla vinta .
Del resto bisognava preparare il campo – cioè svuotarlo da una forte presenza del settore sanitario pubblico – in vista della prossima approvazione del TTIP, il partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti che consentirà lo sbarco in Europa dell’industria sanitaria e assicurativa americana.
Di vero c'è la volontà di spostare la tutela della salute dallo Stato alla possibilità economica personale e al profitto di assicurazioni e privati. Uno Stato che ha già da tempo abbandonato il campo della prevenzione e regalato oltre il 95% della riabilitazione alle lobby private.

L'ATTACCO AL WELFARE, LO SMANTELLAMENTO DEL SSN

Da anni si porta avanti un attacco senza sosta al welfare attraverso leggi e manovre finanziarie che mirano a definire un modello di sviluppo privo di garanzie sociali e diritti fondamentali e universali con l'obbiettivo di privatizzare ciò che resta dei servizi pubblici essenziali.
La sanità, come la scuola e la previdenza e i trasporti sono i servizi che caratterizzano il welfare e il loro smantellamento assume anche un valore ideologico per un nuovo modello che intende cancellare la memoria della conquista dei diritti attraverso le lotte sociali e trasformarli in privilegi per fasce sempre più ridotte di popolazione.
Ma la sanità è anche una riserva di risorse economiche, circa l'80% dei bilanci regionali, e un asset economico da utilizzare come terreno di investimenti privati considerando che 1 euro investito in sanità produce un valore di 1,70.
La demolizione del SSN si concretizza combinando insieme: definanziamento del sistema; taglio di posti letto e chiusura/accorpamento di ospedali ed esternalizzazioni dei servizi; taglio al finanziamento degli enti locali (Regioni); ticket, liste d'attesa e libera professione; taglio dell'IRAP alle imprese; carenza strutturale di personale d'Assistenza.
Gli atti costruiti per questa strategia vanno dalle leggi di stabilità, che negli ultimi anni hanno tagliato circa 30 miliardi al Fondo Sanitario, alla Spending Review che altro non ha prodotto che tagli lineari ai servizi per recuperare risorse per l'abbattimento del debito pubblico; alla revisione dei Livelli Essenziali d'Assistenza con il taglio di oltre 200 prestazioni; i decreti sui costi standard e gli standard ospedalieri attraverso i quali si stabiliscono, a prescindere, i tempi di degenza e si classificano gli ospedali in funzione dei bacini d'utenza.

Ma la vera e propria legge di stabilità della sanità rimane il Patto per la Salute, un patto finanziario tra Stato e Regioni che ha l'intento di ristrutturare profondamente e dall'interno il sistema.
Attraverso il Patto si ridisegnano percorsi, spesso già sperimentati, di privatizzazione del sistema, si ridefiniscono parametri, numero di posti letto e organizzazione sanitaria. Ogni regione, in base ad un generico principio di appropriatezza, può decidere cosa e come tagliare; è quello che ha permesso a molte regioni di avere quote di privato oltre il 40% a sfavore del pubblico e di far proliferare il sistema dei Project Financing.

LA POLITICA DEI PIANI DI RIENTRO E L'ACCENTRAMENTO DEI POTERI

I Piani di Rientro regionali (PdR), definiti dallo stesso Ministero della Salute come veri e propri piani di ristrutturazione industriale che incidono sui fattori di spesa sfuggiti al controllo delle regioni, sono stati introdotti nel 2005 e finalizzati a ristabilire l'equilibrio economico e finanziario delle Regioni. A qualunque costo.
Ora, il fatto che a distanza di 4 anni dalla modifica del titolo V della Costituzione (2001), già la metà delle regioni fosse in PdR la dice lunga sulla concretizzazione nel nostro Paese di quel federalismo tanto sbandierato nella riforma.
In realtà, il federalismo ha colpito al cuore i concetti di universalismo, solidarismo e uguaglianza sui quali è nato il SSN decretando la nascita di 20 sistemi sanitari diversi, perpetuando le disuguaglianze nord/centro-sud, creando cittadini di serie A e cittadini di serie B.
I PdR sono strumenti politici di accentramento dei poteri nelle mani del governo centrale (ministero dell'economia in primis) che, in nome del pareggio di bilancio, impongono le politiche sanitarie delle Regioni.

Nelle regioni in PdR non solo non vengono garantiti nemmeno i livelli minimi di assistenza e gli standard sui posti letto decretati dallo stesso governo, ma la tassazione locale (Irpef) viene aumentata oltre i livelli massimi (è il caso del Lazio e della Campania, regioni più tassate d'Italia); il blocco del turnover per il personale sanitario è totale e porta con sé una perdita strutturale di posti di lavoro; i tagli al salario accessorio sono tali da aver introdotto, di fatto, le gabbie salariali. Più tasse, meno servizi, meno salario.
Attualmente sono 8 le Regioni in PdR, tutte del centro-sud (Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) con l'eccezione del Piemonte.

5 di queste (Lazio, Campania, Calabria, Abruzzo e Molise) sono  commissariate.
Nonostante ciò e nonostante per la Corte dei Conti sia evidente il successo dei piani di rientro sotto il profilo economico e finanziario, le perdite nel 2015 sono aumentate rispetto all'anno precedente.
La legge di stabilità 2016 estende lo strumento dei PdR regionali anche alle singole Aziende Ospedaliere, IRCCS pubblici e Policlinici Universitari con uno scostamento finanziario del 10% o con 10 milioni di debito prevedendo, in questi casi, anche la decadenza del Direttore Generale.
Si scopre così che la metà delle aziende sanitarie italiane (53 su 108) sono in rosso e passibili di PdR, avendo cumulato circa 2 miliardi di debito, e che la retorica dei modelli sanitari virtuosi altro non è che una bufala, come del resto  abbiamo sempre sostenuto, visto che tra queste figurano numerose aziende della Lombardia (5), della Liguria (2), della Toscana (3), del Veneto (1), del Friuli (4) e persino di quelle Marche (2) che il buon commissario alla Spending Review Cottarelli annoverava tra le regioni benchmark (cioè tra quelle da prendere a modello virtuoso per tutte le altre), prima di essere defenestrato.
Un ulteriore imbarbarimento del sistema; l'accanimento scientifico nella riproposizione  di sistemi falliti, sotto tutti i punti di vista, che vengono utilizzati per continuare a comprimere diritti e salari, per distruggere e precarizzare il lavoro, nel tentativo di risanare un debito che di certo non hanno prodotto i lavoratori dipendenti.
Se la situazione è quella descritta sono sicuramente molte e impegnative le battaglie che attendono, sul piano nazionale e territoriale, un’organizzazione sindacale conflittuale coma la USB.
La USB ha lanciato il 3 aprile 2016 in una grande Assemblea Pubblica a Milano una piattaforma che chiama alla difesa dello stato sociale e dell’occupazione.
Una piattaforma che è parte integrante della Piattaforma Eurostop dove il diritto alla salute e la difesa della sanità pubblica hanno un posto di rilievo.


LA SALUTE E’ UN DIRITTO, LA SANITÀ PUBBLICA UN DOVERE

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