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lunedì 19 agosto 2019

LUCIANO CANFORA E I MALATI DI MENTE di Piemme

[ martedì 19 agosto 2019 ]

Se c'è una rivista che più d'ogni altra esprime i luoghi comuni ideologici della sinistra sinistrata questa è LEFT —notare l'anglicismo.
Delle vere e proprie bufale di questa rivista questo blog si è occupato in almeno due occasioni. Nel novembre 2018 "LEFT: OVVERO LA SINISTRA PER I SACRIFICI" (di Leonardo Mazzei) e nell'aprile scorso, "TUTT ' ERBA... UN FASCIO" (di Piemme).

Nel branco che inneggia scomposto alla lotta contro il cosiddetto "rossobrunismo", ovvero la sinistra patriottica, LEFT sgomita per occupare la prima fila, nell'ambizione di scalzare il gruppo Repubblica-l'Espresso e il manifesto.

Per portare acqua al mulino della lotta contro il rossobrunismo la rivista ha intervistato lo storico e esimio filologo Luciano Canfora, uno dei pezzi da novanta dell'élite progressista di sinistra. Il titolo dell'intervista è tutto un programma: Cosmopoliti di tutto il mondo unitevi. Un'intervista che va letta e attentamente studiata, in quanto è un distillato chimicamente puro del sinistrismo globalista e politicamente corretto.

Tre sono le grossolane (usiamo un eufemismo) mosse di Canfora: (1) chiunque sia contro l'anarco-immigrazione è un nazista, visto che gli immigrati di oggi sono come gli ebrei di ieri; (2) Il cosmopolitismo è la stessa cosa dell'internazionalismo proletario di cui parlava Marx; (3) chi a sinistra avoca a sé il patriottismo, anche ove fosse quello di radice democratica e costituzionale, è un "malto di mente".

Leggere per credere:
D. Riprendere oggi a coltivare il cosmopolitismo potrebbe essere un antidoto rispetto all’ideologia suprematista e isolazionista alla Trump? È antistorica la sua visione condivisa da Salvini che dice: «Prima gli italiani»? 

R. Non direi antistorica. È pre culturale, al di sotto della media minima necessaria degli esseri pensanti, è una forma sub umana di pensiero (o meglio di non pensiero), che ha una sua forza soltanto nella campagna ferocissima di cacciata dei migranti, di disseminazione della paura, di additamento di un nemico che non è un nemico, esattamente come durante il nazionalsocialismo tedesco si additava l’ebreo come l’affamatore del popolo. È lo stesso meccanismo. 


D. Il cosmopolitismo è un antidoto? 

R. È ben più che un antidoto, noi abbiamo scelto questo tema qui a Genova, proponendolo alla cittadinanza e alle scuole, perché riteniamo che il mondo tutto corra pericolo, dall’America di Trump al nostro Paese. 

D. Cosa dire a chi anche a sinistra prospetta un ritorno a un’idea di patria seppur legata alla Costituzione? 

R. Di curarsi la mente e di studiare la storia.
Il massimo della scorrettezza e della malafede intellettuale. Tanto più se a sostenere certe fesserie è un personaggio colto come Canfora. Come ebbe a dire Lenin a proposito di Rosa Luxemburg, "... accade a volte che le aquile razzolino nell'aia assieme alle galline".


Ps


Per la cronaca, segnalo che anni addietro dovetti occuparmi del Canfora. Per la precisione: L'IMMIGRAZIONE E NOI, RISPOSTA A LUCIANO CANFORA


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venerdì 29 aprile 2016

COSTITUZIONE: UN ATTACCO CHE VIENE DA LONTANO di Luciano Canfora

[ 29 aprile]

La prova decisiva sarà in autunno, ma l'attacco alla Costituzione viene da lontano. Le nostrane classi dominanti l'hanno sempre odiata, come ci ricorda nell'articolo che segue Luciano Canfora (nella foto). Adesso l'attacco viene in primo luogo dai potentati finanziari internazionali, e dall'Unione Europea in particolare. E' utile tuttavia ricordare il passato, altro non fosse che per rinfrescarci la memoria su quel che intendeva Renzi quando nel settembre scorso disse: «...non per cattiveria, ma questa riforma è attesa da settant'anni».


Attacco alla Costituzione, una lunga storia

di Luciano Canfora


L’attacco alla Costituzione partì già quasi all’indomani del suo varo. Il 2 agosto 1952 Guido Gonella, all’epoca segretario politico della Democrazia cristiana, chiedeva – in un pubblico comizio – di riformare la Costituzione italiana, entrata in vigore appena tre anni e mezzo prima, il 1 gennaio 1948. Si trattava di un discorso tenuto a Canazei, in Trentino, e la richiesta di riforma mirava – come egli si espresse – a «rafforzare l’autorità dello Stato», ad eliminare cioè quelle «disfunzioni della vita dello Stato che possono avere la loro radice nella stessa Costituzione». E concludeva, sprezzante: «la Costituzione non è il Corano!» (Il nuovo Corriere, Firenze, 3 agosto 1952).


Nello stesso intervento, il segretario della Dc, richiamandosi più volte a De Gasperi, chiedeva di modificare la legge elettorale, che – essendo proporzionale – dava all’opposizione (Pci e Psi) una notevole rappresentanza parlamentare. L’idea lanciata allora, in piena estate, era di costituire dei «collegi plurinominali», onde favorire i partiti che si presentassero alle elezioni politiche «apparentati» (Dc e alleati).

Come si vede, sin da allora l’attacco alla Costituzione e alla legge elettorale proporzionale (la sola che rispetti l’articolo 48 della Costituzione, che sancisce il «voto uguale») andavano di pari passo. Pochi mesi dopo, alla ripresa dell’attività parlamentare fu posto in essere il progetto di legge elettorale (scritta da Scelba e dall’ex-fascista Tesauro, rettore a Napoli e ormai parlamentare democristiano) che è passata alla storia come «legge truffa». Imposta, contro l’ostruzionismo parlamentare, da un colpo di mano del presidente del senato Meuccio Ruini, quella legge fu bocciata dagli elettori, il cui voto (il 7 giugno 1953) non fece scattare il cospicuo «premio di maggioranza» previsto per i partiti «apparentati».


L’istanza di cambiare la Costituzione al fine di dare più potere all’esecutivo divenne poi, per molto tempo, la parola d’ordine della destra, interna ed esterna alla Dc, spalleggiata dal movimento per la «Nuova Repubblica» guidato da Randolfo Pacciardi (repubblicano poi espulso da Pri), postosi in pericolosa vicinanza – nonostante il suo passato antifascista – con i vari movimenti neofascisti, che una «nuova Repubblica» appunto domandavano.


La sconfitta della «legge truffa» alle elezioni del 1953 mise per molto tempo fuori gioco le spinte governative in direzione delle due riforme care alla destra: cambiare la Costituzione e cambiare in senso maggioritario la legge elettorale proporzionale. Che infatti resse per altri 40 anni. Quando, all’inizio degli anni Novanta, la sinistra, ansiosa di cancellare il proprio passato, capeggiò il movimento – ormai agevolmente vittorioso – volto ad instaurare una legge elettorale maggioritaria, il colpo principale alla Costituzione era ormai sferrato. Ammoniva allora, inascoltato, Raniero La Valle che cambiare legge elettorale abrogando il principio proporzionale significava già di per sé cambiare la Costituzione. (Basti pensare, del resto, che, con una rappresentanza parlamentare truccata grazie alle leggi maggioritarie, gli articoli della Costituzione che prevedono una maggioranza qualificata per decisioni cruciali perdono significato). Ma la speranza della nuova leadership di sinistra (affossatasi più tardi nella scelta suicida di assumere la generica veste di partito democratico) era di vincere le elezioni al tavolo da gioco. Oggi è il peggior governo che l’ex-sinistra sia stata capace di esprimere a varare, a tappe forzate e a colpi di voti di fiducia, entrambe le riforme: quella della legge elettorale, finalmente resa conforme ad un tavolo da poker, e quella della Costituzione.


Ma perché, e in che cosa, la Costituzione varata alla fine del 1947 dà fastidio? Si sa che la destra non l’ha mai deglutita, non solo per principi fondamentali (e in particolare per l’articolo 3) ma anche, e non meno, per quanto essa sancisce sulla prevalenza dell’«utilità sociale» rispetto al diritto di proprietà (agli articoli 41 e 42). Più spiccio di altri, Berlusconi parlava – al tempo suo – della nostra Costituzione come di tipo «sovietico»; il 19 agosto 2010 il Corriere della sera pubblicò un inedito dell’appena scomparso Cossiga in cui il presidente-gladiatore definiva la nostra costituzione come «la nostra Yalta». E sullo stesso giornale il 12 agosto 2003 il solerte Ostellino aveva richiesto la riforma dell’articolo 1 a causa dell’intollerabile – a suo avviso – definizione della Repubblica come «fondata sul lavoro». E dieci anni dopo (23 ottobre 2013) tornava alla carica (ma rimbeccato) chiedendo ancora una volta la modifica del nostro ordinamento: questa volta argomentando «che nella stesura della prima parte della Costituzione – quella sui diritti – ebbe un grande ruolo Palmiro Togliatti, l’uomo che avrebbe voluto fare dell’Italia una democrazia popolare sul modello dell’Urss». Di tali parole non è tanto rimarchevole l’incultura storico-giuridica quanto commovente è il pathos, sia pure mal riposto.


Dà fastidio il nesso che la Costituzione, in ogni sua parte, stabilisce tra libertà e giustizia. Dà fastidio – e lo lamentano a voce spiegata i cosiddetti «liberali puri» convinti che finalmente sia giunta la volta buona per il taglio col passato – che la nostra Costituzione sancisca oltre ai diritti politici i diritti sociali. Vorrebbero che questi ultimi venissero confinati nella legislazione ordinaria, onde potersene all’occorrenza sbarazzare a proprio piacimento, come è accaduto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.


La coniugazione di libertà e giustizia era già nei principi generali della Costituzione della prima Repubblica francese (1793): «La libertà ha la sua regola nella giustizia». Ed è stata poi presente nelle costituzioni – italiana, francese della IV Repubblica, tedesca – sorte dopo la fine del predominio fascista sull’Europa: fine sanguinosa, cui i movimenti di resistenza diedero un contributo che non solo giovò all’azione degli eserciti (alleati e sovietico) ma che connotò politicamente quella vittoria. Nel caso del nostro paese, è ben noto che l’azione politico-militare della Resistenza fu decisiva per impedire che – secondo l’auspicio ad esempio di Churchill – il dopofascismo si risolvesse nel mero ripristino dell’Italia prefascista magari serbando l’istituto m.onarchico.


La grande sfida fu, allora, di attuare un ordinamento, e preparare una prassi, che andassero oltre il fascismo: che cioè tenessero nel debito conto le istanze sociali che il fascismo, pur recependole, aveva però ingabbiato, d’intesa coi ceti proprietari, nel controllo autoritario dello Stato di polizia, e sterilizzato con l’addomesticamento dei sindacati. La sfida che ebbe il fulcro politico-militare nell’insurrezione dell’aprile ’45 e trovò forma sapiente e durevole nella Costituzione consisteva dunque – andando oltre il fascismo – nel coniugare rivoluzione sociale e democrazia politica. Perciò Calamandrei parlò, plaudendo, di «Costituzione eversiva» (1955), e perciò la vita contrastata di essa fu regolata dai variabili rapporti di forza della lunga «guerra fredda» oltre che dalle capacità soggettive dei protagonisti. C’è un abisso tra Palmiro Togliatti e il clan di Banca Etruria. Va da sé che l’estinguersi dei «socialismi» con la conseguente deriva in senso irrazionalistico-religioso delle periferie interne ed esterne all’Occidente illusoriamente vittorioso hanno travolto il quadro che s’è qui voluto sommariamente delineare. La carenza di statisti capaci e la autoflagellazione della fu sinistra non costituiscono certo il terreno più favorevole alla pur doverosa prosecuzione della lotta.


venerdì 18 settembre 2015

L'IMMIGRAZIONE E NOI, RISPOSTA A LUCIANO CANFORA di Piemme

[ 18 settembre]

Su un punto, se sulla questione dell'immigrazione si vuole un dialogo serio, dobbiamo metterci preliminarmente d’accordo.

Siamo in presenza di un flusso ordinario o dobbiamo parlare, date le sue dimensioni moltitudinarie, di “emergenza migratoria”?

Risposta: l’Italia e l’Europa sono alle prese con una pressione migratoria di massa senza precedenti, che tenderà a persistere nel prossimo periodo, e dunque di fronte una situazione d’emergenza —il che si badi, senza dover scomodare l'aggettivo pantagruelico "epocale", che contraddistinguerebbe appunto un'intera epoca storica. Un’emergenza che è al contempo sociale, politica e istituzionale.

Con chi valuta che il problema “non esiste”, che è un’invenzione mediatica, secondo me è un’imbecille, e con gli imbecilli nessun dialogo è possibile.

Bene. Se il problema esiste va da sé che occorre trovare una soluzione.

Una soluzione è appunto quella degli “integralisti dell’accoglienza” e che possiamo sintetizzare così: “non ci resta che accettarli tutti”. Una tesi che nessuno ha espresso meglio di Luciano Canfora:

«Il cosid­detto feno­meno migra­to­rio ha carat­tere strut­tu­rale ed epo­cale. Ogni tro­vata mirante a inter­rom­perlo (respin­gi­menti, inter­venti nei luo­ghi di par­tenza) è risi­bile. E’ come voler svuo­tare il mare col mestolo. L’Occidente – fab­bri­canti di armi sem­pre pronti a com­muo­versi, inter­venti impe­riali in Irak, Siria, Libia ecc. — ha creato i disa­stri, una cui con­se­guenza è tale migra­zione di popoli».
Com’è evidente, si tratta di una pseudo-soluzione, è semplicemente una capitolazione disarmante davanti ai fatti, alla cui base c’è una concezione fatalistica delle vicende storiche, come se nel campo sociale valessero le leggi bronzee e necessitate della natura, l’idea dunque che i processi sociali, una volta innescati, siano irreversibili e di fronte ai quali non resterebbe che una stoica resa, una ineluttabile presa d'atto.

Che le cose non stiamo così lo dimostra un'analisi obiettiva dei flussi migratori a scala globale, di come essi, lungi dall'essere ineluttabili e unidirezionali, possono essere, in alcuni casi arrestati, in altri deviati, in altri ancora pilotati.

Occorre quindi correggere un errore pacchiano nel ragionamento degli “integralisti dell’accoglienza”. Il primo fattore che causa l’emigrazione di massa Sud-Nord, Est-Ovest, e Sud-Sud, non consiste affatto nelle guerre imperialistiche o fratricide (come quella che coinvolge il mondo islamico), e nemmeno nel carattere tirannico di certi regimi politici.

La prima causa è la globalizzazione, il libero-scambismo dispiegato, le politiche neoliberiste adottate a scala mondiale, non solo dalle classi dominanti dei paesi "avanzati" ma pure dai regimi fantoccio dei paesi "arretrati". La globalizzazione, la supremazia della sfera finanziario-predatoria —questo si che è un fenomeno epocale— non ha prodotto profondi sconvolgimenti nelle strutture sociali dei paesi imperialistici, ha prodotto mutamenti ancor più devastanti nei paesi che venivano definiti "in via di sviluppo" o del "terzo mondo", una delle conseguenze è appunto l'emigrazione di massa.

Cosa è cambiato con la globalizzazione nei paesi del Su del mondo?
In estrema sintesi: 
(1) gli stati nazionali sono stati progressivamente disarticolati, fino addirittura ad essere smembrati, ombre di ciò che essi furono. Tranne rarissime eccezioni le corrotte classi dominanti autoctone, convertitesi al neoliberismo, hanno smantellato le già deboli barriere difensive statuali, lasciando che i capitali stranieri potessero compiere le loro scorribande, ovvero la loro politica di rapina; (2) la penetrazione massiccia di capitali e investimenti stranieri ha causato la distruzione del tessuto economico e sociale tradizionale di questi paesi il quale, per quanto capitalisticamente arretrato, consentiva alle comunità, anzitutto quelle rurali, la possibilità di sopravvivere. La ricchezza prodotta era modesta, ma il grosso non veniva accaparrato da un'esigua minoranza.  (3) Non occorre tuttavia pensare che la globalizzazione abbia accentuato il "sottosviluppo" capitalistico. Al contrario! la gran parte dei paesi del Sud del mondo (Africa compresa) conoscono da un quindicennio tassi di sviluppo economico, in alcuni casi notevoli se paragonati alla stagnazione dei paesi del Nord. Per cui, se con il "sottosviluppo" si mangiava poco ma si mangiava tutti, con lo "sviluppo" ci sono ceti e classi che sono alla fame, mentre altri, gli strati compradores che sono gli intermediari della rapina delle multinazionali, raggiungono livelli di vita quasi occidentali.
Non è affatto una "trovata", quindi, affermare che per bloccare l'emigrazione di massa il primo passo è porre fine alla globalizzazione. La soluzione è la de-globalizzazione, a Nord come a Sud, ad est come ad Ovest.

E' come minimo singolare che gli eredi dei movimento no-global, quelli che oggi protestano con noi contro trattati di libero scambio sciagurati come il Ttip, considerino "reazionaria" ogni difesa delle sovranità statuali e nazionali. Logica vuole che sei sei contro il libero scorrazzare dei capitali, quindi anzitutto di quelli multinazionali, il solo modo per farlo è di ripristinare delle barriere difensive, barriere che possono essere approntate solo dagli stati e dalle nazioni, isolatamente od in concerto fra loro. 

E' addirittura grottesco che gli stessi che urlano contro il Ttip difendano l'Unione europea e la moneta unica. E' assurdo che gli stessi che protestavano contro la "direttiva Bolkestein" che liberalizzava il mercato del lavoro (e non solo quello) in seno alla Ue, e quindi aumentava la concorrenza tra lavoratori implicando l'abolizione di diritti acquisiti e salari al ribasso; è assurdo, dicevo, che queste stesse anime belle si rifiutino di vedere che l'immigrazione moltitudinaria dal Sud produrrà effetti devastanti sul mondo del lavoro europeo e italiano in particolare, che al confronto la direttiva Bolkestein  era una mammoletta. Come si fa a non vedere che l'importazione di grandi masse di immigrati è anzitutto funzionale al grande capitalismo

Gli “integralisti dell’accoglienza”, pur di tenere fede (ahimè in compagnia dei globalisti) al loro dogma di un "mondo senza frontiere", fingono di non sapere che la fuga di uomini e donne, in breve di forza-lavoro manuale e intellettuale, dai paesi del Sud, impoverisce questi stessi paesi. Fingono di non vedere che l'emigrazione endemica verso il Nord è un aspetto della rapina neocolonialistica di questo stesso Nord ai danni dei paesi del Sud. Un'emigrazione che contribuisce alla loro futura desertificazione —l'emigrazione Sud-Nord in Italia dovrebbe aver insegnato pur qualcosa! No, non vogliono ragionare, s'arrabbiamo anzi quando definiamo l'emigrazione "deportazione" indotta. 
Gli “integralisti dell’accoglienza”dovrebbero quindi essere coerenti, dovrebbero chiedere di consegnare un premio agli scafisti perché svolgono un encomiabile funzione di supplenza —fossero coerenti dovrebbero anzi chiedere che i governi europei dovrebbero approntare centinaia di voli charter settimanali per prendere in consegna tutti coloro che vogliono venire. Non "trafficanti di morte" quindi, ma persone benemerite.

Ma gli “integralisti dell’accoglienza” obiettano: "sì, vabbè, ma in attesa della fine della globalizzazione, che facciamo? Buttiamo tutti a mare?"

Ovviamente no. Ma "accogliere tutti", a prescindere se ad essi spetti l'asilo politico o lo status di rifugiato è una soluzione impraticabile, disastrosa. Come segnalato anche Pasquinelli "la grande immigrazione non è sostenibile". Fa specie che coloro i quali un giorno sì e l'altro pure parlano di "economia sostenibile", di "politica energetica sostenibile, di "politica ambientale sostenibile" e financo di "consumi sostenibili", rifiutino anche solo di porsi il problema se un'immigrazione moltitudinaria sia sostenibile o meno, e se sì quali siano le evidenze che la rendano tale.

E' evidente che principi morali vengono messi davanti ad ogni altra considerazione, Anzi, ogni altra considerazione viene scartata e vengano addirittura lanciati (non a caso con l'appoggio dei massimi organi di stampa globalisti e neoliberisti) gli anatemi di "razzismo, xenofobia e leghismo.

Ed a questo punto il dialogo diventa come quello con gli imbeccili, inutile ed impossibile.



sabato 17 agosto 2013

LUCIANO CANFORA E LA RETORICA EUROPEISTA di Tonguessy

17 agosto. Luciano Canfora, insigne filologo e storico, è senza dubbio una delle menti più brillanti dell'intellighentia di sinistra italiana. Ma una voce fuori dal coro. Non sempre le sue prese di posizione sono state condivisibili —come quando si associò al coro di condanna della resistenza palestinese e degli antimperialisti. La sua critica senza apppello della retorica europeista, che a malapena maschera l'egemonismo tedesco, fa onore alla sua intelligenza.

Luciano Canfora, noto filologo e appassionato studioso di storia antica (nella foto), ha recentemente dato alle stampe la sua ultima fatica: Intervista sul potere (ed. Laterza), una lunga digressione sotto forma di intervista su una moltitudine di temi: dal senso della democrazia a Napoleone, da Mao ai rapporti tra Sparta ed Atene, da Tucidide all'Euro. E proprio sul senso politico e sociale di quest'ultimo dedica l'ultimo capitolo, intitolato significativamente “Elite e popolo”.

L'analisi inizia con la disamina del significato della parola “europeista” che ultimamente riscuote sempre più perplessità. 

«Mi chiedo che cosa significhi questa ideologia europeista. Ne deduco che esista un valore denominato Europa. Ma allora vorrei capire se esiste anche un valore Asia o Africa. Perchè non dichiararsi asiatisti o africanisti, piuttosto che europeisti? E l'Australia, dove la mettiamo? Non si sente l'esigenza di uno spirito australianista?»
Messo sotto fuoco incrociato lo spirito internazionalista, ciò che le élite propongono in sua vece è una poco elegante riduzione linguistica del coacervo di interessi che ha spostato e sta spostando immense somme di denaro dalle tasche dei cittadini alle loro. Ciò avviene nel nome di quella dottrina europeista che riempie quotidianamente pagine di giornali e programmi televisivi. Dottrina che permette all'AD della Fiat di delocalizzare lasciando a casa migliaia di lavoratori. 
«Non bastano i vantaggi che mi offre l'Italia, dichiara Marchionne, perchè se vado in Serbia posso guadagnare di più…mi da un certo fastidio chi sostiene chi ci siano “dottrine” adatte a giustificare comportamenti del genere. Tutto dipende, ripeto, dai rapporti di forza».
A tale riguardo la denuncia di Canfora è precisa: 

«L'equilibrio delle forze si è spostato nettamente a favore di questi ceti tecnocratici ristretti, che non intendono farsi governare dal potere politico. Al contrario, sono essi che non solo lo influenzano, lo rimbrottano e lo limitano, ma addirittura lo contrastano apertamente e lo soverchiano».
Quindi lo scenario attuale vede un apparato politico (che dovrebbe regolamentare la vita sociale nel nome del massimo profitto per i cittadini) succube di quelle forze elitiste, e si ritrova ad assecondare ogni loro capriccio, semantica inclusa. Tutto ciò si traduce in una «perdita di sovranità degli Stati nazionali, in particolare dell'Italia, rispetto all'influenza dei mercati finanziari».

Questo stato di cose, nel quale i cittadini sono destinati a perdere sempre più potere a favore delle élite, è determinato da un processo ben definito: “via via che si internazionalizza la produzione cresce enormemente il potere di ricatto della grande industria e delle banche.”

La globalizzazione è quindi quel processo che permette a grandi industrie e banche di entrare a pieno titolo nelle aule parlamentari per far valere i propri interessi a tutto svantaggio di quelli dei cittadini. Ma il profitto (di cui banche e corporation sono gli attuali maggiori difensori) non è anche fautore dello sviluppo? 

«Il problema è esattamente questo: se si debba ritenere che il profitto sia un valore assoluto, in quanto unico possibile motore dello sviluppo, o se lo sviluppo stesso possa essere un fatto sociale, che non si basa necessariamente sul tornaconto individuale. E' un dilemma con cui siamo alle prese da secoli. Io sono convinto che i capitalisti non siano benefattori dell'umanità e che la crescita economica non passi necessariamente per l'esaltazione di un egoismo esasperato, individuale o collettivo».
Eppure ci dicono che le attuali politiche europee siano l'unico approdo sensato per evitare il disastro del ritorno alle monete locali. 
«Io contesto alla radice l'attuale retorica europeista. Ci viene fatto credere che questo tipo di costruzione, che notoriamente ci penalizza rispetto alla megapotenza tedesca, sia l'unica possibilità di realizzare delle aggregazioni significative a livello internazionale. Invece ne esistono altre».
L'intervistatore a questo punto pone una domanda essenziale: 
«Lei giudica l'ingresso nell'euro una scelta fallimentare? 
Sì. Capisco il PD che la difende, ma è solo perchè non ha altro da dire. Se si toglie l'euro, che ci ha rovinati, tutta l'esperienza di governo del centrosinistra, con Romano Prodi e con Carlo Azeglio Ciampi, è finita. Che cosa hanno combinato gli eredi del PCI, da quando quel partito si è sciolto? Hanno procurato agli italiani un po' di miseria in più tramite la scelta di entrare nell'euro, compiuta per giunta in modo autocratico, senza alcun referendum. Mi sembra piuttosto che stiamo smantellando metodicamente lo Stato sociale proprio in nome dell'Europa…siamo di fronte a un'enorme ondata di disagio e di rifiuto da parte dei cittadini, ai quali è stato impedito di dire la loro quando dall'alto calavano decisioni pesantissime o, peggio ancora, presentate in maniera ingannevole. L'introduzione dell'euro venne esaltata come un grande passo in avanti e invece ha portato al dimezzamento dei salari. Facciamo una terapia di salasso dei contribuenti e di macelleria sociale senza limiti solo per poter dire che l'Europa, cioè la Germania con i suoi vassalli nordici, è una grande potenza? Non mi pare un valore per cui sacrificarsi. Non abbiamo un governo (se ce l'abbiamo, è quello tedesco), non abbiamo un esercito, non abbiamo una statualità di tipo elvetico o statunitense. Abbiamo solo una moneta, che serve alla Germania per imporre all'eurozona i suoi prodotti, peraltro validissimi, mentre noi italiani rinunciamo ad avere una forza espansiva sui mercati. Inoltre, per puntellare tutto ciò, bisogna bastonare la Grecia, mettere in ginocchio la Spagna, schiaffeggiare il Portogallo, stangolare Cipro….Ma neanche la Santa Alleanza arrivava a tanto. E non si intravede una prospettiva a questo calvario».

Dall'analisi appena letta sembra che non esista attualmente alcuna alternativa, nessuna "exit strategy". E invece… 
«Secondo me i tedeschi terranno in piedi l'euro finchè farà comodo alla loro economia, ma hanno già pronta una via di uscita. Tutta l'Europa orientale è ai loro piedi. Polacchi, sloveni, slovacchi, romeni, bulgari sono in ginocchio con il piattino in mano e riconoscono la Germania come paese leader. In fondo così si realizza il grande sogno del Fuhrer, il primo vero “europeista”. L'unico suo errore fu pensare di raggiungere quel risultato con i carri armati».
Bene, la Merkel ha raggiunto quegli scopi europeisti che Hitler non riuscì a portare a termine. Evidentemente l'euro è ben più potente dei carri armati. A parità di manipolazione mediatica e propaganda, s'intende. 

Ma esiste una qualche cura, un vaccino contro questo morbo che ha ormai infettato tutta l'Europa? 
«A mio parere, il luogo dove le tendenze oligarchiche dominanti possono e devono essere messe in discussione è il laboratorio immenso costituito dal mondo della formazione e della scuola..è lì che l'educazione antioligarchica, su base critica, può farsi strada».

Forse è per questo che l'attuale Stato ha deciso di depotenziare l'istruzione pubblica.


Fonte: Appello al Popolo

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