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mercoledì 23 ottobre 2019

PICCOLO BORGHESE IO TI SPARO di Piemme

[ giovedì 24 ottobre 2019 ]

Torniamo ad occuparci dell'economista Emiliano Brancaccio.

No, non per commentare il dibattito teorico tra lui e il liberista Olivier Blanchard sorto dopo la pubblicazione del contro-manuale di economia "ANTI-BLANCHARD. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia" — chi fosse interessato veda anche QUIQUI, QUI E  QUI).

Vorremmo invece scendere dalle "stelle" alla "stalle per segnalare quanto ha dichiarato Brancaccio a Rassegna Sindacale, la rivista della CGIL, in merito alla Legge di bilancio del governo Conte Bis. In alcuni punti la sua critica alla anti-popolare finanziaria targata Pd-M5s-Italiaviva-Leu è condivisibile. 

Poi però Brancaccio scivola sulla sua solita buccia di banana.

Quale? E' presto detto: il suo disprezzo viscerale proto-marxista per la piccola borghesia, considerata per sua natura una classe sociale reazionaria.

Ma sentiamo. Alla domanda del giornalista: "C’erano margini per attuare politiche più incisive?", il nostro risponde:
«Dal punto di vista della lotta alle disuguaglianze certamente sì, almeno introducendo una patrimoniale sulle grandi ricchezze ed eliminando anche la flat tax salviniana sulle partite Iva, chiaro preludio di un aggiramento definitivo del principio costituzionale di progressività delle imposte. Ma questo governo sembra avere troppe velleità “ecumeniche”: non vuole scontentare né i ricchi, né i piccoli proprietari, e così facendo si ritrova con pochi spiccioli per i lavoratori dipendenti».
Brancaccio esulterà dunque alla notizia che invece nella Finanziaria del Governo è eliminata la cosiddetta "flat tax" al 20% per le Partite IVA fra i 65mila e i 100mila euro — norma che era stata inserita nella legge di Bilancio de passato governo giallo-verde.
Si capisce che egli contesterà invece la decisione (sensata) di mantenere il regime forfettario con aliquota al 15% per chi abbia ricavi sotto i 65mila euro.

Non vogliamo perderci nei meandri del farraginoso e ingiusto sistema fiscale italiano, sulla carta equo, nel fatti massimamente ingiusto. Tutte le indagini mostrano infatti che i pesci grandi pagano poco e niente mentre il fisco si accanisce oltre che sul lavoro dipendente sulle piccole e micro imprese, sugli artigiani, sugli esercenti, nonché sui tanti lavoratori che son costretti per lavorare ad aprire una partita Iva. 
Karl Marx

Conferma infatti la Cgia di Mestre che "L'evasione fiscale delle grandi aziende è 16 volte maggiore di quella delle piccole".

Né ci vuole molto per capire che questo governo "progressista" si muove sul solco di quelli mondialisti precedenti, ovvero in base al principio liberista, mercatista e globalista per cui i piccoli sono poco produttivi e che occorra facilitare la concentrazione del capitale e la "più efficiente" grande distribuzione. Ergo: che chiudano pure e vengano gettati sul lastrico piccoli imprenditori, artigiani, commercianti. Centinaia di migliaia di disoccupati sono quindi il prezzo da pagare sull'altare del "progresso".

L'acredine verso la piccola borghesia non si giustifica se non in base ad un vetusto paradigma marxiano. Scrivevano Marx ed Engels nel manifesto del partito comunista:
«Nei paesi in cui si è sviluppata la civiltà moderna, si è formata una nuova piccola borghesia che oscilla fra il proletariato e la borghesia e che si ricostituisce sempre di nuovo come complemento della società borghese. Ma i piccoli borghesi vengono regolarmente risospinti dalla concorrenza verso il proletariato, anzi, con lo sviluppo della grande industria essi si avvicinano al punto in cui spariranno del tutto come elemento autonomo della società moderna e verranno rimpiazzati — nel commercio, nella manifattura e nell'agricoltura — da sorveglianti di fabbrica e da servitori».
Poco più avanti Marx ed Engels saranno ancor più trancianti:
«In Germania la piccola borghesia rappresenta l'effettivo bastione sociale della società attuale, una piccola borghesia costituitasi nel XVI secolo e da allora sempre riaffiorante in forme diverse. La sua conservazione è la conservazione dell'attuale società tedesca. Essa teme di essere ineluttabilmente distrutta dall'egemonia industriale e politica della borghesia, sia per effetto della concentrazione del capitale che per il sorgere di un proletariato rivoluzionario». 
E' evidente quel fosse il paradigma: la piccola borghesia è un lascito sociale del passato precapitalista, un'anticaglia destinata ad essere spazzata via dal progresso rappresentato dalla grade industria e dalla legge generale dell'accumulazione capitalistica. Altrettanto evidente che questa previsione contenga un giudizio di valore: questo processo di annientamento è cosa buona e giusta.

Ammesso e non concesso che Marx ed Engels avessero ragione nel loro giudizio storico politico sulla piccola borghesia, la previsione si è dimostrata sostanzialmente sballata — così come si è dimostrata sbagliata l'idea che il "contadiname" non avrebbe potuto giocare alcun ruolo rivoluzionario — vedi Cina ed altri paesi a debole capitalismo —, ruolo che invece sarebbe spettato solo alla classe operaia industriale.

Non vogliamo farla lunga, non è questa la sede. Vorremmo segnalare a Brancaccio il recente studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, secondo cui, considerato il tessuto economico di ben 99 paesi capitalistici, sette lavoratori su dieci sono lavoratori autonomi o di piccole imprese. Si dissolve dunque, assieme al paradigma marxiano, la leggenda che questo fenomeno sia una patologia essenzialmente italiana.

Sul fatto che la piccola borghesia sia per sua natura una classe reazionaria, che dire? Come è vero che è stato uno dei carburanti della reazione, è stato vero anche il contrario. Di sicuro l'approccio che ci propone il Brancaccio (la profezia che si autoavvera), agevola lo sforzo egemonico delle destre reazionarie, liberiste e non, lasciando loro campo libero nell'apparire paladini dei ceti medi, dei piccolo imprenditori, ecc..  

E' il contrario che occorre invece fare. Come socialisti e patrioti noi dobbiamo difendere queste classi sociali contro il comune nemico, il grande capitalismo globalista e i suoi lacchè politici.





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mercoledì 11 aprile 2018

4 MARZO: CHI HA VOTATO CHI?

[ 11 aprile 2018 ]

«Altro che "sinistra"! Il grosso della base sociale del Partito Democratico, essendo quella che meno ha subito gli effetti devastanti della crisi economica, costituisce lo zoccolo duro della conservazione sociale. All'opposto, sui Cinque Stelle, si è riversato non solo il voto dei giovani, ma delle fasce sociali più deboli».

Molto si è scritto (e abbiamo scritto) sul terremoto elettorale del 4 marzo. Abbiamo sempre sostenuto che le elezioni sono, per quanto deformato, uno specchio della realtà sociale.
Mai come il 4 marzo questa massima si è dimostrata vera.
E' un fatto che «il Movimento 5 Stelle è risultato di gran lunga il più votato fra gli under 35 – circa il 40% del totale –, mentre la fetta più ampia di over 65 – poco più di uno su quattro – si è invece diretta verso il PD».
Il Sole 24 Ore di oggi pubblica un'indagine (su dati Bankitalia) — vedi sotto —che a noi pare la più accurata e significativa tra quelle che sino ad ora abbiamo visionato. Perché? Perché incrocia il dato anagrafico con quello del reddito a seconda delle fasce di età. Ne viene fuori che:
«...la spaccatura economica fra generazioni non solo esiste oltre ogni dubbio, ma è diventata sempre più profonda, anno dopo anno». 
Sotto tre tabelle davvero istruttive.
In breve, come si sarebbe detto una volta, il massiccio voto al Movimento 5 Stelle, è non solo un voto giovanile ma un "voto di classe":
«In dieci anni i protetti dal sistema pensionistico non hanno subito cali restando (con qualche su e giù) allo stesso livello del 2006. Nel frattempo il resto d’Italia ha attraversato la più grave crisi economica del dopoguerra con gli under 40, in particolare, il cui reddito è crollato del 20%».
Altro che "sinistra"! Il grosso della base sociale del Partito Democratico, essendo quella che meno ha subito gli effetti devastanti della crisi economica, costituisce lo zoccolo duro della conservazione sociale. All'opposto, sui Cinque Stelle, si è riversato non solo il voto dei giovani, ma delle fasce sociali più deboli.

Una spinta sociale di cui Di Maio, al netto del teatrino sulla formazione del governo, dovrà tenere conto se non vorrà essere travolto.


*  *  *

Chi sono i nuovi poveri? Il reddito è una variabile generazionale
di Davide Mancino 



A confrontare mappe nel dopo elezioni, sovrapporre il successo del Movimento 5 Stelle alle aree povere d’Italia – sud in testa – è stata la cosa più naturale. La questione è con tutta probabilità più complicata, e non sembra che geografia e lavoro siano in grado di spiegare tutto da soli.

Eppure esiste un altro problema totalmente trascurato dalla politica ma non per questo meno importante: quello generazionale. Secondo un sondaggio condotto da Quorum per SkyTG24 subito dopo le elezioni, il Movimento 5 Stelle è risultato di gran lunga il più votato fra gli under 35 – circa il 40% del totale –, mentre la fetta più ampia di over 65 – poco più di uno su quattro – si è invece diretta verso il PD.

I risultati di un solo sondaggio vanno sempre presi con cautela. Tuttavia anche al di là del voto la spaccatura economica fra generazioni non solo esiste oltre ogni dubbio, ma è diventata sempre più profonda, anno dopo anno.

Ce lo ricorda intanto qualche numero arrivato da poco dalla Banca d’Italia, che con la sua indagine sui bilanci delle famiglie italiane ha fatto luce sui cambiamenti principali della nostra economia dal 2006 al 2016. Tutti i dati del rapporto sono stati aggiustati per tenere in conto l’inflazione, e dunque il fatto che un euro di oggi vale necessariamente meno rispetto a uno di diverso tempo fa.

Per quel che interessa qui, l’estrema sintesi del rapporto è la seguente: negli ultimi dieci anni, e anche dopo la crisi economica, gli italiani più anziani sono l’unico gruppo che ha perso pochissimo o spesso nulla; viceversa, il conto è stato pagato soprattutto dai giovani. Per questi ultimi, in aggiunta, la ripresa non è praticamente mai arrivata e al più ci sono stati dei piccoli miglioramenti marginali – ma nulla in confronto a quanto hanno perso.

L’esempio più semplice e insieme evidente di questo enorme aumento della disuguaglianza generazionale arriva dal reddito medio per età. Tutto considerato, in dieci anni i protetti dal sistema pensionistico non hanno subito cali restando (con qualche su e giù) allo stesso livello del 2006. Nel frattempo il resto d’Italia ha attraversato la più grave crisi economica del dopoguerra con gli under 40, in particolare, il cui reddito è crollato del 20%.

Tabella n. 1


Un altro modo di guardare al problema è attraverso la lente della povertà. Nel 2006 le famiglie composte da anziani erano povere tanto quanto altri gruppi come i 45-55enni, per esempio, e già molto meno dei giovani. Negli anni questa frattura si è allargata, con gli over 65 che ora risultano di gran lunga i meno poveri e tutti gli altri che lo sono diventati molto di più.

Il quadro, a grandi linee, resta simile anche considerando il tipo di reddito invece che la sola età. Dipendenti e autonomi che siano, per tutti i gruppi di lavoratori aumenta l’incidenza della povertà – unica eccezione, ancora i pensionati.

Tabella n. 2


Se invece di considerare il fiume del reddito prendiamo invece il lago della ricchezza – a intendere la somma di risparmi, attività, immobili e così via accumulati nel tempo – a risaltare in negativo sono ancora gli under 40. La ricchezza media nelle famiglie giovani si è praticamente dimezzata passando da 200 a 100mila euro circa, mentre quella degli over 65 è certamente un po’ minore, ma ha comunque preso un colpo meno forte rispetto a qualunque altro gruppo di età.

Qualunque sarà il governo prossimo venturo, ogni intervento che allenti i cordoni del sistema pensionistico non farà che allargare ancora di più questo genere di disuguaglianza – a beneficio di chi povero non lo è quasi mai, e allo stesso tempo pagato da chi ha ancora sulla schiena il peso pieno della crisi.

Tabella n.3












































* Fonte:

sabato 18 novembre 2017

POVERTÀ IN ITALIA: IL RAPPORTO DELLA CARITAS

[ 18 novembre 2017 ]

Abbiamo dato un primo sguardo a FUTURO ANTERIORE. Rapporto 2017 si povertà giovanili ed esclusione sociale in Italia, l'indagine che la Caritas ha presentato proprio ieri.
Uno spaccato illuminante della società italiana. Un lavoro enorme, meritorio, che ogni movimento politico e ogni militante dovrebbero studiare, per farne tesoro. E noi lo faremo. Viene da dire, "morta la sinistra popolare, per fortuna che c'è la (vituperata) chiesa cattolica".
Diamo al volo un sunto scheletrico del Rapporto tratto dal sito dell'ANSA.


«Capifamiglia under 34 sempre più poveri, tassi di disoccupazione giovanile tra i più alti d'Europa, ascensore sociale bloccato e record di Neet. In Italia la povertà tende a crescere al diminuire dell'età: i figli stanno peggio dei genitori, i nipoti peggio dei nonni. E' quanto rileva il Rapporto di Caritas italiana su povertà ed esclusione sociale 2017 "Futuro anteriore", che quest'anno si focalizza sulla vulnerabilità dei giovani.


"Se negli anni antecedenti la crisi economica la categoria più svantaggiata era quella degli anziani - si legge nel Rapporto, presentato oggi a Roma - da circa un lustro sono invece i giovani e giovanissimi (under 34) a vivere la situazione più critica, decisamente più allarmante di quella vissuta un decennio fa dagli ultra-sessantacinquenni". Nel nostro paese un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta; nel 2007 si trattava di appena uno su 50.

"Ancora più allarmante", sottolinea la Caritas, risulta poi la situazione dei minori con 1 milione 292 mila in povertà assoluta (il 12,5% del totale). Al contrario, diminuiscono i poveri tra gli over 65 (da 4,8% a 3,9%).
Nell'ultimo ventennio, osserva la Caritas, il divario di ricchezza tra giovani e anziani si è ampliato: la ricchezza media delle famiglie con capofamiglia di 18-34 anni è meno della metà di quella del 1995, mentre quella delle famiglie con capofamiglia con almeno di 65 anni è aumentata di circa il 60%.

Inoltre, la mobilità intergenerazionale "è tra le più basse d'Europa": tra i giovani (15 -34 anni) che svolgono una professione qualificata, solo il 7,4% proviene da una famiglia a basso reddito con stranieri. Per quanto riguarda la disoccupazione giovanile (15-24 anni), dal 2007 il tasso è salito di oltre 17 punti percentuali (dal 20,4% al 37,8% del 2016), uno degli aumenti più alti d'Europa (la media è da 15,9% a 18,7%).

L'Italia infine è il paese dell'Ue con la più alta presenza di Neet: nel 2016 3 milioni 278mila giovani (il 26% di chi ha tra 15 e 34 anni) risultavano fuori dal circuito formativo e lavorativo. Sono soprattutto donne (56,5%) e provengono dal Nord-est (65,3%). Il 16,8% è straniero».





mercoledì 25 ottobre 2017

AUTOMAZIONE, INTELLIGENZA ARTIFICIALE E NUOVA SCHIAVITÙ di Giovanna Cracco

[ 25 ottobre 2017 ]

Il più importante studio sull'automazione e la "intelligenza artificiale" è il rapporto dell'americana McKinsey: A future that works: automation, employ-ment and productivity
Di contro a certa sinistra che adora il "progresso" macchinico, Giovanna Cracco mette in evidenza come, in ambiente capitalistico, esso produrrà più sfruttamento, più emarginazione, più disumanizzazione.
«Negli Stati Uniti, la percentuale di occupazioni che può essere completamente automatizzata è molto piccola, meno del 5%, ma l'automazione influenzerà quasi tutte le occupazioni, non solo i lavoratori e gli impiegati di fabbrica ma anche giardinieri paesaggistici e tecnici dentistici, stilisti, venditori di assicurazioni e amministratori delegati, in misura maggiore o minore. Il potenziale di automazione di queste professioni dipende dalla tipologia di attività lavorativa che comportano, ma come regola di base circa il 60% di tutte le occupazioni hanno almeno il 30% delle attività che sono tecnicamente automatizzabili. Negli Stati Uniti, Paese per cui disponiamo dei dati più completi, il 46% del tempo trascorso in attività lavorativa in tutte le professioni e le industrie è tecnicamente au-tomatizzabile con le tecnologie attualmente esistenti. Su scala globale, l'automazione potrebbe interessare il 49% delle ore lavorative, che equivalgono a 1,1 miliardi di lavoratori e 15,8 trilioni di dollari in salari. Tra i diversi Paesi, il potenziale varia tra il 40 e il 55%, con appena quattro, Cina, India, Giappone e Stati Uniti, che rappresentano poco più della metà dei salari e dei lavoratori totali. Il potenziale potrebbe essere importante anche in Europa: secondo la nostra analisi, l'equivalente di 54 milioni di lavoratori a tempo pieno e più di 1,9 trilioni di dollari in salari nelle cinque grandi economie del continente: Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito. Questo allo stato attuale, ma poiché la tecnologia diventa sempre più avanzata, il potenziale crescerà»

Questo il rapporto McKinsey A future that works: automation, employ-ment and productivity del gennaio 2017, ma non è l'unico studio prodotto da società di ricerca sull'impatto della cosiddetta 'intelligenza artificiale' (AI) sul mondo della produzione manifatturiera e dei servizi, e dunque anche sul mondo del lavoro. Un impatto importante, che muterà completamente la realtà come oggi la conosciamo, e che non avrà nemmeno tempi lunghi se pensiamo che gli scenari parlano del 2055 come anno nel quale la metà delle attività lavorative potrebbe essere automatizzata - anche se gli studi sottolineano che ciò può avvenire vent'anni prima come vent'anni dopo, a seconda di

diversi fattori: lo sviluppo costante delle capacità tecnologiche, il costo della tecnologia, i vantaggi sulla produttività delle prestazioni automatizzate, la concorrenza con il lavoro (ossia quanto saranno bassi i salari e docili i lavoratori, visto che, dal punto di vista del Capitale, una macchina ha anche il pregio di non rivendicare diritti né scioperare) e l'accettazione sociale ("Un robot", scrive McKinsey, "può, in teoria, essere in grado di sostituire alcune funzioni di un'infermiera, per esempio. Ma per ora la prospettiva che questo possa effettivamente accadere in modo visibile potrebbe rivelarsi sconvolgente per molti pazienti che si aspettano e si fidano del contatto umano"). Come spesso capita — l'informazione italiana non brilla certo per qualità e ampiezza di sguardo -un tema che in molti Paesi è al centro del dibattito pubblico, qui trova ben poco spazio sui media main-stream (diversa è la rete): al più vengono spese le parole "automazione" e "Industria 4.0", senza entrare nel merito del loro significato né delle conseguenze.

Difficile dare una definizione di AI
, perché ne esistono diverse; semplificando, si può dire che è l'abilità di una macchina, sulla base di sistemi hardware e software, di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana, che significa anche modificarli relazionandosi con l'ambiente e imparando dall'esperienza; robot che saranno anche interconnessi fra loro e alla rete.

McKinsey ha analizzato 2.000 attività lavorative all'interno di 800 occupazioni, iniziando la ricerca sul potenziale di automazione dei settori dell'economia statunitense, per stabilire il quadro metodologico, e poi ampliando l'analisi ad altri quarantacinque Paesi, utilizzando dati comparabili nazionali e internazionali. La conclusione è che a

essere toccata dalla robotizzazione non sarà solo la produzione agricola e manifatturiera ma anche i trasporti, i servizi alberghieri e di ristorazione, il commercio al dettaglio, le attività d'ufficio e finanziarie, i servizi ospedalieri: in una battuta, "dal broker statunitense all'agricoltore indiano". L'intelligenza artificiale permetterà poi l'automazione non solo dei lavori poco qualificati e a basso reddito, ma anche di quelli che richiedono medie ed elevate competenze, a cui corrispondono quindi buoni salari: McKinsey calcola che negli Usa le occupazioni sotto i 15 dollari l'ora possono essere automatizzate al 51%, mentre quelle tra i 15 e i 30 dollari l'ora al 46%; la differenza quindi è minima.

Si pone dunque il problema di una fuoriuscita dell'elemento umano dal lavoro, con conseguente crescita di disoccupazione. Qui gli scenari dei diversi studi vanno in direzioni opposte: chi prefigura una disoccupazione di massa, non più assorbibile in alcun modo, perché le nuove figure professionali create dall'automazione non saranno mai in misura superiore ai posti di lavoro eliminati, e chi, come McKinsey, si dice convinto che dopo un'iniziale fase di destabilizzazione le persone licenziate troveranno un'altra occupazione. Quale non è dato sapere, poiché l'affermazione resta sul vago, ma è significativo il fatto che lo studio non si sottrae a una riflessione sull'istituzione di un possibile reddito di base erogato dallo Stato, anche se lo considera una soluzione temporanea che dovrebbe sostenere il lavoratore mentre, riqualificandosi, passa da un tipo di lavoro a un altro.

La prima considerazione che si fa strada leggendo questo genere di studi, riguarda il divario tra realtà economica e realtà politica: la prima, appoggiandosi a tecnologia e scienza, corre veloce all'inseguimento della produttività e dei profitti, non preoccupandosi di altro; la seconda resta indietro, arranca, cercando di comprendere le conseguenze di tale mutamento e di ipotizzare come regolarlo. Emblematica la relazione presentata il 27 gennaio scorso al Parlamento europeo da parte del Working group on robotic and artificial intelligence istituito dalla Commissione Legal Affairs. Ne hanno fatto parte anche rappresentanti di altre tre commissioni —Industria Ricerca ed Energia, Mercato interno e Protezione dei consumatori, Occupazione e Affari sociali— e il gruppo di lavoro ha consultato esperti di ambiti diversi, ricevendo contributi inclusi nella relazione. Una lettura da cui si riemerge con una sola certezza: non abbiamo la più pallida idea di che cosa abbiamo e avremo davanti né dove stiamo andando.

Innanzitutto, le conseguenze sull'Uomo
la relazione sottolinea «che lo sviluppo della tecnologia robotica dovrebbe concentrarsi sul complemento delle capacità umane e non sulla loro sostituzione» e deve «garantire che l'uomo abbia sempre il controllo sulle macchine intelligenti»; invita poi ad avere «particolare attenzione al possibile sviluppo di una connessione emotiva tra esseri umani e robot, in particolare nei gruppi vulnerabili (bambini, anziani e persone con disabilità)», sotto forma di «attaccamento emotivo e conseguente grave impatto emotivo o fisico».
Poi la questione della privacy dei dati, visto che le macchine AI sono interconnesse fra loro e alla rete: 
«Occorre prestare particolare attenzione a robot che rappresentano una minaccia significativa alla riservatezza per il loro collocamento in aree tradizionalmente protette e private, e perché sono in grado di estrarre e inviare dati personali e sensibili».
C'è anche il risvolto legale, che può sembrare marginale ma se ci sofferma a ragionare, non lo è affatto: chi sarà responsabile di eventuali danni causati da un robot AI? 
«Nell'ambito dell'attuale quadro giuridico" scrive la Commissione, "i robot non possono essere ritenuti responsabili di per sé per atti o omissioni che causano danni a terzi: le norme esistenti in materia di responsabilità coprono i casi in cui la causa del comportamento o dell'omissione del robot può essere ricondotta a un determinato agente umano, come il fabbricante, l'operatore, il proprietario o l'utente, e dove tale agente avrebbe potuto prevedere ed evitare il comportamento nocivo del robot. Secondo l'attuale quadro giuridico quindi, la responsabilità del prodotto —se il suo produttore è responsabile di un malfunzionamento— e le norme che regolano la responsabilità per azioni dannose —dove l'utente di un prodotto è responsabile di un comportamento che porta a danni— si applicano ai danni causati da robot, anche AI. Ma nello scenario in cui un robot può prendere decisioni autonome, le regole tradizionali non bastano a dar luogo a responsabilità legali per i danni causati da un robot, in quanto non consentirebbero di identificare il soggetto responsabile a cui richiedere l'indennizzo per il danno causato; è dunque necessario un chiarimento delle responsabilità per le azioni dei robot e, infine, della capacità giuridica e/o dello status dei robot».
Ci sono poi le conseguenze nel lavoro. Anche la relazione europea pone l'attenzione, come il rapporto Mc-Kinsey, sul rischio di disoccupazione di massa dovuto all'automazione, e rivolge diversi inviti ai governi dei Paesi: avviare un'analisi e un monitoraggio per settori della tendenza del mercato del lavoro; sviluppare sistemi di formazione e di istruzione in linea «con le future esigenze dell'economia del robot"ì»; aprire un dibattito «sulla sostenibilità dei sistemi fiscali e sociali sulla base dell'esistenza di redditi sufficienti, compresa la possibile introduzione di un reddito di base generale"ì»; e infine esaminare l'eventualità di istituire una tassa per l'utilizzo e il mantenimento di un robot, che potrebbe essere finalizzata al «sostegno e riqualificazione dei lavoratori disoccupati i cui posti di lavoro sono stati ridotti o eliminati"ì».

Ma c'è un altro aspetto su cui riflettere, e riguarda la mutazione del lavoro di chi un impiego l'avrà, a contatto con i robot AI. 
Se, come scrive McKinsey, nel 60% delle occupazioni a essere automatizzate saranno solo alcune singole attività, significa che le persone completeranno il lavoro svolto dalle
macchine. Dunque, per prima cosa, la relazione Uomo-macchina muterà radicalmente. Non sarà quella dell'operaio con la catena di montaggio, per intenderci: con la AI parliamo anche di dispositivi che l'essere umano indossa per collaborare con un robot che ha la capacità di ragionare e dialogare con l'ambiente circostante. A questo si aggiunge la possibilità, secondo la relazione europea, che l'automazione possa portare a un aumento dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori: 
«Mentre la tecnologia robotica indossabile, come gli esoscheletri volti a proteggere dalle lesioni sul posto di lavoro, potrebbero aumentare la produttività, potrebbero dare origine ad aspettative più elevate dei lavoratori umani e, a loro volta, a maggiori rischi di lesioni»; in più, se «la robotizzazione può, da un lato, ridurre l'onere fisico sui lavoratori, può anche portare a una maggiore tensione mentale tenuto conto della crescente responsabilità dell'individuo in processi produttivi più complessi»; senza dimenticare la necessità di fissare "ì«regole di responsabilità che assicurino che i danni causati da robot autonomi possano essere chiariti in favore dei dipendenti».
Infine, scongiurando uno scenario, la relazione fa intravedere un possibile orizzonte: 
«La decisione individuale di scegliere o rifiutare un impianto, la protesi o l'estensione a un corpo umano non deve mai portare a un trattamento o a minacce sfavorevoli riguardo all'occupazione, all'istruzione, all'assistenza sanitaria, alla sicurezza sociale o ad altri vantaggi, e si sottolinea che tutti i cittadini devono avere accesso uguale e privo di barriere a beneficiare di nuove tecnologie». 
L'automazione quindi potrebbe avere carattere coercitivo nel mondo del lavoro, ed è più che probabile che l'avrà, arrivando a obbligare un essere umano a impianti tecnologici pena il licenziamento —e la stessa imposizione potrebbe verificarsi nella scuola, nella sanità, nella sicurezza sociale (previdenza, welfare ecc.). E sarà anche fortemente concreta la possibilità che si sviluppi una nuova forma di diseguaglianza: cittadini di serie A, che potranno accedere (economicamente, lo snodo è sempre quello) a protesi tecnologiche, aumentando così in qualche modo le proprie capacità, e cittadini di serie B che ne saranno esclusi.

C'è chi, a sinistra, saluta l'avvento dell'intelligenza artificiale e dell'automazione, scorgendovi la possibilità di vedere realizzata l'utopia della liberazione dell'Uomo dal lavoro sfruttato e alienante; una visione nella quale si inserisce, come cardine, l'istituzione di un reddito universale di base. Difficile però credere che il futuro possa essere questo. La maggior parte delle istituzioni politiche ed economiche —e non fanno eccezione il rapporto McKinsey e la relazione approvata dal Parlamento europeo— parlano di un "reddito di inclusione sociale". Al di là della confusione mediatica nata sulla definizione, il modello, di fatto, è quanto già esiste in Gran Bretagna —che l'ultimo film di Ken Loach, "Io, Daniel Blake", mostra nei suoi meccanismi oppressivi e violenti— e implementato anche in Germania con il Piano Hartz
[1]: sussidi sociali al limite della sopravvivenza collegati a un lavoro coatto gratuito o che paga un salario miserevole —per inciso, anche la proposta presentata dal Movimento 5 Stelle va in questa direzione. 

Come evidenzia McKinsey, l'applicazione dell'automazione nella sfera produttiva dipenderà anche dalla concorrenza con il lavoro. È molto più probabile quindi che il futuro vedrà una larga parte della popolazione, quella che non avrà accesso, per impossibilità economiche, alle migliori scuole che creeranno le nuove figure professionali, più schiava che libera: persone destinatarie del reddito sociale e che andranno a creare quel settore del lavoro i cui salari saranno talmente bassi —o addirittura inesistenti— da far risultare il lavoratore umano più conveniente di una una macchina; e in quanto a docilità, la perdita del sussidio in caso di rifiuto a farsi sfruttare, la renderà estrema.

Non si tratta di condannare la tecnologia a priori, ma il punto è che il suo sviluppo si inserisce in un sistema capitalistico. Se non si tiene nel dovuto conto questo che è un dato fondamentale, si rischia di perdere la visione d'insieme.

* Fonte: Pagina Uno

NOTE

1) Cfr. Collettivo Clash City Workers, La Germania incantata, Paginauno n. 53/2017

domenica 22 ottobre 2017

LA SPIRALE DEL SILENZIO E LA PAURA DELL'ISOLAMENTO di Carlo Formenti

[ 23 ottobre 2017 ]
Il costante, contemporaneo, ridondante e contorto afflusso di notizie da parte dei media può, col passare del tempo, causare un'incapacità nel pubblico nel selezionare e comprendere i processi di percezione e di influenza dei media; in questo modo verrebbe a formarsi la cosiddetta spirale del silenzioIn questa situazione la persona singola ha il timore costante di essere una minoranza rispetto all'opinione pubblica generale. Per non rimanere isolata, la persona anche se con un'idea diversa rispetto alla massa non la mostra e cerca di conformarsi con il resto dell'opinione generale.

«Torna in libreria (ancora per i tipi di Meltemi, che l’aveva pubblicata una prima volta nel 2002) l’opera più conosciuta di Elisabeth Noelle Neumann, La spirale del silenzio, per una teoria dell'opinione pubblica, con una Introduzione di Stefano Cristante, docente di Sociologia della Comunicazione all’Università del Salento, il quale ha sempre dedicato particolare attenzione sia al tema dell’opinione pubblica che al modo in cui questa controversa autrice tedesca lo affronta.  [1] 


In cosa consiste questo contributo della Neumann? 
Ne La spirale del silenzio (uscito per la prima volta nel1980) La Neumann, oltre ad affermare che l’opinione pubblica è definizione moderna di una serie di fenomeni sociali
Elisabeth Noelle Neumann
che sono esistiti —sia pure in forme diverse— in tutte le fasi della storia sociale dell’umanità, sostiene le seguenti quattro tesi di fondo: 
1) la società esercita sugli individui una pressione costante attraverso la minaccia dell’isolamento; 2) per ogni essere umano la paura dell’isolamento è un sentimento tanto forte quanto costantemente avvertito; 3) a causa del timore di subire tale sanzione sociale —e al fine di non incorrervi — ogni individuo si sforza incessantemente di valutare “il clima di opinione” prevalente in ogni particolare momento; 4) in base a tale valutazione regola il proprio comportamento in modo da adattarlo all’opinione maggioritaria. 
Un corollario di queste tesi è che, nell’attuale fase storica, le tecnologie di comunicazione —i media— svolgono un ruolo strategico in quanto, contribuendo in misura determinante alla valutazione del clima di opinione, influenzano i nostri comportamenti.

Cristante richiama giustamente l’attenzione sulle conseguenze anti-individualistiche delle tesi della Neumann: la proclamata onnipotenza dell’individuo —che oggi viene sbandierata anche attraverso l’esaltazione del presunto ruolo emancipatorio e democratizzante della rete— è in realtà del tutto illusoria perché, ieri come oggi, l’espressione umana è limitata dall’appartenenza del singolo a un insieme di relazioni sociali che ne giudicano —ed eventualmente ne sanzionano— i comportamenti. Resta il fatto che lo schema della spirale del silenzio offre poco spazio alla comprensione dei motivi che possono determinare un radicale (e a volte fulmineo) cambiamento del clima di opinione.

Notiamo, per inciso, che analoghe difficoltà incontra il pensiero di un altro grande sociologo tedesco —anche lui esponente del pensiero conservatore e vicino alla CDU— come Niklas Luhmann, il quale, mentre analizza in modo convincente le dinamiche dell’equilibrio sistemico, appare assai meno efficace quando deve rendere conto di quelle che possono provocarne la rottura. Intendiamoci, non è che la Neumann non affronti il problema, che ignori cioè il fatto che opinione pubblica vuol dire controllo sociale ma può anche voler dire rottura del controllo sociale, tuttavia, annota Cristante, preferisce concentrarsi sul ruolo che possono svolgere in tal senso gli “sfidanti” come outsider, avanguardisti, eretici, riformatori, missionari (rovesciando così la sua prospettiva anti individualista!) mentre trascura quello delle pressioni “oggettive” (crisi economiche, crollo dei sistemi istituzionali, ecc.).


Mi pare di poter concludere che, ancorché interessante, al pensiero della Neumann, come a quello di altri grandi autori conservatori, manca del tutto la capacità di cogliere l’inscindibile unità —il continuo movimento di conversione incrociata degli uni negli altri— fra fattori soggettivi e oggettivi, fra rapporti sociali e relazioni individuali o, per usare il lessico marxiano (non nell’accezione volgare del diamat, ma in quella che ne offrono autori come Lukacs e Gramsci) fra struttura e sovrastruttura. Per illuminare l’enigma del mutamento del clima di opinione, più della teoria della spirale del silenzio, serve probabilmente il concetto gramsciano di egemonia inteso come lotta per il controllo del senso comune fra blocchi sociali antagonisti».

* FONTE: MICROMEGA

NOTE 

[1]  Controversa perché la Neumann è stata accusata – con particolare acredine dal sociologo ebreo americano Leo Bogart – di collusione con il regime nazista e di antisemitismo. In effetti la lunga vita (1916 – 2010) della Neumann non appare, sotto questo aspetto, esente da sospetti. Recatasi nella seconda metà degli anni Trenta negli Stati Uniti, dove studia i metodi e le tecniche di Gallup, il fondatore della sondaggistica, al rientro in Germania collabora con il settimanale “Das Reich” (sulle cui pagine, osserva Bogart, definisce “giudeo” il saggista americano Walter Lippmann). Nel 1946 si sposa con il giornalista Peter Neumann (a suo tempo iscritto al partito nazista) assieme al quale conduce, per conto delle autorità americane, ricerche demoscopiche sulle opinioni del popolo tedesco. Da allora fino alla morte lavora a stretto contatto con i leader della CDU, da Adenauer a Kohl. Ritornata in America negli anni 70, deve lasciare l’insegnamento a Chicago anche a causa (anche se non ufficialmente) della polemica innescata da Bogart.

Cristante documenta la linea di difesa della Neumann – linea che si basa su argomenti a dir poco deboli e che si fonda, essenzialmente, sul fatto che gli alleati non hanno ritenuto necessario sottoporla a un processo di denazificazione (i maligni potrebbero obiettare che, in quanto usata dai vincitori per le sue competenze tecniche, le è stato riservato il trattamento di favore concesso ad altri “cervelli” tedeschi). Ciò detto, resta il fatto che il suo contributo scientifico-culturale andrebbe valutato – come si è fatto per quello di altri grandi intellettuali tedeschi in odore di simpatie naziste, come Heidegger, Schmitt e Junger per citare i più noti – a prescindere dalla sua complicità vera, presunta o dettata dall’accettazione opportunistica delle circostanze, con il nazismo.

lunedì 21 agosto 2017

LO SMARTPHONE COME ARMA DI DISTRUZIONE DI MASSA

[ 21 agosto 2017 ]

Consegnamo ai nostri lettori un articolo tratto da la Lettura, allegato al Corriere della Sera del 20 agosto 2017. Tratta della cosiddetta iGen, la generazione dell'iPhone, ovvero i nati tra il 1995 e il 2012.
Chi pensava che più in basso della generazione Millennial non si potesse andare, si sbagliava.




«Prosciuga il cervello» 
Lo smartphone ai ragazzi divide gli accademici 
di Costanza Rizzacasa D’Orsogna 


«Uno studio interdisciplinare delle Università del Texas, New Jersey e San Diego su 800 studenti di età media 21 anni conferma il punto di non ritorno. Si chiama brain drain, letteralmente «prosciugamento del cervello». 

È ciò che accade al nostro per la sola presenza dello smartphone. Anche se lo teniamo spento, anche se è in un’altra stanza. Già il solo possederlo riduce le nostre capacità cerebrali. Perché è oggetto dei nostri pensieri. 
L’età del campione è importante, e non a caso allo studio ha collaborato anche uno scienziato della Disney. Sappiamo che il cervello si evolve, e le diverse aree corticali maturano a età differenti. Ad esempio le cortecce prefrontale e frontale, legate alla razionalità, alle cognizioni, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano attorno ai 25 anni. 

Di giovani e giovanissimi si occupa anche la psicologa Jean Twenge nel nuovo libro iGen, in uscita negli Usa in questi giorni. iGen, ovvero la generazione dell’iPhone, l’altro appellativo della Generation Z
I nati tra il 1995 e il 2012, che non ricordano un tempo senza internet, dodicenni all’uscita dello smartphone Apple (2007), che 3 iGen americani su 4 oggi possiedono. E, certo, anche i Millennial sono cresciuti con il web, ma non era così onnipresente nelle loro vite, non ce l’avevano in tasca. 
In un capitolo anticipato dall’«Atlantic», Twenge sostiene che i post-Millennial, più a loro agio online che nella vita reale, sono sull’orlo del più grave esaurimento degli ultimi decenni. 
«L’avvento dello smartphone – scrive – ha modificato ogni aspetto della vita dei teenager, e li sta uccidendo». 
A prima vista si direbbe il contrario. Rispetto alle generazioni passate, la vita degli iGen è molto più sicura. Non fumano, non bevono, non fanno uso di droghe, molti non hanno neanche la patente. E però dal 2011, nota Twenge, i tassi di depressione e suicidio nei teenager si sono moltiplicati. 
Prendete le interazioni sociali. Il numero di adolescenti che si vede con gli amici quasi tutti i giorni è crollato, tra il 2000 e il 2015, di oltre il 40%. Anche i primi appuntamenti diminuiscono: nel 2015, interessavano il 56% dei 17-18enni, contro l’85% di Baby Boomer e Gen X
Il risultato è un crollo dell’attività sessuale (in parte una buona notizia, perché le gravidanze in età adolescenziale sono scese del 67% rispetto al picco del 1991). Ma il sesso, nei maschi, è rimpiazzato dalla pornografia online. Già nel 2015 ne guardavano due ore a settimana e per Philip Zimbardo, psicologo di Stanford che da anni studia le conseguenze di videogame e porno online, ne sono drogati. 
«La crisi della mascolinità, l’assenza dei padri, il confronto coi successi delle coetanee – diceva Zimbardo qualche anno fa al “Corriere della Sera” – spingono i teenager a rifugiarsi nel cyberspazio, cercando lì le sicurezze e le conferme che non trovano altrove». 
Il risultato? 
Da un lato aspettative non realistiche negli incontri reali, ma anche il rifiuto di questi ultimi per paura di non piacere. 
Ma gli adolescenti lavorano anche molto meno delle generazioni precedenti. Negli anni Settanta il 77% dei diplomandi americani aveva un lavoro part-time: nel 2015 solo il 55%. Per le migliori condizioni economiche delle famiglie, certo, e perché molti di quei lavori, come il commesso da Blockbuster, non esistono più. Ma lavorare voleva dire indipendenza, comprarsi la macchina. Invece uno studio del Pew Research, due anni fa, evidenziava l’infrangersi di un mito, immortalato da Happy Days a Beverly Hills 90210: il lavoretto estivo. Oggi ce l’ha meno di un terzo dei teenager, e l’oggetto più desiderato non è l’auto, ma lo smartphone. 

È lo smartphone a segnare il passaggio alla maturità, che per Google arriva già a 13 anni. Maggiorenni per navigare da soli: la patente, oggi, è quella di internet. Gli iGen, quindi, hanno molto più tempo libero delle generazioni precedenti. E lo passano da soli, sullo smartphone, spesso infelicissimi. A confessarlo sono proprio loro. 

Secondo l’annuale indagine Monitoring the Future, i 13-14enni che trascorrono 10 o più ore a settimana sui social hanno il 56% di probabilità in più di dirsi «giù». Al contrario, se passano più tempo della media con gli amici, le probabilità sono il 20% in meno. La solitudine è ai massimi storici, aumenta il rischio di depressione: del 27% nei 13-14enni che fanno grande uso dei social, mentre diminuisce in chi fa sport. I social riflettono la popolarità dei ragazzini, e, per i loro parametri, il loro valore. Si moltiplicano sindromi come Fomo (Fear of missing out, la paura di essere esclusi). 

E se da tempo gli esperti di salute mentale denunciano il legame tossico tra like e autostima, un nuovo studio della Royal Society for Public Health britannica dice che è Instagram l’app più pericolosa, perché più di tutte scatena l’inadeguatezza. E poi il sonno. Meno di 7 ore a notte per gli adolescenti che passano 3 o più ore al giorno sullo smartphone, contro le nove raccomandate a quell’età. Nel 2015 il 57% in più soffriva di carenza di sonno rispetto al 1991. Fin qui la Twenge, la cui tesi ha scatenato anche polemiche. 
«Basta col panico morale a ogni innovazione. Era accaduto già nel Settecento – scrive sul “Guardian” Catherine Lumby, docente all’australiana Macquerie University – con l’avvento del romanzo e negli anni Cinquanta con il rock&roll. I teenager non dovrebbero passare la vita su uno schermo, ma prima di lagnarcene dovremmo essere noi genitori a smettere di farlo». 
Altri invece, mentre sottolineano l’insufficienza di dati clinici per parlare di grave crisi mentale, concordano su quanto lo smartphone modifichi i processi neurologici. 
«Dire che gli smartphone abbiano distrutto una generazione è esagerato – spiega a “la Lettura” David Greenfield, fondatore già negli anni Novanta del Center for Internet and Technology Addiction – ma le conseguenze dell’abuso sono inequivocabili. Ciò che mi preoccupa di più è la distrazione. Il lobo frontale negli adolescenti non è ancora sviluppato, sono più impulsivi e meno coscienti del rischio. Le probabilità di un incidente stradale sono perciò 6-7 volte maggiori». 
Greenfield, che ha creato una scala per misurare la dipendenza da smartphone, nota che anche l’etica del lavoro, negli iGen, è diversa: 
«Sono così abituati alla gratificazione immediata dello smartphone che la loro soglia di tolleranza è molto più bassa». 
Più allarmante ancora, o meno a seconda dei punti di vista, potrebbe essere la correlazione tra smartphone e droghe. Secondo il National Institute on Drug Abuse, nel 2016 l’uso di droghe illegali tra teenagers è sceso ai minimi dal 1975, e gli scienziati si chiedono se non sia perché sono costantemente stimolati dagli smartphone, che come le droghe agiscono sui livelli di dopamina. Greenfield ne è convinto. 
«In pratica, con lo smartphone, negli ultimi 10 anni i ragazzini si sono portati in giro una pompa di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito della ricompensa. È così con le notifiche, che controlliamo in continuazione, ed è il motivo per cui definiamo lo smartphone la più piccola slot machine al mondo»

domenica 2 luglio 2017

REDDITO DI CITTADINANZA Emacipazione del lavoro o lavoro coatto?

[ 2 luglio 2017]

E' appena uscito nelle librerie il libro REDDITO DI CITTADINANZA Emancipazione del lavoro o lavoro coatto? Autori 
Giuliana Commisso e Giordano Sivini


Giuliana Commisso, ricercatrice confermata, insegna Governance e sviluppo nel corso di laurea magistrale in Scienze Cooperazione e Sviluppo dell’Università della Calabria. Ha pubblicato con Asterios nel 2016 La genealogia della governance. Dal liberalismo all’economia sociale di mercato. 
Giordano Sivini è stato professore di Sociologia politica presso la Facoltà di Economia dell’Università della Calabria. Ha pubblicato con Asterios nel 2016, l'imperdibile La fine del capitalismo. Dieci scenari.


Beppe Grillo avrà mai letto il testo del disegno di legge sul Reddito di cittadinanza proposto dal Movimento Cinque Stelle? Ridare dignità a milioni di persone è un giusto obiettivo, e in Parlamento solo questo disegno di legge lo persegue. Gli strumenti che intende usare, invece, non sono dignitosi, dall’obbligo di documentare una ricerca attiva di lavoro non inferiore a due ore giornaliere, a quello di accettare un qualsiasi lavoro se dopo un anno di ricerca non si ha ancora un’occupazione. Dignità lesa e sconquasso del mercato del lavoro.

E’ già successo: in Gran Bretagna i poveri sono costretti al lavoro coatto gratuito, altrimenti perdono il sussidio; in Germania devono accettare i piccoli lavori in cambio di salari miserevoli che si aggiungono al sussidio. Il libro Reddito di cittadinanza: emancipazione dal lavoro o lavoro coatto? (Trieste, Asterios, 2017) analizza diffusamente anche queste situazioni.


Un approccio alternativo al Reddito di cittadinanza è quella del Reddito di inclusione sociale veicolato dal governo sulla base di un progetto dell’Alleanza contro la povertà, che riunisce organizzazioni cattoliche e confederazioni sindacali. Prevede sussidi ‘ai più poveri tra i poveri’ in funzione delle disponibilità di bilancio e previo impegno delle famiglie che subiscono la povertà di correggere atteggiamenti e comportamenti, e dei loro componenti adulti e abili a lavorare.

La coazione al lavoro è la costante di tutti i disegni di legge presentati al parlamento. Il libro ne esamina obiettivi e strumenti per mostrare come si adeguino passivamente alla logica della flessicurezza imposta dalla governance europea. Questo è il terreno su cui in Italia si misura la politica, mentre altrove irrompe il dibattito sul reddito universale incondizionato.

sabato 20 maggio 2017

ESTRARRE, MERCIFICARE E SORVEGLIARE di Dario Guarascio

[ 20 maggio ]

«La trasformazione in atto è visibile anche guardando ai dati economici. In pochissimi anni, una manciata di multinazionali del capitalismo digitale - Amazon, Google, Facebook, Microsoft, Apple, per citare le più rilevanti – è divenuto il blocco di potere globale più significativo dal punto di vista del valore economico e della capacità d’influenza politica». 


Dario Guarascio sarà ospite, assieme a Marco V. Passarella, del convegno "LAVORO E AUTOMAZIONE", che si svolgerà il prossimo 3 giugno a Perugia (vedi grafica sotto)

Per sapere di più del convegno di Perugia clicca QUI


«Nella Londra di 1984 (Penguin, 2008 p. 326), il solo luogo dove Winston Smith può nascondersi per sfuggire allo sguardo inquisitorio di Big Brother è una piccola intercapedine della sua casa. Asserragliarsi in quel rifugio è l’unica strategia per pensare in modo autonomo fuggendo dall’eterno presente in cui sono costretti gli abitanti di Oceania. La sorveglianza ininterrotta e la sistematica distruzione di tutto ciò che è esperienza e storia annichilisce l’arbitrio, erigendo il riflesso condizionato a norma comportamentale. Nel 1984, lo stato d’emergenza permanente giustifica ogni forma di repressione e rende accettabili le più odiose condizioni sociali. Una comunicazione di massa cacofonica e martellante inverte e mortifica il reale, ad uso e consumo dei governanti. Guerra è pace. Ignoranza è forza. Libertà è schiavitù. Più si dimostra contraddittoria e priva di coerenza e più la cultura dominante stringe il giogo al collo delle masse, conformando i pensieri nei loro meandri più profondi. 

A sessantotto anni dalla pubblicazione del visionario romanzo di George Orwell, il modo di produzione capitalistico sta attraversando una profonda trasformazione che, a tratti, ricorda lo scenario distopico governato dalla IngSoc
Secondo la sociologa Shoshana Zuboff (1988, 2015), il regime di accumulazione che va oggi consolidandosi ha nella sorveglianza uno dei suoi tratti essenziali. E nella capacità di catturare informazioni riguardanti i dettagli più intimi dell’individuo una fondamentale fonte di potere economico e politico. Analizzando con cura le tesi recentemente esposte da Hal Varian (2010, 2014), capo economista di Google e tra i padri della microeconomia contemporanea, Zuboff ha identificato i tratti salienti di quello che definisce il “capitalismo della sorveglianza”. 

Estrazione

Che le regole lo prevedano o meno, che vi sia o non vi sia il consenso da parte degli interessati, per le imprese del capitalismo digitale è vitale poter acquisire masse di informazioni sempre più grandi, sempre più intime e sempre più aggiornate. Tutto questo, seguendo Varian, avrebbe solo implicazioni positive in quanto “…le persone sono ben contente di vedere la loro privacy invasa…purché ricevano in cambio quello che desiderano…uno sconto su una polizza assicurativa o sanitaria, un mutuo ad un tasso più conveniente…tutti sono pronti ad essere tracciati e monitorati poiché i vantaggi attesi in termini di risparmio, efficienza e sicurezza sono enormi…” (Varian, 2014: 30). Chi denuncia i problemi etici ed i rischi per la privacy impliciti in un monitoraggio permanente di questo tipo è rapidamente liquidato da Varian. Quest’ultimo propone un inquietante parallelismo tra Google ed il proprio medico di fiducia. Se ci si “fida” di Google, sostiene Varian, se si è disposti ad affidarle la nostra esistenza in formato elettronico, proprio come si fa con il medico quando ci affidiamo a lui “senza avere segreti”, lei disegnerà attorno a noi un Eden. Un Eden dove i desideri sono anticipati ed esauditi da assistenti personali che, nutrendosi dei nostri dati più intimi, arriverebbero a conoscerci meglio di quanto effettivamente conosciamo noi stessi. Questi profili individuali, informatizzati e in continuo aggiornamento, costituiscono il filone aurifero su cui soggetti economici come Google, che guadagnano vendendo identità digitali a chi poi bombarda le controparti umane con iniziative commerciali di ogni genere, vorrebbero l’esclusiva. Questi profili digitali sono la base del nuovo regime di accumulazione, quelli che Zuboff chiama i “beni sorveglianza”. 

Mercificazione

I miliardi di soggetti che “si fidano” di Google e delle altre imprese che mettono a valore i “beni sorveglianza” vengono immediatamente risucchiati in un processo di aggregazione e decontestualizzazione. Se, da un lato, meccanismi quali la trasparenza radicale e la pornografia emotiva (Anime elettriche. Jaca Book, 2016 p.118) spingono gli individui a rivelare tutto di se stessi fino al più imbarazzante dei particolari contribuendo così ad arricchire il filone aurifero dei Big Data, dall’altro, per le corporation come Google o Facebook, i dati individuali non sono altro che dei bit da trasformare in profitti. Ecco, quindi, che le soggettività nascoste dietro i trilioni di informazioni su relazioni, spostamenti, preferenze, reazioni emotive, vengono rielaborate, combinate e mercificate con finalità del tutto avulse da ciò che ha originariamente spinto l’agire di quelle stesse soggettività. Da questo punto di vista, le imprese che accumulano “beni sorveglianza” guardano alla popolazione di fornitori di soggettività come ad una massa indistinta. Le caratteristiche e le intenzioni individuali sono irrilevanti, ciò che conta è trasformare queste ultime, strappandole dalle soggettività che le hanno originate, in profili informatizzati vendibili sul mercato. Il capitalismo della sorveglianza, dunque, sembra spingere il processo di mercificazione oltre ciò che già Marx aveva preconizzato. Lungo la catena di montaggio, la mercificazione del lavoro e l’estrazione del plusvalore avvengono entro un perimetro ove il conflitto tra soggettività individuale e condizione sociale sono ben riconoscibili. Nell’acquario dove nuotano i fornitori inconsapevoli di “beni sorveglianza”, al contrario, viene meno la capacità di cogliere la propria alterità rispetto al rapporto di produzione in cui si è immersi. 

Controllo

Se ci si fida delle corporation dei Big Data, cosa c’è di male nel portare sempre con se dispositivi capaci di tracciare ogni dettaglio del nostro essere? La chiave della trasformazione in atto sta nel grande equivoco che accompagna il processo di digitalizzazione delle relazioni socio-economiche: l’equivoco della neutralità tecnologica. Quando si manda una mail tramite un account Google o si accede ad un profilo social mediante un dispositivo mobile per esprimersi, raccontarsi, pubblicare una foto, si ritiene di compiere innocui e neutrali atti di comunicazione. Quando si accetta che dei cookies di profilazione siano introdotti nel proprio pc, si pensa a delle banali procedure per migliorare i servizi online. Quando si assiste alla sempre più intensa informatizzazione di parti della società come i servizi pubblici o la finanza si spera semplicemente di avere un futuro guadagno in termini di tempo e denaro risparmiato (Weapons of math destruction. Allen Lane, 2016). Ma non è così. Il combinato disposto di algoritmi capaci di processare enormi masse di dati, dispositivi in grado di tracciare un numero sempre maggiore di caratteri individuali e tendenze culturali per cui le relazioni tra identità digitali sembrano sovrastare per importanza quelle tra gli esseri in carne ed ossa coincide con l’operare di un enorme macchina della sorveglianza. Mentre nel processo di mercificazione gli individui divengono una massa indistinta di profili da valorizzare e le informazioni che li riguardano sono esclusivamente strumentali all’ottenimento di beni da commerciare, quelle stesse informazioni si trasformano in formidabili strumenti di controllo quando l’obiettivo è sorvegliare e, se del caso, reprimere. 

La trasformazione in atto è visibile anche guardando ai dati economici. In pochissimi anni, una manciata di multinazionali del capitalismo digitale - Amazon, Google, Facebook, Microsoft, Apple, per citare le più rilevanti – è divenuto il blocco di potere globale più significativo dal punto di vista del valore economico e della capacità d’influenza politica. Un blocco di potere fortemente interconnesso al suo interno: la pervasività dei servizi di Google e Facebook è tale perché aziende come Apple forniscono i dispositivi per potervi accedere e perché quelle come Microsoft garantiscono interfacce immediate e intellegibili per usarli. Vi sono, però, differenze sostanziali che rendono i dominus del capitalismo digitale differenti dai giganti che primeggiavano nelle fasi tecnologiche precedenti. A dispetto della mole di ricavi che queste imprese continuano ad accumulare, la loro attività ha un impatto occupazionale risibile se comparato a quello di una qualsivoglia grande azienda manifatturiera o dei servizi (confrontando le dimensioni occupazionali di Google e Facebook rispetto al gigante dei servizi WalMart la differenza è impressionante: le prime occupano, rispettivamente, 50.000 e 25.000 persone mentre la seconda circa 1.300.000). In secondo luogo, il modello di business delle imprese dei Big Data smantella l’equilibrio su cui si è sin qui costruito il patto sociale proprio delle economie liberali. Già con Henry Ford, il riconoscimento di salari e condizioni di vita superiori al livello di sussistenza veniva identificato come un elemento strategico per garantire, alle stesse imprese capitalistiche, la capacità riproduttiva. La mancanza di masse dotate dei mezzi utili a consumare in linea con le necessità riproduttive del sistema, infatti, avrebbe pregiudicato la capacità di vendere i beni prodotti e dunque di ottenere una realizzazione economica. Per le imprese che macinano profitti accumulando beni sorveglianza, tuttavia, le condizioni di vita di utenti e lavoratori divengono un dato marginale in ragione della loro bassa intensità occupazionale, del fatto che i dati personali vengono “donati” e della radicale a-territorialità di questi soggetti economici. Nel capitalismo digitale, in altre parole, sembrano rarefarsi gli elementi di reciprocità che hanno sin qui temperato il carattere intrinsecamente conflittuale e caotico della società capitalistiche. 
La gestazione delle tecnologie digitali oggi più diffuse è avvenuta in una fase storica caratterizzata da acute diseguaglianze economiche e sociali e da una crescente atomizzazione delle relazioni, personali e lavorative. Il consolidamento di queste tecnologie sembra approfondire queste tendenze con conseguenze i cui tratti è ancora difficile delineare. La preminenza di un regime di accumulazione basato sull’estrazione di dati personali e, in ultima analisi, sulla sorveglianza pone seri interrogativi circa la compatibilità di democrazia e proprietà privata di tecnologie che consentono l’estrazione, l’archiviazione e la vendita di dati personali». 



* Fonte: l’Indice dei Libri, maggio 2017

Riferimenti bibliografici

Ippolita (2016). Anime elettriche, Jaca book

O’Neil (2016) Weapons of math destruction. Allen Lane – Penguin books

Orwell, G. (2008) 1984, Penguin books, prima edizione Secker & Warburg 1949

Varian, H.R. (2010).

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