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martedì 2 ottobre 2018

IL RAZZISMO: OLOGRAMMA O MINACCIA CONCRETA? di Norberto Fragiacomo

[ 2 ottobre 2018 ]

Cosa sta succedendo nell’Italia “gialloverde”?

A prestar fede ai notiziari si ha netta l’impressione che il neofascismo abbia rialzato la cresta e – complice la benevola protezione della Lega – facinorosi di estrema destra imperversino nelle città, prendendo di mira gli immigrati e quel poco che residua della sinistra. Fascismo e razzismo ci vengono presentati come una coppia di fatto, dioscuri in rapida ascesa che s’infiltrano in tutti i ceti sociali dissodando il terreno a beneficio di forze autoritarie, nazionaliste, antioccidentali e (magari) guerrafondaie.

Questa narrazione prende spunto da episodi gravi[1] e meno gravi, che vengono “cuciti insieme” dai media in modo da alimentare un allarme che, entro certi limiti, appare giustificato. Che nel nostro Paese operino movimenti che s’ispirano scopertamente al fascismo (CasaPound, Forza Nuova) è un dato di fatto, ma che questi partiti abbiano un seguito considerevole è contraddetto dall’evidenza degli esiti elettorali: anche sommando i loro voti a quelli di Fratelli d’Italia restiamo ben lontani dai “fasti” del MSI, che negli anni ’70-’80 veleggiava intorno al 7/8%. Chi fa professione d’antifascismo contrasterebbe la nostra lettura “minimalista”: anche la Lega, persino il M5S sono sospettabili di fascismo!

Perché? Perché Salvini e i suoi sono (fino a prova incontestabile: sarebbero) razzisti, e dove allignano sentimenti razzisti si annida di necessità il fascismo.



Chiedersi se il fascismo italiano[2] sia stato o meno razzista equivale a formulare una domanda retorica: altroché se lo era – domandare conferma a etiopi, libici, sloveni, persino ai russi invasi. Il fascismo però non si risolve nel razzismo, per un motivo banale: a essere razzista, all’epoca, era il mondo intero, “democrazie” comprese. I triestini, poi, non possono ignorare che il disprezzo venato d’odio nei confronti degli slavi non è fenomeno d’importazione né risale al ventennio: le frasi feroci di un Felice Venezian (ebreo e liberalnazionale) o di un Timeus precedono di molto la nascita dei Fasci, nel marzo del ’19.

E allora? Allora è d’uopo interrogarsi sulla natura del razzismo, definirlo, per approfondire – in un secondo momento – il suo legame con l’attualità.

Fascismo e nazionalsocialismo sono imbevuti di razzismo, ma non l’hanno inventato loro: siamo alle prese con un’ideologia tardo-moderna che postula un riparto dell’umanità in “razze” classificate in base ad una precisa gerarchia, al cui vertice sta quella nordeuropea. Questa suddivisione fra “superiori” e “inferiori” – avallata dalla scienza del tempo – giustifica la pretesa dei primi di disporre a piacimento dei secondi.

Partiamo da una constatazione: il razzismo non è affatto una costante della storia sociale dell’umanità. Gli antichi, ad esempio, ne erano immuni: i greci si reputavano migliori dei persiani, ma per ragioni politico-culturali, e comunque li tenevano in gran conto, mentre i romani festeggiarono il millenario dell’Urbe regnante l’arabo Filippo e videro salire al trono imperatori di origine africana, trace, gallica, illirica ecc. Si potrà obiettare che l’élite patrizia non assistette di buon occhio all’ingresso in Senato, voluto da Cesare, di alcuni maggiorenti di stirpe celtica, ma attenzione: lo stesso disdegno era riservato a neofiti di umili origini, quali ad esempio centurioni, soldati ecc. L’aristocrazia romana era classista, non razzista: prova ne siano i rapporti di stretta amicizia intrattenuti da molti suoi membri con nobili stranieri, mentre per il povero si avverte sprezzo e indifferenza. Il medioevo fu un’età buia, ma non infettata dalla patologia di cui trattiamo: i suoi primi sintomi si manifestano, a ben vedere, in concomitanza con le scoperte geografiche. La conquista delle Americhe pone l’europeo di fronte al “radicalmente altro”, all’alieno: la differenza di religione, cultura e tecnologia non basta a spiegare una politica genocida mai sperimentata prima da altri avversari[3](ad es. i mussulmani). Alcune voci critiche dell’epoca registrano un compiacimento sadico da parte degli invasori nell’uccidere, umiliare, torturare: questa prassi oggettivamente razzista non ha però una giustificazione teorica, se si escludono certi balbettii sugli indigeni sprovvisti di anima.

Un sacerdote triestino, di recente, ha ricondotto la genesi del fenomeno alla stagione illuminista: in effetti, i semi gettati dalla filosofia settecentesca sono innumerevoli e contraddittori, ma la mala pianta mette radici verso metà ottocento. Gobineau, Chamberlain e altri scrittori – tutti europei occidentali – sviluppano teorie coerenti e rivendicano per esse un fondamento scientifico. Queste tesi incontrano immediatamente vasta popolarità, e non per caso: spuntano per così dire “al momento giusto”. Nessun suggeritore, nessuna regia occulta: semplicemente rispondono alla perfezione alle esigenze dei ceti dominanti in un’età caratterizzata da espansione coloniale (il c.d. fardello dell’uomo bianco, pesante da portare ma… per gli altri!) e accese rivalità fra potenze vecchie e nuove. La falsa coscienza di appartenere a una “razza superiore”, diffusa ad arte fra gli appartenenti ai ceti bassi, compensa l’umiliazione quotidiana in patria e produce a ciclo continuo soldati senza scrupoli, disposti sul continente e altrove a macchiarsi delle peggiori nefandezze[4]. Chiunque abbia letto “Il supplizio del legno di sandalo” di Mo Yan resta scioccato di fronte alle gratuite, odiose brutalità commesse dai tedeschi dell’800 in un Paese di antichissima civiltà qual è la Cina: interiorizzare il razzismo “scientifico” conduce a considerare l’altro (sia esso un singolo o un popolo intero) una cosa priva di valore, di dignità e di diritti.

Tanto per essere chiari: il razzismo storico è sovrastruttura necessaria di un sistema che pratica l’imperialismo di rapina ed è al suo interno multipolare e in continuo fermento, vista la lotta serrata fra un pugno di nazioni (bianche e industrializzate) per la supremazia economico-militare globale. Preciso che esso non è appannaggio dei ceti umili, dal momento che la dignità (pseudo)scientifica cui è assurto seduce pure le élite, già educate a uno spietato classismo. Di quest’ultimo – “eterno”, e perciò destinato a sopravvivergli – il fenomeno razzista è un clone: vale comunque la pena lumeggiarne i connotati. Per prima cosa vanta una “base scientifica”, che lo rende socialmente rispettabile e fa sì che assurga a ideologia interclassista; in secondo luogo è uno strumento di aggressione/sopraffazione ai danni di genti dipinte come arretrate e perciò senza diritti; ancora, costituisce una sorta di premio di consolazione per plebi e proletariati europei[5], “riscattati” dalla loro appartenenza a quella che appare come la meglio umanità. La caratteristica più importante la cito per ultima: si confà perfettamente ai bisogni del sistema liberalcapitalista in una precisa fase storica di sviluppo.

L’impiego propagandistico da parte dei ceti egemoni dei concetti – di per sé neutri – di “razza” e “nazione” a fini di espansione territoriale e predominio economico è denunciato a più riprese dal nascente movimento operaio, che ha in Marx ed Engels i suoi ispiratori. La guerra civile in Francia[6] reca testimonianza degli ammirevoli (ma vani) sforzi fatti dai lavoratori francesi e tedeschi per evitare il conflitto, ma anche dell’eccelsa abilità manipolativa esibita dalle classi dominanti dei due paesi. Nei suoi “indirizzi” Karl Marx sottolinea a più riprese il livello di consapevolezza raggiunto dalla classe operaia, ma sono le pessimistiche profezie di Engels ad attrarre l’attenzione: 
«E non si è verificata alla lettera la predizione [di Marx] che dopo l'annessione dell'Alsazia-Lorena (…) la Germania (…) avrebbe dovuto, dopo una breve tregua, armarsi per una nuova guerra e precisamente per "una guerra contro le razze alleate degli slavi e dei latini"? (…) E non pende forse quotidianamente sul nostro capo la spada di Damocle di una guerra, nel primo giorno della quale tutte le alleanze ufficiali fra i principi andranno disperse come polvere; di una guerra di cui nulla è certo eccetto l'assoluta incertezza del suo esito; di una guerra di razze, che sottoporrà la Europa intiera alla devastazione da parte di quindici o venti milioni di uomini armati, e che se già non imperversa è solo perché persino il più forte dei grandi Stati militari è preoccupato per la totale impossibilità di calcolare il risultato finale?»[7]
L’analisi è talmente corretta da rasentare la preveggenza, e spiega la radicale avversione manifestata dal movimento socialista - sin dai suoi esordi - nei confronti del razzismo e del nazionalismo, cui esso contrappone un internazionalismo proletario che, senza disconoscere le peculiarità etniche e culturali di ciascun popolo, promuove l’affermarsi dell’uguaglianza fra tutti gli esseri umani. Non è un caso, allora, che le uniche (e vibranti) voci di condanna del razzismo si odano “a sinistra” e che Lenin – nell’edificare l’Unione Sovietica – si opponga a qualsiasi velleità di supremazia dei “grandi russi” sulle altre popolazioni dell’URSS.

Il tramonto dell’ideologia razzista, tuttavia, non è causato da fattori esogeni, bensì endogeni. Il crollo del Reich decennale seppellisce anche il suo credo, e le atrocità commesse dai nazisti forniscono un alibi per la repentina inversione di rotta: abomini passati e ricerche dagli esiti fallimentari/grotteschi[8] convincono gli scienziati che la strada intrapresa un secolo prima è senza sbocco, e va pertanto abbandonata. La specie umana è una sola (lo si sapeva pure prima…): nel periodo postbellico assistiamo a uno schifato ripudio delle dottrine razziste[9], che conservano un certo vigore soltanto in aree periferiche (ad es. il Sud degli Stati Uniti, il Sudafrica ecc.) o in contesti marginali. Ciò che prima era la norma diventa intollerabile eccezione: piacerebbe pensare che ciò sia dovuto a un rinsavimento collettivo, ma la realtà è purtroppo diversa.

Il dopoguerra ci consegna un mondo bipolare, e un blocco occidentale che oltre ad essere predominante è coeso – per il semplice fatto che esso risulta egemonizzato dagli Stati Uniti d’America, cioè dalla sua aristocrazia economico-finanziaria. Non è più tempo (all’interno del c.d. mondo libero) di conflitti fra Stati e imperialismi contrapposti: se lo scopo è la globalizzazione dei mercati e la sostituzione del cittadino con il consumatore indifferenziato allora il razzismo diviene un ostacolo – e una sovrastruttura di cui sbarazzarsi – perché le idee (malsane) che ne stanno alla base mal si conciliano con il disegno di omogeneizzazione progressiva dell’umanità… un obiettivo che con la caduta del muro apparirà finalmente alla portata dell’èlite.

Il Capitale si rivela più antirazzista di Marx ed Engels… ma solo perché il vecchio arnese ne intralcia lo sviluppo!

Allora la domanda da porsi è questa: è possibile una recrudescenza oggidì dell’epidemia razzista? Se è vero che 1) quest’ideologia non gode più di alcun credito scientifico, 2) è socialmente inaccettabile, 3) non serve più a mobilitare e irreggimentare le masse per finalità di sopraffazione, 4) contrasta con le esigenze dell’economia dovremmo rispondere di no.

Eppure ci assicurano che le cose stanno all’opposto… che il razzismo si sta risvegliando. Sottolineo a scanso di equivoci: la vulgata non sostiene che esistono piccoli nuclei razzisti in seno ai popoli (cosa verissima), ma che popoli interi sono oramai proclivi al razzismo. Oltre a dircelo lo provano anche? Vediamo: due anni fa esaminai il caso Brexit, cioè – ad essere preciso – la reazione dell’establishment politico-culturale dell’Occidente alla vittoria del Leave. Fu una reazione scomposta: giornalisti e intellettuali noti per il loro aplomb rovesciarono sui leavers fiumi di fango[10]. Vecchi, ignoranti, ingrati… pure “razzisti”, perché la vecchietta inglese il cui figlio non trova lavoro avrebbe votato contro la UE in odio agli immigrati. Dalla Gran Bretagna il contagio si sarebbe diffuso ovunque, anche in Italia: non sarebbero forse manifestazioni di razzismo l’avversione nei confronti dei rom, l’antipatia per le ONG e il sospetto covato verso i migranti di pelle scura che giungono da oltremare? 

La faccio breve e rispondo: no. Non lo sono perché quello descritto è un atteggiamento non offensivo ma difensivo, che nulla ha a che vedere con una pretesa di superiorità (razziale o d’altro genere)[11]. La citata vecchina inglese non vede nel nero un inferiore, ma colui che “ruba” il lavoro al figlio, dopo essersi sistemato in casa d’altri[12]. Analisi semplicistica la sua? Assolutamente sì, addirittura primitiva… ma le masse non sono composte da filosofi, e comunque – come ripetono i polacchi - głodnemu chleb na myśli[13]

Piuttosto, come sottolineavo all’epoca, dovrebbe spaventarci il livore mostrato verso i poveracci dagli opinion makers: potrei definirlo razzismo di classe, mancasse una parola più adatta – che invece c’è, ed è classismo.
Tralasciando il razzismo contro le presunte masse razziste, resta sullo sfondo una questione: può risorgere questa dottrina – novella araba fenice - dalle sue ceneri? Non mi sento di escluderlo del tutto: un neo-isolazionismo americano (che l’èlite USA però non tollera: pensiamo alla quotidiana guerra dei media a Trump) scompaginerebbe le carte sul tavolo e – anche senza ipotizzare un tanto – i finanzieri occidentali potrebbero avere interesse a sostenere qua e là, per motivi tattici, singoli regimi di ispirazione nazionalista.
Anche un nuovo fascismo è dunque astrattamente configurabile – ma sempre col beneplacito del Capitale, s’intende. 

Non sostengo a ogni modo che l’insofferenza palesata da larghi strati della popolazione europea (ed italiana in particolare) sia derubricabile a mugugno da bar: la Storia riporta cruenti episodi di caccia allo straniero anteriori di molti secoli ai primi pogrom e all’emergere del razzismo nell’Europa contemporanea. Occorre quindi rimanere vigili, e l’esortazione a “restare umani” deve risuonare alta e forte – ma ad essa si eviti, per cortesia, di mescolare condanne gratuite e ammaestramenti rivolti, in attuazione di schemi irrigiditi, alle platee sbagliate. E’ futile spiegare all’operaio che vota Lega che il magrebino che gli ha “fregato il lavoro” è un uomo come lui: probabilmente non l’ha mai messo in dubbio, ma a preoccuparlo sono l’impiego che non ha più, il viavai nell’appartamento vicino, il presunto spaccio sottocasa ecc. 

Concludendo, quello che mi sento di affermare è che scendere in piazza contro due “ipotesi di lavoro” trascurando insidie realmente incombenti non denota da parte di chi lo fa una particolare saggezza[14], specie ove si consideri che il nostro mondo geme sotto il tallone di un totalitarismo “ammodo” ma spietato (il capitalismo nella versione 2.0) e che l’odio di classe ostentato dai dominanti nei nostri confronti nulla ha da invidiare al più becero razzismo ottocentesco.
I Nemici ci sono, e sono in campo da un pezzo: basterebbe saperli individuare.





NOTE



[1] Comunque non paragonabili a quelli che, quasi regolarmente, accadevano 40 anni fa: allora gli estremisti non si facevano scrupoli a scendere in strada armati e a sparare sugli avversari politici.
[2] Oltre che razzista, il fascismo mussoliniano fu tante altre cose, quasi tutte negative: alcune lodevoli realizzazioni (dalle bonifiche alla previdenza sociale) non controbilanciano i crimini commessi. Rifiuto però la definizione di “male assoluto”: anzitutto perché non risponde al vero, in secondo luogo perché quest’enfatica e vacua etichetta pare coniata da un “marchettaro” neoliberista.
[3] L’unico parallelismo che mi viene in mento è la cruenta, bestiale repressione dei contadini tedeschi dopo la Bauernkrieg d’inizio ‘500 (rimando alla lettura del mio testo L’ultima Carta contro la barbarie, 2016).
[4] All’occorrenza rispunta però uno schietto classismo: alludo alle decimazioni indiscriminate della Grande Guerra, al diverso trattamento di ufficiali e soldati prigionieri ecc.
[5] Non va infatti scordato che il razzismo è un’esclusiva di noi europei…
[6] Opera che raccoglie vari indirizzi e scritti di K. Marx, introdotti da una prefazione di F. Engels del 1891.
[7] K. MARX, La guerra civile in Francia, ed. Lotta Comunista, pag. 12.
[8] Si pensi a quelle effettuate dalla spedizione Schäfer-Beger in Tibet, nell’immediato anteguerra.
[9] La damnatio memoriae colpisce non solamente le idee, ma anche le parole: sui motivi della messa al bando del termine “razza”, che ha valenza descrittiva, ho scritto in passato e perciò non mi dilungo.
[10] Rimando al già citato L’ultima Carta contro la barbarie.
[11] Per tornare “a bomba” ai famigerati gialloverdi: specula Salvini su questi confusi sentimenti? Assolutamente sì! Cerca lo stesso ministro-capopopolo di inculcare nei cittadini la convinzione di un’italica superiorità spendibile in campagne d’oltremare? Non mi risulta proprio…
[12] In sintesi, come ho detto più volte: quello che viene spacciato per razzismo è xenofobia, letteralmente “paura dello straniero”.
[13] Lett.: chi ha fame pensa al pane (cioè: chi ha una preoccupazione in testa non ha tempo per altre questioni).
[14] Chiarisco: certe manifestazioni - come quella in risposta alla marcia di glorificazione della “vittoria” fissata da CP per il 3 novembre a Trieste - sono assolutamente doverose, perché tese a smascherare l’esaltazione di disvalori quali il nazionalismo, il militarismo ecc. L’importante è che non diventino un format, un rituale utile a giustificare la propria esistenza (e magari a rinsaldare alleanze con forze nocive e reazionarie, ma tanto politically correct).

sabato 7 luglio 2018

LA SINISTRA (COMPASSIONEVOLE) ZINGARESCA di Norberto Fragiacomo

[ 7 luglio 2018]


Volentieri pubblichiamo questo contributo, che pienamente condividiamo, del compagno Norberto Fragiacomo, esponente di Risorgimento Socialista.


*  *  *

A “salvataggio” concluso, i numeri sono quelli di un’ecatombe: disoccupazione al 20 e passa per cento, oltre 1/5 delle famiglie in condizioni di estrema indigenza, potere d’acquisto ridotto di 1/3, mortalità infantile alle stelle (+26%). 

Graeciam captam ferus victor confecit, eppure i vertici di Rifondazione Comunista,in una nota peraltro abbastanza equilibrata, lodano i meriti e la “determinazione del governo di Syriza” e il manifesto va anche oltre, riconoscendo ad Alexis Tsipras, quinta colonna della troika in terra ellenica, di aver «cercato sempre, appena si è aperto uno spiraglio, di alleviare il peso per gli ultimi della società» (magari introducendo nuovi diritti civili…) in un articolo favorevole sin dal titolo a un leader che ha turlupinato il suo popolo.


Anziché a Leonida stanno erigendo un monumento ad Efialte, e con coerenza: se si ritiene che il sistema attuale sia un a priori immodificabile, arrendersi subito è più ragionevole che resistere a oltranza. Basterà poi qualche giaculatoria per mondarsi l’anima.
Residua un anticapitalismo di facciata, continuamente esibito ma privo di contenuti, perché diretto contro un fantasma (l’idea astratta di Capitale), non contro le riconoscibilissime manifestazioni reali di un’idea che è anzitutto prassi operativa: i c.d. Mercati, l’Unione Europea delle lobby, la catena dell’euro, il dominio coloniale degli Stati Uniti sull’Europa intera, il business strategico delle grandi migrazioni.


Se non puoi batterli unisciti a loro, consiglia il detto, ed ecco allora il progressivo spostamento sulle tematiche dei diritti civili — che sta rendendo l’ex “sinistra estrema” autenticamente radicale, nel senso di pannellian-boniniana — e l’attacco quotidiano a un governo ancora in prova, che ha il torto fra i tanti di “rischiare l’isolamento dell’Italia in Europa”. Questa accusa — avanzata per vero dalla destra liberista marca PD, ma nient’affatto contraddetta dalle debolezze alla sua sinistra — inchioda solamente chi la formula: ci si dovrebbe anzi rallegrare per la condotta di un esecutivo che mostra di non voler chinare il capo dinanzi all’ipocrita ed altezzosa arroganza franco-tedesca (come han sempre fatto invece i predecessori) e arriva persino a minacciare la sospensione del contributo economico italiano alla UE e l’esercizio paralizzante del diritto di veto. Mi si potrebbe obiettare che sono solo parole, al pari delle condivisibili promesse progressiste che va facendo Di Maio, ma la critica che viene da sinistra è un’altra: queste parole ben dette (cui temo non seguiranno condotte consequenziali) sono di per sé condannabili, poiché mettono in discussione il dogma della nostra supina appartenenza al moltiplicatore di discordie e rivalità nazionali chiamato (im)pudicamente Unione Europea.


Non è che la c.d. sinistra, riconosciuta l’imbattibilità dell’avversario, abbia rinfoderato lo spadino di legno: semplicemente, per giustificare la propria sopravvivenza, prova oggi a rivolgerlo contro un nemico alla propria portata. Primum vivere, deinde philosophari, anche se sui fronti di Facebook e twitter (praticamente gli ultimi rimasti) filosofi e agitatori da rotocalco abbondano. 


Obbiettivi delle salve quotidiane sono il governo “penta-fascio-leghista" — 
FdI e Casapound ne fanno parte a loro insaputa, ma la loro presenza virtuale non è sfuggita ai commentatori più acuti e scafati... — unanimemente definito “il più a destra della storia della Repubblica”: altro geniale a priori, visto che l’esecutivo non ha ancora fatto alcunché di concreto) e soprattutto il Ministro degli interni Salvini, fatto oggetto di insulti giornalieri che, a differenza di quelli rivolti una tantum al Presidente Mattarella, non suscitano alcuna riprovazione da parte dei benpensanti. Anzi: le pesanti ingiurie rivolte da Saviano a Matteo II sono espressione di indignata consapevolezza e meritano pertanto gli applausi, anche quando sono gratuite (“ministro della malavita”, poi, è quasi un complemento involontario, visto il contributo dato da Giolitti alla storia politica nazionale). 

Al di sotto degli attacchi personali si intravedono una strategia e un programma: quello di tagliare i ponti con la plebaglia ritirandosi su un virtuoso Aventino di (non) eletti. Pochi saranno ammessi, dopo rigorosa selezione — per i rossobruni c’è invece posto all’inferno, dove raggiungeranno Nicola Bombacci (cit. G. Cremaschi). Ed è proprio Cremaschi ad aver lanciato a più riprese l’anatema contro i “finti marxisti che appoggiano Salvini”, siano essi Fusaro e Bagnai o il semplice quivis de populo che esprime dubbi sul dogma dell’assoluta doverosità di una politica di accoglienza indiscriminata. Può darsi che queste dichiarazioni bellicose e pleonastiche (soprattutto le repliche di un originale già discutibile) preludano a un riposizionamento della componente Eurostop all’interno di Potere al Popolo (cioè, elettoralmente parlando, del Nulla),ma il passaggio in secondo o terzo piano della critica alla UE e ai suoi strumenti di dominio, su cui il movimento era sorto, sostituita da un rude buonismo pro migranti indica, a mio avviso, un arretramento, una rinuncia a fare davvero politica. Con questo ricompattarsi, anche all’interno di Potere al Popolo, di una sinistra rigidamente anti-sovranista la formazione cui appartengo (Risorgimento Socialista) dovrà fare tosto o tardi i conti: forse è preferibile abbandonare il gruppone finché si è in tempo, cercando in solitudine sentieri nuovi e — si spera — nuovi (o magari “vecchi”) compagni di avventura piuttosto che incamminarsi in corteo verso il burrone dell’irrilevanza e della banale accettazione dell’esistente.

Al “siamo tutti migranti” si sovrappone, all’occorrenza, un virtuoso “siamo tutti zingari”, utile a rivendicare la superiorità etico-morale di autori e followers nei confronti della massa fascisteggiante: ormai gli schiaffi in faccia al popolo, di cui avevo dato conto in precedenti articoli, sono diventati motivi di vanto, e pazienza se in questa cornice di “lotta (e sfida) continua” trovano poco spazio i temi del lavoro, dello sfruttamento, dell’inaridirsi dei diritti sociali. Non ho letto su FB dichiarazioni del tipo “siamo tutti riders” oppure “siamo tutti studenti che lavorano gratis”: forse perché si rischia di dover dar ragione al balilla Di Maio, che qualcosa sta provando a fare, o più probabilmente perché, come dicevo, è più facile ottenere risultati riconoscibili, immediati e galvanizzanti per l’esigua base giocando a fare i compassionevoli che non intraprendendo una lotta di lungo periodo contro i mulini a vento.

La “sinistra zingaresca” è oggidì un personaggio in cerca d’autore, o perlomeno di copioni da interpretare: troppo debole, pavida e sfibrata per opporsi al sistema (che infatti all’occorrenza appoggia: si pensi al supporto di voti offerto al finanziere ultraliberista Macron nel ballottaggio contro la Le Pen) trova la propria ragion d’essere nelle liturgie passate (opportunamente sfrondate dagli impeti rivoluzionari) e, ubriaca di buonismo astratto, esalta il sottoprelatariato scambiandolo per i proletari e demonizza questi ultimi per il loro presunto egoismo borghese. 


Ma sì… questi operai che votano Lega sono razzisti, buzzurri e pure un po’ fascisti… “Che roba contessa, quei quattro straccioni!”

Assisteremo ancora a lungo, penso, a funeree marce antifasciste in città sprangate e ostili, con lancio di maledizioni all’indirizzo di un nemico di comodo e gole di spettri da cui fuoriuscirà un flebile e patetico:
siamo ancora vivi!

venerdì 1 giugno 2018

UNA REPUBBLICA FONDATA SULLO SPREAD di Norberto Fragiacomo

[ 1 giugno 2018 ]

«Ritengo ci siano gli estremi per avviare la procedura di cui all’articolo 90 della Costituzione, sono convinto dell’opportunità che il Presidente faccia un passo indietro — e lo dico proprio per il grande rispetto che provo per la carica di cui è investito. Finché dà voce alla Costituzione chi sta al Quirinale va ascoltato in religioso silenzio; quando inizia a parlare la lingua dei mercati, degli interessi di parte ecc. egli diventa criticabile al pari di qualsiasi altro politico».

Ritorno (un po’ più) frigido pacatoque animo sulla questione del discorso presidenziale del 27 maggio, che ha suscitato nel sottoscritto una vivissima riprovazione. 

Le mie convinzioni politiche non c’entrano nulla — non ero e tuttora non sono un simpatizzante della Lega, e del M5S ho scritto peste e corna. Il punto è evidentemente un altro: qui si tratta di Democrazia con la maiuscola, rispetto della Carta Costituzionale e delle istituzioni. Il Presidente, ci è stato insegnato all’università, è la Viva vox Constitutionis, il suo primo necessario attuatore: spetta a lui rispettarne non soltanto la lettera, ma anzitutto lo spirito. “Il Presidente della Repubblica nomina, su proposta del Presidente del Consiglio, i Ministri”: il testo dell’articolo 92 si ferma qui, non precisa — non espressamente — se la scelta presidenziale sia discrezionale o vincolata. Il riferimento alla “proposta” è però chiarificatore, e lumeggia un aspetto: il Presidente della Repubblica non fa di testa sua, si attiene a quella che è, a tutti gli effetti, una designazione.


In fondo è cosa abbastanza logica, quasi scontata, che chi è stato incaricato di guidare l’esecutivo sia libero di indicare i propri futuri collaboratori. Ciò non significa che il Capo dello Stato debba accettare qualsivoglia diktat: tocca a lui verificare che i candidati presentino i requisiti — morali, ma non solo — per poter accedere all’alta funzione. 

Pertanto casserà le singole proposte che non superino un vaglio di legittimità e/o ragionevolezza, perché ad esempio il prescelto è ineleggibile, incandidabile ecc., oppure in conflitto d’interesse  (anche potenziale) ovvero perché la sua condotta passata presenta delle macchie (es.: commissione di reati che non lo rendono tuttavia ineleggibile) tali da sconsigliare una sua partecipazione al governo  del Paese. 

Ho parlato di condotte, cioè di fatti: ciò che è inammissibile, in democrazia anche formale, è che un candidato sia respinto perché le sue idee sono giudicate “pericolose” - attenzione: non sovversive, odiose o antidemocratiche, semplicemente non in linea con quelle dell’establishment, o addirittura con gli interessi di organismi stranieri ed operatori economici. Se il Capo dello Stato fosse legittimato ad effettuare valutazioni siffatte, chiaramente “di merito”/opportunità, non avrebbe più senso parlare di irresponsabilità (da un punto di vista giuridico, sia chiaro): sarebbe lui, di fatto, il capo del governo, colui che ne detta la linea

In effetti, l’articolo 92 è stato interpretato dai costituzionalisti, con pochissime eccezioni, nel senso da noi proposto — aspetto più importante, per decenni la prassi istituzionale si è sviluppata su questa falsariga, assurgendo con il tempo a consuetudine (costituzionale, e dunque vincolante). Il Presidente della Repubblica non è un “notaio”, ma neppure un decisore, perché rispetto al Governo è figura terza: deve assicurare il rispetto delle regole, non coniarne di nuove. 

Si possono ipotizzare delle eccezioni, nelle eventualità — sempre più frequenti — di “governi del Presidente”: allora il potere di ingerenza si rafforza, si potrebbe parlare di una co-decisione rispetto alle nomine ministeriali, ma proprio perché siamo di fronte a governi c.d. “tecnici” e non politici (almeno sulla carta, perché se si guarda a visione della società e disegno strategico dovremmo concludere che uno degli esecutivi più politici della Storia della Repubblica sia stato quello presieduto da Mario Monti). Il Governo Conte-Di Maio-Salvini, pur nel suo carattere di novità, era chiaramente espressione di una maggioranza politica, pertanto il Presidente avrebbe dovuto limitarsi ad effettuare una verifica formale, mai e poi mai avrebbe dovuto scendere nel merito, pronunciarsi sull’opportunità delle singole scelte. A questa  massima il Quirinale non si è attenuto: al contrario, nel discorso di domenica 27 maggio il Presidente ha voluto essere sin troppo chiaro, esplicitando le ragioni per cui ha deciso di non nominare il Professor Savona e tirando addirittura in ballo il risparmio degli italiani(!). 

Sembra di essere ritornati all’epoca della “democrazia bloccata”, con la differenza che oggi le cose vengono dette apertamente e senza infingimenti: certe politiche, anche se appoggiate dalla maggioranza dei votanti, sono vietate ai governi, off-limits a prescindere da chi si adoperi per portarle avanti. Dovremmo apprezzare questa rinuncia ad un’«ipocrisia» che, a conti fatti, poteva essere anche interpretata come rispetto per le forme? 

Personalmente non la apprezzo affatto — anzi, provo sconcerto e rabbia per una simile politicissima dichiarazione di intenti da parte di chi dovrebbe, al contrario, assicurare la libertà del gioco democratico e assumere sempre una posizione imparziale di garanzia. 

Parafrasando Grillo, il Quirinale non è di destra né di sinistra: è sopra. Se scende nell’agone politico, pretendendo di imporre una linea ai governi, si arroga funzioni non sue, e soprattutto entra in conflitto  con la volontà popolare liberamente espressa. Domenica 27 maggio ci è stato detto, in sostanza, che il nostro voto vale meno di un’oscillazione dello spread, che avere opinioni contrarie a quelle mainstream è proibito, che la nostra è una Repubblica “democratica” fondata sul pareggio di bilancio e l’inchino ai Trattati europei. La prova? L’immediata estrazione dell’asso dalla manica: l’incarico a  Cottarelli, un neoliberista graditissimo ai nostri “partner” (i contorcimenti dello Spread sono un invito inequivoco a concedergli una rapida fiducia parlamentare). 

Una decisione d’impeto? Suvvia, siamo seri…

Ritengo ci siano gli estremi per avviare la procedura di cui all’articolo 90 della Costituzione, sono convinto dell’opportunità che il Presidente faccia un passo indietro — e lo dico proprio per il grande rispetto che provo per la carica di cui è investito. Finché dà voce alla Costituzione chi sta al Quirinale va ascoltato in religioso silenzio; quando inizia a parlare la lingua dei mercati, degli interessi di parte ecc. egli diventa criticabile al pari di qualsiasi altro politico.

venerdì 28 aprile 2017

BALLOTTAGGIO FRANCESE (5): LA “SINISTRA PERBENE” CHE TIFA PER MACRON di Norberto Fragiacomo

[ 28 aprile ]

«Confesso che non mi spaventano eventuali accuse di “rossobrunismo”: sono scempiaggini e paccottiglia propagandistica, nient’altro. Mi rattrista semmai l’impossibilità per il sottoscritto di incidere sugli eventi, di contribuire ad arrestare questa deriva disumana… ma, raggiunta l’età adulta, gli uomini devono imparare a convivere con la loro miserabile limitatezza e io – sia pur con sofferenza – l’ho fatto da un pezzo».


Tra due settimane, probabilmente, Emmanuel Macron ascenderà vittorioso allo scranno presidenziale: fossi francese (senza essere un banchiere, un rinomato professionista o un intellettuale di grido), non gli regalerei tuttavia il mio voto, a nessun costo.

Marine Le Pen non suscita in chi scrive né simpatia né particolari ripulse: è una politica scafata e ambiziosa - forse fin troppo ambiziosa, visto che ben difficilmente nel breve-medio periodo vedrà avverarsi i suoi sogni di gloria. Il cognome, che pur le ha spianato inizialmente la strada, costituisce per lei il freno maggiore[1], assieme a un “fronte” ancor oggi pieno zeppo – stimo – di nostalgici ed estremisti impresentabili. A essere sincero, non mi dispiacciono la sua visione critica dell’Europa attuale (anche se, con ogni probabilità, la “nuova Europa” che lei vagheggia non assomiglia per niente a quella che ho in testa io, malgrado talune casuali assonanze) e alcuni aspetti del suo programma economico-sociale, aggiornato negli anni e contenente proposte che avremmo definito, un tempo, di “sinistra moderata” (e che, se comparate a quelle del “regressista” Macron, potrebbero sembrare oggidì quasi di sinistra estrema). In ogni caso, lasciarsi sedurre dai programmi elettorali è da ingenui: infiniti esempi, gli ultimi dei quali racchiusi nel trentennio che va da Mitterrand a Tsipras, ci ammoniscono che quasi mai essi trovano attuazione pratica, e che il tentativo – caro a partiti interclassisti come il FN - di sposare gli interessi dei padroni (o padroncini) con quelli di impiegati e operai si risolve di regola in una beffa per le maestranze.

Detto questo – che nella Le Pen non ho eccessiva fiducia, anzi ne ho ben poca – aggiungo che una sua improbabile affermazione potrebbe essere foriera di conseguenze tutt’altro che negative. La reazione del sistema (dalle borse ai media) al risultato del primo turno è stata sgangheratamente entusiastica: facile arguirne che un rovesciamento dei pronostici in maggio prenderebbe in contropiede l’establishment, mettendolo in seria crisi. Non si potrebbe più affermare, con sicumera da talk show, che i successi colti dai “populisti” sono stati un irripetibile accidente, una parentesi aperta dalla Brexit e chiusa da Trump (o Renzi): allo sgomento dei potenti farebbe da contraltare la presa di coscienza, da parte delle masse anonime, che nessuna storia è già scritta, e che in questo mondo tutto – ma veramente tutto - può ancora accadere. In fondo, anche l’esito del referendum su Alitalia era scontato per i media… senza contare che, paradossalmente, una sinistra autentica all’opposizione intransigente di Marine troverebbe maggiore ascolto, su tv e giornali, di quello ottenuto finora, e ben più spazio di quei coriandoli di notizie che le sarebbero sprezzantemente concessi regnante Macron. Infine, rivolgo un invito alla riflessione a chi ama ammantarsi della toga del riformista e pensa che le cose possano sempre aggiustarsi a un tavolo di trattativa: non è meglio, o meno peggio, avere per controparte un avversario vistosamente indebolito che uno tracotante e sicuro del suo strapotere? Se l’aveva istintivamente capito un Orazio qualunque, potrebbero farcela anche i nostri acuti intellettuali…

Ma lasciamo stare la Le Pen per concentrarci non su Macron, bensì sui tanti suoi sostenitori che albergano nella c.d. sinistra italiana. Tralasciando il PD, che è sovrastruttura della destra economica al pari del movimento En Marche!, mi pare di poter individuare tre diverse categorie di tifosi.

I primi li definirei gli “indottrinati”: sono quei militanti e dirigenti che, in qualsiasi direzione si voltino, scorgono uno squadrista col coltello fra i denti e la camicia nera. Si tratta perlopiù di gente in buona fede, che magari coi neofascisti si è scontrata sul serio; può darsi in gioventù abbia fatto uso di qualche allucinogeno, ma dosi ben più massicce di droga mediatica sono state propinate a costoro dagli anni ’90 in poi. Lo ricordate Gianfranco Fini che dipinge il fascismo come “male assoluto”? Non credo fosse farina del suo sacco, ma slogan come il suddetto, ripetuti a ritmo martellante, si sono impressi indelebilmente nelle coscienze anche (e soprattutto) dei vecchi militanti di sinistra. Se il fascismo è il male assoluto (e l’ideale comunista non sta bene esibirlo troppo, perché ci narrano che si fondava sui gulag) qualsiasi alternativa ad esso è, nella peggiore delle ipotesi, un male minore, che poi può essere abbellito fino a diventare un quasi bene. L’antidoto al fascismo metafisico e atemporale è la democrazia, parola vuota ma sonante: così è stato insegnato, e anche quando sgangherate parodie vengono presentate su sfondi desolati, ebbene, non sarà difficile strappare agli indottrinati un applauso. Forza Macron, perché la Le Pen è Belzebù e il grido En Marche! un esorcismo.

La seconda categoria di macroniani è composta da quasi tutti i transfughi del PD e da buona parte di coloro che bazzicano SI e consimili formazioni della “sinistra radicale ma non troppo”: mi piace chiamare costoro renziani a loro insaputa. Cosa intendo? Intendo che questa gente si è opposta e si oppone a Renzi per questioni eminentemente personali (cioè di posti, potere e visibilità) ovvero perché non ne condivide il modus operandi – non perché abbia un progetto politico, una visione della società e del futuro che siano incompatibili con quelli del fiorentino. D’Alema, Bersani e compagnia bella hanno da tempo optato per il liberismo nella sua versione global: la prova dell’assunto ce la forniscono politiche e frequentazioni ben precedenti alla discesa in campo del “giovanotto” toscano. Le liberalizzazioni, la precarizzazione del mercato del lavoro non sono infatti imputabili a Renzi, sebbene quest’ultimo abbia spinto sul pedale con particolare veemenza. Lo stesso Bersani, d’altra parte, ha rotto su una questione marginalissima e – come avrebbe detto Vendola, quando concionava ancora nei salotti televisivi – “politicista”, dopo aver votato l’invotabile, cancellazione dell’articolo 18 compresa. Mettiamola in questi termini: la c.d. sinistra interna si è alzata dal tavolo renziano non perché schifata dalla pietanza liberista, ma semplicemente perché non poteva sopportare la villania – e, passatemi il termine, la “schiettezza” – del nuovo padrone di casa, che diceva pane al pane e invitava al suo desco personaggi che era consigliabile frequentare solo di nascosto. Essendo Macron un liberista più beneducato di Matteo, lo benedicono, non trovando nulla da ridire su politiche che rappresentano una continuazione soltanto un pochino più hard delle loro. Per questi macroniani la sinistra si riduce a un pieno di diritti civili, qualche goccia di beneficenza e tante mielose parole di conforto per chi sta sempre peggio: la loro adesione al sistema è solo formalmente critica.

Da ultimo ci sono i macroniani a sorpresa, quelli che – dopo averci riempito la testa per anni con il predominio della finanza, la spietatezza delle multinazionali e la sottomissione di una politica venduta – scoprono all’improvviso che il sistema in cui viviamo è ancora “il migliore dei mondi possibili” e si esibiscono in capriole dialettiche per concludere che sì, in fondo il programma di Macron non è mica male, lui vuole riformare l’Europa, giusto? Insomma, dopo aver denunciato per almeno un lustro i guasti della propaganda capitalista, realizzano che la stessa è di loro gusto e i finanzieri sono stati diffamati ingiustamente. “Hanno commesso errori”, chioserebbero contriti i macroniani della seconda categoria, per essere subito consolati dai neoconvertiti: “sì, ma si stanno redimendo, cambieranno l’Europa e ci restituiranno i diritti di cui, per sbaglio, hanno fatto scempio.” Qui non si tratta – attenzione! – di riformisti che si ribellano ai “rivoluzionari” in nome del buon senso: i riformisti e i rivoluzionari del ‘900 si scontravano sui mezzi, non sul fine ultimo, che era pur sempre la costruzione di una società socialista. Per i neoconvertiti, invece, comunismo e socialismo sono tutt’a un tratto diventati ingombrante ciarpame: il globalismo liberista è qualcosa di ineluttabile, tanto vale accoglierlo con inni gioiosi. Per quanto riguarda la vicenda francese, le argomentazioni pro Macron sono intellettualmente poca cosa, un fritto misto di antifascismo da indottrinati (categoria 1) e – per l’appunto – di preteso realismo (categoria 2). L’aggravante risiede nel fatto che costoro – come ho premesso – per anni e anni hanno frequentato assiduamente convegni di ogni sorta, lanciando allarmi e anatemi contro il sistema: sono quindi meno perdonabili degli intossicati da propaganda e persino degli opportunisti “storici”, che mai si sono sognati di proporre un cambio di regime. Ad inchiodarli, oggi, sono proprio gli esercizi di retorica che ci hanno ammannito per lungo tempo, e che si sono rivelati semplici chiacchiere da kermesse politica, senza seguito né costrutto.

Concludo: l’accusa di “fascismo” scagliata contro Marine Le Pen è apodittica e in mala fede, perché funzionale a non affrontare le questioni realmente significative. Non sostengo che la candidata del FN non sia una nazionalista: lo è, ma questo non è affatto sinonimo di fascismo, così come non è necessariamente esclusiva dei “fascisti” una ragionata cautela nei confronti dell’immigrazione (rimando a quanto scrissi oltre un anno fa su Bandiera Rossa[2]). Ammettiamo però per assurdo che, nel suo intimo, Marine Le Pen sia fascistissima, e poniamoci un quesito: questo la renderebbe davvero il nemico pubblico numero uno? Alba Dorata mi fa sincero ribrezzo, ma ad ammazzare la Grecia, a gettare sul lastrico e a causare “indirettamente” la morte di migliaia e migliaia di individui non sono stati i “fascisti”: è stata una cricca sovranazionale impersonata da manager e funzionari impeccabilmente vestiti, che mai si sporcherebbero le dita maneggiando l’olio di ricino. Macron assomiglia tanto, ma davvero tanto, a questo identikit, e la prova offerta come ministro di Holland ci dice molto sulla sua vicinanza (rectius: appartenenza) a quell’èlite perniciosa.

Se esiste un “male assoluto”, oggi, il suo volto è quello delle troike e dei loro mandanti: per questo in maggio, fossi francese, mi guarderei bene dal votare Macron. Astensione o voto contro: tertium non datur.

Confesso che non mi spaventano eventuali accuse di “rossobrunismo”: sono scempiaggini e paccottiglia propagandistica, nient’altro. Mi rattrista semmai l’impossibilità per il sottoscritto di incidere sugli eventi, di contribuire ad arrestare questa deriva disumana… ma, raggiunta l’età adulta, gli uomini devono imparare a convivere con la loro miserabile limitatezza e io – sia pur con sofferenza – l’ho fatto da un pezzo.


NOTE

[1] In verità, tocca riconoscere che ce n’è uno ancor più arduo da superare: la totale sfiducia che nutre nei suoi confronti il Gotha economico-finanziario.

[2] http://bentornatabandierarossa.blogspot.it/2015/09/frau-merkel-i-migranti-e-ammiano.html.

martedì 4 aprile 2017

LA SOVRANITÀ È DI DESTRA O DI SINISTRA? di Norberto Fragiacomo


[ 5 aprile ]

Ecco un bell’esempio di domanda priva di senso, per quanto posta di frequente: di per sé la sovranità è “solo” uno dei tre elementi costitutivi dello Stato, di qualsiasi Stato, sia esso imperialista o “popolare” (gli altri due sono, com’è noto, popolo e territorio). Va intesa nella duplice accezione di sovranità interna ed esterna, cioè come capacità dell’Ente, da un lato, di imporre agli associati il rispetto delle regole di convivenza e, dall’altro, di elaborare scelte politiche autonome, non determinate da potentati stranieri[1]. E’ un concetto che nulla ha a che spartire con quelli di razzismo, sciovinismo o imperialismo, sebbene a volte venga declinato in termini aggressivi ed espansionistici: riconquistare la sovranità era fra gli obiettivi primari dei partigiani italiani dopo il ’43, conservarla esigenza vitale per l’URSS appena generata dalla Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno ricorrerà il centesimo anniversario, ottenerla il fine degli innumerevoli fronti di liberazione nazionale novecenteschi, le cui lotte sono sempre state correttamente incoraggiate dalla sinistra marxista dell’epoca.
Affermare dunque che il c.d. “sovranismo” sia fisiologicamente un fenomeno di destra è una solenne corbelleria, sostenuta peraltro dai media per due ragioni, la prima fattuale e la seconda propagandistica. Vediamole: è innegabile che oggi, in giro per il mondo, il tema della difesa della sovranità nazionale sia svolto principalmente da soggetti politici reazionari e/o nazionalisti, con uno spettro di posizioni che va dal criptonazismo muscolare di Alba Dorata alla sintesi impossibile tentata dalla Le Pen nei suoi programmi elettorali, dal sapore vagamente “rautiano”. Esistono sovranisti di sinistra, ma la loro influenza sulle masse è – ad essere ottimisti – da verificare. Associare lo spettro della sovranità a quello di un “fascismo” dagli incerti contorni, inoltre, conviene, perché risparmia al denunciante la fatica del dibattito sul merito delle questioni e inculca nel più scafato fra i lettori o spettatori un sentimento di vergogna: come potrei mai votare per gente simile? E’ su siffatti meccanismi psicologici che conta l’insidiosissimo Macron per imporsi in un eventuale ballottaggio, oltre che sulla tradizionale inettitudine della sinistra ad osservare la realtà per quella che è (e non per quella che gradiremmo fosse).
L’Espresso, che è una rivista di sistema (vale a dire un foglio stampato dal Capitale)
molto ben fatta, conduce il gioco con maestria, etichettando ogni seria opposizione a NATO e UE non dichiaratamente di destra come “rossobrunismo”[2], ma di questi artifizi e raggiri non meriterebbe parlare: molto più utile è interrogarsi sul possibile punto d’approdo di una navicella sovranista ipoteticamente pilotata da compagni onesti e disinteressati.
Diego Fusaro, che dei sovranisti è uno dei principali ispiratori (pur non riconoscendosi nella definizione), sostiene che, oggidì, l’unico soggetto rivoluzionario rimastoci è per l’appunto lo Stato nazionale, in grado con le sue forze di rompere la gabbia d’acciaio forgiata intorno a noi dall’oligarchia finanziaria globalizzata. Ho semplificato all’eccesso, ma l’impostazione è questa. Vista l’apparente assenza di alternative, molti sono tentati di seguire tale strada: sarà accidentata, opinano, ma perlomeno esiste. A ben vedere, tuttavia, si tratta di una scoscesa via alpinistica, da percorrere fra l’altro in cordata con compagni di ascensione poco affidabili: prima di poter “trasformare” lo Stato è necessario conquistarselo, evidentemente con metodo democratico. Tocca insomma accompagnarsi con chiunque si opponga al ventriloquio delle èlite, sia egli di destra, di centro, di sopra o di sotto. Diamo per scontato (non lo è per nulla) che certi proclami siano sinceri; ipotizziamo addirittura che, malgrado le azioni di guerriglia di media e istituzioni internazionali, l’operazione “accozzaglia” vada a buon fine, ottenendo l’avallo delle urne. Che succederebbe a questo punto? Le gabbie, d’acciaio o meno che siano, non si rompono con gli abracadabra: ai buoni propositi dovrebbero far seguito azioni concrete. L’uscita dall’euro o il suo affiancamento con una moneta nazionale, la denuncia dei trattati europei, misure restrittive sulle banche e sulla libera circolazione dei capitali, magari una chiusura temporanea delle frontiere – più, in generale, un deciso cambiamento di strategia in politica estera e nella gestione finanziaria produrrebbero un pesante contraccolpo sulle relazioni internazionali, e immediate reazioni da parte dei mercati e delle potenze “amiche”, USA in primis (a meno che Trump non faccia davvero il Monroe, eventualità alquanto inverosimile). Chi discetta di “risoluzioni consensuali” ha speso troppe ore sui testi di diritto, fino a fare di quella materia (affascinante sovrastruttura) un surrogato della realtà, come capitò al padre del protagonista de L’uomo senza qualità di Musil.
Mi si potrebbe obiettare che la Brexit è stata sostanzialmente indolore: vero, ma la Gran Bretagna era già ai margini dell’Unione, più ospite riverito che membro, e in ogni
caso la sua fedeltà a NATO e Capitale finanziario era e resta a tutta prova. Potrebbe finire ben diversamente: si pensi al presidente guatemalteco Árbenz, scalzato dalla CIA per aver “osato spezzare il silenzio necessario alle banane della United Fruit, e che era comunista perché voleva che ogni bambino del Guatemala avesse un paio di scarpe[3]”, ad Allende assassinato, a Mossadeq, ai partigiani greci, e – perché no? – all’onesto Dubcek. L’esito meno inverosimile sarebbe tuttavia una ritirata con piroetta stile Tsipras: scusate, elettori cari, avevamo scherzato!
Il problema sta nel fatto che le multinazionali contemporanee, ampiamente finanziarizzate, detengono oltre ad un impressionante potere economico anche quello politico-militare, impersonato dall’Alleanza atlantica a guida americana: chi immagina Donald Trump al vertice della piramide s’illude due volte, perché sopravvaluta tanto l’uomo (un guitto megalomane, comunque meno pernicioso di Hillary Clinton) quanto l’importanza del ruolo rivestito. Certo andrebbe meglio se il nostro antagonista fosse la Germania, che è sì un nano militare ma, per nostra doppia sfortuna, nulla più che un ingordo e arrogante kapò di provincia.
Ammettiamo – ancora una volta, per assurdo – che i mercati, impressionati dalla baldanza del variegato fronte di liberazione, rinuncino a un devastante contrattacco e concedano al Paese un commodus discessus: in parole povere, che acconsentano all’auspicata riappropriazione di sovranità. Si tratterebbe in ogni caso di una concessione, vista la disparità di forze in campo – pertanto, il neonato “soggetto rivoluzionario” sarebbe costretto, nell’immediato, a muoversi con estrema prudenza, evitando di tirare troppo la corda. I piani verrebbero annacquati, la fuoriuscita dal sistema globale sarebbe, per così dire, discreta. Ma a questo punto un altro, decisivo nodo verrebbe al pettine: come riorganizzare la società e i rapporti di produzione/distribuzione? A meno che, nel frattempo, una sorta di miracolo avesse reso il sovranismo di sinistra preponderante, si tratterebbe di trovare un compromesso fra le esigenze di padroni e lavoratori – esigenze che, per motivi su cui è inutile soffermarsi, sono sostanzialmente opposte. Non nego che fra i titolari di aziende vi siano anche oggi autentici filantropi, ma le notizie di imprenditori che regalano la ditta ai dipendenti ecc. trovano spazio sui giornali proprio per la loro natura di casi eccezionali. E’ come la storiella dell’uomo che morde il cane: il contrario è la norma, perciò non suscita interesse né scalpore.
Ci assicurano che l’uovo di Colombo sia la fantomatica “alleanza dei produttori”, una riedizione aggiornata del vecchio corporativismo fascista. Sarebbe scorretto sostenere che il fascismo abbia peggiorato la condizione dei lavoratori rispetto all’epoca liberale (al contrario, il regime qualcosa di buono lo fece: dalle opere di bonifica esaltate in Canale Mussolini alla previdenza, dall’assistenza sociale alle colonie marine), ma il ripudio
mussoliniano della lotta di classe beneficiò esclusivamente gli imprenditori, che durante il ventennio poterono disporre di manodopera docile e a buon mercato. Un patto leonino, d’altra parte, è l’esito inevitabile di qualsiasi trattativa fra diseguali. In questa cornice il padronato nazionale appoggerebbe volentieri politiche autarchiche, che creerebbero ulteriori attriti con altri Paesi, specie quelli di dimensioni e caratteristiche paragonabili al nostro. Tentativi di penetrare in mercati periferici per smaltire il surplus di produzione acuirebbero viepiù i contrasti: governanti in ambasce coglierebbero il destro per sgravarsi da ogni responsabilità incolpando della precaria situazione economica delle masse lavoratrici oscure macchinazioni di potenze esterne.
In estrema sintesi: dovesse scampare a tre procelle via via più intense (ricordiamole: gli ostacoli sul cammino di un amalgama tutto sommato contro natura, una campagna elettorale decisamente in salita, la controffensiva del mondo economico-finanziario occidentale), la nave sovranista rischierebbe di naufragare sugli scogli di un assetto senz’altro nuovo, ma connotato da più di qualche somiglianza con il fascismo storico novecentesco. Che ruolo potrebbero ritagliarsi in questo dramma i nostri sovranisti di sinistra? A mio parere, uno non troppo dissimile da quello interpretato, durante il regime, dai vari Cianetti, Rossoni ecc. – e questo non per volontà personale, ma per forza di cose.
Quelli fin qui espressi sono i miei dubbi, più che le mie certezze. Ai sovranisti italiani –perlomeno a quelli che ho avuto il piacere e, in qualche caso, l’onore di conoscere - riconosco però un grosso merito, quello di aver evidenziato costantemente e con forza la dimensione anzitutto nazionale della lotta. Non  sembra una grande scoperta, perché tutte le rivoluzioni del passato (da quella francese a quella russa) sono deflagrate in singoli Paesi, ma in fondo è una rivincita della concretezza sull’astrazione che rincuora. Inoltre i sovranisti non rinunciano affatto all’internazionalismo proletario (chi è stato a Chianciano o ad Assisi [forum della Sinistra contro l'euro, Ndr] può testimoniarlo):
Chianciano terme, settembre 2016      
Un momento del III. Forum No Euro europeo
semplicemente ritengono che un vasto incendio purificatore non scoppi ovunque nello stesso momento, suscitato da un colpo di bacchetta magica o da un pio desiderio, ma si origini da singoli focolai localizzati in diversi punti del bosco, complice il vento favorevole. Come ho già scritto in L’ultima Carta contro la barbarie, se si vuole rovesciare il paradigma occorre acquisire la capacità di coordinare a livello continentale specifiche lotte locali e nazionali, che vengano avvertite come necessarie dai popoli che le combattono. In Italia avremmo una Costituzione da mondare dalle sporcizie del 2012, e soprattutto da attuare: come compito mi pare entusiasmante.
Al netto delle chiacchiere giornalistiche, l’articolo 1 della nostra Carta Fondamentale recita che la sovranità appartiene al Popolo: riprendercela è dunque un dovere giuridico e morale, non certo una pretesa “di destra”. Fondamentale è però scegliere con cura i compagni di strada: una “cobelligeranza” con forze reazionarie e nazionaliste conduce all’isolamento di un vicolo cieco, l’attivo coinvolgimento delle minoranze pensanti può invece portare a una rigenerazione del continente, nel pieno rispetto delle identità dei popoli che lo abitano – perché il Socialismo non è omologazione verso il basso o abbrutente massificazione, bensì eguaglianza di diritti da garantire a persone (e genti) diverse.


NOTE
[1] Oppure “apolidi”, visto che negli ultimi decenni le corporations sono cresciute al punto da avere bilanci paragonabili a quelli degli Stati (il fenomeno non poteva ovviamente essere previsto dai costituzionalisti dei secoli passati).
[2] In sintesi: la c.d. sinistra antisistema viene tollerata finché si limita a contestare singoli aspetti del sistema, non la sua struttura fondamentale, arrendendosi dopo sfibranti dibattiti (si legga quanto scritto da Ugo Boghetta nel suo addio al PRC) all’affermata assenza di altre opzioni – rispetto alla UE, alla “democrazia” rappresentativa, all’appartenenza al blocco occidentale – e accettando la carità pelosa dei diritti civili. Chi esce invece dal “sacro recinto” viene immancabilmente squalificato e perseguito.
[3] R. KAPUSCINSKI, Cristo con il fucile in spalla, pag. 122.

martedì 27 dicembre 2016

REPORTAGE DALLA POLONIA di Norberto Fragiacomo

[ 27 dicembre ]


Varsavia, dicembre inoltrato.

Altro che “dormitorio”! Il distretto semiperiferico di Wilanów è zona residenziale di lusso: condomini nuovi di zecca con giardini interni e caseggiati ancora in costruzione dominano ampi viali, che si intersecano ad angolo retto. Il traffico è discreto, tutto tace. Negli appartamenti il livello delle finiture è di prim’ordine: le maniglie che ti restavano in mano e le porte refrattarie a chiudersi sono solamente un ricordo, il ricordo di un’epoca aborrita e rimossa. Inutile puntualizzare che i garage rigurgitano di BMW e suv orientali. Se poi dagli attici si scende in strada, complice un ascensore rapidissimo, le sorprese continuano: i negozi sono innumerevoli, quelli di specialità italiane espongono vini di nicchia (il Pignolo e lo Schioppettino, due pregevoli friulani che è raro trovare a Trieste!) e Sassicaia da 240 euro. C’è chi può permetterselo, evidentemente: non certo un dipendente pubblico italiano in viaggio, che pure guadagna molto di più del lavoratore polacco medio[1].

In questa Nowa Huta del regime capitalista non mancano tuttavia le ombre: una è quella gigantesca del centro commerciale (l’ennesimo) che sorgerà di fronte all’antica reggia di Jan Sobieski, nascondendola alla vista. Sono in molti a storcere giustamente il naso, ma è un segno dei tempi: ecco a voi la nuova “Europa” – quella delle lobby e della libera circolazione dei capitali – che sommerge e divora la vecchia. Gli stucchi del palazzo barocco, le effigi del grande sovrano circondato dai suoi ministri e la memoria degli ussari alati non incutono alcun rispetto alla plebaglia arricchita che misura ogni cosa col metro della produttività e del profitto.

Cantieri ovunque insomma, come da noi 40-50 anni fa (e in Spagna a fine secolo scorso), per il resto sembra di essere a casa: biondi ragazzini si ingobbiscono sullo smartphone rischiando di incespicare mentre camminano, donne vestite all’ultima moda sorseggiano un caffè al bar all’angolo. Contro l’orizzonte di questa borghesissima Varsavia si staglia la cupola fluorescente di un’immensa chiesa inaugurata nel 2014: mi par di intendere che si tratti di una specie di ex voto, una preghiera un tantino pretenziosa (ma tutt’altro che sgradevole alla vista) innalzata a un Dio che, da parte sua, ha il gravoso compito di proteggere la Polonia dalle brame russe. Visto che nei secoli trascorsi l’Altissimo si è spesso distratto, i polacchi hanno pensato bene di offrire la corona regale al Figliolo, che per il momento (a differenza di quanto avvenne nel deserto due millenni fa) non ha rifiutato né accettato. Singolare però che i più devoti fra i cattolici abbiano scelto, certo del tutto inconsciamente, di imitare il Nemico…

Il boom economico si appoggia sull’edilizia, dunque – quella privata, perché per realizzare le infrastrutture si aspettano i soldi di Bruxelles, da cambiare in sonanti zloty. Se non altro, però, la Polonia non è più un Paese a segmenti: dalla capitale si irradiano comode autostrade verso i quattro punti cardinali. Contrariamente alle aspettative, non fa manco freddo: il termometro danza intorno allo zero, come sul Carso, e i pochi fiocchi di neve si liquefano in una pioggia insistente e fastidiosa.
Uno sguardo, per quanto attento, non basta però a cogliere l’essenza di un Paese che muta velocemente: aiutano molto le conversazioni con persone amiche e con altre che possono diventarlo. Bisogna scendere sotto la superficie delle cose, scansare i giudizi stereotipati e le frasi di rito: una ragazza intelligente, nata in giorni di instabilità politica e sociale, ammette senza reticenze che il comunismo ha avuto parecchi meriti, tra cui quello di aprire ai figli di contadini miserabili le porte delle università. A sera discorro con un professore di scienze politiche, che traduce il suo nome pieno di consonanti in un desueto Cristoforo: è stato addetto culturale a Roma e si esprime in un italiano pressoché perfetto. Parliamo di Garibaldi e di Craxi, dell’eterna ingerenza delle grandi potenze nella vita di quelle piccole; alla fine la discussione (s)cade sul governo Renzi. Gli regalo una copia del mio saggio, magari la leggerà.

L’incontro clou, organizzato per tempo, è quello con i dirigenti di RAZEM (=Insieme), la nuova sinistra che dichiaratamente s’ispira agli spagnoli di Podemos. Ho letto un’intervista al suo leader, il quarantenne Zandberg: mi sono piaciuti alcuni giudizi sferzanti sull’Unione Europea e sui postcomunisti, che anche qui come in Italia si son dimostrati i più servili esecutori delle politiche neoliberiste; confido in un proficuo scambio di idee. La sede del neonato partito è in un’anonima via del centro di Varsavia, a poche decine di metri da quel parlamento che in questa stessa settimana sarà lungamente assediato da una folla di manifestanti ostili al PiS (il partito nazionalclericale al governo) in nome della difesa della libertà di stampa. Un format di successo, e perciò esportabile anche qui? L’impressione, a vedere le immagini in tv, è che i cittadini siano convinti della giustezza della loro causa; con il PiS del Kaczynski superstite, Jaroslaw, sta però la Polonia profonda, quella che sopravvive in cittadine avvilite dall’incuria o trae sostentamento dai campi e da lavori sottopagati.

Entriamo in quello che sembra un bivacco alpino, non fosse per i computer accesi ovunque: regna un disordine “creativo”, c’è persino un militante che – alle 2 del pomeriggio – si riposa in un sacco a pelo. Tutti giovani, però, come in Spagna e in Slovenia: la nuova sinistra europea ha un volto trentenne. Faccio un triste raffronto con le nostre assemblee, popolate da ammirevoli vecchi compagni, poi mi dico che anche SeL iniziò come questi qua, esibendo i ragazzini delle Fabbriche di Nichi – sappiamo com’è andata a finire, grandi chiacchiere sui diritti civili e strameritata irrilevanza. RAZEM, comunque, alle prime elezioni cui ha partecipato ha raggiunto un lusinghiero 3,5%, sfiorando l’ingresso al Sejm: è un fenomeno che merita attenzione e rispetto, insomma.

Ci accoglie Maciej Konieczny, il numero due del partito. Ha radi capelli brizzolati e occhi vivaci: gli do qualche anno più di me, pur immaginando che ne abbia di meno. Nel corso dell’intervista/conversazione (ovviamente in inglese) sarà raggiunto da un altro compagno, di nome Radosław, dall’eloquio scoppiettante e più vicino ai venti che ai trenta. Com’è la situazione in Polonia? - esordisco. Konieczny si premura di sfatare un mito: la Chiesa, pur potente, non domina affatto la società polacca, anche se il governo cerca di ingraziarsela accordando privilegi, proprietà ed esenzioni. Dinanzi alle esortazioni di Papa Francesco i prelati fanno orecchie di mercante: dei rifugiati non si parla per nulla (la popolazione in ogni caso non li vuole, sottolinea), i generici appelli alla giustizia sociale non si traducono in una critica al neoliberismo “che non si sente minacciato in Polonia”. Esiste ancora lo Stato sociale? – mi informo. I due esponenti di RAZEM, alternandosi, precisano che la sanità pubblica ancora esiste, ma è in costanti difficoltà finanziarie, per effetto dei tagli a ripetizione (ne sappiamo qualcosa anche noi). Il problema vero è l’assenza di sostegni ai disoccupati, cui si aggiunge l’invecchiamento della popolazione (solita questione delle pensioni). Chi un lavoro ce l’ha non sta granché meglio. I “contratti spazzatura” impazzano, condannando all’indigenza milioni di persone, e i ritmi lavorativi sono davvero insostenibili: la media è 42-43 ore a settimana, soltanto i greci (ma non erano fannulloni?) se la passano peggio. I sindacati[2], poi, sono presenti solo nel pubblico impiego: il lavoratore privato che vi aderisce rischia l’immediata perdita del lavoro grazie a riforme modellate sul Jobs act renziano. E’ vero che il tasso di disoccupazione è contenuto? Certo, rispondono, ma la componente-salari rispetto al GDP è percentualmente molto più bassa che nell’Europa occidentale: siamo a livelli di sfruttamento paragonabili a quelli di Russia o Messico. Il salario minimo esiste, ma 2.000 zloty (=476 euro ca.) lordi al mese sono sinonimo di miseria.

Perché stravince il PiS allora? Perché in queste condizioni i suoi premi a chi fa figli ecc. rappresentano un “huge benefit”, ammette Maciej. E gli altri partiti? Manca una sinistra (a parte loro): gli ex comunisti del SLD sono nient’altro che una forza neoliberale ed europeista, Piattaforma Civica (Tusk, oggi Schetyna: nome di cattivo augurio, direi) si occupa a tempo perso di diritti civili. Hanno provato, quelli di Platforma Obywatelska, a sostenere i diritti degli immigrati, ma vista l’ostilità della popolazione hanno subito fatto marcia indietro. Oggidì le opposizioni, indebolite, provano a creare un fronte comune: ne è espressione il KOD che, in nome della lotta contro l’autoritarismo, mobilita la classe media politicizzata in difesa dello status quo (sociale)[3]. Udito che il PiS mescola “un grande cambiamento di prospettiva con visioni autoritarie”, domando provocatoriamente: chi è peggio, il PiS o PO? Per me senz’altro PO, i miei interlocutori sono di opposto avviso (lo sospettavo): Piattaforma è, se non altro, un movimento democratico.

A questo punto non resta che parlare di Unione Europea: provo a esplicitare il mio punto di vista, che scoprirò non essere il loro. Non condividono affatto quello che definiscono l’antieuropeismo delle sinistre occidentali: per loro l’UE è ancora una “forza progressiva”, anche se infettata dal neoliberismo, e in ogni caso è preferibile languire in un’Europa (mal) dominata dai tedeschi che essere alla mercé, come Polonia, di una Germania autonoma e di una Russia straripante. In ossequio alla logica del “male minore”, esprimono preoccupazione per la Brexit e addirittura per il trionfo del NO al referendum di dicembre: “non è stata una vittoria della destra?”, mi chiedono. Ribatto con un secco no: la vera destra da temere in Italia, oggi, è l’oligarchia che sta dietro le politiche (non solo) renziane, non qualche sparuto drappello fascisteggiante.

In ogni caso l’agenda europea non ci piace, ammettono, ma la UE “si può cambiare dall’interno”. “Come?”, chiedo con una punta di ironia. Lottando per l’affermarsi di governi di sinistra in tutta Europa… mi viene in mente una battuta di Abatantuono in Mediterraneo, ma rinuncio a tradurla. Loro in ogni caso con il SLD rifiutano qualsiasi contatto. Giusto, commento… ma a motivare la loro chiusura nei confronti del partito ex comunista non è la sua adesione acritica al neoliberismo, bensì il passato filo-sovietico. Come a dire: ci importa di quello che eravate, non di quello che siete… Nessuno stupore, dunque, per il fatto che la nostra lettura della crisi ucraina sia agli antipodi. Chi è più deleterio per voi tra Putin e Soros?, provoco. La risposta è secca: Putin. Secca, ma evidentemente sbagliata.

Tocca però considerare due aspetti. Il primo è che per i polacchi la Russia è un vicino storicamente scomodo, una minaccia incombente – anche se la loro mi pare una vera ossessione: sembrano essere tutti convinti che il primo pensiero di Vladimir Putin, al risveglio, sia come e quando invadere la Polonia. Il secondo è di ordine geografico: come evidenziato da Paolo Rumiz nel suo Come cavalli che dormono in piedi, il Paese affacciato sul Baltico è una sterminata pianura, priva a oriente e a occidente di catene montuose che fungano da barriere naturali. Ecco allora che affidarsi alla NATO (più che alla sua marionetta politica, la UE) può apparire una scelta assennata. Non comprendono l’ovvio, che cioè la presenza di truppe e missili americani al confine russo rappresenta non un deterrente, bensì un’intollerabile provocazione, e nemmeno che gli Stati Uniti perseguono esclusivamente i propri obiettivi, considerando la Polonia alla stregua di una pedina (sacrificabile). “Ma è possibile un accomodamento con la Russia?” Konieczny sorride senza allegria: sì, se ci si sottomette a loro.

Ferma restando l’importanza delle divergenze, colgo alcuni elementi positivi: la collaborazione con altre forze europee dall’ispirazione simile (ad esempio la promettente Združena Levica slovena di Luka Mesec) e la presenza capillare degli attivisti nelle piazze, che ha favorito mobilitazioni come la Black protest delle donne polacche contro la legge oscurantista sull’aborto. “A differenza del KOD noi ci sforziamo di mobilitare gli esclusi”, assicura l’esponente di RAZEM, in particolare le donne, “molto meno conservatrici degli uomini, qui in Polonia”. D’altra parte – soggiunge, e ha l’aria di essere una frecciata – fare politica consiste nel provare a cambiare il mondo, non nel limitarsi a interpretarlo (Marx docet).

Ringrazio i compagni di RAZEM per la disponibilità, e uscendo mi ripeto che la coscienza degli umani è il prodotto delle loro condizioni materiali, non viceversa: è normale che il polacco, circondato da potenze agguerrite, presti spasmodica attenzione alla propria sicurezza nazionale, così come non mi risulta incomprensibile quest’allergia all’autoritarismo, figlia di quarant’anni di regime e di un approdo molto più recente del nostro alla “democrazia” (formale), che quassù – a differenza che da noi - si è fin da subito presentata nei panni neoliberisti.

Varsavia non è più come ottant’anni fa baricentrica rispetto al Paese: il temuto confine orientale è a meno di 200 km. L’auto (a GPL) scivola su un’autostrada sgombra alla volta di Mielnik, che fu città reale al tempo degli Jagelloni e – distrutta durante la guerra – si presenta oggi coma un invitante paese di campagna, “colonizzato” da abitanti della capitale che vi trascorrono le vacanze. Prima di giungere a destinazione, facciamo una sosta in un’anonima cittadina, stretta intorno a una piazza quadrata: presumo che la Polonia autentica assomigli molto di più a questo borgo dalle poche attrattive che non agli sfavillanti quartieri della capitale.

Mielnik infine, mentre già annotta (con un’ora di anticipo rispetto alle mie parti): le rovine di un castello e di una chiesa tardo medievale; tantissime casette di legno costruite a incastro, vecchie e nuove (queste ultime molto più spaziose delle prime). In una veniamo accolti dal nostro ospite. Piotr non ha nulla del “villico”: ha studiato all’Università di Mosca prima di rendersi conto che la sua passione per la fotografia poteva diventare una professione di notevole successo. Ora è in pensione, e divide il suo tempo tra Varsavia e questa bella regione orientale chiamata Podlaskie.

Familiarizzo subito con lui: parla un buon inglese, che mantiene in esercizio traducendo in polacco libri di argomento bellico – il fatto che sia appassionato di aerei da caccia me lo rende subito simpatico. Inoltre non è affetto da russofobia, anzi: ride di gusto della leggenda complottistica che vuole l’incidente aereo di Smolensk provocato da Putin, che agli occhi della maggioranza dei polacchi è un Belzebù alquanto più cattivo. Se proprio tocca evocare un demone, meglio l’ironico Voland de Il maestro e Margherita – Bulgakov è tra gli scrittori preferiti di Piotr, ma ovunque dagli scaffali spuntano titoli importanti.

L’indomani ci conduce nella vicina Niemiròw, un incantevole paesello tutto in legno (a parte la chiesa): cammino lungo strade innevate, ammirando l’immensità dei campi che risalgono placidi le basse colline, respirando l’aria fresca dei boschi di conifere. Raggiungiamo la frontiera bielorussa, dominio del diffamato (ma non da Piotr) Lukashenko: ai nostri piedi il nastro argenteo del fiume Bug, che se non sbaglio è il protagonista di un’indimenticabile pagina di Guerra e pace. C’è ancora tempo per girare attorno a una chiesa ortodossa lignea, dipinta di azzurro, e per visitare un monastero egualmente ortodosso: sono attratto dal gran numero di croci, una delle quali fu portata da una nipote di Bulgakov a salvezza dell’anima del celebre congiunto. Non ne aveva bisogno, penso, lo scrittore che seppe descrivere con incomparabile umanità le angosce di Pilato. Cosa sono queste croci? Ex voto, come la monumentale basilica di Kaczynski: ringraziamenti a un Dio che in questo paesaggio incontaminato, rilassante sospetto debba sentirsi più a suo agio che fra i grattacieli.

La sera ceniamo con alcuni artisti polacchi e – sorpresa! - trovo persone con idee non troppo dissimili dalle mie. Una bionda signora di mezza età sfoggia volentieri il suo italiano, appreso in quindici anni trascorsi a Roma come governante: intona una canzone di Gino Paoli, ma poi riconosce con passione l’irriformabilità dell’Unione Europea, negazione dell’Europa stessa e meccanismo di sfruttamento ai danni di chi non appartiene all’élite. Mentre ci versiamo una vòdka Piotr pronuncia alcune frasi che mi restano impresse: “è vero, ai tempi del comunismo dovevo riconsegnare il mio passaporto, ad ogni rientro in patria. Ma ero più libero allora, perché la mia mente era libera. Adesso non è più così: il sistema condiziona le nostre menti, ci insegna cosa pensare e desiderare. Vale soprattutto per i giovani, che vogliono mantenere nell’ignoranza” – docili, e chini sui loro stupidi smartphone.
Un simposio, gente di ogni età che discute e si accalora: a mio modesto avviso, l’Europa è anzitutto questo. 



NOTE

[1]           Nelle industrie medie e grandi il salario medio si aggira sui 4.200 zloty, pari a circa 1.000 euro (lordi) al mese.
[2]           Che raggruppano il 12% dei lavoratori.
[3]           C’è poi il partito della rockstar Kukiz, “populista e contro la status quo”, cioè – come da noi – fustigatore della partitocrazia e dei privilegi della “casta” politica…

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