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sabato 18 marzo 2017

OLANDA: IL LORO SUCCESSO ( CHE NON C'È) di Marc Botenga

[ 18 marzo ]

Questa volta i media europei(sti) hanno fatto tutti da soli. Prima si sono inventati di sana pianta la possibilità di una vittoria del Partito per la Libertà (PVV) di Wilders, a cui era stato assegnato il ruolo del "populista" da sconfiggere. Poi, dato il modesto avanzamento di quest'ultimo, hanno dato fiato alle trombe del "pericolo scampato", visto che "l'Europa è forte" e in grado di fermare la "marea populista". In realtà le cose stanno molto, ma molto diversamente. Vediamo.

In Olanda la "marea" di cui sopra proprio non aveva possibilità di successo. Questo è stato chiaro durante tutta la campagna elettorale. Si sapeva che il PVV non sarebbe arrivato primo, ma anche quando qualche sondaggio ha avanzato questa ipotesi la sua percentuale non è mai stata superiore al 20%. E siccome tutte le altre forze hanno sempre escluso un'alleanza con Wilders, dove mai era la possibilità di un governo anti-UE? Alla fine il PVV si è fermato al 13,1%, guadagnando il 3,0% e 5 seggi in più.

Se Wilders non ha vinto, di certo le forze di governo (VVD e PvdA) hanno straperso. Qui i numeri sono impietosi. I liberalconservatori (VVD) del premier Mark Rutte sono sì arrivati primi, ma passando dal 26,6% al 21,3% (8 seggi in meno). I socialdemocratici del PvdA sono addirittura tracollati dal 24,8% al 5,7% (-19,1%), perdendo quattro elettori su cinque e ben 27 seggi. Nel complesso la coalizione governativa è passata dal 51,4% al 27%, perdendo circa la metà degli elettori. Per essere un successo, niente male.

Adesso nascerà un nuovo governo di coalizione, che di sicuro imbarcherà i democristiani (CDA) ed i liberaldemocratici di D66, due formazioni che hanno recuperato una parte dei voti persi dai partiti di governo. Qualcuno ipotizza addirittura un ingresso nell'esecutivo dei Verdi di Sinistra (GL), la formazione che ha registrato la maggior crescita di consensi, passando dal 2,3% all'8,9%. Un'ipotesi tutta da verificare, per una forza sì pro-UE ma con un programma sociale ben poco compatibile con quello degli altri.

Su un punto Wilders può effettivamente cantare vittoria. Nell'aver imposto la sua agenda politica, mettendo al centro della campagna elettorale i temi dell'immigrazione, dell'Islam, della sicurezza. Ed è proprio andando su questo terreno che il "vincente" Rutte ha recuperato consensi. Il caso del divieto d'atterraggio arrogantemente opposto al ministro degli esteri turco è stata la manifestazione più palese di questa rincorsa a destra. Al tempo stesso il modestissimo 13% del PVV dimostra i limiti pressoché insuperabili di un populismo liberista e di destra come quello di Wilders.

In conclusione, anche l'Olanda ci parla di una grande instabilità politica, comune un po' a tutti i paesi dell'Unione. Allo scopo di approfondire la conoscenza della situazione olandese, pubblichiamo di seguito un articolo di Marc Botenga del Partito del Lavoro del Belgio (PTB). Articolo senza dubbio utile, ma che ci sembra contenga un grave errore che non possiamo non segnalare.

Parlando delle difficoltà della sinistra, l'autore fa intendere che queste potrebbero essere superate con la costruzione di un'alternativa netta ai socialdemocratici. Discorso giusto, ma davvero sufficiente? E' vero che ogni paese ha le sue peculiarità, e la situazione economica e sociale dell'Olanda non è quella dell'Italia o della Grecia, ma sarà ben difficile ricostruire dal basso il movimento di sinistra auspicato da Botenga senza fare i conti con la questione europea, lasciata oggi in mano ad un personaggio disgustoso come Geert Wilders.


la Redazione



Le elezioni in Olanda 
di Marc Botenga

“Rutte vince, Wilders è bloccato”. È così che cominciano praticamente tutti i commenti riguardo le elezioni legislative in Olanda. Il vero messaggio dell'elettore è invece diverso: i partiti di governo sono sanzionati per le loro politiche liberali di austerità e il tradimento dei socialdemocratici del PvdA si traduce in una caduta spettacolare.

Avevano promesso una politica sociale agli olandesi. Invece hanno applicato una politica di austerità molto a destra. Pagano oggi il prezzo di questo tradimento. I liberali del VVD festeggiano perché hanno perso meno. Invece dovrebbero vergognarsi. Mark Rutte, Primo Ministro e capo dei liberali, ripeteva le proposte del nazionalista islamofobo Geert Wilders (PVV). I problemi sociali erano assenti dai dibattiti.

I socialdemocratici collassano


La coalizione di governo VVD-PvdA perde dei seggi. Sono soprattutto i socialdemocratici che cadono di più. Durante la campagna elettorale del 2012 avevano promesso una politica sociale agli olandesi. Ma si sono affrettati ad entrare in una coalizione con i liberali di Rutte, che si preparava a prendere misure di austerità contro le cure della sanità e le pensioni.

Oggi, i socialdemocratici non raccolgono nemmeno il 6% dei voti: una caduta storica. Perdono così quattro elettori su cinque. Il Ministro delle Finanze Jeroen Dijsselbloem perderà quindi il suo posto ministeriale. Fino a nuovo ordine, presiede sempre l'Eurogruppo (che riunisce i paesi della zona Euro) ed è tristemente celebre per il suo atteggiamento molto muscolare sulla questione greca.

Dopo le elezioni, il VDD non ha avuto altro che elogi per il “senso di responsabilità” dei socialdemocratici. Il fallimento di questi ha indebolito tutto il campo progressista. Gli elettori che sono andati a votare sono stati nettamente meno numerosi a sinistra del centro. A beneficio della destra.

I liberali sulle tracce di Wilders
Allo stesso modo il primo partito del governo, i liberali del VVD, perde 8 seggi. Meno di quello che temeva Mark Rutte e di quello che prevedevano i sondaggi. L'operazione “salvataggio” di Rutte comportava due parti.

Primo, Rutte riprendeva le proposte divisive e di odio di Geert Wilders. Tutti dovevano “agire normalmente”. La gente doveva canalizzare il proprio scontento verso quelli che “non agivano normalmente”, cioè verso le minoranze, i musulmani, i rifugiati, la Turchia… non bisognava soprattutto parlare dei problemi sociali, né della speculazione immobiliare o delle assicurazioni sanitarie private. Il governo Rutte ha fatto dei Paesi Bassi un paradiso fiscale, dove delle imprese del mondo intero si procurano un indirizzo “buchetta delle lettere” al fine di sfuggire alle imposte altrove. Le multinazionali hanno così le mani libere e gli azionisti possono arricchirsi fino alla nausea. Wilders è completamente favorevole a tutto ciò. Ha votato a più riprese contro le proposte del SP (Partito Socialista, sinistra) che miravano ad agire contro la franchigia dell'assicurazione malattia, il montante da pagare da parte del paziente prima che intervenga l'assicurazione. Quanto alla protezione dei locatari contro l'aumento degli affitti, Wilders e il VVD hanno detto “no” in coro.

La ricerca di un'alternativa sociale
Il secondo aspetto del discorso di Rutte era la vecchia cantilena che dice che la crescita economica sarebbe andata a beneficio di tutti i cittadini. Ma, dopo anni di politica neoliberale, questi osservano l'inverso. Sono sempre più numerosi gli olandesi che rimandano le cure sanitarie a causa dell'aumento delle tariffe (il loro numero è più che raddoppiato dal 2010). L'età della pensione avanza. Il mercato degli alloggi è in crisi, con affitti molto cari. Gli studenti devono contrarre dei prestiti per i loro studi e sono pesantemente indebitati quando cominciano in seguito la propria carriera. Sul mercato del lavoro, si trovano oggi circa un milione di lavoratori “indipendenti senza dipendenti” (le nostre partite Iva NdT): dei lavori per i quali esisteva un contratto di lavoro ma che sono ormai occupati da dei finti lavoratori indipendenti molto mal pagati e che non beneficiano neanche più di una protezione sociale degna di questo nome.

Tutto questo deve cambiare, pensa l'elettore. Più o meno tutti i partiti di opposizione avanzano. Alcuni, che stanno nella tranquillità del centro, come il CDA (i democristiani), i D66 (liberali di sinistra) e GroenLinks (la sinistra verde), che sale con un'immagine molto giovane e dinamica. Altri si differenziano attorno a un tema o a un gruppo di popolazione particolare (Per gli Animali, 50 e più, DENK). Il SP (Partito Socialista) è il partito che conta oggi più voti a sinistra. Quale che sia il governo che uscirà dalle elezioni, la pressione dal basso sarà essenziale per arrivare a un vero cambiamento.

Esistono chiaramente delle grandi opportunità per un tale movimento di sinistra, che sostituisca al tradimento dei socialdemocratici un'alternativa sociale unificatrice.


da Marx21
Fonte: “Solidaire”, rivista del Partito del Lavoro del Belgio (PTB)
Traduzione di Lorenzo Battisti

mercoledì 6 aprile 2016

Olanda: oggi, 6 aprile, un referendum che spaventa la Ue di Michele Pignatelli*

[ 6 aprile ]

«Il no – ha dichiarato il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker – aprirebbe la porta a una grave crisi continentale». 
Un antipasto del referendum su Brexit, in programma a giugno, con i sostenitori dell’uscita di Londra dall’Unione europea che riceverebbero dal voto olandese una spinta non trascurabile.

Non sarà un referendum della portata di quello del 2005, con cui gli olandesi bocciarono la nuova Costituzione europea. Anche quello di oggi sull’accordo di associazione Ue-Ucraina rischia però di dare una spallata all’Europa.

Si tratta di una consultazione non vincolante in cui si chiede di approvare o respingere l’intesa, entrata in vigore in via provvisoria il 1° gennaio dopo il via libera dell’Europarlamento e del Parlamento ucraino. L’accordo - che nel 2014 rappresentò il casus belli della rivolta ucraina contro l’allora presidente Yanukovich e diede inizio alla crisi con Mosca - prevede innanzi tutto la creazione di un’area di libero scambio tra Unione europea e Ucraina, in seconda battuta un rafforzamento dei legami politici (ma non, almeno a breve termine, l’ingresso nell’Unione europea). Nella percezione degli elettori è diventato però un referendum per aprire le porte della comunità europea a Kiev, come dimostra un sondaggio Ipsos reso noto ieri: il 48% degli interpellati ritiene che la consultazione (e l’eventuale vittoria del “sì”) sia l’anticamera dell’ingresso dell’Ucraina nella Ue; solo il 17% pensa che l’accordo sia prima di tutto commerciale.

Da qui a trasformare poi il referendum in voto su un’Europa che impone ai cittadini le sue decisioni (dall’allargamento alle politiche migratorie), senza tener conto della loro opinione, il passo è breve, tanto più se si tiene conto che l’euroscetticismo in Olanda è un sentimento crescente e ha il suo portabandiera in Geert Wilders, di nuovo dato in testa nei sondaggi. Non a caso il controverso leader del Partito della libertà ha dichiarato che «questo referendum può forse riguardare l’Ucraina ma è anche un voto per dire se vogliamo più o meno Europa».

Alla consultazione si è arrivati per effetto di una legge approvata l’anno scorso, che obbliga a indire referendum consultivi su misure legislative o trattati già ratificati dal Parlamento olandese quando a chiederlo sono almeno 300mila cittadini. In questo caso le firme raccolte sono state circa 450mila. Per essere valido il referendum richiede un’affluenza minima del 30% degli aventi diritto, un quorum che – secondo i sondaggi – dovrebbe essere superato appena; se così sarà, il “no” all’intesa è dato in vantaggio.

Che succederebbe a quel punto? Per il governo Rutte sarebbe un brutto colpo, non solo a livello di immagine considerando che l’Olanda è presidente di turno della Ue. Sul piano pratico, l’esecutivo potrebbe approvare una nuova legge per annullare la ratifica dell’accordo, ma non è obbligato a farlo; potrebbe però decidere di tenere conto della volontà degli elettori per ragioni di calcolo, a meno di un anno dalle elezioni politiche e incalzato appunto dagli euroscettici. Anche se l’Olanda facesse dietrofront, peraltro, non sarebbe semplice rivedere un accordo già approvato da tutti gli Stati membri.

Il “no” avrebbe però ricadute esterne: non solo sulle posizioni di Ucraina e Russia, che uscirebbero rispettivamente indebolite e rafforzate, ma anche sulla sempre più traballante architettura europea. «Il no – ha dichiarato il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker – aprirebbe la porta a una grave crisi continentale». Un antipasto del referendum su Brexit, in programma a giugno, con i sostenitori dell’uscita di Londra dall’Unione europea che riceverebbero dal voto olandese una spinta non trascurabile.


* Fonte: Il Sole 24 Ore

giovedì 23 luglio 2015

MEGLIO FARE DEFAULT CHE RESTARE NELL'EURO (la prova provata) di Matt O'Brien

[ 23 luglio]

Un articolo interessante che dimostra come l'euro sia un fardello non solo per i "Piigs" ma pure per paesi dell'eurozona considerati "core". 
Il confronto, vedi tabella accanto) è proprio con l'islanda, e riconferma che il default sui debiti, a patto che il paese abbia sovranità monetaria, è condizione per il rilancio del ciclo economico. Precisazione: l'autore usa l'aggettivo "bancarotta" per indicare il default dell'Islanda. Errore: uno Stato sovrano non può mai andare in bancarotta, e non ci va nemmeno se viene dichiarato insolvente.

«Meglio andare in bancarotta che far parte dell’Eurozona. 
E’ quanto meno il caso della Finlandia e dell’Olanda le quali, a partire dal 2007, sono cresciute meno dell’Islanda. Questo paese era fallito, nel 2008. E’ decisamente il caso di ricordarlo. E’ vero che Finlandia ed Olanda hanno avuto la loro giusta razione di problemi economici, ma questi avrebbero dovuto essere del tutto gestibili. Nessuno dei due paesi è un caso disperato, ed entrambi hanno fatto quello che dovevano fare. Hanno seguito le regole … ed il risultato è stato una catastrofe.

Questo perché l'euro una catastrofe lo è già di per sé. O, se vogliamo essere educati, “la moneta comune è imperfetta, ed essendo imperfetta è fragile, vulnerabile e non dà tutti quei vantaggi che invece avrebbe potuto dare". Quello fra virgolette è il verdetto emanato Giovedì scorso dal Governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi.

E allora, cos’è successo a questi due paesi?

Beh, senza scavare troppo in profondità, non è esagerato sostenere che è stata la Apple a mettere in ginocchio l’economia finlandese. I suoi prodotti più esportati sono i telefoni della Nokia e la carta [il legno e tutti i suoi tutti i derivati] ma, come ha sostenuto l'ex Primo Ministro di quel paese, Alex Stubb, l'i-Phone ha ucciso il suo predecessore [i telefoni portatili della Nokia], e sarà ucciso a sua volta dall'i-Pad. Ora, il modo normale per superare i problemi sarebbe quello di tagliare i costi attraverso la svalutazione della moneta, se non fosse che la Finlandia una moneta da svalutare non ce l’ha più. Ha l'euro. E così, per ridurre i costi, invece di svalutare la moneta ha dovuto tagliare i salari, provocando ulteriori danni economici perché, per convincere le persone ad accettare il taglio dei salariali, è necessario prima licenziare [il riferimento è alla riduzione dei consumi generato dai tagli salariali].

Il risultato? La recessione più lunga a memoria d’uomo, più lunga anche della grande depressione finlandese dei primi anni ‘90. Le regole dell’Eurozona, naturalmente, non hanno aiutato, costringendo il governo finlandese a tagliare, contemporaneamente alla crisi, il bilancio dello stato. Quella dell’Olanda è invece un’altra storia. I beni che produce sono più che competitivi all'estero – il suo surplus commerciale è di un assurdo 10% del Pil – ma la sua spesa domestica è un autentico problema [consumi delle famiglie].

L’Olanda è stata oggetto di un’enorme bolla immobiliare (alimentata, in parte, dalla totale deducibilità fiscale degli interessi) che si è sgonfiata, nel frattempo, di circa il 20%. Quel che resta alle famiglie olandesi è un livello d’indebitamento più grande rispetto a quello di qualsiasi altra famiglia dell’Eurozona. Oltre a questo, c'è stata la solita austerità ad ostacolare la ripresa, ammesso che una ripresa possa mai esserci.

La dimensione dell'economia olandese, in effetti, è un po' più piccola, alla fine del 2014, di quanto lo fosse alla fine del 2007 [si è ridotta dello 0.3%]. L’economia olandese, quindi, pur in una situazione migliore rispetto a quella finlandese (la cui economia si è ridotta del 5.2%, nello stesso periodo), è comunque in ritardo rispetto a quella islandese, che è cresciuta del 1,1%.



Ora, è davvero difficile far peggio di quanto a suo tempo abbia fatto l’Islanda. Aveva trasformato la sua economia in una specie di hedge-fund, che nel 2008 è miseramente crollato. Le sue banche erano insolventi, il suo governo si è salvato grazie ad un intervento esterno [bail-out] e la sua moneta è crollata del 60%. Non solo. Tra il 2009 e il 2014 l'Islanda ha fatto quasi il doppio di austerità rispetto all’Olanda, e di ben 12 volte rispetto alla Finlandia. E, come se questo non bastasse, la geremiade [discorso lungo e lamentoso] economica dell'Islanda comprendeva anche un alto indebitamento delle famiglie e il controllo sui capitali, per impedire che le persone potessero spostare i soldi fuori dal paese. Ma, nonostante tutte queste misure, l’economia islandese è riuscita a sopravanzare sia quella finlandese che olandese. Com’è stato possibile? Ebbene sì, l’Islanda non ha l'euro. Ha una propria moneta, la corona. E, per quanto la gente d'Islanda avesse perso molto del suo potere d'acquisto sui beni importati, quando la corona si è svalutata del 60%, tutto questo ha aiutato l'economia islandese, rendendo i suoi prodotti più competitivi all'estero. Questo è stato sufficiente perché una brutta recessione non si trasformasse in una vera e propria depressione.


L'euro, invece, ha fatto il contrario.

I paesi membri non possono svalutare le loro monete, o tagliare i loro tassi d’interesse, o anche spendere un po’ di più, quando si trovano nei guai. E quindi restano in difficoltà. Tutto quello che possono fare è tagliare i salari e le spese. Il taglio dei salari, quindi, è da intendere più che altro come una specie di penitenza per qualsiasi trasgressione economica un paese possa aver commesso … oppure no [palese il riferimento a Finlandia e Olanda]

La camicia di forza dell'euro, in altre parole, trasforma i problemi comuni in problemi straordinari (Finlandia), e i problemi straordinari in problemi storici (Grecia). Questo è quello che può capitare, se non si seguono le regole. L'euro è un dio capriccioso, punisce sia i peccatori che i santi!.


* Fonte: The Washington Post del 17 luglio
** Come Don Chisciotte

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