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domenica 7 aprile 2019

ALLE PORTE DEL DISASTRO NAZIONALE di Luciano Barra Caracciolo

[ 7 aprile 2019 ]

Luciano Barra Caracciolo a Firenze qualche giorno fa.
Una lectio davvero magistrale su libero scambismo, globalizzazione, Unione europea, trattati, euro, bail-in, vincolo esterno...
In attesa che l'Unione imploda cosa dovrebbe fare un governo patriottico?






giovedì 20 aprile 2017

LA GLOBALIZZAZIONE-BUONA E I TITANISTI ANTISOVRANI di Luciano Barra Caracciolo

[ 20 aprile ]

1. Ne abbiamo parlato tante volte, e in fondo il trilemma di Rodrik (se non altro perché è la spiegazione fenomenologica più attuale) dovrebbe aver chiarito che la democrazia delle singole comunità sociali sovrane è, ed è sempre stata, (cfr; p.6) la vera via alla pace: ma non c'è  niente da fare. 

Gli slogan mondialisti, fondati sulla proiezione paradossale degli oppressi negli interessi dell'oligarchia, sono troppo radicati per poter essere modificati:



2. Anzitutto, dovrebbe essere chiaro che una "globalizzazione senza regole" non può esistere, perché essa non è un fenomeno "naturale" (come ben sanno i suoi maggiori teorici): la globalizzazione può essere solo un fatto istituzionale, cioè di regole pretesamente "superiori" alle Costituzioni democratiche, promosso ed imposto dal diritto internazionale. Nella nostra epoca, più che mai, dal diritto internazionale di specifici trattati.
I trattati pongono obblighi a carico degli Stati nazionali, e questi divengono il vettore di un'azione di denazionalizzazione e, dunque, di sostituzione dei loro scopi fondamentali (precedenti); vale a dire, inevitabilmente, per virtù della prevalenza reclamata dalle regole del trattato, sostitutivi di quelli che caratterizzano la sovranità costituzionale.

3. Le regole pattizie sovranazionali che impongono la globalizzazione, poi, sono regole di liberoscambismo, cioè di affermazione del dominio dei "mercati" sulle società umane, i cui bisogni, - l'occupazione, la dignità del lavoro, la solidarietà sociale espressa nella cura pubblica dell'istruzione, della previdenza e della sanità- divengono recessivi e subordinati alla"scarsità di risorse" (pp. 4-5), che caratterizza gli squilibri crescenti tra le varie aree del mondo, determinati dalla logica inevitabile del liberoscambismo istituzionalizzato e regolato "contro" le Costituzioni democratiche. 
Infatti, l'essenza (supernormativa) del liberoscambismo istituzionalizzato mediante trattati, cioè sempre iper-regolato e vincolante, è quella di rimuovere gli ostacoli (pp. 7-10) alla instaurazione dell'ordine sovranazionale dei mercati, che altro non è che il perseguimento di una specializzazione estesa a livello mondiale (possibilmente; ma soprattutto e sicuramente €uropeo), in base al principio economico dei vantaggi comparati

4. La globalizzazione è dunque un sistema di regolazione sovranazionale mirato a rafforzare le mire dei paesi (Stati nazionali) che la propugnano, da posizioni iniziali di forza politica ed economica, nel conquistare "i mercati esteri"
Questo meccanismo fondamentale si esprime inevitabilmente non solo come denazionalizzazione ma anche in termini di privatizzazione (antistatuale) degli interessi tutelati dalle norme istituzionali sulla globalizzazione: la conquista dei mercati avviene da parte dei monopoli e degli oligopoli privati delle nazioni più forti a danno di quelle più deboli e presuppone la minuziosa conservazione dei saldi della contabilità nazionale.
Nulla più della globalizzazione istituzionalizzata indulge a rilevare gli effetti del "vincolo esterno", cioè dell'indebitamento commerciale (e quindi privato) con l'estero dei vari paesi. E a trarne le conseguenze in termini di politiche che si impongono sui singoli Stati nazionali: politiche, a loro volta, riflesso automatico e condizionale delle regole precostituite nei trattati e per l'azione delle istituzioni organizzate che essi prevedono.

5. Dal che si desume, nella curiosa sequenza sopra riportata, una fallacia logica che ha dell'incredibile: e cioè, che la reazione, inevitabilmente nazionale (e come potrebbe essere altrimenti?), a politiche imposte dalle istituzioni sovranazionali, ma ad impatto socialenazionale, distruttivo della democrazia costituzionale e del benessere generale che essa persegue, sarebbe nazionalismo guerrafondaio!!!
Si giunge così alla assurda conclusione che l'estrema autodifesa di sopravvivenza, che si richiami alla sovranità democratica, opposta a politiche ad effetti nazionali, concepite come vincolo imposto al di fuori di qualunque circuito decisionale democratico ascrivibile alle costituzioni e ai loro fini, sarebbe alla base delle guerre.
In questa logica, paradossale, la Grecia ai tempi odierni, o la Cecoslovacchia o la Polonia ai tempi del secondo conflitto mondiale, sarebbero gli Stati responsabili dei conflitti armati.

6. Ma v'è di più: questa assurda conclusione, declamata come uno slogan altamente etico (basta affermare che si è contro la guerra per paralizzare ogni analisi logica della realtà strutturale che si vuole difendere),  basta di per sè a giustificare qualunque repressione del dissenso e qualunque compressione della democrazia sociale in qualunque parte del mondo. Ma, più di tutti, in €uropa.
Chi si oppone alla globalizzazione, inevitabilmente regolata e quindi legittima, propugnerebbe la guerra.
Il paralogismo si completa di un corollario implicito del tutto irreale: le regole della globalizzazione sarebbero  carenti e chi vuole la pace si "dichiara", implicitamente ma necessariamente, portatore del potere di integrare e modificare queste regole. 
La pace coinciderebbe, in pratica (senza magari rendersene conto), nel volere la regolazione,buona e comunque diversa, della lotta per la conquista dei mercati: ciò che è già un ossimoro, poiché questa lotta è l'essenza stessa di quella ricerca di dominio sui popoli che è lo scopo finale dei conflitti armati. E non c'è regola, storicamente immaginabile e ipotizzabile, che possa attenuare la brutalità e l'enorme costo sociale di questa essenza.
E si dichiara questa nobile finalità, - riformatrice del mondo capitalista nel massimo della sua potenza autolegittimata-, nonché la capacità di realizzarla, anche se questi "mercati" sono dominati da colossali interessi privati che hanno già il saldo controllo del processo istituzionale. 

7. Ma la integrazione e modifica delle regole imposte e applicate dai vincitori della lotta sui mercati è proprio la ragione per cui sono sorti i conflitti più devastanti del nostro tempo (sempre qui, p.6)
Dunque, sostenendo la prospettiva di una globalizzazione "buona-in-quanto-regolata-diversamente", si ignora (infatti...) sia la preesistenza di una regolazione preesistente già fortemente strutturata, che spiega l'andamento attuale del fenomeno, sia la fisiologica impotenza delle parti più deboli nella competizione sui mercati a imporre un qualsiasi cambiamento delle "regole del gioco" (al massacro di interi popoli), se non a prezzo di una vero conflitto armato.

7.1. Sarà superfluo (data la demonizzazione acritica di questo autore imperante presso glialtriglobalisti o altro€uropeisti), a questo riguardo, citare Keynes che, sull'imperialismo economico, - cioè sulla globalizzazione, legata alla logica della specializzazione (cioè vittoria/sconfitta nell'aggiudicarsi, sui mercati internazionali "aperti", ma a vantaggio della propria nazione "vincente", le produzioni  a maggior valore aggiunto, lasciando alle altre nazioni le briciole della dipendenza economica e politica, con il "vincolo esterno")-  si era espresso con chiarezza:
"Keynes...si interroga sulla efficacia dell'internazionalismo economico relativamente all'ottenimento della pace (cfr; pagg.95-98, in "National Self-Sufficiency", originato da una conferenza tenutasi all'Università di Dublino il 19 aprile 1933, e pubblicato in varie riviste economiche anglosassoni e anche italiane (in Italia, nel 1933 e nel 1936, con il titolo "aggiustato" di "Autarchia economica", non si sa se dovuto al traduttore o alla "diplomazia" dello stesso Keynes): 
«...al momento attuale non sembra logico che la salvaguardia e la garanzia della pace internazionale siano rappresentate da una grande concentrazione degli sforzi nazionali per conquistare i mercati esteri, dalla penetrazione, da parte delle risorse e dell'influenza di capitali stranieri, nella struttura economica di un paese e dalla stretta dipendenza della nostra vita economica dalle fluttuazioni delle politiche economiche di paesi stranieri.
Alla luce dell'esperienza e della prudenza, è più facile arguire proprio il contrario
La protezione degli attuali interessi stranieri di un paese, la conquista di nuovi mercati, il progresso dell'imperialismo economicosono una parte difficilmente evitabile di un sistema che punta al massimo di specializzazione internazionale e di diffusione geografica del capitale, a prescindere dalla residenza del suo proprietario».


"...Sulla scorta di questa premessa previsionale, relativa a "tensioni e antagonismi" che, col senno di poi, paiono un understatement rispetto agli eventi che si produrrano sulla scena mondiale, Keynes azzarda una ricetta, applicando la quale per tempo si sarebbe potuto evitare il disastro

I paesi colonizzati, in questo schema, avrebbero avuto un necessario grado di autonomia politica per poter sviluppare, con un ragionevole protezionismo (qui, p.6), l'infant capitalism (ben prima della fase del trentennio d'oro), i mostri del nazi-fascismo sarebbero stati (forse) in gran parte ridimensionati, sul piano delle stesse motivazioni sovrastrutturali che li animavano, dalla riapertura dei giochi (specie sulle materie prime,) e delle conseguenti "gerarchie" che erano la giustificazione per la conservazione degli imperi coloniali europei.

La stessa tendenza al gold-strandard e alle politiche di bilancio austere in caso di crisi, incentrate sul riequilibrio naturale dei prezzi e dei salari, avulse dalla politica delle bilance di pagamento in attivo (o del loro equilibrio raggiunto a scapito della permanente dipendenza economica delle aree coloniali), avrebbero perso gran parte della loro implicita ragione politica (molto più forte, già allora, di quella economico-scientifica, essendo in corso già le conseguenze della crisi del '29)".

8. Concluderemmo queste sconsolate osservazioni citando il pensiero di Gramsci (sempre qui, p.10).
Egli, relativamente alla globalizzazione, - che non è certo un'invenzione di questi ultimi decenni, quanto piuttosto una "restaurazione" dell'ordine internazionale dei mercati, propugnato negli anni successivi alla prima guerra mondiale (e già a sua volta nostalgico del capitalismo sfrenato della prima metà dell'800; p. 7 ss.)-, aveva già anticipato l'importanza dei rapporti di forza istituzionalizzati (al tempo dalle regole del diritto internazionale generale, direttamente creato dalla prassi delle "cannoniere") e le conseguenze della desovranizzazione degli Stati come processo distruttivo della democrazia:
"Gramsci...non si era fatto attrarre da tali sirene, consapevole della vocazione globale del capitalismo mercataro e del falso mito dell’internazionalismo
Tutta la tradizione liberale è contro lo Stato. [...] La concorrenza è la nemica più accerrima dello stato.  
La stessa idea dell'Internazionale è di origine liberale; Marx la assunse dalla scuola di Cobden e dalla propaganda per il libero scambio, ma criticamente” 
(A. Gramsci, L'Ordine nuovo, 1919-1920, Torino, 1954, 380).

E sulla “globalizzazione”, diversamente da rapporti internazionali tra Stati sovrani come concepita, già allora scriveva: 
«Il mito della guerra - l'unità del mondo nella Società delle Nazioni - si è realizzato nei modi e nella forma che poteva realizzarsi in regime di proprietà privata e nazionale: nel monopolio del globo esercitato e sfruttato dagli anglosassoniLa vita economica e politica degli Stati è controllata strettamente dal capitalismo angloamericano. [...] Lo Stato nazionale è morto, diventando una sfera di influenza, un monopolio in mano a stranieriIl mondo è "unificato" nel senso che si è creata una gerarchia mondiale che tutto il mondo disciplina e controlla autoritariamente; è avvenuta la concentrazione massima della proprietà privata, tutto il mondo è un trust in mano di qualche decina di banchieri, armatori e industriali anglosassoni».(A. Gramsci, L'Ordine nuovo, cit. 227-28).
8.1. E voi neo-regolatori, conditores della neo-istituzionalizzazione della "globalizzazione buona", siete davvero così forti da tacitare il grido di dolore di centinaia di milioni di disoccupati e precarizzati, privati della dignità del lavoro e del benessere, con l'autoproclamazione della vostra titanica capacità di battere questo "trust" che domina il mondo, oggi più incontrastato che mai?

* Fonte: Orizzonte48

sabato 11 febbraio 2017

L'ADUNATA STUDENTESCA... di Luciano Barra caracciolo

[ 11 febbraio ]

.....PER VOTARE "LIBERAMENTE" A FAVORE DELL'EURO

1. Che ne direste se, per un giorno, invece di studiare e cercare di accumulare conoscenze per capire cosa fare "nel" e "del" proprio futuro, gli studenti "delle scuole superiori" fossero convocati, e radunati, in massa abbastanza consistente, non si sa bene da chi e non si sa bene come, presso un teatro "per la tappa del progetto (approvato da quali autorità scolastiche e in base a quali criteri?) di alfabetizzazione economica “Young factor” promosso dall’Osservatorio permanente Giovani-editori guidato da Andrea Ceccherini?
E tutto per sentirsi dire che l'euro è bello e, anzi, è la loro unica salvezza, dal governatore della banca centrale francese; il quale, a rigore, parlava in rem propriam, cioè difendeva la sua veste e la sua funzione, essendo titolare di una banca centrale il cui ruolo è sostanzialmente ridotto, dentro l'eurozona, a essere componente del SEBC, coordinato dalla BCE

1.1. Il governatore francese ha infatti detto le seguenti cose:
a) L’uscita dalla moneta unica inseguita dagli euroscettici, così come il protezionismo americano annunciato da Donald Trump, sono due “sirene” che rischiano di minare l’economia europea e di scardinare il modello sociale che finora ha fatto da argine alle disuguaglianze. Forte di questa convinzione, il governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, ha messo in guardia gli 800 studenti;
b) Alcuni critici in Italia e in Francia – ha detto Villeroy de Galhau – vorrebbero uscire dall’euro per aumentare il deficit senza essere imbrigliati dalle regole europee. un’utopia, perché il finanziamento del deficit costerebbe decisamente più caro fuori dalla moneta unica,se dovessimo tornare agli spread che c’erano prima dell’euro». Rimanere nell’euro, dunque, «continua a essere nel lungo periodo la nostra migliore protezione», anche se lo spread fra titoli di stato francesi e tedeschi «può temporaneamente risentire dell’incertezza politica;
c) un’incertezza che ora tocca soprattutto l’azione del nuovo presidente americano e che, per il governatore della Banca di Francia che ha risposto alle domande degli studenti parlando perlopiù in italiano, è «nemica della crescita»: «Ancora non sappiamo esattamente cosa intende fare Trump – ha detto – ma aggiungere incertezza a quella che già c’era prima della Brexit e delle elezioni americane non è una buona notizia per la crescita del mondo. Bisogna mantenere un’economia aperta perché il protezionismo nella storia è sempre stato nemico della crescita».
Alla fine, convinti da tante autorevoli informazioni, "inevitabilmente", "gli studenti..., al termine dell’incontro, in massa hanno alzato la mano a favore dell’euro" (...!!!).

2. Dunque: mentre nell'eurozona si verifica, ormai da decenni, quel "necessario" smantellamento del welfare, cioè del modello sociale previsto dalle Costituzioni europee (in prevalenza), in nome dell'euro, il governatore francese addossa curiosamente la responsabilità di tale disegno - espressamente perseguito,  fin dalle enunciazioni di Einaudi nell'elogiare l'economia sociale di mercato di Erhard, (qui, p.9), proprio dalla costruzione europea, secondo quanto ammesso dallo stesso Prodi-, alla "uscita dalla moneta unica" (di chi?), che si deve ANCORA verificare, e al protezionismo SOLO ANNUNCIATO - einesattamente definito tale- di Trump.
Ma non è un po' grossa come illogicità condita da diffusione preventiva di ansie nelle gggiovani menti innocenti?

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Da Prodi, per coerenza, ci aspetteremmo una qualche nota critica alla vulgata così disinvoltamente diffusa dal Villeroy.

3. Come pure, disinvolta, è l'informazione sulla questione degli "spread",  che ci sarebbero stati prima degli euro.
Questi spread erano essenzialmente dovuti non alla politica sprecona di deficit spending di alcuno, in Italia almeno, ma, - tranne pochi anni tra il 1993 e il 1996 (cioè prima di rientrare nel sistema di cambi fissi europeo in vista dell'adesione all'euro)-, alle decisioni politiche lasciate ai banchieri centrali che, in Italia (dopo la Francia, con la legge "Rotschild" del 1973!)), ottenuto il divorzio e l'indipendenza, alzarono i tassi di interesse per poter rimanere agganciati al marco all'interno dello SME (anno di adesione, il 1978)
Ed è da questa fissità dei cambi, sempre voluta dall'€uropa federale e dell'economia sociale di mercato, che discendevano gli alti costi del deficit e del debito pubblico, che provocarono, da subito, un tale onere da indurre, nel 1984, la formazione di una commissione parlamentare di indagine sul debito pubblico dentro lo SME e a seguito del divorzio tesoro-Bankitalia.
3.1. E si veda, sul punto, lo studio pubblicato dal prof. Aldo Barba,  La redistribuzione del reddito nell'Italia di Maastricht (Barba dimostra e conclude per una "redistribuzione al contrario", cioè dai poveri verso i ricchi, per effetto specifico e principale delle politiche delle banche centrali astrette dal vincolo €uropeo).

4. Villeroy, infine, ci dice che l'economia aperta, cioè il liberoscambismo, è amica della crescita.
Peccato che tale ulteriore vulgata, profusa a piene mani a degli studenti che non sono in grado di avere alcuna difesa critica, sia smentita dai dati sulla crescita mondiale, nelle varie aree del mondo, prima, - durante il regime di repressione finanziaria, cioè di limitazione alla libera circolazione dei capitali, nonché di esistenza di un diverso regime daziario, concordato a livello mondiale-,  e dopo l'affermarsi dell'attuale indiscriminata apertura delle economie:
"Al riguardo, ci basterà rammentare i dati, nudi e crudi, che si offre Ha-Joon Chang, in "Bad Samaritans" (capitolo 1, "The real history of globalization", pagg.6-14).
Ebbene, già al tempo dei "misfatti" (liberoscambisti) dell'Impero inglese, - che, pur ammessi, non portano gli storici ad ammettere altrettanto la realtà economica conseguente e induce anzi a continuare a lodare gli effetti positivi "per tutti i paesi coinvolti" della globalizzazione "imperialista" dell'800-, l'Asia, che prima dei trattati aveva paesi al vertice dei PIL mondiali (tipicamente la Cina nella prima parte del secolo) crebbe solamente dello 0,4% all'anno tra il 1870 e il 1913
L'Africa, il più vantato esempio di civilizzazione e progresso free-trade colonialista, crebbe, nello stesso periodo, dello 0,6%. 
Europa e USA crebbero invece, rispettivamente, dell'1,3 e dell1,8% in media negli stessi anni. Notare che i paesi dell'America Latina, che nello stesso periodo recuperarono autonomia tariffaria e di politica economica, crebbero allo stesso livello degli USA! (Tralasciamo gli eventi susseguenti alla crisi del '29, quando i free-traders dominanti, abbandonarono il gold-standard e aumentarono sensibilmente le tariffe alle importazioni, prima nei settori dell'agricoltura e poi in generale nell'industria manifatturiera)
...Che accadde nel dopoguerra del 1945, quando si verificò il progressivo smantellamento del colonialismo e l'adozione degli Stati interventisti praticamente in tutto il mondo, sviluppato (e in ricostruzione) o in "via di sviluppo" (col tanto deprecato neo-protezionismo, da incentivazione pubblica all'industria nazionale e alla ricerca)?
Riassuntivamente: nei deprecati anni del protezionismo, rigettato come Satana dai vari governatori di tutte le banche centrali del mondo divenute indipendenti, in specie negli anni '60 e '70, i paesi in via di sviluppo che adottarono le "politiche "sbagliate" (appunto del protezionismo), crebbero del 3% in media all'anno: questo dato, sottolinea Chang, è il migliore che, tutt'ora, abbiano mai accumulato.
Ma gli stessi "paesi sviluppati" crebbero, negli stessi decenni, al ritmo di 3,2% medio all'anno.
...Poi intervengono le liberalizzazioni alla circolazione dei capitali e gli accordi tariffari: i paesi sviluppati, già negli anni '80 vedono la crescita media annuale abbattersi al 2,1%. 
Anche questi facevano le riforme, e infatti gli effetti di deflazione  e rallentamento della crescita si vedono (finanziarizzazione e redistribuzione verso l'alto del reddito crescono a scapito delle invecchiate democrazie sociali).  
Ma le riforme più intense, sono imposte proprio ai paesi in via di sviluppo, tramite il solito FMI: è qui che si registra il calo della crescita più marcato.
I paesi emergenti, infatti, debitamente "riformati" e "aperti" nelle loro economie, vedono la crescita praticamente dimezzarsi dal 3% a circa la metà, negli anni '80-'90, cioè all'1,7 medio annuo.
Ma attenzione: la decrescita "infelice", cioè l'impoverimento neo-colonizzatore,sarebbero ancora più marcati se si escludessero Cina e India. Infatti, nota Chang, questi paesi si imposero progressivamente alla crescita, realizzando un 30% del prodotto globale dei paesi in via di sviluppo già nel 2000 (dal 12% degli anni '80): ma India e Cina rifiutarono il Washington Consensus e le "riforme" stile "golden straitjacket" tanto propugnate dal noto Thomas Friedman (che abbiamo già incontrato in questo specifico post)".
5. In conclusione: perché far interferire sulla libera formazione delle conoscenze di giovani studenti le "lievi imprecisioni" dette da un banchiere centrale non italiano, e per di più, senza alcun contraddittorio e indicazione di fonti di riscontro di tali "allegre" affermazioni?
Per farli votare poi liberamente a favore dell'euro, per acclamazione e per alzata di mano?
Idraulicamente, inutile dirlo: il voto, una volta, era "libero e segreto" secondo l'art.48 della nostra Costituzione: procedere in questo modo, sulle giovani menti di studenti che presto dovranno votare, è gravemente diseducativo e danneggia in modo diretto il senso della legalità costituzionale.

* Fonte: Orizzonte 48

venerdì 18 novembre 2016

LA "RIFORMA" RENZI-BOSCHI E LA SUDDITANZA ALLA UE (ove non fosse chiaro) di Massimo D'Antoni

[ 18 novembre ]

C’è un tema di merito che sta passando relativamente sotto silenzio, ma che potrebbe essere una ragione decisiva per votare No. Un tema che evidenzia una contraddizione tra i contenuti della riforma costituzionale e il maldestro tentativo del governo di marcare la propria distanza dall’Unione con scelte simboliche (la sparizione delle bandiere dell’Ue durante le conferenze stampa) e alzando i toni con Bruxelles in occasione del parere della Commissione sulla Legge di Stabilità.

Al di là del teatrino mediatico, la riforma determinerà infatti un’ulteriore cessione di sovranità del nostro paese alla Ue, analoga a quella realizzata nel 2012 con l’approvazione dell’art. 81 sul pareggio in bilancio. Che questo sia coerente con gli intenti della riforma è d’altra parte esplicito nella relazione introduttiva del Disegno di Legge Costituzionale del 8 aprile 2014. Sotto il titolo “Le ragioni della riforma”, è il governo stesso a spiegare quali ne siano gli obiettivi:
«Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale.»
Nell’inquadrare la riforma nell’ambito della governance economica dell’unione, il governo ne dà una chiave interpretativa cui corrispondono passaggi precisi nel nuovo testo costituzionale. Me ne sono reso conto solo di recente, su indicazione di Luciano Barra Caracciolo, che sul suo blog spiega la questione nel modo seguente:
«Come rendersi conto della European connection, ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps: a) prendete il testo della riforma costituzionale col raffronto del testo originario della Costituzione del 1948; b) verificate il testo dei nuovi articoli artt. 55 – “Le Camere”: cioè conformazione, struttura e “mission” istituzionale delle Camere) – e 70 – “La formazione delle leggi”: cioè procedure e contenuti generali, ma anche “tipizzati”, della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due “nuove” Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all’oggetto deliberativo delle Camere stesse; c) vi accorgerete che l’effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che “la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea” è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l’adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.»
In poche parole: la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea diventa un dovere costituzionale. Immagino l’obiezione: che differenza c’è rispetto ad oggi? Non abbiamo sottoscritto dei trattati comunque vincolanti per il nostro paese? Ad essa si può rispondere osservando innanzitutto che si potrebbe arrivare a dubitare che a seguito della riforma l’Italia possa, in presenza di circostanze che lo rendano necessario o desiderabile, decidere di non far più parte dell’Unione europea. Tale scelta potrebbe infatti essere viziata da incostituzionalità, in quanto renderebbe impossibile per il Parlamento l’adempimento di una sua funzione. Così Barra Caracciolo:
«d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell’Unione, così com’è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il Parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato.»
Quella di uscita dalla Ue è un’ipotesi estrema. Ma, come già è avvenuto per l’art. 81 sul pareggio di bilancio, l’esplicita previsione in Costituzione della “formazione e attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”, avrebbe effetti anche in circostanze più concrete:
«6. E, infatti, questo non può che avere riflessi sulla stessa propensione della Corte costituzionale a sindacare, con effettività e concreta comprensione della natura delle politiche che ci impone l’Unione europea, la violazione dei principi immodificabili della Costituzione (da parte dell’imposizione di tali politiche). (…) Nel costante conflitto tra tali previsioni costituzionali e i principi fondamentali che definiscono i diritti indeclinabili dei cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro (cioè sull’obbligo statale di perseguimento di politiche economiche e fiscali di “pieno impiego”), la Corte non scorgerà alcuna esigenza di ristabilire una gerarchia tra le fonti
La riforma renderà cioè più difficile sindacare le politiche europee sulla base di un conflitto con la normativa nazionale e con i principi della nostra Costituzione. Con buona pace dell’art.1 che recita che “La sovranità appartiene al popolo” e dell’affermazione, continuamente rilanciata dai fautori del Sì, che la riforma non inciderebbe sui valori costituzionali ma solo sulle procedure della seconda parte della Carta.
Non serve essere “euroscettici” per preoccuparsi del fatto che sia in atto una progressiva cessione di sovranità del nostro paese verso istituzioni e organi sovranazionali di dubbia legittimità democratica. Una cessione di sovranità che non ha alcuna contropartita in termini di riforma e democratizzazione delle stesse istituzioni. Sarei ben felice se qualche costituzionalista potesse smentirmi, ma il punto mi pare piuttosto chiaro. E se è così, siamo di fronte a quella che è forse la ragione principale per la quale questa riforma va respinta con decisione. Votate No!
* Fonte: A/simmetrie

martedì 11 ottobre 2016

DOVE VA A PARARE IL ( NEO-KEYNESIANO) STIGLITZ di Luciano Barra Caracciolo

[ 12 ottobre ]

Barra Caracciolo svela come il noekeynesismo sia un rifacimento cosmetico made in USA del pensiero economico neo-classico, quindi niente più che una variante del liberismo. [1]

1. Fingiamo per un attimo che Stiglitz non sia parte di un establishment USA, storicamente connotato dal nuovo modo di essere "democrat" (e cioè liberalben radicato nella upper middle class); e fingiamo pure, per un attimo che Stiglitz non sia il terminale spendibile, —in un'€uropa sempre più squassata dal dramma della disoccupazione e della dottrina ordoliberista al potere—, di un blocco di potere che, pur annoverando tra le sue fila, per l'appunto, persone di oggettivo valore, non riesce a produrre altro che Hillary Clinton come sua punta di diamante politica e la prospettiva, sempre più concreta, di una guerra globale nucleare
Forti (...) di questa "ipotesi" di laboratorio, andiamo dunque a esaminare senza pregiudizi (determinati dal contesto che abbiamo scartato), le interessantissime risposte date da Stiglitz a questa intervista (disponibile fortunatamente in italiano): Referendum, Stiglitz: "Se Renzi perde parte fuga dall'euro".

2. Esaminiamo la prima risposta del Nobel per l'economia, che segue ad una domanda circa la pericolosità (addirittura!) del suo ultimo libro, per aver "fornito munizioni a tutti i populismi", ripiombando l'€uropa nella sue "paure" (cioè la domanda tendeva ad affermare che senza l'euro gli europei non sarebbero capaci di mantenere rapporti civili e cooperativi nei reciproci confronti!!!):  
"Si riferisce al mio libro, L’euro e la sua minaccia sul futuro dell’Europa? L’ho presentato ovunque – risponde Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, consigliere di Hillary Clinton, a Bologna per la Biennale dell’Economia cooperativa – da Friburgo alla Francia, dalla Gran Bretagna a Amsterdam, discutendo con il ministro olandese Dijsselbloem ( presidente dell’Eurogruppo e dell’European Stability Mechanism , ndr) e con altri vertici europei.Tutti hanno detto che sbagliavo, ma si sono dichiarati d’accordo sulle mie analisi. L’economia europea rallenta, la disoccupazione è in aumento, la produzione industriale ristagna e sempre più gente si scaglia contro l’euro. Tutti hanno detto che sanno bene quali riforme bisognerebbe fare, ma sono molto difficili da realizzare. ‘E comunque l’euro ce lo teniamo’, è la loro conclusione unanime".
Intendiamoci: le "riforme" cui si riferisce Stiglitz non sono quelle che vogliono proseguire i governi attualmente in carica nell'eurozona, come obiettivo irrinunciabile, che, ovviamente, sarebbero agevolate dal "sì" alla riforma costituzionale in Italia. Quelle "riforme", lanciate sull'altra parte dell'Atlantico proprio dalla guida neo-(anarco)-liberista apprestata dagli USA, sono il problema perché sono praticate all'interno di un'area valutaria volutamente imperfetta. Stiglitz se n'è accorto e ci ha scritto un libro su. 
Luciano Barra Caracciolo

3. Le riforme che egli indica come un rimedio alla crisi €uropea sono invece relative ai trattati: ma non proprio a tutta l'impostazione dei trattati, quanto, in concreto, relativamente alle regole applicate nell'eurozona. Si tratta in pratica del governo fiscale, federale, capace di operare i trasferimenti in modo che l'unione monetaria sia connessa ad un'unione politica compiuta, capace di provvedere ai bisogni territorialmente differenziati (dagli squilibri economici determinati proprio da "questa" moneta unica) delle popolazioni coinvolte nell'eurozona.
Come abbiamo anticipato varie volte, e da anni, Stiglitz prende atto che "i vertici europei" sono ben consci che queste "riforme" sarebbero necessarie ma che siano difficili da realizzare. Quindi si deve andare avanti così.
Ovvio: il giochino sottinteso nel linguaggio diplomatico (in senso lato) utilizzato da Stiglitz e dai suoi interlocutori è che le riforme (dei trattati) sono impossibili, in quanto fuori da ogni agenda e concretezza politica

Il presidente della Commissione Ue: «Non ci saranno mai, nazioni e popoli amano le proprie tradizioni»

4. Seriamente: riformare l'UEM è politicamente impensabile. Sia perché non lo vuole la Germania (anche per i chiari vincoli della sua Costituzione al riguardo (qui. p.2)), una Germania che ha assunto il ruolo di azionista di maggioranza nella Holding imperial-€urista, sia perché non lo vogliono i responsabili di governo, e quindi le elites, dei vari Stati dell'eurozona.

E di questo Stiglitz appare tanto cosciente che a una successiva domanda sull'euro a due velocità, risponde:  
"Non credo sia possibile in EuropaL’ideologia dei banchieri centrali e della Commissione Europea è fortemente contraria alla doppia valuta. Ma nel mio libro indicavo la strada di una valuta diversa per il mercato dei beni e per quello dei capitali".
In questa risposta, Stiglitz, che pure è uno dei più autorevoli e approfonditi critici delle banche centrali indipendenti, rende atto che i banchieri centrali e gli omogenei tecnocrati della Commissione UE sono quelli che decidono: anzi, gli unici che decidono quali politiche monetarie e fiscali adottare. E in definitiva, sono già stati gli "autori" dei trattati: sicché, non hanno alcuna intenzione di smettere di difenderli (anche perché, ai loro occhi, stanno funzionando fin troppo bene).
Rammentiamo come sia sempre di stretta attualità l'essersela presa col solo Barroso per i suoi futuri rapporti professionali con Goldma&Sachs dopo essere stato presidente della Commissione, dimenticando completamente che l'emergere di un conflitto di interessi getta un'ombra, proprio e principalmente, sui passati rapporti con il potere economico al quale si rivela ex post la propria vicinanza, e in relazione agli atti di governo e alle prese di posizione adottati mentre si era in carica.
Ma le "porte girevoli" (v. qui, nel gran finale) sono una specialità molto americana, e Stiglitz ha imparato a proprie spese che è meglio non sollevare troppo apertamente questo genere di problemi (rammentiamo in proposito "l'epopea" Stiglitz vs. Summers, sulle politiche imposte dal FMI).

5. Ma è la successiva risposta di Stiglitz che ci fornisce un chiarimento, "di merito", sulla sua visione delle riforme intraprese sotto l'egida (formale) dell'€uropa di Maastricht —riforme che, come abbiamo visto innumerevoli volte, sono incentrate sulla flessibilizzazione neo-classica (o neo-keynesiana) del mercato del lavoro e sulla connessa privatizzazione del welfare: 
"La Germania ha imposto il rigore che ha ucciso la crescita in Europa. Credo sia molto difficile fare le riforme quando il popolo soffre. Molti tedeschi, invece, credono che il tempo migliore per fare le riforme sia proprio quando c’è crisi. Secondo me, quando le riforme sono fatte con la pistola puntata alla testa vengono partorite male, non sono accettate dai cittadini e diventano insostenibili".
Sintesi fenomenologica della posizione assunta da Stiglitz e alla quale appare funzionale il suo libro: il rigore fiscale, in una situazione in cui non è permessa la svalutazione del cambio perché si è in una moneta unica (e per di più con i tedeschi!), porta a un grado di "sofferenza" popolare - oltre che....bancaria, elemento da non trascurare e che Stiglitz, proprio lui, non può non avere ben presente-, tali da divenire "insostenibile".
Quindi, almeno per l'Europa, le riforme, cioè l'abolizione della tutela del lavoro, dell'autonomia collettiva del sindacato, la drastica riduzione pro-mercati (finanziari) di tutela sanitaria e previdenziale, non sono un male in sè, ma risultano esserlo per l'eccesso di "durezza del vivere", concentrato nel tempo, di cui sono portatrici quando sono adottate dentro un'area valutaria cui non corrispondano istituzioni politico-economiche comuni adeguate.


Implicita, ma necessaria, in questa visione di Stiglitz, è la logica del "sapersi fermare quando i risultati ottenuti sono ragionevolmente buoni": usare in dosi aggiuntive (e letali) lo strumento dell'euro per mettere in pericolo, per via di un collasso economico e del consenso, questi stessi risultati, rischiando un arretramento della linea restaurativa dello Stato "ridotto", per arrivare allo "Stato minimo", non ha mai portato fortuna. Ed è comunque un rischio troppo alto visti i precedenti analoghi in Europa (basti citare la seconda guerra mondiale).

6. In tutto questo discorso, dunque, riemerge il clou del neo-keynesianesimo a epicentro USA: l'unione europea risponde a dei vantaggi geopolitici di lungo ed ampio scenario, e consente più efficacemente di rendere il vecchio continente simile all'America
L'omogeneità raggiunta (considerando l'effettiva situazione di paesi, citati da Stiglitz, come Grecia e Italia), è già un risultato notevole: perché "esagerare" (benedetti tedeschi)?
Il problema di "democrazia", in tutto questo, non è presente: tanto che in una successiva risposta Stiglitz aggiunge, un po' genericamente e cripticamente, se non in modo incoerente, che di fronte alla Brexit, Juncker:  
"avrebbe dovuto spiegare i fattori positivi e le opportunità dello stare insieme, piuttosto che puntare sulla paura".
Sì però, a Juncker la lista delle cose non terroristiche che dovrebbero tenere insieme l'€uropa proprio non gli viene in mente:è troppo abituato a mettere le scelte sul tavolo, attendere che la gente non ci capisca un tubo e poi portare la decisione già presa al "punto di non ritorno".
Elementi del quadro €uropeo, storicamente molto abusati ormai, cheStiglitz pare del tutto ignorare: per lui le riforme non sono un male in sè e la teorizzazione che possano comunque, euro o non euro, rigore o non rigore, essere accettabili solo se alla gente non viene fatto capire nulla, pare sfuggirgli nella sua fondamentale importanza.

7. Al termine di questo commento ad uno Stiglitz in missione €uropea, dunque, mi permetto un piccolo commento finale sul problemino di democrazia: pensare a un'uscita dell'euro "da sinistra", è un controsenso, perché questa uscita automaticamente ripristina la potenziale e recuperata applicabilità del modello costituzionale. E, quindi, determina la possibilità di porre in fuorigioco, cioè di far riemergere la illegittimità costituzionale, delle riforme, antisociali e antilavoristiche imposte dall'appartenenza all'Unione europea. In nome dell'euro: che non è "solo una moneta" (come dicono gli spaghetti-liberisti più estremi) e neppure, "solo" il nemico della crescita, come nota Stiglitz...nel 2016. E' il disegno da lungo tempo perseguito dalla oligarchia per abbattere le Costituzioni democratiche.

8. Stiglitz, semplicemente, non risulta (voler essere) cosciente di questo ordine di problemi, pur potendo vantare un "realismo" di visione sociale certamente molto più avanzato della media della ruling classd'oltreoceano (inclusa la Clinton, ovviamente): la parte più importante del malcontento che viene definito "populismo" non è altro chel'aspirazione ad una democrazia inclusiva dei più deboli che non è più compatibile con ulteriori dosi di riforme
Riforme che, tra l'altro, negli USA stanno già manifestamente portando all'apice della instabilità finanziaria e, più ancora, sociale, di cui lo stesso Stiglitz dovrebbe preoccuparsi. Molto (e probabilmente già se ne preoccupa: per questo gira l'€uropa in tempo di elezioni presidenziali...).

* Fonte: Orizzonte 48

Note

[1] Di passata Barra Caracciolo scrive: «...pensare a un'uscita dell'euro "da sinistra", è un controsenso, perché questa uscita automaticamente ripristina la potenziale e recuperata applicabilità del modello costituzionale».
Un'obiezione seria che chiama in causa questa redazione, che dunque è chiamata a spiegarsi. Speriamo di farlo prossimamente.

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