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lunedì 20 gennaio 2020

LA NOSTRA LOTTA di Movimento '48 e Programma 101

DICHIARAZIONE DI RAPPORTI FRATERNI TRA MPL-P101 E M-48


La lotta di liberazione delle classi subalterne non ha futuro se queste perdono memoria di se stesse.

Questa lotta esige identità, e questa è data dall’incontro tra idee forti e altrettanto solide radici storiche.

venerdì 25 ottobre 2019

UMBRIA: PER CHI VOTIAMO NOI

[ venerdì 25 ottobre 2019 ]

Gli umbri vanno al voto prima del previsto a causa delle dimissioni della Giunta di centro-sinistra, travolta da "sanitopoli".

Non è difficile prevedere, anche visto com'è andata in diverse elezioni comunali, la vittoria del centro-destra a trazione leghista. 
Il tracollo della improbabile coalizione tra PD e 5 Stelle è quindi certo. Si tratta semmai di vedere quanto esso sarà grande.

Come sezione Umbra del Movimento Popolare di Liberazione - Programma 101 la nostra indicazione di voto è per Rossano Rubicondi, candidato Presidente del Partito Comunista. Decisione avvenuta dopo un incontro svolto con Rossano ed il segretario regionale del Pc.

Le ragioni sono presto dette.

(1) Rossano Rubicondi non è figlio di nessuno. Elemento di punta dell'opposizione interna alla CGIL, è stato protagonista di tante battaglie in difesa dei diritti dei lavoratori, e non solo di quelle. Mai colluso col corrotto sistema di potere del Pd. Rossano è quindi un simbolo, un simbolo della lotta per la giustizia sociale, di chi non ha tradito le proprie radici ideali. Per questo, malgrado le differenze, noi lo consideriamo non solo un compagno ma anche un fratello.

(2) Rossano è il candidato del Partito comunista. Per quante critiche si possano fare a questo Partito, esso è il solo, di quel che resta della sinistra, che ha il coraggio di rivendicare l'uscita dalla gabbia dell'Unione europea, dall'euro come pure dalla NATO.

(3) Tenendo conto del sistema istituzionale brutalmente presidenzialista, rafforzato da una legge elettorale ultra maggioritaria (voluta dal Pd), scarse sono le possibilità, per una forza popolare rivoluzionaria, di entrare nel Consiglio regionale. Per quanto appesa ad un filo, questa possibilità tuttavia esiste e va quindi perseguita con forza. Superare l'alto sbarramento elettorale sarebbe una grande vittoria, non solo per il Partito comunista, ma per tutta l'opposizione, sociale e patriottica della nostra regione. In vista del futuro c'è bisogno come il pane di un risultato positivo che attesti che c'è una minoranza consapevole che non ha portato la testa all'ammasso.

Sulla scheda gli umbri troveranno anche la lista del Fronte Sovranista Italiano con Martina Carletti candidata alla Presidenza della regione. Auguriamo agli amici del FSI un risultato dignitoso, ma per come stanno le cose e per l'estrema debolezza del gruppo, ciò è altamente improbabile. Si tratta di una candidatura di bandiera destinata all'irrilevanza. Non ci sono ragioni per cui noi, in questa fase in cui c'è invece bisogno di far fare passi avanti all'opposizione democratica e patriottica, si debba condividere una scelta minoritaria destinata alla sconfitta.


I compagni umbri del Movimento Popolare di Liberazione - Programma 101




mercoledì 2 ottobre 2019

MANOVRA 2020: ECCO A VOI IL CONTE-BIS di Comitato Centrale di P101

[ mercoledì 2 ottobre 2019 ]

COMUNICATO N. 11/2019 DEL COMITATO CENTRALE DI P101




La manovra senz'anima del governo della restaurazione


Alla fine il Consiglio dei ministri ha partorito la Nadef, la settembrina Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza che fa da cornice alla Legge di bilancio vera e propria.

Solo da quest'ultima, la cui presentazione è prevista per metà ottobre, si capiranno i dettagli di una manovra economica che si annuncia di puro galleggiamento, senz'anima e senza idee forti. Una manovra comunque recessiva e con più tasse, nella quale - come avevamo ampiamente previsto - le mille promesse di agosto si sono sciolte come neve al sole.

Se la Legge di bilancio ci dirà di più, un giudizio politico sull'operato del governo della restaurazione è già possibile.

1. Le clausole di salvaguardia sull'IVA solo congelate, non cancellate


Come sapevamo, il Conte-bis potrà beneficiare di una maggiore flessibilità europea sul deficit, rispetto a quella ben più striminzita con la quale gli eurocrati puntavano a mettere con le spalle al muro il precedente governo gialloverde. Mentre a quest'ultimo si chiedeva un deficit all'1,6-1,8% sul Pil, all'attuale governo verrà concesso il 2,2%. Quattordici miliardi in più rispetto al tendenziale, fissato - calcolando l'aumento dell'IVA e le minori spese per Reddito di cittadinanza e Quota 100 - all'1,4%. Questa scelta eminentemente politica, con la quale l'Ue ha inteso premiare un governo servile e subalterno, è tuttavia modesta e, soprattutto, limitata al solo 2020. La riprova sta nel fatto che le clausole di salvaguardia dell'IVA non sono state cancellate, bensì solo congelate per il prossimo anno. Ciò significa che già dalla primavera prossima ripartirà il solito tormentone su come rinviarle un'altra volta, condizionando così ogni possibilità di future manovre davvero espansive.

2. Una finanziaria recessiva che toglierà all'economia reale almeno 9 miliardi di euro


Dai conti del governo si evince che a legislazione vigente, e senza aumento dell'IVA, il deficit 2020 si sarebbe attestato al 2,7%. Portarlo al 2,2% significa togliere all'economia nazionale qualcosa come 9 miliardi di euro. Una sottrazione tanto più grave di fronte all'attuale crescita zero ed all'attesa di una recessione vera e propria. Una sottrazione che avverrà principalmente con un aumento della pressione fiscale (previsto il recupero di circa 10 miliardi e mezzo) e con nuovi tagli per un miliardo e mezzo di euro. Tutto ciò "compensato" soltanto con una riduzione del cuneo fiscale per soli 2,7 miliardi.

3. La vergognosa elemosina sul "cuneo fiscale"


Sul punto, dopo tante promesse, la montagna ha partorito il topolino. Il beneficio fiscale, che dovrebbe interessare la stessa platea dei renziani "80 euro" del 2014 (circa 11 milioni di persone), scatterà solo dal 1° luglio 2020, portando nelle buste paga di chi ha un reddito sotto i 26mila euro lordi, una cifra attorno ai 40 euro mensili. Una vera miseria, di fronte alle condizioni di questa fascia di reddito; una misura del tutto inefficace dal punto di vista macro-economico, visto che non è con queste cifre che si può rilanciare la domanda interna.

4. La fine ingloriosa, e prevedibile, delle promesse di agosto


Dalle notizie ad ora disponibili - il testo integrale della Nadef non è stato ancora pubblicato - tutte le mirabolanti promesse di agosto sono uscite dal radar di Palazzo Chigi. Dell'aumento dei 100 euro mensili agli insegnanti, come dei 4 miliardi necessari al rinnovo dei contratti del pubblico impiego non c'è traccia. Idem per il programma straordinario di assunzioni, per non parlare delle maggiori risorse per la scuola, l'università, il welfare, i disabili e le famiglie. Certo, qualcosa avranno scritto, ma evidentemente senza precisi impegni di spesa per il 2020.

5. Una finanziaria senz'anima


Siamo dunque di fronte ad una manovra di galleggiamento, priva di ogni idea forte. Una finanziaria senz'anima che non vorrebbe scontentare troppo gli italiani, rassicurando al contempo l'oligarchia di Bruxelles e Francoforte. Una finanziaria che non risolvendo alcun problema del Paese, finirà per aggravarli tutti. Perlomeno un anno fa le due misure di bandiera di Lega ed M5s (Quota 100 e Reddito di cittadinanza) provavano a dare un po' di respiro ai settori sociali maggiormente colpiti dalla crisi e dall'austerità targata Europa. Misure insufficienti anche quelle, ma che viste oggi - alla luce del micragnoso nulla della finanziaria di Gualtieri - appaiono quantomeno come un onesto per quanto pasticciato tentativo di invertire la disastrosa rotta imposta dai vincoli europei al nostro Paese.

6. L'amministratore di condominio Roberto Gualtieri


Da questa vicenda l'osannata figura del nuovo ministro dell'Economia, l'eurista a tutto tondo Roberto Gualtieri, esce del tutto ridimensionata. Una Legge di bilancio fatta in questo modo, con mille interventi, nessuno dei quali davvero significativo, più che ad un titolare della politica economica fa pensare ai piccoli stratagemmi di un amministratore di condominio. Per giunta un condominio assai litigioso. E' questa la fine che si fa quando si va ad applicare quelle regole che pure si è voluto al fine di imporre l'ordine ordo-liberale ad un paese come l'Italia.

7. La bandiera autoritaria della lotta al contante


Alla fine, da una finanziaria come questa, esce solo una bandiera: quella della lotta al contante. Che è poi la bandiera issata dalle banche e dalla grande finanza, nonché dall'ossessivo pensiero unico del politicamente corretto. Dietro alla motivazione ufficiale della lotta all'evasione - quella dei poveracci, beninteso, mica quella delle multinazionali, ci mancherebbe! - c'è l'interesse delle banche, nonché (cosa ancora più importante) la volontà di arrivare ad un controllo totale sulla vita delle persone. Per queste ragioni Programma 101 si oppone totalmente alle misure previste dal governo contro l'uso del denaro contante.

8. Conclusione: nell'Ue si soffoca, viva l'Italexit


I contenuti della Nadef, quelli prevedibili della prossima Legge di bilancio, non fanno che confermare quel che diciamo da anni: non c'è alcuna possibilità di uscire dalla crisi dentro la gabbia europea. Se i risultati della "flessibilità" transitoria ottenuta dal governo della restaurazione sono questi, figuriamoci cosa dobbiamo attenderci per il futuro. Nell'euro e nella Ue si soffoca, l'Italexit è sempre più necessaria. Anche per questo manifesteremo il prossimo 12 ottobre a Roma, anche per questo invitiamo tutti a farlo insieme a noi.

Roma, 1 ottobre 2019



GLI ULTIMI COMUNICATI

CON NOI AVETE CHIUSO 18 luglio 2019
COSÌ NON SI VA AVANTI 9 luglio 2019
MINI-BOT: DISOBBEDIRE ALLA UE 11 giugno 2019
NO AL CONTE-BIS! 28 agosto 2019

giovedì 29 agosto 2019

ECCO COME USCIRE DALL'EURO di Programma 101

[ giovedì 29 agosto 2019 ]

Man mano che si avvicina la grande manifestazione LIBERIAMO L'ITALIA del 12 ottobre, la prima che rivendichi apertamente l'uscita dalla gabbia dell'euro, crescono, sia le adesioni sia coloro i quali si domandano: "Ma ce l'abbiamo le idee chiare su come rendere possibile l'uscita? Quali dovranno essere le misure politiche ed economiche affinché essa non sia un fiasco?". Domande legittime a cui questo documento, frutto di anni e anni di riflessioni e discussioni, offre la risposta.




1. Riconquista della sovranità monetaria e controllo pubblico della Banca d'Italia


Il primo atto da compiere consiste nel ripristino del controllo pubblico della Banca d'Italia. Essa dovrà mettere in circolazione la nuova lira, sostenere la politica economica del governo, fungere da acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico ad un tasso d'interesse sostenibile. In questo modo lo Stato non avrà più bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali. La Banca d'Italia - a differenza della Bce che ha come unico scopo la stabilità dei prezzi - dovrà dunque essere uno strumento decisivo di una Nuova Politica Economica volta alla lotta alla disoccupazione ed alla povertà, alla tutela dei risparmi, finalizzata al bene comune e non agli interessi di pochi.

2. Gestione dei nuovi cambi e dell'inflazione

Su questi temi il terrorismo del blocco eurista imperversa sui media. Si tratta di paure assolutamente infondate. L'Italia ha bisogno di svalutare rispetto alla Germania, ma questo non deve far pensare ad una svalutazione catastrofica rispetto alle altre monete. In caso di rottura completa dell'Eurozona, diversi studi prevedono anzi una sostanziale stabilità della nuova lira verso l'insieme delle monete dei singoli paesi, con svalutazioni (peraltro neppure troppo elevate) verso Germania, Olanda ed Austria ed addirittura rivalutazioni verso Francia, Spagna e Belgio. Le esagerazioni sono dunque fuori luogo, pura materia di propaganda, mentre la svalutazione con la Germania - che proprio grazie alla sua moneta svalutata ha un pazzesco surplus commerciale vicino al 10% del Pil - è assolutamente necessaria, ma non solo per l'Italia. 

L'alternativa a questa svalutazione monetaria non è l'assenza di svalutazioni, come vorrebbero farci credere, bensì la svalutazione interna già in atto da anni. E che cos'è la svalutazione interna? Essa consiste in una progressiva riduzione dei salari, delle pensioni, del welfare, dello stesso valore di beni materiali come le abitazioni. L'alternativa è dunque la semplice prosecuzione del disastroso scenario degli ultimi dieci anni per altri decenni ancora.

L'altra terroristica menzogna che ci viene propinata riguarda l'inflazione. I precedenti storici, sia in Italia (1992) che in altri paesi, smentiscono ogni scenario di inflazione alle stelle. E' tuttavia necessario difendere i redditi dei lavoratori attraverso alcune misure: l'applicazione universale dei contratti collettivi di lavoro, la reintroduzione di una nuova scala mobile a tutela di salari e pensioni, il ripristino del metodo di calcolo retributivo sulle pensioni.

3. Ridenominazione del debito

Anche su questo il terrorismo mediatico impazza, volendo far credere che l'uscita dall'euro comporterebbe un forte aumento del debito verso l'estero. In realtà il governo non dovrà far altro che applicare il principio della Lex Monetae, peraltro già previsto dal nostro Codice civile, ridenominando il valore di ogni debito (dunque anche di quelli verso l'estero) nelle nuove lire, in base ad un rapporto con l'euro di uno a uno. I debiti (mutui inclusi) si ripagheranno perciò in nuove lire, non in euro come si dice per spaventare la gente.

In questo modo, il valore dei debiti italiani (pubblici e privati) calerà anziché aumentare. Certo, i possessori esteri di titoli italiani faranno il diavolo a quattro per non subire perdite. Ma l'esperienza insegna che i grandi creditori internazionali (banche e fondi di investimento) preferiscono in questi casi limitare le perdite piuttosto che perdere tutto. Uno Stato sovrano, con un governo deciso a difendere gli interessi del suo popolo, può obbligare i pescecani della finanza a più miti consigli.

4. Controllo del movimento dei capitali

L'operazione di fuoriuscita dall'euro va ovviamente accompagnata da un rigido controllo sul movimento dei capitali, impedendone la fuga verso l'estero. La fuga dei capitali non è però un problema del dopo Italexit, bensì della fase che la precede. Occorre dunque grande rapidità e fermezza nelle scelte che si renderanno necessarie. A chi ci dice che il controllo sui capitali è impossibile ricordiamo l'esperienza di Cipro nel 2013, quando pesanti misure sul movimento di capitali (un limite sulle transazioni verso l'estero, uno sulle spese di viaggio, un altro sugli assegni, eccetera) vennero imposte dalla stessa Unione Europea.

Non si vede proprio per quale motivo ciò che è stato fatto allora, non possa essere fatto oggi - nelle forme che saranno più opportune - da uno Stato come l'Italia. Mentre l'esportazione di capitali dovrà essere contrastata anche in seguito, misure emergenziali come quelle che abbiamo citato dovranno avere ovviamente solo natura transitoria, esaurendosi la loro necessità con il completamento del passaggio alla nuova moneta.

5. Nazionalizzazione del sistema bancario, a partire dalle banche sistemiche 

Il sistema bancario italiano è reso traballante dalle assurde regole dell'Eurozona. Da un lato, in assenza di una banca centrale che svolga questo compito, le banche italiane sono state costrette a riempirsi di Btp; dall'altro, la svalutazione di questi titoli prodotta dall'aumento dello spread rischia di portare al dissesto alcune banche di rilevanza nazionale. Tutto ciò anche a causa delle norme penalizzanti dell'Unione bancaria, anch'essa scritta di fatto sotto dettatura tedesca.

C'è un solo modo per uscire da questa trappola, per tutelare i risparmi, per far sì che le banche tornino ad essere un fattore propulsivo dell'economia nazionale: la loro nazionalizzazione, a partire dalle banche più importanti, quelle definite come "sistemiche". 

6. Ridurre, grazie e contestualmente all'uscita dall'euro, il debito pubblico 

Abbiamo già visto come la semplice uscita dalla moneta unica determini da sola un abbattimento del valore effettivo del debito pubblico. Ma questo non basta. Insieme a quella dell'euro, l'Italia ha bisogno di uscire anche dalla schiavitù del debito. Tre provvedimenti saranno assolutamente necessari: la sterilizzazione dei titoli posseduti dalla Bce, una ristrutturazione della quota estera del debito, l'introduzione di nuovi strumenti finanziari per la sua rinazionalizzazione.

Il primo provvedimento era scritto nella bozza originaria del cosiddetto "contratto" di governo. Si tratta di azzerare i 250 miliardi dei titoli detenuti dalla Bce. Miliardi creati dal nulla, che nel nulla possono tornare, riducendo così l'ammontare complessivo del debito di un 11%. Il secondo provvedimento, valido solo per i titoli con possessori esteri, che già troppo hanno guadagnato speculando sui disastri imposti all'Italia dall'austerità e dalle regole del sistema dell'euro, può concretizzarsi sia con un allungamento delle scadenze che con una drastica riduzione degli interessi, meglio se con un mix di entrambe queste misure. 

Il terzo provvedimento - quello della rinazionalizzazione del debito - dovrà consistere nell'emissione di nuovi strumenti finanziari rivolti alle famiglie. Una sorta di "Btp famiglia" o dei "Cir" che il governo ha già annunciato, titoli rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, integralmente garantiti dallo Stato, vantaggiosi fiscalmente o nei tassi applicati purché detenuti fino alla scadenza.

Scopo di queste misure non è solo la riduzione del debito accumulato, ma soprattutto la sua sostenibilità futura, garantibile soltanto con la totale indipendenza dai meccanismi e dagli avvoltoi della finanza internazionale. Come dimostra il caso del Giappone (che ne ha uno pari al 220% del Pil), il debito non è un problema quando si dispone pienamente della sovranità monetaria e quando esso è posseduto da soggetti interni.

7. Un programma di uscita dalla crisi, abbattimento della disoccupazione e della povertà 

Ovviamente l'uscita dall'euro non è fine a se stessa. Essa è la condizione necessaria, non ancora quella sufficiente per venir fuori dalla crisi e per sganciarsi dal sistema neoliberista. Per raggiungere questi obiettivi occorre un Piano per la ricostruzione economica e per il lavoro. 

La ricostruzione economica, che non va intesa in maniera meramente produttivistica, bensì principalmente nella sua dimensione di rifacimento di un vivere civile improntato al benessere fisico e psichico delle persone ed a quello della comunità, dovrà basarsi su un piano di reindustrializzazione fondato sulla nazionalizzazione dei settori strategici dell'economia (energia, telecomunicazioni, acqua, trasporti), sulla difesa dell'ambiente, sull'eliminazione del precariato, sulla difesa dei redditi da lavoro dipendente ed autonomo, su un sistema tributario che unisca la riduzione della pressione fiscale al suo carattere progressivo, sulla garanzia del diritto allo studio, alla salute e ad una vecchiaia serena.

Tutti questi obiettivi dovranno vivere dentro un Piano per il lavoro finalizzato a debellare la disoccupazione e a dare risposta ad alcuni fondamentali bisogni. In concreto si tratta di lavorare su: a) deciso sostegno al sistema scolastico pubblico e alla ricerca scientifica, b) sviluppo delle energie alternative, c) interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, d) riorganizzazione complessiva del sistema dei trasporti, e) recupero del patrimonio edilizio esistente e piano di ristrutturazione antisismica nelle zone a rischio, f) sostegno al turismo non speculativo, g) tutela del patrimonio artistico e culturale, h) piano per un'assistenza dignitosa a tutti gli anziani i) riforma del sistema agrario a tutela delle piccole e medie imprese agricole, favorendo forme non intensive e sostenibili, l) creazione di servizi e network pubblici a sostegno dell'artigianato e delle piccole imprese.


Un ponte verso una alternativa di società
resistere e mobilitarsi per una nuova politica economica

La proposta di Programma 101 guarda ad una nuova società. La rottura con l'euro-dittatura è la condizione perché possa ripartire la lotta per l'eguaglianza sociale, per un'effettiva democrazia, per la fine dello sfruttamento e della precarietà, perché la solidarietà e la fratellanza prevalgano sulla mentalità avida, aggressiva ed individualista imposta dal pensiero unico neoliberale. In una parola, è la condizione necessaria affinché possa riaprirsi una prospettiva socialista largamente rinnovata.

Noi ci battiamo perché l'uscita dall'euro abbia questo significato di ponte verso una nuova società. Ma non siamo ciechi, sappiamo perfettamente che quell'uscita potrebbe essere guidata da forze con impostazioni ben diverse dalla nostra. E' questo il frutto della cecità dell'insieme delle formazioni della sinistra, che sfuggendo al tema della sovranità nazionale, hanno finito per cacciarsi nel vicolo cieco della totale irrilevanza, lasciando così ad altri la guida della ribellione popolare alle èlite.  

E' questo certamente un problema, ma l'uscita dall'Eurozona è comunque la premessa per ogni politica a favore delle classi popolari. Noi ci battiamo per un'uscita da sinistra, come quella che abbiamo qui descritto, ma preferiamo in ogni caso l'uscita - anche se basata su impostazioni diverse - alla permanenza in una gabbia che non lascerebbe alcuna speranza per il futuro. 

Come da tempo avevamo previsto, il campo di battaglia in cui oggi si gioca il futuro dell'Unione Europea, a partire da quello dell'euro, è l'Italia. Diverse sono le proposte del governo gialloverde che non ci piacciono - basti pensare alle inaccettabili misure repressive e manettare contenute nel cosiddetto "decreto sicurezza" - tuttavia la SINISTRA PATRIOTTICA non ha alcun dubbio su quale lato della barricata stare. “Barricata” appunto, poiché solo mobilitando il popolo, non tenendo quindi la battaglia confinata dentro i Palazzi del potere, la nuova Resistenza diventerà Liberazione.

A cura del Comitato centrale di Programma 101 - Ottobre 2018­

mercoledì 28 agosto 2019

NO AL CONTE-BIS! di Comitato Centrale di P101

[ mercoledì 28 agosto 2019 ]

COMUNICATO N. 10/2019 DEL COMITATO CENTRALE DI P101




No al Conte-bis! 

No alla restaurazione dei servi di Merkel, Macron e Trump



La fine del governo giallo-verde ha dunque aperto la strada alla più classica delle restaurazioni. Il nuovo esecutivo sta nascendo sotto il segno della triade Bruxelles-Berlino-Parigi, la benedizione di Trump, l’appoggio dei principali centri del potere economico, il rientro al centro della scena del Pd, ovvero del partito che meglio rappresenta interessi, trame ed umori di quel blocco dominante che ha ridotto in catene l’Italia.

Si tratta di un passaggio gravissimo, che tradisce la spinta popolare al cambiamento così come si era espressa nelle urne del marzo 2018. L’incredibile imperizia (e presunzione) salviniana, che ha portato all’apertura della crisi senza che se ne valutassero tutte le possibili conseguenze, non giustifica in alcun modo la giravolta pentastellata che sta portando al governo M5S-Pd. 

I Cinque Stelle rischiano di venire travolti da questa scelta o, peggio ancora, di trasformarsi nella componente di “sinistra” di una nuova alleanza di centrosinistra a trazione piddina, premessa indispensabile per ricostruire quel bipolarismo tanto amato dalle èlite.

Fortunatamente questo processo di restaurazione ha i suoi punti deboli, dalle contraddizioni tuttora esistenti tra i due partiti, a quelle interne a ciascun partito. Ma ancor più peserà la strutturale impossibilità di risolvere i problemi del Paese stando dentro al quadro delle compatibilità europee.

Nondimeno il Conte-bis potrà fare ugualmente danni non indifferenti, riportando l’Italia ad una piena subordinazione nei confronti sia dell’Unione guidata dall’asse Merkel-Macron e alla conferma del vassallaggio geopolitico rispetto gli Stati Uniti. Una scelta che – al di là di qualche prevedibile mossa propagandistica sull’ambiente – renderà impossibile ogni politica espansiva, ogni rilancio degli investimenti, ogni misura sociale contro la povertà e la disoccupazione.

Programma 101, nel fare appello alla parte migliore del Movimento Cinque Stelle affinché si dissoci apertamente dalle scelte miopi dei propri dirigenti, ritiene che lo sbocco più avanzato, certamente quello più democratico, della crisi attuale siano le elezioni anticipate. L’alternativa a questo sbocco è infatti solo quella (non a caso proposta da Renzi) della piena restaurazione del dominio del blocco eurocratico, stavolta con la totale integrazione di M5S.

E’ in questo contesto che diventa ancora più importante la riuscita della manifestazione Liberiamo l’Italia del prossimo 12 ottobre, una manifestazione che sta riscuotendo sempre più interesse ed adesioni.

Se, nel confronto con l’Ue, entrambe le forze del governo giallo-verde si sono mostrate alla prova dei fatti del tutto inadeguate, è ora il momento che altre forze sorgano per impugnare seriamente, concretamente, e con il necessario spirito inclusivo, la bandiera della liberazione nazionale dall’oppressione dell’oligarchia eurista.

No al Conte-bis!
Elezioni subito!
Per una Sinistra Patriottica finalmente in campo!
Tutti a Roma il 12 ottobre!


Roma, 27 agosto 2019

Gli ultimi Comunicati


CON NOI AVETE CHIUSO 18 luglio 2019

martedì 23 luglio 2019

FINE DEL SOSTEGNO TATTICO di Moreno Pasquinelli

[ martedì 23 luglio 2019 ]

Il cambio di posizione di Programma 101 rispetto al governo Conte — COMUNICATO N. 9/2019 del 18 luglio —, ovvero il passaggio dall'appoggio tattico all'opposizione, è stato considerato da alcuni una "salutare correzione di un errore grave", da altri una "giravolta", da altri ancora un "aggiustamento a tempo scaduto".

Ci sono ovviamente molte sfumature di grigio, ma sempre di grigio stiamo parlando. 

Non siamo adusi a nascondere o camuffare le divergenze politiche con alcuni amici e compagni — anche dell'area della Sinistra patriottica. Esse c'erano, ci sono e, ahinoi, resteranno. E finché esse non saranno superate è improbabile che nel breve futuro sia possibile un soggetto unico di questa sinistra. Speriamo invece non risulti aleatoria la costruzione di un fronte comune. Lo vedremo presto il 12 ottobre, poiché penso che il 12 traccerà una linea tra il prima e il dopo, tra chi considera irreversibile la rottura con la sinistra transgenica e chi, di riffa o di raffa, resta aggrappato alla sottana dell'élite euro-globalista. Ci sono poi sempre le sette, che non si aggrappano a nessuno e passano il loro tempo a contemplare il proprio ombelico. Di queste inutile occuparsi.

Non ci giriamo attorno, guardiamo anzi in faccia queste differenze.

(1) POPULISMO


Non siamo giunti all'appoggio tattico al governo giallo-verde(blu) per sbaglio, alla leggera, bensì dopo un lungo e faticoso percorso fatto di studi, discussioni, lotte, diserzioni. Ci siamo arrivati anzitutto in base al discorso sul "populismo" ed alla analisi ed al giudizio sulle due forme specifiche di populismo italiano: m5s e Lega salviniana. Non abbiamo mai affermato che essi rappresentassero una rottura in atto della gabbia euro-globalista, o che questi movimenti populisti fossero all'altezza del momento storico che viviamo. Al contrario, abbiamo sempre segnalato la loro insipienza, la loro profonda inadeguatezza. Abbiamo cioè costantemente ribadito che essi incarnavano, volenti o nolenti, una spinta storico-sociale in potenza, che portava seco la possibilità dello scontro con l'Unione europea ed i poteri forti collaborazionisti nostrani. Dicevamo che il populismo, per quanto per sua natura contraddittorio, veicolava un impulso democratico, che incarnava una potente volontà di rivincita sociale di un blocco sociale tendenzialmente maggioritario, le diverse classi sociali ferite a morte dalla euro-globalizzazione — non solo la media e piccola borghesia, ma pure la gran parte della classe operaia e della gioventù proletaria. 
Il populismo, era dunque, in ultima istanza, una manifestazione, pur spuria, della vecchia ma non defunta lotta di classe.

(2) IL FATTORE PRINCIPALE


Alla base di questo giudizio sul "populismo" e le sue potenzialità eversive dello stato di cose presenti c'era un paradigma che abbiamo sempre tenuto fermo: nella scala delle priorità (intendiamo le priorità del Paese, quindi della sua maggioranza popolare) abbiamo sempre posto la necessità della rottura dell'Unione europea, dunque il legame tra la questione sociale e democratica e quella della sovranità nazionale. Abbiamo cioè sempre considerato la relazione tra l'Unione e la nostra nazione come essenzialmente antagonistica, perciò come il fattore principale. Diversamente da noi, di riffa o di raffa, altri gruppi della sinistra hanno considerato come principali fattori i diritti civili o  l'accoglienza degli immigrati, giungendo a qualificare il populismo come proto-fascista, addirittura adombrando una "fascistizzazione delle masse". Altri ancora, del tutto incapaci di fare i conti sol reale, hanno insistito nell'immaginare che la contraddizione principale fosse quella tra capitale e lavoro (anticapitalismo d'abord). Certo, non abbiamo mai escluso un'inversione delle contraddizioni (la principale può diventare secondaria e viceversa). Si faccia avanti tuttavia chi ha visto in questi ultimi dieci anni manifestarsi questa inversione. Morale della favola: il sostegno tattico al governo Conte era una maniera per agire sulla contraddizione principale, ovvero sostenere lo sganciamento di Roma dall'asse carolingio Berlino-Parigi, considerando che ogni pur piccolo passo andava nella giusta direzione. Considerando infine che essendo l'élite euro-globalista (Pd anzitutto) il nemico principale, e la Ue una gabbia di ferro, l'auspicabile fratturazione dell'Unione avrebbe rappresentato una essenziale conquista strategica, l'inizio di una fase che avrebbe riaperto la partita anche per le debolissime forze rivoluzionarie. Su questa via pochi ci hanno seguito a sinistra, molti invece, fuori. 

(3) LINEA DI MASSA E BLOCCO SOCIALE


La conseguenza di questo discorso è stata per noi inevitabile: non solo schierarsi col "campo populista" contro quello dell'élite euro-globalista, ma costruire quella che chiamammo la "terza gamba" di quel campo, un movimento patriottico e partigiano per far sì che la disobbedienza ai diktat dell'Unione maturasse nella direzione di una lotta nazionale e sociale di liberazione. Era per noi la logica conseguenza di quel che andavamo sostenendo da almeno un lustro: linea di massa. Il polo rivoluzionario poteva essere costruito dentro, e non fuori il campo popolare e populista, poiché esso conteneva la parte più avanzata della società italiana. Diciamo quel che pensiamo, e facciamo quel che pensiamo. Per questo uscimmo da Eurostop (che respingeva l'idea della centralità della questione nazionale) e fummo tra gli animatori della Confederazione per la Liberazione nazionale la cui ragione sociale era la costruzione di un Comitato di Liberazione nazionale. Si rifiutavano, in Eurostop, sia di considerare la lotta nazionale come centrale, sia di valutarla come una forma della lotta di classe, sia, infine, di considerare il populismo, malgrado la sua momentanea configurazione politica, come espressione del solo blocco sociale dalla cui evoluzione e tenuta dipendeva (e dipende) la possibilità (sottolineato possibilità) di cacciare l'élite collaborazionista dal governo. Un passaggio decisivo (decisivo per chi mastichi almeno un po' la politica) che noi ritenemmo a portata di mano dopo il referendum del 4 dicembre 2016. Un passaggio, quella vittoria del NO, che pochi seppero cogliere nella sua effettiva dimensione — si cianciava che si trattasse anzitutto di "anti-renzismo —, che nessuno seppe leggere come il sintomo dell'avanzata poderosa del populismo.

(4) APPOGGIO TATTICO 


Avanzata che ineluttabile verrà, manifestandosi nel terremoto elettorale del 4 marzo 2018. Terremoto devastante da cui nascerà il governo giallo-verde(blu) — dove il blu è la "quinta colonna" mattarelliana. Dicemmo subito che il governo, nascendo grazie ad un infido compromesso coi poteri forti — ricordiamo il veto di Mattarella su Paolo Savona a ministro dell'economia —, non nasceva sotto una buona stella. Il "contratto di governo" non era certo entusiasmante — un ibrido notarile di liberismo e keynesismo —, tuttavia, frutto dell'accordo tra i due populismi, la sua attuazione implicava non solo la fine dell'austerità, ma la disobbedienza all'eurocrazia. Di qui la nostra decisione sull'appoggio tattico. Anche qui, una precisazione è doverosa: non ci siamo fatti deviare dalla molte promesse, alcune banali, altre inaccettabili, scritte nel "contratto"; dicemmo che avremmo giudicato l'azione di governo anzitutto dalla qualità delle sue politiche sociali, dalla determinazione a porre fine alle politiche di austerità dettate dal vincolo esterno e dal dogma del pareggio di bilancio. Altri, a sinistra invero pressoché tutti, caddero nella trappola ideologica dell'élite, giudicando il governo dalla sua legiferazione attinente a minoranze spesso insignificanti o agli immigrati. Eppure ci voleva poco a capire che la campagna ideologica "progressista" nascondeva il vero motivo dell'ostilità dei poteri forti verso il governo, il fatto essenziale che per la prima volta da decenni, disobbediva loro.

(5) TERREMOTO NEL CAMPO POPULISTA


L'offensiva a tutto campo dell'élite spinse il governo a fare marcia indietro, che infatti rimodulò la Legge di bilancio 2019 affinché fosse evitata la ritorsione dei mercati e dell'Unione europea. Condannammo quel compromesso, dicemmo tuttavia che  la partita restava aperta, che non si trattava di una finanziaria austeritaria. Avevamo piuttosto una tregua in cui entrambi gli sfidanti guadagnavano tempo. C'erano in vista le elezioni europee, che malgrado il rovesciamento dei rapporti di forza tra M5S e Lega, confermavano un'ampia maggioranza popolare a sostegno del governo. Maggioranza conservata malgrado una furibonda e massiccia campagna di diffamazione animata dal fronte eurista. Una maggioranza conservata grazie alle misure adottate (per quanto menomate rispetto alle promesse iniziali: Quota 100 e RdC) e malgrado la evidente  improvvisazione e inidoneità a governare dei due populismi, nonostante gli stucchevoli litigi tra loro e tra i diversi esponenti della posticcia maggioranza. Litigi che hanno premiato la Lega di Salvini apparso come l'uomo decisionista, il populista che tira diritto, pronto a tenere testa alla Ue ed agli avversari nostrani — mentre Di Maio ha svolto una campagna elettorale suicida, all'insegna di un moderatismo politicamente corretto, ciò che spiega il crollo elettorale del M5S. Un'inversione, quella dei rapporti di forza all'interno del campo populista, che cambiando di nuovo il panorama politico ha avuto un effetto destabilizzante sul governo Conte.

(6) IL GIORNO DEL GIUDIZIO


Abbiamo conservato la posizione di appoggio tattico (tanto più perché da Bruxelles era giunta la minaccia della "procedura d'infrazione"), sempre ritenendo che il banco di prova per il governo, il vero giorno del giudizio, sarebbe arrivato nei messi successivi, alla prova della prossima Legge di bilancio. La "manovrina" di giugno, scritta da Tria (più volte abbiamo invocato la sua estromissione dalla compagine governativa), l'accordo siglato da Conte con la Merkel e Macron in sede europea per le nomine ai vertici Ue, sono stati due inquietanti campanelli d'allarme. Il Cc di P101 scriveva l'8 luglio scorso:
«Il tempo sta scadendo. La prossima Legge di bilancio sarà la cartina di tornasole per capire se il governo si ribellerà o si inginocchierà alla Ue. Per questo i patrioti ed i cittadini consapevoli dell’alta posta in palio non possono restare alla finestra. Assieme dobbiamo trovare il modo di mobilitarci e scendere in piazza per la fine dell’austerità, per la sovranità e la democrazia, contro l’euro-dittatura. A fianco del governo nel caso avrà il coraggio di combattere, contro se getterà la spugna».
La goccia che per noi ha fatto traboccare il vaso è stato il voto con cui i parlamentari europei del 5 stelle hanno salvato, assieme al falco Von Der Leyen, la cupola eurocratica da una crisi istituzionale che sarebbe potuta diventare devastante. Non è stato un incidente di percorso ma, come da noi affermato il 18 luglio, un salto di qualità, uno sfrontato segnale che il
«M5S ha attraversato il Rubicone, passando armi e bagagli nel campo dell’élite eurocratica — passaggio sancito dalla indegna adesione al gruppo liberista capeggiato da Macron Renew Europe. Da questo momento, visto che i 5 Stelle hanno la maggioranza assoluta dei ministri, e dato il loro tradimento — che dovranno pagare a caro prezzo —, la Sinistra Patriottica denuncia questo governo come una succursale della cupola eurocratica, come un nemico della causa sovranista e del popolo lavoratore».

(7)  QUANTITÀ E QUALITÀ


La bestialità compiuta dal M5S non ha solo indebolito il governo, lo ha gettato in uno stato comatoso, e un governo moribondo non potrà fare niente di buono per il Paese. Fiaccato com'è, esso è un ostaggio dei poteri forti. 
Di più: col salto della quaglia dei Cinque Stelle è il campo populista che è stato azzoppato e sfibrato. Nei fatti non abbiamo più due populismi ma uno solo, e non abbiamo più un governo populista con una quinta colonna eurista all'interno, ma un governo a trazione eurista con un ospite indesiderato, la Lega salviniana — posta non a caso sotto attacco e che a sua volta vede al suo interno una forte componente liberista, nordista e collaborazionista. In queste condizioni, dati i cambiamenti avvenuti, mantenere l'appoggio tattico al governo equivarrebbe a diventare ruote di scorta dei poteri forti.

La quantità, ad un certo punto ed a certe condizioni, si trasforma in qualità, come l'acqua che a cento gradi evapora o a zero gela, gli atti, le decisioni ed i gesti, anche solo simbolici, di un movimento, sanciscono ad un certo punto il passaggio qualitativo. Uno degli aspetti decisivi del fare politica è appunto capire, e quindi decidere, in quale momento critico ed a quali condizioni la quantità si trasforma in qualità. E' infatti in questi momenti critici che cambia il senso comune, che le minoranze creative possono stabilire una relazione con esso, o almeno con le linee più avanzate del popolo. Non è dunque fare come gli oracoli che prevedono un'eclissi ma non hanno la più pallida idea di quando essa avverrà. Certi sapientoni che ci dicono "noi ve l'avevamo detto" sono come quell'orologio rotto che indica almeno due volte al giorno l'ora esatta. 
Gli orologi rotti non servono a nessuno, tantomeno al popolo, tanto più in questo delicato frangente storico.


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giovedì 18 luglio 2019

CON NOI AVETE CHIUSO di Comitato Centrale di P101

[ venerdì 19 luglio 2019 ]


Comunicato n. 9/2019 del Comitato Centrale di P101


«Da questo momento, visto che i 5 Stelle hanno la maggioranza assoluta dei ministri, 
e dato il loro tradimento — che dovranno pagare a caro prezzo —, la Sinistra Patriottica 
denuncia questo governo come una succursale della cupola eurocratica, come un nemico della causa sovranista e del popolo lavoratore. Che la Lega decida o no di staccare la spina, 
il governo è oramai un pericoloso morto che cammina. Prima se ne va, meglio è».





Perché l’appoggio tattico


Non appena il governo Conte si insediò a Palazzo Chigi, segnalammo  subito che M5S e Lega avevano fatto male ad accettare in ministeri chiave —  come minimo quelli all’economia e agli esteri — gli ascari euristi imposti da Mattarella, che bollammo subito come “Quinta colonna” e “Cavallo di Troia”. Nacque di fatto un governo tri-partito, per sua natura conflittuale e instabile. Malgrado ciò come Programma 101 adottammo una posizione di sostegno critico e tattico al governo, un sostegno cioè vincolato alla capacità dei giallo-verdi di porre fine alle politiche eurocratiche di austerità che da tempo strangolavano il Paese ed anzitutto il suo Mezzogiorno, la gioventù, il popolo lavoratore. Di contro a chi considerava pietra angolare i diritti civili o l’accoglienza indiscriminata degli immigrati, noi tenemmo fermo il punto che il giudizio sull’operato del governo dipendeva anzitutto dalla consistenza e dalla qualità delle misure sociali e di politica economica che esso avrebbe adottato.
  

 Il bicchiere mezzo pieno


Il “Decreto dignità”, voluto anzitutto da 5 Stelle, per quanto insufficiente, andava nella giusta direzione. Come ci andava, dopo la tragedia di Genova, la ri-nazionalizzazione di autostrade. Nonostante il compromesso al ribasso con la Commissione europea sulla Legge di Bilancio 2019 — compromesso siglato sotto l’egida della troika Mattarella-Conte-Tria — questa contemplò due misure, la riforma della Legge Fornero e il cosiddetto “Reddito di Cittadinanza”, che andavano nella direzione di segnare una svolta, mettendo al primo posto gli interessi del popolo lavoratore e non più quelli delle classi dominanti. Quanto fosse stata pesante l’ipoteca dell’accordo con Bruxelles lo si è visto dagli ostacoli stringenti per accedere alla pensione e al “RdC”: due misure che a causa del rispetto dei vincoli di bilancio sono risultate ben lontane dal soddisfare le istanze delle classi popolari e rappresentare il necessario rilancio della domanda interna.
  

 Governo in coma


 Dopo la Legge di Bilancio l’attività del governo ha subito una sostanziale paralisi. M5S e Lega hanno iniziato a bisticciare su ogni cosa. Gli elementi di discordia si sono accentuati con l’imminenza delle elezioni europee e amministrative, segnate dalla grande avanzata elettorale della Lega e dal pesante arretramento dei 5 Stelle — causato in primo luogo da una campagna elettorale suicida, svolta all’insegna di un farsesco europeismo. Nel frattempo, approfittando di un governo in stato confusionale la Commissione europea, con l’avallo della “Quinta colonna” mattarelliana (Giuseppe Conte compreso), lanciava ufficialmente la pesante minaccia di una “procedura d’infrazione” contro l’Italia. Invece di farla finita con gli alterchi, invece di fare blocco per  opporre una muraglia contro Bruxelles, invece di sbarazzarsi finalmente di Tria e della tutela del Quirinale, Di Maio e Salvini hanno continuato a litigare su ogni cosa lasciando che gli ascari dell’Unione europea scrivessero le linee della prossima manovra economica.


Dopo il tradimento dei 5 Stelle


E’ in questo contesto paludoso che è giunta a fine giugno la decisione del Presidente del Consiglio di sostenere, su richiesta di Merkel e Macron, la super-eurista Von Der Leyen alla presidenza della Commissione europea. Come se non bastasse, è giunto il vergognoso voto favorevole dei parlamentari europei 5 Stelle per la stessa Von Der Leyen — la Lega, pur non senza tentennamenti, ha invece votato contro. Con questo tradimento il M5S ha attraversato il Rubicone, passando armi e bagagli nel campo dell’élite eurocratica — passaggio sancito dalla indegna adesione al gruppo liberista capeggiato da Macron Renew Europe.


Da questo momento, visto che i 5 Stelle hanno la maggioranza assoluta dei ministri, e dato il loro tradimento — che dovranno pagare a caro prezzo —, la Sinistra Patriottica denuncia questo governo come una succursale della cupola eurocratica, come un nemico della causa sovranista e del popolo lavoratore. Che la Lega decida o no di staccare la spina, il governo è oramai un pericoloso morto che cammina. Prima se ne va, meglio è.

Mettiamo in guardia dal fare affidamento su Salvini, imprigionato dalla componente eurista della Lega e sotto scacco per l’insidiosa inchiesta che vorrebbe criminalizzarlo per la sua amicizia con la Russia di Putin. Il popolo italiano deve fare affidamento sulle sue proprie forze, deve alzarsi in piedi, mobilitarsi per impedire che si torni indietro e che il governo ritorni nelle mani dei poteri forti.

Per questo Programma 101 aderisce e sostiene la manifestazione del 12 ottobre per uscire dalla gabbia della Ue, per riprenderci la sovranità nazionale e la democrazia, per attuare la Costituzione del ’48.
 

 Roma, 18 luglio 2019

sabato 15 giugno 2019

LA SINISTRA PATRIOTTICA E IL GOVERNO M5S-LEGA di P101

[ 16 giugno 2019 ]

AD UN ANNO DI DISTANZA

Il 1 luglio del 2018 si svolse la Terza Assemblea nazionale di Programma 101. Essa si svolgeva a distanza di soli tre mesi dalla precedente (10-11 marzo).  
La Seconda, preso atto del terremoto elettorale del 4 marzo, stabilito che il Paese era entrato in una nuova fase politica, approvava due documenti importanti: «SOVRANITÀ E SOVRANISMI: SI CHIUDE UN CICLO» e le «TESI PER UNA SINISTRA PATRIOTTICA». 
La nascita, il 1 giugno 2018 del governo giallo-verde, le sue prime mosse, mentre confermavano la diagnosi ci obbligavano non solo a precisare l'analisi ma a dare un giudizio del nuovo governo, indicando quindi quali dovessero essere i nostri compiti. Un anno è passato e forse è utile rileggere quanto dicevamo e quanto prevedevamo....

*  *  *

RISOLUZIONE SULLA FASE E I COMPITI DI PROGRAMMA 101


(1) NUOVO PERIODO


La vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 dev’essere considerata una data spartiacque: con la crisi dell’egemonia dell’élite neoliberista è stata affondata la “seconda repubblica”, nata all’insegna della sudditanza ai poteri oligarchici euro-tedeschi. L’Italia, colpita pesantemente dalla grande crisi economica, entrava in un periodo ad alta instabilità politica, istituzionale e sociale.

(2) I TRE MOTIVI DI UNA VITTORIA


Il terremoto elettorale del 4 marzo 2018, segnato dalla pesante sconfitta del blocco dominante e dalla affermazione dei “populisti” del Movimento 5 Stelle e della Lega di Salvini confermava la correttezza di questa diagnosi. Molteplici, addirittura contraddittori, i motivi che hanno contribuito alla vittoria di queste due forze. Tre essenzialmente: da una parte la richiesta di porre fine alle crudeli politiche austeritarie; dall’altra che lo Stato si prenda carico della richiesta di sicurezza e protezione contro il crescente degrado del tessuto sociale; quindi il desiderio di porre fine allo stato di umiliante soggezione della nazione.

(3) IL DILEMMA DEL GOVERNO


Il governo M5S-Lega, sorto malgrado i disperati tentativi dell’élite di impedirlo, non può non tenere conto della spinta popolare che sola lo sorregge. Il nuovo governo è ben consapevole che questa spinta conduce gioco-forza in rotta di collisione con i poteri oligarchici europei e la grande borghesia italiana. Esso non avrà vita facile, è anzi costretto a navigare nelle acque agitate tra Scilla e Cariddi ed è già posto davanti al dilemma se andare incontro alle istanze popolari o essere travolto dalla rivincita del blocco eurista il quale, pur avendo perso la postazione del governo, tiene ben salde tutte le altre.

(4) DA CHE PARTE STARE


Abbiamo detto, e confermiamo, che l’eventuale venire meno del governo al mandato affidatogli dagli elettori, il suo naufragio sarebbe un disastro per il popolo lavoratore, non solo quello italiano. I poteri forti lavorano infatti alacremente per rovesciare il “governo populista” così da confermare il dogma T.I.N.A., che non ci sarebbe alcuna alternativa possibile al loro predominio. In queste condizioni non solo non è auspicabile la caduta di questo governo, occorre stare al suo fianco ove ingaggiasse la battaglia per liberare il Paese dalla gabbia eurocratica ponendo fine alle politiche austeritarie che ne impediscono la rinascita. E’ questo il caso del “Decreto dignità”, la cui pur modestissima portata segna tuttavia una inversione di marcia rispetto alla precarizzazione selvaggia del lavoro che viene avanti dagli anni ’90.

(5) NEL CAMPO POPULISTA


In questo concreto contesto è nel “campo populista” che occorre stare. Fuori da questo campo c’è solo quello del blocco dominante. Ma c’è modo e modo di “stare”. Sarebbe un errore fatale assumere una posizione di indulgente accondiscendenza verso il governo M5s-Lega. Esso va incalzato a realizzare le cose giuste che ha promesso di fare, va contrastato ove cercasse una linea di galleggiamento e di remissività verso le élite dominanti.

(6) IL BANCO DI PROVA


Diverse e concatenate sono le questioni sul tappeto, ma tra loro c’è una gerarchia, un evidente ordine di priorità. Le élite globaliste, in un gioco di specchi con Matteo Salvini, tentano di fare della questione migratoria il terreno fondamentale di scontro. E' un trucco che non può reggere a lungo. In verità la natura e le sorti del governo si decideranno invece sul tema delle misure economiche e sociali. A settembre il governo dovrà presentare il DEF, che descrive le politiche macroeconomiche, e quindi, entro metà ottobre, sottoporre al Parlamento la Legge di Bilancio.

(7) TRE STRADE


Tre sono in questo concreto contesto le strade possibili. La prima, la meno auspicabile, è che il governo decida di rispettare le politiche di bilancio che chiede l’Unione europea sin qui accettate dai precedenti governi. In questo caso la sinistra patriottica e popolare, pur respingendo ogni collateralismo con le élite e le sue su appendici, non potrà che posizionarsi all’opposizione del governo M5S-Lega. Se invece il governo, come auspichiamo e come è nell’interesse del popolo lavoratore, sfidasse la Ue e gli disubbidisse ciò sarebbe il segno di un’inversione di rotta, della battaglia con i poteri forti, una battaglia il cui esito dipenderà a quel punto dalla fermezza del governo, dalla sua capacità di resistere alla sicura controffensiva del nemico. E per resistere dovrà necessariamente fare appello alla mobilitazione popolare. C’è infine una terza possibilità, quella che la Ue conceda anche al “governo populista” ristretti margini di flessibilità nelle politiche di bilancio, ciò che significherebbe un temporaneo cessate il fuoco, un prendere tempo. Non durerà a lungo. Il momento della verità sarebbe solo rimandato.

(8) TURBOLENZE IN VISTA


Comunque sia la fine del lungo ciclo della globalizzazione neoliberista, attestato anche dalla cosiddetta “guerra dei dazi”, non sarà indolore. Avremo spasmi sociali, enormi turbolenze, nuovi terremoti politici e istituzionali, fratturazioni dei blocchi. E' in questo crogiuolo, non in un rilassato trapasso, che potrà farsi largo la sinistra patriottica e popolare o, per dirla diversamente, il "populismo rivoluzionario".

(9) SINISTRA PATRIOTTICA E C.L.N.


Nostro dovere, ove la situazione precipitasse a causa dello scontro con l’oligarchia euro-tedesca (ciò che porrebbe all’ordine del giorno l’uscita dalla Ue gettando il Paese e l’intera Unione in una situazione esplosiva) sarà quello di contribuire alla formazione di una sinistra patriottica e popolare che si ponga come terza gamba del “campo populista”. Vanno quindi sin d’ora identificate e incontrate le forze politiche e sociali, i gruppi, i singoli intellettuali che sono in sostanziale sintonia col nostro discorso, che accettano di gettarsi nella mischia e di fare fronte per vincere la battaglia democratica e nazionale della sovranità. Una battaglia che potrà essere vinta solo a condizione che M5s e Lega accettino, visto che non avrebbero scampo chiudendosi nel palazzo, di mobilitare massicciamente i cittadini. In questo contesto potrebbe quindi essere posta concretamente all’ordine del giorno la costituzione di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale. E’ nel fuoco della battaglia, dentro questo campo, che la sinistra patriottica può e deve lanciare la sfida a M5s e Lega per l’egemonia, opponendo loro una visione ed un progetto di Paese che essi non hanno affatto.

(10) I PROSSIMI MESI


Fatte queste considerazioni, quali sono i compiti immediati nei prossimi mesi? Dobbiamo innanzitutto incalzare il governo a realizzare alcune decisive misure immediate a favore del popolo lavoratore. Diverse di esse sono già nel “contratto di governo”: difesa dell’ambiente, modifica giusta della Fornero, aumento delle pensioni minime, reddito di cittadinanza, salario minimo legale, piano di investimenti pubblici ed una banca nazionale che li sostenga, lotta contro la disoccupazione di massa, contrasto alla precarizzazione del lavoro, revisione della “buona scuola”. Andranno invece respinte misure di natura liberista come la flat tax (ferma restando la necessità di una equa riforma fiscale) nonché eventuali leggi sicuritarie (ferma restando l’esigenza dei cittadini di sentirsi protetti dalla criminalità grande e piccola). 

Altre misure, come quella per il diritto alla casa, non sono nel contratto e andranno poste sul tappeto. C’è poi in ballo il futuro di decine e decine di grandi e piccole aziende, da cui dipendono non solo tantissimi posti di lavoro ma il futuro del tessuto industriale e agricolo del Paese. Occorre sostenere quanto chiedono al governo i lavoratori di queste aziende, se necessario nazionalizzandole (è il caso ad esempio di Alitalia, delle acciaierie di Taranto, Terni e Piombino). 
In vista della eventuale battaglia d’autunno andrà quindi stimolata la più ampia mobilitazione popolare, operaia e giovanile, tentando di strutturarla in comitati d’agitazione da unire in una rete popolare nazionale, aperta a tutti gli organismi sociali, sindacali e ambientali già esistenti ma dispersi nei diversi territori.

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