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mercoledì 12 giugno 2019

IL GAY PRIDE E LA SCOMPARSA DI RIFONDAZIONE di Eros Cococcetta

[ mercoledì 12 giugno 2019 ]

Il recente articolo Micaela Bartolucci sul “gay pride” di Roma dell’8 giugno mi ha fatto ricordare qual è stato, a mio parere, il principale motivo della scomparsa dal Parlamento nazionale di Rifondazione Comunista, di cui Fausto Bertinotti era leader indiscusso. 

Un po' di cronistoria: Alle politiche del 2001 R.C. ottenne il 5%, ma alle politiche del 2006 (vittoria dell'Ulivo di Prodi su Berlusconi) aumentò i voti sia alla Camera (5,84%) che al Senato (7,37%), appoggiando l’Ulivo dall’esterno con i famosi “patti di desistenza”. Tra i 41 deputati eletti da R.C. c'era anche VLADIMIR LUXURIA (eletto nella circoscrizione Lazio 1). 

Dal momento della sua elezione e per i due anni successivi (la XV legislatura durò esattamente 2 anni dal 28.4.2006 al 28.4.2008), Luxuria era di fatto onnipresente nei mezzi d'informazione. Non era raro sentire di giorno una sua intervista al TG e la sera dello stesso giorno vederla come ospite in qualche programma serale, politico o di intrattenimento. In poche parole VLADIMIR LUXURIA era diventata L'IMMAGINE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA e della sinistra in generale. Come poteva l'operaio di Marghera o dell'ILVA di Taranto, l'elettricista di Terni o il disoccupato della periferia di Roma accettare come suo riferimento politico un transgender? IMPOSSIBILE. 

Non credo che Bertinotti all'epoca si sia reso conto di questo grave danno d'immagine, altrimenti lo avrebbe corretto. Così Rifondazione Comunista, già oggetto di pesanti critiche per i Rolex al polso e le giacche di cashmere, alle successive elezioni politiche del 14 aprile 2008 ricevette il colpo di grazia non superando neppure la soglia di sbarramento del 3%, mentre Berlusconi e i suoi alleati fecero il pieno di voti. 

Morale della favola, se la sinistra si occupa soltanto dei diritti civili e delega l'economia e la tutela dei diritti dei lavoratori ai neoliberisti e alle élite finanziarie che controllano l'Unione Europea — le quali ovviamente perseguono i loro interessi cioè gli interessi dei ricchi, che da quando esiste il mondo sono contrari a quelli del popolo — è destinata non solo a perdere sempre di più ma proprio ad estinguersi. E mi sembra giusto che vada così.


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giovedì 4 aprile 2019

L'ULTIMA TROVATA DI RIFONDAZIONE COMUNISTA di Leonardo Mazzei

[ 4 aprile 2019 ]
«Solo quello che resiste e continua a piacere diventa tradizione». Iniziava così, negli anni settanta del secolo scorso, la pubblicità dell'Amaretto di Saronno. Passando dai liquori ai partiti, è questa la prima cosa che ci è venuta in mente leggendo l'ultima trovata di Rifondazione Comunista per le elezioni europee. Di nuovo un'altra alleanza, di nuovo un altro simbolo! D'accordo, è così da 11 anni, ma in questo modo l'unica tradizione che si consolida è quella di un declino ormai inarrestabile.
La cosa era nell'aria, dunque nessuna sorpresa. Ma adesso che la notizia è ufficiale - Rifondazione sarà alleata, in un'unica lista, con Sinistra italiana (Si), Altra Europa, Transform, Partito del Sud e Convergenza socialista - qualche riga gliela dobbiamo dedicare. 

«Siamo partite/i» titola il Prc, quasi in un momento di inconsapevole autoironia. Ed in effetti, che da quelle parti qualcuno sia partito, detto in altri termini che l'ascesa del populismo li abbia rintontiti assai, in tanti lo pensano e ci scherzano su. Noi vogliamo invece prendere la cosa sul serio, vogliamo credere che una partenza in senso politico ci sia. Ma se c'è una partenza, ci sarà pure una direzione: quale?


Il nuovo pastrocchio europeista



Con tutto il rispetto per le altre sigle aggregatesi, è chiaro come il fatto politico sia il nuovo matrimonio (l'altro si era già celebrato nel 2014, ma andò in crisi una settimana dopo il voto) con Sinistra italiana. 

Due dirigenti del Prc, Domenico Moro e Fabio Nobile, hanno già scritto cose assolutamente condivisibili sulla china intrapresa dalla maggioranza del loro partito con questa operazione.

Le riassumiamo brevemente, scusandoci per la schematicità. In primo luogo, Moro e Nobile  spiegano come con questa linea non sarà possibile intercettare il voto in uscita da M5S. In secondo luogo, essi segnalano la debolezza e la genericità sull'Europa, denunciando la fumosità della formula della "rottura dei trattati". In terzo luogo, i due compagni indicano la pochezza di una posizione antirazzista che non individui proprio nella gabbia eurista (e nelle politiche che ne discendono) la causa prima dell'odierno razzismo. In quarto luogo, essi denunciano che: «Il nodo, che rimane inespresso, è se la Ue sia riformabile oppure no. In base ai tre punti del documento del Cpn sembrerebbe di sì». In quinto luogo, Moro e Nobile entrano sulla natura e sulla linea dell'unico partner che conta, cioè Sinistra italiana, ricordando la sua politica di alleanze (anche alle ultime tornate regionali) con il Pd. La loro conclusione è che la linea adottata dal Prc sia non solo sbagliata, ma anche perdente: una decennale coazione a ripetere assolutamente irragionevole.

Sono pienamente d'accordo con queste valutazioni e non mi dilungo oltre. E' chiaro come siamo di fronte ad un nuovo pastrocchio europeista. Stavolta assai meno giustificabile di quello del 2014.

Significativo è il comunicato diffuso sui siti del Prc e di Si:
«Le prossime elezioni europee sono vicine ed è in corso la costruzione della lista: uno spazio comune di sinistra, antirazzista, ambientalista e femminista, a disposizione di tutte le soggettività, politiche, culturali, sociali, civiche e di movimento. Per realizzare questo progetto è necessario anche il vostro sostegno. Da oggi iniziamo la  consultazione sul simbolo e sul nome della lista. Dateci la vostra opinione, perché le scelte di tante/i sono meglio della scelta di poche/i».

Come si vede nessuna parola sul cappio al collo che da 11 anni (undici) impedisce ad un Paese come il nostro di uscire dalla crisi. Nessuna parola sulla manifesta irriformabilità dell'UE, men che meno sulla gabbia dell'euro. Un parlar d'altro perfino imbarazzante.

Certo, questo girar le spalle al vero nodo è comune (sia pure con diverse gradazioni) a tutte le liste che saranno in lizza il 26 maggio. Ed è questa una fotografia perfetta del dramma politico che vive l'Italia. Ma se tu ti presenti come "alternativo", almeno questa pretesca ipocrisia la dovresti abbandonare, che se non l'abbandoni vuol dire che tanto alternativo non sei.


Qual è la direzione di marcia? 



E qui arriviamo al dunque. In questo nuovo pastrocchio europeista, in questa ennesima operazione elettoralista, nella riproposizione di un'ammucchiata senza principi, c'è solo improntitudine dei gruppi dirigenti o c'è dell'altro? Detto in altri termini, c'è oppure no una direzione di marcia?

A questa domanda risponderà solo il tempo. Magari Prc e Si torneranno a dividersi di nuovo subito dopo il voto, come avvenuto cinque anni orsono. Qui però è difficile non avanzare un dubbio. Cinque anni fa l'operazione aveva lo scopo di arrivare alla soglia del 4% per entrare nel parlamento di Strasburgo. Stavolta penso che non vi sia un solo dirigente dei due partiti che possa credere ad un simile risultato. E se c'è il problema è serio. Dunque dev'esserci dell'altro.

E cosa può essere questo "altro" se non la scommessa sul ritorno al bipolarismo, che è poi il leit motiv degli articoloni della stampa in questo periodo?

Chi scrive a questo bipolarismo 2.0, che sarebbe poi la chiusura almeno temporanea del "caso italiano" visto da Bruxelles, non crede neanche un po' (ma su questo torneremo in maniera più approfondita). A sperarci però sono in molti. Nel campo dei dominanti, ma non solo.

Il fatto è che l'operazione che si va configurando è del tutto congeniale alla natura opportunista (natura, non semplicemente linea politica) di Sinistra italiana. Meno, molto meno, a quella di Rifondazione. Ma allora perché quest'ultima ci si è ficcata dentro?

Dal punto di vista del Prc, siamo apparentemente di fronte ad una scelta insostenibile. Un passo indietro dopo la rottura con Potere al popolo. Rottura che ha certo cause serie nell'involuzione identitaria di Pap, ma che forse si è consumata nell'ingenua convinzione che risolvesse tutto Giggino. Ma dopo che anche questa illusione si è sciolta come neve al sole, perché correre verso un'alleanza con Si che sembrerebbe senza prospettive?

Ecco, forse invece una prospettiva c'è, anche se per ora è indicibile. Sinistra italiana, che è ormai costituita da un drappello di parlamentari con ben poco seguito, potrebbe essere il trait d'union verso nuove alleanze con il Pd anche per quei dirigenti del Prc che ormai non sanno più dove sbattere la testa. Per ora meglio non parlarne, ma in nome della lotta alla destra, al fascismo e al razzismo, non è questa una prospettiva impossibile. Venne fatto da Bertinotti con Prodi contro Berlusconi (e alla fine si è visto chi ci ha lasciato le penne), figuriamoci se non potranno rifarlo in futuro con Zingaretti contro Salvini.

Rispetto ad allora è però assai diversa la consistenza elettorale del Prc, che proprio per questo ha bisogno di riagganciare almeno il partitello di Fratoianni, che messo meglio non è ma in parlamento ancora ci sta. Un aggancio che potrebbe servire anche a quest'ultimo per andare al tavolo della trattativa - quando verrà il momento - con qualche carta in più. 

Le cose andranno davvero in questo modo? Chi vivrà vedrà, ma solo questa prospettiva opportunista può spiegare tanto il testardo altreuropeismo di costoro, quanto l'apparente "insensatezza" del nuovo pastrocchio elettoralista targato Prc/Si.  

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venerdì 29 marzo 2019

DOVE VA RIFONDAZIONE COMUNISTA? di D. Moro e F. Nobile

[ 29 marzo 2019 ]

Domenico Moro e Fabio Nobile sono due intellettuali di Rifondazione comunista.
Volentieri pubblichiamo come la pensano.


*  *  *


Europee: coazione a ripetere e dissolvimento della sinistra
di Domenico Moro, Fabio Nobile



Il contesto politico italiano appare significativamente modificato rispetto ad appena un anno fa. Secondo il sondaggio Emg Acqua per Agorà, se si votasse oggi, la Lega avrebbe il 31% dei voti contro il 17,4% delle elezioni politiche di un anno fa, mentre il M5s avrebbe il 23,4% contro il 32,7%. Il Pd appare in lieve risalita, dal 18,5% al 21%. I sondaggi non sono elezioni e possono sbagliare anche di alcuni punti percentuali. Tuttavia, è indiscutibile che il rapporto di forze tra Lega e M5s si sia ribaltato.

Il voto fuoriesce dal M5s sia verso destra sia verso sinistra, sia per le difficoltà del M5s a mantenere le promesse elettorali, sia per l’egemonia che, all’interno del governo, si è conquistato Salvini. Questi è stato molto abile a focalizzarsi su un tema a costo zero, gli immigrati, mentre il M5s è alle prese con temi complessi e difficili, come quello dello sviluppo economico. Il non aver fatto i conti con i vincoli europei, a dispetto delle promesse “sovraniste”, rende esigui i margini di manovra, ad esempio sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s. Tali limiti sono accentuati dall’impreparazione dei quadri del M5s e dal recente scandalo, che coinvolge il presidente del Consiglio comunale di Roma. Si tratta di un grave danno per il M5s che ha fondato la sua identità di partito sull’onestà e sulla critica morale alla “casta” dei politici.
Se quanto abbiamo detto è vero, allora la sinistra radicale dovrebbe e potrebbe intercettare almeno una parte del voto in uscita dal M5s, anche perché è verso il M5s che è andata molta parte del voto della sinistra radicale nell’ultimo decennio.[1] Invece, il rischio concreto è che la sinistra radicale non riesca in tale compito e che il voto in uscita dal M5s o vada all’astensionismo, in cui staziona molta parte delle classi subalterne, o rifluisca nel Pd.
Infatti, in concomitanza con il calo del M5s, è in atto un processo di rilancio del Pd, sostenuto dalla frazione più internazionalizzata ed europeista del capitale italiano e dai mass media che ne sono espressione. Nei fatti si tratta di una operazione di immagine, basata come al solito su una figura “nuova”, quella di Zingaretti. Il pericolo è che il nuovo Pd eserciti una attrazione centripeta non tanto nei confronti delle masse di lavoratori salariati, quanto nei confronti del ceto politico della sinistra radicale, che si illude di resuscitare la formula del centro-sinistra, già rivelatasi dannosa. Le leve ideologiche del Pd e il cemento di un eventuale centro-sinistra sarebbero quelle dell’antifascismo-antinazionalismo e dell’antirazzismo, in simmetrica antitesi con Salvini, lasciando intoccati i nodi dell’austerity e dei vincoli europei.
Rispetto a una tale evoluzione, la posizione del Prc e di quel che resta della sinistra radicale risulta, a nostro avviso, inadeguata. In primo luogo, si è arrivati a due mesi dalle elezioni prima di siglare un accordo tra alcune forze politiche. Soprattutto, si persiste nella classica tendenza a mettere davanti a tutto l’unità, nascondendo sotto il tappeto i problemi, cioè le differenze di orientamento generale. Eppure, le vicende degli ultimi dieci anni avrebbero dovuto far capire che non può esistere alcuna unità senza definire i principi e i contenuti sulla quale dovrebbe essere realizzata. Il documento approvato dall’ultimo Comitato politico nazionale (Cpn) del Prc ne è chiara dimostrazione. Ancora più chiara dimostrazione ne è il documento collettivo presentato pochi giorni dopo da Prc, Sinistra italiana (Si), Altra Europa, Transform, Partito del Sud, e Convergenza socialista.
La lista delle europee, secondo i due documenti, dovrebbe essere costituita sulla base di tre punti. Il primo è il contrasto alle politiche della Ue e “la rottura della gabbia neoliberista definita dei trattati”. Il secondo elenca una lunga serie di obiettivi, dalla riconversione ambientale al diritto al reddito, alla solidarietà con gli immigrati, ecc. È da notare che, nel documento collettivo, l’obiettivo riguardante “[il contrasto alla] militarizzazione della Ue e il superamento della Nato”, presente in quello votato dal Cpn del Prc, è stato sostituito da una più generica volontà di costruire l’Europa “sulla pace, il disarmo, la cooperazione internazionale”. Infine, il terzo punto è l’opposizione ai razzismi e ai nazionalismi.
Si tratta di punti radicali all’apparenza, ma in realtà molto fumosi e generici (e resi ancora più generici nel secondo documento), che non fuoriescono di una virgola da quanto detto da sempre. In primo luogo, non è chiaro cosa significhi rottura dei trattati. Significa forse disobbedienza e quindi sforamento dei limiti al deficit e al debito? È del tutto evidente che non è possibile alcuna “disobbedienza” se non si ha autonomia monetaria, cosa che implica necessariamente l’uscita dalla Ue e soprattutto dall’euro. Senza di questo, il suddetto lungo elenco di obiettivi è solo un elenco di bei propositi, visto che senza uscita dalla Ue e dall’euro non si possono neanche porre le basi per quegli investimenti pubblici necessari a creare posti di lavoro e a sostenere il welfare per italiani e immigrati. Il razzismo e il nazionalismo sono prodotti anche e soprattutto dell’austerity, implementata dall’integrazione economica e valutaria europea. Senza il superamento quest’ultima, qualsiasi impegno antirazzista e antinazionalista è debole. Inoltre, sarebbe bene precisare che in Italia prevale la frazione multinazionale del capitale e che il controllo da parte del capitale sulle decisioni economiche e sociali è oggi assicurato molto di più efficacemente dagli apparentemente “neutrali” organismi europei che da un assetto statuale di forma fascista.
Il nodo, che rimane inespresso, è se la Ue sia riformabile oppure no. In base ai tre punti del documento del Cpn sembrerebbe di sì. Secondo noi, la Ue non è riformabile, per la semplice ragione che, in base ai trattati europei, qualunque modifica va fatta all’unanimità. Inoltre, le politiche neoliberiste non sono accidentali, ma il necessario obiettivo su cui è stata modellata l’architettura dell’euro e della Ue. A questo proposito, c’è un altro punto importante, quello della coerenza delle alleanze e della continuità del percorso. Il maggiore partner della alleanza elettorale promossa dal Prc è Si. Quest’ultima, oltre a continuare a credere che la Ue sia il terreno sul quale si possano sviluppare democrazia e benessere (la genericità dei punti dei due documenti aiuta a tenere insieme posizioni tra loro diverse), ha da sempre fatto pratica di alleanze a geometria variabile. Infatti, si è legata, tutte le volte in cui è stato possibile, al Pd, cioè al partito che maggiormente ha rappresentato gli interessi della grande impresa e più si è fatto interprete della adesione ai vincoli europei. Anche alle recenti elezioni regionali, Si si è presentata con il Pd. È, quindi, legittimo aspettarsi che un cartello meramente elettorale, quale è quello che si prospetta, si scioglierà all’indomani delle elezioni, come avvenuto in tutte le occasioni precedenti. Ultima quella con Potere al popolo, all’indomani delle elezioni politiche del 2018. Non ha molto senso aver lasciato Pap, con cui ci si è presentati alle politiche, per seguire ora alle europee Si.
Per concludere, stante quanto abbiamo detto, quale spazio avrebbe un tale cartello elettoralistico, anche solo in termini di voto? Secondo noi molto piccolo. Il punto è che da dieci anni a questa parte non si riesce a presentare una proposta politica credibile, con cui accumulare forza e realizzare il radicamento nei posti di lavoro e nei territori. Ci si ritrova ripetutamente a ridosso delle elezioni a dover raffazzonare una lista in un’ottica di sopravvivenza e forzatamente politicista, con i risultati che abbiamo visto, cioè il dissolvimento progressivo di quanto esiste a sinistra del Pd. Il problema è quello che qui abbiamo cercato di spiegare: la coazione a ricercare una unità senza contenuti, fittizia e fragile. Sbagliare fa parte dell’esperienza di vita, ma continuare a sbattere la testa sempre contro lo stesso muro, dopo aver sperimentato più e più volte che non si ottiene nulla, è irragionevole. Crediamo che non si possa più continuare in questo modo e che sia necessario lavorare con metodi e finalità differenti.
* Fonte: LABORATORIO-21

mercoledì 10 ottobre 2018

PaPATRAC di Piemme

[ 10 ottobre 2018 ]

Diversi lettori ci han chiesto un giudizio sulla scissione verificatasi in Potere al Popolo (PaP), in sostanza —dopo le annunciate defezioni del Partito Comunista Italiano e di Sinistra Anticapitalista — della rottura, ben più pesante con Rifondazione comunista.
La rottura del fidanzamento (che divorzio sarebbe stato solo se si fosse consumato effettivo matrimonio) è avvenuta nientemeno che sullo statuto.

Colpiscono i toni durissimi della contesa, segno di una rottura dolorosa quanto irreversibile. Ci pare che ciò stia ad indicare come la disputa sullo statuto nasconda differenze politiche profonde, che tirano in ballo natura, scopi e posizionamento politico. Non chiedeteci chi siano i "buoni" e i "cattivi", i "migliori" ed i "peggiori". Compagni che condividono il nostro punto di vista — quello che considera centrale la battaglia per uscire dalla gabbia dell'euro per la piena riconquista della sovranità nazionale, quindi la necessità di collocarsi in piena indipendenza nel "campo populista" contro l'élite eurocratica — ce ne sono, e stanno, come minoranze, in entrambi gli schieramenti che si sono dati battaglia. Qui l'interrogativo: com'è che i no-euro alloggiano su fronti contrapposti? Evidentemente, nella gerarchia dei fattori, l'uscita dall'euro e la battaglia per la sovranità nazionale non sono state considerate primarie, ovvero, al netto dello statuto, altre sono state le faccende su cui si è sviluppata la lotta, prima fra tutte la questione della forma/modello organizzativo. Una coalizione, per quanto fortemente unitaria, di organismi indipendenti (Statuto n.2 proposto da Rifondazione) oppure un partito de facto (Statuto 1 proposto da Jesopazzo e Eurostop)? Questa seconda tesi è quella che pare aver avuto la meglio nel referendum telematico conclusosi ieri (sotto i risultati annunciati).


I vincitori cantano impunemente vittoria per aver ottenuto l'82%. Sulla carta una schiacciante maggioranza. La sostanza però, siccome han votato solo la metà degli iscritti alla piattaforma, ci pare diversa. 

Nasce, da parto cesareo, un nuovo soggetto, ma i ginecologi, ostinati a farlo venir fuori anzitempo, l'hanno amputato in modo irreparabile. Abbiamo così una piccola testa innestata su un corpo rachitico. Un nuovo soggetto che avrà vita molto dura davanti. Esso risulta infatti da un assemblaggio frettoloso di correnti diverse, che domani potrebbero tornare a dividersi; un assemblaggio infine, la cui base programmatica (una versione postmoderna del vecchio massimalismo) è debole e del tutto inadeguata alle sfide del presente. 

Sui limiti profondissimi della linea politica di PaP abbiamo scritto mesi addietro ed in diverse occasioni:

JE SO' PAZZO: L'ESERCITO DEI SOGNATORI
VERSO LE ELEZIONI: POTERE AL POPOLO


Siamo contenti per questa ennesima puntata della saga della sinistra che va in pezzi? Per niente. Il casino, tanto più se incarognito di sinistre avvitate su sé stesse, non favorisce e forse pregiudica un confronto vero sulle questioni dirimenti. Per di più, come ogni scissione, essa avvelena il clima e rischia di lasciare per strada, per scoramento e sconforto, tanti militanti o semplici attivisti.

Per concludere. Chi esce con le ossa più rotte da questa vicenda è senza dubbio Rifondazione comunista. Un partito oramai allo sbando e la cui direzione nazionale, uscita addirittura umiliata dalla scissione in PaP, non da il benché minimo segnale di resipiscenza, continua anzi imperterrita sulla strada del proprio suicidio, quella di perseguire l'ennesimo opportunistico accrocchio elettorale. Un opportunismo che è causa della bruciante sconfitta di Rifondazione e che, un più che stagionato e consumato maggiorente, ha usato abilmente come arma per giustificare la rottura come inevitabile separazione "di giovani entusiasti e  senza macchia" da un "ceto politico decotto ed elettoralista".

Ognuno crede ciò che vuole credere...




martedì 25 settembre 2018

EUROSINISTRA? EURODISASTRO di Leonardo Mazzei

[ 25 settembre 2018 ]

Ieri ci siamo imbattuti in uno scritto, del segretario di Rifondazione Maurizio Acerbo rivolto ai compagni del proprio partito che hanno promosso un appello contrario all'adesione a Potere al popolo — da non confondere col documento della destra del Prc del 6 maggio scorso. Ndr.

Il testo di Acerbo sarebbe di scarsissima importanza, nelle intenzioni il solito edificante pistolotto diretto ad un corpo militante riottoso assai, affinché si adegui alle direttive del più scalcinato gruppo dirigente che la storia dei comunisti ricordi.


Esso diventa interessante solo per la confessione che contiene.


Compagni, dice Acerbo, sono dieci anni che non ne azzecchiamo una, ma noi siamo testardi e ci vogliamo riprovare! Ma riprovare cosa? si chiede il lettore ingenuamente curioso. Ovvio, a fare l'unica cosa che sappiamo fare: presentarci alle elezioni e, soprattutto, perderle rovinosamente. La nostra specialità si chiama ammucchiata senza principi, mica vorrete rinunciarci per le europee 2019?

Maurizio Acerbo
Questa nostra libera traduzione dall'acerbese è forse troppo irriverente? Solo apparentemente, perché mettendola sull'ironico ci risparmiamo in fondo quei giudizi più severi cui i lettori arriveranno di sicuro leggendo integralmente questa parte del testo del segretario del Prc:    
«Non è un caso che il documento politico della assemblea nazionale di Napoli di Potere al popolo contiene l’indicazione di verificare la possibilità di fare una lista con De Magistris e di aggregare un più largo schieramento come anche il documento del nostro Comitato Politico Nazionale.In questi mesi abbiamo attivamente lavorato a questo scopo attraverso una costante interlocuzione non solo dentro Potere al popolo, l’Altra Europa, la Rete delle Città in Comune ma con Dema, Diem e tante altre soggettività politiche e di movimento. (...) Proprio sabato 15 settembre... si è tenuto un incontro a Roma che ha segnato il primo passo concreto verso il “quarto polo” con la disponibilità dichiarata di Luigi De Magistris a un impegno diretto nella costruzione di una lista-coalizione per le elezioni europee. È evidente che il coinvolgimento di De Magistris facilita la convergenza di un largo schieramento ma segnalo che la condizione che il sindaco di Napoli ha posto chiaramente è che vi sia la confluenza di Potere al popolo, Diem e Altra Europa nel progetto. Saranno gli aderenti a Potere al popolo a decidere se partecipare o meno a una coalizione con De Magistris e tutto il resto della sinistra antiliberista. In caso di una votazione negativa da parte degli aderenti a Potere al popolo la disponibilità di De Magistris verrebbe meno e la possibilità di costruire un “quarto polo” diventerebbe assai più complicata».
Accipicchia! E' vero, nulla di nuovo sotto il sole, nulla di imprevisto, tantomeno di sorprendente, Ma questa coazione a ripetere è davvero imbarazzante. Almeno per tre motivi.

Il primo è che sono dieci anni esatti che si percorre questa strada:
- 2008: La Sinistra l'Arcobaleno,
- 2009: Rifondazione-Comunisti Italiani,
- 2013: Rivoluzione Civile,
- 2014: l'Altra Europa con Tsipras;
- 2018: Potere al popolo
Questo continuo cambio della carta d'identità, accompagnato dalla costante incapacità di confrontarsi con le fratture che la crisi ha determinato nella società, ha prodotto un'ineguagliabile serie di rovesci elettorali. Solo nel 2014 l'Altra Europa con Tsipras riuscì a superare per un pelo la soglia del 4%, ma l'alleanza politica che aveva sorretto quel risultato andò in frantumi una settimana dopo il voto, a dimostrazione di quanto siano fragili certi carrozzoni. Una lezione che pare non sia servita a nulla se oggi si ripropone un'ammucchiata ancor più caotica di quella.
Viola Carofalo, portavoce di PaP

Il secondo motivo di sconcerto sta appunto nella confusione politica dell'operazione che si profila, stavolta ancor più seria dei precedenti citati. Se in Rifondazione domina evidentemente il caos, Potere al popolo ha aderito alla piattaforma di Lisbona nata in funzione anti-Tsipras. Qui invece gli tsiprioti più convinti (Altra Europa) dovrebbero stare insieme agli anti-tsiprioti; di più: i no-euro e no-Ue di Eurostop (questo formalmente dicono di essere) dovrebbero stare insieme ai portavoce del "più Europa" di sinistra rappresentati dagli amici italiani del club Varoufakis (Diem). 

Una babele niente male, che immaginiamo metta in sofferenza Eurostop (chi è causa del suo mal...), mentre — in questa baraonda — degli amici di Senso Comune si son perse sostanzialmente le tracce. 

Ma c'è un terzo motivo, che dovrebbe far riflettere forse ancor più degli altri. Nelle quindici righe citate del testo di Acerbo ricorre ben 6 volte (sei) il nome del salvatore della patria, quello dell'ex magistrato e attuale sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Alla faccia del "populismo"! Una citazione ogni due righe e mezzo: francamente un record! E' piuttosto imbarazzante per chi dice di opporsi alla personalizzazione della politica. Una cosa mai vista, neppure in quest'epoca triste in cui pure il senso del ridicolo è andato smarrito come cosa vecchia e disdicevole. 

Il succo del testo di Acerbo è comunque chiaro: primo, l'unica cosa che ci interessa sono le elezioni; secondo, sì sono elezioni europee ma dell'Europa (tantomeno dell'euro e dei suoi comandamenti) parleremo il meno possibile; terzo, per provare a farcela siamo pronti ad unire cani e porci; quarto (e più importante), pendiamo totalmente dalle labbra di "Giggino" — che in vista delle europee aveva già fatto intendere di scendere in campo, e amodo suo, nel luglio scorso — e guai a chi potrebbe guastargli l'umore.

Ora, siccome chi scrive ama la razionalità, una domanda ci sorge spontanea: ma qual è il senso, razionale appunto, di questo ennesimo pasticcio che si va preparando nella buffa cucina della sinistra sinistrata?

Alcune cose si possono capire da questo articolo, piuttosto dettagliato, di Checchino Antonini su Left. De Magistris — lo si è visto nel 2013 come alle ultime politiche — preferisce mandare avanti gli altri, e per ora non ci ha preso un granché. Per scendere in campo vorrà essere il leader assoluto della nuova accozzaglia elettorale in fase di confuso allestimento. Se lo farà, sarà assai più vicino all'impostazione di Varoufakis (Europa o morte...) che non a quella di Mélenchon. Più che alla ricerca di consensi nel vasto campo populista, andrà a caccia dell'ex elettorato piddino. Magari dal punto di vista elettorale un'operazione meno stupida del solito, ma con quali prospettive politiche se non quella di riempire lo spicchio di sinistra del campo delle èlite?

Meditate gente, meditate.

mercoledì 25 luglio 2018

E.E.: ELETTORALISMO ESTREMISTA di Leonardo Mazzei

[ 25 luglio 2018 ]




«Coazione a ripetere»: l'interessante caso di Rifondazione Comunista


Ragazzi, stavolta spacchiamo il mondo! Ma, mi raccomando, con prudenza che intanto ci sono l'europee. E' questo il succo della risoluzione approvata dal Comitato Politico Nazionale (Cpn) del Prc il 15 luglio scorso. Un testo che suscita financo una certa tenerezza.

E' commovente, infatti, vedere la dedizione con la quale un partito prepara le sue nuove sconfitte. Toccante la fedeltà al principio del cambiare tutto per non cambiare nulla. E' da un decennio, del resto, che funziona così. Con tre precise costanti. In primo luogo, si cambia ogni volta nome e simbolo. In secondo luogo, si mettono insieme cani e porci. In terzo luogo, la "proposta politica" (vogliamo essere buoni) si riduce alla solita lista della spesa.


Inutile dire come queste tre costanti ne portino con sé altre due: risultati elettorali sempre più declinanti, riflessioni post-voto che ripropongono per il futuro lo stesso schema appena bocciato nelle urne dal destino cinico e baro che si accanisce, chissà perché, su tanta fantasia. 
Maurizio Acerbo, nuovo segretario del Prc mentre
interviene all'ultimo congresso

In psicoanalisi si chiama «coazione a ripetere». Un fenomeno così descritto dal Dizionario di medicina della Treccani: 

«Tendenza incoercibile, del tutto inconscia, a porsi in situazioni penose o dolorose, senza rendersi conto di averle attivamente determinate, né del fatto che si tratta della ripetizione di vecchie esperienze». 

Lasceremo subito la psicoanalisi per tornare alla politica, ma bisogna ammettere che questa descrizione del fenomeno ci parla assai bene del rapporto tra il Prc e le elezioni. Naturalmente, il problema riguarda l'intera sinistra sinistrata, non solo dunque Rifondazione, che ne è però l'esempio più fulgido ed istruttivo.

Ma veniamo al contenuto del documento del Prc. Dopo alcuni discorsi sul nuovo governo, di cui parleremo più avanti, si arriva al passaggio dello «spacchiamo il mondo» di cui abbiamo detto all'inizio.

Leggiamo:
«C’è bisogno oggi più di ieri della costruzione di un polo della sinistra che, come abbiamo sempre detto, sia alternativo a tutti gli schieramenti in campo, che rifiuti radicalmente la riproposizione di alleanze con il PD, le riedizioni del cosiddetto centrosinistra, sotto nuovi titoli come il “fronte repubblicano”, o sotto eventuali nuove leadership, secondo le operazioni politico-giornalistiche periodicamente riproposte».
Dunque, almeno nelle intenzioni dichiarate, niente "fronte repubblicano", e ciò è bene. Niente centrosinistra e nuove alleanze con il Pd — e vorremmo anche vedere con questi chiari di luna! Facile però dirlo adesso che il centrosinistra non c'è più, meglio sarebbe stato farlo quando (dal 1996 al 2008) si potevano evitare i danni invece compiuti all'ombra di Prodi. 

Ma lasciamo perdere — in realtà non lasceremo mai perdere su questo punto! — e guardiamo avanti. Dopo un simile proclama alla "solo noi" uno si aspetterebbe un nutrito programma di mobilitazione e di lotta, mentre arrivano subito e di buona lena le europee, intese come l'elezione del pittoresco parlamento di Strasburgo.

Il Cpn, ribadite le solite buone intenzioni sull'obiettivo di raggruppare tutte le forze anticapitaliste ed antiliberiste di sinistra, ovviamente con spirito non elettoralista (ma quando mai!), al fine di costruire un "quarto polo" (attenzione, perché a forza di perdere terreno si potrebbe arrivare anche al quinto o sesto), senza dimenticarsi di dire che questa nuova soggettività avrà da essere ampia ma pure «rivoluzionaria e di rottura», giunge infine alla proposta concreta. Questa:
«L’obiettivo del PRC-SE è l’avvio di un largo processo che oltre a Potere al popolo coinvolga altre soggettività come Altra Europa, Città in Comune, Diem25, Dema, liste e esperienze locali, settori di movimento e della sinistra sociale e politica che sono interessati alla costruzione di un’alternativa ai poli esistenti e ad una prospettiva comune sul piano europeo ed anche nazionale. In questa direzione si sta sviluppando una positiva interlocuzione con l’esperienza napoletana di Luigi De Magistris a partire dalla comune convinzione che nel nostro paese c’è bisogno di una proposta di netta rottura sul piano programmatico e del profilo politico quanto capace di essere inclusiva e larga».
Dunque, in primo luogo anche l'esperienza di Potere al popolo, almeno per il Prc, è già sul viale del tramonto, in buona compagnia con l'Arcobaleno, la Federazione della sinistraRivoluzione civile e L'Altra Europa con Tsipras. Su questa strage di soggetti mai nati l'elenco parla da solo. Eppure ad ognuno di questi passaggi si era giurato sul fatto che quella sarebbe stata la volta buona...

In secondo luogo, si notano due interessanti sottolineature: 1) la sigla PRC-SE, a rimarcare l'appartenenza a quella Sinistra Europea che la sinistra francese di Melenchon non accetta; 2) la sottolineatura in grassetto del ruolo di De Magistris, individuato evidentemente come possibile futuro leader se l'ennesimo aborto venisse per caso stavolta evitato.

In terzo luogo, e questa è la cosa più importante, la lista delle soggettività indicate contiene approcci così diversi alla questione europea, da rendere impossibile ogni parola chiara — che difatti non è neppure accennata — sul futuro dell'UE. Eppure è questo il tema all'ordine del giorno, e non solo in Italia. Eppure l'Europa fibrilla, e l'UE si mostra sempre più sfilacciata sia che si parli di regole di bilancio come di migranti. Eppure l'Italia, a causa del voto del 4 marzo e della nascita del governo gialloverde, è al centro di questo terremoto che scuote le fondamenta della costruzione europea.

Certo, il Cpn dichiara di lavorare per una: 
«Lista unitaria in Italia che raccolga tutte le soggettività di sinistra e di movimento che si collocano sul piano della critica radicale dei trattati europei e dell’UE».
«Critica radicale»? Per la verità a noi questo sembrerebbe il momento della lotta. Va beh, chi s'accontenta gode, ma i trattati non li difende più nessuno. Per arrivare fin lì non c'è davvero bisogno del quarto polo. E' che bisognerebbe andare più avanti: mettere in discussione l'appartenenza all'Ue e all'euro, battersi per la sovranità del nostro Paese, costruire una sinistra patriottica che sappia coniugare la lotta di liberazione nazionale con una nuova e credibile prospettiva socialista. E nel frattempo non chiamarsi fuori dallo scontro in atto tra il campo populista e quello dell'oligarchia, che è poi lo scontro centrale e decisivo di questa fase storico-politica.

Chiediamo troppo? Ovviamente sì, trattandosi del Prc. Ma il problema è che su tutto ciò non c'è proprio nulla nel documento del Cpn. Neanche l'inizio di un ragionamento, come se lo sconquasso in corso fosse fuori dal campo visivo degli estensori di quel testo. E se il troppo non va chiesto, il nulla ci pare decisamente surreale. 

E, a proposito di cose surreali, ci sia concessa una breve digressione prima di arrivare alle conclusioni. 

Siccome, a dispetto di tutto, i segnali del mondo reale arrivano anche dalle parti della sinistra sinistrata, la risoluzione del Cpn non può nascondere un'interessante contraddizione sul tema del governo. Mentre da un lato si parla di un 
«governo egemonizzato da un partito di destra che fa di razzismo e xenofobia il principale veicolo di consenso», 
secondo una lettura corrente (leggere qui Paolo Ferrero) che arriva ad accomunare il governo Conte a fascismo e nazismo; dall'altro il Cpn dichiara che: 
«La nostra opposizione deve sfidare i partiti del nuovo governo sul rispetto delle promesse elettorali sui temi sociali, dall’abolizione della legge Fornero al reddito di cittadinanza e alla lotta alla precarietà». 
Caspita! Anche i rifondaroli si rendono conto della necessità di incalzare — come diremmo noi — il governo gialloverde! Bene, anzi benissimo, ma si è mai vista una sinistra che incalza il fascismo, se non addirittura (Ferrero docet) il nazismo? Ve lo immaginate Gramsci che propone di incalzare il governo Mussolini affinché realizzasse le sue promesse sociali? Suvvia, qui qualcosa non torna. Anzi, diciamo pure che siamo alla schizofrenia. Il che non è neppure male, perché testimonia almeno la cattiva coscienza di certe affermazioni apodittiche (il fascismo, il fascismoo, il fascismooo!) di cui perlomeno inconsciamente si avverte l'avventatezza. 

Però, alla fine, bisognerà pur decidersi, perche qui i casi sono due e solo due: o siamo davvero al fascismo, e allora lo si combatte con tutti i mezzi, o — come noi pensiamo — siamo invece di fronte ad una cosa ben diversa (chiamiamola per comodità "populismo"), che può essere incalzata affinché realizzi la parte buona delle cose che propone.

Chiusa questa parentesi torniamo alla questione delle europee.

Senza dubbio la proposta del Prc è debole. Essa cerca di fare i conti con i numeri — le firme per presentarsi, ma soprattutto i voti per ottenere seggi — prefigurando il solito contenitore in cui tanti possano in qualche modo collocarsi. Ma l'esperienza insegna come quasi mai i grandi contenitori politici restituiscano grandi consensi elettorali. Tanto più se la necessità di contenere tutti finisce per sterilizzare il messaggio di ognuno.  

E che in questo caso vada a finire così è cosa su cui scommetteremmo alla Snai, se quest'ultima quotasse il "quarto polo". Come potranno convivere l'europeismo di ritorno dei seguaci italiani di Varoufakis e i tre no (all'UE, all'euro e alla Nato) di Eurostop proprio non si capisce. Di più, come potranno stare insieme le stesse posizioni del Prc e di Potere al popolo con l'europeismo più tradizionale, ma spinto, degli spezzoni dell'ex Sel che non vorranno seguire i bersaniani nel loro mesto ritorno all'ovile? Certo, pudicamente, di tutto ciò il Cpn non parla, ma se le cose hanno un senso è chiaro che anche gli ex Sel verranno accolti, esattamente come nel 2014. Una situazione che finirà per innescare un'altra mina: quella di Potere al popolo, che proprio mentre sta iniziando il tesseramento, il Prc vorrebbe spedire in soffitta. Quando si dice la confusione!

Di questo aspetto si preoccupa anche il Cpn, che scrive:
«Non ci nascondiamo difficoltà, incomprensioni, differenze, dissensi e in alcune realtà anche attriti. Rappresentano criticità evidenti la propensione di alcuni settori alla chiusura nelle interlocuzioni sul piano sociale, sindacale e di movimento, a non relazionarsi con altri percorsi, il concepire Pap come un nuovo partito piuttosto che come un movimento aperto e unitario...»
Insomma, nuove fratture sono in vista. Se l'accelerazione impressa dal Prc pone grossi problemi ad Eurostop ed ai promotori di Potere al popolo, lo stesso può dirsi per alcune realtà minori, come Senso Comune, interessate al blocco configuratosi a livello europeo con la cosiddetta Dichiarazione di Lisbona, sottoscritta ad aprile da J-L Mélenchon (France Insoumise), Pablo Iglesias (Podemos) e la portoghese Catarina Martins (Bloco de Esquerda).

Certo, le divisioni esistenti potrebbero in teoria portare anche a più liste. Ma, come sostenuto in un articolo di sollevAzione del 6 luglio scorso, è assai più probabile che prevalga la spinta «all'inciucio elettoralistico, a costruire un'Armata Brancaleone — in poche parole una versione 2.0 de L'Altra Europa con Tsipras. Un blocco elettorale che farà dell'opposizione frontale al "fascio-leghismo" la sua cifra principale, e nella quale quindi, il pur sfumato patriottismo repubblicano alla Mélenchon verrà non solo annacquato, ma soppresso in nome, ancora una volta dell'altreuropeismo...».
Il Comitato Politico Nazionale del Prc

Che dire in conclusione? Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Un po' scherzando e un po' no abbiamo parlato di "coazione a ripetere", fenomeno nel quale la pulsione di morte — che nella sinistra sinistrata è davvero forte — gioca il suo ruolo nel tentativo di sopprimere le apprensioni di ogni cambiamento.

Sarà un caso, ma ad ogni periodica esortazione alla riflessione, segue immancabilmente il riproporsi del sempre uguale, sia nell'analisi (sempre abborracciata ed auto-giustificativa) come nella proposta (mai innovativa e coraggiosa). Cosa debba ancora succedere affinché la sinistra sinistrata inizi ad uscire da questa specie di gabbia psico-politica proprio non sappiamo. Per la verità qualche idea ce l'avremmo, ma non credo che verrebbe da quelle parti ascoltata.

Quel che ci sentiamo di suggerire è invece solo una cosa. Per favore, stavolta niente nomi altisonanti. E' sufficiente l'acronimo EE. Un tempo si sarebbe pensato agli Escursionisti Esteri, oggi basta e avanza per l'Elettoralismo Estremista di costoro. Perché elettoralismo abbiamo cercato di spiegarlo. Ma anche estremista, nel duplice senso di un estremismo parolaio che vorrebbe coprire, senza mai riuscirci, un opportunismo elettorale peraltro fallimentare; ed in quello di un elettoralismo davvero estremo, sempre pronto al peggior pasticcio pur di generare le solite illusioni. Con i risultati che tutto conoscono. Auguri!

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