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giovedì 16 febbraio 2017

MARINE LE PEN: ORDOLIBERISMO O KEYNESISMO? di Moreno Pasquinelli

[ 17 febbraio ]

“Se una cosa sembra una papera, cammina come una papera e fa qua-qua, probabilmente è proprio una papera”.

Suscitò critiche, due anni fa, il mio articolo del gennaio 2014: «CHE COS’È IL FRONT NATIONAL DI MARINE LE PEN (dedicato a quelli che la dicotomia destra-sinistra non c’è più)».

Si trattava di un'analisi del programma del Front National —per l’esattezza «MON PROJECT. POUR LA FRANÇE ET LES FRANÇAIS»—, quello sul quale il FN condusse la campagna per le presidenziali del 2012.


Alle porte delle ancor più importanti elezioni presidenziali imminenti, vale forse la pena tornare sull'argomento, analizzando l'odierno programma elettorale del Front National  —in particolare le misure economiche che esso prenderebbe una volta salito al governo—, dandone un giudizio di massima, ed anche verificando se vi siano aggiustamenti rispetto a quello del 2012 e, nel caso, quali sono ed in quale direzione vanno.

2012: STATO (POCO) KEYNESIANO DI POLIZIA

Nel mio pezzo del 2014, mettevo in guardia coloro che guardavano con eccessiva simpatia e/o indulgenza al Front National, segnalando come esso, al netto di numerose proposte di politica economica sostenibili, non solo fosse molto ambiguo sulla questione dell'euro, ma avesse, oltre ad una visione revanscista e imperialista della Francia, una concezione fortemente autoritaria della democrazia, anzi perorasse un tetragono Stato di polizia.

Riguardo all'impianto economico del programma del Front National, giungevo a questa conclusione: 
«Un keynesismo temperato che può ben sfociare in un liberismo temperato. Un programma attentamente calibrato per sfondare a sinistra e conquistare voti nel proletariato e nel ceto medio, ma senza spaventare affatto la borghesia, se non i suoi settori apertamente speculativi, e nemmeno la Germania e i centri oligarchici dell’Unione europea. Il grosso di queste misure sono tuttavia ampiamente condivisibili. Un eventuale governo popolare, contestualmente all’uscita dall’euro, non potrebbe che applicarle».
Il 4 febbraio scorso, a Lione, Marine Le Pen ha presentato il programma di governo del Front National: Les 144 engagements présidentiels.
Un "Programma senza sorprese", titolava Liberation, esprimendo l'opinione comune dei media francesi. Non è così, le novità ci sono invece. 

2017:  STATO DI POLIZIA RAFFORZATO

Partiamo dagli aspetti più squisitamente politici. 
La costituzione bonapartista della V Repubblica voluta da De Gaulle nel 1958 —il sistema presidenzialista di "monarchia repubblicana— non viene messa in discussione. Si chiede anzi un rafforzamento dei poteri presidenziali e del modello plebiscitario. [1]
Vero è che si propone una legge elettorale proporzionale ma con due correttivi di rilievo: sbarramento del 5% e un premio alla prima lista del 30% dei seggi. 

Per quanto concerne le misure Stato-poliziesche, sicuritariste e islamofobe non si può certo dire che il Programma 2017 sia reticente o vago. [2] Il motto è "tolleranza zero": riarmo massiccio delle forze di polizia, 15mila gendarmi in più, 40mila nuovi posti per i prigionieri, disarmo delle banlieu e misure cautelative contro "i 5mila capibanda censiti", aumento di tutte le pene, espulsioni automatiche e senza processo, menomazione dello Jus soli, forte limitazione del diritto d'asilo, nessuna regolarizzazione per gli immigrati illegali, inserimento in Costituzione del contrasto ad ogni forma di "comunitarismo", promozione della "assimilazione" al posto della "integrazione", via ogni "discriminazione positiva" a favore delle minoranze, limitazione della libertà d'insegnamento, soppressione dell'insegnamento della lingua d'origine per le minoranze. Non sembri un paradosso che il programma dedichi un capitolo alla "protezione degli animali", considerata "priorità nazionale".

Non meno perentorie le misure in vista di ritorno ad una politica imperialista di grandeur. Si propone di abbandonare il Comando NATO, a favore di guerre nel "solo interesse della Francia", si chiede l'aumento delle spese militari, il rafforzamento delle Forze armate, il ristabilimento della coscrizione obbligatoria.

Basta tutto questo per sostenere che il Front National della Marine le Pen è un movimento politico fascista? Ovviamente no. Esso si presenta piuttosto come una variante del
gollismo, evidentemente peggiorativa, visto che fa sua, mala tempra currunt, una visione sociale viziata di liberismo economico e da un nazionalismo identitario paranoico.

2017: ORDOLIBERISMO SI STATO

Ma se la gran parte di queste misure era già contemplata nel Programma 2012, consistenti sono invece gli "aggiustamenti" sul piano della politica economica. Si sente forte lo zampino dell'economista liberale Jean Messiha, boiardo di stato, tecnocrate, e  dei suoi sodali del Circolo degli Orazi,[1] che sembrano essere stati scelti come consiglieri economici dalla Le Pen proprio per tranquillizzare non solo la potente borghesia francese ma tutta la grande finanza. 

Beninteso nel Programma 2017 il Front National —tanto più visto che è finalizzato a vincere le prossime elezioni— avanza misure a favore del popolo lavoratore: aumento del salario minimo, delle pensioni più basse, difesa del diritto alla salute (fatto salvo il doppio regime pubblico-privato), alla scolarità (fatte salve le scuole private), ribasso del 5% delle tariffe di gas e elettricità, difesa dei risparmi contro, mantenimento delle 35 ore settimanali (con la facoltà concessa alle aziende di passare a 39 ore). 

E' difficile tuttavia non vedere il senso di questi "aggiustamenti": essi hanno una evidente impronta liberista per andare incontro agli interessi non solo e non tanto del settore privato ma delle grandi aziende monopoliste, in special modo di quelle finanziarie e bancarie, punto di forza del capitalismo francese. Vediamo dunque di capire dove stanno i cambiamenti rispetto al Programma 2012, e quindi di tirare le somme.

(1) La prima cosa che stupisce è la vaghezza sull'euro. Scompare l'idea del 2012 della doppia moneta ma il dispositivo proposto per tornare alla sovranità moneta non contempla affatto (come erroneamente si crede) un'uscita unilaterale bensì l'avvio di «un negoziato coi partner europei seguito da un referendum sull'appartenenza alla Ue». Il segnale lanciato al mondo della finanza e delle grandi banche è chiaro: non ci sarà alcuna decisione scioccante, si dovrà trovare un accordo vantaggioso per tutti. Degno di nota che l'idea (giusta) che la banca centrale debba finanziare il Tesoro sia relegata al punto 43, però  scompare, quel che era contemplato nel 2012, ovvero a interessi zero. la banca centrale resta poi formalmente indipendente.

(2) Si parla di un "Nuovo modello patriottico in favore dell'impiego" —sparisce il concetto del 2012 della "Priorità a politiche di pieno impiego—ma di misure concrete per debellare la disoccupazione, di un piano di investimenti pubblici per la piena occupazione non c'è alcuna traccia. Quale sia il paradigma è evidente: si fa affidamento sul settore privato, alle leggi di mercato, ove quindi il ruolo dello Stato si riduce a mero supporto con misure protezionistiche e di defiscalizzazione. Nemmeno un accenno all'aumento della spesa pubblica, si lascia anzi intendere una politica di tipo monetarista.

(3) La politica fiscale diventa più accomodante rispetto al 2012. Spariscono sia il criterio della fiscalità progressiva sia la tassa sui grandi patrimoni. Le tre aliquote del 2012 diventano due, con grande vantaggio per le grandi aziende. Scompare infatti ogni riferimento alla fine del regime fiscale di vantaggio per i grandi gruppi, così come il contrasto dell’elusione fiscale. Scompare la riduzione dell'IVA al 5% sui prodotti di prima necessità.

(4) Scompare nel Programma 2017 ogni riferimento al contrasto dei grandi monopoli privati, anzitutto di quelli bancari —nel 2012 ne veniva chiesta la soppressione. Nessun accenno alla nazionalizzazione del sistema bancario.

(5) Per quanto concerne la politica agricola, chiacchiere sul "patriottismo economico" e la "concorrenza sleale" ma nessuna parola sul contrasto alle grandi catene della distribuzione alimentare —e quelle francesi sono le più grandi e predatorie d'Europa.

(6) Si parla di "controllo sugli investimenti stranieri che danneggiano gli interessi nazionali", nessuna parola sul controllo pubblico dei movimenti dei capitali, sulla tassazione della rendita finanziaria, sulla limitazione del potere della borsa.

A noi pare che le tracce di keynesismo del 2012, siano andate a farsi friggere.  Non abbiamo qui lo spazio per ribadire in cosa davvero consista il keynesismo. Ne abbiamo molto scritto su questo sito e la letteratura scientifica è immensa. Basti dire l'essenziale: una politica economica keynesiana è volta a contrastare disoccupazione, recessione e deflazione accrescendo il volume complessivo dei consumi e degli investimenti, anzitutto pubblici, quindi espandendo la spesa pubblica da parte del governo.

Cosa c'è di keynesiano nel Programma 2017 del Font National? Poco o nulla. Certo, siamo lontani dal neoliberismo di Milton Friedman, all'idea di lasciare tutto al mercato, di privatizzare tutto il privatizzabile, di eliminare ogni traccia di gestione e proprietà pubblica. Molto meno distanti siamo invece dal modello della economia sociale di mercato o ordoliberista, e dal modello di welfare dello stato capofila dell'ordoliberismo: la germania. [4]

Se ieri dicevamo «Il grosso di queste misure sono tuttavia ampiamente condivisibili. Un eventuale governo popolare, contestualmente all’uscita dall’euro, non potrebbe che applicarle», oggi non possiamo dire altrettanto. Il grosso delle misure che propone il Front national non dovrebbero affatto essere adottate da un governo che meriti l'attributo di popolare.


NOTE

 [1] «2. Organiser un référendum en vue de réviser la Constitution et conditionner toute révision future de la Constitution à un référendum. Élargir le champ d’application de l’article 11 de la Constitution».

[2] Su sette capitoli del programma, ben tre sono dedicati al rafforzamento delle forze dell'ordine, e delle forze armate —Una Francia sicura; V. Una Francia fiera; VI. Una Francia possente.

[3]  «Bonjour,
Oui, les "Horaces" existent et sont bien un cercle de spécialistes, d'experts dans de nombreux domaines et entourent et conseillent notre présidente pour les futures présidentielles 2017.
Marine, présidente du FN a mis à profit l'été pour rencontrer de nombreux spécialistes d'économie, de défense, de justice, de sécurité... Le groupe «Les Horaces» s'est d'ailleurs constitué avant l'été.
Il y a environ une soixantaine de personnes (hauts fonctionnaires, magistrats, avocats, médecins, anciens militaires, chefs d'entreprises, des membres des cabinets ministériels d'Edouard Balladur, Jean-Pierre Raffarin et Dominique de Villepin).
Un porte-parole a été nommé, qui s'exposera jusqu'en mai prochain. Il s'agit de monsieur Jean Messiha, passé par Sciences Po et l'ENA.» Partisansmarine, 6/9/2016

[4] «Economia sociale di mercato. Tipologia di sistema economico caratterizzato allo stesso tempo da libertà di mercato e giustizia sociale. I fondamenti di tale modello stanno nella constatazione che il puro liberalismo non è in grado di garantire una soddisfacente equità sociale, ritenuta invece indispensabile proprio perché i singoli individui siano in grado di operare liberamente e in condizioni di pari opportunità; di converso, anche la piena realizzazione dell’individuo non può compiersi se non vengono garantite la libera iniziativa, la libertà di impresa, di mercato e la proprietà privata. È quindi necessario un ruolo ‘regolatore’ dell’autorità statale, i cui confini di intervento sono però problematici da definire con esattezza e, soprattutto, in modo oggettivo. L’intervento dello Stato, infatti, non deve guidare il m. o interferire con i suoi esiti naturali: deve semplicemente intervenire laddove esso fallisce nella sua funzione sociale. Ne consegue che i fondamenti dell’e. s. di m. si possono sintetizzare nei seguenti punti: un severo ordinamento monetario; un credito conforme alle norme di concorrenza e la sua regolamentazione per scongiurare monopoli; una politica tributaria e fiscale che non sia elemento di disturbo alla libera concorrenza e che eviti sovvenzioni che la possano alterare; la protezione dell’ambiente; l’ordinamento territoriale; la tutela dei consumatori finalizzata a minimizzare i comportamenti opportunistici. In definitiva, i sostenitori dell’e. s. di m. sono strenui critici sia della concentrazione del potere economico e politico sia dello sfrenato antagonismo tra classi sociali. La loro proposta ‘riformista’ si pone contro qualsiasi idea di pianificazione e collettivismo e anche contro il liberalismo sfrenato». Voce della Treccani Di Andrea Fumagalli


mercoledì 23 marzo 2016

CHE COS'È L' ORDOLIBERALISMO TEDESCO (o l'economia sociale di mercato) di Lorenzo Mesini*

[ 23 marzo ]

Si fa troppo spesso confusione, anche nel mondo degli amici "sovranisti", tra liberismo classico (Smith), il neoliberismo della Scuola austriaca (Von Hayek) e l'ordoliberalismo tedesco della Scuola di Friburgo. Pubblichiamo questa scheda sull'ordoliberalismo tedesco, ovvero la teoria della economia sociale di mercato. Opposte alle teorie socialiste e keynesiane, le tesi ordiliberiste non solo hanno educato le élite tedesche (sia democristiane che socialdemocratiche) ma hanno gettato i pilastri su cui sono state costruite l'Unione europea ad egemonia tedesca e la moneta unica. Da segnalare come in Germania l'avanzata dell'opposizione di destra al governo della Merkel (AfD), quindi l'avversione all'Unione ed all'euro, poggiando sulle tesi neoliberiste vonhayekiane, segni la crisi di egemonia dell'ordoliberalismo. Uno scontro che ci riguarda, in barba a chi stupidamente ci irride quando mettiamo in guardia da un'uscita da destra neoliberista dall'euro .
Prossimamente una seconda scheda sulla Scuola austriaca o il liberismo di Von Hayek (su cui rimandiamo intanto all'articolo di Luciano Gallino). 
[I corsivi ed i grassetti e le note tra parentesi quadra sono della Redazione]


«Questa mia relazione avrà come suo oggetto l’ordoliberalismo tedesco, una complessa corrente di pensiero economico e istituzionale, insieme a cui deve essere considerato quell’insieme organico di politiche ispirate dagli autori della Scuola di Friburgo tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso. 
Questa relazione avrà un carattere prettamente introduttivo, per via della complessità e dell’articolazione del suo oggetto irriducibile a una singola relazione. Il mio intervento vorrebbe fornire una serie di spunti ed elementi a partire dai quali leggere i testi degli autori in questione oppure approfondire e riflettere sulle vicende politiche dell’ordoliberalismo in Europa. L’esposizione e la ricostruzione dei tratti salienti del pensiero ordoliberale che cercherò di svolgere cercherà di coniugare due esigenze. In primo luogo quella della comprensione dell’origine e delle finalità storico-politiche della scuola neoliberale tedesca. In secondo luogo quella di delineare alcuni dei concetti principali propri dell’ordoliberalismo tedesco, riferendomi in particolare alla formulazione fornita da Wilhelm Röpke. Muoverò quindi da un’esposizione delle coordinate spazio-temporale della Scuola di Friburgo, soffermandomi sull’orientamento politico delle sue teorie socio-economiche per poi passare ad analizzare in seconda battuta i tratti caratteristici del suo sistema concettuale.

Gli studiosi membri della cosiddetta Scuola di Friburgo appartengono a quella generazione di tedeschi che ha vissuto in maniera particolarmente drammatica la dissoluzione violenta del proprio mondo e più in generale della Vecchia Europa. Possono essere tranquillamente compresi nel novero di quei pensatori che vivono dolorosamente la “crisi” del proprio tempo e sentono la necessità di pensare e comprendere i processi politici ed economici che a partire dalla Grande Guerra ha stravolto il volto dell’Europa e del mondo insieme alla vita di milioni di uomini. Così come i membri della Scuola di Francoforte e lo stesso Edmund Husserl, gli autori della Scuola di Friburgo sono pensatori della “crisi”. Come ha osservato Michel Foucault tutti loro, specialmente i francofortesi e gli ordoliberali, prendono le mosse dalla constatazione di quella che Max Weber aveva definito come l’irrazionale razionalità mostrata dal capitalismo. 
I primi, attraverso la faticosa e travagliata elaborazione di una teoria critica, hanno cercato di elaborare una nuova forma di razionalità sociale capace di eliminare i risultati e gli effetti irrazionali propri della razionalità economica. 
I membri della Scuola di Friburgo, invece, si sono posti il problema della possibilità di una razionalità economica che sia capace di annullare o quanto meno neutralizzare l’irrazionalità del capitalismo. Gran parte di membri delle due scuole ha fatto inoltre l’esperienza dell’esilio, abbandonando la Germania nazionalsocialista, o della resistenza interna al regime. Tuttavia, mentre gli economisti ordoliberali definiranno il quadro concettuale e giuridico della costituzione della Repubblica Federale Tedesca tra il 1945 e il 1947 ponendo le basi per la rinascita economica del loro paese, la parabola ascendente dei francofortesi tornati in Germania dopo la fine della guerra si concluse simbolicamente nelle aule sgomberate dell’Università di Francoforte nel 1968.

Prima di delineare l’orientamento politico delle dottrine ordoliberali ossia a partire da cosa e contro chi pensano e scrivono gli autori della Scuola di Friburgo vorrei spendere qualche parola in merito alla storia dei suoi membri principali. Walter Eucken (1891-1950), professore di economia politica a Friburgo dal 1927 dove conosce Husserl, fonda nel 1936 la rivista “Ordo”, da cui “ordoliberalalismo” trasse il nome. 
Attorno a tale rivista si riunirono tutti quei giuristi ed economisti che durante gli ultimi anni della Repubblica di Weimar si erano opposti all’adozione misure di tipo keynesiano e durante il Terzo Reich alla politica economica di Hjalmar Schact. 
Eucken non scelse la strada dell’esilio e rimase silenzioso in Germania continuando ad insegnare a Friburgo fino a quando nel 1948 divenne il più importante dei consiglieri scientifici riuniti attorno a sé da Ludwig Erhard
Quest’ultimo era un economista che durante gli anni del regime nazista aveva tenuto un profilo molto modesto e si era dedicato a ricerche di carattere economico per poi diventare nel 1948 Direttore dell’amministrazione dell’economia per il settore anglo-americano nella Germania occupata. Il consiglio scientifico (Wissenschaftlicher Beirat) da lui radunato delineò i principali orientamenti della politica economica della futura Germania, la cosiddetta “economia sociale di mercato” [Soziale Marktwirtschaft] —primato della politica monetaria e della politica di sviluppo, allineamento dei prezzi sull’offerta delle merci, ripartizione equa e graduale dell’aumento del benessere. 
Deputato cristiano-democratico per la CDU, nel 1951 Adenauer lo scelse come Ministro dell’Economia. Erhrad verrà considerato negli anni seguenti il padre del miracolo economico (Wirtschaftswunder) tedesco. Nella commissione scientifica riunita da Erhard figurano anche Franz Böhm (1895-1977), giurista e docente a Friburgo e allievo di Husserl, Alfred Müller-Armack (1901-1978) storico dell’economia, anch’egli professore a Friburgo, segretario di stato di Ludwig Erhard e uno dei negoziatorie del trattato di Roma nel 1957. Tra gli altri Alexander Rüstow (1885-1963) e soprattutto Wilhelm Röpke

Tutti questi studiosi e professori, riuniti attorno alla rivista “Ordo” e nel consiglio scientifico voluto da Erhard, non solo svilupparono i concetti principali di quella corrente di pensiero che noi oggi chiamiamo “Ordoliberalismo” ma su tali basi posero le fondamenta della costituzione economica prima della Repubblica Federale Tedesca. Non solo, ma a partire della concezione ordoliberale dell’economia, della società e del loro governa è stato delineato e pensato il quadro giuridico proprio dell’Unione Europea. Ma procediamo con ordine.

Partiamo dal periodo che ha visto la formazione e poi l’insegnamento e la ricerca universitaria (anni Venti e Trenta) condotta da questi autori. Quali sono i problemi che muovono il loro pensiero? A partire da quale conflitto trae forza e si sviluppa la riflessione che accomuna i collaboratori della rivista “Ordo”? Qual è il “campo di avversità”, per usare la terminologia foucaultiana, entro cui prende corpo il pensiero ordoliberale durante gli anni precedenti la caduta del nazionalsocialismo? Tra i diversi elementi che possiamo citare, quello politicamente più pregnante e decisivo, quello che accomuna e spinge e quella che in molti hanno definito “Paura” o Fobia di stato”. 
Di cosa si tratta? Che cosa indica? La Scuola di Friburgo prende le mosse da quelle che considera le cattive risposte alla crisi del capitalismo internazionale seguente la Prima Guerra Mondiale: la Rivoluzione bolscevica e la politica dirigista propria del sistema totalitario sovietico, la crisi del 1929 e le misure di tipo keynesiano in Europa e negli adottate degli USA con il New Deal e soprattutto la risposta totalitaria fornita dal nazionalsocialismo al fallimento della Repubblica di Weimar nel 1933. 

In che senso gli ordoliberali considerano le politiche keynesiane come quelle totalitarie delle risposte cattive alla crisi, ponendole sullo stesso piano? In che modo e in che termini è loro possibile tale operazione? Attraverso quella che si può definire l’individuazione di un’invariante economico politica che nel caso in questione si tratta di una invariante antiliberale che vede legati tra loro i seguenti elementi: economia protetta, economia pianificata, economia assistenziale, economia keynesiana. Lo sviluppo anche di solo uno o più di questi elementi comporterà necessariamente lo sviluppo degli altri, secondo gradi diversi. 
La distinzione caratteristica da prendere in considerazione non è quella tra regimi totalitari e regimi liberal-democratici ma tra sistemi che adottano politiche liberali e quelli ad economica pianificata. I membri della Scuola di Friburgo, insieme ai loro colleghi austriaci (tra tutti von Mises e von Hayek) si sono occupati nel corso degli anni Venti e la Secondo Guerra Mondiale delle diverse politiche economiche e sociali elaborate per fronteggiare la crisi. Tra tutti segnalo gli studi di Hayek sul New Deal e quelli di Röpke sul Piano Beveridge durante la guerra. 
La conclusione a cui giungono è la non sostanziale differenza tra le politiche laburiste in Inghilterra e quelle della Germania nazista, o tra quelle di Roosevelt e i piani quinquennali di Stalin. Secondo la logica interna di questa invariante anti-liberale, il nazismo come regime totalitario rappresenta il caso dell’aumento indefinito del potere di stato. Ogni genere di politica economica interventista (economia protetta, pianificata, assistenziale e keyensiana) ha come presupposto e risultato la crescita del potere di stato e l’erosione degli spazi di libertà individuale. Ognuno di tali elementi comporta la presenza o lo sviluppo futuro degli altri. 
Gli ordoliberali, insieme ai loro colleghi della scuola austriaca [von Mises e von Hayek], criticano e rigettano come poco pregnante la distinzione allora in voga tra socialismo e capitalismo, tra totalitarismo e liberalismo. Per loro il nazionalsocialismo e l’Unione sovietica non rappresentano delle mostruosità per via della violazione totalitaria di ogni libertà e diritto individuale e democratico ma costituiscono il punto terminale ed estremo di un processo internazionale di crisi economica e politica che ha elaborato come unica soluzione lo sciagurato aumento del potere statale. Il nazionalsocialismo rappresenta la verità della crisi, il punto più chiaro ed estremo a cui giungeranno anche tutti quei paesi che hanno scelto di rispondere alla crisi con l’aumento del potere e dell’azione statale nell’economia e nella società.

Per comprendere un po’ meglio le ragioni di questa interpretazione politica delle vicende europee occorre fare un passo indietro e andare a vedere alcuni dei concetti politici che stanno alla base delle analisi ordoliberali e che Wilhelm Röpke (soprattutto insieme ad Hayek) ha sviluppato ed espresso con maggiore chiarezza. Il concetto attorno cui ruota l’analisi e la progetto politico ordoliberale secondo Röpke è quello di “Terza via” (che non ha nulla a che vedere con quella di Tony Blair). Il concetto di “Terza via” viene delineato a partire dall’interpretazione e dalla valutazione fornita da Röpke delle vicende del pensiero politico moderno. 

Rispetto a cosa si presenta come alternativa? Da un lato rispetto alle risposte più o meno totalitarie alla crisi e dall’altro rispetto a quello che viene definito il “cattivo pluralismo”. Responsabile del primo genere di risposta (quella che vede nell’intervento statale la soluzione) è il cosiddetto “razionalismo costruttivista”, di matrice hobbesiana. Questo vede come principali attori della politica moderna gli individui e lo Stato costruito mediante il dispositivo razionale del contratto. Tale versione hobbesiana del razionalismo sfocia negli esiti assolutistici prima e in quelli totalitari poi, per via di una serie di errori di valutazioni compiuti dalla ragione moderna che, nel suo afflato costruttivista pretende di poter costruire un ordine determinista. 

Dall’altro lato abbiamo invece il “cattivo pluralismo” come risultato anarchico e caotico proprio delle tendenze liberali: laddove gli individui sono abbandonati al liberismo selvaggio del mercato il risultato non potrà che essere disastroso. Per riassumere, il concetto di “Terza via” prende corpo a partire da una precisa valutazione politica delle logiche di cui sono portatori i due attori principali individuati dal pensiero politico moderno: l’individuo e lo Stato. Quest’ultimo se privo di controlli e limiti produce totalitarismo nelle sue molteplici declinazioni. Quando invece sono gli individui a disporre di infinita libertà, i risultati catastrofici saranno altrettanto inevitabili. 

A questo punto interviene la “terza via” [tra il liberalismo nella versione del laissez faire e il collettivismo socialista, Ndr] che delinea la possibilità di ordine sociale che si sviluppi all’insegna di quello che Röpke chiama un “pluralismo sano”. Questo concetto si basa su una teoria della società articolata in cerchie diverse (giuridica, politica ed economica) ognuna delle quali è inestricabilmente connessa alle altre. La pluralità di ambiti in cui si articola l’esistenza sociale dell’uomo è portata ad unità mediante il concetto di sussidiarietà (mutuato dall’enciclica sociale Quadragesimo anno promulgata da Pio XI nel 1931) che non assegna un ordine gerarchico alla relazione tra tali cerchie. L’articolazione sociale è data da un lato dalla connessione reciproca dell’ambito economico, politico e giuridico e dall’altro dall’assenza di un primato assiologico e ontologico di una cerchia sulle altre. Sfere non sovrapponibili, non riducibili ad una sfera fondamentale e decisiva (elemento antimarxista dell’ordoliberalismo) e in constante relazione reciproca.

Come si configura quindi l’azione di governo all’interno della concezione della società che è alla base dalla “terza via”? Mediante la nozione di interventismo liberale
Lo Stato si impegna a fornire un quadro giuridico, ossia un ordine di regole originarie attraverso cui l’economia di mercato (ossia il regime dei prezzi) possa funzionare secondo giustizia e in modo conforme alla natura umana (Röpke, Eucken). Lo Stato non interviene, in senso stretto, nella sfera economica. Non si può dire che la costituzione giuridico-politica guidi il mercato, perché in tal caso si ricadrebbe nelle svariate forme di dirigismo e interventismo economico. Non si può nemmeno optare per il disinteresse verso la sfera economica, impossibile tra l’altro visto e considerato il rapporto che lega le tre sfere. La politica, sostengono gli ordoliberali, deve influenzare l’economia istituendo uno spazio giuridico di regole, un ordine appunto, in cui il mercato possa evolvere secondo natura (regime di perfetta concorrenza e stabilità monetaria) e giustizia. Il giuridico non è determinato come sovrastruttura dall’economico. Il giuridico da invece forma all’economico che non sarebbe ciò che è senza il giuridico. La dimensione economica si caratterizza quindi come insieme di attività regolate. A questo punto gli ordoliberali possono dire che il mercato non è un dato naturale, in natura non troveremo mai un mercato in cui vige un regime concorrenziale sano e scevro di monopoli. Sarebbe un’ingenuità naturalista credere nella sua esistenza. L’ordine giuridico-economico, l’ordo che lo Stato deve istituire, gestire e proteggere, svolge la cruciale funzione di rendere possibile un’economia di mercato ed insieme ad essa lo spazio adeguato all’esercizio della libertà economica. Il governo deve essere quindi attivo e vigile.

Non avendo tempo e spazio a sufficienza per analizzare i diversi ambiti e modalità in cui si declina l’azione di governo ordoliberale (come i monopoli e la politica sociale) mi soffermerò solo su quello che ritengo particolarmente esemplificativo nell’economia di questa relazione ossia la teoria delle azioni conformi

Questa si trova formulata in un testo di Walter Eucken intitolato Grunsätze der Wirtschaftspolitik (1952) che rappresenta a suo modo il contraltare pratico di un altro suo testo più teorico Die Grundlagen der Nationalökonomie (1939). Cosa sostiene la teoria in questione? Che il governo deve essere vigile e attivo in due modi: mediante due generi di azioni: azioni regolatrici e azioni ordinatrici. Partiamo dalle prime. Le azioni regolatrici, sostiene Eucken, non avranno come loro oggetto i meccanismi e le dinamiche dell’economia di mercato bensì le condizioni di possibilità del mercato. In questo passo emerge chiaramente la formazione neokantiana di Eucken. Cosa significa agire sulle condizioni del mercato? Significa individuare, accettare e lasciar funzionare le tre tendenze fondamentali del mercato allo scopo favorirle e farle agire al meglio. Le azioni regolatrici si faranno carico quindi della tendenza alla riduzione dei costi, alla riduzione del profitto d’impresa, alla riduzione dei prezzi mediante miglioramento della produzione. In sintesi, per Eucken questo genere di azioni di governo avrà come obiettivo la stabilità dei prezzi intesa non come fissità ma come controllo dell’inflazione. Tutti gli obiettivi diversi da questo non potranno che essere secondari. Il mantenimento del pieno impiego, la conservazione del potere d’acquisto o l’equilibrio nella bilancia dei pagamenti non dovranno diventare obiettivi primari. 

Di quale genere di mezzi si posso avvalere le azioni regolatrici
Principalmente della politica del credito (tasso di sconto*) e dell’abbassamento moderato della fiscalità evitando accuratamente misure come fissazione dei prezzi, sostegno a precisi settori di mercato, creazione sistematica di posti di lavoro e investimenti pubblici. Obiettivo primario è la stabilità dei prezzi. 

Passiamo ora al secondo tipo di azioni di governo delineato da Eucken, le azioni ordinatrici. Queste intervengo sulle condizioni strutturali del mercato, sulle sue condizioni di esistenza ossia le sue condizioni “quadro”. Come vi avevo detto per gli ordoliberali il mercato è un meccanismo complesso e sicuro a condizione che funzioni a dovere senza che dinamiche estranee intervengano a turbarlo inceppandone il funzionamento. Le azioni ordinatrici definiscono quella che Eucken definisce una politica di quadro
Per illustrarvi cosa sia una politica di quadro userò l’esempio adottato da Michel Foucault nelle sue lezioni che mi sembra particolarmente adatto al riguardo e ci permette anche di osservare all’opera la teorie ordoliberale nel processo di integrazione europea. 

Nel 1952 Eucken si chiese come far funzionare secondo i termini dell’economia di mercato l’agricoltura europea, fino ad allora caratterizzata da una serie di spazi più o meno protetti da dazi doganali. Cosa deve fare in tal caso una politica di quadro? Non agire sui prezzi o determinati settori. Per far nascere un’agricolture europea di mercato occorre agire non su dati immediatamente economici ma su elementi di quadro come la popolazione (troppo elevata la quota impegnata in agricoltura), il livello e la diffusione di nuove tecniche e strumenti, la formazione degli agricoltori, il regime giuridico e la disponibilità del terreno. Al limite sarebbe necessario agire anche sul clima. Queste sono per Eucken le condizioni quadro per lo sviluppo di un’agricoltura europea di mercato. Come vedete gli elementi quadro non sono direttamente economici ma rappresentano condizioni affinché un’economia di mercato con le sue leggi, le sue dinamiche possa instaurarsi e funzionare a dovere. Quanto più l’intervento sarà lieve e discreto a livello dei processi economici occorrerà intervenire, modificare e difendere quelle condizioni quadro (che abbiamo visto essere elementi tecnici, scientifici, giuridici, demografici) che saranno sempre più oggetto dell’azione del governo. Quello delineato da Eucken rappresentava a livello embrionale il piano Mansholt per il Mercato agricolo comune (1953 e 1968). Per riassumere: l’azione di governo si articola mediante azione regolatrici e conformi al fine di costruire un ordine concorrenziale di mercato che sia regolatore dell’economia.

A questo punto mi avvio alla fine della relazione. 
In conclusione vorrei tornare sull’orientamento politico dell’ordoliberalismo cercando di capire qual è stata la posta in gioco politica della sfida che l’ordoliberalismo si è trova ad affrontare sul piano teorico prima e sul piano pratico poi tra gli anni Trenta e gli anni Sessanta. Seguendo Foucault, possiamo sostenere che la Scuola di Friburgo ha giocato una duplice partita. Da un punto di vista più generale, che possiamo ragionevolmente dire “epocale”, gli ordoliberali si sono confrontati con il problema della sopravvivenza del capitalismo, insorto dopo la Prima Guerra mondiale e le crisi economiche seguenti. Questa problema ha interessato in un modo o nell’altro tutti gli economisti, politici, filosofi e sociologi che si sono trovati a fare i conti con il proprio tempo tra i due conflitti mondiali. Gli ordoliberali si sono impegnati nello specifico a dimostrare come la logica economica propria del capitalismo non fosse intrinsecamente contraddittoria o irrazionale nel suo complesso ma che la crisi riguardava una particolare declinazione storica e istituzionale del capitalismo. Questi autori hanno voluto dimostrare che il capitalismo poteva sopravvivere a patto di elaborare una nuova forma economico-istituzionale che mostrasse come la logica del mercato, la concorrenza fosse possibile e non contraddittoria all’interno di nuovo un quadro istituzionale e giuridico. 

In secondo luogo ha pensato le condizioni affinché la Germania uscita dalla Seconda Guerra mondiale potesse legittimarsi come nuovo stato davanti al mondo e ai suoi futuri cittadini. A partire da cosa edificare un nuovo stato partendo dalla situazione di uni stato inesistente, da ricostruire e che aveva perso i suoi storici diritti politici? Gli ordoliberali che collaborano con Adenauer ed Erhard risposero o meglio resero possibile l’elaborazione della soluzione che verrà adottata: il nuovo stato tedesco fonderà la sua legittimità a partire dall’economia di mercato e dalla sua crescita. La Repubblica Federale Tedesca si legittima come quello stato che produce, riconosce e difende la libertà economica. Solo uno stato che lascia spazio alla libertà e alla responsabilità dei suoi cittadini può parlare a nome del popolo. Il nuovo stato parlerà e si baserà sul consenso di imprenditori, investitori e sindacalisti, soggetti che nella misura in cui accettano di giocare il gioco economico del mercato e della libertà producono consenso e legittimità politica».

* Fonte: Pandora

martedì 11 agosto 2015

ECONOMIA SOCIALE DI MERCATO: LE ORIGINI E L'INGANNO di Paolo Pini e Alessandro Somma

[ 11 agosto ]

«Se l’ordoliberalismo poté conquistare la maggioranza dei tedeschi, poco prima in massima parte convinta della responsabilità del capitalismo nell’avvento del nazismo, fu anche grazie a una imponente campagna di marketing condotta tutta nel segno della Guerra fredda. 
La democrazia economica venne infatti denigrata come variante dello stalinismo, mentre per l’ordoliberalismo, dottrina perfezionatasi durante il nazismo, si trovò un nuovo nome: economia sociale di mercato»


Il Trattato di Lisbona del 2007, nella parte in cui elenca i fondamenti dell’Unione europea, menziona una formula carica di ambiguità: economia sociale di mercato. Molti ritengono che sia un richiamo al capitalismo dal volto umano, quindi a un ordine economico incompatibile con lo sconcertante epilogo della crisi del debito greco. Non è così: quella formula ha una lunga storia, tutta tedesca e tutta in linea con quanto avviene ad Atene. 

Come si sa, il nazismo esattamente come il fascismo affossarono la democrazia ma non anche il capitalismo: la prima venne anzi sacrificata sull’altare del secondo, fatto che alla conclusione del secondo conflitto mondiale era considerato pacifico dai più. Tanto che nello scontro sulla costituzione economica della rinata democrazia tedesca era nettamente prevalente l’opzione per la democrazia economica: la situazione in cui lo Stato disciplina il mercato per renderlo un luogo nel quale le persone possono emanciparsi, se del caso contro il principio di concorrenza. 

Gli oppositori della democrazia economica, detti ordoliberali, ritenevano invece che un mercato retto dalla concorrenza consentisse la migliore distribuzione della ricchezza, e che a queste condizioni l’inclusione sociale coincidesse con l’inclusione nel mercato. Per questo lo Stato doveva limitarsi a imporre la concorrenza per legge, spoliticizzando il mercato e dunque azzerando le concentrazioni di potere: i cartelli tra imprese ma anche e soprattutto i sindacati dei lavoratori. 

Gli ordoliberali, però, erano in minoranza: il loro credo era sponsorizzato solo dall’ala dei Cristianodemocratici vicina al mondo imprenditoriale, quella capeggiata da Konrad Adenauer. Peraltro anche gli Statunitensi, ansiosi di ancorare la Germania all’occidente capitalista, sostenevano l’opzione ordoliberale, che anche per questo finì per prevalere assieme al suo principale sponsor: Adenauer, che divenne Cancelliere nel 1949 e conservò la carica sino al 1963. 

Se l’ordoliberalismo poté conquistare la maggioranza dei tedeschi, poco prima in massima parte convinta della responsabilità del capitalismo nell’avvento del nazismo, fu anche grazie a una imponente campagna di marketing condotta tutta nel segno della Guerra fredda. 
La democrazia economica venne infatti denigrata come variante dello stalinismo, mentre per l’ordoliberalismo, dottrina perfezionatasi durante il nazismo, si trovò un nuovo nome: economia sociale di mercato

È significativo che a trovarlo fu Alfred Müller-Armack, braccio destro di Adenauer, iscritto al Partito nazista dal 1933 al 1939. Altrettanto significativo è che il suo intento era proprio quello di ingannare i tedeschi: il riferimento al “sociale” significava per un verso che il mercato era un’istituzione sociale in quanto tale, e per un altro che le prestazioni sociali erano ammesse, tuttavia in assenza di diritti sociali e nella misura necessaria e sufficiente a produrre cooperazione tra capitale e lavoro. 

Nel tempo l’economia sociale di mercato è divenuta il punto di riferimento, oltre che per i Cristianodemocratici, anche per i Socialdemocratici e i Verdi tedeschi. E recentemente è stata richiamata come fondamento per l’unificazione tedesca: nel Trattato sull’unione economica, monetaria e sociale tra le due Germanie, infatti, l’economia sociale di mercato viene richiamata come punto di riferimento per la Germania unita, e definita come ordine fondato su «proprietà privata, libera concorrenza, libera formazione dei prezzi e circolazione fondamentalmente libera di lavoro, capitali, beni e servizi». Tutto il contrario di un capitalismo dal volto umano, un capitalismo sociale fatto di inclusione piuttosto che di esclusione, e nulla di più vicino alla tragedia umana, che l’Europa a immagine e somiglianza della Germania ha provocato, e continua a provocare in Grecia. 

Il dibattito sulle criticità presenti nell’ormai lontano Rapporto Delors del 1989, sull’integrazione economica e monetaria lungo il processo di adozione della moneta unica, appare come un lascito utile a chi scrive di storia su ciò che “avrebbe potuto essere e non è stato”. Ed oggi proprio il Rapporto Completing Europe’s Economic and Monetary Union[2]a cura di Juncker, Tusk, Dijsselbloem, Draghi, Schulz, a capo delle istituzioni europee, evidenzia come il connubio tra rigore fiscale, riforme strutturali e sostenibilità dell’euro sia l’agenda dell’Europa che abbiamo da qui al prossimo futuro. 

Certo, l’evoluzione dell’Unione Europea non è stata un processo lineare all’insegna dell’ordoliberalismo. Ad una Europa costruita sull’idea cardine della supremazia del mercato e della concorrenza è stata affiancata una Europa delle regole sociali e delle grandi visioni di crescita, inclusione, piena occupazione, della Costituzione fondante un progetto che cercava di tenere assieme un numero sempre maggiore di Paesi su principi non solo economici, ma anche sociali e politici. La Costituzione europea non è però mai stata approvata, anzi è stata bocciata da singoli paesi, e si è ripiegati su Trattati ed Accordi, ad iniziare da quello di Maastricht del 1992 sulla moneta comune, l’Euro, per poi approdare a quello di Lisbona del 2007, l’accordo strategico[3]. L’Europa delle grandi visioni politiche è stata relegata al lunghissimo periodo, mentre le istituzioni europee procedevano con il progetto One money, one market del 1990 che ha rilanciato il tema dell’unione economica in un contesto di moneta unica ove il principio della concorrenza era il pilastro portante. 

Non vi è dubbio che sono state sviluppate due visioni, antagoniste più che complementari: da un lato, quella che è rintracciabile ancora oggi in alcuni tratti dell’Agenda 2020, con le ambizioni di giustizia sociale[4], ambientale ed energetica, dei diritti sociali dei cittadini; dall’altro, quella dei Trattati e degli Accordi intergovernativi con i quali viene determinata la politica economica e finanziaria dell’Unione Europea, e nello specifico dell’Eurozona. Le due visioni non si sono confrontate molto, ma nei fatti la seconda ha nettamente prevalso sulla prima. 

Questo progetto, One money, One market, invece di farci volare alto, ha costruito le basi per una Europa in gabbia, nella trappola dell’Euro. La convergenza economica che intendeva realizzare e con essa la spinta per una convergenza pure politica, ha prodotto crescente divergenza, ha favorito i paesi forti e relegato ai margini quelli deboli. Per tenere assieme gli uni agli altri, si è poi pensato bene di procedere a strappi con il metodo intergovernativo, l’opposto di quello costituzionale che prevedeva invece la centralità del Parlamento europeo. Il metodo intergovernativo ha ridotto ulteriormente la legittimità democratica delle decisioni, e dei quasi Trattati e Patti che ne son seguiti. Questi hanno istituzionalizzato un metodo di politica economica europea, con il quale le prescrizioni dell’austerità e delle riforme strutturali hanno caricato a fronte della crisi tutto il costo dell’aggiustamento sui paesi deboli, rafforzando i paesi forti, svalutando il lavoro e premiando il capitale finanziario. 

L’Europa è oggi in una gabbia perché intrappolata dall’Euro per la cui sostenibilità si impongono cure a base di fanatismo ordoliberale. Il rifiuto di negoziare superando le politiche di austerità può essere interpretata come la prova che esiste un connubio quasi inscindibile tra la moneta unica e l’austerità fiscale; questo è ciò che peraltro è stato dichiarato dai sostenitori delle politiche tedesche più oltranziste. Qualora alle presenti condizioni si passasse da una unione monetaria ad una unione fiscale come viene auspicato da coloro che domandano oggi “più Europa” come soluzione della crisi dell’Eurozona, il rischio è che tutto ciò venga istituzionalizzato, con ulteriori cessioni di sovranità alle attuali istituzioni europee che risulteranno rafforzate senza peraltro un effettivo controllo democratico. 

Se questo rischio apparisse fondato, allora l’epilogo che è stato scritto per la Grecia[5]dovrebbe indurre molti anche a sinistra a interrogarsi su quanto poco e come sia oggi difficilmente riformabile l’Europa della moneta unica o quanto addirittura sia preferibile una opzione Exit, se quella della Voice viene negata. 

PS. Gli autori consigliano una lettura, pur consapevoli di peccare di autoreferenzialità: Alessandro Somma, La dittatura dello spread. GermaniaEuropa e crisi del debito, Derive Approdi, 2014 (23 Luglio 2015) 

* Paolo Pini è professore di Economia Politica, Alessandro Somma è professore di Diritto Privato Comparato, entrambi all’Università di Ferrara. 
** Fonte: Micromega

NOTE
[1] Gli autori ringraziano Annaflavia Bianchi e Roberto Romano per i commenti ad una prima versione del presente testo. 

[2] Completing Europe’s Economic and Monetary Union, report by Jean-Claude Juncker in close cooperation with Donald Tusk, Jeroen Dijsselbloem, Mario Draghi, and Martin Schulz, European Commission, Bruxelles, 22 giugno 2015:http://ec.europa.eu/priorities/economic-monetary-union/index_en.htm 

[3] Per una ricostruzione si veda Paolo Pini, “What Europe Needs to Be European”,Economia Politica, vol.30, n.1, pp.3-12, 2013. 

[4] Che viene declinata spesso ed in modo riduttivo in termini di integrazione sociale e di prestazioni sociali. Temi quali reddito di cittadinanza rimarranno fuori dall’agenda, mentre è stata aperta la discussione su un sussidio di disoccupazione europeo come primo strumento per realizzare trasferimenti di reddito tra paesi. 

[5] Si veda Paolo Pini su questa rivista “Quali prospettive per la Grecia e per l’Europa”: 

http://temi.repubblica.it/micromega-online/quali-prospettive-per-la-grecia-e-per-l%E2%80%99europa/ 

e su Economia e Politica, “La Grecia si salverà? E l’Europa è riformabile?”: 

http://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/grecia-verso-una-lenta-agonia-ma-leuropa-e-ancora-riformabile/

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