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domenica 13 aprile 2014

12 APRILE: RIFLESSIONI "SCOMODE"

13 aprile. Stendiamo un pietoso velo sul comportamento dei gruppi che ieri, vestiti di nero o di blu, han cercato lo scontro ad ogni costo in una Roma in Stato d'assedio. La distanza tra l'obbiettivo conclamato (attacco al Ministero del lavoro) e la capacità di metterlo in atto è stata siderale. Quando le forze di polizia hanno sferrato la prevedibile carica chi lo scontro cercava, e aveva il dovere di almeno difendere il resto del corteo, se l'è data a gambe levate.
Un'altro è l'elemento su cui chi ha puntato e scommesso sul successo di questa manifestazione deve riflettere. Lo scarso numero dei partecipanti (un quarto, forse meno, di quelli che parteciparono alla manifestazione omologa del 19 ottobre scorso) ha significato un sonoro fallimento.

Abbiamo la sensazione che la manifestazione di ieri, con la sconfitta subita, segni uno spartiacque. Ci sono segnali che nel frastornato poliverso dell'estrema sinistra possa finalmente aprirsi un dibattito affinché ci si lasci alle spalle concezioni e pratiche sterili che non portano da nessuna parte. Il ritardo, a cinque anni dalla più grave crisi economica che si ricordi, è riprorevole, ma meglio tardi che mai.

Prendiamo spunto dalle riflessioni a caldo di Contropiano, organo della Rete dei Comunisti. La redazione si pone tre domande calzanti: 

(1) perché la partecipazione è crollata rispetto a solo sei mesi fa?; (2) gli obiettivi specifici da soli, hanno la forza per diventare mobilitazione generale? (3) è possibile o necessaria una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari per ingaggiare la sfida con un avversario di classe strutturato e integrato a livello di Unione Europea oppure si procede ognuno per conto suo?
Alla prima domanda questa è la risposta:

«Nei fatti si è rivelata una manifestazione per la casa – un obiettivo legittimo e popolare – ma la declinazione del problema specifico e la sua declinazione generale si sono persi in una evocazione generica che non ha dato né priorità né indicazioni da socializzare agli altri settori sociali (dai lavoratori alle famiglie proletarie ai disoccupati) che pure dovrebbero essere parte del conflitto di classe più generale. L'aver occultato il fattore antagonista oggi principale, l'Unione Europea e i suoi diktat, rende sempre più evanescente il nemico e la prospettiva generale di cambiamento che dà forza e respiro alle singole lotte».
In effetti il movimento che si è espresso ieri a Roma non si rivolge a tutti gli strati sociali falcidiati dalla crisi, ma solo a settori di gran lunga minoritari, anzitutto immigrati e senza tetto. Invece di agire per allargare il fronte di lotta a milioni e milioni di cittadini gettati sul lastrico, chiude in un recinto la sua base sociale di riferimento. Cosa ancor più grave, questo movimento protesta sì contro l'austerità, ma non mette sotto accusa i poteri oligarchici europei, di cui i governi italiani sono esecutori. Un movimento, dunque, del tutto privo di una visione politica complessiva, e senza nemmeno un'idea chiara di chi siano i nemici principali oggigiorno. 
I gruppi che animano questo movimento non vogliono infatti sentire parlare né di mollare con l'euro né di uscire dall'Unione europea. Manca dunque di ogni linea di fase, avanzando un massimalismo imbelle (la lotta è contro il capitalismo) ed un trito estremismo sindacalistico (vogliamo tutto!). 

La domanda a cui Contropiano dovrebbe rispondere è la seguente: qual è la causa del rifiuto di tali gruppi di avanzare gli obbiettivi l'uscita dall'Unione e dall'euro? La risposta è che sono vittime del tabù anarchico della sovranità nazionale, per essi obbiettivo "reazionario" se non addirittura "fascista". E come mai Contropiano non se la pone, questa domanda? Perché verrebbe alla luce che sulla questione della sovranità nazionale Contropiano non ha ancora sciolto la sua propria ambiguità —ricordiamo gli attacchi al vetriolo che sono stati rivolti al Mpl.

Alla seconda domanda (gli obiettivi specifici da soli, hanno la forza per diventare mobilitazione generale?) questa è la risposta:
«Unire le forze non è un esercizio di egemonia, è un processo nel quale ognuno porta quello che è e mette a disposizione quella che ha su un piano di convergenza comune e condiviso fin nei dettagli. L'alleanza del 18 e 19 ottobre indicava questa possibilità ma è stata volutamente affondata e i risultati si sono visti sabato 12 aprile».
Siamo proprio sicuri che "l'alleanza del 18 e 19 ottobre" sia la risposta adeguata alla domanda? Ovvero la strada giusta per costruire "una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari"? Noi non lo pensiamo affatto. E' vero che le giornate del 18 e 19 ottobre furono un discreto successo in quanto a partecipazione, ma affermare che lì c'era la soluzione è illusorio. La manifestazione del 12 aprile è invece figlia legittima della relazione incestuosa del 18 e 19 ottobre: non è sufficiente, per stabilire una specie di differenza qualitativa tra i due eventi, la massiccia presenza del sindacalismo di base. Il 19 ottobre in testa c'erano gli stessi gruppi di ieri. Medesime erano le parole d'ordine.


Contropiano, che si consola sperando sia possibile far girare l'orologio all'indietro, dovrebbe porsi la domanda vera: si può costruire "una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari" in compagnia di questi gruppi? La nostra risposta è no e chi si ostina a perseguire il sodalizio perde il suo tempo. Come da tempo andiamo dicendo, da altre parti occorre guardare se si vuole davvero costruire una sollevazione popolare e rovesciare il regime di protettorato euro-tedesco invece che correre dietro a chi non va oltre il mito della ribellione.

E infatti l'asino di Contropiano cade sulla terza domanda:

«E' possibile o necessaria una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari per ingaggiare la sfida con un avversario di classe strutturato e integrato a livello di Unione Europea oppure si procede ognuno per conto suo?»
Sembrerà incredibile ma a questa domanda, la più importante, non viene data nessuna risposta. Buio pesto. Una reticenza senz'altro sintomatica delle antinomie e delle difficoltà in cui non solo la Rete dei Comunisti, ma più in generale ciò che resta della sinistra rivoluzionaria, si dimenano. Queste antinomie hanno una radice, il vecchio tabù operaista quello dell'interclassismo, per cui è ripugnante, anzi proibito, ogni contatto con una classe sociale che non sia la mitica "classe operaia". Di qui il disprezzo, l'anatema ed il rifiuto di ogni contatto contaminante, tanto per fare un esempio, con i settori di piccola e media borghesia ridotti alla miseria che sono scesi in strada nelle giornate del 9 dicembre scorso —quello della presenza dei fascisti era solo un ridicolo alibi per camuffare questo tabù. 
A ben vedere qui si palesa curiosamente una matrice culturale, anzi s'affacciano due dogmi religiosi, tipici del peggiore cristianesimo, quelli del peccato originale e del servo arbitrio, per cui la natura sociale e la coscienza di un soggetto sarebbero fissate, predeterminate, e non possono mutare con le circostanze storiche, proprio a causa di un stigma originario, geneticamente immutabile. 

Non farebbe male una rivisitazione critica della nostra storia. Se la si facesse certa sinistra dovrebbe finalmente capire che una della cause della sconfitta storica subita negli anni '20 in Italia e nei '30 in Germania, consistette proprio nel settarismo e nel dottrinarismo della sinistra comunista di allora, due patologie che isolarono i rivoluzionari e che finirono per agevolare lo sfondamento di massa dei fascisti e dei nazisti, prima tra gli strati pauperizzati della piccola borghesia, poi a seguire in seno alla stessa classe operaia. 
Avessero imparato qualcosa dei rivoluzionari russi, che quelle tragedie si sarebbero potute evitare:
«Ogni crisi rigetta tutto ciò che è convenzionale, strappa gli involucri esterni, spazza via ciò che è sorpassato, scopre le molle e le forze più profonde. (...) Credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile senza le insurrezioni e le esplosioni rivoluzionarie della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate ... non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione.
La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e gli elementi scontenti della popolazione. V'erano tra di essi masse con i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v'erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto.
La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient'altro che l'esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti gli scontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente —senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione— e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale».
  [V. I. Lenin, Luglio 1916]
Il dibattito sul 12 aprile, se vogliamo condurlo sul serio, alle sue estreme conseguenze, non solo allude ma solleva ben altri nodi irrisolti nella sinistra antagonista italiana. Ben venga questa discussione!

 

mercoledì 23 ottobre 2013

COME UNIRE I NON-GARANTITI CON LA CLASSE OPERAIA? di Guido Lutrario*

23 ottobre. Guido Lutrario  (nella foto), storico esponente della sinistra antagonista romana, tira un bilancio delle due giornate di mobilitazione del 18 e 19 ottobre. Lo fa indicando i punti di forza dei movimenti metropolitani che si sono messi in moto, non senza segnalare, alludendo al gransciano "blocco storico", le difficoltà di saldatura tra "gli "ultimi",  gli esclusi e i non-garantiti, ed il grosso dello stesso lavoro dipendente. Per questo, per ampliare il front, Lutrario afferma che occorre "produrre un discorso". Giusto!  Non può esserci alcun "discorso" che sia convincente e che abbia potenza politica inclusiva che possa prescindere dall'uscita dall'euro e dall'Unione europea, quindi dalla riconquista della sovranità nazionale, democratica e monetaria.

«Le giornate del 18 e 19 ottobre hanno stupito e sorpreso molti osservatori, convinti che si sarebbe trattato di manifestazioni assai più ridotte nei numeri ed obbligate a ripetere il cliché confezionato dalla stampa. Questo errore di valutazione nasconde la convinzione che i settori sociali più deboli della società siano destinati per sempre a rimanere esclusi dalla politica, incapaci di produrre un “discorso” che faccia breccia nella società e si faccia volano di movimenti sociali più ampi.

Che cosa si è manifestato nell’ultimo fine settimana? Un duplice processo di aggregazione, uno attorno al sindacalismo indipendente e conflittuale, l’altro attorno al movimento di lotta per la casa, che è al contempo movimento popolare e meticcio delle periferie urbane delle nostre metropoli. Chi ha lavorato in questi mesi affinché i due appuntamenti si parlassero, fino al punto da realizzare un autentico ponte tra le due manifestazioni con l’occupazione della piazza s. Giovanni, aveva chiaro che tra i due poli esiste una dialettica ed anche una potenziale convergenza.

A chi ha vissuto entrambe le manifestazioni salta subito agli occhi una grande quantità di differenze. La prima manifestazione metteva insieme tante categorie di lavoratori di tutte le regioni del paese in una forma ordinata, potremmo dire tradizionale, producendo la sensazione che è in marcia il consolidamento e l’espansione di un nuovo soggetto autorganizzato dei lavoratori che aspira a ricostruire l’agire sindacale in tutto il paese. Una sorta di grande forza organizzata in fieri, consapevole della propria forza, che costruisce in modo calmo ma determinato un percorso di crescita e di rafforzamento del movimento dei lavoratori. La seconda manifestazione invece portava in piazza la rabbia della parte più povera della società, necessariamente molto più irruenta a causa della drammaticità della propria condizione e sotto la spinta dell’urgenza delle risposte concrete. Dentro le due manifestazioni, ma probabilmente molto più nella seconda, non a caso assai più numerosa, hanno convissuto anche altri temi come quello della salvaguardia del territorio o quello della precarietà giovanile, ma in una forma ancora secondaria e potremmo dire collaterale.

L’esperimento dell’accostamento dei due poli ha funzionato molto bene, uno ha potenziato l’altro, ma occorre essere realisti, siamo soltanto all’inizio di un percorso assai complicato. Si tratta innanzitutto di comprendere bene quello che sta succedendo. Da un lato si sta producendo una spinta tra i lavoratori ad abbandonare le tradizionali sigle sindacali, un po’ come succede in politica con i partiti, per accedere alla forma democratica dell’azione sindacale, dove a decidere sono le assemblee dei lavoratori e dove i delegati sono facilmente revocabili. Se non ci fosse il ricatto del lavoro e Cgil, Cisl e Uil non producessero continue azioni per reprimere il diritto dei lavoratori a darsi rappresentanze elette democraticamente (come l’accordo sulle RSU del 31 maggio u.s.) questo processo sarebbe molto più avanzato. Tuttavia si tratta di una dinamica in corso e la manifestazione del 18 ne è la testimonianza più evidente.


Dall’altro attorno al movimento per la casa si è innescato un processo di aggregazione di settori popolari che nella difesa di un diritto elementare stanno trovando le condizioni per affermare la loro dignità di cittadini.

I due poli alludono a due segmenti sociali abbastanza distinti, anche se poi le contaminazioni e gli intrecci sono molti. Ma soprattutto rappresentano gli estremi di un campo nel quale possono collocarsi ed intersecarsi molti altri temi e quindi nuovi potenziali poli di aggregazione. Uno è certamente il tema del welfare, dei servizi e dei beni comuni che vede insieme, anche se da condizioni sociali distinte, lavoratori pubblici e dei servizi, disoccupati, lavoratori a basso reddito e precariato giovanile, migranti ed abitanti delle periferie urbane. L’altro è quello della difesa del territorio, della sovranità sul suolo, della salvaguardia del paesaggio, dell’ambiente e della salute. Entrambi questi temi, che hanno attraversato le manifestazioni di Roma, rimandano a quei concetti di diritto alla città e di nuovi diritti urbani che possono rappresentare l’orizzonte di un nuovo movimento.

L’elemento dell’organizzazione metropolitana, della scala urbana del movimento, è l’altro aspetto da non sottovalutare delle giornate del 18 e 19 ottobre. A piazza di Porta Pia l’assemblea riconosceva come forme di rappresentazione dei soggetti, i movimenti di lotta per la casa e dei migranti, i movimenti in difesa del territorio, il sindacalismo di base e le aggregazioni territoriali metropolitane. C’è in tutto ciò l’allusione a dare vita a forme cittadine di organizzazione delle lotte urbane, di consolidare gli intrecci, di favorire gli scambi e le sinergie tra forme organizzate distinte che invece di competere possono cominciare a collaborare in modo sistematico. Il sindacalismo di base così come il movimento di lotta per la casa hanno una propria dinamica generale di organizzazione e di lotta, ma sul piano metropolitano possono tentare di dare vita a forme innovative di organizzazione stabile comune, dentro le quali convergano anche gli altri aspetti del vivere urbano, con i loro conflitti e le loro forme specifiche di organizzazione.

La connessione tra soggetti sociali diversi non è un processo breve e facilmente risolvibile, ma la sua potenza è enorme. La saldatura in una sorta di blocco storico è lontana, ma a questo dobbiamo lavorare, senza distruggere le forme di organizzazione sociale che siamo riusciti a promuovere fin qui ma spingendole a rinnovarsi e a collegarsi. Si tratterà di mettere in movimento altri frammenti importanti della nostra società come per esempio i lavoratori della conoscenza, gli operatori culturali e dei media, il mondo della ricerca, ecc. che possono svolgere una funzione essenziale proprio nella saldatura identitaria di un blocco sociale. Per uscire dalla sola sovrapposizione di spezzoni di società e provare a costruire una sintesi di prospettiva.

Mettendo in connessione le tante soggettività disperse e frantumate di compagni e compagne che non hanno perso la voglia di assaltare il cielo e che siano disponibili ad accompagnare l’evoluzione di un movimento sociale che faticosamente sta cercando di costruire il suo percorso».


* Esponente dell'Usb

lunedì 21 ottobre 2013

GLI ESCLUSI. Sulla manifestazione del 19 ottobre

21 ottobre. Due importanti giornate di mobilitazione, culminate nella grande manifestazione del 19 ottobre (nella foto). Un successo, soprattutto quest'ultimo, che gli organizzatori non si aspettavano. Ciò malgrado la campagna di satanizzazione mediatica e il coprifuoco a cui Roma è stata sottoposta. Cancellato dunque, ed era ora, il tabù del "15 ottobre" 2011. La ragione del successo è alquanto semplice: essa ha raccolto il malcontento e la rabbia crescenti non solo contro il tritacarne dell'austerità ma pure contro le olicarchie dominanti che la stanno imponendo.

Un'austerità che, è vero, ha colpito larghe masse, ma ha colpito in maniera differenziata e ineguale. Sabato 19 ottobre sono infatti scesi in strada i settori sociali più falcidiati, i settori di proletariato non-garantiti, i precari privi di garanzie sociali e di diritti, gli esclusi (di tutte le "razze") da ciò che rimane del sistema di welfare. In una parola gli ultimi della scala sociale, i nuovi poveri che si ammucchiano anzitutto nelle realtà metropolitane e che solo lottando con le unghie e coi denti possono far sentire la loro voce e forse strappare qualche briciola.

Che fosse questa umanità la forza trainante della manifestazione ci aiuta a spiegare come mai altri pezzi di popolo lavoratore fossero assenti. Non abbiamo visto, se non piccoli drappelli, gli operai delle fabbrriche, i dipendenti pubblici (una parte dei quali aveva in effetti manifestato il giorno prima coi sindacati di base), i pensionati. Non si sono viste per niente le rappresentanze del mondo dell'artigianato, delle piccole e medie imprese e della stessa borghesia che questa crisi sta gettando sul lastrico. Il grosso di questi settori sociali non si decide a lottare sul serio, preferisce aggrapparsi, per conservarli, agli ultimi privilegi. Preferisce ancora credere che i sacrifici siano necessari per "uscire dal tunnel".

Non è quindi un caso che non ci fossero né i sindacati confederali (oramai vere e proprie organizzazioni corporative di quella che una volta si chiamava "aristocrazia operaia") né delle diverse stampelle del Pd (anzitutto Sel, e poi il movimento di Landini e Rodotà). Questi hanno anzi partecipato, direttamente o indirettamente, a cingere un cordine sanitario attorno alle due giornate di lotta del 18 e del 19 ottobre. Non si pensi che si tratta solo di una dissociazione "tattica", siamo piuttosto in presenza di una presa di distanza "strategica", di una consapevole e maligna collocazione sociale e politica. Stendiamo un pietoso velo sull'assenza del MoVimento 5 Stelle, che dimostra non solo di essere un mivimento d'opinione, ma un movimento d'opinione entro il quale sono egemoni le classi intermedie, che non cerca dunque di dialogare come dovrebbe con i nuovi paria, nè d'incontrare le loro istanze. Una forza, M5S, chiusa nella sua bolla autoreferenziale e che si illude di poter cambiare il sistema senza passare per una vera e propria sollevazione popolare.

Va detto che se tutte queste forze sociali e politiche hanno facile gioco a fare spalllucce, a voltare le spalle alle lotte sociali degli ultimi, è anche a causa dei profondi limiti politici di queste ultime. Questi movimenti rivendicano diritti sacrosanti, ma non riescono ad esprimere una piattaforma che vada oltra ad  un mero sindacalismo sociale. Sono incapaci insomma di essere lievito per un'ampia alleanza popolare, la sola che possa davvero rovesciare i rapporti di forza, quindi  spaccare il fronte avversario, isolare le sue prime linee liberiste e oltranziste e quindi creare le condizioni per rovesciare il nemico principale: il regime incardinato sull'obbedienza ai diktat liberisti delle tecno-oligarchie europee, basato sui dogmi del pagamento del debito e del pareggio di bilancio, sul vincolo esterno e sul rispetto dei trattati. Il tutto incardinato sulla moneta unica. 

Qui sta il punto dolens della manifestazione del 19. Che non ci sia alcun cambiamento senza uscire dalla gabbia dell'euro e dell'Unione, che non c'è alternativa possibile senza riconsegnare piena sovranità al popolo; queste idee erano anche loro assenti, difese da sparute minoranze, tra cui noi di Mpl. Vero è che il giorno precedente il livello di consapevolezza era più alto, che le posizioni anti-euriste si sono fatte sentire e bene. Solo un anno fa le posizioni che chiamiamo "sovraniste-democratiche" parevano una vox clamantis in deserto.  Ora non è più così. Molta strada è stata fatta dentro la sinistra sociale. Altra resta da percorrere, ma va percorsa in fretta, prima che sia troppo tardi, prima che la dissoluzione dell'euro-sistema dia spazio a forze reazionarie (siano esse di tipo lepenista o berlusco-liberiste).

Ps:


Un amico e compagno siciliano del Movimento dei Forconi, ci scrive:

«Ottima analisi, che condivido, non avete solo detto, che una delegazione del popolo dei forconi era presente alla manifestazione, che con la loro presenza hanno voluto dare il loro modesto apporto e consenso, ma anche rompere ogni tabu' ed errata convinzione sul movimento stesso ed un apertura a tutte le realta' che lottano per ridare la sovranita' al nostro paese».

Chiediamo scusa a Mariano Ferro, a Scarlata, a Crupi a Carlo Siena, coi quali abbiamo in effetti condiviso gran parte del corteo.

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