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mercoledì 22 marzo 2017

LA FINE DI SALVINI di Piemme

[ 22 marzo ]

«Un consiglio quindi a certi amici "sovranisti" che sperano tanto che Matteo Salvini li imbarchi per farli entrare (in discesa) nel prossimo Parlamento: "Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate". Ben altri saranno i suoi compagni... di merende, ovvero i soliti rottami politici berlusconiani».

Non abbiamo mai fatto mistero che a noi Matteo Salvini non piace. Va a suo merito che sia contro l'euro (a favore dell'Unione però, come M5S e certi altri amici di sinistra, e senza dire che occorre uscire dal neoliberismo), ma se andate sui siti dell'universo salviniano, compresa al sua pagina Facebook, è un autentica valanga di pregiudizi razzisti e sicuritari. La stragrande maggioranza dei messaggi è contro immigrati stupratori, zingari scassinatori, quindi inni a favore di chi ha sparato addosso ai delinquenti facendosi giustizia da sé.
Per dire che non è il No euro che ci dice quale sia la visione del mondo e la natura della Lega salviniana ma tutto il resto, ovvero un miscuglio di xenofobia e neoliberismo —del resto è Armando Siri il vero suggeritore di Salvini. E dato che parliamo di Armando Siri si sappia che lui è un acceso sostenitore dell'alleanza tra la Lega salviniana con Berlusconi e Forza Italia.

Alleanza che sembrava morta e che invece adesso, visto che le elezioni anticipate non ci saranno, e vista la legge elettorale (con la soglia del 40% per prendere il premio e governare), sembra rinascere dalle sue ceneri. Siri sarà contento, come saranno contenti Umberto Bossi, Maroni, Toti e la grande maggioranza dei notabili e dei parlamentari padanisti i quali, com'è noto, non sono affatto "salviniani", e non hanno mai gradiro che si sia "montato la testa" costituendo un suo personale movimento politico, "Noi con Salvini", con tanto di tesseramento parallelo a quello della Lega.

Che tiri aria di una rinascita del blocco di centro-destra tra Forza Italia (e frattaglie varie), Lega Nord e Fratelli d'Italia ce lo confermano un po' tutti gli analisti politici, tra cui quelli che spesso ci azzeccano (solo perché le dritte dai diversi cenacoli politici).

Danno per certa l'alleanza di centro destra (da vedere se nella forma di un listone unico o di una federazione come preferirebbe Salvini) Ugo Magri su La Stampa del 15 marzo e quindi Marcello Sorgi il 21 marzo —"Primi segnali di fumo distensivi nel centro destra"—, il quale parla senza peli sulla lingua di "cambio di strategia di Salvini". Giustamente Sorgi ci dice che le prossime elezioni amministrative potrebbero essere il banco di prova delle politiche del 2018.

Un consiglio quindi a certi amici "sovranisti" che sperano tanto che Matteo Salvini li imbarchi per farli entrare (in discesa) nel prossimo Parlamento: "Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate". Ben altri saranno i suoi compagni... di merende, ovvero i soliti rottami politici berlusconiani.



martedì 19 gennaio 2016

LEGA NORD: VERSO LA SCISSIONE?

[ 19 gennaio]

L'altro giorno LA STAMPA pubblicava, solo tra i grandi giornali, un'inchiesta di Marco Bresolin dal titolo: "Frana il progetto della Lega nazionale e Salvini vuole rinviare il congresso".

Vediamo i fatti, anzitutto.
Nella Lega Nord sono in corso i congressi regionali in vista di quello generale previsto in primavera. Salvini, che dopo quello emiliano rischia di perdere gli altri congressi regionali, ha chiesto di rimandare il congressone in autunno. La motivazione è che in primavera ci sono le elezioni amministrative e conviene concentrarsi a prendere voti. Ma i suoi avversari interni, tra cui Roberto Calderoli lo smentiscono: il congressone si farà come previsto in primavera.

La vera ragione per cui Salvini vuole rimandare il congresso è che rischia di perderlo e di essere azzoppato, se no defenestrato, proprio da una potente fronda interna.

Il motivo del dissenso è roba grossa, c'è di mezzo la proposta salviniana di una Lega nazionale in stile lepenista. Per rendere il suo tentativo credibile Salvini e i suoi hanno proposto di cancellare, o quantomeno modificare niente di meno che il primo punto dello statuto della Lega, quello che recita che la "finalità è l'indipendenza della Padania".

Questa proposta, siccome tocca l'identità ideologica stessa della Lega Nord, ha suscitato prima malumori e poi aperte proteste, da ogni lato, subito avallate da importanti dirigenti tra cui, sembra, lo stesso Maroni. Salvini teme di essere messo clamorosamente in minoranza, ecco spiegato perché vuole far slittare il congresso.

I suoi avversari avanzano argomenti forti, tra cui quello che lo strombazzato "sfondamento" al Sud è stato un mezzo fallimento. A ben vedere le sezioni meridionali "Noi con Salvini" aperte al Sud dopo l'offensiva di un anno fa, sono poco più di una decina. Delle insormontabili difficoltà dello "sfondamento" se ne è fatto carico lo stesso ex-berlusconiano e siciliano Angelo Attaguile, incoronato da Salvini segretario della nuova formazione lepenista, che quindi esiste solo sulla carta.

Come andrà a finire la vicenda lo vedremo nei prossimi mesi. Di certo il disegno di costruire un partito sullo stile del Front National di Marine Le Pen subisce uno stop. Ma non vuol dire che muore. Inutile dire, infatti, che uno spazio politico per una forza populista con un'anima xenofoba e reazionaria, nel nostro Paese c'è e come.

Che sia Salvini a dargli vita è da vedere. Dovrà forze passare per la scissione della Lega Nord. Ne avrà gli attributi? ne dubitiamo, visto che ha già calato le braghe sulla questione dell'uscita dall'eurozona e che è ritornato all'ovile ristabilendo l'alleanza con Berlusconi. 

Due mosse che la dicono tutta sul trasformismo opportunista di Salvini stesso, in questo molto distante dalla coerente marcia in solitario della Le Pen in Francia.

mercoledì 4 marzo 2015

IL NAZIONAL-LIBERISMO DELLA LEGA di Lorenzo Dorato*

[ 4 marzo ]

Da alcuni mesi la Lega nord di Matteo Salvini ha acquisito sempre maggiore spazio mediatico anche a seguito di una evidente crescente benevolenza del sistema informativo che ha sovraesposto tale personaggio e il suo partito di fronte alle telecamere. Non è certo la prima volta che la Lega acquisisce nella sua ormai quasi trentennale storia di partito politico sulla scena nazionale uno spazio politico-elettorale e mediatico di spicco. Tuttavia, la Lega del 2015 non è la stessa del 1994, né del 2001 o del 2008. E’ un partito a vocazione sempre meno localistica e più nazionale, da “destra nazionale” in salsa lepenista. E’ inoltre una forza politica sempre più orientata ad una critica dell’austerità europea in nome di una necessità di ritorno alle sovranità nazionali. Insomma si presenta (come immagine elettorale) come forza politica di opposizione al paradigma dell’austerità della troika.

Ma che tipo di opposizione? Per quali fini? Con quale programma?

Per comprendere questo punto non ci si può di certo fermare agli aspetti superficiali dell’ideologia leghista (xenofobia, rozzezza culturale), pure drammaticamente pericolosi, ma occorre analizzare la natura profonda degli aspetti ideologici e del conglomerato di interessi rappresentato da un partito come la Lega, per alcuni aspetti sempre più riconducibile alla natura delle destre cosiddette (maldestramente) populiste, nella loro versione contemporanea, diffusesi a macchia d’olio in molti paesi europei in particolare negli ultimi 15 anni. Forze politiche accomunate da una critica selettiva dei meccanismi più dissolutivi del capitalismo, non certo in nome di una messa in discussione del capitalismo stesso e dello sfruttamento dell’uomo e del lavoro, ma a favore di una rigida riproposizione dell’ordine gerarchico economico della società in forme differenti. Una concezione che occulta le contrapposizioni di classe in nome di un superiore interesse nazionale e che prevede un uso attivo dello Stato per il disciplinamento della forza lavoro, l’imposizione di bassi salari e a corollario, nelle versioni più “sociali”, parziali forme di Stato sociale e di garanzia di livelli di occupazione e di controllo statale del capitalismo privato. Una linea politica che storicamente, anche nelle sue applicazioni concrete di governo (eclatante il caso del fascismo italiano) ha alternativamente adottato un approccio più liberista o più dirigista alla politica economica, nel comune e costante intento di preservare gli interessi della classe sociale dominante.

La Lega Nord si presenta come un confuso coacervo di interessi, prospettive ed ideologie. Da forza politica secessionista ed antiunitaria, schiettamente liberista, orientata a cavalcare una protesta antifiscale facendo leva su ceti medi e piccola imprenditoria in crisi, negli ultimissimi anni si è configurata come punto forte di un blocco sociale trasversale esplicitamente interclassista il cui nocciolo duro è la piccola impresa del nord Italia travolta dalla crisi capitalistica e dai meccanismi distruttivi della concorrenza internazionale e i lavoratori dipendenti del settore privato devastati da anni di politiche antisociali, da un fisco pesante ed iniquo (che colpisce le fasce più deboli della popolazione) e dal difficile processo di integrazione della manodopera immigrata usata a fini disgregativi come scintilla ideologica di deflagrazione delle contraddizioni sociali dentro la classe subalterna.

La Lega, negli ultimi anni, ha accentuato ideologicamente il suo carattere di destra “sociale” smussando anche i tratti più antinazionali ed enfatizzando l’attenzione ad alcuni temi sociali, quali la difesa del sistema pensionistico o una critica dei processi di privatizzazione su larga scala. Tutto questo però non deve ingannare, poiché la natura del partito, anche mettendo da parte gli elementi culturali di contorno, come le venature culturali razzistiche, rimane agli antipodi rispetto dalla difesa degli interessi popolari e del tutto conforme alla concezione di un capitalismo liberista, magari meno esposto alla concorrenza internazionale, ma pur sempre in un quadro di scarso attivismo dello Stato e forte assecondamento dei meccanismi di mercato e dunque degli interessi della classe dominante.

Riprova eclatante di ciò è la proposta di istituzione di una flat tax esposta da Salvini a Dicembre in occasione di un congresso del partito con la presenza di economisti di tenace fede liberista come Borghi e di un economista statunitense Alvin Rabushka,, ex-consigliere di Ronald Reagan. La proposta in poche parole è quella di istituire un’aliquota fiscale unica all’interno dell’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche), che è invece attualmente informata a criteri di progressività garantiti dalla presenza di più scaglioni di aliquote (cinque per l’esattezza da un minimo del 23% ad un massimo del 43%). In pratica oggi chi guadagna di più è chiamato a contribuire alle spese pubbliche non solo pagando più tasse in termini assoluti, ma anche in proporzione al proprio reddito: al crescere del reddito cresce anche l’aliquota fiscale, cioè la quota di reddito che va alle tasse, secondo il principio della progressività delle imposte. Il sistema tributario italiano, come i suoi omologhi europei, nel corso degli ultimi 30 anni è già stato profondamente segnato da una drastica perdita di progressività delle imposte (progressività che toccò il suo massimo ai tempi della storica riforma che istituì l’Irpef nel 1974).

L’aliquota unica (flat tax in gergo anglosassone) sarebbe il punto di arrivo estremo di tale processo evolutivo, perché consentirebbe ai redditi più alti di sottrarsi alla progressività dell’imposta: meno tasse per i più ricchi, con l’idea che loro stiano già contribuendo al benessere collettivo…arricchendosi! E’ il sogno liberista di chi crede che il mercato distribuisca equamente le risorse con il suo agire spontaneo, sulla base dell’idea che ciascuno ha ciò che si merita, che i più poveri se sono tali se lo sono meritato. Cavallo di battaglia di Reagan negli USA, della Thatcher nel Regno Unito e della scuola economica di Chicago e neo-austriaca, la flat tax è dipinta dai suoi sostenitori come la soluzione più efficiente per massimizzare gli incentivi al lavoro e l’efficienza dell’homo economicus. Se si ritiene invece la distribuzione del reddito un elemento legato a fattori sociali ben più profondi del semplice merito individuale, di carattere oggettivo, legati sia alla divisione in classi che alle dinamiche concorrenziali spietate del mercato (non certo premianti necessariamente il più abile e meritevole), si vedrà nella redistribuzione un fattore di recupero di equità distributiva in un sistema strutturalmente non equo, e nella progressività delle imposte verrà individuato un validissimo strumento di attuazione di tale necessaria redistribuzione.

La Lega nord facendosi promotrice di una proposta ultra-liberista di tal genere, di distruzione di un basilare principio di equità distributiva, ci mostra il suo vero volto di forza antisociale. Mostra bene quale sia la sostanza di questa tipologia di “alternativa” alle spaventose politiche di austerità promosse dalla classe dirigente europea e nazionale negli ultimi anni: un’”alternativa” antipopolare all’incubo antipopolare dell’austerità disegnato dalle forze politiche egemoni di centro-destra e centro-sinistra.

La contrapposizione tra l’austerità europea, frutto maturo del neo-liberismo economico nella sua versione più estrema e socialmente criminale e la critica nazional-liberista dell’austerità è, una falsa contrapposizione che rischia di proporre uno scenario politico inquietante dove a scontrarsi sono due modi differenti di promuovere sfruttamento, disuguaglianza e miseria. L’antieuropeismo e la contrapposizione alle politiche di austerità della Lega nord e dei suoi accoliti neo-fascisti rappresentati da Casa Pound, non coglie certo la radice delle contraddizioni sociali, non discute i presupposti ultimi della disuguaglianza sociale, non propone vie di uscita ai danni imposti dal capitalismo. Non dimentichiamoci peraltro che la Lega nord è stata ed è tutt’ora fautrice di quelle politiche di divisione e lacerazione materiale e culturale che hanno spaccato il nostro paese accentuando divisioni e disuguaglianze territoriali. Il federalismo fiscale, punto di arrivo ideale del regionalismo egoistico leghista è un altro pezzo forte delle politiche economiche neo-liberiste.

Dalla parte opposta, è del tutto risibile la critica alla xenofobia e al populismo leghista o ancor peggio al suo “irresponsabile euroscetticismo”, da parte di forze politiche (interne al mondo culturale del cosiddetto centro-sinistra) e di personaggi ammantati di progressismo e custodi delle chiavi della presunta democrazia e dello Stato di diritto. Tali critiche provengono dai paladini più fanatici delle politiche liberiste e ultra-classiste che stanno stritolando da anni le società europee. Gli stessi paladini della democrazia che in Italia sostengono il massacro sociale dei ceti subalterni, in Europa la devastazione sociale del popolo greco, spagnolo, portoghese e in generale dei paesi ad economia più fragile e che a livello internazionale appoggiano oggi apertamente i nazisti ucraini e tagliagole in Libia e Siria per favorire l’imperialismo occidentale. Nessuna lezione di democrazia, dunque, da chi difende la macelleria sociale e la guerra.

Nessuno spazio, allo stesso modo, per le false alternative nazional-liberiste, anti-popolari che altro non propongono che varianti di una stessa macelleria. Contro queste false alternative occorre coltivare una prospettiva antifascista che, superando concezioni puramente retoriche e simboliche, sia capace di entrare nelle contraddizioni concrete del capitalismo attuale nell’epoca della gestione delle politiche di austerità europee. E’ necessario cogliere i tratti peculiari di quelle formazioni politiche e di quelle culture che, sfruttando l’assenza di forze di opposizione radicate sul territorio, tentano di appropriarsi della scena sociale egemonizzando il consenso tra le classi popolari prostrate dalle misure antisociali varate dai governi di turno. Smascherare il ruolo strumentale e la specularità di queste formazioni al progetto di macelleria sociale condotto in questi anni deve essere la priorità di chiunque voglia dare vita ad un’alternativa credibile all’austerità, allo sfruttamento e alla decadenza civile che stanno vivendo l’Italia e l’Europa.

Mai come oggi è necessario affermare con chiarezza e senza equivoci una radicale opposizione all’austerità, all’Unione europea e ai suoi trattati neo-liberisti, alle politiche economiche antipopolari, alle false alternative interne al paradigma dominante, ai neofascismi in tutte le loro forme contemporanee più o meno subdole, meri strumenti di dominio delcapitalismo.In una parola un’opposizione al capitalismo come modo di produzione antisociale applicato in tutte le sue forme con la copertura di qualsivoglia patina ideologica di facciata.

* Fonte: Coniare Rivolta

SALVINI? C'È DEL METODO NELLA SUA FOLLIA di Diego Fusaro

[ 4 marzo ]

Il filosofo Diego Fusaro, analizza a 360° il fenomeno Salvini dopo la manifestazione di P.zza del Popolo a Roma. Il giudizio è impietoso. Fusaro non vede tuttavia, come sostenuto dal Pasquinelli, alcun fenomeno di fascistizzazione della Lega Nord.

D. Salvini in piazza cita Don Milani, consiglia libri della Fallaci e sulle foibe. Che riferimenti culturali vede nella Lega?
R. «Semplicemente non hanno riferimenti culturali. La cultura e la Lega sono due cose opposte, infatti citano in maniera disordinata e scomposta autori contrapposti tra loro o autori come la Fallaci, pace all’anima sua, che incita all’odio tra civiltà. La Lega sull’Islam dice boiate assurde di cui dovrebbe vergognarsi, sono una contraddizione continua, adesso mettono al collo la bandiera dell’Italia che fino a qualche anno fa volevano dividere. E’ gente con cui non ti puoi rapportare sotto il profilo della logica. Si può capire tutto questo con le parole del principe Amleto: “C’è del metodo nella sua follia», la follia di chi vuole prendere voti pescando nel marasma in cui siamo. Non c’è nessuna cultura nelle sue parole».
A proposito di bandiere, secondo lei, la Lega ha abbandonato la pulsione indipendentista o la sta solo nascondendo?
«La nasconde adesso perché ha capito che prende più voti se si fa promotore della causa sovranista, ma è un partito che vuole fare gli interessi di una parte contro l’altra, gli interessi del Nord contro il Sud, fa ridere definire la Lega sovranista. Voleva usare la bandiera italiana come asciugamano da bagno e ora la mette al collo. Farebbero ridere se non facessero piangere».

Salvini ha detto: “Noi difendiamo i deboli, quello che la sinistra non fa più, Renzi preferisce le banche, Confindustria e Marchionne”. Cosa pensi di questa frase?
«Questa è una frase buona per tutte le stagioni, però se non fai un discorso chiaro non si capisce chi sono i deboli, non ho idea di chi siano per loro i deboli».

Gli esodati, i genitori separati, gli imprenditori in crisi perché ultratassati. Sabato in piazza Salvini aveva la maglietta “Io sto con Stacchio”, il benzinaio che ha ucciso un rapinatore.
«Per me sono frasi ad effetto, confuse, solo per prendere voti».

Anche Berlusconi ha attaccato Salvini, giudicandolo “estremista e velleitario”. Per una volta quindi sei d’accordo con l’ex Cavaliere?
«Sarei d’accordo con Berlusconi se non fosse che lo critico altrettanto duramente, così come critico le sinistre. La Lega Nord non è estremista, magari lo fosse, dice cose raccapriccianti e vergognose, soprattutto sull’Islam, per loro il vero nemico è l’Isis e il terrorismo, non la disoccupazione e il precariato».

Hanno definito Salvini un “fascioleghista”. Sei d’accordo?

«Mi sembra sbagliato, Salvini non è un fascista, quando si usa questa categoria è per delegittimare l’avversario. Salvini va criticato per i punti del suo programma politico, non in questo modo. Io direi che è colui che sta cercando di dare un nuovo look, con maggior sex appeal, alla Lega, rispetto agli anni di Bossi e in parte ci sta riuscendo anche bene».

A livello di comunicazione si muove bene.
«Lui e Renzi sono perfettamente intercambiabili, stanno sulle copertine delle riviste, sono due prodotti del tempo post moderno, come direbbe Lukacs, sono due poli sideralmente opposti ma segretamente complementari».* Fonte: INTELLIGONEWS

lunedì 16 febbraio 2015

BAGNAI COLTO (NUOVAMENTE) CON LE MANI NEL SACCO di Marxista dell'Illinois n.2

[ 16 febbraio ]

Alberto Bagnai (nella foto) continua a difendere la sua scelta di campo politica a favore della Lega Nord di Matteo Salvini. Lo fa in una recente intervista* in cui accetta di essere presentato come "economista di sinistra" —ma come, non era scomparsa la "dicotomia"?

L'intervistatore chiede al Nostro cosa ne pensi della Flat Tax, che è uno dei tre cavalli di battaglia di Salvini e Borghi Aquilini (gli altri due essendo il No all'immigrazione e il No all'euro).
Bagnai risponde pelosamente che quello della Flax Tax "è il punto su cui ho le maggiori perplessità". Perplessità? Come ebbi modo di dire nel dicembre scorso:
«Cosa sia la Flat Tax è presto detto: il sogno di tutti i furfanti, la quint'essenza della visione neoliberista in economia. Tu guadagni mille io dieci e la comunità ci prende in tasse la stessa quota del 20%. Addio alla Costituzione! Addio, in una società che vede ampliarsi il solco tra ricchi e poveri, al principio del fisco come leva per redistribuire la ricchezza. Diciamola tutta: addio allo Stato e abdicazione finale della politica al regno dell'economia fondata sul profitto». [I NODI VENGONO SEMPRE AL PETTINE]
Ciò mi ha tuttavia colpito è un altro passaggio dell'intervista. Alla domanda: "Gli italiani, oltre alla mancanza di credito, lamentano l’eccessivo carico fiscale. Qual è il cambiamento più urgente nel nostro sistema di prelievo?", Bagnai risponde:
«Riportare la tassazione dal patrimonio al reddito. Finora ci si è gettati sui risparmi degli italiani, nel momento in cui il sistema economico malgestito aveva distrutto i loro redditi. In Italia c’è un accanimento fiscale, derivante da un sistema di gestione della politica che favorisce i grandissimi e impoverisce i poverissimi. La classe media sostiene il costo per tutti, e questo è un sistema che socialmente non regge».
Adesso capisco perché il Bagnai, rispondendo ad un suo follower che cli chiedeva cosa pensasse del voluminoso lavoro di Thomas Piketty (Il Capitale nel XXI secolo) abbia risposto lapidariamente: "un piddino".

Com'è noto Piketty ha dimostrato, dati empirici alla mano come, con l'avvento del neoliberismo le distanze sociali siano diventate abissali. Da buon keynesiano Piketty sostiene che " un'imposta eccezionale sul capitale è la soluzione più equa ed efficace" per ridurre lo scandaloso abisso sociale tra ricchi e poveri. Piketty scrive che" un'imposta proporzionale del 15% su tutti i patrimoni privati procurerebbe quasi un'annualità di reddito nazionale e permetterebbe quindi di rimborsare immediatamente gli interi debiti pubblici". In buona sostanza si tratta di una tassa patrimoniale.

Si può disquisire a lungo se la proposta avanzata da Piketty sia adeguata per far risolvere la crisi dei debiti sovrani. Ciò su cui non si può avere dubbi è che Piketty sia un antiliberista e un keynesiano sincero. 

Siccome anche Bagnai, com'è noto, si spaccia per keynesiano, la domanda che sale da sola è la seguente: si può essere keynesiani e sostenere che la "tassazione va riportata dal patrimonio al reddito"? Ovvio che no!

Proporre un sistema fiscale che tassi poco o non tassi affatto i patrimoni (mobiliari e immobiliari) è la prima caratteristica del neoliberismo —non a caso fu il cavallo di battaglia di Reagan e della Tatcher. Il dogma dell'ideologia liberista com'è noto, consiste infatti nel ritenere che la ricchezza viene creata, non dal lavoro, ma dal capitale e quindi, più i ricchi sono ricchi e lo Stato si fa i fatti suoi, più sviluppo e benessere. 
C'è voluto il crollo finanziario del 2007-2008 per mandare all'aria questo dogma, e Bagnai fa finta di non saperlo.

Il Nostro è "perplesso" sulla Flat Tax, ma in quanto a modello fiscale, propone un sistema liberista ancor più radicale e ingiusto. Se esso fosse applicato scardinerebbe l’Articolo 53 della Costituzione della Repubblica —"Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività"— togliendo allo Stato un altro pezzo di sovranità, la facoltà, grazie al sistema fiscale, di redistribuire la ricchezza sociale.

Un principio, quello dell'Art. 53, che non solo non è mai stato davvero applicato, ma che è stato disatteso e tradito dai governo neoliberisti (di centro-sinistra e centro-destra) degli ultimi decenni.

Certo che il sistema fiscale italiano va "riformato", ma nella direzione opposta a quella neoliberista che propone il triangolo incestuoso Salvini-Borghi-Bagnai.

Ci vuole una patrimoniale seria, ovvero anch'essa ispirata al criterio della progressività (quindi, ad esempio, niente tasse sulla prima casa, niente TASI). Ma occorre abolire l'attuale legge anti-progressiva sulle rendite finanziarie —oggi abbiamo che si paga il 26% sugli interessi per ogni deposito: chi ha 10mila euro è tassato come chi possiede 10 milioni. Occorre abolire la "cedolare secca" sugli affitti e, soprattutto, occorre abolire ogni tipo di tassa indiretta sui consumi, che penalizza anzitutto le classi popolari.

Il pensiero corre quindi verso i seguaci del Nostro: “La colpa dell'uno diviene colpa di tutti se i tutti ignorano la colpa dell'uno".

* QUI l'intervista in questione

sabato 14 febbraio 2015

RINFRESCANDO LA MEMORIA (i 14 crimini euristi della Lega Nord)

[ 14 febbraio ]

QUELLI CHE... DOBBIAMO VOTARE SALVINI*

Elenchiamo qui sotto i provvedimenti votati a gogò dalla Lega favorevoli all'euro e all'Unione europea. L'elenco tralascia quindi, per carità di patria, le scelte indegne della 
Lega Nord sempre in sintonia con Berlusconi, dal Porcellum al costante rifinanziamento delle missioni militari all'estero, dalla devastante riforma dell'istruzione Gelmini alla miriade di leggi salva-casta, salva-mafiosi e corrotti, agli svariati decreti liberisti in materia di mercato del lavoro e pensioni.

Solo una breve premessa. I votatori leghisti si nascondono dietro l'alibi qualunquista che… “non esistono più destra e sinistra”. Ripetiamo quanto altre volte sottolineato: che se fino al 1989 la linea di demarcazione era, tagliando con l'accetta, tra filo-capitalismo e anti-capitalismo; oggigiorno, ammesso e non concesso che le "ideologie" siano morte, lo spartiacque è quello tra liberisti e anti-liberisti. Se questa angolatura è corretta, e secondo noi lo è, la Lega Nord è una formazione nata e cresciuta con le stimmate del liberismo

Rinfrescando la memoria a quelli che… “la lega si oppose all’euro”


XI Legislatura (23 aprile 1992 - 16 gennaio 1994) 

(1)  Ottobre 1992. La Lega Lombarda, pur essendo all''opposizione, vota SI in Parlamento ai Trattati di Maastricht, ovvero votò favorevole alla Bibbia del neoliberismo sulla cui base cessò di vivere la Comunità economica europea e nacque l’Unione europea fondata sull'euro.

XIV Legislatura (maggio 2001-aprile 2006) 

(2)  L'euro entra in circolazione il 1 gennaio 2002, col pieno assenso della Lega Nord che faceva parte del governo Berlusconi.

(3)  Il 1 febbraio 2003, con l’assenso del governo italiano (di cui fa parte la Lega Nord) entra in vigore il Trattato di Nizza (Costituzione europea). Il Trattato viene firmato a Roma il 29 ottobre 2004. Stiamo parlando della “Costtiuzione” che verrà bocciata dai francesi e olandesi con referendum nel maggio e giugno 2005.

(4) Nel 2003, con il pieno consenso in seno al Consiglio europeo del governo Forza Italia-Lega-An, sono sottoscritti i Trattati di adesione alla Ue di Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia e Slovacchia. 


(5) Il 1 maggio 2004, col pieno consenso del governo Forza Italia-Lega-An in seno al Consiglio europeo,  entrano nella Ue: Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, malta, Polonia, Slovenia e Slovacchia. 

XVI Legislatura Governo Berlusconi IV (dall'8 maggio 2008 al 16 novembre 2011)

(6) Il 19 giugno 2008 il Consiglio europeo (con il consenso del governo Berlusconi-Lega Nord) accetta la Slovacchia nell’euro-zona.

(7) Il 1 dicembre 2009 (con il consenso del governo Berlusconi-Lega Nord) entra in vigore il Tratto di Lisbona. Il 23 luglio 2008 il Senato approva il Trattato di Lisbona all'unanimità con 286 sì. Il 31 luglio 2008 la Camera approva all'unanimità il Trattato di Lisbona con 551 sì.

(8) Il 3 dicembre 2008 il Parlamento approva,  su proposta del governo Pdl-lega Nord, il ddl Salva Banche contenente i cosiddetti Tremonti bond.


(9) Il 17 giugno 2010 il Consiglio europeo (con il consenso del governo Berlusconi-Lega Nord) accetta l’ingresso dell’Estonia nell’euro-zona.

(10) Il 18 novembre 2009 il Parlamento approva definitivamente il decreto Ronchi presentato dal governo Berlusconi-Lega sul pieno adempimento degli obblighi comunitari.

(11) Il 8 settembre 2011 il Consiglio dei Ministri (voto favorevole della Lega Nord), dopo la famigerata "Lettera della Bce" vara la proposta di legge Costituzionale sull'introduzione del principio del pareggio del bilancio nella Costituzione —al momento del voto finale sulla modifica costituzionale (Senato, il 17 aprile 2012) la Lega si astenne.

(12) Il 26 ottobre 2011, causa "crisi dello spread" e i conseguenti diktat dell'Unione Europea, il presidente del Consiglio Berlusconi, col consenso della Lega Nord, invia una lettera con la promessa di adottare le misure austeritarie di macelleria sociale, quelle che saranno poi adottate dal successivo governo Monti.


(13) Il 3 e il 4 novembre 2011 dopo che Berlusconi partecipa a Cannes al summit del G20, il governo Pdl-Lega accetta che una delegazione del Fondo Monetario Internazionale "monitori i progressi sulle riforme economiche e gli effetti di queste sui conti pubblici", ovvero il definitivo commissariamento.

(14) Poco prima di dimettersi il Presidente del Consiglio Berlusconi, 12 novembre 2011, fa approvare dalla Camera dei deputati i disegni di legge, già approvati dal Senato (consenso della Lega in entrambi le aule), contenenti le disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità2012), il bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2012 ed il bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014. Tutto ciò che poi Monti metterà in pratica.


Si può credere a tutto, anche che gli asini volino. Noi riteniamo che la conversione della Lega alla linea no-euro, sia tutta strumentale, un trucco tirato fuori da un gruppo dirigente con l'acqua alla gola per evitare la scomparsa della Lega dopo gli scandali che l'hanno travolta. 

Ammesso poi, e non concesso, che la conversione sia sincera, essa viene strillata nel quadro della fede, non solo nel sistema capitalistico, ma nella sua versione liberista. Un liberismo che è inscritto nello stesso codice genetico del leghismo.

* Articolo pubblicatp su SOLLEVAZIONE l'8 maggio 2013

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