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giovedì 30 marzo 2017

I FATTACCI DI ROMA, QUELLI DEL 25 MARZO...

[ 30 MARZO ]

NELL'AMBITO DELLA DISCUSSIONE CHE ABBIAMO AVVIATO SULLA MANIFESTAZIONE DEL 25 MARZO, E SUL PESO AVUTO DAL PROVOCATORIO DISPOSITIVO REPRESSIVO, CHE ALCUNI SOTTOVALUTANO, SEGNALIAMO L'INTERROGAZIONE PARLAMENTARE DI ERASMO PALAZZOTO AL MINISTRO DELL'INTERNO MINNITI.



«Al Ministro dell’interno – Per sapere – premesso che:

sabato 25 marzo 2017 il Ministro interrogato dichiarava con comunicato stampa che quella delle celebrazioni del sessantesimo dei Trattati di Roma “è stata una bella giornata per l’Italia e l’Europa” con riferimento “alle donne e agli uomini delle Forze di Polizia” per averne garantito la “assoluta serenità, consentendo a tutti di poter manifestare liberamente le proprie opinioni e tranquillità e sicurezza alla città di Roma”, concludendo che “questa è la vera forza di una democrazia”, sottolineando di avere telefonato al Capo della Polizia, prefetto Franco Gabrielli, “per congratularsi per la gestione esemplare del lavoro svolto da tutte le Forze dell’ordine”;
al termine della stessa giornata il Questore di Roma Guido Marino, nel corso di una conferenza stampa dichiarava, riferendosi nello specifico alla manifestazione indetta dalla piattaforma Eurostop, che a fronte di “circa 3000 persone controllate preventivamente” erano state “rimpatriate con foglio di via circa 30 persone prevalentemente provenienti dal Piemonte e dal Veneto”, pur attestando che in questa come nelle altre svoltesi non si era “verificata nessun momento di tensione”. A tal proposito, a domanda sui riscontri raccolti a carico degli interessati per motivare l’intimazione dei rimpatri ai diversi manifestanti, l’autorità di Pubblica Sicurezza rispondeva di avere “controllato non solo i loro precedenti penali ma anche il loro orientamento ideologico” quale uno degli “elementi attentamente valutati” che avevano “portato a questa conclusione” in termini di prevenzione;
nella mattinata del medesimo giorno diversi pullman di manifestanti erano stati fermati alle porte di Roma per controlli di polizia e successivamente condotti con i 200 occupanti, presso il centro di identificazione di Tor Cervara dove gli stessi manifestanti sono stati trattenuti per ore inibendo così loro la partecipazione al corteo nel frattempo partito dalla Piramide Cestia dopo un pur prolungata attesa causata proprio dalla notizia di questi fatti;
a 23 tra i suddetti manifestanti trattenuti erano stati preventivamente notificati fogli di via per il periodo massimo consentito, ossia 3 anni;
nel corso delle perquisizioni dei pullman e dei circa 200 occupanti sarebbe stato rivenuto un coltellino da formaggio detenuto da un cittadino sessantenne originario della Val di Susa;
al termine della giornata, per giustificare l’improvviso intervento di due idranti, di una decina di blindati ed un numero ingente di uomini in assetto antisommossa, mandati a interrompere sul Lungotevere Aventino all’altezza del Clivio di Rocca Savella il normale corso del corteo della piattaforma Eurostop, isolandone la coda dal resto dei manifestanti quando la testa era già giunta alla destinazione in Piazza Bocca della Verità, la Questura ha dichiarato che l’intervento in questione aveva “sventato un chiaro disegno di devastazione della città di Roma”;
se non ritenga che l’impedimento per centinaia di manifestanti a partecipare alle iniziative alle quali aderivano senza alcuna apparante giustificazione avente riscontro nell’ordinamento sia incompatibile con la garanzia costituzionale della libertà d’espressione;

se non ritenga di dover riferire al Parlamento su quale fosse il “chiaro disegno di devastazione della città di Roma” nel corso di un avvenimento tanto importante che sarebbe stato sventato dalla condotta reale delle forze di polizia impegnate nel dispositivo di sicurezza direttamente coordinato dai vertici della Pubblica Sicurezza presso il suo Ministero;

se non ritenga gravi le dichiarazioni del Questore di Roma in ordine alla valutazione di un “orientamento ideologico” quale elemento per fondare la decisione di impartire misure di prevenzione e restrittive a singoli cittadini, considerate le libertà fondamentali e i requisiti di uguaglianza davanti alla legge che la Costituzione della Repubblica Italiana sancisce nel suo Articolo 3 nonché i limiti invalicabili all’applicazione di misure restrittive sanciti nell’Articolo 16 della Costituzione medesima»
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sabato 18 febbraio 2017

SINISTRA ITALIANA A CONGRESSO: CHE NOIA, CHE BARBA, CHE NOIA...

[ 18 febbraio ]

Stiamo seguendo, in streaming, i lavori del congresso fondativo di Sinistra Italiana (SI) apertosi venerdì e che si sta svolgendo a Rimini. Anzitutto, ci pare doveroso denunciare la vera e propria congiura del silenzio che i media (tutti!), hanno riservato a questo congresso.

Detto questo, non è che questo congresso brilli per idee, proposte, intuizioni. Idem con patate in  quanto ad analisi serie della crisi, della sue cause. Grandi visioni e "discorsi profetici" zero. Tante invece le denunce dello stato di cose presente, delle innumerevoli ingiustizie, delle discriminazioni sociali, della miseria della politica politicante; ma stucchevoli, al limite del banale. Addirittura debordante l'empatia per i deboli e gli esclusi, in stile moralistico Papa Bergoglio. Lessico e toni però in stile inesorabilmente vendoliano.

Un congresso, come dire, stanco, abulico, che si è acceso solo quando la presidenza è stata costretta a richiamare il mal di pancia della platea rispetto a certi convenuti...

Tutti han parlato di un "nuovo inizio", di Sinistra Italiana come architrave per una nuova sinistra politica. Tante le frecciate alla stessa "sinistra" Pd, di critiche all'idea che si debba ricostruire un altro centro-sinistra —qui le contestazioni allo scissionista Arturo Scotto. "Nuovo inizio" (l'ennesimo a sinistra) ma su cosa non si capisce. O meglio, la continuità con il già sentito, detto e fatto supera di gran lunga i segnali timidi di discontinuità. Il dibattito è noioso e da esso poco viene fuori. Occorre andare a leggersi le tesi congressuali e la carrettata di emendamenti proposti dalle diverse "anime" del nuovo partito per capire meglio dove SI va a parare.

Molto singolare (per usare un eufemismo) che nessuno intervento (nessuno) si sia soffermato sulle tesi congressuali che saranno messe ai voti, tantomeno sugli innumerevoli emendamenti, spesso contrastanti. Come se i congressi in corso fossero due, in parallelo, con quello vero, che decide la linea apolitica, che si svolge in camera caritatis, nelle chiuse stanze della commissione politica.

E che ne viene fuori, leggendo le tesi? Che Sinistra Italiana va a raccogliere l'eredità della "migliore" socialdemocrazia, con tanto movimentismo post-moderno, molto sindacalismo sociale, retorica dei diritti LGBT. Sullo sfondo un po' di europeismo cosmopolitico —addirittura patetica la difesa di euro e Ue fatta da Cofferati. Insomma: un riformismo debole che non diventa forte per l'innesto di dosi conclamate di mutualismo proudhoniano. Ultimo ma non meno importante: discorso pro-immigrazione e per l'Italia meticcia come elementi addirittura identitari.

Lo abbiamo già segnalato che c'è tuttavia una parte, in Sinistra italiana a cui ci sentiamo più vicini, quella rappresentata da Stefano Fassina. Al momento non è ancora intervenuto a difendere il suo emendamento, che sembrerà poca cosa, e che invece, se fosse approvato, sposterebbe l'asse stesso di Sinistra Italiana. ma non sarà approvato, potete starne certi.

Per questo vale la pena riportarne il suo cuore:

«La sinistra deve riconoscere l'assenza delle condizioni politiche per riscrivere i Trattati o per "far girare" l'euro in senso favorevole al lavoro, ossia in sintonia con le Costituzioni nate dopo la II Guerra Mondiale. Deve riconoscere il conflitto irriducibile fra i Trattati europei e la Costituzione e riaffermare il primato storico e politico di quest’ultima. Deve riconoscere che il demos europeo non esiste, a parte la upper class, cosmopolita da sempre, promotrice e beneficiaria dell'ordine vigente.
(...)  Il superamento dell’ordine dell’euro è la condizione per rivitalizzare funzioni fondamentali dello Stato nazionale al fine di proteggere il lavoro da ulteriore svalutazione e rianimare la democrazia costituzionale. In sintesi, per rigenerare la sinistra nel XXI Secolo il banco di prova è la capacità di rimettere in discussione, dopo un trentennio di subalternità culturale e politica, "il nesso nazionale-internazionale" (per riprendere il lessico di Antonio Gramsci). Quindi, per noi, vuol dire ripartire dalle città per riconquistare spazi di sovranità democratica in un'Unione europea rifondata attraverso la cooperazione tra Stati nazionali. Solo così si potrà riconciliare il progetto europeo con la Costituzione repubblicana e con il principio della sovranità popolare».

domenica 12 febbraio 2017

SINISTRA ITALIANA/SEL: UN BEL CASINO

[ 12 febbraio ]

SI APRE, LA SINISTRA ANCORA DA SCRIVERE. Questo è il nome del convegno che si svolge oggi a Roma, all'Ambra Jiovinnelli. Promotori i parlamentari (16 per l'esattezza) che hanno voltato le spalle alla nascente Sinistra Italiana, che proprio la settimana prossima svolgerà il suo congresso fondativo dopo che Sel ha celebrato il suo scioglimento


Per  capire meglio cosa pensano e vogliono i fuoriuscisti è utile leggere quanto afferma  il loro improbabile capobastone, Arturo Scotto. In dissenso con la maggioranza (non meno improbabile) Vendola-Fratoianni essi andranno a dar man forte a Giuliano Pisapia —su cui scrivevamo proprio oggi— ovvero assieme a mamma Partito democratico. 

A Scotto risponde Stefano Fassina che il 15 gennaio scorso si era a sua volta autosospeso dal gruppo parlamentare di Sel-SInistra italiana. 

Fassina va al congresso come primo firmatario di un emendamento per l'uscita dall'euro —vedi sotto—, ben sapendo che sarà respinto dalla maggioranza ferventemente europeista.


L'emendamento sostitutivo di Fassina alla 
«TESI 14 . Per un europeismo radicalmente critico verso l’Europa com’è»



«14. Superare l'euro per rivitalizzare la democrazia costituzionale e salvare l'Europa 

La straordinaria vittoria del "No" al referendum sulla revisione costituzionale imposta dal Governo Renzi al Parlamento è stata condizione necessaria, ma non sufficiente a rianimare la democrazia costituzionale. Vi è un'altra condizione imprescindibile. È scritta magistralmente nell'art 1 della nostra Costituzione: il lavoro. La Repubblica è democratica in quanto fondata sul lavoro. Sinistra Italiana si pone l’obiettivo di essere strumento democratico di organizzazione del fronte del lavoro per limitare lo strapotere del capitale finanziario. La sinistra del XXI secolo è neo-umanista. Essa ha come orizzonte il lavoro di cittadinanza e, in un rapporto di interdipendenza, la trasformazione ecologica dell'economia. Il lavoro, in tutte le sue forme, di mercato e "fuori mercato", rimane capacità fondativa della dignità della persona e della cittadinanza democratica e condizione necessaria per l'ecologia integrale. L'enorme innalzamento delle disuguaglianze, anche tra gli occupati, l'impoverimento delle classi medie, l'estensione della povertà anche tra i lavoratori, la minore mobilità sociale hanno come causa prioritaria la svalutazione del lavoro e il degrado dell'ambiente. Il trasferimento di reddito a carico della fiscalità generale per chi è in determinate condizioni economiche e partecipa a un percorso di inclusione attiva è un nostro obiettivo primario, strumentale al raggiungimento del lavoro come fonte di cittadinanza. La piena e buona occupazione, unita al protagonismo di lavoratori e lavoratrici nelle attività produttive, deve tornare al centro della nostra agenda. Va perseguita attraverso un ventaglio di interventi sinergici: politiche macroeconomiche di segno espansivo e politiche industriali orientate all'innalzamento della specializzazione produttiva; redistribuzione del tempo di lavoro di mercato e fuori mercato; il "lavoro garantito", ossia progetti di utilità sociale definiti attraverso la regia dei governi territoriali, finanziati da risorse pubbliche, gestiti dalle associazioni della cittadinanza attiva, dedicati a chi è senza lavoro. Le sinergie attivabili tra politiche economiche e ecologiche sono in grado, anche nell’immediato, di aumentare quantità e qualità del lavoro, di rivoluzionare i cicli produttivi e di innovare profondamente infrastrutture essenziali quali i trasporti, le reti dell’acqua e dell’energia. Oggi, una faglia attraversa le nostre società. Segna il confine di vaste, contraddittorie e impervie periferie economiche, sociali e culturali. I popoli delle periferie attribuiscono alla sinistra storica la corresponsabilità del loro declino e impoverimento. Giustamente, perché la sinistra storica, dopo l'89, si è arresa e, in Europa, è stata orgogliosa protagonista dell'agenda neoliberista europea. Distante dal popolo delle periferie è spesso anche la cosiddetta “sinistra radicale”, chiusa in un cosmopolitismo astratto e aristocratico e in un esasperato individualismo sul terreno dei diritti civili, spesso declinati in contraddittoria separazione dai diritti sociali. Il lavoro come fonte di cittadinanza e di dignità e fondamento della democrazia è una prospettiva 65 improponibile nell'ordine del capitalismo finanziario globale. Ma tale ordine non regge più. Il 2016 segna un passaggio storico. Trump negli USA, la Brexit, la valanga di No al referendum costituzionale in Italia il 4 Dicembre sono scosse politiche di magnitudo massima, successive a tante altre scosse: dalla Grecia alla Spagna; dall'Austria, alla Francia, alla Germania, per lasciare fuori dall'analisi le vicende della UE dell'Est. SI tratta di eventi politici profondamente diversi, ma il messaggio di fondo è chiaro: l'insostenibilità per le working class e le classi medie del capitalismo neo-liberista, dei mercati globali di capitali, merci e servizi giocati sulla svalutazione del lavoro. La sequenza di risultati elettorali degli ultimi mesi è per il neoliberismo reale quello che il crollo del Muro di Berlino è stato per il socialismo reale. Il 2016 e il 1989. Per rinascere, la sinistra nel XXI Secolo, intesa come fronte sociale e politico del lavoro, deve guardare in faccia la realtà. Sebbene la rivolta delle periferie sia segnata da tendenze politiche e culturali fortemente improntate da partiti di destra populisti e xenofobi, noi non possiamo chiamarci fuori. Noi dobbiamo stare dalla parte giusta della faglia, senza cedere al ricatto di chi demonizza il populismo per salvare una logica “sistemica” sempre più indifendibile. L'insostenibilità del neo-liberismo reale investe frontalmente anche l'Ue e l'euro-zona, poichè qui, con il protagonismo subalterno della sinistra storica, si sono istituzionalizzati in forma estrema i principi cardine del neo-liberismo. Il progetto di integrazione europea è nato con obiettivi nobili e ambiziosi: garantire un sviluppo pacifico e cooperativo del nostro continente dopo la tragedia della guerra, che evitasse il riemergere degli egoismi nazionali. Da sinistra, abbiamo visto in questo progetto e nella progressiva integrazione economica e politica l’affermazione del modello sociale europeo, dei valori di sicurezza economica, promozione del benessere e libertà. Abbiamo imparato a sentirci e ci sentiamo europei oltre che italiani. Tuttavia, anche per effetto dall’egemonia culturale del neoliberismo, si è progressivamente affermato un paradigma diverso: quello della competizione tra Stati e della supremazia dei meccanismi di mercato. Tale paradigma si è cristallizzato in un sistema di regole europee che hanno condizionato e limitato lo spazio della politica economica. L’integrazione europea, rendendo ancora più rigido ed efficace per ciascun paese il “vincolo esterno”, si è fatta veicolo di politiche di privatizzazione, di deregolazione del mercato del lavoro e di smantellamento dei diritti sociali. La stessa moneta unica, presentata come strumento di stabilità, ha scaricato sulla svalutazione del lavoro la competizione tra i Paesi membri, a tutto vantaggio dell’interesse dei più forti tra essi. Come è ormai ampiamente riconosciuto, la sua adozione da parte di economie strutturalmente diverse, unitamente alle politiche mercantiliste attuate dall’economia più forte dell’area, ha determinato l’emergere di crescenti squilibri, deflagrati in occasione della crisi finanziaria. Nelle condizioni politiche createsi nell’Unione, l’euro ci ha resi più deboli invece che più forti: ci impone di competere nella svalutazione del lavoro; ha portato alle politiche di austerity che stanno progressivamente smantellando i diritti sociali e impediscono l’uscita dalla stagnazione; sta minando le basi di quel modello sociale che era per noi europei elemento distintivo e di orgoglio. Occorre dunque riconoscere che l’adozione della moneta unica e del mercato unico – in assenza di adeguati standard fiscali, sociali e ambientali – è stato un errore, aggravato dall’apertura incondizionata ad Est, obiettivo che senza un reale processo di integrazione ha esasperato la concorrenza al ribasso per il lavoro subordinato e autonomo. 66 Un’Europa al servizio del capitale finanziario, e contro il lavoro e i diritti sociali, non è la nostra Europa. Abbiamo bisogno di un diverso modello di integrazione, che promuova la fratellanza tra i popoli. La sinistra deve riconoscere l'assenza delle condizioni politiche per riscrivere i Trattati o per "far girare" l'euro in senso favorevole al lavoro, ossia in sintonia con le Costituzioni nate dopo la II Guerra Mondiale. Deve riconoscere il conflitto irriducibile fra i Trattati europei e la Costituzione e riaffermare il primato storico e politico di quest’ultima. Deve riconoscere che il demos europeo non esiste, a parte la upper class, cosmopolita da sempre, promotrice e beneficiaria dell'ordine vigente. Per ricostruire la sua funzione storica, per rispondere in chiave progressiva ai popoli delle periferie, la sinistra deve riconoscere insomma la necessità e l'urgenza di superare l'euro e l'ordine istituzionale, economico e monetario ad esso connesso: un superamento in via cooperativa, assistito dalla Bce, attraverso la costruzione di un’alleanza tra forze politiche, sociali e intellettuali degli altri membri della Ue, in coerenza con la sua cultura internazionalista. Il superamento dell’ordine dell’euro è la condizione per rivitalizzare funzioni fondamentali dello Stato nazionale al fine di proteggere il lavoro da ulteriore svalutazione e rianimare la democrazia costituzionale. In sintesi, per rigenerare la sinistra nel XXI Secolo il banco di prova è la capacità di rimettere in discussione, dopo un trentennio di subalternità culturale e politica, "il nesso nazionale-internazionale" (per riprendere il lessico di Antonio Gramsci). Quindi, per noi, vuol dire ripartire dalle città per riconquistare spazi di sovranità democratica in un'Unione europea rifondata attraverso la cooperazione tra Stati nazionali. Solo così si potrà riconciliare il progetto europeo con la Costituzione repubblicana e con il principio della sovranità popolare». 

Stefano Fassina 
Massimo D’Antoni, Laura Lauri, Floriana D'Elia, Sergio Gentili, Michele Raitano, Lanfranco Turci, Luigi Pagnottella, Mirella di Lonardo, Riccardo Achilli, Marco Lang, Melinda di Matteo, Catia De Angelis, Chiara Zoccarato, Adriano Romano, Luca Di Matteo, Andrea Calderini, Rita Riccio,Maria Grazia Pugliese, Giovanni Nichilo', Federico Angelo Marra, Stefano del Rio, Angelo Longhi, Antonella Brambilla, Pino De Stasio, Annunziata Gallo, Alessandro Di Matteo, Matteo De Martino, Franco Di Matteo, Giuseppe Giudice, Lucia del Grosso, Emilio Magrini, Michele Prospero, Giuseppe Davicino, Rosa Fioravante, Francesco Petrolo, Susanna Arcangeli, Cosmo Bianchini, Alessandro Visalli, Giacomo Cucignatto, Susanna Crostella, Armando Mattioli, Antonello Badessi, Salvatore Multinu, Andrea Evangelista, Gualtiero Monticelli, Stefano Caroselli, Francesco, Michele Lissa, Mauro Beschi, Giuseppina Buscaino, Michele Burgarelli, Riccardo Righelli, Claudia Baldini, Rita Labruna, Baioni Paola, Balestrieri Antonio, Balestrieri Giorgio, Balestrieri Laura, Balestrieri Massimo, Balestrieri Vittorio, Sabatini Raffaella, Davide Bradanini, Rolando Bagnoli, Mauro Poggi, Giovanni Maria Guaccero, Alessandro Gaviraghi, Giancarlo Ricci, Salvatore Greco, Giandomenico Potestio, Pietro Sergi, Roberto Monti, Francesco Balsamo, Giancarlo Nebbia, Paolino Madotto, Flavia Leuci, Marco Giannatiempo, Fabio Quadrana, Nicola Dessì, Paolo Desogus, Matteo Gorini, Marcella Mauthe, Marco Amoruso, Giuseppina Spadaccino, Alessandra del Maro, Nadia Peruzzi, Luciano Daniele Bruno, Mario Francese, Enza Volpe, Valerio Pezone, Giovanna Marino, Nunzia Volpe, Luca Volpe, Giordano Falcioni, Antonio Moretti, Andrea De Pietri, Agostino Carbone, Nunzia Carbone, Carlo Mollica, Ciro Pipolo , De Stasio Rosanna, Viscione Luca, Viscione Antonio, Rosalba Monaco, Ciambriello Loredana, Boccacciari Antonio, Boccacciari Angelo, Boccacciari Ciro, Boccacciari Gennaro, Boccacciari Paolo, Discolo Ciro, Iavazzi Maria Giovanna, Matteo Emilio Cereda, Marco Novelli, Enrico Chiavini, Enrico Antonioni, Erica Schiavoncini, Francesco Dei, Luca Moller, Giuseppina Buscaino, Roberto Ferrari, 67 Salvatore Colonna, Maria Pia Zattella, Antonella Como, Leonardo Paglia, Cesare Paris, Marco Maccione, Lorenzo Contarino, Cinzia Abramo, Francesco Rocco, Mario Panarella, Alessandra Cataldi, Roberto Ribeca, Giovanni Nardone, Giuliano Gambacorta, Angela Romano, Christian Capra, Monica Esposit, Matteo Giordano, Gianluca Atzeni, Roberto Giordano, Monica Gregori, Carlo Galli,Domenico Maddaloni, Marco Vicini, Aurora Trotta, Piero Bevilacqua 

venerdì 27 gennaio 2017

SE SI SPACCA IL PD CHE SUCCEDE A SINISTRA?

[ 27 gennaio ]

Carlo Bertini, sentite le gole profonde all'interno del Partito democratico, segnala, su LA STAMPA di oggi, quale sia il clima, da resa dei conti finale, tra i renziani e la cosiddetta "sinistra" bersaniana. Che Matteo Renzi voglia andare alle elezioni —infischiandosene delle pressioni in senso contrario di buona parte delle frazioni della grande borghesia che pure lo avevano sostenuto— è fatto acclarato. Tutti sanno che questo Parlamento non produrrà alcuna nuova legge elettorale, tantomeno riportando in auge il Mattarellum. Quello di Renzi è un escamotage, un pretesto per non apparire come lo sfasciacarrozze, quello che, come già fece con Letta, defenestra un governo a sua stessa immagine e somiglianza. Renzi non solo ha capito che se si arriva a fine legislatura rischia di essere bollito, ha capito che tra i cittadini la volontà di andare al voto è maggioritaria, e vuole intercettare questa onda.

Perché il Pd rischia di spaccarsi in vista delle elezioni? Semplice, perché Renzi, anche grazie all'infame regola delle liste bloccate, che gli consente di scegliere  la stragrande maggioranza dei candidati che entreranno in Parlamento, taglierà fuori tutti quegli esponenti della opposizione interna. Non che questi non avranno un posto nelle liste, ma lo scranno dovranno guadagnarselo con le preferenze. E Renzi scommette che ben pochi bersaniani ce la faranno.

Ecco perché questi ultimi stanno mettendo nel conto di alzare i tacchi e di andare alle elezioni con una propria lista, immaginando, dato che la soglia elettorale per entrare in Parlamento, al 3%, garantirebbe loro più scranni che non restando nel Pd renziano. 

Che poi la pattuglia parlamentare di questi "rottamati", dopo le elezioni, immagini un'alleanza di governo di centro-sinistra con lo stesso Pd renziano, è fatto fin troppo ovvio.

Per questo e non solo per questo, le simulazioni che circolano sulla composizione del nuovo Parlamento [vedi quello IPSOS accanto], così come le diverse proiezioni sul voto, sono, come minimo aleatorie, se non del tutto inaffidabili (tanto per cambiare).

Non è solo il Pd che si dividerà. Altre fratturazioni potrebbero accadere, sia nel campo delle destre che nello stesso Movimento 5 Stelle. Vedremo...

Intanto c'è da segnalare che la molto probabile scissione del Pd, getta scompiglio nell'area della cosiddetta "sinistra radicale" —Sinistra italiana, Rifondazione e ammennicoli vari.

Se Bersani e D'Alema vengono via, potete scommettere che Sinistra italiana verrà letteralmente terremotata. Il Congresso fondativo (17-19 febbraio) potrebbe rivelarsi l'ultimo. La maggioranza, e nemmeno D'Attorre ne fa segreto, immagina di dare vita ad un partito coi bersaniani. Come minimo si vorrà andare ad un lista elettorale con i fuoriusciti del Pd, per riproporre poi un governo di centro-sinistra con i renziani. A questa ipotesi si oppone una fronda di sinistra capeggiata da Stefano Fassina. Per dire che il congresso fondativo di Sinistra italiana, potrebbe già sancire un divorzio.

Qui entra in ballo Rifondazione, che a sua volta, celebrerà il suo X. Congresso dal 31 marzo al 2 aprile. L'ipotesi a cui lavora la maggioranza (europeista) del Prc è quella di dare vita ad una lista di "sinistra radicale" che punti a superare lo sbarramento del 3%. Opera ardua in caso di concorrenza del blocco tra i fuoriusciti dal Pd e la maggioranza di Sinistra italiana. Ma è da vedere se gli europeisti di Rifondazione, capeggiati da Paolo Ferrero, usciranno davvero vincitori del Congresso...

martedì 26 luglio 2016

SI PUỎ CRITICARE LA SINISTRA? di Moreno Pasquinelli

[ 27 luglio ]

Giorni addietro ho svolto alcune considerazioni critiche su quello strano organismo politico dal nome "SINISTRA ITALIANA", che vede due amici che stimo, Stefano Fassina e Alfredo D'Attorre, tra i promotori.

Non sono stato tenero, è vero. Ma ho tentato di portare degli argomenti a sostegno delle mie considerazioni critiche. Per l'esattezza ho sostenuto che SINISTRA ITALIANA, ammesso che riesca ad epurarsi dalle scorie tossiche vendoliane, non va da nessuna parte, ciò a causa di tre gigantesche rimozioni.

La prima rimozione attiene alla lettura della situazione europea e italiana in particolare: SINISTRA ITALIANA non riconosce l'enorme portata della  crisi sistemica ("organica" usando il vocabolario gramsciano), quindi rimuove dal suo orizzonte l'ineluttabile svolta radicale alle porte, ciò per (nella sostanza) riproporci una prassi strategica socialdemocratica della più bell'acqua. Papa Bergoglio, al confronto... "Non siamo difronte ad un epoca di cambiamento ma ad un cambiamento d'epoca".

La seconda rimozione si chiama Movimento 5 Stelle. Nessuna proposta di collaborazione per un blocco sociale anti-oligarchico. Nessuna analisi sulle cause del suo folgorante successo, della sua penetrazione tra le classi subalterne —e lo so bene, dal momento che l'avanzata di M5S è solo un'altra maniera di dire FALLIMENTO TOTALE E SENZA APPELLO DELLA SINISTRA CHE FU. Un'omertà insostenibile che svela la indecente spocchia élitaria di un ceto politico che non vuole guardarsi allo specchio quando la mattina si alza.

La terza rimozione si chiama Unione europea. Per quanti sforzi facciano Fassina e D'Attorre pare siano i soli in quel mondo a tenere nella dovuta considerazione fattori ineludibili come la dissoluzione della Unione europea e della insostenibilità della moneta unica —ciò che pone sul tappeto la riconquista della sovranità nazionale e una strategia politica nazionale-popolare (Gramsci).

Questo mio intervento ha suscitato l'ira, funesta quanto vacua, di un simpatizzante di SINISTRA ITALIANA. Ha scritto questo commento:
«Passate il tempo a giudicare e rilasciare patenti di credibilità o genuinità.
Voi di vostro che siete in grado di fare?
Siete capaci di mettere su un consenso superiore allo zero per cento?
Siete capaci di mettere insieme diecimila iscritti a un vostro movimento?
A me sembrate solo dei velleitari signori di mezza età di scarso successo che cercano di darsi delle arie da politologi.
Mi raccomando censuratemi pure e rivolgetemi delle male parole ma rispondete alle domande che vi ho fatto.
Se ne avete il coraggio, naturalmente...»
Che questo lettore abbia dato per certo che l'avremmo censurato è spia sicura dello stile politico e della mentalità che campeggia dalla sue parti: fastidio per la critica (considerata da certe teste d'uovo oramai marce delitto di lesa maestà) e quindi delegittimazione per chi la fa, con "argomenti" capziosi che nulla hanno a che fare con la critica medesima. 

Una modalità —quella di non accettare un confronto sul merito— che ci fa tornare alla mente un aforisma attribuito a Stalin il quale, davanti ad un funzionario che gli segnalava che il Vaticano stava creando problemi, chiese perentorio: "Il Vaticano? Quante divisioni ha il Vaticano?".

Com'è finita tutti sappiamo. L'URSS, con tutte le sue temibili armate, è crollata come un frutto marcio mentre il Vaticano, con le sue divisioni di preti, devoti e beghine, è ancora lì.


venerdì 22 luglio 2016

SINISTRA ITALIANA: DALLE "RELAZIONI PERICOLOSE" ALLE RIMOZIONI FATALI di Moreno Pasquinelli

[ 23 luglio ]

Sabato scorso, 16 luglio, Sinistra Italiana (SI), il nuovo partito che dovrebbe nascere sulle ceneri di Sel con l'innesto dei fuoriusciti dal Pd come Fassina e D'Attorre, ha celebrato la sua assemblea nazionale. Un appuntamento importante dopo i deludenti risultati elettorali alle recenti amministrative, segnate anzitutto dall'avanzata del Movimento 5 Stelle (M5S) dallo smacco subito da SI anzitutto a Roma.
Per la cronaca: un primo giudizio su SI noi l'avevamo dato subito dopo il battesimo del febbraio scorso, ovvero Cosmopolitica —un nome un programma.

La batosta elettorale ha lasciato le sue ferite. 300 militanti e dirigenti vendoliani di Sel, capeggiati dal sindaco di Cagliari Massimo Zedda [nella foto in basso] hanno disertato l'assemblea ed hanno anzi chiesto le dimissioni di tutto il gruppo dirigente di Sel, l'azzeramento dell'esperimento di SI, riproponendo la vecchia strada, quella dell'alleanza col Pd. I 300 lo han fatto con un documento al vetriolo che attesta quanto deteriorato sia il clima dentro Sel e quindi SI, coi vendoliani che non solo non accettano lo scioglimento ma sono decisi a riproporre un posizionamento politico di satellite del Pd, "oggi renziano, domani chissà", dicono.

L'assemblea del 16 luglio pare aver sancito una vittoria con largo margine di quella che potremmo definire "ala sinistra" che fa capo alla troika Fratoianni-Fassina-D'Attorre. E' proprio quest'ultimo che ha aperto i lavori dell'assemblea, ammettendo la sconfitta ma ribadendo il discorso, che più o meno suona così: "Il Pd con Renzi ha subito un mutamento genetico, il centro-sinistra è defunto e per farlo eventualmente rinascere occorre dare vita ad un nuovo polo politico (SI appunto), quindi niente alleanza col Pd ma puntare a rappresentare i settori sociali che la crisi ha falcidiato".

Anche sorvolando per amor di patria sulla pornografica nostalgia per il centro-sinistra che fu, salta agli occhi l'insipienza, la debolezza di una simile visione politica.

Ci ha pensato l'ottuagenaria Luciana Castellina, in un suo intervento su il manifesto del 19 luglio, ad aiutarci nel decodificare la visione politica della nascente SI, a fornircene un estratto chimico. 
Dopo aver compiuto una difesa d'ufficio della linea difesa da Fratoianni e D'Attorre, la Castellina, scrive:
«La parvenza di realismo della posizione dei nostalgici del centrosinistra sta nel dire: un altro schieramento governativo oggi non c’è. Il che è assolutamente vero. (...)
Prendere d’atto che per ora non esiste una formula sostitutiva del defunto centrosinistra a livello nazionale —altra cosa sono le istituzioni locali, perché il territorio sta già dando prova di essere ricco di energie e formule inedite di rappresentanza— non rende tuttavia affatto meno credibile il nostro discorso. (...)
Non vuol dire ignorare la necessità di conquistare un ruolo istituzionale e rifugiarsi nella cuccia dell’extraparlamento. Anche questa battaglia può portare frutti corposi: basta con questa ossessione “governista” che delega i risultati solo e sempre a quanto potrebbe fare un governo.
Il vecchio Pci al governo non c’è stato mai, ma sappiamo che quasi tutto quanto di buono abbiamo conquistato è stato merito della sua azione. Anche allora non c’era una prospettiva immediata di governo, ma quel partito è stato efficace perché ha saputo conservare un’ottica di governo ( che è altra cosa), senza chiudersi in sterili minoritarismi. Attrezziamoci a creare le condizioni per ottenere altrettanto, nelle forme adeguate ai tempi presenti».
Col pretesto di criticare la "ossessione governista" dei vendoliani di Zedda, la Castellina ne condivide l'assunto da cui tutto il resto viene: non ci sarebbe oggi in Italia uno schieramento governativo alternativo a quello eurofilo ed oligarchico che fa perno sul Pd. Se i vendoliani da questo assunto ne ricavano che occorre aggrapparsi alla sottana del Pd, i diversamente vendoliani ne deducono che (vedi l'analogia col vecchio PCI) occorre attrezzarsi ad una prolungata e minoritaria traversata nel deserto.

TRE IMPERDONABILI RIMOZIONI

Non perdo tempo a spiegare che l'analogia col PCI non sta né in cielo né in terra. Ma noi siamo di manica larga, vogliamo concedere alla Castellina una clemente licenza poetica. Andiamo al sodo.
Occorre proprio avere la testa fra le nuvole per immaginare che alle prese con quella che è la più grave crisi sistemica della storia di questo paese —in quella che Gramsci avrebbe definito "crisi organica": ovvero economica, sociale, istituzionale, politica e morale— ci siano lo spazio ed il tempo per una lunga e prolungata lotta di trincea o guerra di posizione che consenta ad un piccola minoranza, attraverso una lenta e tenace progressione molecolare, di diventare maggioranza.
Sul lungo periodo, come ebbe ad affermare J. M. Keynes, "saremo tutti morti".
Il tessuto connettivo, economico e sociale del nostro Paese, non può resistere a lungo in queste condizioni. L'Italia, altro che le scemenze berlusconiane di Renzi, va verso uno sfascio di proporzioni incalcolabili. E' senso comune che dal marasma se ne esce con una svolta radicale, e che questa svolta è alle porte. 

Avremo una svolta reazionaria o democratico-rivoluzionaria? Questa è la questione, che invece SI rimuove. E' facile predire che con questa prima rimozione SI non va molto lontano.

Occorre poi essere ciechi per non vedere come, almeno a partire dal 2013 per una parte crescente del popolo lavoratore italiano, quella che noi riteniamo la parte più indignata, sveglia e vitale, un'alternativa di governo esiste, e questa si chiama M5S. 
Come possono, politici di lungo corso come quelli che dirigono SI, non vedere questo fenomeno eclatante? Come possono (controprova fattuale) non vedere le grandi manovre di questi giorni capofila Napolitano che per nome e per conto delle oligarchie euriste si dimenano per sventare un eventuale governo M5S? 

Un gruppo dirigente di una sinistra che si rispetti dovrebbe, se non avesse perso per strada il contatto con la realtà pulsante, vista la situazione del Paese alle soglie dello "Stato d'eccezione", chiamare ad un governo popolare di emergenza, di cui, non c'è dubbio, M5S sarebbe l'arco di volta. Dovrebbe dunque incalzare M5S affinché abbandoni ogni ambiguità politica ("diteci che farete una volta al governo per mettere in sicurezza questo Paese") ed offrire la propria disponibilità ad un'alleanza democratica per sostituire il governo oligarchico imperniato sul Pd e sostenuto dall'euro-oligarchia.

I dirigenti di SI certe cose le sanno bene, anzi le sanno a memoria. Se non avanzano con questa linea politica (fatte salve certe eccezioni dette a mezza bocca da Fassina e D'Attorre) è perché sono prigionieri di una seconda rimozione. Si evita bellamente di fare i conti col fenomeno M5S. 
No, con le rimozioni non si va lontano.

Se poi a queste aggiungiamo il taboo dell'uscita dall'euro e della sovranità nazionale, ovvero la terza rimozione, quella della presa d'atto del fallimento conclamato dell'Unione europea —e qui occorre di nuovo segnalare l'eccezione di Fassina e D'Attorre, che invece, proprio di recente, hanno firmato il manifesto LEXIT per l'uscita dall'euro— abbiamo fatto il pieno, ovvero "il buco col niente intorno", l'abisso della vacuità avrebbe detto Hegel.

Ps

Ernesto Laclau ed il populismo di sinistra

La Castellina ci riferisce che dentro SI si aggira un fantasma:
«All’assemblea di via dei Frentani si è sentita molto spesso l’eco, soprattutto negli interventi dei più giovani, del dibattito che è riemerso sul populismo di sinistra, reintrodotto da Laclau tramite Pablo Iglesias. Anche questo mi pare un tema da affrontare. Capisco la preoccupazione di chi teme un distacco dalle masse popolari, l’intellettualismo di certo sinistrese, il timore che suscita vedere la sinistra vincere solo fra i ceti medi colti e non più nelle periferie. Ma non semplifichiamo troppo questo discorso».
Confessiamo di aver rizzato le orecchie. 
Che qualcosa, nel camposanto della sinistra, si stia effettivamente muovendo? 
Come i lettori sanno noi sosteniamo che quel che ci serve è appunto un "partito populista di sinistra", che recuperi il discorso gramsciano del nazionale-popolare. 
Proprio il 2 e 3 luglio P101 ha affrontato il discorso, in particolare nella sessione "Il nuovo soggetto politico e la questione del populismo", relatori Diego Melegari e l'ospite d'eccezione Manolo Monereo. E sulla stessa lunghezza d'onda come non segnalare il convegno svoltosi a Parma il 25 giugno ed quindi la prolusione di Mimmo Porcaro?

lunedì 13 giugno 2016

COMUNISTI, M5S, DE MAGISTRIS E IL POPULISMO DI SINISTRA.... di Simone Gimona (segretario PRC Bologna) e Ugo Boghetta (Cpn del PRC)

[ 13 giugno ]

Un contributo al vetriolo di due dirigenti bolognesi di Rifondazione comunista. Ne condividiamo analisi e orizzonti. Le questioni che gettano sul tappeto sono  quelle al centro dell'Assemblea seminariale del 2-3 luglio di P101, con Boghetta tra i relatori.

«I risultati della tornata elettorale sono impietosi per la sinistra. Questo accade anche a
Bologna seppur da lontano possa sembrare il contrario.

La finta Coalizione Civica, alias Sinistra Italiana, ha avuto il risultato più basso delle ultime tornate pari al 6.96%. Questo avviene con un PD che va al ballottaggio ed in piena campagna raccolta firme sui referendum sociali e democratici.

Cinque anni fa, infatti, una lista spuria di sinistra in coalizione col PD prese il 10.4%. Oggi, una parte di questa, sempre in alleanza, porta a casa il 3%. Pari e patta. Alle politiche Ingroia più Sel sommarono 9.77% (- 2. 83%). Alle europee la lista Tsipras totalizzò 8.89 (-2.95%). Un anno fa alle regionali l'Altra Emilia Romagna ebbe 6.65 (7.14 la candidata a presidente) mentre la lista di Sel in alleanza con il PD ottenne il 5.60% (totale - 5.25%).

A questo va aggiunto che le punte di maggior consenso sono in centro e minime nelle periferie. Inoltre, secondo l'Istituto Cattaneo, il dissenso del PD va verso il M5S. Tutto ciò dimostra che la finta coalizione civica non sfonda, è autoreferenziale e affatto popolare. Inoltre, ciò che va sfatato è l'idea sbagliata che il voto di chi si sente soggettivamente di sinistra vada alle liste formalmente di sinistra. In realtà questo voto si disperde fra lista di sinistra, M5S e un voto di “bandiera” alla lista con falce e martello. In un certo senso, forse, il popolo di sinistra in quanto tale non esiste nemmeno più.

Purtroppo a Bologna, a differenza di altre grandi città, il voto di cambiamento non si concentra nemmeno sul M5S. Partito che evidentemente qui paga la scarsa iniziativa è la forma autoritaria di gestione interna.
Per quanto riguarda la falsa Coalizione Civica, in vista del ballottaggio, invoca segnali dal PD. La lobby gay (ovviamente trasversale e che comprende anche la prima degli eletti) ha già dato indicazioni di voto per Merola/PD. La situazione è confusa e queste trattative, come si sa, avvengono sovente: “umma umma”. Il candidato a sindaco Martelloni, poi, già parla dei voti: “del mio partito”.



Oltre Bologna…


Se allarghiamo il campo. Il voto dell'ex sinistra radicale non va bene nemmeno nelle altre grandi città. Roma, Milano, Torino con i rispettivi 4.5, 3.5, 3.7 sono assolutamente negativi. E dimostrano che la sinistra non sa e non vuole uscire dal suo recinto. L'unico risultato contro tendenza è il populismo di sinistra di De Magistris; ma anche qui la lista di sinistra non va oltre la sommatoria del bacino di PRC e Sel.

Nell'ultimo CPN il segretario giustamente sentenziava che Sinistra Italiana non sarebbe andata da nessuna parte perché residuale. Il fatto è che questi dati dimostrano che residuale è tutta la cosiddetta sinistra radicale: PRC compresa. A queste considerazioni si deve aggiungere che non emerge, nessun ruolo politico dei comunisti. E non emerge

perchè non c'è. Del resto non siamo uguali agli altri al 90%!?

Va anche detto che le variegate liste comuniste ottengono al solito numeri minimi. Continuare a presentarsi alle elezioni pensando di utilizzarle per farsi propaganda è demenziale. Si ottiene il risultato opposto: mettere in ridicolo la falce e martello.

Ma le negatività non finiscono qui. Anche per i ballottaggi la situazione è confusa. A Torino la lista non da indicazione di voto per il M5S! A Milano non ha il coraggio di dire di non votare né Sala né Parisi: sarebbe stato semplice: non hanno detto tutti che sono uguali!? ARoma Fassina dice di votare scheda bianca. Sel starnazza per il PD. E il PRC tace o rimanda imbarazzato.

Eppure, essere alternativi al PD non si dovrebbe avere tentennamenti quando ci sono soluzioni a portata di mano. Del resto come non ricordare tutte le riflessioni sui sistemi elettorali maggioritari/bipartici che portano, prima al “voto utile”, poi al “male minore”!? E, come non ragionare sul fatto che questo contribuisce a creare il crescente astensionismo. E che se non abbiamo comportamenti coerenti e radicali non siamo compresi daigiovani!?

A questo punto, con il ripetersi da ben otto anni di risultati analoghi, dovrebbe essere di buon senso e a tutti evidente che é necessario un ripensamento strategico: teorico, analitico, di cultura politica, di progetto. Dobbiamo ripensare profondamente il nostro profilo, in primo luogo verso l'elaborazione di una proposta di un nuovo e diverso socialismo: unica alternativa al capitalismo reale.

Che ci si chiami Tsipras, Iglesias, De Magistris questo nodo e questo snodo è sempre più concreto, attuale, ineludibile per non andare ancora a sbattere. E non vendere altre illusioni.

In secondo luogo sarebbe necessario progettare un “populismo di sinistra”. Vale a dire una modalità di unificare politicamente, programmaticamente, simbolicamente un popolo, un blocco sociale oggi atomizzato contro un nemico concreto (non genericamente contro il liberismo). Ciò anche attraverso un punto che possa rappresentare uno snodo per l'inizio di soluzione dei variegati interessi della complicata e complessa formazione sociale e di classe attuale. Questo percorso può prendere varie sembianze: Fronte per l'attuazione della Costituzione, Fronte di Liberazione Nazionale dall'Unione, o altro ancora. Le esperienze su cui riflettere, seppur da approcciare criticamente, non mancano.

In terzo luogo dovremmo porci il problema di una tattica nei confronti del M5S. Questo è necessario perché il M5S anche in queste amministrative è stato investito da tanti cittadini non beceri (o non tutti beceri) del compito di far saltare il banco, cacciare la classe dirigente, aprire una nuova fase.

Questo è necessario perché il M5S coagula il blocco sociale che dovremmo egemonizzare noi. Questo è possibile perché hanno tantissime contraddizioni. La gestione interna è quella più evidente ed eclatante, ma c'è anche quella fra le battaglie di sinistra ed una deriva centrista/liberista rappresentata da Di Maio. Vedi anche l'abbandono dell'uscita dall'euro.

Ad ogni modo dobbiamo renderci conto che finché questo fenomeno non viene messo alla prova e non si sgonfia la nostra espansione è comunque difficile.

L'alternativa a questa analisi sommaria è che dovremmo sfondare nel blocco PD.

Ma questo è quello sbagliato. E, nel caso, avrebbe ragione Sinistra Italiana.
Per altro verso, non ha senso politico rivolgersi a formazione comuniste settarie, dogmatiche, anch'esse autoreferenziali. Né credere che sia possibile far risorgere il fantasma del PCI.

Come si vede, la strada è difficile. Le risposte non sono ancora scritte.

Per questo dobbiamo aprire una discussione vera, partecipata, profonda dentro e fuori di noi. Ma, più che rivolgerci alle forme organizzate (di sinistra o comuniste) che oggi spesso appaiono più un impedimento che una risorsa, sarebbe più opportuno rivolgerci alla diaspora comunista e di sinistra. Diaspora che per sua natura è alla ricerca di qualcosa di nuovo e di diverso. È una ricerca da farsi senza sconti: a cominciare da noi stessi.

Abbiamo bisogno di una rivoluzione perché un'alternativa c'è sempre».

mercoledì 24 febbraio 2016

COSMOPOLITICA: INVOCANDO LO SPIRITO SANTO di Riccardo Achilli

[ 24 febbraio ]

Una prima impressione di questa tre giorni che lancia il progetto di Sinistra Italiana. Positiva l’energia che si respira, la grande determinazione a rilanciare un progetto di riscatto della sinistra. Si capisce che stavolta si vuole scommettere veramente su qualcosa di non ancora ben delineato. Positiva la presenza diffusa di militanti giovani e giovanissimi. E’ positivo che, nelle parole di Mussi, che parla di tempesta economica perfetta, in quella di tanti costituzionalisti, che evidenziano la possibile fine della democrazia parlamentare, nelle parole preoccupate di Prospero, vi sia la netta consapevolezza della gravità estrema della situazione.
E proprio questa consapevolezza diffusa di quanto grave sia lo stato del Paese e del mondo rende poco comprensibile una certa leggerezza dei temi programmatici trattati da quella che sarà la dirigenza di quel nuovo soggetto politico. Nemmeno una parola sull’euro, da parte di nessuno, ma in compenso una cacofonia sulla necessità “storica” di proseguire nel processo di unificazione europea, gli Stati Uniti d’Europa, l’omaggio oramai stereotipato a Ventotene, il progetto, che si ripete nelle bocche di ogni oratore, di fare una fantomatica alleanza politica transnazionale con Podemos, Syriza, socialisti portoghesi, per cambiare i Trattati. Qualcuno degli oratori arriva persino ad ipotizzare un unico partito di sinistra europeo, non si capisce come, non si capisce in quale forma, se al di fuori dalle famiglie politiche europee esistenti (una Internazionale del keynesismo?) oppure dal di dentro (e allora sarebbe bene studiare e capire che esistono già, in una assise che si chiama Parlamento Europeo, il problema è che quella assise non ha alcun reale potere).
Eppure per tanti mesi è stato largamente detto, e spiegato (e quindi non tenerne conto è imperdonabile) che un’area valutaria comune con grandi divergenze fra i parametri macroeconomici di ogni partecipante, e priva di meccanismi di perequazione interna di tali divergenze, è costretta automaticamente a seguire la direzione delle politiche economiche del Paese leader, quello con la più robusta credibilità sui mercati finanziari. Quindi tu puoi fare tutte le alleanze europee che vuoi (ammesso e non concesso che ci si riesca, fra l’altro il quadro politico spagnolo è ancora incerto, e il fragile Governo portoghese rischia di esplodere in ogni momento per le sue stesse contraddizioni, mentre Syriza è oramai impegnata ad applicare un memorandum di austerità ancor più terribile di quelli del passato, e sarebbe difficile per Tsipras tornare indietro senza dare automaticamente ragione ai suoi detrattori), puoi fare il partito transnazionale, l’Internazionale de noantri, ma alla fine sei costretto, se vuoi rimanere dentro l’euro, a seguire le politiche del leader. Il quale non cambierebbe mai la direzione delle sue politiche economiche, sulla quale la Merkel e la Cdu/Csu si giocano il loro futuro, nemmeno se a fare pressione ci fosse una coalizione politica in grado di includere anche lo Spirito Santo. 
Ed al limite, ove messa alle strette da troppe richieste di cambiamento delle regole dell’austerità, la Germania ha già dimostrato, con Schaeuble, di non aver tante remore ad immaginare una rottura traumatica dell’euro. Evidentemente fatta nei tempi e nei modi che convengono alla Germania ed all’area delle economie nordiche ad essa legate, affossando definitivamente nel default le economie mediterranee, per poi farne campo di conquista. E tutto questo non è teorico: lo si intravede nel piano tedesco che vorrebbe imporre alle banche di aumentare il patrimonio di sorveglianza per tener conto del rischio-Paese sui titoli pubblici detenuti, che produrrebbe automaticamente o il collasso creditizio finale oppure quello dei conti pubblici, o tutti e due, nei Paesi indebitati. Non si riesce nemmeno ad evocare un piano B come strumento di pressione per ottenere il piano A del cambiamento dei Trattati, un piano B che, come suggerito, tra gli altri, da Lafontaine, preveda un sistema di cambi a parità centrale e ampi margini di oscillazione, che consenta di assorbire tramite le oscillazioni del cambio, anziché del salario, le esigenze di competitività di costo, e di recuperare sovranità monetaria.
Non riuscire a dire una simile ovvietà significa non essere nemmeno in partita. Significa non saper dare alle parole tanto sbandierate in questa tre giorni, come giustizia sociale o redistribuzione, un significato superiore a quello dell’aria fritta. Confondere il ritorno a valute nazionali in un sistema europeo simil-Sme con il nazionalismo aggressiva da ustascià, come hanno fatto molti degli intervenuti, è, nel migliore dei casi, il frutto di un blocco psicologico, basato sull’incapacità di affrontare una analisi sbagliata fatta in tutti questi anni. Significa non voler accettare che la crisi democratica e sociale in atto è il portato di una globalizzazione che svuota lo Stato nazionale di ogni possibilità di difesa.
E più in generale manca completamente una visione realistica di politica internazionale. Sento qualcuno, purtroppo con incarichi istituzionali, dire che la chiave di tutto è abolire il permesso di soggiorno. Decidendo di non fare politica, perché la politica significa governare, non rinunciare a governare. Significa non capire che il fenomeno migratorio va governato, certo con metodi non brutali come quelli della destra o del Governo danese ma con il massimo di accoglienza e di integrazione, puntando ad integrare i migranti in un sistema di diritti crescenti, sia per loro che per i lavoratori italiani, evitando il rischio di guerre fra poveri. Ma il flusso va governato, perché è una esigenza che tocca il senso identitario e di sicurezza proprio degli strati popolari che una sinistra dovrebbe ambire a rappresentare. Si rinuncia a capire che è ovvio che si debba offrire il massimo della solidarietà e dell’integrazione socio-culturale e lavorativa all’immigrato che attraversa il mare per venire da noi, ma la vera chiave di volta è creare le condizioni affinché egli non sia costretto alla scelta dolorosa di emigrare. Il che significa recuperare la vecchia parola che si chiama “anti-imperialismo”, che da Lenin e dalla Luxembourg ha rappresentato il cuore dell’analisi internazionale delle sinistre.
Nell’insieme, siamo ancora alla narrazione analgesica, al minestrone di buonismo, pacifismo di maniera, ambientalismo accademico (purché compatibile con la crescita economica, mi raccomando) privo di analisi sociale e di qualsiasi reale spirito antagonistico, proposte di reddito minimo garantito alla Negri-Vercellone che non tengono conto della complessità di un welfare a misura del proletariato cognitivo, che richiede strumenti di riqualificazione professionale, oltre che monetari. Il tutto nel solito quadro contraddittorio e conflittuale rispetto alle alleanze, che fa sì che, con una mano, si critichi il Pd come partito irrimediabilmente spostato al centro, e dall’altro si dia la possibilità di parlare a Cuperlo, che propone improbabili alleanze per un improbabile centrosinistra di ritorno. Che Cuperlo sia un interlocutore essenziale per le imminenti sfide referendarie non implica che lo si faccia addirittura parlare, disorientando persone entrate in SI proprio perché non condividevano la condotta gattopardesca della SinistraDem.
Questo minestrone programmatico e questa ambiguità tattica le conosciamo, sono quelle degli ultimi anni. Vale il 3% circa dell’elettorato. Se così dovesse essere, allora il progetto si ridurrebbe ad una operazione meramente commerciale di lancio di un nuovo brand, ed una apparenza di processo unitario guidato tutto dall’alto e da tatticismi di posizione rispetto al Pd, che, esaurito l’effetto-annuncio, riporterebbe sui valori elettorali marginali di questi anni. Una operazione che farebbe comodo solo a chi è geneticamente nato per fare da stampella al Pd, o a chi ne è uscito solo nella speranza di rientrare.
Se si vuole evitare un simile percorso, allora bisogna lavorare nella chiarezza. Che è quella che chiede l’elettorato, non composto certo da politici di professione o da amanti della tattica di posizione, ma da persone che chiedono risposte chiare a dei problemi concreti, e coerenza dei comportamenti e delle scelte rispetto alle risposte stesse. Iniziare a dire che il problema è l’Europa, e che se non si riuscirà a cambiarla occorrerà fare altre scelte. Che si identifica chiaramente l’area sociale che si vuole rappresentare, e che tale area sociale richiede un welfare specifico, anche innovativo, ma caratterizzato da elementi di inclusione reale (non il reddito minimo ma il reddito di inserimento, ad esempio) e di politiche economiche e dei redditi idonee a rilanciare la domanda, le prime, ed a riequilibrare il rapporto fra salario e capitale, le seconde. Che l’ondata di cambiamento tecnologico che sta investendo le economie mature in questi anni richiederà, in futuro, di ragionare su temi come l’equilibrio fra una sempre minore necessità di lavoro e la garanzia di benessere diffuso ed equamente distribuito, altrimenti finiremo in un Medioevo dove la cittadella di chi manovra le leve della tecnologia sarà assediata dai tanti esclusi privi di riconoscimento lavorativo, e quindi sociale. Che gli aspetti negativi o esplosivi della globalizzazione vanno governati cercando di agire sulle cause strutturali che li originano. Non subiti o affrontati in modo buonista o umanitario, un po’ con la logica della compensazione delle esternalità sociali negative per terrore di tornare a ripiegarsi su concetti, in realtà neutrali, ma apoditticamente colorati di valenze negative incomprensibili, come la comunità nazionale o le comunità locali, come suggeriscono le sinistre liberalsocialiste incarnate dai partiti appartenenti al Pse. Che il diritto all’inclusione socio-lavorativa ed a una vita libera da affanni materiali è, come minimo, importante tanto quanto i diritti civili (io direi più importante di questi). E che per fare questo non servono strane piattaforme informatiche, consultazioni on line o illusioni di partecipazione diretta, o ingannevoli spontaneismi dal basso che alla lunga non reggono alla durezza della fatica del governo, ma corpi sociali robusti e dotati della capacità di fare sintesi degli interessi sociali che intendono rappresentare, e mediazione rispetto agli interessi contrapposti. E che per fare questo occorre recuperare il meglio delle culture politiche socialiste, comuniste, socialdemocratiche e cattolico-sociali, attualizzandolo alla situazione. Che questo recupero non si fa con i tavoli di lavoro di tre giorni o con qualche chiacchiera su facebook, ma con un confronto intellettuale che sia il frutto dello studio e dell’analisi.
E bisogna dire che tutto questo è preliminare ai ragionamenti sul posizionamento nell’arco politico. Centrosinistra, ulivismo, oppure, alternativamente, contrapposizione ex ante rispetto al Pd sono marchingegni tattici utili a coltivare diversi tipi di orticelli, ma che non interessano minimamente agli elettori. Le alleanze devono essere guidate dalla proposta, non discusse quando la proposta non c’è. Da questo punto di vista, è condivisibile chi dice che, dalle amministrazioni locali guidate in alleanza con il Pd, occorre scendere man mano che tali amministrazioni vanno a scadenza. Per ricominciare daccapo. E dal capo giusto, che è quello della cultura politica. Non da quello degli apparentamenti.
Se non si dicono queste cose, non si dice niente di nuovo o di autonomo. Non si può ambire a rappresentare la “trasformazione”, come spesso detto durante la tre giorni. O si finisce per essere schiacciati dall’europeismo acritico e dal liberalismo moderato tipico del socialismo europeo, o ci si allinea alla demagogia grillina della democrazia diretta. Oppure si fanno narrazioni, ma oramai, come disse un famoso napoletano, ‘o presepe nun ce piace chiù. La vedo molto, molto dura.

lunedì 22 febbraio 2016

COSMOPOLITICA: IL BUCO CON NIENTE INTORNO di Emmezeta

[ 23 febbraio ]
Sinistra Italiana: l'ennesimo ente inutile

E' già un po' che non ci occupiamo della sinistra sinistrata. Pigrizia? No, è che è bene che ogni cosa abbia il peso che merita. Oggi, però, dobbiamo fare un'eccezione. Si è conclusa ieri la tre giorni di "Cosmopolitica" e qualcosa bisogna pur dire. Qualcosa, ma non troppo, che per inquadrare l'evento sono sufficienti poche righe.

Qual è il messaggio levatosi dalla Leopolda dei sinistrati? Semplice: a sinistra del Pd si è aperto uno spazio enorme, noi ci candidiamo ad occuparlo. Fine della comunicazione, che il resto è solo aria fritta.

Commentare l'evento romano è perfino imbarazzante. Cosa hanno detto? —chiederanno i più curiosi. Cosa vogliono fare? —domanderanno i più concreti. Cosa hanno imparato dai disastri compiuti negli ultimi 20 anni (venti)? —pretenderanno i più esigenti. Bene, il sottoscritto, pur avendo fondati sospetti, non è in grado di dirvi quasi nulla. Perché dal chiacchericcio "cosmopolitico" è emerso solo un buco con il nulla intorno.

Questo dal punto di vista dei contenuti, dei programmi, delle strategie. Per il resto vale quanto già detto: una modesta operazione, di un modesto ceto politico migratorio in cerca di una modestissima nicchia utile a garantirsi la sopravvivenza nei prossimi anni.
L'evento di "Sinistra Italiana": palle al vento...

Un carissimo amico, certamente meno prevenuto in materia rispetto al sottoscritto, ha diffuso stamattina questa breve mail: 
«I partecipanti alla tre giorni “cosmopolitica” hanno tirato fuori dal cilindro il “quasi partito” (Il Manifesto dixit). Da uno dei contributi alla discussione: "Diritti civili e diritto all’affettività uguale per tutti, mettendo al centro la singolarità della persona, del suo corpo sessuato, la sua inviolabile ricerca di benessere e felicità. Ogni genere di felicità". Atterreranno su Marte o sul Partito senza quasi? Ma il carrello dell’aereo è in posizione? Chi vivrà.....»Aldo
La dispersione in 24 "laboratori" è stata certamente una trovata utile a rimandare i nodi che i "cosmopolitici" di Sinistra Italiana dovranno prima o poi affrontare. E' una tecnica ben nota, quella di spezzettare il dibattito su temi molto specifici, per poi permettersi dei voli cosmici che consentono di mettere tra parentesi i veri nodi politici. Ed è esattamente quel che è avvenuto.

Qual è la visione del mondo del futuro partito? Quali le sue proposte per uscire dalla crisi? Come raggruppare un fronte di opposizione capace di rovesciare Renzi? Non si sa, ma nel frattempo procede veloce la ricerca di "ogni genere di felicità".

Su un punto, però, non abbiamo dubbi. La posizione sulla crisi europea è la solita di sempre. Del resto, che cos'è Sinistra Italiana se non una Sel allargata e neppure di tanto? Anzi, in termini parlamentari, i fuoriusciti dal Partito Democratico non compensano neppure quelli che - capeggiati da Gennaro Migliore - da Sel sono entrati nel Pd... Si, va beh, ci sono altre minutaglie, come i grassiani della destra del Prc, che certo non potevano tirarsi fuori da questa co(s)mica chiamata a raccolta di ogni opportunismo.
La kermesse al palazzo dei congressi (Roma Eur)

Sull'Europa —come niente fosse accaduto in questi anni— i "cosmopolitici" nulla hanno detto di nuovo. Tutti sappiamo, però, che la Sel vendoliana si è sempre pronunciata per il mostro degli "Stati Uniti d'Europa". All'assemblea romana, l'ex governatore pugliese ha solo mandato un messaggio dall'estero, non perché sia finito nel frattempo in esilio, solo perché se ne stava a spasso. Non è mancata, tuttavia, la signora Boldrini, quella che (leggi QUI) vorrebbe nominare un altro popolo al posto di quello attuale che è troppo "euroscettico".

La posizione sull'Europa di questa Sel allargata (chiamarla "grande Sel" farebbe solo ridere) è dunque quella di sempre, quella che punta a "riformare" e a "democratizzare" l'Unione Europea, quella che ha portato al disastro di Tsipras in Grecia.

Dice: e cosa ti aspettavi? Assolutamente nulla di diverso da tutto ciò. Del resto, se l'obiettivo è quello —e solo quello— di riempire uno spazio...

....E tuttavia questo breve commento nasce anche da un'altra ragione: l'intervento di Stefano Fassina. Nell'ultimo anno —a cavallo della sua uscita dalla casa madre piddina— l'ex vice-ministro del governo Letta aveva sostenuto interessanti posizioni sia sull'euro che sulla vicenda greca. Sull'euro, dichiarando la necessità della sua dissoluzione, possibilmente concordata, ma da realizzare comunque ove la prima opzione si fosse dimostrata impossibile, con un apposito "Piano B". Sulla Grecia, criticando apertamente la capitolazione del 13 luglio di Alexis Tsipras.

Cosa ha detto, invece, Fassina in versione "cosmopolitica"? Sull'Europa ha detto che
«L’alternativa non è la solitaria e disperata uscita dall’euro. L’alternativa è, insieme al programma di democratizzazione dell’euro-zona, la preparazione in un quadro cooperativo di un Piano B pro-labour».
Dunque, in questi ultimi mesi, contrariamente a quanto sembrerebbe suggerirci ogni fatto e fatterello proveniente da Bruxelles e dintorni, l'Unione europea (anzi l'eurozona) è ridiventata, secondo Fassina, democratizzabile. Al tempo stesso il "Piano B" —e questa è davvero una furbata di basso rango— si è trasformato da un'opzione di rottura ad una genericissima opzione "pro-labour".

Abbiamo sempre riconosciuto a Stefano Fassina un'onestà intellettuale assai superiore a quella dei suoi attuali compagni di strada, ma questa giravolta si commenta da sola. Non avevamo evidentemente torto quando, dialogando con lui, gli prospettavamo una sua inevitabile ritirata politica sul tema europeo qualora avesse deciso di aggregarsi al carro di Sel. E' andata così, e non c'è voluto neppure troppo tempo.

E sulla critica a Tsipras? Idem con patatine. Oggi Fassina ci dice che la vittoria di Syriza è stata «svuotata di senso dal blocco conservatore nel cuore dell'euro-zona e dalle complicità della famiglia socialista». Accidenti, che analisi! Da quando in qua si spiegano le sconfitte con la "cattiveria" dell'avversario, senza riflettere sugli errori, gli opportunismi, i cedimenti di chi quegli avversari aveva promesso di battere?

Che dire, in conclusione? 
Com'era prevedibile, la montagna ha partorito il topolino dell'ennesimo ente inutile. Questo sarà Sinistra Italiana. Utile al massimo per la collocazione parlamentare di qualcuno, del tutto inutile per il popolo lavoratore nella prospettiva della lotta generale alle oligarchie euriste. Il mondo è scosso da mille turbolenze, l'Europa è alla vigilia della sua (magari lunga) disintegrazione, costoro sono solo alla ricerca di un modesto posto al caldo. Ognuno giudichi con il proprio cervello.

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