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domenica 10 giugno 2018

ITALIA: TROIKA IN AGGUATO

[ 10 giugno 2018 ]

L'insospettabile "sovranista" Curzio Maltese, nella sua rubrica Contromano (la repubblica) ha scritto un pezzo istruttivo: Uscire dall'euro senza dirlo in giro. Ammette, papale papale, che "A parte Paolo Savona , che ha avuto il torto di ammetterlo, tutti in Europa studiano un Piano B per l'uscita dall'euro: Stati e banche, investitori pubblici e privati".
Che il barometro annunci tempesta, con tanto di troika in arrivo,  ce lo spiega l'analista Mauro Bottarelli. Il governo giallo-verde sarà in grado di tenere il timone?


*  *  *

QUALCUNO VUOLE CONSEGNARCI ALLA TROIKA
Qualcuno potrebbe essere interessato a indurre l'Italia a una ristrutturazione anche parziale del proprio debito pubblico, aprendo di fatto la strada alla Troika 

di Mauro Bottarelli




Borsa giù. Spread sopra quota 270. Addirittura, il Corriere della Sera che lancia l'allarme: sul titolo di Stato a 9 mesi, il debito greco è ritenuto più solido del nostro, visti i rendimenti registrati giovedì in chiusura di contrattazioni. Cazzate. Scusate il termine ma ci vuole: un'idiozia simile solo il quotidiano della borghesia illuminata (e parecchio scornata dal risultato elettorale del 4 marzo) poteva scriverlo, perché solo un idiota può fidarsi più del debito di Atene che del nostro. Non fosse altro che per una ragione: la Grecia è pressoché fallita tre volte, con somma gioia della speculazione e dei presunti creditori e ha combinato un mezzo disastro nell'eurozona. Stante solo le detenzioni di debito italiano delle banche francesi, belghe, tedesche e spagnole, se succedesse anche soltanto un minimo evento di credito nei confronti di Roma, le conseguenze sarebbero ingestibili. Certo, a meno che prima di quell'atto, chi di dovere non fosse così intelligente da scaricare ciò che ha: ma lo farà, con la Bce front-run sia sugli acquisti che sulle vendite, in questo secondo caso in modalità scaccia-speculazione? 



Perché la questione è sempre la stessa: tutto dipende da cosa decideranno Fed e Bce nei rispettivi meeting la prossima settimana, il resto sono solo chiacchiere buone per i salotti di via Solferino. Pensate a una cosa: per preservare una moneta, si tende a legarla a un asset dal valore riconosciuto universalmente e a prova di crisi, vedi l'oro. Un debito, invece, a cosa lo leghi? Alla ricchezza, agli assets del Paese che quel debito deve non solo gestirlo ma, soprattutto, onorarlo. E l'Italia può contare su qualcosa come circa 3500 miliardi di ricchezza privata: direi che è un'assicurazione sulla vita non male, un qualcosa che dovrebbe far riflettere chiunque abbia cattive intenzioni nei nostri confronti. Ma ci sono altre criticità, quelle vere. Quelle che la stampa da sempre a braccetto con la finanza e le banche che siedono nei Cda, come ad esempio il Corriere, non può dirvi. Ovvero che quella ricchezza può essere contemporaneamente assicurazione sulla vita ma anche liability [passivo, NdR] di un Paese come il nostro, dai fondamentali macro tutt'altro che solidi e dalla solidità politica pari a un wafer: qualcuno, infatti, potrebbe volerla cannibalizzare quella ricchezza. O, peggio, colonizzarla.


Cosa vi ho detto per mesi, quando vi rendicontavo riguardo la strana fretta della Bundesbank di rimpatriare il suo oro fisico stoccato all'estero? Che qualcosa di grosso era in gestazione. O in arrivo, magari come shock esterno. Ed eccoci all'oggi, un tutti contro tutti globale che si sta sostanziando in queste ore nel fallimento annunciato del G7 canadese e nel gioco delle parti in atto: notate come Donald Trump abbia aperto al ritorno della Russia nel simposio dei grandi, decisione subito spalleggiata dall'Italia, ma come Mosca, contemporaneamente, abbia risposto con freddezza, parlando di "altre prospettive"? È un'enorme partita a scacchi, intervallata da una di poker: Washington punta su Roma per spaccare l'Ue, Mosca su Berlino per tenerla insieme. In mezzo, la Francia doppiogiochista del ventriloquo Macron come battitore (semi)libero. E, guarda caso, Donald Trump con supremo sprezzo dei suoi partner lascerà il G7 a metà dei lavori, per raggiungere Singapore dove martedì incontrerà il leader coreano Kim Jong-un. 



Ovviamente, quei geni dei nostri media cos'hanno sottolineato? Se ne va prima che si parli di clima. Come se agli Usa fregasse qualcosa al riguardo. La questione è altra: se ne va perché ormai ha deciso di snobbare tutti e dare lui le carte, ma lo fa anche per dar vita, in maniera credibile, all'appuntamento talmente caricato di significati da oscurare la riunione della Fed. La quale, se per caso deciderà davvero di proseguire con la politica di rialzo dei tassi, invierà un segnale devastante ai mercati emergenti, già oggi in affanno per il finanziamento a caro prezzo dei loro debito pubblici/privati in dollari, vedi l'Argentina che si è consegnata mani e piedi a vita al Fmi, dopo aver accettato il prestito-record da 50 miliardi di dollari. Viviamo in un mondo che è un detonatore, ogni dove ci si gira, c'è un bottone pronto a far saltare tutto, se schiacciato nel momento sbagliato. Pensate alla Bce e al cosiddetto taper [ riduzione, interruzione graduale, NdR] sul programma di stimolo. Nei giorni scorsi, almeno quattro membri del board hanno fatto capire che gli acquisti cesseranno come da accordi a fine settembre e, addirittura, qualcuno ha azzardato un primo aumento dei tassi entro metà 2019. Insomma, dalla riunione di Riga di giovedì, tutti si attendono un Mario Draghi che confermi le sue decisioni. 



Ma come reagirà il mercato, se fossimo davvero davanti a una partita di giro, a una recita a soggetto? Molto, quasi tutto, dipende paradossalmente dall'incontro fra Donald Trump e Kim Jong-un: se si tradurrà in un fallimento e lo spauracchio nucleare nordcoreano tornerà sul tavolo più forte e spaventoso di prima, non sarebbe una fortuna per chi ha necessità di un alibi "esterno" per proseguire con la cautela rispetto al ritiro degli stimoli? Magari con un compromesso: invece che il 30 settembre, si continuerà a comprare fino a fine anno, passando però da 30 miliardi di controvalore a 20. O, magari, a 15. Ma, almeno, si compra. Poco, molto meno, ma la formale difesa dello scudo Bce resterà, fino all'ultimo Bund disponibile all'acquisto, quantomeno. E poi, pensateci. Io capisco essere giornalisti attenti e scrupolosi, ma un titolo come quello del Corriere di ieri per un sorpasso frazionale del rendimento fra Bot a 9 mesi italiano sul pari durata greco, appare quantomeno tirato, se diamo un'occhiata alle criticità reali: insomma, siamo nell'ottica della trave e della pagliuzza. 



A meno che non serva cominciare a spargere un po' di paura da troika nell'opinione pubblica e vendere la Grecia come risanata e il suo debito come un'occasione: forse, per il semplice fatto che la Bce potrebbe aver bisogno di ampliare la platea dei bond eligibili all'acquisto per allungare i tempi del Qe e fosse per questo pronta a rompere un nuovo tabù, dopo gli acquisti di debito corporate [aziendale, NdR]. Inserire cioè anche il debito greco fra quelli che godono dello schermo dell'Eurotower, solo per i pochi mesi che ci dividono dalla fine (solo formale) del Qe. 



Il problema, di fatto, sta tutto lì: le scelte delle Banche centrali, essendo esse gli unici soggetti attivi realmente sul mercato. In primis, relativamente al nostro debito, di cui la Bce è pressoché unico acquirente netto, alla faccia dell'attenzione spasmodica sullo spread. Il timore reale, a Francoforte, è solo uno e in questo caso l'attenzione prestata dal Corriere al riguardo, nel medesimo articolo, è tanto politicamente strumentale quanto giustissima nel merito: 38 miliardi hanno lasciato l'Italia nel mese di maggio, stando a quanto si evince dal bilancio di Target2. Soldi volati altrove per timore di instabilità politica, di patrimoniale, di rischio sul debito, di arrivo della Troika. Soprattutto, di controlli sul capitale, stile Cipro. E quest'ultima è una spirale autoalimentante che sta preoccupando molto la Bce: ovvero, l'idea che nei cittadini italiani, gli stessi "proprietari" di quei 3.500 miliardi di ricchezza privata che garantisce il nostro debito, de facto, possano aver paura di colpo per i propri risparmi e decidano di seguire l'esempio dei titolari di quei 38 miliardi, mettendosi in fila per ritirare — anche solo in parte — i propri averi. 



Disinvestendo Bot e Btp, cercando di smobilitare polizze assicurative anche pagando una penale, ma tutelando il grosso dell'investimento e del capitale, correndo alle Poste a chiedere lumi, visto che Cassa depositi e prestiti è sempre più soggetto attivo delle attenzioni di governo e venticelli romani dicono che la volontà reale dell'esecutivo sia quella di trasformarla in vera e propria banca. Con obblighi, anche di vigilanza e di attivi, che vengono da sé. Signori, occorre dirci la verità, il Paese è su un crinale e non relativo al suo default, ma al suo futuro economico, prima che politico, questo sì. 

Il rischio è la Troika, ovvero il fatto che qualcuno sia tentato di indurci a una ristrutturazione anche parziale del nostro debito, sfruttando i buchi nell'ormai meno impenetrabile scudo della Bce e delle tensioni palpabili a ogni livello, non solo sui mercati ma anche nei consessi internazionali. Basterebbe avere aiuto, anche solo parzialmente e per un limitato ammontare finalizzato a una destinazione d'uso precisa, dal fondo di garanzia Esm: a quel punto, l'arrivo della Troika, lo stesso stranamente paventato da Mario Monti durante il suo intervento nel dibattito al Senato prima del voto di fiducia al governo Conte, sarebbe automatico. Statutario. Non ce la leverebbe di torno nemmeno il Padre Eterno. 



E qualcuno interessato a questo epilogo, c'è. Molto potente. Sia in ambito Ue che altrove. Oltreoceano precisamente. Non a caso, da qualche settimana Washington ci coccola un po' troppo, vedi la sviolinata filo-linea italiana sulla Russia tenuta da Trump al G7, non a caso spiazzante per Mosca. Siamo a un nuovo 1992, questa volta però con paradossalmente molte più debolezze e molte più quinte colonne del nemico nei posti apicali del sistema Italia. Politicamente, economicamente e finanziariamente. Chi detiene il nostro debito, chiedetevi questo. E chiedetevi quale sia il suo passaporto, di quale reale nazionalità. E chi avrebbe interesse a spolpare l'asset più goloso di questo nostro splendido ma disgraziato Paese, ovvero il sistema bancario che controlla tutto, politica in primis. Cosa vi ho detto la settimana scorsa, rispetto alle parole di Gunther Oettinger, il commissario Ue al Bilancio, quello che ci ha minacciato, dicendoci che saranno i mercati a insegnarci come votare bene? Che non dovevamo avere paura di questa idiozia strumentale, ma di quanto detto, a freddo, due giorni prima: «In caso di nuova crisi nell'eurozona, l'Italia è troppo grande per essere salvata dal fondo Esm». È vero, ma non serve salvarla, basta salvarne un pezzetto. Quello sostanziale, ovvero i suoi assets strategici e profittevoli. Per l'Europa delle élites finanziarie, il resto del Paese può poi tranquillamente andare in malora. 



Attenzione all'estate, il rischio di abbassare la guardia potrebbe essere mortale. Vi pare un caso che moltissime banche del Canton Ticino abbiano revocato le ferie a gran parte del personale per troppo lavoro, presente e atteso nell'immediato futuro? Tenete d'occhio come me il bilancio di Target2 e le conseguenti fughe di capitali dal Paese: sarà l'orologio che scandirà i tempi che ci dividono dal redde rationem. E, magicamente, tutte le tessere combaceranno. Vedrete, fidatevi di me.

mercoledì 31 gennaio 2018

VIENI AVANTI CRETINO

[ 31 gennaio 2018 ]

«La Grecia volta pagina, si lascia alle spalle la paura, l'oppressione e l'umiliazione e va avanti con speranza e dignità: oggi abbiamo fatto la storia, l'ora della troika è finita, facciamo sorgere il sole sulla Grecia».

Queste le parole che Alexis Tsipras pronunciò la sera del 25 gennaio 2015 alla folla in festa per la vittoria elettorale di SYRIZA.
I greci sanno com'è andata a finire: dalla commedia alla tragedia...
 Tsipras ha ceduto su tutta la linea, continuando con la terapie austeritarie e accettando un terzo accordo con i creditori ancor più duro dei precedenti e, soprattutto, ha confermato il commissariamento della troika, accentuando la sudditanza coloniale del Paese. Il tutto, non dimentichiamolo mai, per salvare le banche tedesche e francesi che erano esposte sul debito pubblico greco. Diciamola tutta: la troika esulta perché Tsipras coi suoi tagli, le sue privatizzazioni selvagge, le sue stangate fiscali, ha eseguito gli ordini in maniera impeccabile e zelante.

Così è accaduto che i tanti estimatori che Tsipras aveva a sinistra, anzitutto in Italia, si sono dileguati. Tsipras, a sinistra, è orami un tabù. A nulla servirono le ammonizioni che tra gli altri anche noi facemmo. Ci sono voluti, ahinoi, le lacrime ed il sangue dei greci affinché certa sinistra-san-tommaso abbandonasse, con Tsipras, l'europeismo più becero e ingenuo.

Ma se a sinistra Tsipras è passato di moda, nel campo della borghesia liberale egli è portato in palmo di mano.

Uno di questi estimatori è il giornalista Ettore Livini.
A novembre, su Repubblica, egli gridava che "Tsipras pone fine all'austerità". Motivo di quel titolo erano alcuni bonus-elomosina elargiti alla famiglie più povere inseriti nella legge di bilancio. Titolo ingannevole e falso visto che, al netto delle briciole, il governo SYRIZA sta rispettando scrupolosamente le terapie da cavallo chieste dalla troika. Le verirtà su quella finanziaria la disse chiara Panagiotis Lafazanis, portavoce di Unità Popolare (Laiki Enmotità):
«L'ennesima controriforma conservatrice che continua a scaricare sul popolo tutti i sacrifici mentre non solo non tocca i ricchi ma limita il diritto di sciopero, cosa questache nemmeno le destre ebbero il coraggio di fare»
Ma il Livini, che è un tipo caparbio e più di ogni altra cosa deve raccontare le storie che gli suggerisce chi lo ha sul libro paga, non cessa di stupirci.

Ne il venerdì (supplemento di Repubblica) in edicola ha firmato un articolo esilarante. Il Livini testualmente scrive: 
«Ad agosto sarà ufficiale: la Grecia è fuori dalla crisi. Il premier ce l'ha fatta, uscire dall'austerity da sinistra si può. Eppure le gente sta peggio. E la destra vola».
Sorvoliamo sulla notizia che la troika starebbe per dichiarare "guarita la Grecia" e quindi sarebbe pronta a porre fine al commissariamento —finirà forse il commissariamento formale, non quello sostanziale, che durerà per decenni. 

Avete capito? Con Tsipras la Grecia sarebbe uscita da sinistra dall'austerità però... però la  gente sta peggio di prima.

Ma questo c'è, cretino, o ci fà?

mercoledì 28 dicembre 2016

MPS: ACHTUNG! LA TROIKA IN AGGUATO di Leonardo Mazzei

[ 28 dicembre ]
La «cura tedesca» per le banche italiane. Col pretesto della crisi di Monte dei Paschi si va materializzando l'arrivo della Troika ed il commissariamento dell'Italia. 
 Su questo blog avevamo segnalato, già il 6 marzo 2014, che Renzi sarebbe durato poco e che dopo il "bomba", chi comanda davvero, avrebbe  optatao per la soluzione troika.

Non andrà a finire a tarallucci e vino. Subito dopo il varo del decreto governativo mettevamo in guardia sulla veridicità del quadretto quasi idilliaco mostrato dal duo Gentiloni-Padoan. Troppe cose in effetti non tornavano. Una in particolare: che UE e Bce avessero avallato in toto il piano di Palazzo Chigi.

Avevamo anche detto altre due cose: che il quadro si sarebbe chiarito a breve, che dentro l'UE si stavano confrontando due linee diverse.

Le due lettere della Bce, recapitate a Mps ed al Ministero dell'Economia, di certo aiutano a far chiarezza. Gli eurocrati non intendono stare con le mani in mano. Dettano non solo le modalità, ma anche (rideterminandola) l'entità della ricapitalizzazione della banca senese. E' evidente come, in seno alle istituzioni europee, il partito tedesco abbia ormai in mano il dossier scottante delle banche italiane. Ed è altrettanto chiaro l'obiettivo: costringere Roma a capitolare definitivamente, chiedendo aiuto all'Esm (European stability mechanism) ed accettando di conseguenza l'arrivo e le "condizionalità" della Troika. Per dirla in altri termini, siamo ad un passo dal commissariamento del Paese.

A questo ci ha portato la linea irresponsabile del governo Renzi, ma più in generale la scelta di non voler rompere la gabbia della moneta unica.
Il diktat del Supervisory board della Bce è folgorante: per la ricapitalizzazione di Mps non bastano più i 5 miliardi che lo stesso organismo aveva certificato il 23 novembre scorso, adesso - ad un solo mese di distanza - ne servono 8,8 (+76%)! 
Le motivazioni "tecniche" di questo aumento non mancano, come vedremo fra breve. Ma ancora più importante è capire la natura essenzialmente politica della posizione assunta da Francoforte. Le due letterine natalizie esprimono la tradizionale linea tedesca: all'Italia non devono essere concesse troppe deroghe, né sulle banche né sul debito, ed il modo di risolvere la questione si chiama Troika.

E' evidente come una simile posizione d'attacco miri non a ridurre, bensì ad aumentare ancor di più le difficoltà delle banche italiane. Infatti, più il sistema bancario nazionale andrà in crisi, più forte sarà la spinta a consegnarsi armi e bagagli ai padroni tedeschi. Naturalmente, un'alternativa ci sarebbe: uscire dall'euro e dall'UE e risolvere la crisi bancaria con la nuova valuta nazionale. Ma questa è una strada che, almeno fino ad oggi, il blocco dominante continua a rifiutare.

Dicevamo delle motivazioni tecniche addotte dalla Bce. Una riguarda l'eterna partita delle "sofferenze", che adesso non si sa più come verrà gestita. Ma ancor più significativo è un altro elemento. Leggiamo dalla letterina di Natale: 
«La posizione di liquidità della Banca ha subito un rapido deterioramento tra il 30 novembre ed il 21 dicembre 2016, come evidenziato dal calo significativo della counterbalancing capacity (da 14,6 a 8,1miliardi di euro) e della liquidità netta a un mese (da 12,1 miliardi, pari al 7,6% del totale delle attività, a 7,7 miliardi, pari al 4,78% del totale delle attività)».
In altre parole, l'improvvida gestione del governo Renzi (mercato! mercato! mercato!) ha provocato una gigantesca fuga della clientela che ora rende più pesante il salvataggio pubblico. Di questo brillante risultato abbiamo già parlato nell'articolo citato sopra. Ma quale sarà invece l'effetto della dirompente iniziativa della Bce, se non quello di indebolire ancor di più la banca nel momento della sua nazionalizzazione?

La gravità della situazione viene ovviamente nascosta dal grosso dei mezzi di informazione. Vale però la pena di segnalare un paio di eccezioni. 

«Bce, trattamento alla greca per il salvataggio Monte Paschi» è il titolo scelto dal Sole 24 Ore per un articolo sul tema. Alla «greca», diciamo noi, non solo per l'applicazione ad Mps degli stessi parametri imposti alle banche di quel Paese, ma soprattutto per il medesimo obiettivo politico che l'Europa ha perseguito ad Atene: il commissariamento, appunto.

Giovanni Pons, su Business Insider, sceglie la linea dell'attacco frontale al ministro dell'Economia. Titolo non equivocabile dell'articolo: «Padoan sulle banche non ne imbrocca una e così i tedeschi ci mandano la Troika». Netta la conclusione di questo pezzo: 
«E se la liquidità del Montepaschi si andasse deteriorando ulteriormente come ha già messo in evidenza la Bce? A quel punto sarà inevitabile ricorrere ai soldi europei (fondo Esm), come hanno già fatto Spagna, Irlanda, Portogallo, Grecia e Cipro, ma questo tipo di intervento richiede la messa a punto di un piano di rientro con la Troika che ne sorveglia l’applicazione. In pratica l’Italia verrebbe commissariata dalla Germania, qualsiasi governo si alterni dopo le elezioni, per la felicità dei tedeschi. Il ministro Padoan ha sempre smentito contatti con l’Esm ma la sua credibilità è ai minimi visto che per sei mesi è andato avanti a smentire l’esistenza di un piano B per Mps che invece ha visto la luce la notte del 23 dicembre in una congiuntura astrale assai avversa. Ma fino a quando Padoan potrà resistere al pressing germanico?».
Ovviamente, né Pons, né il quotidiano di Confindustria, chiamano in causa l'euro e le sue regole. Ma che questa sia la cornice che rende possibile il furibondo attacco tedesco dovrebbe esser chiaro anche a i bambini.

Vedremo, se alla luce di questi ultimi eventi, il dibattito sulla moneta unica (più precisamente: sulla sua insostenibilità) riprenderà vigore. Di certo il tempo stringe. Lo andiamo ripetendo in un modo che a molti sembrerà forse ossessivo. Il fatto è che ogni altro approccio sarebbe semplicemente irresponsabile.

Proviamo ad immaginarci gli sviluppi del piano di Berlino. Se la Troika arriverà a Roma non sarà solo per vedere il Colosseo. Una nuova stagione di austerità piomberà sul Paese, portando nuovi sacrifici ed una nuova recessione. Non solo peggioreranno le condizioni di vita di milioni di persone, ma la crisi (compresa quella bancaria) si avviterà su se stessa, mentre si tenteranno tutte le forzature antidemocratiche per impedire un qualsivoglia cambio politico. 

Uno scenario da incubo, contro il quale occorrerebbe agire da subito. Affinché questo avvenga è necessaria la piena consapevolezza della posta in gioco. Le mosse della Bce hanno almeno il pregio di portare allo scoperto lo sporco gioco delle oligarchie euriste. Di cos'altro c'è bisogno per prendere atto che questo è il momento di reagire? Oltretutto, i venti milioni di NO a Renzi ed alla sua campagna del terrore sono un'ottima base di partenza. 
Che tutti si diano una mossa!

sabato 5 novembre 2016

TSIPRAS: AL PEGGIO NON C'È LIMITE... di Piemme

[ 5 novembre ]

Quando si Parla di Alexis Tsipras, primo ministro greco, vale l'adagio che al peggio non c'è limite.
Tanto abbiamo scritto dalla primavera scorsa sulla sua insipienza e, alla fine la sua capitolazione davanti alla troika con la firma di un terzo Memorandum (luglio 2015) che era peggiore in tutto e per tutto dei due precedenti (sottoscritti dal governo di destra di Nuova Democrazia).

Supino ai dettami della troika, Tsipras sta sottoponendo la Grecia ad una terapia austeritaria con dosi da cavallo, ciò nella speranza che il Paese possa tornare sul mercato spacciando propri titoli di stato (ultima emissione nel 2014) e ususfruire dei palliativi del Quantitative easing di Draghi. Ovvero: nuovo debito per rimborsare debito pregresso.

Quel che non si fa pur di restare nella gabbia dell'euro! 

La richiesta di Atene di voler rientrare sul mercato dei capitali è la conseguenza micidiale del sistema debitocratico e bancocratico vigente nell'Unione europea, in cui gli stati, non avendo moneta sovrana, sono costretti, per finanziarsi,  e dato che a Francoforte (Trattato di Maastricht e Statuto della Bce) è impedito di acquistare titoli di stato, tantomeno quelli greci, ad andare, col cappello in mano, dagli strozzini della finanza  speculativa globale.

Ma affinché Tsipras possa avere questa elemosina, egli deve fornire ulteriore prove di zelante rispetto delle regole del gioco neoliberiste. Gli squali della finanza non ti danno un soldo se non dimostri coi fatti di essere un loro servile cameriere.

Ma che deve fare Tsipras, oltre a tutto quello che ha già fatto, per dimostrare la sua obbedienza? Gli squali chiedono un gesti simbolico: emarginare il ministro dell'Energia, Panos Skourletis, che si oppone ad alcune privatizzazioni chiave richieste dai creditori, tra cui la vendita di una partecipazione nella società elettrica greca Dei.

La voce di una punizione per Skourletis era nell'aria a fine ottobre.

Detto fatto.

E' di ieri la notizia  che Tsipras ha deciso di fare un rimpasto di governo: 
«... per dare nuovo slancio a riforme e privatizzazioni e rilanciare la popolarità dell’esecutivo in pesante calo negli ultimi sondaggi, che vedono in forte vantaggio il partito conservatore Nea Dimokratia sulla formazione di governo di Syriza. Così venerdì sera il premier ha mandato un chiaro segnale ai mercati e ai creditori internazionali sulla volontà del suo governo di rispettare l’agenda concordata con la troika (l'Unione europea, Bce e il Fondo monetario internazionale)».
Mentre il Ministro Finanze, Euclide Tsakalotos, ben visto dai mercati finanziari e dalla Bce resta al suo posto Tsipras ha spostato il ministro dell'Energia, Panos Skourletis agli Interni, sostituendolo con George Stathakis, l’attuale ministro dell'economia.
Scrive Il Sole 24 ORE di ieri, senza peli sulla lingua, che Tsiprsa ha fatto questa mossa "Per placare i creditori internazionali che recentemente hanno accusato Atene di non fare abbastanza sul fronte delle privatizzazioni dei beni dello Stato".

Appunto!

NB

Ovviamente Panos Kammenos, capo del partito di destra dei Greci indipendenti, rimarrà a capo della Difesa.

martedì 1 novembre 2016

DOPO RENZI ARRIVA DRAGHI? di Diego Fusaro

[ 1 novembre ]

Fusaro, ragionando sulla discesa in campo di Mario Monti per il NO, avanza due ipotesi sull'eventuale dopo Renzi.
Corre l'obbligo di segnalare che da tempo, in polemica con chi riteneva che con l'arrivo del "bomba" a Palazzo Chigi si fosse aperta una..."epoca renziana", noi avevamo  scritto un paio di cosette, come dire, "profetiche", la prima nel marzo 2014 [MATTEO RENZI: IL TONFO COL BOTTO PROSSIMO VENTURO
], la seconda nel settembre scorso [DOPO RENZI LA TROIKA? La resa dei conti si avvicina]. Fusaro lascia intendere che proprio in caso di vittoria del NO le euro-oligarchie avrebbero in serbo la soluzione finale: Draghi al governo e protettorato della Troika. Messa così sembra che mandando a casa Renzi facciamo un piacere alle euro-oligarchie. Dissentiamo.
Vincendo il referendum del 4 dicembre (non dire gatto se non ce l'hai nel sacco) si apre una fase nuova, certo aperta a numerose incognite, ma pure alla possibilità di una riscossa popolare.


«Ha destato dubbi e perplessità l’outing, come usa dire, di Mario Monti: l’esponente di spicco del colpo di Stato finanziario gestito dall’Unione europea nel 2011 (e pudicamente chiamato «governo tecnico») ha asserito di votare convintamente per il no al referendum circa la riforma della Costituzione.
L’ha detto in modo fermo e inequivocabile. Senza perifrasi ed esitazioni. Come spiegare questa scelta? Perché mai Monti voterebbe no e perché mai dovrebbe rendere pubblico, con tanta enfasi, il proprio parere personale?


DUE IPOTESI DIVERSE


Avanzo due ipotesi, in maniera telegrafica ma – almeno spero – chiara. Prima ipotesi: si è ormai diffusa ai quattro venti la notizia dell’interesse apertissimo del gruppo finanziario Jp Morgan per la riforma della Costituzione.
Già nel 2013, il gruppo finanziario l’aveva esplicitato: ci vogliono «riforme» delle Costituzioni in Europa, giacché ad oggi esse sono troppo socialiste (diritti dei lavoratori, welfare state, ecc.) e, di più, costituiscono un «ostacolo» per l’economia di mercato del capitalismo assoluto. Occorre rottamarle o, appunto, «riformarle».
La notizia s’è diffusa: e ora tutti sanno che la Riforma propugnata dal Partito democratico vede quest'ultimo come servo e maggiordomo dell’interesse delle grandi banche internazionali.


UN'ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

Ecco, allora, l’arma di distrazione di massa: l’amico della finanza e dell’Unione europea Mario Monti dice che voterà no. Si chiamerebbe depistaggio, se fossimo in un giallo. Così ora i più crederanno, ingenuamente, che non è vero che questa riforma sia voluta dalla finanza.
Seconda ipotesi: Matteo Renzi potrebbe essere a fine corsa. Forse, dall’alto, gli stessi che l’hanno messo al potere stanno risolvendosi a toglierlo. O, meglio, a sostituirlo: sì, perché ormai il popolo inizia a protestare seriamente. Ormai il popolo ha capito chi è davvero Renzi e cosa è davvero il Pd. A tal punto che, come a Palermo l’altra settimana, occorre ricorrere al manganello per contenerne gli impeti oppositivi.

SE RENZI CADE, DRAGHI L'ALTERNATIVA 

Ecco, allora, la nuova soluzione: togliere Renzi e sostituirlo con un nuovo maggiordomo della finanza, con un nuovo servitore dei signori neofeudali del globalismo. Di modo che, per un po’, non vi siano più proteste: almeno fino a che il popolo non torni a capire come realmente stanno le cose. E, da lì, si proceda a una nuova sostituzione.
Se questa seconda ipotesi fosse vera, chissà che il sostituto di Renzi non possa essere, prossimamente, Draghi? Così ci troveremmo direttamente con la Troika in casa. Modello Grecia1.

venerdì 23 settembre 2016

DOPO RENZI LA TROIKA? La resa dei conti si avvicina di Moreno Pasquinelli

[ 23 settembre ]

«Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica».

Sono molte, ed evidenti, le analogie tra Renzi e Berlusconi. Prima fra tutte è l'ostinazione a raccontare fanfaluche. Montanelli disse un giorno del Cavaliere che era un inguaribile "piazzista", imbattibile nel vendere patacche spacciandole per mercanzia di primissima qualità. Si capisce dai suoi atteggiamenti spavaldi come Renzi si ritenga ancor più abile di Berlusconi. In questa sua pretesa, inversamente proporzionale alla sua statura politica, egli fa addirittura tenerezza. 

Prendiamo la narrazione renziana di come vanno le cose nell'Unione europea. Vanno esattamente all'opposto di come il "bomba" ce le ha raccontate solo fino a pochi giorni fa. Egli ci diceva che la Brexit avrebbe reso l'Unione europea più forte e con un ruolo centrale dell'Italia. Ci diceva che Hollande era oramai conquistato alla causa della fine dell'austerità. Ci diceva che a Ventotene era sorto un "nuovo direttorio a tre con Germania e Francia".

Il summit di Bratislava ha polverizzato come scemenze queste pretese e Renzi se n'è tornato a casa con le ossa rotte. Di più, Bratislava ha mostrato —in barba a chi vaneggia un rafforzamento della Ue—quel che andiamo dicendo da tempo: l'accelerazione del processo di disgregazione dell'Unione europea.

Allo stesso modo di Berlusconi, che fino all'ultimo negò che il Paese fosse dentro una gravissima crisi economica, il "bomba" tenta disperatamente di convincere gli italiani che "siamo usciti dal tunnel".

Puoi raccontare finché vuoi che splende il sole (che l'economia italiana non è in inarrestabile depressione), ma quando sopraggiunge la pioggia, si apre l'ombrello e l'imbroglione viene preso a calci nel culo.

Il distacco tra la narrazione renziana e la realtà è talmente evidente che è presumibile che l'impostore faccia la stessa fine del suo mentore: spazzato via. Con una differenza non da poco: mentre Berlusconi venne defenestrato da una congiura di Palazzo, Renzi sarà mandato a casa dal voto dei cittadini grazie al suo stesso referendum costituzionale. Nel primo caso i poteri forti si tennero ben stretti il pallino in mano, ed infatti misero il vampiro Monti in sella. Questa volta, con la auspicabile vittoria dei NO, i poteri forti, tutti schierati per il SÌ, sarebbero battuti assieme al loro pupillo fiorentino, resterebbero spiazzati. Che abbiano in serbo un loro piano di riserva non ne dubitiamo. Quale? Non è escluso l'arrivo della troika, per stringere i bulloni del vincolo esterno, del regime di protettorato.

Nel marzo del 2014, su questo blog, scrivevo:

«Se Renzi fallisce, e ci sono molte probabilità che ciò accada (Nun 'gna fa, nun 'gna fa!, direbbe il comico), la Troika è in agguato. La macchina del capitalismo predatorio, forte del consenso tedesco, della Bce e dei tecno-oligarchi di Bruxelles, si giocherà l’ultima carta a sua disposizione per salvare la moneta unica moribonda (la cui fine darebbe un colpo fatale all’intera baracca del capitalismo-casinò). Ricorrerà dunque, visti che i vari tentativi posti in essere ad ogni livello sono stati sin qui inefficaci, all’arma di distruzione di massa, quella di sottoporre il Paese al dominio diretto della Troika». [Matteo Renzi: il tonfo col botto prossimo venturo]
Cosa mi spingeva a questa conclusione? Gli euroligarchi, per nome e per conto della grande finanza capitalistica mondiale tutta, non molleranno la presa, non vorranno perdere il comando sull'Italia, che se lo perdessero sarebbe la fine subitanea dell'Unione europea e della moneta unica. Resto della medesima opinione. 

Beninteso, quando parlo dell'arrivo della troika non penso che metteranno, che so, Jeroen Dijsselbloem a Palazzo Chigi. Come fu con Monti troveranno un'altra marionetta con passaporto italiano. E gli apriranno la strada facendo saltare il sistema bancario italiano, e forse speculando nuovamente sul debito pubblico (spread), o con una combinazione terroristica dei due fattori.

Ma allora sorge la domanda: cosa accadrebbe se, dopo tre governi fantoccio messi sù in barba ai desiderata della maggioranza dei cittadini, i poteri forti tentassero di aggirare e neutralizzare la vittoria dei NO? Se quindi, con un nuovo golpe bianco, provassero ad impedire al popolo la facoltà di decidere da chi vogliono essere governati?

Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica.

Ognuno che abbia sale in zucca e coraggio politico si adoperi affinché accada la seconda che ho detto.








venerdì 27 maggio 2016

COSA C'È DIETRO AL NUOVO PIANO DI SALVATAGGIO DELLA GRECIA di Stavros Mavroudeas*

[ 27 maggio ]

Ciò che non vi dicono sulle recenti misure promulgate dal governo Syriza e sul dissidio USA Unione Europea.


Il nuovo accordo voluto dell'Eurogruppo sul nuovo Piano di salvataggio per la Grecia è un altro palese atto d’ipocrisia delle potenze dominanti dell'Unione europea, dei loro partner-concorrenti del FMI (leggi: Stati Uniti) e del governo greco di SYRIZA.

Il nuovo accordo è un compromesso soggetto ad un continuo braccio di ferro tra gli Stati Uniti (attraverso il suo braccio del FMI) e l'Unione europea.

In modo congiunto, la UE e gli USA hanno obbligato l'ormai fatiscente (a causa della rabbia della gente) governo SYRIZA a capitolare alle politiche di austerità della troika così come incapsulate nei tre Programmi di aggiustamento economico per la Grecia. Questi programmi hanno aggravato la depressione dell'economia greca, causato un immiserimento dilagante del popolo e ampliato il controllo dei capitali occidentali sull'economia greca. In questo gioco gli Stati Uniti hanno avuto apparentemente un ruolo di secondo piano etero-pilotando l’incompetente e opportunistico governo SYRIZA nei suoi negoziati maldestri con la UE. In effetti, gli Stati Uniti hanno da un lato utilizzato la Grecia per indebolire l'Unione europea (per i propri scopi e interessi geopolitici) e, dall'altro, appoggiato la UE al fine di imporre l'austerità e il controllo straniero sull'economia greca.

Una volta che Usa e UE avranno realizzato l’obiettivo comune di imporre alla Grecia l'austerità e una volta ottenuta la ristrutturazione economica antipopolare, a quel punto, i due partner si scontreranno sui termini e le conseguenze della riduzione del debito necessaria per la Grecia.
La riduzione del debito è necessaria perché il programma di aggiustamento economico della troika per la Grecia è impraticabile e il debito greco è insostenibile. Del resto, pochi giorni fa, proprio il FMI, nella sua recente valutazione preliminare della sostenibilità del debito, aveva accettato questa conclusione.

Sulla questione del debito USA e UE hanno posizioni opposte e interessi in conflitto. Gli Stati Uniti vorrebbero un taglio profondo del debito perché questo: (a) aiuterebbe la loro economia —la riduzione della leva finanziaria [deleveraging] dell'economia mondiale alle spalle della UE  ed un nuovo taglio sul debito [haircut] interesserebbe principalmente i prestiti ufficiali e inter-statali della UE alla Grecia)—e, (b ) indebolirebbe la UE nella sua sfida egemonica globale agli USA.
D'altra parte la UE (e in particolare la Germania) teme un taglio del debito e concederebbe solo una parziale rinegoziazione del debito (ed esempio un'estensione della scadenza dei prestiti greci e, possibilmente, un abbassamento degli interessi), ciò che renderebbe il servizio del debito (ma non il debito) valido.

In questo braccio di ferro tra gli Stati Uniti (attraverso la sua protesi del FMI) e l'Unione europea i primi hanno minacciato di lasciare il Programma di aggiustamento economico, lasciando così la Germania da sola ad affrontare il problema greco. Per evitare questo la Germania ed i suoi più stretti alleati hanno offerto un miope compromesso: una tabella di marcia per una possibile rinegoziazione del debito. In parole povere, hanno offerto alcune idee vaghe su una metodologia (misure a breve termine, medio termine e lungo termine) per rinviare il problema se il Programma di aggiustamento economico greco continuasse a fallire. Alla fine, Stati Uniti e UE si sono trovati d’accordo su questo difficile e traballante compromesso, perché nessuna delle due parti ha voluto spingere le cose fino all'estremo; un compromesso obbligato anche per sventare la Brexit, che entrambi temono.

Il governo opportunista e incompetente governo SYRIZA è uno spettatore passivo in questo braccio di ferro. Esso ha tradito le sue dichiarazioni anti-austerità e capitolato senza condizioni alla troika. Pochi giorni fa ha promulgato una nuova serie di misure di austerità barbariche e di scandalosa svendita dei beni dello Stato a compagnie straniere. La sua popolarità si va sgretolando rapidamente e l’unico scopo di SYRIZA è quello di restare aggrappati al governo.

I risultati di questo nuovo accordo di salvataggio saranno altrettanto infausti come quelli precedenti. Le nuove misure di austerità approfondiranno ulteriormente la recessione. Le nuove misure che il servile e incompetente governo SYRIZA ha deciso introducono un meccanismo automatico (chiamato 'taglio') per cui, se il programma non fosse rispettato nelle sue tappe, saranno effettuati nuovi tagli alla spesa pubblica (e, soprattutto, dei salari e delle pensioni). Infine, se questo meccanismo del 'taglio' fallisse entrerebbe in vigore il meccanismo previsto dalla rinegoziazione del debito. Si deve però rilevare che questo meccanismo della rinegoziazione è al momento del tutto vago e sarebbe  discusso nel 2017.

L'accentuazione della depressione greca aumenterà la rabbia e la frustrazione popolari. L'Unione europea, il governo SYRIZA e lestablishment politico-economico greco (visto che l’opposizione nonostante il suo piagnisteo opportunistico in parlamento è un alfiere del Programma di aggiustamento economico) si troveranno ad affrontare questa rabbia crescente ed a pagarne le conseguenze.

25 maggio 2016

* Stavros Mavroudeas, Professore di Economia politica Università di Macedonia, Grecia
** Traduzione a cura della redazione

lunedì 16 maggio 2016

GRECIA: SU 215,9 MILIARDI DI "AIUTI" SOLO 9,7 SONO FINITI AD ATENE di Ettore Livini

[ 16 maggio ]

Ecco in cosa è consistito il "salvataggio" della Grecia da parte della Troika. La capitolazione di Tsipras: parlano i numeri.

«Il copione della crisi greca si avvicina all'ennesimo showdown (palcoscenico l'Eurogruppo del 24 maggio) con una novità e una certezza. La novità è che per la prima volta si parlerà - Germania permettendo - di riduzione del debito ellenico, come l'Fmi chiede da mesi. La certezza è che comunque vada a finire la trattativa sullo sblocco della nuova tranche di aiuti necessaria per evitare il default, il destino di quei soldi - come tutti quelli prestati finora ad Atene - è segnato: buona parte torneranno a stretto giro di posta nelle tasche dei creditori mentre sotto il Partenone rimarranno solo le briciole.
I calcoli precisi al centesimo li ha fatti la Scuola Europea di Tecnologia e Management di Berlino, un gruppo di ricercatori tedeschi (al di sopra quindi di ogni sospetto) che ha aggiornato la contabilità del presunto salvataggio ellenico con un risultato sconfortante: dei 215,9 miliardi garantiti fino ad ora da Ue, Bce, Esm e Fmi, solo 9,7 sono finiti davvero nelle casse dello stato, meno del 5% del totale.

Lo studio degli analisti è teutonicamente chirurgico. Hanno preso ogni singolo stanziamento, hanno esaminato che fine ha fatto ogni euro pagato. E sono arrivati sempre alla stessa conclusione: quasi tutto il tesoretto girato alla Grecia fino ad oggi è rimasto sotto il Partenone solo per pochi minuti per poi tornare al mittente: ben 86,9 miliardi sono stati utilizzati per onorare i debiti con l'ex Troika, 52,3 miliardi sono finiti in interessi sul debito (vale a dire di nuovo ai "soliti noti"), 37,3 miliardi sono serviti a saldare alcuni arretrati dello Stato e 29,7 a ricapitalizzare le banche. Ai cittadini ellenici, alla fine, sono rimasti solo i famigerati 9,7 miliardi, l'unico sostegno reale utilizzato per far funzionare meglio la macchina dello Stato e lenire gli effetti della crisi sulla pelle della gente.



Il terzo piano di aiuti finanziari firmato lo scorso luglio, se possibile, sarà ancora meno generoso: degli 86 miliardi stanziati, nelle casse dell'esecutivo rimarranno solo 300 milioni. Quasi 60 miliardi torneranno come un boomerang alla Troika per rimborsare l'esposizione esistente e 25 miliardi sono stati utilizzati di nuovo per puntellare gli istituti di credito. Nel gigantesco salvataggio di Atene, è la morale del rapporto tedesco, c'è molto più fumo che arrosto. E i risultati sono chiari: si sono salvate le banche estere (francesi e tedesche su tutte) che nel 2010 hanno girato tutta la loro esposizione al mercato, si sono salvaguardati gli interessi della Troika che fino ad oggi ha riscosso tutti i propri crediti con puntualità ma non si sono certo fatti favori particolari alla Grecia.

Il beneficio reale per il paese - oltre ai 9,7 miliardi rimasti in cassa dai due memorandum - sono gli "sconti" sugli interessi garantiti dalla ristrutturazioni di tassi e scadenze del debito. Un pacchetto che secondo Klaus Regling, numero uno del Fondo di stabilità europeo, vale qualcosa come 8-9 miliardi di risparmi l'anno. La cura lacrime e sangue imposta al paese come condizione per ottenere questi aiuti non ha tra l'altro dato i risultati sperati. Il governi ellenici, va detto, non hanno brillato nel rispetto degli impegni presi. Ma tanto il Fondo monetario che la Ue sono stati costretti ad ammettere che la terapia a base d'overdose d'austerity - invece che risolvere la crisi - ha fatto peggiorare lo stato di salute del paziente. I numeri parlano da soli: Atene ha bruciato il 25% del pil in sei anni, la disoccupazione è al 24%, il debito è passato dai 305 miliardi del 2012 (il 160% del Pil) ai 311 di oggi (177%) e l'economia stenta a decollare. Senza un deciso taglio dell'esposizione, è la conclusione degli studiosi tedeschi, la concessione di nuovi aiuti destinati solo a tornare ai creditori è un modo di prolungare l'agonia del paese senza salvarlo».


giovedì 5 maggio 2016

PIÙ DEL 95% DEI “SALVATAGGI “ DELLA GRECIA SONO FINITI IN TASCA ALLE BANCHE

[ 5 maggio ]

Il sito Press Project ci aiuta a ribadire un concetto che ogni tanto pare sfuggire nel dibattito europeo. I soldi usati da UE e FMI per i “salvataggi della Grecia” sono serviti quasi unicamente a salvare le banche greche e le loro creditrici, ossia quelle del centro Europa (Francia e Germania). I contribuenti europei hanno salvato incauti istituti di credito privati, secondo il solito schema della socializzazione delle perdite, a fronte della privatizzazione dei profitti e degli stipendi del top management.

La “European School of Management and Technology” (scuola europea di gestione e tecnologia ndVdE), dopo aver analizzato i primi due programmi di salvataggio della Grecia, ha concluso che più del 95% dei 215,9 miliardi di euro usati per pagare i vecchi debiti, sono serviti a pagare interessi e a ricapitalizzare le banche greche.
Secondo Handelsblatt , questa nuova ricerca prova che meno del 5% dei soldi ricevuti dalla Grecia nell’ambito dei due programmi di salvataggio sono in effetti finiti nelle casse dello stato. La European School of Management and Technology ha sede a Berlino, fondata da 25 compagnie e istituzioni globali.

“I pacchetti di aiuto sono stati usati anzitutto e per la maggior parte per salvare le banche europee” ha detto il presidente dell’ESMT Jörg Rocholl, “I contribuenti europei hanno salvato gli investitori privati”, ha aggiunto.
Solo 9,7 miliardi di euro della somma totale sono finiti davvero nel budget statale, ossia meno del 5% mentre, per il resto, 86,9 miliardi sono serviti per restituire i debiti e 52,3 miliardi per pagare interessi.
37,3 miliardi di euro totali di aiuti sono stati usati per salvare le banche greche, che hanno perso all’incirca il 98% del loro valore di mercato rispetto al 2013.
Lo scorso anno la Grecia ha ricevuto un altro programma di aiuti dai paesi membri dell’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) di circa 90 miliardi di euro. Durante le scorse settimane, la Grecia ha faticato a completare la prima revisione del terzo salvataggio, necessaria per ricevere la trance successiva di aiuti necessaria a pagare i suoi debiti a Luglio. I creditori internazionali, e specialmente il FMI, si sono impuntati sostenendo che la Grecia deve impegnarsi in un ulteriore giro di austerità, rispetto a quanto già sottoscritto lo scorso anno per poter partecipare al programma di aiuti.

martedì 26 aprile 2016

DISASTRO TSIPRAS: IL FRUTTO DEL TRADIMENTO di Emmezeta

[ 26 aprile ]

«Volete galleggiare ancora un po'? Bene, è giunta l'ora dell'austerità preventiva». Queste le condizioni poste dalla troika al governo greco. Ecco il risultato della capitolazione del luglio scorso.
Non è un secolo fa. Nel gennaio 2015 Syriza era andata al governo promettendo la fine dell'austerità. Pochi mesi di incertezza ed è arrivata la clamorosa capitolazione di luglio. Allora Tsipras e gli tsiprioti d'ogni dove dissero che in fondo si era evitato il peggio: l'austerità sarebbe stata limitata e resa più "equa", mentre il debito sarebbe stato finalmente ristrutturato. E' con queste balle che la logica del meno peggio ha consentito a Syriza di vincere le nuove elezioni di settembre. Arriviamo così all'oggi, al nuovo ultimatum della troika: «Volete galleggiare ancora un po'? Bene, è giunta l'ora dell'austerità preventiva». In quanto al debito, niente riduzione del suo valore nominale, dato che Berlino non vuole.

La trattativa è in corso e l'accordo pare vicino. L'ultimatum lanciato dall'Eurogruppo e dal Fmi scade mercoledì, in vista di una firma che molti danno per certa giovedì 28 aprile. Se un rinvio di qualche giorno è ovviamente possibile, dubbi non sembrano esserci sui contenuti  della nuova intesa tra il governo greco ed i suoi creditori: una nuova stangata antipopolare su pensioni, tagli di spesa, aumento delle tasse.

L'importo complessivo della manovra è pazzesco: 3 punti di Pil, un punto ciascuno sulle voci di cui sopra. Per rendersi conto di quel che si tratta, è come se in Italia si facesse una finanziaria da 48 miliardi, tagliandone 16 alle pensioni ed altrettanti al resto della spesa pubblica, aumentando nel contempo le tasse di altri 16 miliardi. Questo dopo anni di austerità, con l'economia nuovamente in recessione dall'ultimo trimestre 2015, con una disoccupazione risalita al 24,4%.

Pensate che sia troppo? A Bruxelles ed al Fmi pensano che sia ancora troppo poco. Alla Grecia si chiede di arrivare ad un avanzo primario del 3,5% nel 2018. E se questo non avvenisse? In questo caso i creditori chiedono delle misure preventive, che a quel punto entrerebbero in vigore automaticamente nella misura di un ulteriore 2% del Pil. 

La trattativa si svolge sostanzialmente su quest'ultima richiesta, che sul pacchetto di misure immediate l'accordo quasi c'è: «Siamo vicini a un accordo su molti aspetti chiave (...) Il livello di collaborazione tra le parti è forte e produttivo», ha detto il presidente dell'Eurogruppo Dijsselbloem.

Sul 2% di austerità preventiva il ministro delle Finanze Tsakalotos abbozza un qualche freno, dicendo che: «la legge greca non consente di approvare in parlamento misure preventive». Più che una vera resistenza, il solito tentativo di salvare la faccia. Così Vittorio Da Rold sul Sole 24 Ore: «In effetti si tratta di trovare una forma giuridica che consenta a Fmi ed europei di essere rassicurati, senza andare contro il diritto nazionale greco che non prevede misure capestro di questa natura».  

Insomma, da una parte la sostanza - la garanzia ai creditori - dall'altra la forma, per consentire a Tsipras e compari di non sputtanarsi troppo. 

E il debito, il famoso debito che doveva essere tagliato, come rassicuravano gli tsiprioti d'Italia che mesi fa scrivevano tanti articoli come se avessero loro le forbici in mano?

Ecco, parrà forse strano a costoro, ma anche stavolta l'ha avuta vinta Berlino. «I ministri sono d'accordo per escludere il taglio nominale del debito», ha detto Dijsselbloem. Certo - tanto quel debito alla fine non potrà mai essere ripagato - si accetteranno forse altre misure, come l'allungamento delle scadenze, la riduzione dei tassi, magari nuovi periodi di "grazia". Ma il taglio nominale no, perché la legge dell'euro può ammettere perdite, ma non la violazione dei "principi" sui quali si fonda il sistema eurocratico.

Ricapitoliamo: 1) l'austerità continua e si intensifica; 2) il laccio al collo della Grecia si stringe sempre di più; 3) in quanto alla "ripresa", ed alla diminuzione della disoccupazione, meglio non parlarne, dato l'effetto catastrofico delle nuove misure; 4) il debito resta lì nella sua imponenza, e nel 2016 è previsto in aumento di 6 punti di Pil, dal 179 al 185%!

Ecco il capolavoro di Tsipras! Un autentico massacro sociale frutto del tradimento di luglio. E qui apriamo una breve digressione. Siamo tra quelli che tendono a non usare la categoria del "tradimento" in politica, ma in questo caso - visto l'uso che Tsipras ha fatto dell'enorme successo del NO al referendum del 5 luglio - siamo costretti a fare un'eccezione.

Quello del capo di Syriza è stato un autentico tradimento. E per cosa, poi? L'austerità viene addirittura intensificata, la democrazia uccisa dal commissariamento del Paese, l'equità calpestata, basti pensare che il governo di Atene ha già accettato di abbassare di nuovo la soglia di reddito esentasse, colpendo ancora una volta i più poveri.

Tutto questo per che cosa? Per rimanere nell'euro, per restare cioè al guinzaglio di una banda di aguzzini che si riunisce periodicamente a Bruxelles. 

Sindrome di Stoccolma? No, questa può funzionare al massimo con qualche individuo, e non sarebbe comunque una giustificazione. Qui siamo di fronte ad un governo, un partito, un ceto politico che a questo punto porta per intero e senza attenuanti la responsabilità politica di aver condotto un intero popolo al disastro. E, peggio, di averlo fatto proprio nel momento in cui quello stesso popolo gli aveva dato la forza per rompere la gabbia. 

Che stiano pure aggrappati alla loro ridicola sedia governativa, dalla quale non fanno altro che ritrasmettere gli ordini ricevuti dai loro burattinai euro-atlantici. Possono restarci ancora per un po', ma il giudizio della storia sarà per loro tremendo e senza appello.

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