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venerdì 14 giugno 2019

CARL SCHMITT O MACHIAVELLI? di Eos

[ venerdì 14 giugno 2019 ]

Ci eravamo già occupati del pensiero di Carl Schmitt nel novembre scorso, — Carl Schmitt tra bolscevismo e fascismo. Sull'importanza di Machiavelli Eos era invece intervenuto con Machiavelli e la politica italiana. In occasione del seminario  I fondamenti filosofici della politica: Machiavelli, Croce e Gramsci,  salì la domanda di mettere a confronto il pensiero politico del Machiavelli con quello del giurista tedesco.



*  *  *

Io sono Marxista rivoluzionario!"
Carl Schmitt, Lettera a P. Schiera, 15 novembre 1979

La miseria di Machiavelli consiste nell’ambiguità implicita nel fatto stesso di parlare del potere, di farlo cioè oggetto della chiacchiera. Il potere è e rimane mistero
Carl Schmitt 24.11.1947

 

*  *  *


Schmitt affronta in differenti contesti ed analisi l’orizzonte di pensiero del Machiavelli, tra queste fasi si può però senza dubbio identificare un nucleo comune.

I saggi fondamentali del Nostro, da quelli sulla “teologia politica” a quello su Hobbes del 1938, per finire al “Glossario” e oltre confermano questa interpretazione.

Si può infatti affermare che la radice schmittiana della statualità e della politica moderne sono di evidente ascendenza hobbesiana, ed in minor parte hegeliana,  all’origine dunque del giuspositivismo tecnico e poi del decisionismo, antagonista del primo. Giusnaturalismo e giuspositivismo vengono superati come astrazioni storiche ed ideologiche rispetto al criterio ermeneutico di legittimità e legalità, che Lenin per primo, secondo Schmitt, avrebbe imposto nella prassi politica novecentesca. Machiavelli è così considerato, esplicitamente, estraneo da Schmitt alla politica ed alla statualità moderne, sia di fronte all’irruzione, ben preventivata da Hobbes, dello Stato macchina sia di fronte all’oggettivazione tecnicistica del razionalismo giuridico. F. Bacon finisce per essere addirittura più machiavelliano del Cancelliere fiorentino (Cfr. "Glossario", p. 256).

Schmitt analizzò la visione mitica machiavellica, identificata contestualmente, dopo l’affermazione del fascismo in Italia, nella teoria politica di Sorel; da qui l'identità rilevata dal giurista di Mussolini quale Machiavelli del ‘900, in quanto prassista della pura politicità che vince sul moralismo astratto e sull’economicismo, ma Machiavelli non può, nel nomòs schmittiano della terra, in verità contribuire alla “salvezza” rispetto ai meccanismi disumani ed alienanti del potere moderno. Il potere statuale politico moderno sarebbe misterioso e anti-umano e nella originaria forma e nell’artifizio barocco che lo contraddistingue: a Machiavelli sfuggirebbe perciò completamente l’omogeneità sostanziale tra potere e autodifesa dalla morte, in quanto il sovranismo decisionale dello Stato macchina rappresenterebbe proprio l’apertura sulla facciata ultimativa della morte e tutto ciò non sarebbe sfuggito invece a Hobbes, autentico pensatore drammatico e barocco. Il Cancelliere di Firenze non avrebbe compreso la dimensione ontologica vitalistica e “darwinistica” del potere politico post-medioevale basata sul nesso tra sovranità, vitalità o morte dell’individuo da un lato e protezione dal caos dall’altro. Di conseguenza, a differenza di Hobbes, non avrebbe potuto ben identificare la sostanza della teologia politica dei nostri tempi, fondata sulla connessione tra decisione e rappresentazione. Quando Schmitt parla di rappresentazione intende la rappresentazione barocca, la oggettività artificiale che dal Settecento in poi la critica individualistica avrebbe corroso, con il risultato di liberare il nucleo anti-umano del potere, prima domato dallo Stato. Machiavelli sarebbe dunque, agli occhi di Schmitt, un pensatore “troppo umano” del potere immediato, aperto, naturale, non cogliendo il mistero secondo cui è il potere a comandare sul potente e, normativisticamente, sullo stesso politico.

Schmitt non è quindi quel teorico della “regolarità del politico” che Miglio credette di vedere ma è il teorico e l’apologeta del “politico d’eccezione”. Lenin è così l’unico protagonista della “legittimità rivoluzionaria”; grazie a Lenin, ogni efferatezza è giustizia nel nome della rivoluzione, l’imperialismo assume il carattere di lotta di liberazione antimperialista e ogni disumanità può divenire una etica al servizio dell’umanità superiore, che si afferma sul campo nel massimo agonismo leninista: la guerra civile come guerra rivoluzionaria e la guerra rivoluzionaria come guerra politica globale del Partigiano, ultima sentinella dello spirito politico della terra. Schmitt recupera in tal senso la profonda lezione giacobina del Robespierre dal quale espelle come non essenziale e anche falsificatore il presunto ideologismo democratico-repubblicano-egualitario con cui si sono lavati scioccamente la bocca progressisti e rivoluzionari. In ballo c'è invece il principio della legittimità politica sulla legalità astratta, ben oltre progresso, diritti e democrazia. Ne "Il Glossario", come nei suoi geniali scritti sulla guerra civile francese, egli ha peraltro modo di rilevare l'hegelismo intimo di una pratica politica la quale, orizzontandosi conformemente allo spirito del tempo, non solo porterà Hegel a Mosca e non in Occidente, o il troppo umanista e immanentista Machiavelli a guidare la Roma mediterranea fascistizzata ma vedrà addirittura in Metternich il simbolo massimo del nichilismo politico, del suicidio storico legittimistico monarchico di fronte alla tensione politica massimamente concentrata nella figura di un Robespierre, l'autentico rex, ben più che in quella del Bonaparte, privo quest'ultimo della adeguata legittimità politica.

Sempre grazie a Lenin, nel mondo moderno il monopolio della legittima è nell' Oriente bolscevico e maoista, e l’Occidente non si sarebbe nemmeno accorto della distinzione tra legalità e legittimità: “Gli anglosassoni e la Chiesa cattolica non conoscono né praticano ancora questa distinzione”, scrive Carl Schmitt il 30 luglio 1948.

L’elemento fondamentale in questione, forse non ben considerato dai critici, almeno sino alle conseguenze ultime, radicali, è che la concezione teopolitica decisionistica schmittiana è di schietta derivazione leninista. La “fascinazione” schmittiana è tutta per Lenin e la Rivoluzione russa, non per Mussolini neo-machiavellico e per la sua “rivoluzione” conservatrice soreliana, come si credette sino a poco tempo fa. L'evidenza gioca ormai a favore di tale ermeneutica.

Il termine “fascinazione” riferito al marxismo leninismo ricorre più volte nelle pagine schmittiane e più volte, dopo il 1945, Schmitt si dichiarò un “politico marxista rivoluzionario” vedendo nel Partigiano leninista o maoista lo spirito di Clausewitz reincarnato.

Al di là degli aspetti congiunturali, esiste evidentemente una sin troppo evidente parentela tra la teologia politica neo-hobbesiana di Schmitt e l’azione storica di Lenin, rappresentato con un giudizio espresso durante la guerra fredda come “il più consapevole tra i politici contemporanei”, proprio sul piano della qualità e sulla intensità della lotta politica.

Lenin e Schmitt hanno non a caso una medesima idea della politica, concepita sull’assolutizzazione pratica del concetto di nemico:

«Lenin fu il primo a convincersi che il partigiano era una figura decisiva della guerra civile nazionale e internazionale e che cercò di trasformarlo in strumento efficace… Si tratta di una nuova definizione del concetto di “nemico” e “ostilità”, già esaminato nello scritto Che fare. Il modo di separare l’amico dal nemico è la cosa essenziale poiché definisce non solo il tipo di guerra ma anche quello di politica. Solo la guerra rivoluzionaria è per Lenin la vera guerra, poiché si fonda sull’assoluta ostilità».
La concezione del mondo schmittiana è perciò il polo teorico del prassismo leniniano: nemico assoluto, politica senza limiti, guerra totale in quanto legittima. Il teorico stesso, che percorre questa direzione, si espone, la sua impresa diventa anche questa un elemento di prassi e lotta politica. Il concetto di amico/nemico è parzialmente ripreso da Alamos de Barrientos (1555-1640), un teorico dello Stato che fu a sua volta influenzato da Machiavelli. L’adesione di Schmitt al nazionalsocialismo non è dunque, con una tesi che ancora va per la maggiore, l’adesione di un teologo politico cattolico-conservatore che vuole “fascistizzare” il movimento hitleriano, tutt’altro invece se si pensi al sabotaggio intellettuale operato su tutta la linea dalla frazione di “sinistra” dello Stato “corporativista” fascista verso l'ingresso del pensiero politico schmittiano in Italia o, anche, qualora si pensi al fatto che Schmitt dette il semaforo verde giuridico, teorico all’annientamento della corrente forse più fascisteggiante e “socialista nazionale” delle SA (Sturmabteilung) nella famosa “Notte dei lunghi coltelli”, ma è viceversa l’adesione dell’intellettuale  a un regime che secondo lui può far rinascere una Germania in cui il principio di legittimità si affermi su quello di legalità. E' quindi il teologo politico che cerca il suo “Cromwell” o il suo “Lenin” tedesco, non il suo Mussolini, di cui Schmitt, apologeta del miracolo politico basato sull’eccezionalità strategica deve per forza rigettare appunto la pur grandiosa normalità e regolarità tatticistica sino a negarne il medesimo orizzonte ultimo ideologico, di pretto taglio sindacalistico rivoluzionario.

Di tale istanza originaria schmittiana si ha peraltro traccia nei Colloqui a Norimberga, dove non solo traspare tutta la delusione verso l'Hitler “mediocre politico” e debole statista ma anche l’ammirazione integrale, o meglio di nuovo la fascinazione autentica verso l’Ottobre rivoluzionario rosso, rispetto ad una rivolta anch'essa potenzialmente universalistica quale quella fascista italiana, che sarebbe stata però fuori gioco proprio per il suo spirito umanistico mediterraneo.

Possiamo oggi dire che il giudizio schmittiano su Machiavelli è realistico?  Vi è di certo una differenza sostanziale tra la visione schmittiana e quella machiavellica. Schmitt, di formazione cattolica, poi folgorato dal comunismo rivoluzionario di Lenin, si può considerare un monista puro. 


Sia la forma politica del cattolicesimo romano, sia il concetto di Catechon, sia la visione cosmo storica basata sulla centralità del partigianesimo leninista, nella concezione del teorico tedesco, ci dicono che il formalismo metafisico barocco tende comunque a assumere nel suo universo un carattere assoluto e primario. In Machiavelli, viceversa, con il suo realismo umano troppo umano, rimproveratogli dallo Schmitt, il politico e lo statista sono feriti, lacerati dalle tragiche antimonie della realtà. Le pagine più importanti del simbolismo politico statuale del Cancelliere di Firenze sono proprio quelle dedicate alla figura del Centauro, ossia di Chitone, precettore di Achille. L’umanesimo tutto politico machiavelliano rompe e dissolve il precedente paradigma umanistico e neoplatonico del principe maestro di virtù e magnanimità; il principe machiavelliano vive, lui per primo, delle e nelle contraddizioni umane ed è continuamente esposto alla situazione più ferina di tutte, la guerra, deve saper simulare e dissimulare e i suoi comportamenti richiamano, di contro al decisionismo hobbesiano-schmittiano basato sul miracolo dello stato d'eccezione permanente, quel senso di misura che i politici dell’antica Grecia acquisivano con una lunga prassi. Nel divenire eracliteo della realtà, il principe machiavelliano dovrebbe manifestare duttilità metodica nella comprensione dell’evento e flessibilità pragmatistica nella rapida esecuzione di attuose virtù. Non esiste la purezza della vittoria adamantina, nel principe, non esiste l’annientamento del nemico, poiché realisticamente una guerra o un conflitto politico portano con sé rivalse e sensi di vendette, dunque l’élite dominante dovrebbe essere soprattutto in grado di temperare i poli antagonisti per il bene dello Stato, il centro totale dell’orizzonte del Segretario fiorentino. Senza dimenticare che nel "turbamento" machiavelliano, amico e nemico spesso si confondono in un gioco altrettanto misterioso di quello del potere di Schmitt, se non più, nei concetti pratici di alleato/avversario primario/avversario temporaneo.

La visione del mondo  etico-politica machiavelliana è basata sul principio immanentista della metamorfosi, quella di Schmitt su quello trascendente e escatologico. Se abbiamo veduto quale è la critica schmittiana al principe machiavelliano, possiamo immaginare quale possa essere la critica machiavelliana al decisionismo catechontico con la sua mistica del potere assoluto: utopismo, trascendentismo aumano sia esso rivoluzionario leninista o cattolico o globalista tecnocratico, ideologismo strategico assolutista in cui dilegua ogni soluzione realistica tattica.

Niente, nella prassi politica machiavelliana, è così liscio e lineare da non essere ferito, contaminato da tensioni di segno opposto. La politica è il regno della tensione o del conflitto anche quando sembrerebbe morto, definitivamente, il “nemico”: bene, male, luce, tenebre si compenetrano di sostanze e poli contrapposti e simili. Se in Machiavelli riemergono i tratti caratteristici, mutatis mutandis, di un Sun Tzu, la continuità tra il prussiano Clausewitz, a cui non a caso Lenin dedicò un libro di massime strategiche politiche e militari, e Schmitt non è in discussione.

La politica, la grande politica del Cancelliere di Firenze, ben diversa da quella schmittiana, ed anche antagonista a questa, non agisce in un solo dominio, dove si possa far filtrare la luce positiva e criptare quella negativa, poiché non esiste in terra, ne può esistere, il paradiso né il Catechon di oggi può essere quello di domani o lo dovrà essere per forza.

Il comunismo novecentesco tutto, abbeveratosi alla fonte della lezione di Lenin, fu escatologico e apocalittico, una secolarizzazione religiosa  come intuì il Berdjaev nella sua mirabile sintesi. Lenin fu stratega, che forse troppo tardi tentò di declinare nella tattica pura il tesoro rivoluzionario conquistato con grande fatica. Unico esempio di prassi comunista machiavellica, in una eroica controtendenza rispetto al clima generale, fu invece rappresentato dall'ideologia italiana di Palmiro Togliatti basata sull'addestramento politico da guerra tattica di Posizione. Socialismo più Machiavelli, ma più machiavellismo che socialismo, poiché al socialismo togliattiano si può pervenire solo per la via di Machiavelli. L'assoluto "realismo della politica" come è stato definito in un recentissimo libro, di Gianluca Fiocco, il percorso di Togliatti.    

Fu la grande tradizione politica del realismo italiano che permise a Palmiro Togliatti di operare tenendo sempre al centro la machiavelliana metis.  

Virtù politica, massima tra le umane virtù, frutto e sintesi di una scuola dura e eroica ben più di una guerra guerreggiata. Guerra intensa e arida di Posizione da cui sbocciò un fronte popolare rivoluzionario anzitutto italianista e patriottico, non sovietico né capitolazionista; interclassista non ortodossamente operaista; idealista oggettivo ben più che materialista.

Noi non crediamo, a differenza di liberali o di populisti e sovranisti, che comunismo e fascismo siano nati e siano morti nell'arco del Novecento. E crediamo pure, in base alla teoria machiavelliana della metamorfosi storico-politica, che al riguardo i prototipi più politici ed umanistici nel secolo passato siano stati proprio quelli italiani. Cogliere lo spirito della profonda ed intensa lotta politica italiana novecentesca, machiavelliana più d'ogni altra, richiederebbe evidentemente ben altro che richiamo identitario, settario, simbolico regressivo, da branco o da boy scout con velleità politiche.

Cogliere siffatto spirito, che è oggi quanto mai arduo e complesso, ben più di quanto lo fosse nel secolo trascorso, significherebbe proprio portarsi nella prima linea della Guerra di Posizione dei tempi attuali.  

domenica 25 novembre 2018

CARL SCHMITT TRA BOLSCEVISMO E FASCISMO di Eos

   [ 25 novembre 2018]



«Solo la guerra rivoluzionaria è, per Lenin, vera guerra, perché nasce dall’inimicizia assoluta. E’ anche il riconoscimento della distinzione dell’amico dal nemico è la cosa più importante, e determina tanto la guerra quanto la politica».
Carl Schmitt


Finalmente c’è qualcuno che parla a sinistra di nuovo di Schmitt! Era ora....
L'interessante critica di Bazaar al pensiero di Schmitt volge verso due paradigmi concettuali di un certo spessore che meriterebbero ben più ampio spazio ma che cerchiamo di sintetizzare: il primo è che Schmitt sarebbe un reazionario tout court, antiprogressista e antidemocratico; il secondo è che sarebbe un ammiratore del regime fascista mussoliniano, il più prossimo alla sua teoresi politica. 

Premettiamo che in termini di filosofia politica pura, non è possibile estrarre da un pensiero teorico un modello politico deduttivo e universale se non semplificando e banalizzando: ad es. il Robespierre dittatore rivoluzionario del '93 fu antirussoviano, Lenin e Mao conquistato il potere diventano antimarxisti o quantomeno allievi eterodossi, i democratici costituzionali diventano rapidamente oligarchi e pluto-autocrati. Siamo comunque nel contesto della tirannia dei valori.

Punto da cui si può partire, è il seguente: il decisionismo schmittiano è democratico o antidemocratico? Il decisionismo di Schmitt scaturisce da due fondamentali fatti storico-politici: l'elaborazione dell'art. 48 della Repubblica di Weimar, dunque la prefigurazione dello stato d'eccezione e il leninismo. Per Schmitt, teorico prenazista e non nazista del Reich democratico-presidenziale, il leninismo è un evento epocale come lo furono la guerra civile inglese e il '93 francese. Lenin diviene il prototipo sperimentale di quello che Bazaar definisce, forse con una decisiva forzatura, il darwinismo sociale schmittiano (noi lo definiamo invece politicismo monistico neo-hobbesiano). Lenin è il politico che distingue i fronti tattici declinandoli già dal 1902 nella strategia dell'amico-nemico. Lenin è colui che instaura la democrazia sovietica, prassi di puro sovranismo giuridico decisionista nel contesto dello stato d'eccezione. Lenin, per Schmitt, è dunque il politico. E' un dittatore, ma democratico! 
Dilegua così l'originario significato oggettivista marxista della filosofia leninista nell'azione, nella prassi partigiana rivoluzionaria del leader sovietico. I passi sull'amico-nemico elaborati da Schmitt non sono comprensibili se non alla luce della lezione dell' "Ottobre rosso". 

A nostro avviso, quello di Schmitt rimane tutt'ora il più significativo contributo all'analisi del leninismo quale strategia della vittoria rivoluzionaria. Non è un Lenin soreliano quello indicato da Schmitt, come Galli — Genealogia della politica. Carl Schmitt e la crisi del pensiero politico moderno —sembra voler indicare tra le righe, non è affatto il profeta del proletariato mondiale come han pensato milioni di ingenui leninisti; per Schmitt Lenin è il leader universale della borghesia rivoluzionaria progressista, militarizzata. E' il nuovo Cromwell, in sostanza. Rinato alla luce del "Vom Kriege" di Clausewitz, aggiungiamo noi ora. E Schmitt, filosoficamente fermo alle categorie matematico-politiche hobbesiane, sostanzialmente estraneo alla lezione del Machiavelli, che forse a torto considera pre-moderna, dicendo Cromwell dice l'archetipo della prassi politica. E' neomarxista Lenin? Sì, lo è, se il nocciolo puro del Marx, che il politico Lenin disvela, è quello stesso della gentiliana filosofia della prassi: le Tesi su Feuerbach. Non lo è per il resto, o almeno non lo è quanto lo siano i "revisionisti" ed i plechanoviani.

Il decisionista Schmitt teorizza dunque nella consapevolezza che esiste, nella storia della prassi politica, nel regno della grande politica, un prima Lenin e un dopo Lenin. In più casi, inoltre, Schmitt si definisce un marxista; ma non è questa la sede di analisi dell'eventuale marxismo schmittiano. Rimandiamo per questo agli studi di Mario Tronti o del Cacciari di fine anni ’70 ( che oggi ha dimenticato quelle profondità…). Schmitt non è un politico, come è evidente, ma un giurista e un filosofo della politica. Non si può liquidare, a nostro avviso, con la categoria di reazionario antiprogressista ma eventualmente sarebbe più corretto classificarlo come tradizionalista. E' esistito un tradizionalismo comunista? Certamente sì! Cosa era, del resto, il maoismo, se non tradizional-comunismo, rimeditato alla luce dell'erratissimo occidentalismo, "americanistico", rivoluzionario progressista del sovietismo delle origini e dello stalinismo? Cosa era la tarda Unione Sovietica, con la rinascita culturale del nazionalismo grande-russo? Cosa è oggi la NordCorea se non un esperimento di tradizional-socialismo neoconfuciano? E si noti, per Schmitt, se vivesse..., la Corea "socialista" sarebbe democratica, mentre non lo sarebbe l'Occidente. Democratico, ai suoi tempi, era per lui Lenin, non Wilson. La democrazia schmittiana presuppone il conflitto sociale, lo stato d'eccezione, la massima tensione politica. Ma non è inclusiva, come lo deve essere il Principato machiavellico. E' totale. E totalitaria. Non l'astratto economicismo o il relativismo universalistico è democratico. E' liberalismo questo, per Schmitt.

Dunque progressista e anti-progressista, democratico e antidemocratico sono categorie che schmittiamente vanno usate a dosi omeopatiche.

Schmitt fascista e mussoliniano, dice Galli. E Bazaar sembra fare suo il pensiero. La fascinazione dello Schmitt per Mussolini è effettiva. Ci sta. Mussolini, per il giurista tedesco, è il Principe machiavelliano contemporaneo. Se Lenin, il Cromwell rosso, marciava hegelianamente con la storia, la cavalcava, Mussolini riportava il Rinascimento nella modernità, era un prerazionale o un antirazionale. Il suo merito indiscusso di politico fu di affermare la dimensione del mito e dello spirito nella storia, come un profeta weberiano lavatosi con un bagno di realismo politico italiano. Questo il pensiero di Schmitt. 

Ma il punto è che Mussolini fu un crociano e un elitista paretiano antidemocratico, non fu nè gentiliano nè schmittiano; si vedano i suoi scritti su Machiavelli, i più sinceri e importanti nella sua produzione teorica dove individua machiavellicamente nel liberalismo individualista anglosassone il nemico: nello Stato opera morale il leader romagnolo identifica la quintessenza fascista e l’alternativa al mondo globale occidentale anglosassone. Mentre Lenin fu schmittiano senza conoscere Schmitt, il leader italiano, pur conoscendo Schmitt, non lo fece mai "suo". Lenin, narra la leggenda, lesse, o rilesse il Principe, durante le giornate di Pietrogrado. Ma Lenin non fu machiavellico. La tradizione romana, mediterranea, dell'inclusione politica gli è estranea; inutile girare troppo attorno al problema. Lenin non fu un buon medico. Fu un chirurgo. Hobbes e Clausewitz si sintetizzarono nella sua azione di statista rivoluzionario. Mussolini socialista invece (sino al 1914) non fu marxista ma elitista blanquista e teorico dell'attivismo "irrazionalista", l'antipopulista per eccellenza del partito socialista, sebbene da leader politico comprendesse la centralità del raccordo strategico tra elite-masse mobilitate. 

Schmitt teorizza lo Stato totale (dunque anche in questo caso, le eventuali affinità con l'URSS staliniana e socialista andrebbero ben sviscerate) mentre Mussolini attua un neo-principato civile, uno Stato di cultura rinascimentale, neomachiavelliano, in epoca contemporanea. Mussolini fu profondamente inclusivista al contrario del messaggio centrale schmittiano. Durante il regime, peraltro, i filosofi idealisti fascisti accusavano Schmitt proprio di darwinismo sociale, mentre la politica mediterranea fascista sarebbe stata per gli ideologi mussoliniani di respiro universale, imperiale-latino, cristiano. Si leggano Cantimori, Battaglia, Berto Ricci, per fare tre nomi. Singolare la coincidenza di vedute antischmittiana: il giurista tedesco sarebbe un darwinista, dunque un antifascista. Elemento, a loro avviso, questo del presunto darwinismo schmittiano, che avrebbe attestato il carattere non totalitario del regime di Mussolini, distanziandolo dalla Germania hitleriana e dalla Russia sovietica.

In definitiva ci pare vi sia il rischio il torcere in senso anti-leninista e democraticistico-atomistico la nuova via socialista. Se si tratta di salvaguardare strategicamente l'art. 49 la distanza politica e strategica con il centro-sinistra (anticomunista) degli anni '70 dove sarebbe? Di fronte poi a un così radicale antipoliticismo e antischmittismo il rischio di precipitare nello spontaneismo liberal ultra-sinistro (massimamente contrapposto al messaggio fondato sull'avanguardia cosciente e sul partito rivoluzionario di scuola leninista) è subito dietro l'angolo. Già vedemmo i risultati straccioni e inconcludenti anni fa. I Gender di oggi sono i figli degli Spontaneisti del '68, come specificava SOLLEVAZIONE giorni fa. Con Tronti, diremmo invece volentieri più Schmitt, più Lenin, più organizzazione politica e meno sociale. Più politica e più avanguardia. Meno diritti e meno società civile. Avanguardie politiche nuove e novatrici o la barbarie. Riconfiguriamo il leninismo dei nuovi tempi, proviamoci, mandando una volte per tutte in frantumi il socialismo sociale e socialdemocratico della sinistra occidentale e torniamo alla pratica leninista dell'avanguardia cosciente, politica, che è in fondo profondamente schmittiana.


giovedì 22 novembre 2018

VIOLENZA E POLITICA: L'IPOCRISIA DI CARL SCHMITT di Bazaar

[ 22 novembre 2018 ]

Con questo nuovo articolo Bazaar prende a bersaglio il pensiero di Carl Schmitt. Ce ne eravamo occupati, di Schimitt QUI, QUI, QUI, e QUI. Dibattito che è destinato e proseguire...


Carl Schmitt è un autore notoriamente controverso, per cui, in tutta la sua opera, non emerge una chiara e coerente dottrina dalle considerazioni di filosofia politica, filosofia del diritto o filosofia morale.

Qualche breve considerazione, però, con un po’ di strumenti filologi, la si può fare.

L’indubbio contributo di Kelsen nel promuovere il positivismo giuridico è interessante per acquisire un principio fondamentale per chiarire le idee su come orientare la lotta nell’arena politica delimitata dalle costituzioni democratiche moderne.

Engels scriveva: 
«L’ironia della storia del mondo trasforma tutto sottosopra. Noi i “rivoluzionari”, i “rovesciatori” — stiamo crescendo molto più coi metodi legali rispetto che coi metodi illegali ed i colpi di stato. I partiti dell’Ordine costituito, come si definiscono, stanno morendo sotto le condizioni legali create da loro stessi. Piangono disperatamente [...] “la legalitàè la nostra morte”; mentre noi, sotto questa legalità, ci facciamo muscoli solidi, le guance rosee e sembriamo acquisire vita eterna. E se non siamo così pazzi da lasciarci guidare verso la guerriglia urbana per accontentarli, allora, alla fine, non è rimasto nulla da fare per loro tranne che abbattere loro stessi questa fatale legalità».
Schmitt nota che il positivismo ha fatto dimenticare quali fossero i contenuti sostanziali della decisione posta a fondamento della legalità liberale e borghese: ovvero i contenuti polemici verso l’assolutismo monarchico, e — tutt’altro che neutrali — i contenuti relativi alla difesa della libertà e della proprietà attraverso regole di pura condotta (cfr. Hayek). Questi contenuti, secondo Schmitt, vengono sacrificati ad un concetto «puramente formale» di legge: 
«Una equiparazione priva di quel presupposto fra il diritto e il risultato di qualsivoglia procedura formale sarebbe solo una soggezione priva di presupposto e quindi cieca alla pura decisione — svincolata da ogni rapporto con il diritto e la giustizia [sic!] — da parte della autorità cui spetta la legislazione: sarebbe una rinuncia immotivata a ogni opposizione [ovvero a ogni rottura della legalità, ndR]: sarebbe il sic volo sic iubeo nella sua forma più ingenua, comprensibile solo in termini psicologici, sulla base dei rudimenti di qualche superstizione o dei residui di una più antica e più giustificata religione della legge». [C. Schmitt, Le categorie del politico, pag. 228]
Chiaro? Se volessimo esserlo ancora di più:

«Come nota giustamente Trotzkij contro il democratico Kautsky: nella coscienza delle relatività non si trova il coraggio di usare la violenza e di spargere sangue». [C. Schmitt, La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo]
Carl Schmitt
Ovvero la superstizione sarebbe quella di non sopprimere fisicamente il nemico politico (ovvero, il nemico di classe).

Naturalmente la citazione schmittiana di Trotskij — usata per poter accreditare la necessità di una sorta di attacco preventivo — è manipolata, e vale la pena vedere come
«Tuttavia, ascoltiamo ciò che Kautsky ha da dire in proposito.La giustificazione di questo sistema (vale a dire le repressioni in connessione con la Stampa) si riduce all'idea ingenua che esista una verità assoluta (!), e che solo i comunisti la possiedano (!). Allo stesso modo”, continua Kautsky, “ciò si riduce ad un altro punto di vista, ovvero che tutti gli autori sono per natura bugiardi (!) e che solo i comunisti sono fanatici della verità (!). In realtà, bugiardi e fanatici per ciò che viene considerata verità si trovano in tutti e due i campi”. E così via, e così via, e così via. (Pagina 176) 
In questo modo, negli occhi di Kautsky, la rivoluzione, nella sua fase più acuta, quando si tratta della vita e della morte delle classi, continua fino ad oggi a essere una discussione letteraria con l’obiettivo di stabilire ... la verità. Che profondità! ... La nostra “verità”, ovviamente, non è assoluta. Ma poiché nel suo nome stiamo, al momento, versando il nostro sangue, non abbiamo né la motivazione né la possibilità di portare avanti una discussione letteraria sulla relatività della verità con coloro che ci “criticano” con l'aiuto d’ogni forma d’arma »

Chiaro? Il sangue versato è il nostro, di noi rivoluzionari, sotto i colpi degli altri, dei difensori degli interessi costituiti… non si tratta di disconoscere il pregio della discussione in nome di una verità assoluta e indiscutibile che giustificherebbe l’assassinio dei dissidenti, ma di difendersi in una lotta mortale.

L’ipocrisia e la disonestà di Schmitt raggiungono qui vette sublimi.
Lev Trotsky

Questa analisi vuole mostrare la differenza tra il progressismo costituzionale (v. art.4  Cost. capoverso) e socialista, e quello della sinistra “nicciana”, “schmittiana” che — come si può facilmente dimostrare —  rimane de facto quinta colonna del paradigma neoliberale.

Che questa critica a Schmitt non sia affatto peregrina ce lo conferma chi con il progressismo non ha mai avuto nulla a che fare, ovvero il conservatore Leo Strauss (si noti che gli studenti che contestavano Strauss per essere “illiberale” erano gli studenti che seguivano entusiasti i corsi del liberale Hayek):
 «L’ultima parola di Schmitt non ha a che fare con la teologia o con la base trascendente per l’umana serietà — la sua ultima parola consiste nell’eterna relazione tra protezione e obbedienza, il dominio senza limitazioni del forte sul debole come unica forma autentica di ordine implicita nell'universalità della lotta animale dell'uomo. Questo lotta porta i forti a cercare il dominio ed i deboli la protezione; il forte a depredare, e il debole a cercare di tenersi stretto ciò che possiede. La lotta animale dell'uomo è vista come buona o cattiva in base al fatto che si adotti la prospettiva del gruppo superiore di uomini dominanti o del gruppo inferiore di uomini che deve essere dominato».
Come i liberali, Schmitt non fa altro che proporre il solito darwinismo sociale naturalizzato.
 «Prima di tutto, poiché la decisione sul nemico è sempre esistenziale e concreta, essa preclude l’idea di una guerra combattuta per la giustizia, vale a dire nel nome di un principio universale. Qui Schmitt capovolge l'apparente idea liberale pacifista che nessuna motivazione, tuttavia, possa solo giustificare il comando di sacrificare la vita in battaglia. L’implicazione è che, se tutta la guerra è radicalmente ingiusta, quindi la tradizione della guerra giusta non può essere invocata per distinguere come giusta la guerra limitata e difensiva da una guerra aggressiva ed espansionistica che impiega il genocidio. Schmitt ribalta il pacifismo contro la legge naturale, la tradizione della guerra giusta per rimuovere *ogni* vincolo morale dalla condotta di guerra — così vediamo quanto poco il suo approccio sia davvero non-bellicoso».
«Strauss percepiva che c'era un'intenzione morale dietro l'apparente approccio scientifico di Schmitt: ciò che non riuscì a vedere fu che l’intenzione morale era la moralizzazione della volontà di potenza stessa, una moralizzazione che andava oltre le congetture su bene e male nel senso che la sua base è un fatto e non magari un fatto puramente umano. Questo fatto è la naturalità della lotta animale dell'uomo, delle sue passioni».
Strauss appare molto più vicino al socialismo di quello che non potrà mai apparire Schmitt:
«Secondo la prospettiva classica articolata da Strauss, la legittimazione dell'esercizio del potere deve iniziare con il riconoscimento della naturale socialità dell'uomo. Ciò che si intende per socialità naturale qui non è affine a ciò che Schmitt descrive come la premessa anarchica della bontà naturale dell’uomo o, ancor meno, dell'altruismo. L'uomo è naturalmente socievole perché quelle eccellenze di cui è capace per natura e su cui la sua realizzazione o prosperità come essere umano dipendono, può sorgere solo in una società e deve dipendere dal sostegno della società. “È così costituito che non può vivere, o non può vivere bene, se non vivendo con gli altri”.Allo stesso tempo questa socialità non è puramente strumentale, per ogni atto veramente “umano”, per ogni atto che è orientato verso le eccellenze distintive dell’uomo, è implicito l'uso comunicativo, non strumentale della parola (vale a dire, il suo uso non solo per persuadere gli altri a provvedere al proprio proprio piacere privato)».
Su questa riflessione di Strauss ci sarebbe profondamente da meditare, considerando che — citando George Bernard Shaw — il (neo)liberismo che ha totalizzato i nostri rapporti sociali consiste in nient’altro che in una dottrina volta a dare qualsiasi licenza, e ad eliminare qualsiasi scrupolo, al fine di «abbattere impudentemente il prossimo».
 «Capovolgendo coerentemente la retorica di Schmitt, la prospettiva classica di Strauss accetta l'importanza fondamentale dell’arte di governare nell’identificare correttamente l'eccezione, ma per la ragione opposta — cioè, per minimizzare quei casi in cui la sicurezza pubblica è la legge più alta e dove la decisione deve dimenticare di preoccuparsi di quei principi di giustizia che mirano alla perfezione umana».
Per chiudere e rimuovere qualsiasi interpretazione di Carl Schmitt in chiave progressista, al di là degli spunti di riflessione dovuti ad una sua certa virtuosità intellettuale, riportiamo C. Galli, Genealogia della politica, Il Mulino, Bologna, 1996, pag. 680:
 «Infatti, il fascismo è approvato da Schmitt in quanto supererebbe lo Stato liberale e la sua crisi, ma non lo Stato come unità politica attiva, e disapprovato in quanto non avrebbe sufficientemente a cuore il problema — che pure il fascismo ha posto, e al quale ha dato la soluzione, per Schmitt debole perché ancora economicistica, delle corporazioni — di approntare un forte comando politico unitario sull’economia: il problema, appunto, di realizzare una forma politica che sia una sorta di Stato oltre lo Stato separato dalla società. Insomma, il fascismo è “Stato totale”, nel senso di Schmitt, solo se e in quanto non ingloba tutto il sociale, ma lo spoliticizza e lo governa politicamente, senza essere passivamente attraversato da partiti e interessi».
Definizione estremamente apprezzabile per la chiarezza: per Schmitt si tratta di ribadire la separazione Stato-società civile, che la progressiva democratizzazione stava erodendo, con l’impiego della forza, reale e simbolica (il mito politico — qui Schmitt è attento lettore di Sorel —  e l’individuazione del nemico, interno ed esterno) della decisione.

Questa è esattamente la funzione del fascismo nell’ambito del conflitto sociale. 
 «Il fascismo italiano è così utilizzato da Schmitt come l’orizzonte e la prospettiva ancora formalmente statuale al cui interno pensare un concreto superamento in senso “totale” della crisi dello Stato. Nonostante le critiche (che nascono da una sopravvalutazione, nel regime fascista, del ruolo reale del corporativismo, peraltro non inconsueta nella cultura dell’epoca); nonostante la sostanziale incomprensione che la cultura fascista italiana dimostrò verso Schmitt; nonostante che Schmitt, nella successiva fase nazista, abbia espresso il proprio orientamento alla forma politica “totale” in termini che si sforzavano di essere ancora più decisamente post-statuali, almeno finché ha cercato di rimanere gradito al regime (ma nonostante il suo ricorso ai temi della razza, gli intellettuali organici del nazismo lo accusarono di essere ancora meccanicamente statualistico totalitario e non — come, secondo loro, avrebbe dovuto — “autoritario” in senso völhisch); nonostante soprattutto che l’apparato categoriale di Schmitt non nasca per ragioni ideologiche e non sia, in sé, ascrivibile a una parte politica; nondimeno il referente empirico storico-politico più vicino a Schmitt è il fascismo italiano, che totalitario si definì e volle essere, benché propriamente non lo sia stato, anche per il permanere, in esso, della forma-Stato».
Chiaro? 

La lotta democratica in senso socialista trova nella legalità costituzionale e nel perimetro dello Stato-nazione la sua leva massima contro l’oppressione delle classi egemoni al fine di rivoluzionare l’ordine sociale classista.

La lotta consiste quindi nello spasmodico tentativo di realizzare la partecipazione della società civile nell’attività politica dello Stato: e questo si può realizzare solo tramite la partecipazione di massa dei lavoratori in quelle associazioni non riconosciute chiamate partiti (da cui l’art.49 Cost.).

(Insomma, astenersi guerriglieri urbani: la regola a cui è difficile trovare eccezioni è quella per cui, chi opera al di là della Stato di diritto, viene strumentalizzato ed usato come utile idiota. Schmitt, se letto correttamente, docet...)

lunedì 5 novembre 2018

IL PRIMATE DELLA POLITICA di Bazaar

[ 5 novembre 2018 ]

Siamo lieti di informare i nostri sempre più numerosi lettori che l'amico Bazaar ha accettato di collaborare stabilmente con SOLLEVAZIONE.

ECONOMIA, POLITICA, DIRITTO, STATO E MERCATO...

Schmitt bisticciava con Kelsen, che bisticciava con Hayek, che bisticciava con tutti; il tema principale era il rapporto tra diritto, politica ed economia. Ora: occuparsi di epistemologia delle scienze sociali è una delle attività intellettuali più importanti e delicate che si possano intraprendere.

Nell’epistemologia delle scienze sociali si studiano le fondamenta stesse dell’organizzazione sociale, ovvero — dal pensiero che lega insieme economia, diritto e politica — nasce quella che può essere o meno — non una semplice società — ma un nuovo ordine sociale.

Quindi la materia va presa con la dovuta serietà: ogni parola ha un suo peso, un determinato significato in funzione del contesto dialettico e della cornice dottrinaria.

Il più famoso epistemologo delle scienze sociali è stato indubbiamente Karl Marx, con la sua critica  all’economia politica, Il Capitale.

Lo spunto di riflessione sarà basato su un’impostazione marxiana; vediamo Kelsen: egli viene ricordato per l’atteggiamento neokantiano per cui un’Idea si trasformerebbe in una Grundnorm, e questa «norma fondamentale» si tradurrebbe in una Costituzione che farebbe da base alla piramide dell’ordinamento giuridico.

Un ordinamento giuridico, potremmo dire, che ha in sé il suo ordine sociale a priori, e che viene codificato nel momento in cui l’Idea da “ipostasi” diventa materialmente una carta costituzionale.

Per Schmitt la Costituzione è «la decisione politica fondamentale»: il Politico nella sua espressione di puro atto di forza primigenio.  Un nuovo ordine giuridico verrebbe costituito da chi ha la forza di rompere l’ordine giuridico esistente (si pensi allo schmittiano Gianfranco Miglio ed al suo sbrego costituzionale come puro intento decisionista volto a “strappare” l’ordinamento italiano).

Questa concezione dell’ordinamento giuridico ha già in sé gli elementi fondativi dell’ordine sociale voluto: tendenzialmente fascista.

Questi due autori non lasciano grande spazio all’economico: Schmitt lo snobba per principio, Kelsen semplicemente gli dà il giusto spazio affinché questo venga integrato (Posner 2011) così come la politica, che, per Schmitt, ha invece un ruolo ontologicamente preminente, “pregiuridico”.

Chi invece si avvicina all’approccio marxiano per dirimere la materia, se pur con visioni perfettamente antitetiche, è Hayek: il padre del moderno neoliberismo, per sostenere la sua visione dell’ordine sociale, usa una (pseudo) analisi economica del diritto. (Giusto per frantumarlo).

Cosa propone Hayek? Come nella tradizione del liberalismo classico, dove lo Stato viene considerato separato dalla società civile, l’economico deve essere scorporato dal sociale e la legislazione deve trovare genesi nell’ordine spontaneo del mercato; quindi, arrivando al punto chiave, la stessa politica deve essere totalmente sottomessa all’economico affinché il decisore politico non influisca sull’evoluzione darwiniana dell’organizzazione sociale prodotta dal libero mercato.

Questo Hayek lo teorizza anche nel diritto, giusto per comprendere perché oggi le blockchain vengano così sponsorizzate dall’industria finanziaria o da noti liberali nostrani: il giudice, ovvero lo Stato, non deve intervenire nell’organizzazione sociale. Una volontà generale, politica, un ente esponenziale degli interessi generali non deve esistere; quindi tutti i processi devono essere (apparentemente) disintermediati. Così per Hayek il giudice non deve far altro che l’arbitro, e tutto l’ordinamento non deve che poter  deve essere organizzato privatisticamente, dove la sfera del privato non viene violata da quella del pubblico. (Strumenti tecnici di disitermediazione come le blockchain nascono con questo scopo in testa: validare contratti e transazioni senza l’ausilio dello Stato e dei suoi pubblici ufficiali).

Nota: la Tecnica non è mai neutrale. Essa si inserisce nei rapporti di forza che concretamente si manifestano nella Storia. Nel momento stesso del concepimento intellettuale la sua natura strumentale è finalizzata politicamente. Ed il suo sviluppo è legato alla disponibilità di capitale e, quindi, da chi direttamente o indirettamente fornisce i finanziamenti. Ed i grandi finanziamenti sono sempre orientati politicamente.

Se per gli economisti neoclassici una norma legale è Pareto efficiente se non può essere modificata se non quando «una parte migliori la propria posizione senza che faccia peggiorare quella delle altre», l’efficienza del mercato, per Hayek, trasformerebbe l’ordinamento in modo efficiente nel momento in cui i giudici-arbitro dirimessero le controversie “incoscientemente” a favore dell’ordine del mercato.

“Incoscientemente” perché nessuno dovrebbe avere idea della “totalità”, nessuno dovrebbe far calcoli o semplicemente provare a pianificare alcunché (altrimenti secondo Hayek si produrrebbe un... totalitarismo: il totalitarismo sarebbe il risultato della pianificazione economica, che si occupa del “tutto” senza avere ontologicamente la possibilità si avere tutte le informazioni necessarie): tutti lavorerebbero per il mercato senza sapere che destino il mercato riserverà all’umanità. Più lo si lascerebbe evolvere spontaneamente più la libertà sarà assicurata dalla misteriosa Legge che governa il meccanismo dei prezzi o il rapporto privato tra individui.

Da un punto di vista marxiano questi tre approcci scontano un fatto determinante: il conflitto di classe. (Non compare a livello teorico, ovviamente, visto che si può dire che il diverso antisocialismo dei differenti autori ha epistemologicamente in sé lo sguardo carico di teoria “classista” e, il semplicemente negare o soprassedere sul conflitto di classe, è già parteggiare per la classe dominante che trae privilegio dall’ordine vigente).

L’idealismo kantiano di Kelsen porta a rifiutare un inscindibile legame anche “teorico” tra politica e legge,  rifuggendo ogni considerazione di carattere sociopolitico in quanto le scienze sociali dovrebbero essere indipendenti dalla politica; la sua critica liberale al marxismo, il quale vede la legge come sovrastruttura — legge orientata in modo classista — prodotta in primis dalla sintesi del conflitto di  classe solo successivamente mediato dalla dialettica politica, consisteva essenzialmente nel considerarne la dottrina una forma di “legge di natura”.

Possiamo sintetizzare affermando che Kelsen rimproverava al marxismo di non distinguere la legge dalla teoria del diritto; d’altronde, per un marxista, la teoria è già prassi.

Il fascismo schmittiano può essere visto come una risposta all’inadeguatezza dello Stato liberale a quello che era l’emergere della coscienza politica socialista; l’antisocialismo, quindi, si manifesta tanto nel non considerare il conflitto di classe sia nel proporre l’atto di forza pura del politico (decisionismo) al di sopra della legge.

L’atto di pura forza che può imporre lo stato d’eccezione, l’atto sovrano per eccellenza, è l’unico che può imporre l’ordine al di là del processo della dialettica politica e dell’ordinamento conseguente.

Hayek è l’antisocialismo fatto autore: è facile individuare tramite una semplice operazione ermeneutica come l’ordine spontaneo del mercato non sia altro che la rigida pianificazione degli oligopoli privati. Ovvero, l’entità che identifica il mercato lasciato libero dalle interferenze “dei lacci e laccioli” dello Stato sociale e democratico — il kosmos — non è altro che la tirannia del totalitarismo delle oligocrazie che privatizzano tutto e asserviscono tutti.

L’ordine delle cose è completamente alieno all’Uomo e alla sua coscienza che si esprime nella prassi politica.


La democrazia delle blockchain


È evidente che in un sistema in cui la legge diviene un fatto privato non mediato dallo Stato, a livello aggregato, la parte contraente più potente economicamente domina politicamente senza limite di sorta. (A questo servono le blockchain! Ad eliminare lo Stato e ridurre tutto a contrattualistica privata).

Veniamo al nocciolo di questa sintetica trattazione: i bonobi urlanti del «primato della politica» o della «democrazia diretta» (alias disintermediata) non si rendono conto di cosa ci sia dietro a queste affermazioni.

Il pensiero hegelianamente totale del socialismo marxista — che considerava inseparabili economia, diritto, politica e società —  non esiste più da generazioni: il socioeconomico e il sociopolitico si sono concettualmente estinti. E dell’analisi economica del diritto è rimasta solo quella “microfondata” dei neoliberali (o quella meta-monoteistica e, ora tecno-religiosa, di Hayek).

Marx insegnava che era l’economia il motore del mondo (il primum agens): non la politica. La politica è l’unico strumento che contrasta l’atto di pura forza del capitale sul lavoro.

Ma per far sì che sia la politica ad essere al centro della risoluzione dei conflitti e dei problemi sociali, è l’economia che deve correttamente rientrare al centro dei problemi della politica: e questo è prima di tutto un problema di coscienza della classe politica (e dei suoi consulenti: in senso scientifico e morale).

Non esiste la “malvagità” della finanza, del capitalismo o dell’imperialismo come se questi fossero idee astratte da risolvere con un’astratta retorica “rivoluzionaria” o, magari, col positivismo giuridico di Kelsen. Per legge.

La miseria o la schiavitù non si risolvono «per legge»; ma attraverso la lotta politica, la legislazione progressiva e la distribuzione del reddito. Attraverso la socializzazione economica e politica.

Ma per far questo occorre produrre coscienza; ma prima di discutere su come produrre coscienza fino ad arrivare ad una qualche massa critica politicamente influente, è necessario che l’avanguardia sia cosciente che nel capitalismo il primato è dell’economia; e, se si è fortunati, si può contare sull’antagonismo di una costituzione antiliberista. È quindi necessario capire come portare l’economico nel sociale, così come vorrebbe la nostra Costituzione: ovvero, è necessario capire come riportare la società civile dentro lo Stato. Ovvero — in definitiva — come riappropriarsi dello Stato affinché si possano — in primis! — attuare politiche economiche.

Questa entità che deve entrare e rimpossessarsi dell’ente statale si chiama popolo; popolo che, essendo dotato di una volontà politica unitaria, si identifica nella nazione.

Per potersi riappropriare delle leve della politica economica è necessario riappropriarsi della fonte più importante delle dinamiche sociostrutturali, della madre di tutte le contraddizioni; ovvero delle banche centrali (prima che le banche d’affari comincino a far circolare le loro monete private tramite le blockchain).

Un popolo sovrano che dispone delle leve necessarie a governare la politica economica può pensare di riportare il mercato a più miti consigli.  Può pensare di fare in modo che la proprietà privata sia subordinata ai fini sociali. Proprio perché l’anticapitalismo si manifesta in primis come antiliberismo.

Altrimenti non si fa altro che dar fiato alle trombe mentre si predispone il tappeto rosso al capitale trionfante; proprio come fa la sinistra moralista suddivisa nelle varie sette di bonobi.


Il giorno in cui la politica avrà il primato sull’economia ci sarà stata la Rivoluzione.



sabato 11 agosto 2018

PROFEZIA E PREVISIONE di Moreno Pasquinelli

[ 11 agosto 2018 ]
Carl Schmitt nella sua Teologia Politica (1922) affermò che «Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati».
Tesi che condivido, malgrado suoni sacrilega ai filosofi liberali ed eretica a certo marxismo. 


Quando Schmitt sostenne che «Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione» intese dire che solo circostanze estreme e solo in esse (guerre civili, sollevazioni popolari, guerre contro un nemico esterno) il Sovrano è tale se, per superare il marasma ed imporre il suo predominio, è disposto a sospendere, con le leggi scritte, il cosiddetto Stato di diritto. 


Dove Schmitt ci mette del suo è quando considera, che la "decisione sovrana" è l'equivalente del miracolo, il miracolo in quanto tale inesorabile, che solo un potere assoluto, sicuro della sua missione salvifica, può compiere. La legittimazione con cui questo Sovrano dichiara e impone il miracolo dello stato d'eccezione non è dunque mai di natura democratica, è per sua stessa essenza, verticale e assolutistica. Di qui, di contro al liberalismo, il primato sostanziale del Politico sul giuridico-formale. Aggiunge Schmitt che il liberalismo (nelle sue varie declinazioni), supponendo al contrario il primato del giuridico sul Politico, è anch'esso una teologia, ha infatti anch'esso un'origine religiosa, precisamente il deismo che ammette che Dio ha messo in moto il mondo, di tal fatta che non possa cambiare le sue leggi o interromperle.

Cos'è precisamente la profezia? E' una predizione di eventi futuri di origine divina, per ciò stesso infallibile, così colui che la pronuncia è profeta in quanto, possedendo il dono di leggere i disegni divini, anticipa ciò che è destinato ad accadere. 

Seguendo la teologia della politica schmittiana, profezia è dunque ogni previsione che si avvera. 

Politica non è solo visione, è dunque necessariamente previsione.Tuttavia essa non può essere apodittica, destinale. 

La ragione è che la sfera del Politico è un campo di battaglia, all'interno del quale agiscono e si agitano forze numerose, diverse, e con opposti fini. Si tratta quindi di una lotta il cui esito dipende da molteplici fattori. La previsione che si avvera, la previsione che diventa profezia, è quella di chi riuscirà ad imporre la propria supremazia politica. Ciò vale, a ben vedere, anche ammettendo l'eterogenesi dei fini, giacché ci sarà sempre un protagonista per eteronomo che sia, che agisce come medium attraverso il quale un fine, alla fine, si compie, un soggetto che realizza e si realizza nell'atto di forza che fa di esso il sovrano.

E' dunque attraverso l'esercizio della forza che una previsione si manifesta, ex post, giammai ex ante, come profezia.

L'accumulazione strategica e l'uso tattico della forza in vista della vittoria, in questo consiste, in fin dei conti, l'arte della politica.





venerdì 27 ottobre 2017

MARIO TRONTI, UN BOLSCEVICO IN SENATO? di Moreno Pasquinelli

[ 27 ottobre 2017 ]

Poi dice che i pennivendoli di regime non servono a niente.

Che invece una qualche utilità ce l'abbiano, ce lo mostra Aldo Cazzullo, celebre firma che per il CORRIERE DELLA SERA si arrabatta nel seguire la cronaca politica e parlamentare.

E' grazie a Cazzullo se siamo venuti a sapere delle bizzarrie accadute al Senato mentre il Presidente Grasso, suo malgrado, doveva avallare ben cinque voti di fiducia sulla infame legge elettorale Rosatellum 2.0.

Tra gli interventi pittoreschi Cazzullo ci segnala, in particolare, quello del senatore piddino Mario Tronti [nella foto]. Nella grande caciara scatenatasi in Senato tra un voto di fiducia e l'altro, Tronti ha chiesto la parola ed ha pronunciato, segnalando il centesimo anniversario, un'appassionata apologia della Rivoluzione d'Ottobre e dei bolscevichi che l'han promossa.

Scrive Cazzullo il 24 ottobre:

«Tra i voti segreti respinti e la fiducia chiesta dalla povera e vituperata Finocchiaro, s’avanza l’uomo del momento: il professore operaista Mario Tronti, senatore Pd. Dalle finestre del Senato arrivano gli strepiti dei manifestanti tenuti a bada dai carabinieri, ma sono altri i tumulti che vedono gli occhi di Tronti: "L’anima e le forme è lo splendido titolo di un libro del giovane Lukàcs che esce nel 1911. Era l’anima dell’Europa... Colleghi, lo spirito anticipa sempre la storia .. Il 24 ottobre del 1917, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, esplodeva nel mondo la Grande Rivoluzione russa...Soldati, operai, contadini russi, non sparate contro i soldati e i contadini tedeschi, ma voltate i fucili e sparate contro i generali zaristi!... La lucida strategia dei bolscevichi contro i menscevichi era che i comunisti dovevano mettersi alla testa della rivoluzione democratica...».
Il giorno dopo Cazzullo ritorna sul siparietto, segnalando cosa, nel surreale dibattito, Gasparri abbia risposto a Tronti: 
«Ma se Tronti è figlio della Grande Rivoluzione, allora è cugino di Pol Pot?... Consiglio al professor Tronti di rileggersi Le livre noir du communisme, lui è talmente colto che potrebbe apprezzare l’edizione originale…La rivoluzione di cui Tronti si sente figlio oggi non ci consentirebbe di discutere la legge elettorale, perché le elezioni non ci sarebbero!».
L'agenzia AGI è più precisa nel riportare quanto detto da Tronti:
«Vorrei ricordare un evento di cui ricorre quest'anno il centenario. Il 24 ottobre, secondo il calendario giuliano, o il 7 novembre, secondo il calendario gregoriano, del 1917 esplodeva nel mondo la rivoluzione in Russia. Mi sono interrogato sull'opportunità di proporre qui, nel Senato della Repubblica, il ricordo di questa data; sono consapevole che questo può arrivare a turbare la sensibilità di alcuni e di alcune, che legittimamente possono nutrire nei confronti di quell'evento un'ostilità assoluta, ma siamo a cento anni da quella data e possiamo parlarne, come io intendo fare, con passione e nello stesso tempo con disincanto. Non voglio nascondere, tantomeno giustificare, le deviazioni, gli
errori, la violenza e i veri e propri crimini commessi... la prima rivendicazione, che forse più di altre produsse il successo della rivoluzione, fu la rivendicazione della pace: la pace ad ogni costo, si disse, anche a costo di perdere la guerra. Quando Lenin, contro tutti, firmò il Trattato di Brest-Litovsk, accettò tutte le più pesanti condizioni, pur di riportare a casa i soldati... Lenin era l'autore di quella che a mio parere è stata la più audace forma di appello rivoluzionario, quando disse ai soldati, agli operai ed ai contadini russi che combattevano in guerra di non sparare contro i soldati e contadini tedeschi, ma di voltare i fucili e sparare contro i generali zaristi. C'era quella idea, che era stata per prima di Marx, dell'internazionalismo proletario; un'idea niente affatto di parte, che affonda invece le sue lunghe radici nell'umanesimo moderno».
Da un'altra fonte veniamo a sapere che l'intervento di Tronti ha suscitato la replica di un altro senatore di Forza Italia, Mario Mauro:
«Quei giorni della Rivoluzione d'ottobre rappresentano la chiave di interpretazione delle ideologie del Novecento e hanno sintetizzato un punto di vista sull'uomo molto semplice: il potere è tutto e l'uomo non è niente. Quando Lenin e Stalin presero il potere in Russia, volevano creare una società su misura per gli operai e per i nuovi ceti proletari; ma la Russia non era quel Paese. Hanno preso, allora, 20 milioni di piccoli contadini proprietari, i kulaki, e li hanno uccisi, perché la realtà potesse stare dentro quella da loro immaginata».
Per la cronaca segnaliamo che il panegirico di Tronti ha scomodato anche un'altra grande aquila politica, il democristiano Marco Follini.

Orbene, perché mai ci occupiamo di questa vicenda? Perché, i giovani non lo sanno, Mario Tronti è una delle migliori teste che abbia prodotto la sinistra italiana. Lui è l'autore di un libro memorabile, Operai e capitale, tra i fondatori di quella peculiare esperienza che segnò la storia sociale italiana negli anni '60, l'operaismo. La stessa sorgente di pensiero e azione da cui vennero fuori, ma per imboccare sentieri diversi Toni Negri, Massimo Cacciari o Asor Rosa. Già, diversi, poiché, com'è noto, il Nostro, non solo aderì al Partito comunista italiano ma resterà annidato nella pancia del "serpentone metamorfico" —definizione di Preve— Pci-Pds-Ds-Pd. Tronti è infatti senatore piddino. Di più: fedele piddino, dato che come senatore ha votato negli anni ogni nefandezza piddina, fino, appunto, alla infame leggete elettorale del Rosatellum 2.0.

Uno dirà: "embé, sono tanti i voltagabbana, i trasformisti che da posizioni di sinistra radicale sono passati dall'altra parte". Vero, ma il punto, come minimo singolare, per non dire assurdo, è che Mario Tronti, ha annunciato il suo voto favorevole al Rosatellum... con un panegirico sulla Rivoluzione d'Ottobre. 

Tronti ci perdonerà, ma riteniamo la cosa un tantinello ridicola. Egli sa bene che Lenin, se venisse a sapere che un suo seguace, abbia votato per indegne porcherie come il Jobs Act o il Rosatellum, si rivolterebbe nella tomba.

Cazzullo ci informa che Tronti ha provato a giustificarsi. 
«Vi dico che non sarei qui se non fossi partito da lì, qui a fare politica per gli stessi fini con altri mezzi; è un esercizio addirittura spericolato, ma entusiasmante, se entusiasmo può esserci ancora concesso in questi tristi tempi. Vi chiedo ancora scusa».
Più che ai nominatissimi e squalificati senatori che lo stavano ascoltando, Tronti le scuse dovrebbe presentarle alle moltitudini di oppressi che certo non bivaccano in quell'aula ovattata, in primis ai milioni che nel Novecento han combattuto per gli ideali della Rivoluzione russa. Occorre precipitare veramente in basso, occorre una bella faccia tosta per sostenere che egli faccia una politica rivoluzionaria solo.. "con altri mezzi". Oltre a Lenin anche il Macchiavelli si starà agitando nella fossa. 
La mente umana può giungere a vette inesplorate, ma non fino al punto stratosferico di ritenere che Matteo Renzi sia il "moderno Principe". E così il Tronti starà facendo scalpitare anche Antonio Gramsci —autore che in effetti il Nostro non ha mai particolarmente amato.

Già la stratosfera, anzi, un misticismo messianico di marca spiritualista sembra essere il punto di approdo di Mario Tronti. Lo si evince dal suo ultimo ponderoso libro Dello spirito libero che consiglio vivamente di leggere. Non solo per comprendere il succo del pensiero di Tronti —il 900 è stato un secolo immenso, quello dell'assalto al cielo, alla fine il movimento comunista non solo ha perso, è uscito fuori dalla storia, e non ci resta che contemplarlo in attesa di secoli migliori— ma per fare un'utile scorpacciata di buona filosofia.

E più ancora di questo testo consiglio di leggere un libello, più agevole ma dannatamente più denso politicamente Il nano e il manichino. La teologia come lingua della politica. Pamphlet che ha fatto
Carl Schmitt
imbestialire, per il suo recupero della teologia apocalittica, e quindi il pensiero di Carl Schmitt, tante anime belle di sinistra. Vi troverete intuizioni grandi, imprescindibili a chi voglia oggigiorno fare politica, come dire, rivoluzionaria. Segnalo questo lampo:
« La politica è per sua natura —per la sua natura moderna— un comportamento di pensiero e di azione scorretto rispetto alla Storia: perché si contrappone ad essa, non accetta il suo corso e si propone di deviarlo. La mia idea di politica pensa per capire, ma capisce per cambiare».
Ed è proprio in questo testo che troviamo una possibile chiave di volta per capire come Tronti pensi se stesso. Facendo encomio del pensiero del "nazista" Carl Schmitt il Nostro scrive:
«Ripartire da Carl Schmitt è la prima mossa intellettuale obbligata. Non è la sua persona, è il suo pensiero a risultare centrale su questo tema. Si può separare il pensiero dalla persona? Penso di sì».
Sono d'accordo con Tronti, si può, anzi si deve, separare il pensiero dalla persona. Tuttavia... Tuttavia, come non possiamo affatto perdonare a Schmitt la sua adesione al nazismo, riteniamo scandalosamente intollerabile quella di Tronti al Pd. Sommessamente ricordiamo al Nostro che Schmitt, da coerente cattolico contro-rivoluzionario, nel 1937, ruppe con l'hitlerismo.

Mario quand'è che porrai fine al tuo annaspare nella porcilaia sistemica? Quando manderai a quel paese i servi di cui sei politicamente sodale?



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