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martedì 6 novembre 2018

AHI, AHI, AHI MÉLENCHON...

[ 6 novembre 2018 ]

Mentre l'indice di gradimento di Macron è ai minimi (più basso di quello di Hollande, il che è un vero e proprio record) La France Insoumise è precipitata nei sondaggi all'11%. Un vero e proprio tracollo.

Come si spiega? Per i giornali francesi sarebbe tutta colpa di Melenchon, dei suoi errori clamorosi, del suo caratteraccio collerico, della sua incontenibile superbia.

Si riferiscono alla reazione avuta da Mélenchon il 16 ottobre scorso, mentre veniva perquisita la sede del movimento. Secondo la Procura Mélenchon avrebbe gravemente violato la legge sul finanziamento delle campagne elettorali. Il nostro è andato su tutte le furie, ed ha, come si dice, "sbroccato". Nel parapiglia Mélenchon ha urlato agli agenti ed al procuratore invettive che han fatto il giro di tutti i media: "La Repubblica sono Io !... la mia persona è sacra!".

Alla stampa di regime non è parso il vero. Ha scatenato una campagna per sputtanare Mélenchon e azzoppare La France Insoumise. "Affidereste la presidenza della Repubblica ad un leader che perde la testa in questo modo?".

Come se non bastasse, nei giorni successivi Mélenchon ha rivolto accuse pesanti ai giornali che stanno scavando sulle presunte irregolarità dal suo partito compiute.

Non c'è dubbio che nell'inchiesta giudiziaria c'è lo zampino di Macron, come è sicuro che la campagna di stampa è finalizzata a colpire La France Insoumise, già alle prese con una crisi politica interna.

Ciliegina sulla torta i giornali francesi il 4 novembre davano la notizia che il Consiglio dell'ordine del Grande Oriente di Francia, la più grande loggia massonica francese vuole espellere Mélenchon proprio per il modo scomposto con cui ha reagito alla perquisizione a  casa sua e nell'ufficio del movimento.

In poche parole Mélenchon è un massone. Cosa che lo stesso ha ammesso (Liberation del 4 novembre) ma precisando: 
«Entrai nella massoneria nel 1983... E' un'avventura assai lontana... Non ho mai avuto il tempo di andarci, ma sono restato fedele e da allora pago la mia quota».



giovedì 11 ottobre 2018

MELENCHON: CHE FINE HA FATTO IL "PIANO B"? di J. Cotta

[ 11 ottobre 2018 ]

La città di Marsiglia è un villaggio in cui sembra impossibile non incontrarsi. O almeno questa è l’idea che sorge spontanea pensando all’improbabile incontro, venerdì 7 settembre, tra Mélenchon e Macron. 

Per la foto, la sequenza era perfetta [vedi sotto]. Quel che basta per rallegrare la giornata del Presidente della Repubblica, arrivato in città per incontrare A. Merkel, e quella di Mélenchon venuto nella sua circoscrizione. Nell’attuale contesto, contrassegnato dalla crisi di regime, dagli scandali e da una serie di provvedimenti a discapito delle classe popolari, dai giovani ai pensionati passando per i salariati, l’incontro tra i due avrebbe potuto essere se non teso, almeno franco e diretto. Soprattutto dopo che, solo qualche ora prima, Mélenchon aveva accusato Macron,riferendosi alla sua politica sull’immigrazione, “un grande xenofobo”. 

Ma, di fronte agli interessi, tutto scompare e lo stesso Mélenchon ha sottolineato che “si sarebbe trattato di una leggera esagerazione dovuta al dialetto marsigliese”. Dopo tutto come lo ha spiegato lo stesso Mélenchon intervistato su questa sua timida posizione nei confronti del Capo di stato, “il rispetto” spinge a “non litigare con il Presidente della repubblica, in un bar, a mezzanotte e mezza”. Ma non è questo il punto. E. Macron ha deciso i ruoli senza che il leader di F.I. discutesse su quello che gli era stato assegnato. Il suo vero avversario è, senza ombra di dubbio, il F.N.! Con J.M.L “abbiamo dei confronti politici, ma non è un mio nemico”. Ancora una volta Mélenchon non prende le distanze, non si smarca, è perfino cortese. Che si tratti di una mancanza di propositi o di un eccesso di fatica? O si tratta piuttosto del risultato di una manovra che condurrebbe sia Mélenchon che FI alla distruzione? 

LA LOTTA CONTRO IL POPULISMO
E. Macron ha fatto passare il suo messaggio. Ci si era impegnato dagli inizi di settembre e l’incontro con Mélenchon sembra capitare a puntino per dare l’affondo. Il 28 agosto, volando a Copenaghen, per recarsi poi ad Helsinki, il Presidente della repubblica aveva precisato il tema centrale della sua campagna europea, “l’asse dei progressisti” contro “l’asse dei nazionalisti”. Ignorando come scrisse Marx in “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte” che “la storia si ripete due volte, la prima come tragedia la seconda come farsa”, Macron vorrebbe uscire dal vicolo cieco nel quale si trova e ripetere il colpo che lo ha portato a vincere le presidenziali. Di fronte all’estrema destra ed al fascismo che lo minaccerebbero, questa sarebbe la sola soluzione. Un gioco di ruoli, nel quale Macron è un vero esperto, è arrivato a confortarlo in questo tentativo. Orban, il capo di stato ungherese, e Salvini hanno così tuonato “l’altro campo, quello degli europeisti, capeggiato da Macron”, un colpo di fortuna per lo stesso Macron che ha risposto “Se hanno voluto vedere in me il loro più acerrimo nemico, hanno ragione… ci sarà una forte opposizione tra nazionalisti e progressisti in Europa” Che cosa dice Mélenchon della situazione all’interno dei diversi paesi in Europa? “Sono molto preoccupato” ha dichiarato il 20 maggio “non smetterò mai di ripetere che in tutta Europa la minaccia è immensa, in Ungheria, in Austria ed in Polonia ci sono fascisti ma sono comparsi anche nel Bundestag ed in Francia…” Ci sono delle similitudini evidenti tra le posizioni di JLM e quelle di Macron. Da notare che le esternazioni di Mélenchon sono meno recenti. Ma lasciamo perdere la data. Quel che conta è l’analisi e le conseguenze che ne dovrebbero logicamente seguire.

UN’ANALISI ERRATA
Lo spettro degli anni ’30 aleggia nei discorsi di Mélenchon e di Macron. Ognuno di loro, a suo modo, ne parla. Macron parla di populismo ogni volta che il popolo cerca di riprendere in mano le proprie sorti. Macron e Mélenchon parlano di razzismo e di xenofobia ogni volta che dei governanti europei esigono politiche migratorie diverse. Macron denuncia il sovranismo che Mélenchon si guarda bene dal rivendicare allorché un governo europeo decide una politica contraria alle esigenze dell’Unione europea e qualificano, come altro punto in comune, di Fascisti, senza distinzione, i governi ungherese, italiano, polacco, l’AFD in Germania, i “democratici” in Svezia, la FPO austriaca, o ancora il governo ceco, slovacco o croato, senza tralasciare, in Francia M. Le Penn ed il FN. L’analisi ancorché succinta delle forze delle forze politiche nominate, smentisce la parola usata sia da Mélenchon che da Macron.

Per quanto siano sgradevoli i rappresentanti di queste formazioni politiche che avanzano in una serie di paesi europei e per quanto siano poco frequentabili, non sono pertanto fascisti contrariamente a come vengono definiti da più parti. Rispondono effettivamente ai criteri di un fascismo che si rispetti? Sono per l’abolizione della democrazia? Al contrario, si vogliono democratici e fanno il gioco delle istituzioni e delle costituzioni che regolano i loro paesi. Rifiutano il suffragio universale? Anzi da lì traggono il loro potere. Un progetto totalitario? In generale, escluso il caso della Polonia, fanno adepti tra i post-sessantottini su una serie di fatti sociali che da noi i media ed alcuni rappresentanti politici metto sulla scala dei valori progressisti. Il responsabile olandese Theo Van Gogh, per esempio, è stato assassinato nel 2004, da un islamista perché denunciava
l’immigrazione musulmana in nome dei diritti dei gay e delle donne. La xenofobia? Ma cosa hanno da invidiare a Macron che parla degli italiani, alla Merkel quando parla dei greci o a Mélenchon quando si riferisce ai tedeschi? Tutto questo ha ancora meno senso perché gli aggettivi politici sono utilizzati come insulti e non per ciò che significano. 
Nazionalisti? Sono in generale abbastanza favorevoli all’America ed aderiscono all’Unione europea alla quale rimproverano, senza metterne in causa l’appartenenza, una linea troppo federale e poco democratica, che nega le nazioni, critica difficile da nn condividere. Il razzismo infine? Senza dubbio il razzismo è quello che ha resistito meglio, col passare del tempo, all’eredità storica di ogni nazione. La questione non ha molto di etico ma si inscrive in una realtà economica, politica e sociale. La distruzione delle nazioni sotto i colpi della mondializzazione che i nostri governi approvano ed incoraggiano, distrugge la nazione come quadro di vita comune. L’immigrazione è vista dalla gente comune come una nuova minaccia, aggressione che genera nuove difficoltà. L’opposizione all’immigrazione, che le buone coscienze sintetizzano come opposizione ai migranti, ha delle cause, anche in questo caso, politiche, economiche e sociali con le quali le buone coscienze morali, che qualificano chi si oppone alla migrazione come fascista, hanno poco da spartire. Se l’immigrazione è il metro di giudizio in base al quale vengono distribuiti brevetti di rispettabilità o messe al bando, se la politica in materia d’immigrazione permette di definire il fascismo allora le sorprese non sono finite.

Il governo italiano che guida un paese che ha accolto più di 650000 migranti è molto più democratico del signor Macron che fa controllare i veicoli improvvisando dei check-point alla frontiera con l’Italia. E, spingendoci ai limiti dell’assurdo, è molto più democratico dello stesso Mélenchon che dimentica di proporre all’Aquarius il porto della città della quale è deputato mentre il governo italiano, dopo aver fornito assistenza medica, scorta la stessa verso la Spagna. Se le questioni sociali permettono di qualificare come fascisti gli uni e progressisti gli altri, allora dobbiamo aggiungere alla lista una buona parte degli appartenenti a LR. Allo stesso tempo dovremmo dare al signor Soros il brevetto di rispettabilità così come dovremmo fare per altri rappresentanti del capitale finanziario che vedono nell’immigrazione che incoraggiano, a discapito di paesi depredati da decenni, il nuovo mercato degli anni a venire. I propositi di Macron e Mélenchon sostituiscono un sentimento morale ad una realtà politica. Il fascismo è una forma di dominio del capitale che in una situazione estrema ha bisogno di distruggere fisicamente le organizzazioni operaie, i sindacati, le associazioni, i partiti, i militanti. Nel momento in cui la borghesia non riesce più a smorzare le contraddizioni esplosive della società, sono le bande armate a dover assicurare l’essenziale, la centralizzazione del potere statale, la distruzione delle conquiste operaie, la liquidazione delle associazioni operaie e democratiche, l’annientamento dei sindacati, delle associazioni, dei partiti. Nulla di tutto questo. In Francia, per esempio, il partito socialista ed Hollande, in seguito a l’UMP e Sarkozy e prima di Macron e lo LREM, hanno fatto il lavoro. Per resistere, per durare, per compiere al proprio ruolo, un movimento fascista deve, in più, ottenere il sostegno attivo di una parte significativa del capitale. E’ necessario, prima di prendere il potere, che abbia testato la reale forza delle sue bande armate, delle sue milizie organizzate. Deve aver testato le sue reali capacità nelle prove di forza contro il salariato, contro il mondo operaio. E’ chiaro che nulla di tutto questo convalida gli aggettivi usati sia da Macron che da Mélenchon.

PROGRESSISTI CONTRO FASCISTI?
La conseguenza che domina negli argomenti di Macron, ma anche di Mélenchon, dovrebbe a rigor di logica, spingere a delle convergenze mortali. Gli strateghi di FI rischiano di inciampare. Infatti la storia ci insegna che quando il pericolo fascista è alle porte, i democratici devono, malgrado le possibili divergenze sulle politiche da attuare, unirsi per opporsi alla peste bruna. Questo è per altro il senso della campagna che Macron sta mettendo in atto in vista delle elezioni europee che ha come fine quello di dominare il ventaglio degli oppositori al “totalitarismo”. Non cerca semplicemente di presentare un raggruppamento dei progressisti agli elettori tradizionali di destra o di sinistra, ma, in maniera più amplia si rivolge a tutti coloro che prendono sul serio i discorsi sul pericolo fascista, populista e sovranista. Gli stessi discorsi che fanno gli eletti di FI.

E’ qui che troviamo ora Mélenchon il quale era, ancora poco tempo fa, fermo ad un bivio, mentre ora sembra aver preso una strada senza uscita. In questa lotta immaginaria contro il nemico alle porte, i veri problemi vengono relativizzati. Il piano di austerità in preparazione, di cui qualche indiscrezione come la soppressione di 1600 posti di lavoro al ministero dello sport, danno un ‘idea, la riforma delle pensioni, i nuovi tagli ecc Ovviamente, caso per caso, il leader di FI reagisce, appella alla mobilitazione, condanna. Ma a cosa serve mobilitarsi se il quadro politico non è stabilito? La politica di Macron segue, quado non le anticipa, le regole dettate dalla Comunità europea. Ad un anno dalle elezioni, il quadro dovrebbe essere quello basato sull’esigenza di sovranità nazionale, di difesa della nazione. E non questa tiritera sul fascismo della quale non si capisce bene né la portata né la funzione. Mélenchon è ad un impasse? Com’è possibile non vederlo? Qual è dunque la coerenza politica che ha portato a dilapidare tutto ciò che era stato accumulato da un anno a questa parte? Quando Hamon, in occasione delle presidenziali, aveva propost a Mélenchon un’alleanza, per tentare di nascondere la caduta libera del PS, Mélenchon, giustamente, aveva rifiutato. Ma, a settembre, durante l’Assemblea, il presidente di FI ritorna sulla questione della sua indipendenza. Così, durante L’università estiva di Causa comune a Marsiglia, di fronte ai militanti del PS e dello MRC, dichiara “che finisca questa lunga solitudine che mi ha separato dalla mia famiglia intellettuale ed affettiva…perché tanto calorosi sono stati gli incontri che mi hanno portato alla costruzione di FI, che, cari amici, mi mancate.” Qual è l’idea e fino a dove? Tutto questo ha il sapore di una sinistra socialista ricostituita che ci riporta indietro di trent’anni. Quanto può valere l’argomento della tattica elettorale per giustificare questo tentativo di unirsi a sinistra con coloro la cui politica, l’orientamento ed i programmi, hanno portato questo paese dov’è ed hanno permesso la vittoria di Macron? Mélenchon può pensare che dopo aver fatto le prove, durante le presidenziali, sulla questione nazionale, sia necessario ora dare dei contentini ad altri per allargare il raggruppamento e poi imporre la sua ideologia. Ma questo è illusorio. C’è un’incompatibilità di fondo tra i partigiani di una mondializzazione sociale, di una Unione europea accettabile, progressista ed una Europa democratica che rispetta la sovranità dei popoli e la libertà dele nazioni che decidono di cooperare tra loro.

* Fonte: Pardem
** Traduzione a cura di SOLLEVAZIONE





lunedì 24 settembre 2018

L'IMMIGRAZIONE E LE DUE SINISTRE: IL CASO DI FRANCE INSOUMISE

[ 24 settembre 2018 ]

Leggiamo sempre quanto scrive il compagno Alessandro Visalli sul suo blog Nella fertilità cresce il tempo. L'ultimo suo pezzo — Scontri in France Insoumisse sull’immigrazione: Kuzmanovic e Autain — cè degno di nota perché ci informa sul dibattito (e la lotta) interna a France Insoumise
Il pomo della discordia? 
L'immigrazione, ovvero, come diciamo noi l'anarco-immigrazione o immigrazione all'ingrosso. Nel tempo abbiamo segnalato le posizioni anti-no-borders di Bernie Sanders, di Jeremy Corbin,  dello stesso J.L. Melenchon e, per ultimo, di Sahra Wagenknecht
Il dissidio interno a France Insoumise segnala un cambiamento di posizione di Melenchon. Non ne siamo stupiti. Un segnale che Melenchon era giunto agli inizi di luglio, quando ebbe a dire in Tv che il governo giallo-verde era "fascista". Una davvero rozza scivolata. Un cambiamento di profilo politico che Melenchon ha confermato il 7 settembre scorso a Marsiglia quando ha incontrato Macron — Macron: “abbiamo un confronto politico con Mélenchon, ma non è mio nemico", e Mélenchon "certo!". Ci torneremo su quel che è emerso da quella amichevole chiacchierata...
Segnaliamo lo scontro in France Insoumise anche nel quadro delle grandi manovre a sinistra in vista delle elezioni europee. Le cosiddette "sinistre radicali" europee saranno in grado di fare un listone unitario? 
Per questo anche è degno di nota l'articolo di Visalli. Egli ritiene che la questione migratoria segni la linea di demarcazione simbolica tra due sinistre, quella pro-liberale e quella anti-liberale; quella che mette la libertà prima dell'eguaglianza e quella che, al contrario, sostiene che, nelle condizioni date, prima viene l'eguaglianza e per questo non sia né accettabile né fattibile la cosiddetta "accoglienza" per tutti.

*  *  *

Scontri in France Insoumisse sull’immigrazione: 
Kuzmanovic contro Autain
di ALESSANDRO VISALLI

Ci si avvicina alle elezioni europee, in Francia c’è una soglia di sbarramento al 5% che in questo momento sono sicuri di superare solo Macron (oltre 20%), Le Pen (altro 20%), France Insoumisse (da 12 a 14%) e i gollisti (al 14%). Le altre forze socialiste e comuniste, ed i verdi, sono vicino o sotto la soglia, quindi rischiano. In questo quadro France Insoumisse sta cercando di aprire le sue liste[1], lasciando disponibili quindici posti per la sinistra socialista di Emanuel Maurel ed al movimento di Chenènement. Come valuta qualche osservatore, si tratta di un tentativo di allargare anche alle classi medie (‘riflessive’) che erano state lasciante sullo sfondo nel precedente posizionamento su periferie e classi popolari.
Una spia di questo movimento è l’aspro scontro che ha visto coinvolto il Responsabile esteri all’inizio di settembre a partire da due articoli su Obs. Djordje Kuzmanovic ha scritto un articolo di appoggio alla svolta della Wagenknecht e la deputata Clémentine Autain lo ha duramente attaccato. Il risultato è che Mélenchon ha preso le distanze.

Leggiamo questi articoli.

Il primo articolo sostiene che “Il discorso di Sahra Wagenknecht è di salute pubblica”; il rappresentante di Insoumisse, che a luglio era presente ad un incontro a Roma, insieme ad un deputato tedesco molto vicino alla Wagenknecht, con il gruppo di Fassina e con Senso Comune[2], inizia con una narrativa molto familiare, attaccando con tutta evidenza Mitterrand[3], sostiene che trenta anni fa la socialdemocrazia ha deliberatamente scelto di costruire un’Unione Europea liberale, rinunciando a difendere le classi lavoratrici. Quindi si è schiacciata sulle posizioni della destra liberale, dalla quale però doveva differenziarsi elettoralmente. Allora si è concentrata su questioni che non sono specificamente ‘di sinistra’, ma liberali-radicali: femminismo, diritti LGBT, migranti.
Si tratta, riconosce, di questioni importanti che “non dovrebbero essere liquidate”, ma che allo stesso tempo “non possono essere separate dal cuore della lotta di sinistra: la difesa delle classi popolari e la lotta contro il capitale”.

Djordje Kuzmanovic


La sinistra si è invece accomodata in una sorta di “buona coscienza” che, in particolare sull’immigrazione di fatto “impedisce una concreta riflessione su come rallentare o addirittura fermare i flussi migratori”, che invece e probabilmente aumenterebbero per effetto dei cambiamenti climatici.
Sostenere che bisogna “accogliere tutti” è letto da Kuzmanovic come una posizione ingenua e controproducente quando il centro dell’attenzione deve essere andare contro le politiche ultraliberali, ad esempio, dice, “denunciando gli accordi di partenariato economico (APE) con i paesi africani. Accordi che distruggono i mercati dei paesi economicamente più deboli e creano miseria su larga scala, aumentando i candidati all’emigrazione”.

Il cambiamento di linea che indica il Responsabile esteri è causato, a suo dire, dalle emergenze che negli ultimi cinque anni si sono accumulate, le disuguaglianze in aumento e l’esplosione demografica. Il problema, però, non sono i migranti in sé, ma “la distruzione economica che spinge milioni di persone fuori dei loro paesi di nascita”.

Il giornalista a questo punto ricorda che alcuni sottolineano come le attuali politiche di aiuto in realtà rendano più mobili le persone[4]. In effetti è vero, si tratta di politiche che provocano una tendenza alla riconversione dell’economia africana tradizionale in economia rivolta all’esportazione di prodotti di base, e attraverso le catene logistiche e relazionali che si creano, incoraggia di fatto le persone sradicate a spostarsi[5]. Il paradigma proposto da Insoumisse è quindi diverso: lo chiama “protezionismo solidale”. Una linea simile al vecchio movimento Burkinabe di Thomas Sankara[6]: proteggere i paesi africani e le loro economie, impedendo che siano schiacciati dalle multinazionali e del debito, in una logica internazionalista di uguaglianza e rispetto per le nazioni. Lo spirito dei vecchi paesi non allineati e di Bandung, quello che nel suo ultimo discorso avrebbe voluto partisse da Addis Abeba[7].

Ma continua in modo molto opportuno che questo concetto si riproduce anche entro i confini europei, dove i paesi orientali, Romania, Bulgaria, ma anche Grecia, Portogallo ed Italia, vedono partenze di massa dei loro giovani più formati. Si tratta di un fenomeno di dumping sociale che interessa direttamente l’Europa e solo in misura minore i paesi dell’Africa sub-sahariana. Ma un processo che si estende ad anello: “i lavoratori polacchi non subiscono l’arrivo di lavoratori africani, ma ucraini”.

Venendo sul piano elettorale il problema non è tanto quindi di recuperare i voti che stanno andando a destra (Front National in Francia e Afd in Germania, o la Lega in Italia), ma la gran parte delle categorie popolari che tende ad astenersi. Il rischio, dice, “se non ci riusciamo, è trovarci in una situazione simile all’Italia, dove le forze progressiste sono in frantumi e la destra xenofoba è al potere”.

Qui cade la frase che dà il titolo: “il discorso che Sahra Wagenknecht ha fatto sulla questione della migrazione è di salute pubblica”.

Proseguendo si viene ad un punto cruciale: il sentimento di insicurezza culturale e di pericolo per la stabilità della propria forma di vita. Kuzmanovic ricorda che è stato candidato in un collegio del nord nel quale ci sono moltissimi immigrati (polacchi, italiani e marocchini) che “sono stati portati lì per fare i lavori più difficili”, ma nel quale il tasso di povertà è del 40% e la disoccupazione del 30%. In queste condizioni è naturale che ci sia un “sentimento di disintegrazione della propria cultura che è legato ad un regresso comunitario”. Una cosa che si spiega però con la crisi politica ed economica.

La tesi è semplice: “queste tensioni si ridurrebbero se fossimo in grado di combattere la precarietà. Condividendo la ricchezza prodotta che finisce prevalentemente nelle mani di pochi ultraricchi”.

All’obiezione, usuale, che connettere disoccupazione e migrazione porta vantaggi alla retorica dell’estrema destra, risponde in modo netto: “questa accusa è assurda”. Si tratta di una sinistra che ha dimenticato le tradizioni del movimento francese, i discorsi di Jaurès sul “socialismo doganale”, ad esempio. Se la sinistra parla come il mondo degli affari, di fatto avendo la stessa posizione degli industriali la cosa non può che essere un problema. Qui arriva uno dei punti che ha fatto scandalo: “quello che stiamo dicendo non è nuovo, è un’analisi puramente marxista: il capitale crea un esercito di riserva”. Si tratta di un meccanismo semplice, se si pagano male lavoratori privi di documenti c’è una pressione al ribasso dei salari[8].

L’argomento che sarebbe una tesi di destra per l’esponente di Insoumisse è “il risultato di una grave confusione tra gli ideali dell’illuminismo, che sostengono la libertà di movimento delle persone e delle idee, e cui siamo ovviamente legati, e il regime imposto dalla globalizzazione del capitalismo. Se potesse uscire dalla sua tomba sono convinto che Rousseau non sosterrebbe lo spostamento di masse di contadini da un paese all’altro. La libertà di movimento si scontra con un principio di realtà: cosa possono fare le masse di migranti climatici che partono da zone soggette a stress idrico, quando diventano migranti economici che arrivano in zone dove non c'è lavoro?”

Ciò non significa aprire la “caccia ai migranti”, ma, al contrario, “attaccare coloro che assumono i lavoratori illegali” e contemporaneamente avviare una massiccia regolarizzazione dei migranti irregolari, in modo da costringere i datori di lavoro a pagare salari decenti su un piano di parità con la legge. Quindi bisogna porre fine al dumping sociale intra-europeo. Sono i datori di lavoro che massimizzano i profitti sfruttando la miseria del mondo. Come avevo scritto in questo post, si tratta dell’integrazione trainata e governata dal mercato, e quindi intrisa di concorrenza di tutti contro tutti, ad essere il problema.

Naturalmente le poche decine di migliaia di persone che meritano lo status di rifugiato, che fuggono dalla guerra, come dicono le Convenzioni di Ginevra del 1957, 1962, vanno accolti. Così come non si può lasciare nessuno morire nel mediterraneo.
Ma se non hanno diritto allo status di rifugiato vanno “rimandate nel loro paese, e rapidamente”.

Invece chi è già qui va anche aiutato a ricongiungersi con la sua famiglia, “sarebbe inumano altrimenti”, ma “ciò che conta è assicurare una vita dignitosa per tutti e fornire i mezzi per assicurare un'integrazione riuscita, specialmente nella scuola repubblicana, ma sarebbe necessario interrompere la rottura dell'educazione nazionale”.

Alla domanda sulla difficoltà di distinguere tra “migranti” e “rifugiati”, un altro dei punti di attacco dell’ideologia “no border”, l’esponente di Insoumisse risponde che in effetti si tratta di una distinzione difficile, cosa che farà scoppiare il sistema.

In sostanza “l’ordine neoliberista globale ci sta conducendo direttamente al muro”.

Lo stesso giorno esce anche la posizione di Clémentine Autain, alla quale sono fatte le stesse domande. Alla fine della “buona coscienza” auspicata dalla Wagenknecht, risponde in modo vigoroso riaffermando la ricerca di congiunzione tra discorsi, azioni e principi etici connessi con “l’orizzonte emancipatorio”. L’ideale che anima la posizione è descritto come “umanista e internazionalista” e quindi indica la strada di “sopportare lo stigma” e riaffermare contro lo spirito popolare che lo straniero non è il capro espiatorio.

Clémentine Autain


Al discorso pragmatico di Kuzmanovic oppone un punto di vista espressamente identitario:

“Ogni volta che facciamo promesse al popolo sulla base del discorso dell'estrema destra, penso che stiamo perdendo la nostra anima e l’immagine. Dopo tutto, non siamo una setta, ma un collettivo vivente, quindi ovviamente abbiamo dei dibattiti fondamentali sull'apertura dei confini o sulle condizioni di accesso alla nazionalità ma non dobbiamo perdere il filo di ciò che ci anima, specialmente in quando il Mediterraneo si trasforma in un cimitero”.
Quindi sulla posizione della Wagenknecht afferma di non “voler suggerire” che ci sia un nesso tra disoccupazione e immigrazione. E di non voler raggiungere un nuovo elettorato se il prezzo è di prendere i temi dell’avversario politico, qui cade un tipico argomento “in genere l’originale è preferito alla copia”. Mentre l’estrema destra lavora sul risentimento e sulla costruzione del nemico, sostiene la Autain bisogna opporre una speranza basata sui diritti e le libertà.

Abbastanza sorprendentemente, però, per come ha condotto fin qui l’intervista continua:

“Sono d'accordo con Sahra Wagenknecht sulla descrizione del fenomeno che Marx chiamava ‘l'esercito di riserva’. Ma per evitare la concorrenza, bisogna operare per non abbassare i salari e le condizioni di lavoro. Alcuni potrebbero avere interesse a partecipare alle elezioni europee nel campo dell'identità. Dobbiamo invece metterlo su quello dell'uguaglianza. La costruzione europea e oggi la coppia Merkel-Macron hanno alimentato la competizione di tutti contro tutti. Sta a noi promuovere il legame e la solidarietà”.
In sostanza allinea una posizione identitaria di sinistra liberal (orientata a far prevalere la libertà sull’uguaglianza, che richiede meccanismi autoritaritativi e redistributivi che non possono essere immediatamente allargati a tutti) con una conclusione che indirizza all’uguaglianza. Un obiettivo privo degli strumenti per essere perseguito.

Alla fine, ad esempio, propone di allargare i criteri del diritto di asilo e di “sbattere i pugni sul tavolo” perché il peso sia ripartito in Europa, senza rimandare nessuno, né fuggito dalla guerra, né dalla miseria (o dai cambiamenti climatici che ne sono causa).

Alla domanda circa l’allontanarsi della sinistra dalle classi lavoratrici, con cui aveva cominciato Kuzmanovic, il deputato risponde con una posizione intermedia, da un lato ci sono gruppi come “Terra Nova” che propone di allontanarsi dal mondo del lavoro per concentrarsi sulla società, i giovani, le donne, gli immigrati (una classica posizione anni novanta[9]), dall’altra personalità come Christophe Guilluy propongono di tornare ad una agenda lavorista. A parere della Autain tutte e due le visioni sono vicoli ciechi, le questioni identitarie sono intrecciate a quelle sociali. Oggi la figura simbolica non è più l’operaio o il minatore, ma i cassieri dei supermercati, i lavoratori edili in nero, i giovani di McDo.

Kuzmanovic e la Autain hanno esattamente la stessa età, sono entrambi nati nel 1973, il primo è un ex militare, laureato in scienze politiche e geopolitica, che si è presentato nel collegio di Lens, dove la Le Pen fece il 58% e si presenta come candidato ‘patriottico’ che rivendica un ‘populismo di sinistra’. Seguendo l’eredità di Jaures, e talvolta citando l’eredità di Trotsky, Guevara o dell’Ira[10] il suo punto di battaglia è il Fronte Nazionale in un territorio devastato dalla chiusura di miniere, fabbriche e da delocalizzazioni. Sostiene la necessità di uscire dalla Nato ed è fortemente anti USA, nel 2009 si schiera contro l’intervento in Libia e dal 2013 è nell’Ufficio Nazionale del Partito, Responsabile esteri e difesa.
Clémentine Autain, invece è un membro di Ensemble!, che è un movimento femminista ed ecologista alleato con ilFront de Gauche è stata eletta a Parigi, e poi a Sevran nell’Ile-de-France, è co-segretarie della Copernic Foundation. Figlia di un’attrice e di un cantante e nipote di un ex deputato socialista, ed ex sindaco, sotto Mitterrand. Viene eletta nel 2017 alla Seine-Saint-Denis nell’11° distretto (si potrebbe dire semi-periferico, nella conurbazione di Parigi.

Insomma, sono molto diversi, rappresentano plasticamente le diverse sinistre.

Come detto all’inizio la France Insoumisse sta cercando un posizionamento nel quadro competitivo aperto dalle elezioni europee che la vede quarta forza, stretta tra Macron ed i Gollisti (due forze establishment) e il Fronte Nazionale, con piccole forze sulla soglia di poter andare da sole intorno a sé. Per crescere di qualche punto, e qualificarsi come candidato al possibile ballottaggio nel 2022, potrebbe avere quindi senso cercare di non rompere con l’elettorato che la Autain, per biografia, classe sociale, e area elettorale rappresenta ottimamente.

Probabilmente per questo risulterebbe (si veda questo articolo di Liberation) che Mèlenchon avrebbe sconfessato pubblicamente un militante che ha con sé da dieci anni per uscire da quella che il giornale chiama “la trappola”: fare dell’immigrazione il tema portante delle elezioni che arrivano.

Anche Le Monde ha un resoconto simile: “è inutile avere espressioni che infastidiscono i nostri amici. È sempre bene avere una buona coscienza umanistica. L'accoglienza, la generosità sono buoni valori”, ha sostenuto Alexis Corbière per conto di Mèlenchon. La linea di attacco a Macron deve, piuttosto, essere i Trattati europei e la politica ecologica.

Ma alla fine quale è la divergenza?

Tutti e due ammettono che l’arrivo di molti immigrati può influenzare la dinamica salariale, ma uno, che parla con i ceti popolari, ne vuole parlare, l’altra, che si candida vicino Parigi, pensa che sia pericoloso perché può far perdere l’identità alla sinistra (si può vedere così, il primo deve riconquistare persone che non votano, la seconda deve conservare un voto residuale). Uno guarda alla crescita ed alla riconquista dei voti e del potere perduto, l’altra alla conservazione di insediamenti sociali (ai quali appartiene) sotto pressione.
L’insieme del discorso di Sahra Wagenknecht è letto come necessario per la protezione della nazione, e la lotta contro i privilegi (di “salute pubblica” ha un particolare sapore per un francese), da Kuzmanovic, mentre la posizione “umanitaria e internazionalista” della Autain, che non vuole “perdere il filo di ciò che ci anima” la porta ad abbozzare un contraddittorio discorso su libertà e uguaglianza, che fa leva su legame sociale e solidarietà senza darsi gli strumenti per ottenerli.

La proposta del primo è di rallentare o fermare i flussi di immigrati non aventi i requisiti per essere qualificati come rifugiati (anche se al termine ammette la difficoltà di fare la distinzione nella pratica), denunciare lo sfruttamento francese dell’Africa, e lasciare che si organizzi da sé (ricorda, appunto Sankara), allargare lo stesso concetto in Europa, combattere la precarietà per riguadagnare coesione sociale. E, soprattutto, regolarizzare chi già c’è e combattere spietatamente coloro che assumono lavoratori illegali o li pagano poco. Porre fine al duping sociale intra ed extra europeo.

La proposta della seconda è di accogliere tutti, ma ottenere la solidarietà degli altri paesi. In modo molto indicativo afferma di “non voler suggerire” che ci sia un nesso tra disoccupazione e immigrazione (cita qualche controesempio sommario), anche se poi dice di essere d’accordo con la descrizione di “esercito di riserva”.

Circa la constituency cui guardare, Kuzmanovic vede decisamente i ceti popolari, la cui riconquista, nelle attuali condizioni di disastro sociale sbarrerebbe la strada alla destra ed insieme riaprirebbe la partita del potere che ora giocano solo altri.
La deputata parigina spera di tenere insieme il residuo di constituency degli anni novanta-zero (giovani, donne, immigrati, minoranze culturali) con un lavoratore ormai disperso e disgregato di cui fa un elenco sommario.

Kuzmanovic fa un discorso pratico, con un obiettivo politico di avanzamento in terreni oggi abbandonati e che rischia di andare al punto, anche al prezzo di allargare il discorso e di rischiare qualche passaggio difficile.

La Autain fa un discorso identitario, con l’obiettivo di conservare ciò che la sinistra ha ancora, i ceti medi istruiti e che sono pieni di buoni sentimenti (potendoseli permettere), ma l’insieme delle contraddizioni e gli interdetti (ciò che non “vuole” dire) la lascia in pratica senza discorso.

Un’immagine degli attuali dilemmi della sinistra, tra “nuvole verbali” (Marx) e scelte difficili.


NOTE

[1] - Del resto è un movimento con al centro un partito, ma non esaurito in esso
[2] - Ovviamente prima di avviare l’iniziativa di Patria e Costituzione.
[3] - https://tempofertile.blogspot.com/2018/01/francois-mitterrand-e-le-svolte-degli.html
[4] - Una tesi sostenuta anche da Samir Amin, si veda, ad esempio “Lo sviluppo ineguale” 1973, “Oltre la mondializzazione”, 1999, “Per un mondo multipolare”, 2006, “La crisi”, 2009.
[5] - Si può vedere anche https://tempofertile.blogspot.com/2017/08/note-circa-leconomia-politica.html
[6]- Che viene ucciso in un colpo di stato tre mesi dopo aver pronunciato questo discorso contro il debito coloniale:https://youmedia.fanpage.it/video/al/WPCvk-SwgAVuR2bw
[7] - ...
allora, cari fratelli, col sostegno di tutti
potremo fare la pace a casa nostra
potremo anche usare le sue immense potenzialità
per sviluppare l'Africa, perché il nostro suolo
e il nostro sottosuolo sono ricchi
abbiamo abbastanza braccia e un mercato immenso
da nord a sud, da est a ovest
abbiamo abbastanza capacità intellettuali per creare
o almeno prendere la tecnologia e la scienza
in ogni luogo dove si trovano.
Signor presidente: facciamo in modo da realizzare
questo fronte unito di Addis Abeba contro il debito
facciamo in modo che a partire da Addis Abeba
decidiamo di limitare la corsa agli armamenti
tra paesi deboli e poveri
i manganelli e i coltellaci che compriamo sono inutili
Facciamo in modo che il mercato africano
sia il mercato degli africani
Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa
Produciamo quello di cui abbiamo bisogno
e consumiamo quello che produciamo invece di importarlo
Il Burkina Faso è venuto qui ad esporvi la cotonnade
prodotto in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso
cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabè
vorrei semplicemente dire
che dobbiamo accettare di vivere africano
è il solo modo di vivere liberi e degni
La ringrazio signor presidente
La patria o la morte, vinceremo!
[8] - si veda qui https://tempofertile.blogspot.com/2018/09/immigrazione-e-questione-sociale.html
[9] - Negli anni ottanta inoltrati e novanta il riflusso nel privato e le sconfitte della classe operaia, con l’indebolimento decisivo dei sindacati, sconfitti in simboliche battaglie in Inghilterra, in USA e anche in Italia alla Fiat, portarono una parte della cultura di sinistra a cercare altre strade. In questi anni intellettuali influenti come Jurgen Habermas, “Teoria dell’Agire Comunicativo”, 1981, Antony Giddens “Identità e società moderna”, 1991, “Oltre la destra e la sinistra”, 1994, “La terza via”, 1998, ma anche Ronald Inglehart “La società postmoderna”, 1996, sostengono che nella società postmoderna e frammentata si debba considerare risolto il problema fondamentale della sopravvivenza e quindi anche la lotta di classe, in favore di una ‘politica della vita’, incentrata sull’espansione dei diritti individuali e di autoespressione.
[10] -Come le faccia andare insieme sarebbe interessante capirlo.

venerdì 6 luglio 2018

EUROPEE 2019: GRANDI MANOVRE A SINISTRA

[ 6 luglio 2018 ]



Sinistra radicale
grandi manovre in corso in vista delle elezioni europee del maggio 2019

Su questo blog segnalammo la notizia della firma della Dichiarazione di Lisbona, sottoscritto il 12 aprile 2018. Firmatari del documento J-L Mélenchon (France Insoumise), Pablo Iglesias (Podemos) e la portoghese Catarina Martins (Bloco de Esquerda). Scrivevamo:
«Si tratta di una dichiarazione di compromesso, che resta sul piano della "riforma della Ue", in cui le posizioni più sovraniste dei francesi sono state sfumate così da essere potabili per Podemos — sappiamo che Pablo Iglesias, personalmente, dopo l'errore del sostegno aperto a SYRIZA, è oggi molto vicino alle posizioni di Mélenchon — ed i portoghesi. Una dichiarazione che da avvio alle grandi manovre in vista delle elezioni europee del 2019».
Sulla scia di quella Dichiarazione, il primo luglio scorso si sono incontrati a Madrid, con tanto di evento pubblico, J-L Mélenchon e Pablo Iglesias. [vedi foto sopra] Lo scopo non era un segreto: consolidare l'asse tra France Insoumise e Podemos in vista delle prossime elezioni europee. I due hanno così abbozzato quello che sarà il profilo dell'eventuale listone della sinistra radicale alle prossime europee. Un resoconto puntuale di cosa essi abbiano detto e proposto ce lo fornisce EL PAIS del 2 luglio.

Ma si sta davvero consolidando l'asse tra France Insoumise e Podemos? C'è di che dubitarne. Il pomo della discordia ha un nome: Tsipras. Mélenchon vorrebbe tenerlo fuori dall'alleanza elettorale in vista delle prossime elezioni europee, mentre Pablo Iglesias (che per Tsipras ci aveva messo non solo la faccia), sembra voglia tenerlo dentro. In verità (altra divergenza con Mélenchon) Iglesias vorrebbe un accordo anche con Varoufakis. Staremo a vedere...

Una cosa forse decisiva unisce Mélenchon e Iglesias, il giudizio sul governo M5s-Lega. Quale esso sia è preso detto: si tratterebbe di un governo, se non compiutamente fascista, semi-fascista. Mélenchon l'aveva dichiarato il 20 maggio, ancor prima che Conte ricevesse l'incarico. Egli affermò infatti: "Évidemment, ce sont des fachos" — dove "fachos" sta per fascisti.
Da parte sua Iglesias ha suonato lo stesso spartito. L'ha sostenuto il 30 giugno in una trasmissione sul canale di Podemos FORT APACHE, il cui titolo parla chiaro "Italia vuelve (torna) al fascismo".

La cosa è sotto diversi profili sintomatica. Anzitutto, con un simile approssimativo e ingenuo giudizio, sia Mélenchon che Iglesias dimostrano di essere sotto scacco della violenta campagna di satanizzazione del governo giallo-verde messa in atto dalle élite eurocratiche e in vigore in tutti i paesi. In secondo luogo il giudizio dimostra quanto, dal punto di vista della cultura politica essi siano figli di una cultura per niente marxista ma massimalista e riformista. In terzo luogo questo loro giudizio fa l'occhiolino alle sinistre radicali italiane, che fanno dell'accusa di "fascio-leghismo" un elemento fondamentale, di posizionamento e identità. 

E quali sono le correnti che guardano con interesse al blocco elettorale a guida Mélenchon-Iglesias? Non c' è solo Potere al Popolo (con annessi e connessi, anzitutto Rifondazione e Eurostop). Ci sono quindi pezzi sparsi de L'Altra Europa con Tsipras. Alla finestra ci sono Stefano Fassina e i dissidenti di Sinistra Italiana. C'è poi— in barba a tutti di discorsi d'accademia su superamento destra-sinistra, populismo laclausiano ecc. — Senso Comune. Una coalizione a cui ognuno si aggrappa nella speranza che superato lo sbarramento elettorale (4%).

Speranza alquanto difficile. In agguato e in concorrenza ci sono infatti altri due poli di sinistra... "radicale". Quello attorno al blocco SYRIZA-Die Linke, e quello di Diem-25 di Yanis Varoufakis. Com'è noto il movimento Dema appena costituito dal sindaco di Napoli De Magistris (Dema) è alleato proprio a Varoufakis. De Magistris rischia di diventare l'ago della bilancia. Alla sua corte in diversi stanno andando col cappello in mano, e tirandolo per la giacca.

Potremmo sbagliarci ma c'è un'alta probabalità che la necessità di superare lo sbarramento, costringa tutti, soprattutto qui in Italia, all'inciucio elettoralistico, a costruire un'Armata Brancaleone —i n poche parole una versione 2.0 di L'Altra Europa con Tsipras. Un blocco elettorale che farà dell'opposizione frontale al "fascio-leghismo" la sua cifra principale, e nella quale quindi, il pur sfumato e patriottismo repubblicano alla Mélenchon* verrà non solo annacquato, ma soppresso in nome, ancora una volta dell'altreuropeismo....


* Abbiamo più volte espresso al nostra simpatia per France Insoumise e il suo profilo patriottico (e la sua idea di PIANO B di sucita dall'euro). Il fatto è che Mélenchon sembra avere un atteggiamento tipicamente francese (leggi: di spocchia); per cui il patriottismo, se è francese, se lo rivendica lui, è di natura democratica e progressiva, se lo fanno all'estero è nazionalista e reazionario. Se poi il patriottismo è italiano puzza sicuramente di... fascismo. Stesso dicasi per il PIANO B: questo può essere privilegio esclusivo della "grande Francia", non certo per gli italiani che di "B" conoscono solo il rango di cui fan parte....






lunedì 6 novembre 2017

SINISTRA ITALIANA, NON TRADIRE COME TSIPRAS di J.L. Mélenchon

[ 6 novembre 2017 ]
Un'intervista del leader della France Insoumise a la Repubblica 


Mélenchon non gliele manda a dire. A quelli che a sinistra vedono il suo successo, ma si rifiutano di capirne le ragioni, parla in maniera molto chiara nell'intervista pubblicata venerdì da la Repubblica e che potete leggere di seguito.

Queste alcune delle sue affermazioni più qualificanti:

1. «La nuova contrapposizione non è più tra destra e sinistra ma tra oligarchia e popolo»
2. «Il debito pubblico non si potrà mai rimborsare»
3. «In Grecia, Tsipras ci ha tradito firmando l'accordo europeo»
4. «Se si entra nella logica del voto utile si è condannati alla morte politica»

Infine la sua conclusione sull'Italia: «Gli amici italiani devono esprimere un'alternativa netta all'Ue e alla road map della Commissione. Se non lo faranno, continueranno a girare a vuoto appesi al guinzaglio del partito democratico».

Qui sotto l'intervista integrale di Anais Ginori de la Repubblica




PARIGI - "La Francia è un vulcano pronto a esplodere". Jean-Luc Mélenchon è un attore consumato. Come lui, pochi altri nella politica francese. Lo incontriamo nei nuovi uffici del gruppo parlamentare della France Insoumise. Con il suo chavismo alla francese, un populismo di sinistra solo più raffinato, l'ex socialista ha conquistato 17 seggi all'Assemblée Nationale e 10 milioni di voti al primo turno delle presidenziali. Il migliore nei dibattiti tv fra i candidati all'Eliseo. Unico oppositore nel disastrato panorama politico, in cui domina incontrastato una sorta di partito unico di Emmanuel Macron.



A destra e a sinistra solo macerie. Il Front National balbetta. "È allo sbando, forse l'unica buona notizia di questo periodo". Di negativo per Mélenchon c'è che non si vedono segnali di risveglio del "vulcano francese". L'opposizione parlamentare non ha margini di azione in un regime presidenziale, non sono previste altre elezioni fino alle Europee del 2019 e la piazza non si solleva contro il cosiddetto "Presidente dei ricchi". L'autunno caldo è piuttosto tiepido. "Méluche" aveva promesso milioni di manifestanti sui Campi Elisi.



D. Dove sono finiti?

R. "È vero, non si è prodotta la valanga sociale nonostante monsieur Macron abbia fatto di tutto: ha moltiplicato le provocazioni e le leggi di regressione sociale".


D. Ha riconosciuto che il giovane presidente "ha segnato dei punti". Si è già rassegnato?

R. "Ho 66 anni, faccio politica da 50. Monsieur Macron non riuscirà certo a farmi cadere in depressione. Ma bisogna ammettere che lavora bene per compattare la destra del paese".


D. Forse la ragione è che i francesi hanno accettato le riforme?

R. "Non credo. La società francese resterà sempre contraria alle zuppe neoliberiste che ci propinano. Ma è vero che questo tipo di politica è avvolta in un contesto culturale, psicologico, mettendo in competizione gli uni con gli altri, facendo credere che se non si riesce la colpa è di se stessi".
D. Vuole continuare a fare solo l'oppositore numero uno o ha anche qualche proposta?
R. "I giornalisti si concentrano sulla forma, raccontano aneddoti, senza badare ai contenuti. Abbiamo presentato una contro-Finanziaria, ci sono proposte sulle aliquote fiscali, su una tassa universale. Perché questo disprezzo da parte della stampa?".


D. Lei è il primo a prediligere la forma, con uno stile plateale.

R. "Continuiamo a fare proposte all'Assemblée Nationale, siamo nelle strade e in ogni teatro di lotta. Che cosa dovremmo fare di più? La Francia è una democrazia e noi siamo repubblicani. Non possiamo prendere le armi. Rappresentiamo il campo dell'ecologia, dei poveri e dei lavoratori. In passato, abbiamo avuto molte sconfitte".


D. È in corso una nuova lotta di classe?

R. "Non direi nuova. Ha il pregio di essere diventata limpida e rivendicata. Per colmare le tasse che i ricchi non pagheranno il governo taglia i fondi per i servizi pubblici. Più classista di così...".


D. Che significa essere di sinistra oggi?

R. "Se è quel che resta del partito socialista e dei Verdi non fa per me. Non vogliamo rinchiuderci nelle etichette".


D. E' stato a lungo socialista, rinnega la sua militanza?

R. "L'idea socialista è come la poesia: immortale. Ma che cosa resta di socialista nel partito di Hollande? Niente. È per questo che me ne sono andato dieci anni fa. Noi stiamo reinventando la politica. Il nostro movimento non è un partito. La nuova contrapposizione non è più tra destra e sinistra ma tra oligarchia e popolo".


D. La leadership di Macron ha rimesso la Francia al centro dell'Europa?

R. "È un trompe l'oeil, un'illusione ottica. Nel discorso alla Sorbona Macron non ha proposto niente di nuovo. E non ha parlato del debito. Bisogna dire la verità ai cittadini. Il debito pubblico non si potrà mai rimborsare. Facciamo una conferenza per stabilire una moratoria come nel 1953 per il debito della Germania".


D. La sinistra radicale è in difficoltà in gran parte d'Europa, mentre l'estrema destra aumenta ovunque. Perché?
R. "È vero, siamo ridotti ai minimi in tanti paesi. In Germania, Die Linke è al 9%. In Grecia, Tsipras ci ha tradito firmando l'accordo europeo. In Italia siamo stati praticamente distrutti perché Beppe Grillo ha occupato la scena tribunizia".

D. Si considera un modello di successo?

R."Al momento siamo i più forti e creativi nella nostra famiglia politica. Possiamo essere d'ispirazione per altri. Cercherò di costruire delle liste transnazionali alle prossime elezioni europee".

D. In Italia, gli elettori di sinistra dovranno scegliere se dare un voto al Pd di Matteo Renzi o scegliere una delle formazioni alternative rischiando di far vincere la destra... 

R. "È un ritornello che conosco bene. Se si entra nella logica del voto utile si è condannati alla morte politica".

D. E quindi si rinuncia anche a prendere il potere?

R."La vittoria di monsieur Renzi sarebbe una conquista del potere da parte del popolo? Cosa cambierebbe rispetto alla destra? È sempre la stessa minestra".

D. È in contatto con Mdp, Si e le altre formazioni di sinistra? Pensa di venire in Italia?

R. "Se posso dare una mano, volentieri. Ci sono contatti. Gli amici italiani devono esprimere un'alternativa netta all'Ue e alla road map della Commissione. Se non lo faranno, continueranno a girare a vuoto appesi al guinzaglio del partito democratico".




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