[ 13 agosto 2017 ]
I Consigli regionali di Basilicata e Puglia, su proposta dei consiglieri M5S, hanno recentemente approvato una mozione per l’istituzione di una “Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia”.
I Consigli regionali di Basilicata e Puglia, su proposta dei consiglieri M5S, hanno recentemente approvato una mozione per l’istituzione di una “Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia”.
Questa iniziativa ha suscitato vivaci polemiche, tra favorevoli e contrari. Vedi ad esempio la diatriba tra Massimo Adinolfi e Gianfranco Viesti su IL MATTINO del 12 agosto.
A sinistra la vicenda non sembra aver suscitato alcun interesse. Il silenzio è stato rotto da Carlo Formenti il quale, l'8 agosto sulla sua pagina fb scriveva:
«A seguito dell'istituzione della giornata della memoria per le vittime meridionali dell'unità d'Italia su iniziativa della Regione Puglia si è scatenato un putiferio su tutti i giornali nazionali: accademici, politici, intellettuali, scrittori, giornalisti tutti a inveire contro questa ennesima manifestazione del "vittimismo" meridionale che intende giustificare l'arretratezza del Sud mettendola in relazione al processo di colonizzazione interna subito da parte dal capitalismo settentrionale e dello stato sabaudo. Questa ondata - del resto non nuova - di negazionismo vede come protagonisti anche molti intellettuali meridionali, a conferma del giudizio di Nicola Zitara sull'analogia fra borghesie compradore dei paesi coloniali e borghesia delle professioni del nostro Sud, entrambe al servizio dei colonizzatori. I libri di Zitara sono pubblicati da Jaca Book (e più volte citati da un grande intellettuale ed economnista marxista come Samir Amin) e invito a rileggerli per capire (a suon di dati statistici e fatti storici, non di opinioni da articolo di giornale) come fra unificazione e primo Novecento (per proseguire poi in forme diverse) lo stato di Cavour e successori abbia sistematicamente saccheggiato capitali, risorse agricole e industriali per alimentare lo sviluppo delle regioni settentrionali a spese del Sud».
Queste considerazioni —aggiungiamo a quello di N. Zitara il contributo eretico di E.M. Capecelatro e A. Carlo "Contro la questione meridionale"— , più che giuste secondo noi, non hanno affatto convinto gli stessi lettori di Formenti. Men che meno hanno convinto gli amici di SENSO COMUNE. Da leggere l'intervento di Stefano Poggi dal titolo inequivoco
"Perché Formenti sbaglia sulle “vittime meridionali”. La tesi di Poggi, in estrema sintesi è questa: vittime dell'Unità d'Italia sarebbero stati sia i poveracci del Sud che quelli del Nord, sia gli abitanti "di Piana degli Albanesi che quelli delle periferie industriali di Torino. Uno sfruttamento vero e feroce, ma senza denominazione geografica". Da questa scoperta dell'acqua calda l'esortazione a... "Una storia italiana che si distanziasse tanto dalla narrazione “eroica” ufficiale quanto da quelle (regressive) neoborboniche e leghiste".
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| "Uomini si nasce, briganti si muore" |
Non ci siamo caro Poggi. Proprio non ci siamo.
Certo che con l'Unità d'Italia non avvenne alcuna emancipazione delle masse popolari nemmeno al Nord. Ma qui il fatto è che tra il 1861 e il 1865 il Mezzogiorno conobbe una vera e propria insurrezione popolare (che il regime sabaudo squalificò come "brigantaggio", e così è ancora studiata nelle scuole) e, quel che è peggio, represse in maniera sanguinosa, impiegando 120mila soldati (metà dell'esercito). La dimensione enorme della ribellione popolare spinse il governo piemontese (non italiano, piemontese) a dichiarare nel 1863 la legge marziale: processi sommari, fucilazioni, incendi e saccheggi furono gli strumenti impiegati dal generale Cialdini nell'opera di repressione paranoica, non solo contro i briganti, ma contro tutti i loro fiancheggiatori. Migliaia di morti (da 20 a 40mila) in scontri armati e altrettante pene capitali o prigione a vita furono il tragico bilancio finale.
Sulla falsa riga della narrazione di regime poi, Poggi, dimentica che la rivolta fu causata principalmente non da nostalgia neo-borbonica bensì dalla mancata riforma agraria (quella promessa da Garibaldi), dal rifiuto della coscrizione obbligatoria, e dallo scandalo della vendita all'asta dei beni demaniali ed ecclesiastici —i compratori venivano anzitutto alla nuova borghesia rurale che si rivelava ancora più avara e tirannica dei vecchi padroni—, infine del nuovo regime fiscale vessatorio.
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| La dimensione della guerra civile |
Quindi a prescindere dalle "giornate della memoria" nulla si capisce sul carattere storpio dell'Unità d'Italia e della "questione meridionale" senza capire quella guerra civile passata agli annali come "brigantaggio".
Vorremmo poi dire agli amici di SENSO COMUNE, che il loro approccio, come dire, "razionalistico" molto stride con la loro (giusta) rivalutazione del populismo, e della importanza di stabilire una connessione emotiva con chi sta in basso. Corre infatti l'obbligo di ricordare che le classi povere meridionali, soprattutto contadine, immaginarono spesso i briganti come degli eroi, come "briganti buoni" paladini del popolo.
E' questa una discussione accademica? Proprio per niente. Alle sue spalle non c'è solo la "Questione meridionale", davanti c'è l'Italia che immaginiamo, la sua futura architettura istituzionale. In questo senso di grande importanza politica è il PATTO siglato recentemente tra la Confederazione per la Liberazione Nazionale e Sicilia Libera e Sovrana.


