12 ottobre.
DIPANIAMO LA MATASSA
Che Beppe Grillo fosse, lui personalmente, per uscire dall'euro, lo si sapeva. La novità, importante, venuta fuori ieri dalla manifestazione a Roma, è che, per la prima volta l'ha affermato, come dire, in maniera solenne: «Dobbiamo uscire dall'euro per forza e nel più breve tempo possibile». Bene! Non meno importante è che questa programmatica esternazione sia stata accolta da uno scroscio di applausi dalla maggioranza degli attivisti di M5S che lo stavano ascoltando. Benissimo!
Il problema sta da un'altra parte, sta nella farraginosa e confusa procedura che Grillo ha proposto.
Perché ricorrere ad una Legge di iniziativa popolare secondo l'Art.71 della Costituzione —"Il popolo esercita l'iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli"— da sottoporre quindi all'attenzione Presidenti di una delle due Camere (che potrebbero come spesso è accaduto cestinare la proposta di legge) se si dispongono di ben 150 parlamentari? Insomma: se M5S vuole davvero mettere l'uscita dell'euro al centro del dibattito parlamentare e pubblico ha la forza parlamentare per farlo senza perdere tempo a raccogliere le 50mila firme per una Legge di iniziativa popolare.
DIPANIAMO LA MATASSA
Che Beppe Grillo fosse, lui personalmente, per uscire dall'euro, lo si sapeva. La novità, importante, venuta fuori ieri dalla manifestazione a Roma, è che, per la prima volta l'ha affermato, come dire, in maniera solenne: «Dobbiamo uscire dall'euro per forza e nel più breve tempo possibile». Bene! Non meno importante è che questa programmatica esternazione sia stata accolta da uno scroscio di applausi dalla maggioranza degli attivisti di M5S che lo stavano ascoltando. Benissimo!
Il problema sta da un'altra parte, sta nella farraginosa e confusa procedura che Grillo ha proposto.
«A novembre inizieremo la raccolta delle firme per i referendum consultivo per uscire dall'euro. Entro sei mesi raccoglieremo oltre 50 mila firme, anzi arriveremo a un milione, due milioni, tre milioni... Quanti saremo? A maggio 2015 depositeremo cosi' l'iniziativa di legge popolare e stavolta la discuteremo in parlamento perché abbiamo 150 parlamentari... E così faremo un referendum consultivo come nel 1989».Quanta confusione!
Perché ricorrere ad una Legge di iniziativa popolare secondo l'Art.71 della Costituzione —"Il popolo esercita l'iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli"— da sottoporre quindi all'attenzione Presidenti di una delle due Camere (che potrebbero come spesso è accaduto cestinare la proposta di legge) se si dispongono di ben 150 parlamentari? Insomma: se M5S vuole davvero mettere l'uscita dell'euro al centro del dibattito parlamentare e pubblico ha la forza parlamentare per farlo senza perdere tempo a raccogliere le 50mila firme per una Legge di iniziativa popolare.
Poi ha detto che le firme saranno milioni e che verrà chiesto un referendum consultivo per chiedere l'uscita dall'euro.
C'è da restare di stucco davanti ad un simile pressapochismo.
La Costituzione italiana non solo non contempla la possibilità di referedum abrogativi di Trattati internazionali (e quello di Maastricht che prevede la moneta unica lo è); essa non prevede l'istituto del "referendum consultivo".
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Grillo ha fatto accenno al referendum del 1989, ma quello era un referendum di Indirizzo costituzionale —stabilito dal titolo I della legge 25 maggio 1970, n. 352. Fino al 1970, infatti, non era richiedibile il referendum costituzionale.
Come stanno le cose in base alla legge del 1970?
Stanno che la richiesta un referendum di indirizzo costituzionale può essere presentata (1) o da un quinto dei membri di una Camera, (2) o da cinquecentomila elettori (3) o da cinque Consigli regionali.
Infine: per essere effettivamente convocato il referendum di indirizzo costituzionale (che per essere valido non necessiterebbe di alcun quorum) deve tuttavia ottenere la maggioranza assoluta del Parlamento, è cioè necessario il voto favorevole del 50 % più 1 dei componenti la Camera.
SCHEDA - Referendum costituzionale così come disciplinato dal Titolo I della legge 25 maggio 1970, n.352
L'art. 138 della Costituzione prevede la possibilità di richiedere il referendum costituzionale solo a condizione che le due camere abbiano approvato una legge di revisione costituzionale o di una legge costituzionale. Le camere in seconda deliberazione devono raggiungere la maggioranza assoluta, cioè è necessario il voto favorevole del 50 % più 1 dei componenti la Camera. Resta la norma che la Costituzione può essere modificata con la maggioranza qualificata dei 2/3 dei componenti di ogni Camera. La richiesta di legge costituzionale può essere presentata da un quinto dei membri di una Camera, da cinquecentomila elettori o da cinque Consigli regionali entro tre mesi dalla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Ove il referendum di indirizzo costituzionale venisse convocato, non sarebbe necessario, per convalidare il risultato, il quorum strumentale del 50 più uno per cento dei votanti. A differenza del referendum abrogativo la legge costituzionale sarebbe promulgata se i voti favorevoli superano quelli sfavorevoli.
Morale della favola: ammesso che si raccolgano 500mila firme si dovrebbe poi avere il voto favorevole della maggioranza assoluta dei parlamentari. La qual cosa in questo parlamento è, se non impossibile, altamente improbabile. Ricordiamo che grazie al Porcellum la coalizione piddina col 29% ha ottenuto da sola il 54% dei seggi alla camera dei deputati.

