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martedì 19 febbraio 2019

GLI ERRORI TEORICI DI TONI NEGRI (2) di Mauro Pasquinelli




[ 19 febbraio 2019]

Presentiamo ai lettori la seconda parte (QUI la prima) di questo studio sul pensiero di Toni Negri. Un breve ma poderoso saggio con cui si spiega e si difende la teoria marxiana del valore, che per Negri oggigiorno, nel tempo del "capitalismo bio-cognitivo" non sarebbe più valida.

* * *

LA LEGGE DEL VALORE NEL CAPITALISMO BIO-COGNITIVO
gli errori teorici di Toni Negri

di Mauro Pasquinelli


La legge del valore è un caposaldo della teoria economica marxista. E’ il perno concettuale dell’analisi delle leggi di movimento del capitale. E’ la madre di tutte le leggi scoperte da Marx (dalla legge assoluta dell’accumulazione, al plusvalore assoluto e relativo, fino alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, dal concetto di equilibrio  al concetto di crisi e di ciclo economico). Non è un caso se tutti i critici di Marx, pensando invano di demolirlo,  hanno concentrato il focus su questa legge, dai neoricardiani (secondo i quali la “trasformazione dei valori in prezzi” del terzo volume inficerebbe la teoria del valore-lavoro) per finire con André Gorz e il nostro Toni Negri. [1]

La teoria del valore-lavoro in pillole

Di cosa tratta questa legge, in estrema sintesi? Lo spiegheremo provando  a sintetizzare in pillole i primi due capitoli del primo volume del capitale, da sempre considerati i più ostici alla comprensione di un pubblico a digiuno di economia e filosofia.

Ogni merce, quindi ogni bene destinato allo scambio (e nel capitalismo tutto è merce) è unità di due opposti: valore d’uso e valore di scambio. Come determinare la grandezza di valore della merce? Non possiamo farlo concentrandoci sul valore d’uso, come pensano i teorici marginalisti neoliberali,  perché ognuno di noi attribuisce un peso diverso ad ogni bene in base alle proprie necessità e/o preferenze personali  — ed anche quelle “marginali” sono differenti per ogni persona. [2] Ne deriverebbero miliardi di grandezze di valore diverse. Poiché il valore deve essere universale ed uguale per tutti ed il prezzo pure, esso deve essere necessariamente calcolato nell’altro polo, il valore di scambio, che  viene rappresentato universalmente attraverso l’equivalente generale  del denaro.  Come equiparare in valore quindi un kg di patate con un litro di latte o due ore di lavoro della badante? Smith e Ricardo, precursori di Marx, rispondono così: attraverso il lavoro necessario a produrre questi beni. E siccome il lavoro si misura in unità temporali essi si affrettano a dire: attraverso il tempo di lavoro necessario alla loro produzione.

 Ma questa tesi, a sua volta, presenta un vulnus, mostra il fianco ad un limite di misurazione: come uniformare il tempo di lavoro di un calzolaio pigro, che produce 1 paio di scarpe  in una ora, con il tempo di lavoro di un’altro calzolaio più produttivo che ne produce 2 paia nello stesso tempo? Qui interviene Marx con la famosa categoria del lavoro socialmente necessario.  Il tempo che deve essere calcolato (e questa operazione è compiuta dal mercato ex post)  è un tempo medio sociale tra quello del calzolaio più produttivo e quello del calzolaio  meno produttivo.

Ma rimane ancora un dilemma da risolvere: il lavoro di un calzolaio è differente dal lavoro di un fabbro, di un contadino o di un insegnante. Come equiparare lavori di natura e sforzo differente? Marx risponde, introducendo per la prima volta nella teoria economica, la categoria di lavoro astratto. Ogni lavoro particolare può essere commisurato con ogni altro tipo di lavoro in quanto erogazione, in unità temporali di energia fisica, psichica, intellettuale e muscolare.
       
Attenzione quindi: il lavoro in quanto lavoro astratto è lavoro indifferenziato, è erogazione di generica energia psico-fisica umana. Grande intuizione di Marx, resa possibile civettando con la logica di Hegel! Tramite questa categoria logico-dialettica possiamo commisurare non solo tutti i valori delle merci ma anche lavori di natura differente, per esempio lavoro manuale e lavoro intellettuale, lavoro materiale e lavoro immateriale, lavoro di un addetto alle pulizie e lavoro di un insegnante produttore di conoscenza. Marx non si accontenta e si spinge oltre: lavori semplici ed esecutivi come quello del manuale si possono equiparare con lavori più complessi come quello dell’ingegnere facendo riferimento alla  quantità di tempo di lavoro socialmente necessaria per produrre un manuale o un ingegnere. Ben detto, sarà un grimaldello per scardinare i super-critici, i critici-critici della Teoria  del valore!

Rebus sic stantibus passiamo al revisionismo di Negri in tema di teoria del valore. Cosi scrive nel suo ultimo libro:

«Mentre le imprese capitalistiche provavano a misurare il valore dei prodotti industriali e culturali, in genere i prodotti sociali resistono al calcolo. Come si quantifica il valore della cura prodotto da un infermiere, o l’intelligenza di un addetto al call center che risolve problemi informatici, o il prodotto culturale di un collettivo artistico o l’idea prodotta da un gruppo di scienziati? Il valore del comune in generale resiste al calcolo e tutte queste attività del comune che costituiscono forme di vita sociale si pongono oltre ogni possibilità di misura». [3]

Negri non si avvede che la risposta è proprio nel primo volume del Capitale: è nella categoria di lavoro astratto che per Marx, e qui egli opera un ulteriore scatto logico-analitico, non è solo una operazione concettuale per ridurre a misura e piegare alla contabilità in denaro entità differenziate di lavoro concreto, ma è altresì l’approdo a cui è destinato il lavoro salariato nell’epoca del capitalismo totale, che riduce tutto alla dimensione asettica del calcolo: un lavoro non solo alienato ma appunto astratto, uniformato, de-soggettivato. Lavoro che esce dal corpo non come praxis volontaria e oggettivante, non come realizzazione di sé, ma come lavoro generico che precipita nello stesso tipo di estraneazione sia l’infermiere che l’addetto al call center (solo per citare i soggetti tirati in ballo da  Negri e che lui enfatizza spogliandoli di ogni dimensione negativa e de-soggettivante  impressi dal capitale). Come vedremo nella terza parte della mia critica (general Intellect), Negri attribuisce al lavoro del Comune e alle forze produttive bio-cognitive in esso racchiuse, un carattere non solo neutrale, ma addirittura portatrici di una plusvalenza di socialità, di produttività bio-politica, di attitudine alla libertà e alla pluralità, di produzione di senso, di autonomia dal comando capitalistico. Se ci pensate bene siamo agli antipodi degli insegnamenti della Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno e Marcuse) che infatti Negri stigmatizza con queste durissime espressioni:

«Infatti la tragica valutazione di Horkheimer e Adorno dell’umanità moderna, della sua ideologia e delle sue tecnologie può portare solo ad amare rassegnazioni piuttosto che ad un progetto attivo. [4]
      
Negri non si spinge fino a negare che il lavoro vivo è la fonte del valore (come fanno i neoricardiani e i marginalisti). Sostiene la tesi che oggi, nel capitalismo bio-cognitivo, dove la conoscenza e l’intelligenza sono diventate la principale forza produttiva (come del resto scritto da Marx nei Grundrisse) entra in crisi la misura del valore. In altre parole il valore di scambio non può essere più misurato dal tempo di lavoro. La produzione del comune contiene una eccedenza in termini di affettività, di imaginazione, di cura, di saperi, di codici, che non si fa ridurre al calcolo matematico dei tempi. Negri non si avvede che rendendo irriducibile la produzione del Comune al calcolo non fa che destituire di fondamento la stessa teoria del valore-lavoro, poiché essa è incentrata esattamente sul calcolo del tempo di lavoro astratto socialmente necessario. E dove non è possibile la misura  si smarrisce l’essenza  della legge, la sua geometrica e matematica certezza.
       Ma Negri sa che dove lui non trova la misura, (cioè il prezzo) ci pensa il mercato a trovarla. E il mercato non è una entità soprannaturale slegata dal processo di circolazione del valore, ma il luogo geometrico dove si traducono le merci e dove esse realizzano un prezzo che deve necessariamente coprire i costi di produzione più il profitto dell’imprenditore. Ove questi non si realizzano il mercato ti espelle alzando cartellino rosso. L’addetto al call center e l’infermiere ricevono un salario che è l’equivalente, non della affettività da loro trasferita sul lavoro (sic!), ma del tempo di lavoro socialmente necessario a produrre i beni-salario (benzina, macchina, alimenti, vestiti, telefonino etc) che servono a ri-produrli come forza-lavoro. Il capitale ragione in modo molto più materiale e concreto  delle imbarazzanti, sofisticherie negriane.
La cortina fumogena del Negri-pensiero comincia a dissolversi. Ma siamo solo all’inizio. Andiamo oltre!

Legge del valore e capitalismo bio-cognitivo

Ripetendo concetti già espressi da Marx nei Grundrisse e nel Capitolo sesto inedito del Capitale, Negri certifica che la fonte di tutta la ricchezza sociale e quindi del valore totale risiede nel lavoro vivo;  ma non più nel lavoro immediato del singolo operaio bensì nel lavoro cooperativo e cognitivo sociale.  Aggiunge che la forma e il contenuto di questo lavoro cooperativo del “Comune”, nel passaggio dal fordismo al postfordismo cambia di segno: non è più lavoro materiale,  trasformazione dell’oggetto alla catena di montaggio ma  produzione di conoscenze, di intelligenza, di affettività, persino di cura. E come misurare l’intelligenza, l’immaginazione, l’intuito del pubblicitario, il senso estetico, il giudizio, il livello di formazione e d’informazione, la facoltà di apprendimento e di adattamento a situazioni impreviste, l’arte di convincere l’interlocutore e il consumatore? Tutto ciò non può piu’ essere misurato in unità di tempo astratte, non si fa ridurre alla quantità di lavoro astratto di cui sarebbe l’equivalente.

Io aggiungerei, per complicare il quadro, che si presenta un ulteriore difficoltà: l’infinita catena globale del valore. Se è vero che la merce diventa merce globale e le sue molteplici componenti vengono prodotte da un polo all’altro del pianeta, con regimi di salario e di costi differenti, con poteri di acquisto della moneta e livelli di produttività estremamente diversificati, come raccapezzarsi e formulare un calcolo dei tempi di lavoro di ogni singola merce?

Faccio notare e sottolineo en passant che il vero padre di questa teoria non è Tony Negri bensì Andre’ Gorz. [5] Ma sorvoliamo sul plagio e torniamo in medias res.

Alle precedenti domande si può rispondere facilmente. Andiamo per gradi.

a) Il sistema capitalistico fissa il prezzo delle merci non nella sfera del processo di produzione, quando le merci sono appena uscite dalla fabbrica, ma nella sfera del processo di circolazione, a meno che non ci si trovi di fronte a prezzi di monopolio o di oligopolio  pre-fissati dal singolo capitale.

b) La fissazione del prezzo di un bene a livello mondiale non è arbitraria ma dipende sempre dai livelli di produttività media del lavoro che ha generato quel bene. E cosa indica il concetto di produttività se non una formula matematica dove al numeratore poniamo la quantità di beni prodotti e al denominatore il numero delle ore di lavoro?

c) Lo stesso saggio medio di profitto, che entra a far parte del prezzo di produzione, non può essere stabilito dai singoli capitalisti ex ante ma dal mercato ex-post ed esso è la risultante dell’interazione tra migliaia di venditori che agiscono sul mercato. Il processo capitalistico è processo di produzione e processo di realizzazione del valore. I due momenti non possono essere disgiunti.

d) E’ pleonastico far notare che se nessuno vuole la merce prodotta, se la merce non risponde ad un valore d’uso, quella merce non ha nessun valore. Le ore impiegate alla sua produzione valgono zero. Ma se facciamo astrazione dal valore d’uso e diamo per assunto che la merce corrisponde ad un bisogno capace di pagare, essa, per essere venduta, deve fare i conti con l’ostacolo della produttività media (quantità di prodotto per ore lavorate) e qui entra in gioco la legge del valore. Se non superi questo scoglio sei fuori dal mercato!

e) Last but not least, qui entriamo nel cuore della confusione analitica di Negri.  La conoscenza, l’intelligenza, l’intraprendenza, l’intuito, la cura, l’affettività,  tutte queste qualità immateriali che Negri pone a fondamento della creazione di valore nel Comune (e non più misurabili secondo lui) non sono affatto fonte di valore ma di plusvalore relativo. Non sono misurabili perché non entrano nel processo di creazione del valore di scambio. E’ qui l’arcano del valore che Negri non riesce a penetrare e svelare. Esse rappresentano doni gratuiti della natura umana che consentono al capitale che se ne appropria, e che recinta e cattura (come i famosi beni comuni nell’accumulazione originaria, corvees) di estrarre valore, di aumentare il tasso di sfruttamento del lavoro vivo, cioè la relazione tra plusvalore e capitale variabile (salario). Anche la natura fornisce doni gratuiti senza aggiungere valore alla merce. L’abbondanza di acqua o di materie prime in un determinato luogo è fonte di valori d’uso e di ricchezza, è una bonus per il capitale che li cattura,  ma è un dono gratuito dal punto di vista della creazione di valore di scambio. Negri, come nella teoria dell’Impero, cade di nuovo nell’astratto indifferenziato, nella totalità priva di senso, e mette nello stesso sacco  il processo di creazione di valore d’uso e valore di scambio come avessero la stessa natura. Ma per Marx hanno una relazione antitetica e spesso inversa. Infatti quanto più aumenta la produttività del lavoro, quanto più aumentano i valori d’uso (e quindi la ricchezza sociale)  tanto più ogni singolo valore d’uso perde valore di scambio.

Malgrado Il Capitale sia stato uno dei centri del suo studio (negli anni ‘60 già organizzava corsi su questo testo) Negri  — mi perdoni l’irriverenza —  non ne ha ancora afferrato la  dialettica immanente, tra astratto e concreto, tra valore d’uso e valore di scambio, tra lavoro astratto e lavoro concreto, alla base del metodo analitico marxiano.

f) La scienza, la conoscenza e l’intelligenza, se non sono incorporate nel capitale attraverso l’innovazione tecnica, il trasferimento nel corpo fisico della macchina, se non diventano software di un Hardware non intaccano e non offrono nulla al processo di produzione capitalistico. La geniale intuizione di James Watt  (ma potremmo dire di internet, del digitale etc) sarebbe morta nel suo laboratorio se non fosse stata incorporata nella nuova tecnologia della macchina a vapore. Ma una volta che l’intuizione, l’idea, la facoltà di comprensione, l’arte, cioè tutte queste facoltà immateriali che distinguono l’uomo dai suoi cugini animali, vengono catturate e recintate dal capitale, esse si trasformano in capitale fisso (macchine, macchine che producono macchine fino all’intelligenza artificiale), lavoro morto ed oggettivato, che come tale non crea alcun nuovo valore anche se consente di accrescere il lavoro superfluo a spese di quello necessario (plusvalore relativo) e la ricchezza sociale in termini di valori d’uso. [6] Il capitale fisso  — o capitale costante — trasferisce, come ammortamento  nel valore finale, solo la quota di valore in suo possesso, ma non aggiunge nuovo valore al capitale iniziale investito, come invece è prerogativa del lavoro vivo e astratto.

g) Quantunque l’intelligenza e l’immateriale finisca come componente del lavoro vivo (per esempio nel toyotismo, nella lean production del just in time, dove la capacità di autocorrezione in situazioni di anomalia,  l’autonomia intellettiva dell’operaio, il lavoro per squadra che promuove la responsabilità, è fonte di valorizzazione)  essa è pagata, come abbiamo visto sopra,  come capitale variabile. E il capitale variabile viene calcolato dal capitalista — come abbiamo visto —  non per chissà quale dote immateriale e impalpabile del salariato (le sue intuizioni, la sua affettività, etc.)  ma per il valore dei beni- salario che servono a tenerlo in vita come forza-lavoro astratta e riproducibile (sottolineo riproducibile). Solo in questo caso l’immateriale rientra a pieno titolo nella categoria del lavoro vivo astratto in grado di creare nuovo valore. Ma vi rientra come lavoro intellettuale che, in quanto lavoro astratto, è compreso sempre nella categoria di lavoro vivo, come il lavoro manuale. Ognuno può intuire che nello stesso lavoro manuale è contenuto lavoro intellettuale, conoscenza, gnosis. Non c’è muratore che prima di elevare un muro non faccia sforzo cognitivo, non sprigioni arte, esperienza e sapienza (qualità immateriali che si traducono in un muro materiale) Teoria e praxis, praxis e teoria sono componenti materiali ed immateriali del lavoro vivo astratto.

h) En passant e a scanso di equivoci rilevo che la conoscenza e l’intelligenza, che nella circolazione del valore si da come brevetto o proprietà intellettuale di singoli capitali, non è sorgente di valore ma funzione estrattiva di valore già creato, in una parola rendita.

Negri e il “Frammento sulle macchine” dei Grundrisse

Toni Negri
 Ed ora, in conclusione, arriviamo finalmente a sciogliere l’enigma da cui tutto il fraintendimento di Negri ha inizio: il “Frammento sulle macchine” dei Grundrisse di Marx.

       Per facilitare al lettore il compito di comprensione di questo frammento [7], che è tra i più complessi e incompresi degli scritti di Marx — e che  Negri prende a fondamento per la sua demolizione della teoria del valore-lavoro, reiterandolo sottotraccia e in modo fantasmatico in tutti i suoi scritti dagli anni 60 —  immaginiamo ciò che Marx stesso aveva ipoteticamente in mente: una economia dove un singolo operaio muove un sistema automatizzato di macchine che produce l’intera ricchezza sociale, o se volete una fabbrica interamente automatizzata messa in movimento da un solo operaio. Scopriremmo, applicando la legge del valore, che in essa la creazione di nuovo valore precipita vicino allo zero. Il plusvalore relativo e assoluto crollano e con essi la base su cui poggia e si eleva la produzione capitalistica.  Con ciò  sottolinea Marx:
 «la produzione basata sul valore di scambio crolla e il processo produttivo materiale viene a perdere la forma della miseria e dell’antagonismo».
       Prendendo per buono il paradosso [8] a cui Marx spinge l’astrazione del valore, Marx ha ragione. Ha torto Negri quando trasforma questo paradosso analitico, questa iperbole teorica nello schema che raffigura il capitalismo bio-cognitivo post-fordista. Infatti basta osservare l’economia del paese tecnologicamente più avanzato del mondo (gli Usa) e scopriamo che ivi la disoccupazione oggi è al 4% — molto più alta in verità — e l’immensa ricchezza sociale di questo paese eè prodotta, non da un solo operaio che muove tutto, ma da decine di milioni lavoratori salariati, (compresi quelli de-localizzati all’estero e che lavorano per le multinazionali Usa) erogatori di lavoro vivo astratto, produttori di plusvalore relativo ed assoluto. La legge del valore non è tramontata, è più viva che mai, almeno fino a quando sopravviverà la vessante forma capitalistica del processo di produzione. Speriamo non molto.


NOTE

[1] Nel mio scritto Andare oltre Marx — Prima parte, Seconda parte, Terza parte presuppongo la validità, che resiste ancora alla forza del tempo e del cambiamento, della sua geniale teoria economica , dedicandomi alla critica del suo pensiero nella sfera politica e filosofica.
[2] Per i marginalisti non c'è alcun parametro oggettivo che determini il valore di una merce, in quanto esso sarebbe determinato, in ultima istanza, dalle preferenze e dalle decisioni del consumatore. Di qui la definizione di "teoria soggettiva del valore".
[3] Toni Negri e Michael Hardt, Assemblea, ed. Ponte alle Grazie 2019 pag 277
[4] Toni Negri ibidem, pag 150
[5]  André Gorz,  L'immateriale, Bollati Boringhieri 2003.
[6] La Divina Commedia di Dante Alighieri arricchisce la società di bellezza ma non aumenta di un euro il valore prodotto fino a che non ci sia un capitale o un editore che stampa il suo libro in serie illimitata.
[7] Come è noto Marx non pubblicò mai i Grundrisse, che erano quaderni di appunti in vista della scrittura del Capitale. Questa frammento, che io considero una iperbole teorica, una estrema astrazione analitica, non troverà mai spazio nei tre volumi del Capitale
Scrive Marx: 
«Nella grande industria la ricchezza reale si manifesta nella straordinaria sproporzione tra il tempo di lavoro impiegato e il suo prodotto, come pure nella sproporzione qualitativa tra il lavoro ridotto a pura astrazione e la potenza del processo produttivo che esso sorveglia. Il lavoro non si presenta più tanto come incluso nel processo produttivo in quanto è piuttosto l’uomo a porsi come sorvegliante e regolatore nei confronti del processo produttivo stesso...l’operaio si sposta accanto al processo produttivo invece di esserne l’agente principale. In questa situazione modificata non è più il lavoro immediato, eseguito dall’uomo stesso, né il tempo che egli lavora, bensì l’appropriazione della sua forza produttiva generale, lo sviluppo dell’individuo sociale che si presenta come il grande pilastro della produzione e della ricchezza. Il furto di tempo di lavoro altrui, sulla quale si basa la ricchezza odierna, si presenta come una base miserabile in confronto a questa nuova base, creata dalla grande industria stessa. Non appena il lavoro in forma immediata ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, il tempo di lavoro cessa e deve cessare di esserne la misura, e quindi il valore di scambio cessa e deve cessare di essere la misura del valore d’uso...con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla e viene a perdere esso stesso la forma della miseria e dell’antagonismo”. 
K. Marx, Grundrisse, Einaudi 1976. pag 717
[8]  Marx forza l’analisi astrattamente fino al paradosso per indicare l’approdo a cui può condurre la tendenza di sviluppo del sistema capitalistico, se portata all’estremo la crescita della composizione organica del capitale (rapporto tra capitale investito in tecnologia e salari, per unità di capitale o di prodotto)
      
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giovedì 14 febbraio 2019

CRITICA DEL NEGRI-PENSIERO (prima parte) di Mauro Pasquinelli

[ 15 febbraio 2019 ]



«La rivoluzione è definitivamente compiuta ma solo nella sua testa»

Se ci occupiamo ancora del Negri-pensiero [l'ultima volta lo abbiamo fatto criticando le analisi negriane del movimento dei Gilet gialli, ndr] è perché abbiamo ancora a cuore K. Marx e vogliamo fare i conti teorici con la sua titanica prospettiva filosofica e rivoluzionaria. Negri rappresenta il possibile approdo deterministico e astrattamente indeterminato (in quanto privo di determinazioni) del pensiero di Marx. Egli stiracchia il pensiero del genio di Treviri in un senso ancora più positivistico, teologico, storicistico di quanto questi caratteri non siano già presenti in esso — come da me già evidenziato in Andare oltre Marx Prima parte,Seconda parte Terza parte

Individueremo nel pensiero di Negri tre criticità: il determinismo evoluzionistico, l’astrattezza, l’uso disinvolto della categoria della totalità. 

Se per Marx il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, per Negri il comunismo sarebbe già presente nel “Comune”, ma nessuno ahimé  se n'e’ accorto. Il comune diventa il bruco che attende di erompere nella storia come farfalla, squarciando la crisalide dei limiti innaturali ed antistorici imposti dal modo di produzione capitalistico.

Se per Marx nel concetto di capitale è immanente la contraddizione  tra molti capitali (contraddizione che spesso diventa antagonistica nella forma della guerra), nella categoria di Impero, Negri, come un prestigiatore, fa evaporare i conflitti intercapitalistici e prefigura un sistema-mondo dove svanisce la dimensione conflittuale insita nel capitale, ovvero la divisione tra capitali, e l’unica linea di frattura si realizzerebbe tra impero e moltitudine. Il sistema-mondo sembra palesarsi come una immensa ed unica società per azioni che si alimenta col lavoro sfruttato della moltitudine ma non conosce più antagonismo tra frazioni del capitale e tra stati-nazione, destinati ad essere assorbiti nell’indistinto della totalità capitalistica.

L’impero sarebbe caratterizzato da un nuova forma di sovranità, differente da quella  dei vecchi stati nazione imperialistici. Essa si manifesta nel comando imposto da organismi sovranazionali come il FMI, la Banca mondiale, la Trilaterale, Bieldelberg, nei quali si configura una nuova governance mondiale, una sorta di capitalista politico collettivo sovranazionale, che rappresenta  non più stati o gruppi egemoni ma flussi indifferenziati, reti interconnesse e comunicanti di capitali senza patria. Una versione sofisticata della tesi kautskyana del super-imperialismo.
«L’imperialismo fu una vera  e propria proiezione della sovranita’ degli stati nazione europei al di la’ dei loro confini mentre al contrario dell’imperialismo, l’impero non stabilisce alcun centro di potere e non poggia su confini e barriere fisse”…..”l’imperialismo e’ finito. Nessuna nazione sara’ leader mondiale, nel modo in cui lo furono le nazioni europee moderne». [Impero, ed Rizzoli pag. 14]
Ora io dico: la forza di una teoria è nella sua capacità di formulare valide categorie interpretative del presente, di svelare concettualmente le tendenze e le leggi di sviluppo del reale. Lascio a  voi decidere quale sia, tra Impero ed Imperialismo  la categoria più pertinente a descrivere gli eventi mondiali degli ultimi 17 anni, il tempo che è trascorso dalla stesura del libro-best-seller di Negri. Dalla guerra in Iraq fino al tentativo di colpo di Stato in Venezuela con tanto di dichiarazione di aggressione imminente di questi giorni, non è stato forse l’imperialismo americano con le sue barriere e i suoi confini territoriali (che ora Trump vuole pure rafforzare con muri e  nuovo protezionismo) a dettare le danze della politica mondiale? Il centro di potere dell’Occidente è ubiquitario o è ancora a New York? Gli organismi sovranazionali non hanno come socio di maggioranza proprio l’imperialismo statunitense?  
A chi gli fece notare queste aporie Negri rispose approssimativamente con queste parole: 
«la politica americana di questi anni e’ un colpo di coda, un rinculo del vecchio imperialismo».  
…….risate oceaniche …..

Se per Marx e ancora più per Lenin e per i pensatori terzomondisti, a fondamento dell’imperialismo c'era la divisione tra centri e periferie, l’accumulazione originaria delle roccaforti colonialiste che espropria con la violenza e il terrore le periferie di materie prime e forza-lavoro, per Negri lo spazio-tempo del capitale si uniforma nel piano inclinato dell’impero, la merce e il capitale si fanno merce e capitale mondiale, globale; il centro si sposta nelle periferie e le periferie nel centro creando un tutto omogeneo ed indistinto. E’ la notte hegeliana in cui le vacche diventano tutte nere. E’ pur vero che la verità è nel tutto ma sottilineo un tutto non  indifferenziato bensì ricco di determinazioni, di conflitti, di antagonismi, di ineguale sviluppo-dipendenza. Dalla leniniana analisi concreta della situazione concreta, dal marxiano flusso concettuale astratto-concreto e concreto-astratto siamo passati in Negri all’astratto-astratto, all’astratto indifferenziato!
«tra gli Stati Uniti e il Brasile, tra la Gran Bretagna e l’India non ci sono differenze essenziali, ma soltanto differenze di grado». [Impero, Ibidem. Pag 311-31]
Avete capito bene? Differenze di grado! Negri, riprendendo e stirando un vecchio assunto (sbagliato) di Marx, quello per cui le aree più ricche e sviluppate del mondo avrebbero indicato a quelle più arretrate il loro futuro, giunge all'estrema conclusione che non ci sarebbe oramai più né asimmetria né sviluppo antagonistico tra aree, ma semmai solo ritardo nella corsa ad uniformarsi nell’indifferenziato.  E’ la tesi liberale e marginalista  alla base della fantomatica teoria dei “paesi in via di sviluppo” degli anni 50 a cui il pensiero marxista, con Samir Amin, Gunther Frank e poi Wallerstein, contrappose la teoria della dipendenza e del sottosviluppo.

Se  Marx faceva intendere che le forze produttive, nella fase di decadenza storica del modo di produzione capitalistico, possono tramutarsi in forze distruttive, e lo scontro di classe rovesciarsi nella possibile “comune rovina della classi in lotta”  (Nuovo Medioevo), Negri, afferrato da un inguaribile ottimismo antropologico, glorifica ogni passo in avanti della tecnica e si spinge scandalosamente fino ad esaltare la trionfale marcia della globalizzazione.
«Insistiamo a sostenere che la costruzione dell’impero rappresenta un passo in avanti, sosteniamo che l’impero è meglio di ciò che l’ha preceduto».
E’ un caso che in nessuno dei 4 libri (Impero, Moltitudine, Comune ed Assemblea) non si faccia mai riferimento alla catastrofe ecologica, alla uomo alienato e ad una dimensione, alle solitudini digitali, alle immense forze distruttive scatenate da uno sviluppo deforme e impazzito delle economie capitalistiche? No non e’ un caso! E’ una scelta premeditata, frutto della weltanschaung di un intellettuale oramai diventato coscienza critica dell’Impero...ops dell’imperialismo. Organico ad esso come organici agli oppressori sono sempre stati i preti di ogni religione, predicatori del paradisiaco benessere, ma solo nell’al di là.  

Fasi di crescita, sviluppo e decadenza del modo di produzione non sono mai prese in considerazione da Tony Negri, che vede solo una ascesa ininterrotta, lineare e irresistibile del Comune, (delle forze produttive sociali biopolitiche, cooperative, cognitive ed immateriali), fino al punto di rottura rivoluzionario che spazza via il vampiro capitalista diventato rentier. Prigioniero nel perimetro di pensiero illuminista, positivista e idealista, Negri concepisce la storia umana come l’ineluttabile affermarsi,  alle spalle delle  volontà  individuali, collettive e dei singoli stati-nazione, della mano invisibile della ragione-moltitudine-progresso! 

Ma cosa è questa Moltitudine? E’ il general intellect. Anche questo come l’Impero (ma lo vedremo nella seconda parte) è terreno e deposito concettuale dell’indifferenziato astratto. Ci basti solo dire, per concludere, che dei due colossi che si affrontano nella storia l’Impero e la moltitudine, il primo è destinato a soccombere alla forza impetuosa del secondo, che è la vera variabile indipendente della storia a cui tutto sarebbe destinato a soggiacere. Siamo ancora nel Tronti-pensiero di “Operai e capitale”, che Tronti, per inciso, per primo ha abbandonato: Il capitale sviluppa la tecnica come reazione alle lotte operaie, alla forza antagonista del capitale variabile che è la vera variabile indipendente e la sola forza motrice del progresso storico. La moltitudine avrebbe la capacità di organizzare autonomamente e orizzontalmente la produzione e la cooperazione ed essa possiede gli strumenti per una decisione politica collettiva, senza l’intervento di una direzione politica che la egemonizzi. Senza i famosi... leader. Di qui la viscerale opposizione di Negri al Populismo (di destra o di sinistra non ha importanza) a cui preferisce l’avanzare le “potenti forze progressive del globalismo”.

«mentre il popolo è forgiato come un soggetto unitario da un potere sovrano che sovrasta il sociale, la moltitudine si forma come un’articolazione su un piano di immanenza che non è sussunto da una egemonia» [ Comune, pag 174 ]

 Nell’ultimo libro da poco uscito Assemblea, Negri  sentenzia:

 «La strategia ai movimenti, la tattica ai leader».
 [ Assemblea,  pag 39 ]

Mi viene da pensare: la rivoluzione è definitivamente compiuta ma solo nella sua testa.


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mercoledì 26 dicembre 2018

I GILET GIALLI, TONI NEGRI... E LENIN di Moreno Pasquinelli

[ 27 dicembre 2018 ]


Premessa

Nella sua grandezza il moderno movimento rivoluzionario italiano ha conosciuto diverse iatture, prima tra tutte quella di essere sorto sotto la cattiva stella di un ribellismo anarcoide, tanto valoroso quanto impotente dal punto di vista politico —id est: incapace di costruire egemonia in vista della conquista del potere statale. Il bordighismo, sotto il cui stemma il partito comunista nacque nel 1921, si presentò come la cura per guarire il movimento dal suo congenito sovversivismo confusionario. Il suo dottrinarismo, dogmatico e paralizzante, come terapia, fu peggiore della malattia. Ed infatti, il bordighismo, miseramente fallì. Negli anni '60 del secolo scorso, dopo quattro lustri di indiscussa egemonia togliattiana, la originaria matrice ribellistica, ora impastata, e non a caso, col vecchio mito sindacalista dei "produttori", risorse sotto le eleganti fattezze dello "operaismo". Di lì venne, nel "decennio memorabile dei '70", la cosiddetta "autonomia operaia" che fu il principale vettore della sovversione sociale, una splendente supernova che quasi tutti travolse nel suo collasso destinale.


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Cantonate strategiche

Ecco, Toni Negri, cultura grande e mente perspicace, è stato l'esponente di punta della "autonomia operaia" (per questo ingiustamente perseguitato dal potere), e dopo della "autonomia post-operaia" (per questo apprezzato dal potere). Non è qui il luogo per ripercorrere la sua, al contempo, pirotecnica ma, a ben vedere, invariante evoluzione teorico-politica.

Vale ricordare, proprio per capire cosa egli ha scritto del movimento francese dei Gilet Gialli, la sua pornografica infatuazione per l'euro e l'Unione europea ... come "terreno di lotta" — vedi QUI, QUI e QUI — per finire con la supercazzola pronunciata alle porte delle decisive elezioni del 4 marzo scorso:
«Mi auspico che Bruxelles prenda le redini dell’Italia dopo il 4 marzo. Non lo desidero, per me la burocrazia europea è il grande nemico. Però è meglio avere qualcosa, che il nulla più completo. Angela Merkel, fatti avanti…». [ Toni Negri: «Sinistra polverizzata. Ci salveranno i poteri forti». In: Vanity Fair del 18 gennaio 2018 ]
Ho detto invariante poiché c'è un nocciolo filosofico a cui egli ha sempre tenuto fede e che sta a fondamento de l'Impero, sua opera magna. Anni addietro individuavo questo nocciolo nel mix di determinismo e provvidenzialismo:
«Il provvidenzialismo (quello di Negri contaminato da un immanentismo di stampo gentiliano) è sempre stato l’altra faccia del pensiero meccanicistico e deterministico.
Chi riteneva che Negri fosse un partigiano semi anarchico della spontaneità si è sbagliato di grosso. La spontaneità è confinata da Negri nella sfera delle soggettività biopolitiche, alle singolarità desideranti, cioè nel campo della micropolitica sociale. Ma queste singolarità sono piccoli ingranaggi della grande macchina della storia che è causa sui, il cui movimento oggettivo è non solo determinato, ma predeterminato. Per Negri, come per Spinoza, la sola libertà concepibile è quella della consapevolezza della necessità razionale, dove al posto della metafisica Sostanza spinoziana, vien posta la forza creatrice delle moltitudini».
Che ente sia questa "forza creatrice delle moltitudini" —pur essendo, come disse Danilo Zolo "concetto sfuggente, il meno felice dell'intero arsenale concettuale de l'Impero" — sarà bene spiegarlo poiché costituisce il vero e proprio paradigma del Negri-Pensiero che ci ritroveremo infatti tra i piedi nel suo giudizio sui Gilet Gialli. Questo paradigma, spacciato come novum, non è null'altro che la radicalizzazione del concetto dialettico servo-padrone che Hegel scolpì nella suaFenomenologia dello spirito, per cui, ad un certo punto, sarebbe stato il servo, il lato negativo della relazione, la vera forza progressiva della storia. Tradotto nel linguaggio di Negri: a fronte di un Capitale oramai mero parassita il vecchio operaio-massa e suo figlio l'operaio-sociale si sarebbero transustanziati e trasfusi nella moltitudine, quest'ultima a sua volta coagulata attorno al "lavoro cognitivo". Moltitudine che sarebbe la vera forza motrice che spingerebbe, per tappe successive e necessitate, l'umanità in avanti, verso il comunismo.

«Nel nostro tempo, il desiderio che fu messo in moto dalla moltitudine è stato indirizzato (in modo strano e perverso, ma nondimeno reale) alla costruzione dell’Impero. Si potrebbe anche dire che la costruzione dell’Impero e delle sue reti globali costituisce una risposta alle lotte contro la moderna macchina di potere e, in particolare, alla lotta di classe spinta dal desiderio di liberazione della moltitudine. La moltitudine ha evocato la nascita dell’Impero». [Impero, pagina 55]
L'Impero dunque (alias la mondializzazione neoliberista), lungi dall'essere disdicevole, siccome sarebbe prodotto dalla moltitudine, è benedetto come comunismo in marcia, come processo incontrovertibile che occorre assecondare e contro cui combattere sarebbe dunque reazionario. Ergo: l'hegeliana “scopa di Dio”. Di qui il sostegno all'iper-modernità macchinica e allo stigma della mondializzazione: l'ibridazione cyborg uomo-macchina, la mescolanza di identità, il melting pot biopolitico, la tendenza alla distruzione degli stati nazionali —che prima verranno fatti fuori meglio sarà. Il tutto all'ombra dello spettro (anarco-foucaultiano) per cui la sola salvezza verrebbe dal potere costituente (della moltitudine) di contro alla maledizione del potere costituito.
«Oltre a pensare la rivoluzione in termini etici e politici, noi la pensiamo anche in termini di profonda modificazione antropologica: di meticciaggio e ibridazione continua di popolazioni, di metamorfosi biopolitica. Il primo terreno di lotta è, da questo punto di vista, il diritto universale a muoversi, a lavorare, ad apprendere sull'intera superficie del globo. La rivoluzione che noi vediamo non è solo dunque dentro l'Impero ma è anche attraverso l'Impero. Non è qualcosa che si batte contro un improbabile Palazzo d'Inverno (ci sono solo gli anti-imperialisti che voglio bombardare la Casa Bianca) ma che si estende contro tutte le strutture centrali e periferiche del potere, per svuotarle e per sottrarre la capacità produttiva al capitale». [ L'Impero e la moltitudine, un dialogo sul nuovo ordine della globalizzazione. Antonio Negri e Danilo Zolo]
La teoria alla prova dei fatti

Col che siamo a quanto il nostro ha scritto nei primi giorni di dicembre sulla rivolta dei Gilet Gialli col titolo ingannevole e sesquipedale L'insurrezione francese. Anticipo la mia conclusione: Negri non ci ha capito niente. E non ci ha capito niente proprio perché, nel disperato tentativo di asseverare il suo teorema politico, l'ha utilizzato per spiegare la sollevazione popolare francese e renderla potabile, ovvero conciliarla col suo paradigma. Proveremo a dimostrare il penoso fallimento di questo tentativo.


La prova lampante della incapacità di comprendere la natura del movimento dei Gilet Gialli ci è fornita dal pronostico che il nostro fa nel suo articolo. Egli, siamo ai primi di dicembre, prima del quarto sabato di lotta, sosteneva:
«Basterebbe dunque poco, se non per bloccare il movimento con qualche proposta opportunista e demagogica, almeno per attenuarne l’indignazione (che non è forza sottovalutabile): basterebbe, come si è detto, ritornare sulla tassa contro le grandi fortune e recuperare quei quattro miliardi concessi ai padroni dei padroni per ridistribuirli, in luogo dell’imposizione della tassa carburante».
Il  22 dicembre abbiamo avuto invece il Sesto atto e non pare che la mobilitazione voglia fermarsi. Questo, per di più, dopo la plateale ritirata compiuta da Macron.

Ma i Gilet Gialli non hanno smentito solo il pronostico, assieme a Macron hanno colpito al cuore il paradigma teorico del Negri-pensiero. Domandiamoci: è forse il "lavoro cognitivo" la forza propulsiva del movimento dei Gilet Gialli? Sono per caso i settori del "lavoro immateriale", ovvero le figure sociali a stretto contatto coi luoghi a più avanzata composizione tecnologica coloro che stanno scendendo per strada? No, non lo sono! Avviene anzi tutto il contrario visto che i settori tecno-cognitivi tanto celebrati dalla retorica negriana sono ai margini della mobilitazione, anzi, ne sono del tutto assenti. 

Il movimento è nato, ha messo radici e si è consolidato come fatto di massa non nella grande metropoli (luogo d'elezione del cognitariato) bensì nelle zone periferiche, quelle della cosiddetta "Francia profonda", dove i flussi della globalizzazione si manifestano soltanto come predazione sfrontata e generatrice di esclusione sociale e di miseria esistenziale.
Laddove quindi il mito ideologico della rivoluzione tecnologica emancipatrice ha fatto miseramente fiasco. Eterogeneo come ogni movimento realmente popolare esso è sorto insomma nei luoghi periferici addirittura rurali più duramente compiti dalle politiche economiche austeritarie e neoliberiste. Parrebbe manifestarsi addirittura, mutatis mutandis, l'inveramento della tesi maoista della campagna che accerchia le città...

Il nostro se ne avvede ma, lungi dal fare ammenda, con una spocchia élitaria simile a quella sfoderata dall'establishment neoliberista davanti all'esito del referendum per la Brexit o alla ascesa al potere di Trump, ci propone una variante della narrazione post-modernista, fondata a sua volta sui concetti di "arretrato" e "progredito". Proprio parlando dei Gilet Gialli afferma infatti che si tratta dei:
«settori meno modernizzati ed economicamente periferici del Paese... ceto medio impoverito, periferico rispetto alla metropoli, e abitante nella Francia centrale, nei grandi spazi che questa presenta e nelle piccole città.... ceti sociali tradizionali recentemente dinamizzati dalle riforme neoliberali e tuttavia meno valorizzanti dei settori dei servizi urbani e della produzione cognitiva». [corsivo nostro]
Non è questa la sede per affrontare la questione del "valore", basti dire che per Negri, all'altezza dell'attuale sviluppo capitalistico (quindi dell'energia biopolitica della moltitudine), non opererebbe più la marxiana legge (del valore) — col che, detto en passant, addio al marxismo.
Ma è la sede per mettere in evidenza un paradosso. Malgrado la sua lettura dei Gilet Gialli di cui sopra, egli lo qualifica, e per almeno una dozzina di volte in poche pagine, come "moltitudine". Ci sono cadute le braccia! Ma come? Non era la moltitudine la soggettività iper-moderna, l'incarnazione del macchinismo al suo supremo stadio, il cuore pulsante della metropoli meticcia e cosmopolitica, il vettore comunistico del rifiuto di ogni ordine statuale, l'incarnazione del general intellect? Qui, se non proprio disonestà intellettuale, c'è la cieca ostinazione a difendere una teoria moribonda.

E poi, per quanto attiene alla composizione sociale del movimento, Negri squaderna la melensa fuffa sociologica che va per la maggiore e che nulla ci dice: "ceto medio impoverito". Quindi — propinandoci il più abusato dei cliché marxisti contro la piccola borghesia —, lascia intendere che i Gilet Gialli siano anzitutto dei bottegai frustrati e arrabbiati, quindi facili da addomesticare con qualche elemosina e sempre disponibili a fungere da carburante per  avventure reazionarie. Non per caso, quando il nostro deve andare a cercare un'analogia storica — non gli è venuto in mente il boulangismo (1885-89), sia che lo si intenda come un "battistrada del socialismo moderno" (Réne Rémond o come "socialismo della canaglie" (Jean Jaures) , ricorre al precedente che più infelice non si potrebbe, quello bottegaio per antonomasia del poujadismo.

Rivelatrice la comparazione che Negri ci consegna:
«C’è qualcosa che colpisce soprattutto in questo movimento e che lo rende diverso dalle lotte più dure che la Francia abbia conosciuto negli ultimi anni, per esempio dalla lotta del 2005 dei cittadini delle banlieues. Quella era una lotta che aveva il segno di una liberazione, questa del 2018 ha una faccia disperata. E non parliamo del ’68. Nel ’68, il movimento degli studenti si impiantava su un continuum di lotte operaie. Il ’68 è 10 milioni di operai industriali in sciopero, è una tormenta che si dà sul punto più alto dello sviluppo e della ricostruzione post-bellica. Qui, oggi, la situazione è chiusa. A me, piccolo interprete di grandi movimenti, ricorda la rivolta nelle prigioni più che la gioia del sabotaggio dell’operaio massa». [corsivo nostro]
Avete capito bene? Nella sommossa delle banlieues c'era la liberazione, coi Gilet Gialli abbiamo invece la disperazione; nel '68 il sabotaggio, qui dei sudditi imprigionati. Vedete voi dove porta il mito anarcoide e sovversivista... Si perde il pelo non il vizio.

Che vogliono e chi sono i Gilet Gialli

Ma davvero il movimento  mobilita anzitutto "ceto medio"? No, non è vero. Come ogni movimento popolare che si rispetti va da sé che esso includa la piccola borghesia, ma la sua grande massa è composta da proletari a vario titolo, dalle plurime figure del lavoro salariato: magazzinieri, insegnanti, pensionati, finte partite iva, operai precari, giovani e meno giovani disoccupati. In una parola i paria della "nuova economia", gli esclusi e gli emarginati dai processi della cosiddetta modernizzazione neoliberista. Di più: sono proprio questi settori la punta di diamante, la prima linea, la forza motrice dei Gilet Gialli, la forza d'urto che li ha spinti a mettere a soqquadro Parigi. Ci sono anche piccolo-borghesi e bottegai? Ovvio che sì, e questo punto di forza del movimento il Negri rifiuta e che invece vorrebbe, fare attenzione, snaturare e rimpicciolire a "movimento di classe":

« L'attività dei militanti sarà dunque quella di costruire nuove solidarietà attorno ai nuovi obbiettivi che nutrano il "contro-potere". E' solo così che la moltitudine può diventare classe». [corsivo nostro]
Detto in soldoni: siccome il movimento dei Gilet Gialli manda in frantumi la sua profezia e fa a pezzi il suo paradigma teorico il nostro vorrebbe sottoporlo ad un intervento di chirurgia plastica, anzi  modificarlo geneticamente. Peggio! A conferma di quanto il nostro sia distante dalla realtà (e dalle riflessioni di Antonio Gramsci), lo scomunica in quanto esso è nazional-popolare e populista, così negando che quella in corso in Francia sia vera lotta di classe, la sola lotta di classe che, nel contesto dato, ha forza egemonica (vedi il consenso generale di cui gode) e quindi potenza universalistica

Lezione che a ben vedere riguarda non solo i cascami dell'operaismo ed i movimentisti a vario titolo, ma tutta la resistente genia dei sindacalisti (più o meno di base) i quali dovrebbero porsi qualche "domandina": come essi si spiegano che mentre i Gilet Gialli hanno piegato Macron e conservano l'appoggio della maggioranza, le recenti mobilitazioni sindacalistiche contro la Loi Travail, quella dei ferrovieri, e quella studentesca di Nuit Debut sono state sconfitte e sono evaporate? Non lo spiegano, anzi, non si pongono nemmeno la domanda poiché, ove lo facessero, scoprirebbero che sono rimasti loro sì indietro qualche anno luce, e quindi si vedrebbero obbligati a cambiare mentalità, simboli, linguaggi, strumenti teorici, modalità d'azione, quindi mestiere. Riciclarsi è arduo, e forse il tempo è per essi scaduto.

Lo è a maggior ragione moribonda (la teoria politica di Negri), se spostiamo l'analisi dei Gilet Gialli dal volgare livello sociologico a quello politico. Dato che i movimenti di lotta popolare sono per definizione socialmente eterogenei ("polvere d'umanità") cosa decide, in ultima istanza, la loro natura? Dal nemico che essi combattono, dagli obbiettivi che si pongono, dalle loro finalità. E' vero che i Gilet Gialli non hanno né una piattaforma nazionale unica né una direzione unificata, come è vero che le rivendicazioni differiscono da zona a zona e che son tanti i cahier de doléances, che essi l'unità la trovano nell'azione. Come è vero (e come potrebbe essere altrimenti?) che unificano cittadini di sinistra, di destra e senza opinioni politiche (dal che aleggia in certe menti malate e tignose il fantasma del rossobrunismo)? E' chiaro però cosa essi identificano come nemico (Macron come  esponente del super potere finanziario ed eurocratico), e cosa essi chiedano: giustizia e diritti sociali, porre fine sia all'austerità che alle politiche neoliberiste, comprese quelle fiscali per mezzo delle quali si sposta ricchezza dal basso verso l'alto. Di più: questo movimento resiste alla globalizzazione, respinge la visione cosmopolitica chiedendo sovranità e rispetto della cittadinanza, con ciò rivalorizzando il concetto di identità nazionale, riscoprendo il carattere sociale della repubblica. Il tutto in in barba alla sinistra transgenica che vuole vedere solo i diritti civili e dimentica quelli sociali.

Per essere ancora più precisi i Gilet Gialli, riproponendo la centralità dello Stato come organo deputato a tutelare gli interessi del popolo — per la precisione del popolo lavoratore e/o che rivendica il lavoro non solo come simbolo di dignità ma come asse a cui incardinare la cittadinanza — sono i giacobini del terzo millennio.

Così ci spieghiamo l'uso patriottico del tricolore in ogni manifestazione, l'inno a squarciagola della Marsigliese. Tricolore e Marsigliese come simboli dell'unità popolare, di cittadini fino a ieri invisibili che nella lotta si sentono comunità, che chiedono, di contro alla atomizzazione indotta dal neoliberismo globalista, si ricostruisca comunità, nazionale e popolare.

Cosa ha a che vedere la sollevazione nazional-popolare francese con l'idea teologica dell'Impero che è dappertutto e in nessun luogo, deterritorializzato e senza centro (alias la tesi della fine definitiva delle nazioni ed il disprezzo per ogni patriottismo)? Cosa hanno a che fare i Gilet Gialli con le deleuziane "macchine desideranti" — che Costanzo Preve bollava argutamente come “neoplebi desideranti” partorite dalla filosofica "pallocrazia parigina"? Cosa ha a che vedere la dura fisicità della rivolta popolare più potente degli ultimi decenni con la vacua e ineffabile figura della moltitudine, di cui solo un aspetto era evidente, il suo essere concetto opposto del popolo come nazione?

Date voi le risposte. Per chi scrive niente di niente.


Conclusione

E dunque, almeno per questa volta, invece di ascoltare falsi profeti e di ingurgitare nuovismi astrusi, proviamo a dare retta, per capire come va il mondo, ad uno che di rivoluzioni certo se ne intendeva:
«Colui che attende una rivoluzione sociale “pura”, non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione. La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e i malcontenti della popolazione. V’erano tra di essi i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v’erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto. La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente – senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione – e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale, e l’avanguardia cosciente della rivoluzione, il proletariato avanzato, esprimendo questa verità oggettiva della lotta di massa varia e disparata, variopinta ed esteriormente frazionata, potrà unificarla e dirigerla, conquistare il potere, prendere le banche, espropriare i trust odiati da tutti (benché per ragioni diverse!), e attuare altre misure dittatoriali che condurranno in fin dei conti all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si “epurerà” delle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo». [V.I. Lenin, L’insurrezione irlandese del 1916, Opere Complete, Editori Riuniti, volume XXII, pag. 353-354]
Che poi occorra andare anche oltre Lenin, a noi è chiaro. Oltre, non in opposta direzione.



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