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giovedì 28 novembre 2019

VIENI AVANTI CRETINO di Piemme

[ venerdì 29 novembre 2019 ]

Sul CORRIERE DELLA SERA di ieri l'ennesimo sermone di Angelo Panebianco

Il titolo serafico può trarre in inganno: "Le cadute in politica estera". Esecrando l'incommensurabile pochezza della "politica"  finisce per prendersela con tutti, leghisti filorussi, grillini filocinesi, piddini semi-europesti — questi ultimi liberali inconseguenti e tremebondi: per il nostro, se lo fossero davvero dovrebbero sostenere a spada tratta la vandea di Hong Kong, e schierarsi senza sé e senza ma (poteva mancare?!) con Israele.

Niente di nuovo sotto il cielo, sono decenni che Panebianco ci ammorba con questa lagna che nel nostro Paese non c'è un vero partito liberale, ovvero liberista, visto che per il nostro le due cose sono del tutto simbiotiche.

La cosa degna di nota è un'altra. Sentiamo che scrive discorrendo di Lega e 5 Stelle:
«C’è un’evidente coerenza fra l’orientamento illiberale degli odierni movimenti neo-nazionalisti (detti sovranisti) europei e le loro scelte di politica internazionale. C’è coerenza fra i loro ideali di società e il modo in cui immaginano di organizzare i rapporti fra i rispettivi Paesi e il mondo esterno. Nulla di nuovo. Anche se è stupido e antistorico paragonare tali movimenti ai partiti totalitari del passato (fascisti e comunisti) c’è però un elemento comune, ossia l’avversione per il mondo occidentale in tutto ciò che esso ha di peculiare: la società aperta, il primato della libertà individuale garantito dalla legge, il libero mercato, la democrazia rappresentativa. Questi movimenti preferiscono intrattenere rapporti con le società chiuse, con le società autoritarie e illiberali, con le quali sanno di avere affinità. Essi pertanto mettono in discussione i tradizionali ancoraggi occidentali dei loro Paesi. Vale per tutti e a maggior ragione per l’Italia la quale di movimenti neo-nazionalisti di successo ne ha partoriti addirittura due (Lega e 5 Stelle)».
Per quindi concludere con quella che per lui è la vera e propria disgrazia storica italiana:

«È un errato riflesso politicista attribuire ogni colpa di ciò che riteniamo negativo a questa o quella forza politica. I neo-nazionalisti fanno il loro mestiere. I problemi sono altri. In primo luogo, il fatto che sono tanti gli italiani che li votano. Confermando così che l’Italia è, come è sempre stata, una democrazia difficile, fortemente attratta da richiami illiberali».
Quante scemenze e bugie in poche righe!

Siccome siamo clementi vogliamo sorvolare sui pornografici attestati liberisti e occidentalisti di fede di Salvini, e/o su quelli europesiti dei 5 Stelle i quali, se non smentiscono, come minimo ridimensionano l'ansia allarmistica del nostro.

Panebianco ricorre al famigerato assioma che stabilisce l'equazione liberalismo=democrazia. Ma quando mai?  Non solo per noi ma per il fior fiore degli storici (seri) non di naturale coesistenza si tratta, ma di effettuale contrasto — se non proprio di una incompatibilità che dipende dal conflitto insanabile tra predominio delle leggi di mercato e l'esercizio della sovranità popolare.

Consigliamo a Panebianco come a tutti i nostri lettori, di leggere il formidabile libro del compianto Domenico Losurdo: "Controstoria del liberalismo". Un'indagine basata su un'inoppugnabile documentazione degli orrori inenarrabili compiuti dalla borghesia liberale ad ogni latitudine, e dei crimini perpetrati in nome del liberalismo.

Dalla lettura qualunque persona di buon senso che abbia a cuore la giustizia sociale considererà l'accusa di essere  "illiberale" non un'infamia ma un titolo di merito.








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sabato 12 ottobre 2019

ECCO A VOI LA DESTRA di Sandokan

[ venerdì 11 ottobre 2019 ]

Roma, 10 Ottobre 2019. «Raccoglieremo firme per l'elezione diretta del Presidente della Repubblica"ì». 
Così Matteo Salvini, accompagnato da suoi sodali (anche Bagnai, sic!) ha depositato in Corte di Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare per la repubblica presidenziale, per di più affiancata da una legge elettorale super-maggoritaria. 

Ascoltate per credere:




Idem con patate la Giorgia Meloni di Fratelli d'Italia.

Segnala l'ANSA. ROMA, 9 Ottobre: «Domani mattina i parlamentari di Fratelli d'Italia depositeranno in Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare per l'elezione diretta del Capo dello Stato e cominceremo subito la raccolta delle 50 mila firme necessarie ad avviare l'iter del provvedimento. Alla luce del grande sostegno che abbiamo già riscontrato con la nostra petizione sul presidenzialismo, confidiamo di raggiungere questo obiettivo in pochi giorni. Dopo il voto favorevole di Fratelli d'Italia al taglio del numero dei parlamentari, è la nostra risposta al no della maggioranza gialloverde prima e rossogialla dopo ai nostri emendamenti per introdurre in Costituzione il presidenzialismo: vogliamo che siano i cittadini a scegliere". 

Anche in questo caso, ascoltare per credere.



Di regime presidenzialisti ce ne sono di ogni tipo, ma quello a cui pensano Salvini  — "voglio i pieni poteri" —  e la Meloni implica uno scardinamento della Costituzione e un concentramento dei poteri sull'esecutivo a danno del Parlamento. Come se non bastasse Salvini vuole una legge elettorale uninominale secca, per cui il primo arrivato, magari anche solo col 35-30% piglia la maggioranza assoluta dei seggi.

Ci vuole poco a capire che con ciò verrebbe definitivamente seppellita la già moribonda democrazia italiana.

L'altri ieri titolavamo L'AMARA VERITA' l'articolo con cui denunciavamo l'unanimità raggiunta sulla legge per ridurre i parlamentari. Anche Salvini e la Meloni hanno votato Sì, assieme ai partiti di governo. 

Tutti assieme appassionatamente, ma alla fin fine, saranno solo le destre a trarre vantaggio da questo scempio che fa strame della democrazia e della Costituzione.

Abbandonata la battaglia sovranista per uscire dall'euro le destre italiane tornano ad essere quel che son sempre state: destre reazionarie.


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mercoledì 23 gennaio 2019

ETEROGENESI DEI FINI O CONTROGENESI DEI FINI? di M. Micaela Bartolucci

[ 23 gennaio 2019 ]

E’ vero che l’Italia ha sempre avuto a che fare con qualche forma di vincolo esterno ma è anche vero che mai è stato così forte, così evidente, così esteso e così totalizzante come in questo momento. Questa sembra essere l’era del vincolo esterno, una sorta di “sineddoche inversa” perché investe ogni segmento della nostra esistenza.

Ce lo chiede l’Europa, la scienza non è democratica, scegli la scienza vota PD, governo tecnico, fattura elettronica, blockchain, legge Lorenzin, patto per la scienza… tutte queste cose hanno un fattore comune, sono tutte forme di controllo che soggiacciono alla potente logica del vincolo esterno, sono limitazioni, paletti di contenimento, barriere invalicabili da accettare per forza che limitano la nostra libertà di scelta, che impongono una visione paternalistica grottesca, che eliminano ogni possibile forma di sovranità. «L’Europa ci chiede di rinunciare a diritti fondamentali per non far saltare un numero» [cit. Il Pedante] e così ci ritroviamo con 5 milioni di persone sotto la soglia di povertà, 6 milioni di disoccupati, infrastrutture fatiscenti, ponti che crollano, strade allagate, si riducono i servizi, si abbassano le pensioni, si diminuiscono gli interventi pubblici, si degrada la scuola al rango di allevamento intensivo, si riducono i trasporti, si chiudono i reparti di maternità, si sopportano liste d’attesa inverosimili, si depotenziano i consultori, si tollerano un impoverimento costante, l’aumento dei suicidi e dei morti sul lavoro, le delocalizzazioni, un peggioramento generalizzato delle condizioni di vita che va di pari passo con gli aumenti delle utenze, la kafkiana situazione delle imposte ed altre simpatiche disfunzioni. Noi dobbiamo ingoiare tutto questo per stare nel famigerato 3%, per non far salire lo spread! Non ci sono alternative!

La democrazia è svuotata di ogni valore residuo ed il suo stato di salute è, ormai, fortemente a serio rischio. Macron voleva riformare la Costituzione (la protesta dei gilet gialli ne ha impedito l’immediata attuazione) per ridurre il numero dei parlamentari, il pretesto è fare economia, la vera ragione è limitare la democrazia, in Italia ci aveva già provato Renzi, sebbene in forma un po’ diversa, ed oggi altri vorrebbero tentare, con lo stesso pretesto, qualcosa di simile. L’operazione è, chiaramente, estremamente pericolosa perché con la scusa di economizzare, come se davvero fosse un risparmio rilevante, si riducono i margini di rappresentatività e quindi della democrazia.

Questa decostruzione soggiace ad una logica aberrante «si sta coltivando l’idea che la democrazia possa essere superata da principi ad essa superiori» [cit: Il Pedante], quindi il legislatore, il politico devono farsi da parte e lasciare il posto ai tecnici, alla scienza che, non essendo democratica, secondo certi signori, non può essere messa in discussione. La democrazia è già morta, deve essere messa da parte.


I vincoli conosciuti fino ad ora, questo controllo economico, politico e sociale non è più sufficiente, bisogna andare oltre, distruggere ogni barlume di scelta, di sovranità ed allora si arriva a paventare la paura più forte, si rende necessario lo spauracchio dell’epidemia così da giungere al controllo sui corpi, quelli più fragili e che andrebbero protetti, salvaguardati, quelli dei nostri figli. La vicenda dei vaccini diviene paradigmatica, la professione medica viene esautorata, il medico non può più informare, consigliare, esprimersi… chi ha dei dubbi è tagliato fuori.

Lo stato, servendosi di una casta che Costanzo Preve chiamava, in guisa di insulto, «intellettuali manipolatori i cui servizi sono acquistati dall’apparato economico-politico come portatori di consigli per l’addomesticamento della gente», diventa terapeutico e la scienza, la medicina e la tecnologia sono le nuove entità a cui dobbiamo affidarci. La scienza non è democratica, ovvero poiché la democrazia non si applica alla scienza, la democrazia deve mettersi da parte. Il cerchio si chiude.

“Se una cosa non serve a niente, allora serve a qualcos’altro”. 
[cit. Il Pedante

La fatturazione elettronica serve ad eliminare l’evasione fiscale? No

I 10 vaccini imposti servono a fronteggiare epidemie in atto? No (la fantomatica epidemia da tetano?)

Allora servono ad altro, allora sono utili come forma estrema di controllo, totalizzante e totalitario, molto più raffinato di quanto prefigurato da Orwell in 1984. Il vincolo esterno si allarga a dismisura sino a toccare ambiti finora ritenuti intoccabili, bloccando ogni possibile libertà di scelta e rendendo impossibile ogni azione politica.


domenica 20 gennaio 2019

FANFANI E LA NASCITA DELLA REPUBBLICA di F.f.

[ 20 gennaio 2019 ]

Nel momento in cui si celebra il centenario della fondazione del Partito popolare italiano, quindi s'incensa la contraddittoria figura di Don Luigi Sturzo — da una iniziale posizione democratica e dunque antifascista egli, nel secondo dopoguerra, si fece alfiere del più duro liberismo economico — ci pare importante ricordare la figura di Amintore Fanfani, importante costituente e decisivo architetto della Repubblica. 
Non condividiamo tutto quanto scritto nell'articolo che segue, tuttavia ci pare debba essere presa in considerazione la tesi dell'autore, quella che segnala come, attraverso Fanfani, di contro ad una vulgata che vuole vedere solo gli elementi di rottura con il defunto regime fascista, quelli di continuità insiti invece nella Costituzione del '48 e nella Repubblica. Su un punto ci pare l'autore non riesca a cogliere la peculiarità della Costituzione, che non è solo l'idea di Stato (che non sarà più il liberista "guardiano notturno" ma ente preposto alla salvaguardia delle eguaglianza sostanziale) ma, appunto, la funzione legittima del conflitto sociale e di classe, individuato (e quindi proposto) come paradigma altrettanto sostanziale della democrazia costituzionale. In questo senso, almeno a noi così pare, venne sconfitta in sede di Costituente, la concezione organicistica fanfaniana.


*  *  *

Premessa

Nel mondo sovranista italiano dei nostri giorni, la grande conoscenza in ambito giuridico e economico si associa purtroppo a una quasi generale miopia politica. Questo limite emerge evidente nell’ermeneutica della storia di Stato italiana. Il rimpianto, per molti versi pur legittimo, dei “gloriosi Anni Sessanta” e la retorica della Carta costituzionale del ‘48 non corrispondono ad una seria e scrupolosa analisi politica di quel contesto. Giuristi ed economisti ci presentano una lettura degli eventi declinata sul piano fenomenico ed empirico sociale, da cui si rileva però la negligenza dell’elemento politico, che fu viceversa, almeno a mio parere, centrale. 
Troviamo così oggi “sovranisti” che dicono di ispirarsi a Pertini, a Lelio Basso o a Mattei come padri ideologici; altri ci presentano la Carta del ’48 e la “sinistra democristiana” addirittura come forme di socialismo; ancora altri finiscono per identificare la politica economica keynesiana con quella di una sinistra rivoluzionaria di Stato. 
Con questo articolo, si vorrebbe solo chiarire chi fu che concretamente costruì l’architettura di Stato italiana dopo la Seconda Guerra Mondiale e con quali fini e ambizioni lo fece. 

Amintore Fanfani architetto della Repubblica

La Costituzione del ’48, così come il processo di modernizzazione del dopoguerra italiano, si realizzano in gran parte grazie all’azione dello statista democristiano Amintore Fanfani (1908-1999). Le scelte operative più significative della politica economica e sociale di Fanfani furono: il rilancio dell’Eni, il varo del piano siderurgico Senigallia, la costituzione del Ministero delle Partecipazioni Statali, la creazione della Intersind. Tali strumenti dotano la Dc di un agevole accesso alle risorse e ad un autonomo finanziamento in grado di sottrarla ai condizionamenti della Confindustria e dell’oligarchia monopolistica e bancaria. Fanfanismo significa dunque autonomia della politica e supremazia della stessa in ogni campo sociale e civile. 

I campi nei quali Fanfani impone le aziende di Stato sono quelli della ricerca, della distribuzione energetica, della produzione; lo “Stato imprenditore” ed innovatore, nella visione dello statista, riduce i costi in modo da consentire l’accumulazione e l’avanzamento tecnologico e si può affermare grazie a una organica presa di posizione anti-monopolistica. Fanfani interventista e “neo-volontarista” ben più che keynesiano, diviene così il teorico della Terza Via, oltre capitalismo e marxismo, capace di assicurare una maggiore giustizia sociale con metodi differenti da quelli della lotta di classe antagonista. 

Essenziale, per la Terza Via, è una economia mista pubblico-privato, ottenuta mediante l’intervento dello Stato per rimuovere i monopoli parassitari, con la primaria garanzia di forti protezioni doganali e semi-autarchiche e con una disponibilità, per il governo, di risorse da ridistribuire per attenuare le disuguaglianze. 
Il “neovolontarista” Fanfani si distanzia da smithiani e marxisti “per la loro cieca fiducia nella natura” e quindi per la loro “predica della politica del non intervento” statale [A. Fanfani, Storia delle dottrine economiche. Il naturalismo, Milano 1946, p. 252]; lo statista aretino si pone in una posizione antitetica sia rispetto al liberismo, sia rispetto all’economicismo della tradizione liberale, sia rispetto al marxismo. 

Quella fanfaniana, fatte salve le differenze (e certo in un contesto storico del tutto diverso da quello tra le due guerre mondiali), è una visione che appare in sostanziale continuità con la concezione del mondo dell’organicismo “corporativistico” e “volontaristico” fascista — di cui il futuro statista democristiano era stato infatti, negli anni del regime, uno dei massimi teorici —, che considera la piccola proprietà privata il bene sociale primario da proteggere ed incentivare e che vede nel conflitto sociale, di classe, il primo ostacolo da rimuovere e eliminare, in quanto male generato dalla “economizzazione” dei rapporti tra gli uomini e dalla conseguente lacerazione del tessuto sociale. 

La frequentazione culturale con la corrente cattolico-sociale dossettiana non ha eccessiva valenza ideologica-politica, data la intima impolicità del dossettismo. Di conseguenza, dal punto di vista del fanfanismo politico non si mette giuridicamente in discussione il controllo privato dei processi di accumulazione, ma eventualmente l’allocazione finale, come fece del resto anche il fascismo allorché passò definitivamente alla fase autarchica, con lo Stato banchiere, imprenditore, industrializzatore, che pretende di avere l’ultima parola su tutto [R. De Felice, Mussolini il duce. Lo stato totalitario, Torino 1981, pp. 175 e segg]. In questo senso, però, Fanfani è anche poco “modernista” e assai lontano dalle dottrine neo-capitalistiche che considerano il conflitto come fisiologico e condizione ineludibile per lo sviluppo della società e per l’evoluzione dell’uomo. Ed infatti il fanfanismo — contro la destra conservatrice democristiana — proclama a grandi lettere il principio dell’elevazione degli umili: ma sono gli uomini di nobili sentimenti cristiani, come lo sarebbe l'élite politica fanfaniana allora dominante, che possono lottare in favore dei poveri, non i poveri che si risvegliano e lottano. In questo senso ha ragione un filosofo cattolico come Del Noce — antifascista per coerente scelta filosofica e non per anatema —, il quale sostenne. nei primi Anni Sessanta. che la sinistra democristiana fanfaniana attuò definitivamente quei disegni economici e sociali che il fascismo aveva iniziato a prospettare e concretizzare dagli Anni Trenta.

La logica politica della Dc è una logica di fazioni e correnti; nella concezione e nella pratica politica fanfaniana, la Dc, a differenza del centrismo degasperiano e poi andreottiano, non è un partito moderato o conservatore, ma sociale e “nazionale”. Deve incarnare la rappresentanza di tutti gli interessi presenti nella comunità per mediarli, sulla base di ideali di giustizia sociale e vago solidarismo orientato all’organico bene comune, sempre allo scopo di evitare e prevenire fratture sociali. 
La Dc fanfaniana, si ricorderà la retorica di quegli anni, “partito d’Italia e degli italiani”. Si tratta perciò, per quella fazione neo-corporativa della Dc, la cosiddetta “sinistra
democristiana” caratterizzata dall’egemonismo ideologico fanfaniano, di battere le forti posizioni monopolistiche e di rendita parassitaria, che pretendono la difesa dello status quo, per liberare il “mercato di stato” e la “borghesia di stato” italiane da una posizione subalterna nella divisione internazionale del lavoro, rispetto agli imperialismi costituitisi a controllo delle principali fonti energetiche e della ricerca scientifica più avanzata. 
Il partito della “sinistra democristiana” è così il partito dei “funzionari di stato” certamente contrapposto al capitalismo monopolistico ma, allo stesso modo, contrapposto radicalmente al proletariato metropolitano. 

Così la politica di Fanfani statista della “Nuova Italia” sovrana si salda alla politica mondiale da basi italianistiche e fortemente mediterranee. Fanfani, a differenza di quanto si è scritto e si continua a ripetere, non è neo-atlantista. Neo-atlantista Gronchi, neoatlantista Mattei, neoatlantista ambiguo, probabilmente, lo stesso Pella. Atlantisti De Gasperi e Andreotti. Fanfani no. Cosa è il neoatlantismo? E’ il tentativo di superare la Francia legandosi a doppio filo agli Stati Uniti e gli stessi inglesi e poi, dopo l’uscita gollista dalla Nato, alla stessa Nato. Il neoatlantismo si traduce dunque in Parigi nemico principale. Tutt’altra la dimensione geopolitica fanfaniana. Lo statista aretino, a ben vedere sulla scia di Mussolini, nella storia italiana, è l’unico che ha un progetto finalizzato a combinare l’indipendenza sovrana con una autentica ambizione imperialistica o comunque “espansionistica” mediterranea. L’Italia, dopo il Risorgimento, rimane di fatto, sino agli Anni Venti del 900, una colonia geopolitica ed ideologica anglosassone, che svolge una costante opera di contrasto, “subimperialista”, verso Francia e Germania [1]; lo stesso Crispi, considerato un po’ superficialmente dalla storiografia ufficiale un “imperialista italiano”, non si pone il problema, che invece nella pratica dell’indipendenza sovrana dovrebbe essere centrale, di affrontare e risolvere la questione del peso assunto nel Belpaese dalla Massoneria coloniale britannica dopo l’unificazione. 
L’espansionismo e il mediterraneismo fanfaniani, dopo la sconfitta fascista del ’45 e nel pieno della retorica antifascista che caratterizza la stessa Dc, non può evidentemente basarsi sul militarismo e sull’espansionismo politico diretto; assume perciò la forma geopolitica declinata sul piano economico e culturale. Delio Marotti, capo-redattore romano della “Gazzetta del popolo”, massimo propagandista della nuova missione italiana di radice fanfaniana, teorizza la distinzione tra “borghesia di stato” e “borghesia plutocratica”, occidentale e americanizzata, che esporta capitali fuori dall’Italia e che colpisce deliberatamente la politica sociale fanfaniana [2]. In un saggio del ’59,”Il voto e il governo del 25 maggio” (del ’58 ndc), Marotti delinea appunto l’opzione espansionistica italiana del partito fanfaniano, presentata come “filoarabismo”, e la minaccia conseguente del cosiddetto “capitalismo finanziario” globale occidentale alleato della Confindustria, ostile all’Italia sociale e produttrice.

Il fanfanismo si radicalizza infine, nel contesto, italiano proprio come un gollismo mediterraneo, ma su un piano più accentuatamente sociale. Quanto di più lontano vi può essere sia dall’atlantismo sia dal neo-atlantismo. Ben più “statalista” del gollismo “tecnocratico” parigino, che continua a convivere, nonostante i grandi piani statali, con larghe zone interne di liberismo. Il generale francese considera in quel contesto lo statista aretino l’unico alleato politico affidabile in occidente e lo esorta alla creazione di un “governo di unità nazionale”, con i fascisti del Msi e con il Pci. 
Fanfani non coglie il momento politico che gli si presenta e il realismo fanfaniano degenera in machiavellismo deteriore; fallisce così il suo proposito di democrazia organica, autoritaria di radice gollista. La democrazia plebiscitaria e dell’ “identità” vagheggiata dal partito fanfaniano della sinistra democristiana è quanto di più antindividualistico ed antiatomistico sia scaturito dalla pratica di governo dell’Italia del dopoguerra. Fanfani, però, a differenza degli altri esponenti di vertice della Dc, compresi Gronchi e Mattei (massimamente detestato e quasi sicuramente ucciso proprio dai gollisti), non solo non è atlantista ma non è nemmeno particolarmente favorevole al processo di integrazione europea come si sta sviluppando: “le sue iniziative mediterranee lo stanno a dimostrare” [3]. Giorgio Galli parla del progetto fanfaniano come contrassegnato da una politica estera autonoma, espansionistica e da una politica interna da uomini forti e elitistica. Fanfani teorizza un terza forza, con centro Parigi gollista, oltre la Nato e il Patto di Varsavia. In vari documenti d’intelligence britannica e che secondo Davide Faenza risalirebbero alla regia di Kissinger Fanfani è considerato, De Gaulle a parte, l’uomo politico “occidentale” più avverso all’ordine globale liberista, sospettato addirittura, con La Pira, di malcelata simpatia per Giap e Ho Chi Min, con cui aveva peraltro avviato trattative diplomatiche contro il parere del centrismo Dc. Lo stesso Togliatti parla di un’opposizione diversa che il Pci deve riservare a un buon statista come Fanfani e gli abboccamenti, sul piano sociale, con l’Istituto di studi corporativi del Msi sono espliciti e pubblici. 

Con le pressioni americane e anglosassoni antifanfaniane, dai primi Anni Settanta, si radicalizzano quelle interne, rappresentate dalla fazione Agnelli-Pirelli-Confindustria che punta al famoso “compromesso storico”. Il “capitalismo di stato” della fazione Cefis-Fanfani rimane su una posizione di intransigente anticomunismo, nel già segnalato progetto della concertazione “neo-corporativa”. Certamente, il “compromesso storico” è una tattica interna neo-liberistica e oligarchica finalizzata alla dissoluzione dello Stato sociale italiano che è stato, nessuno lo può negare, ben salvaguardato dall’elite politica fanfaniana. 

9 maggio 1979. Durante una messa in memoria di Aldo Moro,
il militante democristiano Angelo Gallo tira le orecchie ad
Amintore Fanfani gridando: Troppo morbido con i comunist
i!
Arrivo alle conclusioni. Fanfani fu un buon statista, avverso al liberismo? Certamente sì. Secondo don G. Baget Bozzo, che in gioventù è stato uno dei collaboratori più appassionati di “Cronache sociali”, si deve a Fanfani, nell’elaborazione della Costituzione del ’48, non solo la definizione dell’art.1 ma anche la formulazione ideale dei fini generali dello Stato, che diviene proprio la base della contrapposizione al liberismo atomistico einaudiano e dell’accoglimento dei compiti positivi dello Stato nell’ordine economico. Il secondo comma dell’art.41 è ad es. fanfaniano: “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Secondo Fanfani, la modalità più efficace di estinzione del liberismo è rappresentata dalla partecipazione politica, corporativa, della rappresentanza sociale e produttiva in “Consiglio Nazionale del Lavoro” mediante un controllo democratico e mediante consigli di gestione che fiancheggiano la direzione tecnica aziendale, con la stessa partecipazione agli utili dei lavoratori. Riconosciuto ciò, va però visto anche dell’altro. Anche lo Stato fascista fu antiliberista, ma al tempo stesso fu antiproletario e antisocialista. Lo stesso va detto, mutatis mutandis, del partito statalista fanfaniano. Il costituente Fanfani, un fervido e radicale anticomunista, non risolve mai il suo debito ideologico con il Corporativismo fascista teorizzato da Arias e dai maestri della Cattolica. L’umanesimo del lavoro fanfaniano, che deriva dal Toniolo e dal Sombart, non corrisponde simmetricamente a quello immanentista gentiliano, ma tantomeno corrisponde a quello teorizzato da Marx nella sua formulazione della “legge del valore”. La fase cattolico-sociale dossettiana, a ridosso e subito dopo la Seconda guerra mondiale, finisce per rafforzare questo bagaglio organicistico del futuro statista. Le radici ideologiche del fanfanismo sono quindi assolutamente antisocialiste. Difendere oggi la Carta del ’48 significa essere democratici e, di conseguenza, antiliberisti. Ma questo, sul piano della dottrina economica e politica, non è socialismo, chiaramente. 

La socialdemocrazia "neo-giacobina" e di sinistra radicale [4], della Presidenza Mitterand potrebbe per certi versi, allora, essere sul piano di dottrina economico-politica ben più interessante dello statalismo volontarista fanfaniano, qualora si punti come prospettiva di civiltà ad uno stato neo-giacobino, democratico-rivoluzionario, basato sul presupposto della democrazia sostanziale e dell’uguaglianza sostanziale e non a uno stato vagamente democratico-sociale e neo-corporativistico.

NOTE


(1) Interessanti e a mio avviso centrate riflessioni al riguardo, si trovano in Fasanella Cereghino, Il Golpe Inglese, da Matteotti a Moro le prove della guerra segreta, Ed. Chiarelettere 2011.
(2) G. Galli, Fanfani, Feltrinelli 1975, p. 84.
(3) Ivi, p. 10
4) M. Gervasoni, Francois Mitterand, Einaudi 2007.

venerdì 1 giugno 2018

UNA REPUBBLICA FONDATA SULLO SPREAD di Norberto Fragiacomo

[ 1 giugno 2018 ]

«Ritengo ci siano gli estremi per avviare la procedura di cui all’articolo 90 della Costituzione, sono convinto dell’opportunità che il Presidente faccia un passo indietro — e lo dico proprio per il grande rispetto che provo per la carica di cui è investito. Finché dà voce alla Costituzione chi sta al Quirinale va ascoltato in religioso silenzio; quando inizia a parlare la lingua dei mercati, degli interessi di parte ecc. egli diventa criticabile al pari di qualsiasi altro politico».

Ritorno (un po’ più) frigido pacatoque animo sulla questione del discorso presidenziale del 27 maggio, che ha suscitato nel sottoscritto una vivissima riprovazione. 

Le mie convinzioni politiche non c’entrano nulla — non ero e tuttora non sono un simpatizzante della Lega, e del M5S ho scritto peste e corna. Il punto è evidentemente un altro: qui si tratta di Democrazia con la maiuscola, rispetto della Carta Costituzionale e delle istituzioni. Il Presidente, ci è stato insegnato all’università, è la Viva vox Constitutionis, il suo primo necessario attuatore: spetta a lui rispettarne non soltanto la lettera, ma anzitutto lo spirito. “Il Presidente della Repubblica nomina, su proposta del Presidente del Consiglio, i Ministri”: il testo dell’articolo 92 si ferma qui, non precisa — non espressamente — se la scelta presidenziale sia discrezionale o vincolata. Il riferimento alla “proposta” è però chiarificatore, e lumeggia un aspetto: il Presidente della Repubblica non fa di testa sua, si attiene a quella che è, a tutti gli effetti, una designazione.


In fondo è cosa abbastanza logica, quasi scontata, che chi è stato incaricato di guidare l’esecutivo sia libero di indicare i propri futuri collaboratori. Ciò non significa che il Capo dello Stato debba accettare qualsivoglia diktat: tocca a lui verificare che i candidati presentino i requisiti — morali, ma non solo — per poter accedere all’alta funzione. 

Pertanto casserà le singole proposte che non superino un vaglio di legittimità e/o ragionevolezza, perché ad esempio il prescelto è ineleggibile, incandidabile ecc., oppure in conflitto d’interesse  (anche potenziale) ovvero perché la sua condotta passata presenta delle macchie (es.: commissione di reati che non lo rendono tuttavia ineleggibile) tali da sconsigliare una sua partecipazione al governo  del Paese. 

Ho parlato di condotte, cioè di fatti: ciò che è inammissibile, in democrazia anche formale, è che un candidato sia respinto perché le sue idee sono giudicate “pericolose” - attenzione: non sovversive, odiose o antidemocratiche, semplicemente non in linea con quelle dell’establishment, o addirittura con gli interessi di organismi stranieri ed operatori economici. Se il Capo dello Stato fosse legittimato ad effettuare valutazioni siffatte, chiaramente “di merito”/opportunità, non avrebbe più senso parlare di irresponsabilità (da un punto di vista giuridico, sia chiaro): sarebbe lui, di fatto, il capo del governo, colui che ne detta la linea

In effetti, l’articolo 92 è stato interpretato dai costituzionalisti, con pochissime eccezioni, nel senso da noi proposto — aspetto più importante, per decenni la prassi istituzionale si è sviluppata su questa falsariga, assurgendo con il tempo a consuetudine (costituzionale, e dunque vincolante). Il Presidente della Repubblica non è un “notaio”, ma neppure un decisore, perché rispetto al Governo è figura terza: deve assicurare il rispetto delle regole, non coniarne di nuove. 

Si possono ipotizzare delle eccezioni, nelle eventualità — sempre più frequenti — di “governi del Presidente”: allora il potere di ingerenza si rafforza, si potrebbe parlare di una co-decisione rispetto alle nomine ministeriali, ma proprio perché siamo di fronte a governi c.d. “tecnici” e non politici (almeno sulla carta, perché se si guarda a visione della società e disegno strategico dovremmo concludere che uno degli esecutivi più politici della Storia della Repubblica sia stato quello presieduto da Mario Monti). Il Governo Conte-Di Maio-Salvini, pur nel suo carattere di novità, era chiaramente espressione di una maggioranza politica, pertanto il Presidente avrebbe dovuto limitarsi ad effettuare una verifica formale, mai e poi mai avrebbe dovuto scendere nel merito, pronunciarsi sull’opportunità delle singole scelte. A questa  massima il Quirinale non si è attenuto: al contrario, nel discorso di domenica 27 maggio il Presidente ha voluto essere sin troppo chiaro, esplicitando le ragioni per cui ha deciso di non nominare il Professor Savona e tirando addirittura in ballo il risparmio degli italiani(!). 

Sembra di essere ritornati all’epoca della “democrazia bloccata”, con la differenza che oggi le cose vengono dette apertamente e senza infingimenti: certe politiche, anche se appoggiate dalla maggioranza dei votanti, sono vietate ai governi, off-limits a prescindere da chi si adoperi per portarle avanti. Dovremmo apprezzare questa rinuncia ad un’«ipocrisia» che, a conti fatti, poteva essere anche interpretata come rispetto per le forme? 

Personalmente non la apprezzo affatto — anzi, provo sconcerto e rabbia per una simile politicissima dichiarazione di intenti da parte di chi dovrebbe, al contrario, assicurare la libertà del gioco democratico e assumere sempre una posizione imparziale di garanzia. 

Parafrasando Grillo, il Quirinale non è di destra né di sinistra: è sopra. Se scende nell’agone politico, pretendendo di imporre una linea ai governi, si arroga funzioni non sue, e soprattutto entra in conflitto  con la volontà popolare liberamente espressa. Domenica 27 maggio ci è stato detto, in sostanza, che il nostro voto vale meno di un’oscillazione dello spread, che avere opinioni contrarie a quelle mainstream è proibito, che la nostra è una Repubblica “democratica” fondata sul pareggio di bilancio e l’inchino ai Trattati europei. La prova? L’immediata estrazione dell’asso dalla manica: l’incarico a  Cottarelli, un neoliberista graditissimo ai nostri “partner” (i contorcimenti dello Spread sono un invito inequivoco a concedergli una rapida fiducia parlamentare). 

Una decisione d’impeto? Suvvia, siamo seri…

Ritengo ci siano gli estremi per avviare la procedura di cui all’articolo 90 della Costituzione, sono convinto dell’opportunità che il Presidente faccia un passo indietro — e lo dico proprio per il grande rispetto che provo per la carica di cui è investito. Finché dà voce alla Costituzione chi sta al Quirinale va ascoltato in religioso silenzio; quando inizia a parlare la lingua dei mercati, degli interessi di parte ecc. egli diventa criticabile al pari di qualsiasi altro politico.

domenica 6 maggio 2018

LA TRUFFA DI SALVINI (IL FARISEO) di Sandokan

[ 6 maggio 2018 ]


OGGI SALVINI CI PROPONE UN SISTEMA ELETTORALE  PIÙ TRUFFALDINO E ANTIDEMOCRATICO DI QUELLO CHE VOLEVA RENZI


Tutti ci ricordiamo Matteo Salvini che in occasione del referendum costituzionale del dicembre 2016 tuonava contro la "riforma" renziana, tra cui l'Italicum — la legge elettorale che prevedendo un secondo turno di ballottaggio tra le prime due liste, avrebbe assegnato la vittoria a quella avesse preso un voto in più.

L'opposizione della Lega al tentativo di Renzi era una grande presa per il culo.

Ieri Salvini ha infatti ribadito che è disposto a sostenere un "governo a tempo" che faccia "poche cose" tra cui una nuova legge elettorale per cui «Chi prende un voto in più domenica il lunedì governa». Quattro giorni fa in un comizietto ha precisato che lui ama il sistema che si usa alle elezioni regionali.

Su questo voltafaccia, sulla disponibilità a metter sù un governicchio pur evitare elezioni subito — e che questo si spieghi col patto sporco che tiene legato Salvini al cadavere di Berlusconi — ha già detto tutto Leonardo Mazzei

Il meccanismo elettorale che propone Salvini va respinto, come antidemocratico e anticostituzionale. L'Italicum venne infatti respinto perché, portando al ballottaggio due minoranze, per ciò stesso sarebbe stato lesivo del principio che il governo spetta a chi rappresenta la maggioranza degli elettori. Il meccanismo delle regionali che piace a Salvini (chi piglia un voto in più vince) è spaventosamente peggiore perché implica uno scandaloso premio di maggioranza —in diverse regioni è al governo chi ha preso meno del 30% dei voti.

Col sistema proposto da Salvini — che non a caso è quello preferito dai poteri forti avremmo il predominio di una minoranza, la fine del regime costituzionale.

Il 24 febbraio scorso, a Milano, da scaltro commediante, il leghista, davanti ad una piazza salmodiante, mettendo in scena un pittoresco rito collettivo, fece un duplice giuramento:

«Giuro di servirvi con onestà e coraggio, di seguire la Costituzione e gli insegnamenti del sacro Vangelo».
Per questo dico che Salvini è un fariseo,* anzi un fariseo raddoppiato, un politicante traditore, che mentre giura sulla Costituzione ed il Vangelo imbroglia chi lo segue perché oltraggia entrambi.


*FARISEO, fig. Uomo falso, ipocrita, che guarda più alla forma che alla sostanza delle azioni (sign. derivato dalle invettive di Gesù contro i farisei, soprattutto in Matteo 23, 13 e 23, 27).




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venerdì 23 marzo 2018

IO NON STO SU FACEBOOK, MA NON DITE CAZZATE! di Piemme

[ 23 marzo 2018 ]


IO NON STO SU FACEBOOK, MA NON DITE CAZZATE! 
Le anime belle liberali piangono lacrime di coccodrillo per lo scandalo che sta travolgendo Facebook e il suo padrone Mark Zuckerberg a causa del furto di dati operato dalla Cambridge Analytica.

Scoprono, pensate un po', che con le nuove tecnologie sarebbe in gioco "il bene assoluto della libertà individuale". Uno di questi rispettabili liberali scopre che come cittadini 
«Siamo nudi dinanzi al mondo, in un angolo del quale c'è qualcuno che in realtà sa tutto di noi. E il paradosso è che forniamo noi stessi, più o meno volontariamente, le informazioni essenziali, anche personalissime, che opportunamente assemblate ci stanno trasformando da utenti o fruitori di un servizio in merce: dati raffinati da mettere in vendita». [Alessandro Campi, il messagero del 22 marzo]
Saremo pedanti ma vorremmo ricordare al nostro compunto liberale che scopre l'acqua calda, e che gli uomini sono merce da un bel pezzo, almeno da quando esiste il capitalismo. Lo sono anzitutto i lavoratori salariati che sul mercato sono appunto la merce più preziosa in quanto producendo valore nel processo di produzione aggiungono valore al capitale. La mercificazione degli uomini come cose, fenomeno che Marx chiamava reificazione. E con la mercificazione la libertà può solo essere formale e non sostanziale, privilegio dei dominanti.
Per cui Facebook non ha fatto altro che portare questo processo di mercificazione e reificazione fuori dal processo produttivo, trasferendolo nella sfera delle relazioni sociali, che oggi, come sappiamo, vivono anzitutto nel mondo della virtualità. Spingendo quindi al massimo grado l'alienazione di Sé.


Il liberale esprime dunque la sua angoscia perché è
«innaturale che un'oligarchia non sottoposta ad alcun controllo possieda e gestisca, secondo criteri di puro tornaconto commerciale e sulla base di procedure che rappresentano un segreto inaccessibile a qualunque autorità pubblica, miliardi di dati personali accumulati all'insaputa dei diretti interessati. Ancora più grave è che costoro non siano in grado di tenere riservati questi dati, o che siano rubati...». 
En passant: il Nostro piagnucola ma si guarda bene dal trarne la conclusione, che è una sola come scrisse Sandokan su questo blog, che certi mostri internettari andrebbero espropriati e posti sotto controllo pubblico.

Innaturale?!?  E' forse "naturale" che il sistema mediatico, televisivo, della carta stampata e anche del web, sia controllato da gruppi non meno oligarchici (liberali)? E non è forse vero che questi gruppi oligarchici agiscono, anche loro, per tornaconto commerciale, ovvero agiscano in nome del profitto quasi sempre a spese della verità? 

Il liberale spara quindi l'ultima cazzata. Lo scandalo facebook sarebbe
«Utilizzando i profili psico-sociali degli utenti... si sarebbero indirizzati a milioni di elettori  messaggi personalizzati, costruiti ad arte per orientarne il voto finale in una precisa direzione. Una truffa a danno della democrazia, una manipolazione, un'alterazione delle volontà popolare». 
Oddio! Il Nostro precipita dal pero. E che c'era bisogno che nascesse Facebook per scoprire che il mondo dell'informazione, monopolio delle élite capitalistiche, private e pubbliche, lavora ogni giorno a pieno regime per "manipolare" l'opinione pubblica e quindi "orientare il voto finale" del cittadini?

Sorge dunque il sospetto che la ragione di tanto disappunto per questa vicenda non sia la vicenda in quanto tale, ma per il fatto che in questa occasione la manipolazione abbia favorito, non le élite liberali, ma quelle populiste (Brexit,Trump). Noterete che infatti viene fatta circolare ad arte l'indiscrezione che qualche diavolo (Steve Bannon, Putin...) abbiano interferito sulle elezioni italiane per far vincere M5S e Lega.

Qui il Nostro ha uno slancio di ragionevolezza, dal momento che dice ai suoi sodali che le ragioni della loro sconfitta sono profonde e non si possono spiegare coi complotti e le cospirazioni. 

Per concludere. E' singolare che oggi le élite ricorrano, per giustificare la loro débâcle, alla teoria del complotto, cosa per cui han sempre deriso i complottisti. Hanno preso dei tali ceffoni, la loro egemonia è talmente traballante, che gli gira la testa e non sanno a che santo votarsi. E' infine sintomatico: le teorie complottiste sono sempre tipiche di minoranze marginali, che tentano di giustificare la loro debolezza con spiegazioni diaboliche e non razionali. 

Si può addirittura azzardare una legge: il complottismo riconcilia gli sconfitti con il loro senso di impotenza davanti ai potenti processi sociali





domenica 31 dicembre 2017

GIÙ LE MANI DALLA POLONIA di Piemme

[ 31 dicembre 2017 ]

Non ci garba per niente la Polonia sciovinista, tanto più se si alimenta alla fonte del cattolicesimo reazionario. Non promette nulla di buono una Polonia sempre più pedina della geopolitica americana anzitutto in funzione antirussa — in subordine come freno all'espansionismo tedesco.

Tuttavia, questo giudizio non può giustificare in alcun modo quanto l'Unione europea va facendo proprio verso la Polonia.

Di che si tratta?

Il Parlamento polacco, sotto la spinta del governo ha approvato 13 leggi che in buona sostanza ledono l'indipendenza del potere giudiziario: il governo avrà infatti l'ultima parola nella composizione di tutte le corti giudiziarie e potrà decidere sul loro funzionamento e la loro amministrazione. Ergo: una lesione dello Stato di Diritto, lèggi della liberale divisione dei poteri. 

La cupola oligarchica dell'Unione europea, in particolare la Commissione, dopo aver inviato a Varsavia diversi avvertimenti per evitare che quelle leggi fossero approvate, davanti al fallimento di questa politica di dissuasione, ne ha decisa una molto più invasiva. Parliamo di vere e proprie sanzioni per "violazione grave dei valori comuni". Queste sanzioni, se fossero approvate dal Parlamento di Strasburgo e diventassero esecutive, toglierebbero alla Polonia alcuni diritti derivanti dall'appartenenza all'Unione, quali, ad esempio, la privazione del diritto di voto. 

Una misura molto grave, che non ha precedenti nella disgraziata storia della Ue.

Com'era scontato i corifei dell'Unione sono scesi in campo per difendere questa pesante intrusione negli affari interni della Polonia. Sintomatico quanto scrive Sabino Cassese sul CORRIERE DELLA SERA del 17 dicembre:
« Per la prima volta, quella che veniva in passato ritenuta una interferenza di altre autorità e di altri Stati negli affari interni di uno Stato sovrano assume un significato interamente diverso. L’Unione Europea prende il ruolo di guardiano del rispetto delle regole comuni in aree prima lasciate alle leggi dei singoli Stati (libertà, democrazia, indipendenza dei giudici). I singoli governi, di converso, non debbono rispondere solo ai popoli che li hanno eletti, ma anche a una «assemblea di condominio», che fa valere regole comuni (i valori elencati nell’articolo 2 del Trattato)».
Il Cassese, tra i paladini del globalismo giuridico il più fondamentalista —in merito consigliamo di leggere quanto scriveva Danilo Zolo— dopo aver condannato le "interferenze sistematiche"
dell'esecutivo sul giudiziario contemplate nelle recenti leggi polacche, difende però a spada tratta quelle dell'Unione europea nelle vicende interne della Polonia. E perché le difende? Perché, appunto, sostiene la causa del deperimento degli Stati-nazione, quindi la cessione di quote crescenti di sovranità verso organismi sovranazionali, in questo caso l'Unione europea. E ove gli Stati non accettino questa devoluzione che vengano sanzionati e sottoposti ad un regime di protettorato imperiale.

Chiunque difenda invece l'indipendenza nazionale e respinga ogni cessione di sovranità verso questa Ue matrigna e oligarchica deve dunque condannare ogni eventuale sanzione verso la Polonia.

Dobbiamo respingere ogni tentativo dell'euro-oligarchia di imporre la propria supremazia a spese delle nazioni e delle loro sovranità, ciò  anche quando esso sia formalmente camuffato come "interferenza progressista". Domani useranno infatti questo precedente contro quei popoli che dovessero difendere assieme alla loro sovranità, la democrazia e lo stesso Stato di diritto. Non è la Polonia che minaccia la nostra sovranità costituzionale, ma proprio la infernale macchina dell'Unione a trazione tedesca.


mercoledì 8 novembre 2017

SOVRANITÀ NAZIONALE E NEOLIBERISMO di Thomas Fazi e William Mitchell

[ 8 novembre 2017 ]

"Everything You Know About Neoliberalism Is Wrong", tutto ciò che sapete sul neoliberismo è sbagliato. Qual'è il fulcro del ragionamento di Thomas Fazi e William Mitchell? E' che le evidenze empiriche smentiscono la vulgata neoliberista secondo cui, oramai, gli Stati nazionali conterebbero poco o nulla, e che sarebbero i mercati, motu proprio, a conformare l'ordine di cose esistenti. Tesi falsa, secondo gli autori, visto che sarebbero invece proprio gli Stati, con le loro élite politiche, a guidare ed a indirizzare i processi di globalizzazione liberista — qui sta, aggiungiamo noi, la caratteristica peculiare dell'ordoliberismo di matrice tedesca. Le sinistre, a loro volta supponendo come ineluttabile (e auspicabile) il deperimento delle sovranità nazionali sarebbero cadute con tutti e due i piedi nella trappola ideologica neoliberista. Gli autori concludono quindi che la riconquista delle sovranità nazionali e statuali non è solo preferibile, è nell'ordine delle cose, se davvero si vuole uscire dal marasma liberista ed immaginare un'altra società, democratica e popolare.
Questo articolo è la recensione del libro Reclaiming the State: A Progressive Vision of Sovereignty for a Post-Neoliberal World, che ci auguriamo venga presto pubblicato anche in Italia.

Diciamolo: nell’economia internazionale odierna, sempre più complessa e interdipendente, la sovranità nazionale è diventata irrilevante. La crescente globalizzazione economica ha reso i singoli Stati sempre più impotenti nei confronti delle forze del mercato. L’internazionalizzazione della finanza e la sempre maggiore importanza delle multinazionali hanno eroso la capacità dei singoli stati di perseguire autonomamente delle proprie politiche sociali ed economiche —in particolare quelle di tipo progressista— e di assicurare la prosperità ai propri popoli. Pertanto, la nostra unica speranza di conseguire qualsiasi cambiamento significativo è che i paesi “mettano insieme” le loro sovranità e le trasferiscano ad istituzioni sovranazionali (come l’Unione europea) che siano abbastanza grandi e potenti da far ascoltare la loro voce,
riconquistando così a livello sovranazionale la sovranità persa a livello nazionale. In altre parole, per preservare la loro sovranità “reale”, gli stati devono limitare la loro sovranità formale. Se questi argomenti vi suonano familiari (e persuasivi), è perché li abbiamo ascoltati per decenni. I progressisti spesso sottolineano come il neoliberalismo abbia comportato (e comporti) una “riduzione”, uno “svuotamento” o un “esaurimento” dello stato, concetto che a sua volta ha alimentato l’idea che oggi lo stato sia “sopraffatto” dal mercato. Questo è comprensibile, considerando che la filosofia politica ed economica di ideologi di avanguardia come Margaret Thatcher e Ronald Reagan ha sottolineato la riduzione dell’intervento pubblico, il libero mercato e la libertà d’impresa. Questo è riassunto bene dalla famosa frase di Reagan: “Il governo non è la soluzione al nostro problema; il governo è il problema“.

Questo, però, non rappresenta la realtà degli ultimi decenni. Un rapido sguardo al tasso di spesa pubblica nei paesi OCSE, ad esempio, dimostra che la riduzione della dimensione dello Stato in percentuale al PIL è stata scarsa o nulla; caso mai, c’è stata una tendenza all’aumento (l’unica vera eccezione è l’Europa post-2008). Anche i presunti governi neoliberali —come quelli di Thatcher e Reagan— non hanno ridotto la loro spesa pubblica e anzi sono stati associati a disavanzi relativamente elevati. Come osservato da Miguel Centeno e Joseph Cohen, «i dati disponibili suggeriscono che le politiche e i cambiamenti macroeconomici realizzati nel quadro del regime politico neoliberale siano più complessi di quanto spesso si supponga». Innanzitutto, il punto fondamentale è che i principali paesi capitalisti non sono stati caratterizzati da una riduzione dello Stato. Nei fatti è vero il contrario. Anche se il neoliberalismo come ideologia deriva dal desiderio di ridurre il ruolo dello Stato, il neoliberalismo come realtà politico-economica ha prodotto apparati statali sempre più potenti, interventisti e sempre più vasti —addirittura autoritari.

L’attuazione del neoliberalismo ha comportato un ampio e permanente intervento statale, tra cui: la liberalizzazione dei mercati delle merci e dei capitali, la privatizzazione delle risorse e dei servizi sociali, la deregolamentazione degli affari e dei mercati finanziari in particolare, la riduzione dei diritti dei lavoratori (in primo luogo, il diritto alla contrattazione collettiva) e, più in generale, la repressione dell’attivismo sindacale, l’abbassamento delle imposte sulla ricchezza e sul capitale, a scapito delle classi medie e dei lavoratori, l’abbandono dei programmi sociali, e così via. 

Queste politiche sono state sistematicamente perseguite in tutto l’Occidente (e imposte ai paesi in via di sviluppo) con una determinazione senza precedenti e con il sostegno di tutte le principali istituzioni internazionali e dei partiti politici. In questo senso,
Thomas Fazi
l’ideologia neoliberale, almeno nella sua veste ufficiale anti-statale, dovrebbe essere considerata poco più che un comodo alibi per quello che è stato ed è sostanzialmente un progetto politico dello stato, diretto a consegnare le leve di comando della politica economica “nelle mani del capitale e soprattutto degli interessi finanziari“, scrive Stephen Gill. 
Il capitale oggi resta dipendente dallo stato come lo era nel “Keynesismo” —per la repressione delle classi lavoratrici, il salvataggio delle grandi imprese che altrimenti sarebbero fallite, aprire i mercati esteri, ecc. Nei mesi e negli anni successivi al crash finanziario del 2007-2009, la continuità della dipendenza dallo Stato da parte del capitale —e del capitalismo— nell’epoca del neoliberalismo è diventata evidente, dato che i governi degli Stati Uniti e dell’Europa, e altrove, hanno salvato le rispettive istituzioni finanziarie a colpi di trilioni di euro/dollari. In Europa, a seguito dello scoppio della cosiddetta “crisi dell’euro” nel 2010, tutto questo si è accompagnato ad un attacco su più fronti al modello sociale ed economico europeo del dopoguerra, finalizzato alla ristrutturazione e alla riorganizzazione delle società e delle economie europee nella direzione più favorevole al capitale.

Tuttavia, la nozione (sbagliata) che il neoliberalismo comporti una riduzione dello Stato continua a rimanere nella retorica della sinistra. Concetto ulteriormente confermato dall’idea che lo stato sia stato reso impotente dalle forze della globalizzazione. L’opinione più diffusa ritiene che la globalizzazione e l’internazionalizzazione della finanza abbiano posto fine all’era degli Stati nazionali e alla loro capacità di perseguire politiche non conformi ai diktat del capitale globale. 
Ma l’affermazione che la sovranità nazionale sia realmente giunta alla fine dei suoi giorni è confermata dai fatti? L’affermazione che la fase attuale del capitalismo mini alle fondamenta la possibilità di sopravvivenza dello Stato nazione spesso si riferisce al famoso trilemma dell’economista di Harvard Dani Rodrik. Alcuni anni fa, Rodrik ha descritto un suo teorema, noto come il “teorema dell’impossibilità”, che afferma che «la democrazia, la sovranità nazionale e l’integrazione economica globale sono reciprocamente incompatibili: possiamo combinare due a scelta delle tre, ma non avere tutte e tre contemporaneamente nella loro pienezza» : in parole semplici, poiché gli Stati nazione impongono costi di transazione, se si vuole una vera integrazione economica internazionale, bisogna essere pronti a rinunciare alla sovranità nazionale (creando un sistema di federalismo regionale/globale, per far coincidere l’ambito della politica democratica con l’ambito dei mercati globali).

Nel corso degli anni, le forze politiche trasversali all’intero spettro elettorale hanno abilmente utilizzato il trilemma di Rodrik per presentare le politiche neoliberali —che implicano sia una riduzione della democrazia partecipativa che della sovranità nazionale— come “il prezzo inevitabile da pagare per la globalizzazione“. Anche coloro che a sinistra pretendono di opporsi al neoliberalismo spesso invocano il teorema dell’impossibilità per giustificare la tesi che lo stato nazionale sia “finito”. Ma questo non è ciò che Rodrik intendeva. Contrariamente all’opinione comune, egli riconosce che l’integrazione economica internazionale è ben lungi dall’essere “reale”; infatti, essa rimane
William Mitchell
“notevolmente limitata”. Anche nel nostro presunto mondo globalizzato, nonostante la fioritura delle imprese e delle catene di approvvigionamento globali, esiste ancora una significativa incertezza del tasso di cambio; ci sono ancora grandi differenze culturali e linguistiche che escludono la piena mobilità delle risorse attraverso le frontiere nazionali, come dimostra il fatto che i paesi industriali avanzati presentano in genere una forte “preferenza nazionale” (home bias); vi è ancora una forte correlazione tra i tassi di investimento nazionali e i tassi di risparmio nazionali; vi sono ancora gravi restrizioni alla mobilità internazionale del lavoro; e i flussi di capitali tra popoli ricchi e poveri risultano notevolmente inferiori rispetto a quelli previsti dai modelli teorici. Gli stessi argomenti possono essere portati avanti anche oggi (quasi 20 anni dopo la pubblicazione dell’articolo di Rodrik). Pertanto, il trilemma è vero da un punto di vista teorico, ma ha poca attinenza con la realtà, a parte funzionare da strumento politico o da profezia autoavverante.

Più in generale, come spieghiamo nel nostro nuovo libro “Riconquistare lo Stato: una visione progressista della sovranità nazionale per un mondo post-neoliberale“, la globalizzazione, anche nella sua forma neoliberale, non è stata (non è) il risultato di qualche dinamica intrinseca al capitale o all’innovazione tecnologica che inevitabilmente comporta una riduzione del potere statale, come spesso viene affermato. Al contrario, è stato (è) un processo che è stato (è) attivamente creato e promosso dagli stati. Tutti gli elementi che noi associamo alla globalizzazione neoliberale —delocalizzazione, deindustrializzazione, libera circolazione delle merci e del capitale, ecc.— sono stati (sono), in molti casi, il risultato di scelte fatte dai governi. Più in generale, gli stati continuano a svolgere un ruolo cruciale nella promozione, nell’attuazione e nel sostegno di un quadro internazionale neoliberale, nonché nello stabilire le condizioni interne che consentano al meglio l’accumulazione globale. Allo stesso tempo, non si può negare che per molti aspetti —la capacità di promuovere le industrie locali nei confronti di quelle straniere, gestire il disavanzo di bilancio, gestire l’emissione di moneta, imporre dazi e tassazione, regolamentare l’importazione e l’esportazione di beni e di capitali, ecc.— la sovranità economica, comprese le economie capitalistiche avanzate, oggi è più sottoposta a vincoli che nel passato.

In larga misura, tuttavia, questo è il risultato di una limitazione deliberata e consapevole dei poteri sovrani statali da parte delle élite nazionali, attraverso un processo conosciuto come depoliticizzazione. Le varie politiche adottate dai governi occidentali a tal fine includono: (i) ridurre il potere dei parlamenti rispetto all’esecutivo e rendere i rappresentanti sempre meno rappresentativi (ad esempio passando dai sistemi parlamentari proporzionali a quelli maggioritari); ii) rendere le banche centrali formalmente indipendenti dai governi; (iii) adottare “l’obiettivo dell’inflazione” —un approccio che sottolinea la bassa inflazione come obiettivo primario della politica monetaria, escludendo altri obiettivi politici, come la piena occupazione— come obiettivo dominante delle politiche della banca centrale; (iv) adottare politiche economiche
Dani Rodrik
vincolate a delle regole —sulla spesa pubblica, sul debito in percentuale del PIL, sulla concorrenza, ecc, limitando così quello che i politici possono fare per rispettare il mandato dei loro elettori; v) subordinare i settori della spesa pubblica al controllo di tesoreria; vi) ri-adozione di sistemi di cambio fissi, come l’euro, che limitano severamente la capacità dei governi di esercitare un controllo sulla politica economica; (vii) limitare la capacità dei governi di porre delle regole nell’interesse pubblico, mediante i cosiddetti meccanismi di ISDS (mecanismi di risoluzione delle controversie tra investitori e stati), oggi inclusi nella maggior parte dei trattati di investimento bilaterali (di cui oltre 4.000 operativi) e accordi commerciali regionali (come il FTAA e il TPP); e, soprattutto, (viii) cedere le prerogative nazionali alle istituzioni sovranazionali e alle burocrazie sovra-statali come l’UE.

La ragione per cui i governi hanno scelto di “legarsi le mani” sono ovvie: come dimostra il caso europeo, la creazione di “vincoli esterni” autoimposti ha permesso ai politici nazionali di ridurre i costi politici della transizione neoliberale —che chiaramente comporta l’attuazione di politiche impopolari— “gettando le colpe” sulle regole istituzionalizzate e le istituzioni “indipendenti” o internazionali, che a loro volta sono state presentate come risultato inevitabile della nuova, dura, realtà della globalizzazione, preservando così le politiche macroeconomiche dalla contestazione popolare. La guerra alla sovranità è stata in sostanza una guerra alla democrazia. Questo processo è stato portato alle sue conclusioni più estreme nell’Europa occidentale, dove il   (1992) ha incorporato il neoliberalismo nel tessuto sociale dell’UE, effettivamente mettendo fuori legge le politiche “keynesiane”, che erano state dominanti negli ultimi decenni.

Data la guerra del neoliberalismo contro la sovranità e gli effetti nefasti della depoliticizzazione, non dovrebbe sorprendere che “la sovranità sia diventata il punto fondamentale della politica contemporanea“, come nota Paolo Gerbaudo. Allo stesso modo, è naturale che la rivolta contro il neoliberalismo assuma innanzitutto la forma di richieste di ripoliticizzazione dei processi decisionali nazionali —vale a dire, di un controllo più democratico sulla politica (e soprattutto sui flussi globali distruttivi scatenati dal neoliberalismo), che necessariamente può essere esercitato solo a livello nazionale, in assenza di efficaci meccanismi sovranazionali di rappresentanza. L’UE non è ovviamente un’eccezione: in realtà, essa è (correttamente) considerata da molti come l’incarnazione del dominio tecnocratico e dell’allontanamento elitario dalle masse, come dimostrato dal voto per la Brexit e dal diffuso euroscetticismo che pervade il continente. 

In questo senso, come sosteniamo nel libro, la gente di sinistra non dovrebbe vedere la Brexit —e più in generale l’attuale crisi dell’Unione europea e dell’unione monetaria— come un motivo di disperazione, ma piuttosto come un’occasione unica per abbracciare (di nuovo) una visione progressista ed emancipatoria della sovranità nazionale, per respingere la camicia di forza neoliberale dell’UE ed attuare una vera e propria piattaforma socialdemocratica (che sarebbe impossibile all’interno dell’UE, per non parlare all’interno della zona euro). Per far ciò, tuttavia, bisogna accettare il fatto che lo Stato sovrano, lungi dall’essere impotente, ha ancora le risorse per un controllo democratico dell’economia e delle finanze di una nazione —che la lotta per la sovranità nazionale è, in definitiva, una lotta per la democrazia. Questo non deve avvenire a scapito della cooperazione europea. Al contrario, consentire ai governi di massimizzare il benessere dei loro cittadini, potrebbe e dovrebbe costituire la base di un rinnovato progetto europeo, basato sulla cooperazione multilaterale tra Stati sovrani.

* Fonte: Social Europe
** Traduzione: Voci dall'estero

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