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martedì 25 giugno 2019

BAGNAI, BRANCACCIO E BANKITALIA di Piemme

[ martedì 25 giugno 2019 ]




In coda alla critica di Brancaccio ai MiniBoT, da noi pubblicata ieri, un nostro lettore ha commentato:
«Dai, se uno non riesce nemmeno a entrare a via Nazionale e a sfrattare i vecchi inquilini, ma come spera di uscire dall'euro? Le mezze misure di Varou-fikis già abbiamo visto che risultati hanno dato! Borghi vuole seguire la stessa strada? No grazie! Molto meglio il Brancaccio leninista che ci invita a prendere palazzo Koch».
Premesso che le "mezze misure" di Varoufakis non vennero mai adottate dal governo Tsipras, siamo d'accordo che occorre "sfrattare i vecchi inquilini" (tutti di indefessa fede eurista) per quindi "prendere Palazzo Koch", ovvero riportare Bankitalia sotto controllo pubblico. Nella partita a scacchi con Bruxelles e Francoforte questa mossa, equivarrebbe, come chiunque può capire, come fare scacco matto — sarebbe insomma la sanzione definitiva dell'uscita. Non per questo, come abbiamo segnalato, quello dei MiniBoT sarebbe un "falso problema". A certe condizioni potrebbe essere una mossa difensiva per poi quindi mettersi nelle condizioni portare lo scacco matto.

Forse ci sbagliamo ma il giudizio stroncante di Brancaccio sui MiniBoT ne implica uno politico a monte, la radicale sfiducia non solo nell'attuale compagine governativa giallo-verde e, anzitutto, nel gruppo di economisti di Salvini, Bagnai e Borghi anzitutto. Egli pare escludere che essi abbiano un "Piano B" di uscita ove il "Piano A" di cambiare i Trattati fallisse (detto per inciso: noi pensiamo che fallirà).


Bagnai, la governance e l'oro di Bankitalia


Vale la pena ricordare, al di là delle acide polemiche con Alberto Bagnai, che la questione venne già affrontata da Brancaccio quando, si era nel 2014, mise in guardia dal "piano B" di Savona. Allora Brancaccio prese sul serio l'eventualità che l'uscita dall'euro potesse essere avocata proprio da potenti settori dell'establishment, di cui Savona era esponente. Col veto posto da Mattarella per scongiurare che Savona diventasse ministro dell'economia s'è capito che questi settori no-euro della grande borghesia, se ci sono, sono del tutto marginali. E questo allineamento della grande borghesia al partito dell'euro, ovviamente, è un serio problema per il governo giallo-verde. 

Tornando a Brancaccio e al suo invito ad espugnare il fortilizio di palazzo Koch, c'è un fatto nuovo, un fatto che ha messo in grande allarme gli euristi. Un fatto che dovrebbe far riflettere lo stesso Brancaccio.

SI tratta della proposta di legge, ispirata da Alberto Bagnai e firmata dai capigruppo di maggioranza al senato Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5s). Il crociato del "vincolo esterno" Federico Fubini ha lanciato l'allarme venerdì scorso, 21 giugno. Riportiamo più sotto per intero il suo articolo sul Corriere della sera. Obbligatorio leggerlo.

Cosa dice questa proposta di legge? Con essa
«... anche il direttore generale e uno dei suoi tre vice sarebbero indicati dal governo; gli altri due spetterebbero uno alla Camera e l’altro al Senato. Un metodo del genere ricorda quello della Bundesbank, dove il governo nomina il presidente, il vicepresidente e un altro esponente del vertice, mentre i tre rimanenti spettano al Bundesrat».
Si tratta dunque di una misura per mettere le mani su Bankitalia. Misura sacrosanta! Da notare che malgrado la forma sia copiata dalla Germania, Fubini, per nome e per contro del partito eurista, la scongiura. I tedeschi sì, noi che siamo una semicolonia no, semicolonia dobbiamo restare.

Non si tratta solo della cosiddetta "governance" di palazzo Koch. Come Fubini segnalava allarmato c'è di mezzo l'oro di Bankitalia, i suoi mille miliardi di riserve. Ricordiamo la polemica dei mesi scorsi in merito e la mozione che sempre su iniziativa di Bagnai venne approvata a larga maggioranza dal Senato (141 sì, 83 no e 12 astenuti). La suddetta mozione in pratica segnalava un concetto decisivo: “L’oro non deve essere restituito allo Stato. L’oro è dello Stato”. Ben detto e ben fatto!

Ci pare che questi passi sollecitati da Alberto Bagnai, debbano essere interpretati come tappe verso lo stesso obbiettivo indicato da Brancaccio: liberare e occupare palazzo Koch. Lo riconoscerà Emiliano Brancaccio? Chiediamoci quindi e chiediamo a Brancaccio: i MiniBoT sono una mossa estemporanea o non invece un tassello di una medesima strategia di "piano B"? Vedremo...

*  *  *

LA MOSSA GIALLO-VERDE SU BANKITALIA NELLA PARTITA PER L'EURO


L’ispiratore è Alberto Bagnai, il presidente leghista della commissione Finanze. L’obiettivo è ridurre gli spazi di autonomia della Banca d’Italia

di Federico Fubini


La proposta di legge è firmata dai capigruppo di maggioranza al Senato, Massimiliano Romeo (Lega) e Stefano Patuanelli (M5S). L’ispiratore è Alberto Bagnai, il presidente leghista della commissione Finanze. L’obiettivo è ridurre gli spazi di autonomia della Banca d’Italia. La relazione, resa nota ieri da Reuters con la proposta di legge, si propone di «evitare che attraverso l’indipendenza (dell’istituto, ndr) si possa esulare dal sistema di bilanciamento e controllo tipico delle democrazie liberali».

Fiducia dei mercati fragilissima

Alcuni aspetti di questa revisione darebbero spazio alle preferenze dei partiti. È il caso del sistema di nomine, per esempio. Oggi solo il governatore viene indicato dal governo, mentre il resto del direttorio è proposto dal Consiglio superiore di Banca d’Italia (quest’ultimo è una sorta di organismo di saggi dell’istituto stesso). Con la nuova legge, anche il direttore generale e uno dei suoi tre vice sarebbero indicati dal governo; gli altri due spetterebbero uno alla Camera e l’altro al Senato. Un metodo del genere ricorda quello della Bundesbank, dove il governo nomina il presidente, il vicepresidente e un altro esponente del vertice, mentre i tre rimanenti spettano al Bundesrat. Ma non è chiaro perché si debba cambiare proprio ora, quando sui mercati la fiducia verso l’Italia è fragilissima. Soprattutto, in nessun Paese europeo si ritrova l’altro aspetto della proposta Romei-Patuanelli: il parlamento potrebbe cambiare lo statuto della Banca d’Italia, che per ora invece dev’essere approvato dall’assemblea dell’istituto stesso. Quel documento definisce il sistema di governo interno e copre i temi più delicati per la banca centrale: «Le riserve — si legge all’articolo 39 — sono impiegate nei modi e nelle forme stabilite dal Consiglio superiore». In altri termini oggi è un organo di Banca d’Italia a definire l’impiego dei quasi mille miliardi di riserve dell’istituto, compresi i circa cento miliardi in lingotti e monete d’oro. Non sono possibili interferenze del governo o della maggioranza.
Battaglia pericolosa

Difficile ora dire se questa proposta di legge sia legata alla mozione fatta votare in marzo da Bagnai, dove si chiedeva «un intervento legislativo chiarificatore» sulla natura delle riserve auree. In realtà sul loro status già oggi non c’è alcun dubbio, perché la Banca d’Italia è un ente di diritto pubblico (a questo titolo nel 2018 ha versato al Tesoro 5,7 dei 6,2 miliardi del suo utile di esercizio, più 1,2 miliardi di tasse). Di sicuro, quel che accadrebbe all’eventuale approvazione della proposta Romeo-Patuanelli è fin troppo prevedibile: la Banca centrale europea esprimerebbe un parere negativo, perché dare al parlamento pieni poteri sullo statuto di Banca d’Italia ne comprometterebbe l’indipendenza. Un’opinione della Bce su una legge nazionale non è mai vincolante, ma se il parlamento di Roma ignorasse il parere legale di Francoforte la Commissione Ue trascinerebbe l’Italia davanti alla Corte di giustizia europea. Partirebbe una lunga e pericolosa battaglia sull’equilibrio fra i poteri dello Stato, sotto gli occhi del resto d’Europa e dei creditori internazionali. Perché in fondo le mosse di questi mesi sono di intensità crescente: prima la mozione sull’oro della Banca d’Italia; poi quella sui mini-Bot, chiaramente pensati per creare una specie di moneta parallela se l’Italia si trovasse tagliata fuori dalla liquidità della Bce come accadde alla Grecia nel 2015; infine l’affronto più audace, all’indipendenza della Banca d’Italia. È come se qualcuno cercasse l’incidente sui mercati che porti il Paese fuori dall’euro. Essere contro la moneta unica è legittimo. ovvio. Ma chi punta all’uscita deve dirlo apertamente, perché gli italiani possano decidere se questo è davvero quello che vogliono. Senza essere trascinati fuori strada — fuori dall’Unione europea, oltre che dall’euro — a fari spenti.




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sabato 1 giugno 2019

LO SPUDORATO di Emmezeta

[ sabato 1 giugno 2019 ]



La cosa peggiore delle "Considerazioni finali" del governatore di Bankitalia è che non sono mai "finali". 

E, fra l'altro, non si capisce proprio il perché, dato che ogni anno il rituale discorso del 31 maggio è sempre uguale a se stesso: ci vuole più rigore, più "riforme" e — da qualche decennio — più Europa. 

Già, più Europa, proprio quel pittoresco nomignolo che a dispetto dei tanti sponsor paganti (Soros in primis) nelle urne proprio non funziona (3,1% e nessun eletto, giusto una settimana fa): chissà perché!

Anche stavolta il disco rotto di turno, al secolo Visco Ignazio, Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana (la dicitura è lunga, ma quella è) non ha voluto esser da meno. Del resto è pagato proprio per questo.

Il Visco ha così attaccato il "Decreto dignità", criticato preventivamente ogni ipotesi di politiche espansive, ricordato che la sterilizzazione degli aumenti dell'IVA dovrà avere equivalenti compensazioni. Insomma, il discorso di un cane da guardia.

Ma il massimo lo ha raggiunto alla fine, quando ha intonato il suo peana europeista:
«L’appartenenza all’Unione europea è fondamentale per tornare su un sentiero di sviluppo stabile», ha detto il governatore, aggiungendo poi questa frase ad effetto: «Saremmo stati più poveri senza l’Europa; lo diventeremmo se dovessimo farne un avversario».

Ah sì? E come si spiega allora che la crisi abbia colpito più forte proprio in Europa, più nell'UE che nel resto del continente, più nell'eurozona che negli altri paesi UE? Il bello è che Visco ha dovuto ammettere che il Pil «è ancora di oltre 4 punti percentuali inferiore ai valori del 2007, di 7 in termini pro capite». Ma, di grazia, dove eravamo in questi 12 anni di depressione, con due fasi di profonda recessione, se non nella mitica Unione europea, per il governatore garante di un «sentiero di sviluppo stabile»?

Prima di arrivare a queste spudorate conclusioni, Visco ha rammentato quello che sarebbe il male dell'Italia, quello di non aver fatto politiche sufficientemente austere, di non aver «completato il percorso di risanamento dei conti pubblici avviato negli anni Novanta». Ma se è proprio da quegli anni che l'Italia - unico paese al mondo - è costantemente in avanzo primario grazie a tagli, aumento delle tasse e sacrifici di ogni natura imposti alle classi popolari! Ed è anche, se non soprattutto, a causa di queste politiche che non si esce e (se continueranno) non si uscirà dalla crisi!

Casa vorrebbe il Visco?  Ancora più austerità, più tagli, dunque più disoccupazione, più precarietà, più povertà. Dunque, in effetti, più Europa, perché quello è il percorso tracciato per il nostro Paese dall'euro-germania. Altro che «sentiero di sviluppo stabile»!

Che Bankitalia sia un santuario, da abbattere, del potere neoliberale ed eurista non lo scopriamo oggi. Ma certe prediche sono lì a ricordarcelo. Senza dubbio la retribuzione del governatore include pure la più totale disonestà intellettuale, nonché lo spericolato esercizio della spudoratezza, ma che almeno lo spudorato venga chiamato per nome.


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martedì 18 dicembre 2018

DEBITO PUBBLICO E PROPAGANDA

[ 18 dicembre 2018 ]

Il debito pubblico italiano? Tra i più sostenibili dell’Eurozona. Parola della Banca d’Italia

di Giuseppe Liturri

Lo scorso 23 novembre, Banca d’Italia ha pubblicato il Rapporto sulla stabilità finanziaria n. 2 del 2018. 69 pagine fitte di dati e tabelle, spesse ostiche anche per gli addetti ai lavori, che fanno il punto sulla situazione di famiglie ed imprese, mercati finanziari e monetari, banche, assicurazioni e fondi di investimento.
Tra le tante informazioni contenute, il circo mediatico si è scatenato con titoloni sul seguente passaggio introduttivo ‘La situazione finanziaria delle famiglie rimane solida, benché il calo delle quotazioni dei titoli abbia già determinato una contrazione del valore della loro ricchezza’,  poi confermato dal passaggio a pagina 19:
Il giorno successivo, i titoli hanno abbondantemente cavalcato il suddetto passaggio, con le solite relazioni causali di dubbia consistenza. Naturalmente, la causa primaria di tutto, manco a dirlo, è sempre lo “spread”. Giammai fare notare che l’intero 2018 è stato un anno particolarmente difficile per tutti i mercati azionari ed obbligazionari in tutte le principali piazze finanziarie del mondo. Men che meno è stato fatto notare che l’orizzonte di investimento delle famiglie è non è quello del trader che compulsa ossessivamente il valore del suo portafoglio titoli. Normalmente tengono i titoli fino a scadenza e si limitano ad incassare le cedole. Per non parlare del fatto che la famosa “fuga” è vecchia ormai di 5 mesi (risale a maggio e giugno) e si spiega anche con il fatto che gli investitori esteri erano arrivati ad aprile piuttosto carichi di Btp che preferirono alleggerire in coincidenza con le incertezze politiche. Non dimentichiamo che la giornata peggiore fu quel martedì 29 maggio quando salì al Colle un Carlo Cottarelli privo di qualsiasi maggioranza politica e non si intravedeva alcuna prospettiva concreta di soluzione della crisi.
Ma, si sa, 69 pagine sono tante ed arrivare alla fine costa fatica, soprattutto quando, già con le prime pagine, sono state soddisfatte tutte le necessità di propaganda.
Chi si fosse premurato di giungere fino a pagina 61, avrebbe trovato la seguente tabella che torna molto utile in giorni in cui il paragone tra Francia (che fa il deficit che le pare) ed Italia (che fa il deficit che vuole la UE) è diventato di grande attualità.
E cosa si scopre, con (relativa, molto relativa) grande sorpresa?
Che Italia ha un indicatore di sostenibilità del debito pubblico tra i migliori dell’Eurozona e migliore di quello francese. Infatti, oltre ad avere un avanzo primario di bilancio tra i più elevati, dovrebbe aumentarlo solo di 0,6 per soddisfare la sostenibilità di lungo periodo del debito pubblico. In sostanza impedire che il rapporto aumenti senza controllo, dato l’avanzo primario, il tasso reale di crescita del PIL ed il tasso reale di interesse.
Si scopre anche la quota di debito pubblico detenuta da non residenti, quella in genere più soggetta a repentine variazioni e che provoca la maggiore volatilità dei prezzi, è del 37%. La Francia è attestata al 61%.
Il viaggio prosegue scoprendo che i debiti finanziari del settore privato italiano, la cui abnorme entità, non dimentichiamolo, fu la causa della crisi del 2008/2009, mostrano valori di gran lunga inferiori a quelli di tutti gli altri Paesi. Il dato della Francia è fra i peggiori, le imprese francesi siedono su una pila di debiti. Fino a quando dura, dura…
Le scoperte non finiscono. Infatti il dato del conto corrente della bilancia dei pagamenti, che rileva l’interscambio di beni e servizi (ed altre voci minori) con l’estero, mostra un saldo positivo pari a circa il 3% del PIL, mentre la Francia è in deficit. In Eurozona siamo esportatori netti, secondi solo alla Germania ed ai Paesi Bassi.
Infine, la perla. Come fa la Francia a finanziare i suoi deficit gemelli (bilancia dei pagamenti e conti pubblici)? Con un bel debito verso i finanziatori esteri, da cui dipende per il 20% circa del PIL. L’Italia è pressoché in pareggio (-3% circa).
Tutto questo significa che, quando la musica dei tassi bassi e del credito facile all’improvviso si interromperà, come accadde nel 2008/2009, la Francia avrà molte più difficoltà rispetto a noi.
In quel caso, non so se basterà dire che ‘La Francia è la Francia”.
* Fonte: startmag

giovedì 19 ottobre 2017

COSA C'È DIETRO ALLA CONTESA SUI VERTICI DI BANKITALIA di Piemme

[ 19 ottobre 2017 ]

Contro la mossa dei renziani e relativa mozione approvata dal Parlamento per un "cambio di passo" in Bankitalia, impressionante e fulminea è stata la levata di scudi in difesa del governatore di Bankitalia Ignazio Visco.

Degni di nota gli argomenti dei paladini del governatore. "La mossa di Renzi è maldestra e irresponsabile", "è un'invasione di campo"... "espone il sistema italiano ai mercati internazionali".

Essi non difendono dunque Visco a causa dei suoi meriti, che non ha per niente. Essi lo difendono a prescindere, in base al principio neoliberista della "assoluta indipendenza della banca centrale". Vedi quanto afferma Massimo Riva su la repubblica.

Cosa intendano per "indipendenza" gli armigeri del "partito tedesco" è presto detto: indipendenza dal Parlamento, ovvero dall'organo che dovrebbe rappresentare la sovranità popolare. Ciò che in pratica si traduce nella sudditanza della Banca centrale rispetto alla Bce, alle grandi lobbi finanziarie transnazionali e, per finire rispetto alle grandi banche d'affari, italiane ed europee.
Francesco Verderami, sul CORRIERE DELLA SERA di ieri, a nome e per conto del "partito tedesco", insinua che dietro l'attacco a Visco vi sia quello a Draghi e alla Bce, avverte mafiosamente Renzi:
«Ma il blitz ha un costo, mostra il leader democrat isolato rispetto ai vertici isituzionali. E il rischio che l'establishment internazionale —dalle cancellerie europee fino all'eurotower— lo considerino inaffidabile, può segnare la sua corsa verso le urne».
Lungi da noi prendere le difese di Matteo Renzi. Tuttavia non crediamo a quanto insinuano i suoi avversari, che il suo attacco al "santuario" dei poteri forti sia una "mera mossa elettorale". C'è di più, c'è una battaglia in seno alle élite italiane tra chi, pur di tenere in vita l'Unione euro-tedesca, è deciso ad ubbidire ai diktat di Berlino e chi, Renzi tra questi, recalcitra e preferisce guardare altrove, oltre Atlantico. Ne abbiamo parlato QUI, QUI,  e QUI.

Sarà un caso ma la mossa renziana viene dopo le dichiarazioni di Wolfgang Schäuble che chiede regole più "stringenti" per le banche riguardo al credito, subito raccolte dal presidente dell'Ssm, l'organo di supervisione bancaria europea, Danièle Nouy sugli Npl (i crediti deteriorati in pancia alle banche). Una stretta che ove venisse applicata rappresenterebbe una vera e propria mazzata per la già asfittica economia italiana.

Il SOLE 24 Ore di oggi, a conferma che la politica non deve mettere il naso a Palazzo Koch, ci ricorda che:
«Una volta anche il governatore della Banca d'Italia era nominato a vita, regola cancellata alla fine del 2005 dopo gli scandali finanziari emersi nell'estate, con il tentativo di difendere Antonveneta dalla scalata lanciata dall'olandese ABN Amro. Da allora la nomina ha una durata di sei anni, rinnovabile una sola volta e passa per un Dpr del presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e sentito il parere del Consiglio superiore della Banca. Il Parlamento non ha alcun ruolo in questo processo decisionale, ed è per questo che la mozione del Pd votata martedì scorso contro Visco, con il parere favorevole del Governo, è stata interpretata come un vulnus. Lo si capisce anche senza andare a sfogliare lo Statuto del sistema europeo delle banche centrali (SEBC) e della Bce, di cui Bankitalia è parte integrante, e senza leggere l'articolo 7, che tutela l'indipendenza assoluta dei membri dei consigli direttivi di ogni banca centrale nazionale e della stessa Bce dal potere politico».
Appunto. Il problema è che una carica strategica così importante come quella di governatore della banca centrale italiana, non può essere nelle mani di una ristretta confraternita di banchieri privati, con il Presidente della Repubblica che solo conferma, come un notaio, le decisioni gradite al regime bancocratico con la Bce in testa.

In base al principio democratico per cui tutte le cariche pubbliche più importanti debbono essere decise dai cittadini, riteniamo che anche quella di governatore della banca centrale debba avere legittimità popolare. Non è sovrano un popolo in cui la Banca centrale non sia sottoposta a controllo pubblico.

Se ne riparlerà quando finalmente usciremo dalla gabbia dell'euro e dell'Unione euro-tedesca...


giovedì 30 gennaio 2014

LA "GHIGLIOTTINA" SARÀ PER VOI!

30 gennaio. Ci auguravamo ieri che i parlamentari Cinque Stelle tenessero duro. Così è stato. Quindi che dire? Ben fatto M5S!

La sarabanda avvenuta ieri in Parlamento ha una notevole importanza politica e simbolica. 

Contro un decreto truffaldino —un'ulteriore mutazione in senso liberista e privatistico della Banca d'Italia, nascosto dietro al paravento dell'abolizione dellla seconda rata Imu—, votato da Pd, Pdl, Ncd, Scelta civica ecc., per nome  e per conto dei vampiri delle banche d'affari, si sono opposti davvero solo i Deputati del M5S.

Indegna la pantomima dei Piddini i quali, inveendo contro i pentastellati, hanno intonato "Bella ciao", spellaggiati in ciò dai loro servi di bottega di Sel. Gravissima l'aggressione ai danni di Loredana Lupo da parte del montiano Stefano Dambruoso —il quale, figuratevi! è addirittura uno dei Questori della Camera e che prima di essere eletto era Sostituto procuratore presso il Tribunale di Milano. Si dimetta da Questore se le regole hanno un senso!

Quel che la rivolta dei Parlamentari M5S denuncia è che è in atto uno scempio, uno supro autoritario, non solo delle regole parlamentari, ma pure della Costituzione, della democrazia.

E' gravissimo che la Presidente della camera, la sellina Laura Boldrini abbia troncato d'imperio ogni discussione e
contestazione passando alla votazione del decreto truffaldino usando la regola della cosiddetta "ghigliottina". Ce ne ricorderemo signora Boldrini, di lei e dei suoi compagni di merende di Sel, truppe cammellate al soldo del regime.

Scriviamo (ore 12:30) mentre in Parlamento lo scontro tra le forze di regime e i Cinque Stelle continua e al Senato è in corso una conferenza stampa dei Senatori M5S dove viene ufficializzata la sacrosanta richiesta di impeachment del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Iniziativa sacrosanta! (Il testo dell'impeachment) 

Ieri, alludendo alla nuova legge elettorale proposta dal duo Renzi-Berlusconi scrivevamo:
«Il regime si sta blindando con una legge elettorale scandalosa. Come pensate di fermarlo?  Pensate davvero di difendere democrazia e Costituzione dall'assalto dei golpisti limitando la battaglia alle sceneggiate in Parlamento?»
Questa  è la questione decisiva giunti a questo punto.

Ci rincuora che diversi esponenti pentastellati abbiano detto ieri, e ripetuto oggi in Conferenza stampa: «Ora lo scontro si sposta nelle piazze».  Vedremo se M5S darà seguito a questa promessa; non è solo auspicabile, è un passo obbligato se si vuole davvero mandare a casa la banda di fuorilegge che ci governa.

Senza una Rivoluzione democratica, senza una sollevazione popolare, questo Paese non scamperà all'infasuto destino che le forze al potere stanno preparando.




mercoledì 29 gennaio 2014

L'IMBROGLIONE FIORENTINO, GLI SFRUTTATORI SVEDESI E GLI STROZZINI ITALIANI di Leonardo Mazzei

29 gennaio. Renzi ha fretta, l'Electrolux ha fretta, le banche italiane hanno fretta. Tutti hanno fretta di incassare alla svelta.

Un premio al 37% per una truffa al 100%

Il piccolo imbroglione fiorentino vuol fare il colpo grosso. Ha come compare un imbroglione d'altro calibro ed esperienza, dal quale riceve consigli, ma del quale sa di non potersi fidare del tutto. Dunque la trattativa va avanti, ma l'esito rimane incerto. Ora il numero magico è 37 (percento), stante ad indicare la nuova soglia del premio di maggioranza. Sarebbe questa la risultante delle telefonate sulla «linea rossa» Firenze-Arcore, la fenomenale mediazione tra il 35% iniziale e il 38% suggerito dal Quirinale.

Ora, cosa cambi questo aumento di due ridicoli punti percentuali dal punto di vista costituzionale, da quello dei più elementari diritti democratici, proprio non si sa. Truffa era e truffa rimane. Forse l'uomo del Colle, il lestofante numero uno che non si può criticare sennò quelli del Pd abbandonano l'aula, ha bisogno di un appiglio europeo per far passare la porcata.

E qui c'è un bel problema, perché in Europa un simile premio di maggioranza esiste in una sola nazione: la Grecia. Che sia un caso? Forse no, dato che anche in quel disgraziato paese è stato introdotto solo di recente, per l'esattezza nel 2007. Il premio ellenico è del 16% e, tornando all'Italia, con il passaggio da una soglia del 35% a quella del 37%, si abbasserebbe il premio dal precedente 18% portandolo appunto al 16%.

Ma, Grecia per Grecia, nascono allora altri problemi. Perché ad Atene il premio va al primo partito, non alla coalizione (ed in Italia, in base ai voti delle ultime politiche, il premio andrebbe al M5S...). Inoltre, il premio greco non garantisce la maggioranza assoluta, mentre lo sbarramento è per tutti al 3%. Giratela come volete, ma un sistema antidemocratico come quello congegnato dal duo Renzi-Berlusconi proprio non ha concorrenti.
[Sulle novità dell'ultimora in materia di legge elettorale vedi il PS in fondo all'articolo, Ndr]

Gli 800 euro dei salari prossimi venturi


Ma la nuova Legge Truffa non la stanno congegnando per dilettarsi con i numeri. Certo, ognuna delle bande in lotta (non chiamiamoli partiti, per favore) ha i suoi specifici interessi, in ultima analisi traducibili in numeri. Ed è di questo che si stanno occupando alacremente i rispettivi capibanda. Ed è da qui che è sbucato il sorprendente 37. C'è però qualcosa di più: l'interesse del blocco dominante ad avere un governo stabile e sicuro a garanzia di una politica antipopolare che non deve ammettere troppe indulgenze. Un interesse certo non nuovo, ma che va facendosi sempre più necessità.

E qui arriva il numero 800 (euro), che è il salario cui dichiara apertamente di tendere la Electrolux per gli operai degli stabilimenti italiani, pena il trasferimento delle fabbriche in Polonia ed Ungheria.

Ecco un altro numero su cui riflettere: ottocento. Ora la domanda dovrebbe essere: ma si può davvero vivere con ottocento euro al mese? Ognuno sa la risposta, ma proprio per questo nella politica italiana nessuno si fa la domanda.

La conseguenza è che, anziché respingere al mittente la pretesa della multinazionale svedese —magari minacciando la requisizione di impianti che hanno fra l'altro goduto di lauti finanziamenti pubblici— la parola d'ordine è «trattativa». Ma su che cosa si dovrebbe trattare, sulla misura di una fame garantita, magari passando da 800 a 900 euro?

Che questa sia la logica di chi tratta per spostarsi da un 35 ad un 37 non c'è dubbio. Ma così come due punti percentuali non rendono costituzionale una Legge Truffa coi fiocchi, non saranno i piccoli aggiustamenti a cui pensa il governo a salvare gli operai della Electrolux da un futuro di miseria.

Già, ma quella della Electrolux è «una proposta razionale», come non si è certo vergognato di dire (anzi, twittare) a caldo il finanziere Davide Serra, il miliardario finanziatore di Renzi, giusto a dimostrare come tutto si tiene.

Proposta razionale. Certo, dal punto di vista capitalistico è così. Che questo sia accettabile socialmente dovrebbe essere però tutt'altra questione. O no?

E' questo un passaggio davvero cruciale, che chiama in causa alcune questioni non più rinviabili. Esse attengono alla moneta unica, causa prima della perdita di competitività delle merci italiane, attengono alle politiche di austerità, che attraverso la crescente pressione fiscale acuiscono ancor di più questa perdita. Ma attengono altresì —e non in misura minore— ai meccanismi della globalizzazione, da cui occorre sganciarsi ricorrendo anche a misure protezionistiche a difesa delle produzioni nazionali.

Orrore, orrore, tremendo orrore! Già mi sembra di sentire le alte grida dei difensori dell'«altra Europa», quella che non esiste, ma che a loro potrebbe servire per continuare a sproloquiare da qualche scranno parlamentare. Bene, sproloquino pure, ma ci dicano almeno per una volta come pensano di far fronte al disastro salariale, e dunque sociale, che si profila. Ce lo dicano, non per noi, ma per quegli operai che ancora vorrebbero rappresentare.

Eh già, perché il caso Electrolux non è certo destinato a rimanere isolato. E se non si vogliono affrontare i nodi di cui sopra, incluso quello della moneta e di una «svalutazione esterna» (cioè monetaria) pilotata politicamente da un governo popolare d'emergenza, quello che ci attende è la «svalutazione interna», di cui il taglio salariale sarà giocoforza il piatto forte.

C'è consapevolezza di tutto ciò? Che ce l'abbiano gli altreuristi non sappiamo, anche se non vorremmo far troppo torto alla loro intelligenza. Che ce l'abbiamo gli oligarchi che ci governano non c'è invece alcun dubbio, dato che quella della «svalutazione interna» è esattamente la loro linea.

Intanto un bel regalino alle banche


E mentre il dramma sociale avanza, di cosa si occupano costoro in questa strana fine di gennaio. Ma di fare un bel regalo alle banche, ci mancherebbe! Il 2014 entra nel vivo, e con esso i controlli della Bce sulle banche [sull'Unione bancaria europea decisa dal recente Ecofin torneremo presto, Ndr]. Cosa c'è di meglio, allora, che passargli sottobanco un po' di soldi pubblici!

Già, quei soldi pubblici per i quali milioni di italiani hanno fatto anche di recente la fila per aumentarli un tot con la mini-IMU. E che sono così preziosi quando c'è da aumentare di 3 euro una pensione...

In questo caso invece no. Le banche chiamano, lo Stato risponde. Di cosa si tratta in pochi lo sanno. Mica si occupano di questo i mezzi di informazione! E poco deve occuparsene lo stesso parlamento, altrimenti - è questa la minaccia - ripristiniamo la seconda rata 2013 dell'IMU, così imparate a farvi troppe domande: ecco il democraticissimo ragionamento del governo Letta.

Stiamo ovviamente parlando dell'affaire Bankitalia, una sporca operazione che sta venendo alla luce nei suoi contorni reali solo grazie alla meritoria opposizione dei parlamentari del M5S. Contorni reali che stamattina appaiono anche sulle insospettabili pagine dell'Huffington Post.

Leggiamo:

«In cambio di un gettito extra per la tassazione una tantum delle plusvalenze, gli istituti potranno beneficiare di quote rivalutate da iscrivere al patrimonio di vigilanza in vista dei test europei e assicurarsi dividendi fino a 450 milioni di euro. In più grandi soci come Intesa e Unicredit, detentori di quote superiori al 3%, saranno costretti a vendere nei prossimi anni le proprie partecipazioni in eccesso. Al mercato, se ci saranno acquirenti. O allo Stato, che sarà obbligato a riacquistarle, con esborsi di diversi miliardi».
Se i beneficiari sono noti —trattandosi delle banche private che detengono le quote di Bankitalia— si calcola che la perdita annua per le casse dello Stato sarà di 750 milioni di euro a partire dal 2014. Bene, non contenti di ciò, ed allo scopo di imbrogliare le carte, il governo ha legato questa rapina di denaro pubblico alla seconda rata dell'IMU. Ed alla richiesta del M5S di scindere le due cose, in modo da procedere in tempi utili sull'IMU (il decreto è in scadenza), lasciando il tempo necessario alla discussione sull'affaire Bankitalia, la risposta del governo è stato un secco no.

Un'arroganza degna di chi vuol prendersi il 53% dei seggi magari con il 20% dei voti —effetto del mix tra premio di maggioranza e soglie di sbarramento, di cui ci siamo occupati in quest'altro articolo. Degna di chi pensa bene che chi sgobba per otto ore e più lo debba fare per un salario da fame. Degna di una classe politica infame, da cacciare al più presto.

PS delle 14,30 - Avevamo appena pubblicato questo articolo, quando le agenzie hanno battuto la notizia del nuovo accordo Pd-Forza Italia o, se preferite, Renzi-Berlusconi sulla legge elettorale. Il numero magico del 37% è confermato; il premio - udite, udite! - è stato "abbassato" al 15%; lo sbarramento per le liste coalizzate è "sceso" dal 5 al 4,5% (di quelle non coalizzate niente si dice); mentre viene accettata anche dal Pd la clausola salva-Lega. Di cos'altro c'è bisogno per ribadire che si tratta di una porcata al cubo, di una Legge Truffa senza precedenti?

BANKITALIA-IMU: CINQUE STELLE TENETE DURO!

29 gennaio. Volevate un'altra prova di quanto i partiti di regime fossero asserviti alle banche e prendessero per i fondelli i cittadini? E' quella messa in atto dal governo Letta, che ha accorpato in un unico decreto la sospensione della seconda rata dell'IMU con le nuove norme riguardanti la ricapitalizzazione e l'assetto di Bankitalia —norme a tutto vantaggio delle banche. Torneremo presto su quest'ultima vicenda.
Qui ci preme mettere in evidenza la diabolica astuzia dei governanti per cui, chi votasse contro il provvedimento (capestro e ingiusto) su Bankitalia, affosserebbe anche la sospensione (giusta) della seconda rata dell'Imu, che rappresenterebbe per i cittadini un salasso di circa 2,2 miliardi.
I deputati del M5S stanno giustamente facendo ostruzionismo, chiedendo lo scorporo dei due provvedimenti.
Il record dell'ipocrisia  l'ha segnato proprio il Partito democratico. In una nota del suo gruppo della Camera si sostiene: 
«L’irresponsabile atteggiamento del Movimento 5 Stelle che blocca da giorni i lavori dell’Aula rischia di far decadere il decreto che sospende il pagamento della seconda rata IMU per milioni di famiglie italiane. Se prevalesse l’interesse particolare di un gruppo a danno di quello collettivo, vi sarebbe una grave responsabilità politica di cui i parlamentari grillini dovranno rispondere ai cittadini».
Ma ciò che è ancora più incredibile è l'atteggiamento della Presidente sellina Laura Boldrini. Questa non ha escluso di applicare a fronte dell’ostruzionismo del Movimento 5 Stelle, la cosiddetta "ghigliottina", ponendo cioè in votazione con atto di'imperio il decreto prima della sua scadenza (a mezzanotte di oggi). 
Un atto gravissimo, che infatti non ha precedenti nella storia del Parlamento.
I Deputati M5S hanno promesso le barricate. Ben detto!

Ma non basta agitarsi in quell'Aula amici di M5S, le barricate occorre innalzarle nel Paese, promuovendo una vasta campagna di sensibilizzazione e mobilitazione popolare. Perché avete tutta questa paura a fare appello alla lotta dei cittadini?

Il regime si sta blindando con una legge elettorale scandalosa. Come pensate di fermarlo?  Pensate davvero di difendere democrazia e Costituzione dall'assalto dei golpisti limitando la battaglia alle sceneggiate in Parlamento?
 
Non passerà molto tempo che dovrete fare mea culpa per questo cretinismo istituzionale. Come avvenne ai tempi della famigerata legge truffa di De Gasperi, l'iniziatva istituzionale nulla potrà se non sarà accompagnata dalla sollevazione popolare.

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