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martedì 28 maggio 2019

FRANCIA: IL DISASTRO FRANCE INSOUMISE di Jacques Sapir

[ martedì 28 maggio 2019 ]

Successo non pienissimo per il Rassemblement National, sconfitta attenuata per En Marche, una mezza sorpresa per gli ambientalisti e opposizione per il resto atomizzata, sia a destra che a sinistra: ecco il panorama politico che sta emergendo dopo le elezioni europee. Se gli avversari di Macron vogliono contare qualcosa, dovranno avviare cambiamenti radicali.

Le elezioni europee in Francia si sono basate principalmente su temi francesi. Questa è la prima lezione che se ne può trarre: erano un voto sul Presidente.

Questo spiega perché il numero di astensionisti è stato molto inferiore rispetto al 2014. Sebbene le classi lavoratrici, e anche i giovani, si siano ampiamente astenuti, il tasso di partecipazione è aumentato di quasi otto punti percentuali rispetto al livello eccezionalmente basso del 2014.



Il fallimento di Emmanuel Macron


Queste elezioni hanno visto il relativo successo del Rassemblement National (RN), che batte la lista La République En Marche (LREM) – Mouvement Democrate (MoDem)- Renaissance, guidata da Nathalie Loiseau. Il relativo insuccesso di questa lista, nonostante il sostegno attivo ricevuto da parte del presidente, è degno di nota. Emmanuel Macron aveva appoggiato oltre ogni decenza, visto il suo ruolo, la lista LREM. Questo sostegno, per molti aspetti scandaloso, non ne ha evitato il fallimento. È quindi una sconfitta personale e inciderà sulla capacità del presidente di rianimare la sua politica. Emmanuel Macron ora è costretto in una posizione difensiva e un po’ più screditato, sia a livello nazionale che a livello europeo.

Il successo della lista RN, guidata da Jordan Bardella, è innegabile, ma non si tratta affatto di un trionfo. L’RN fatica a riconquistare la percentuale del 24% ottenuta nel 2014.

L’insuccesso della lista Loiseau è comunque relativo, per due motivi: il primo è la percentuale ottenuta, superiore al 22% della lista LREM. Quindi non si tratta di un crollo.

La seconda ragione è il vero collasso, invece, del partito Les Républicains (LR), guidato da François-Xavier Bellamy. Con poco più dell’8% e il quarto posto, la lista LR subisce una vera e propria disfatta, che può solo mettere in discussione la direzione esercitata da Laurent Wauquiez. Una sconfitta che può essere spiegata dalla polarizzazione tra RN e LREM che si è imposta nelle ultime settimane della campagna.

Un certo numero di elettori di LR sono passati a uno di questi due partiti, e probabilmente più verso LREM che su RN. Questo non è sorprendente. Emmanuel Macron è diventato, a causa del movimento dei gilet gialli, il simbolo del partito dell’ordine. È quindi naturale che una parte dell’elettorato della destra legittimista, come una parte degli elettori di François Fillon nel primo turno della presidenziale 2017, si sia ritrovato tra gli elettori che hanno votato per la lista LREM.

Le conseguenze di questa situazione sono contraddittorie. Emmanuel Macron ha sicuramente limitato i danni e può cantare vittoria a breve termine. Ma il suo potenziale serbatoio di voti si è ridotto e ha esaurito le sue riserve. Ciò avrà conseguenze sulle prossime elezioni amministrative del 2020, perché i Repubblicani possono sperare di recuperare solo schierandosi apertamente all’opposizione, contro Emmanuel Macron. Liste unitarie ora sono meno probabili a livello locale. Tuttavia, è attraverso queste elezioni che la capacità di LREM di mettere radici a livello locale sarà persa o vinta, il che è la condizione della sua sopravvivenza e quindi della capacità di Emmanuel Macron di ripresentarsi nel 2022.



Il successo di EELV, il fallimento di France Insoumise


Il successo di Europe Écologie Les Verts (EELV) è indiscutibile. La lista dell’EELV arriva terza, con oltre il 12% dei voti. Ma bisogna ricordare che le elezioni europee sono sempre state favorevoli alle formazioni ecologiste. Le percentuali di domenica sera non sono il risultato più alto mai raggiunto dagli ambientalisti. Inoltre, questo risultato è collegato all’altra sorpresa di queste elezioni: il crollo, non c’è altra parola, della lista di La France Insoumise (LFI), guidata da Manon Aubry, così come il cattivo risultato registrato dalla lista del Partito Comunista Francese (PCF), guidata da Yan Brossat, con il 2,4% circa.

Per La France Insoumise il problema è più grave. Con poco più del 6,5%, alla pari con la lista di PS – Place Publique, LFI registra una sconfitta che è un vero disastro. Le cause sono note. Proprio come in Spagna, dove Podemos paga a caro prezzo le sue esitazioni e la sua politica confusa, LFI paga fino all’ultimo spicciolo il suo cambio di linea, che si è verificato a partire dalla fine della primavera 2018, e che ha provocato manovre interne indegne e l’esclusione o l’abbandono volontario dei cosiddetti “sovranisti di sinistra”.

L’abbandono della linea di “assemblea del popolo”, che ha portato Jean-Luc Mélenchon a quasi il 20% nel primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, è la causa di questo collasso. Lo testimoniano le dichiarazioni di Jean-Luc Mélenchon, rilasciate nella serata di domenica 26: nelle frasi esitanti, nel vocabolario che si voleva gollista, appariva l’estrema confusione di quello che è il leader di fatto di LFI. La France Insoumise non potrà risparmiarsi una profonda autocritica, che implichi un raddrizzamento della linea politica – che dovrebbe tornare alle posizioni della primavera 2017 – e una istituzionalizzazione democratica, con strutture di funzionamento chiare e trasparenti.

Il problema principale è quello della linea politica. Alcuni, che sognano solo di riportare LFI sulle sterili posizioni di una unione delle sinistre, lo hanno capito bene. Abbiamo potuto vederlo durante la serata post-elettorale. Ma anche la questione della democrazia interna e della trasparenza ha giocato un ruolo in questa sconfitta. LFI non ha certo mostrato il suo volto migliore negli ultimi nove mesi. C’è tuttavia da temere che la vittoria del RN spinga alcuni dei quadri in una logica di farlocco antifascismo da operetta, mentre la logica dovrebbe essere quella di sfidare la presa di RN sulle masse rispondendo alle loro aspirazioni e rilanciando il tema della sovranità.



Sovranisti, il prezzo della divisione


Bisogna analizzare inoltre il fallimento delle diverse formazioni che rivendicano anche la sovranità. Pagano tutti la mancanza di maturità politica. Il partito di Nicolas Dupont-Aignan, Debout la France (DLF), a fronte della drammatica caduta della lista LR, a rigor di logica avrebbe dovuto progredire. E invece ha fatto marcia indietro rispetto al risultato del primo turno delle elezioni presidenziali. Un’analisi seria della strategia, ma anche dello stile di leadership, è essenziale come condizione per la sopravvivenza stessa di questo partito.

Questo vale anche per l’Union Populaire Républicaine (UPR) e Les Patriotes. L’UPR supera di poco l’1% e Les Patriotes si è fermata allo 0,7%. Eppure la loro esposizione mediatica è stata superiore a quella del partito animalista, arrivato circa al 2,4%. Siamo ben oltre il momento in cui bisogna smetterla con le esclusioni reciproche, con il comportamento settario degli uni verso gli altri. L’esistenza di tanti micropartiti non è giustificata e li condanna a vegetare, come avviene oggi. Si pone la questione di una fusione tra DLF, UPR e Les Patriotes, tanto più importante quanto è evidente il fallimento della strategia di DLF, che aveva moderato le sue posizioni sull’UE nella speranza di strappare qualche voto ai repubblicani. La legittimità dell’esistenza di questi tre partiti è posta direttamente in questione, dopo le elezioni europee del 26 maggio. E quando si rivendicano gollismo e sovranità, si dovrebbe dare una certa importanza alla questione della legittimità.



Un’opposizione in briciole?


Resta vero che, nonostante la RN, l’opposizione a Emmanuel Macron è a pezzi. La sua forza deriva dalla debolezza dei suoi avversari. Possono solo sperare di rifondare la loro legittimità e costruire le condizioni della loro unità attraverso i comitati per raccogliere i 4,7 milioni di voti necessari per il referendum sulla privatizzazione dell’Aéroports de Paris. L’impegno per questa campagna, senza alcun calcolo di bottega e senza esclusioni, sarà quindi nelle prossime settimane il test per capire se un’opposizione a Emmanuel Macron è in grado di ricostituirsi, ripartire e lavorare insieme, chiave per il suo successo.


martedì 3 ottobre 2017

CATALOGNA: EXTREMUS NECESSITATIS di Jacques Sapir

[ 3 ottobre 2017]

Ci pare necessario ricapitolare la posizione generale di Programma 101 sul conflitto in corso in Spagna:


(1) si riconosce in linea di principio il diritto di ogni nazione storica alla autodeterminazione;
(2) questo riconoscimento non implica tuttavia il sostegno a priori alla secessione, che dipende invece da concreti fattori politici (che natura avrà il nuovo eventuale stato? quale sarà il suo posizionamento geopolitico, ecc.) 
(3) la causa principale dell'attuale conflitto sta nel fatto che la Spagna è uno Stato plurinazionale (la Catalogna è una nazione storica) mentre la sua Costituzione, seguendo le orme del centralismo franchista, non riconosce questo carattere plurinazionale e federale;
(4) le scaturigini del conflitto risiedono infatti nel rifiuto da parte del regime di Madrid di accettare lo Statuto Catalano del 2006 che definiva "nazione" quella catalana con pari dignità rispetto alle altre;
(5) la soluzione auspicabile è quindi non la secessione della Catalogna bensì la trasformazione della Spagna in uno Stato federale, democratico, repubblicano e sovrano;
(6) mentre condanniamo la prepotenza autoritaria di Madrid respingiamo il disegno delle élite catalane di secedere dalla Spagna per diventare il 29° Stato nella Unione europea, sarebbe come passare dalla padella alla brace;
(7)  data la natura oligarchica e neoliberista nell'Unione europea, che priva gli Stati della loro sovranità politica ed economica, non c'è infatti nel suo seno alcuna possibilità per i popoli di esercitare la propria autodeterminazione;
(8) i popoli di Spagna, maciullati dalle politiche austeritarie della Ue, hanno due nemici comuni: l'Unione europea e le classi dominanti spagnole (catalana compresa) che fanno a gara nell'obbedire ai dettami eurocratici. E' nell'interesse dei popoli spagnoli uscire dall'Unione europea e coabitare con pari diritti in un forte e sovrano Stato federale di Spagna.

* * * 

«Gli incidenti che hanno segnato la giornata del “referendum” sull’indipendenza della Catalogna sono di pessimo augurio. Non si può restare indifferenti e senza legittima rabbia a guardare manifestanti pacifici aggrediti dalle forze di polizia, che hanno causato decine di feriti. Non si può restare insensibili alla vista delle urne elettorali confiscate e gettate per terra da quegli stessi poliziotti. Questi incidenti non potranno far altro che radicalizzare ulteriormente la rivendicazione di indipendenza, e testimoniano la perdita di legittimità del governo di Madrid. Perché la Storia, e specialmente la Storia del 20° secolo, ha il suo peso nelle relazioni tra Madrid e Barcellona. Non possiamo fingere che non ci siano state la guerra civile o gli anni di repressione durante il Franchismo.

Dall’autonomismo all’indipendenza

Ci si può chiedere da dove venga questa rivendicazione di indipendenza. Infatti all’inizio degli anni 2000 i partigiani dell’indipendenza erano evidentemente minoritari. Oggi non è più così. Il 19 settembre avevo organizzato su Radio-Sputnik un dibattito tra Gracia Dorel Ferré, storica, esperta della Catalogna, e Jean-Jacques Kourliandsky, ricercatore sulle questioni iberiche (di America Latina e Spagna) [1] presso l’Istituto di Relazioni Internazionali e Strategiche (IRIS). Kourliandsky aveva insistito sul fatto che i ripetuti rifiuti da parte del governo centrale spagnolo di concedere alla Catalogna ciò che il Paese Basco, e l’intera regione della Valencia, avevano raggiunto, avrebbe portato a una radicalizzazione del sentimento autonomista e anche a un genuino desiderio di indipendenza. Ciò è stato dimostrato dalle grandiose manifestazioni delle ultime settimane, che hanno radunato oltre un milione di persone su una popolazione totale di 7,5 milioni (un po’ come se in Francia ci fosse una manifestazione di 9 milioni di persone).

La responsabilità del governo di Madrid è dunque pesante. Si tratta, per essere precisi, delle violenze perpetrate dalla polizia nella giornata di domenica 1° ottobre. Ma si tratta anche, e forse soprattutto, delle varie forme di rifiuto da parte di Madrid verso le richieste avanzate dalle autorità democraticamente elette a Barcellona. L’indipendenza della Catalogna, se ci sarà, sarà soprattutto il prodotto dell’atteggiamento franchista del governo Rajoy, come ha ben sottolineato Grace Dorel-Ferré. Potremo allora dire che saranno state la sua stupidità e la sua brutalità ad avere innescato il movimento indipendentista.

Il peso della Storia

La questione del regionalismo, e soprattutto del regionalismo catalano, ha attraversato la storia della Spagna moderna. Assieme alla parte industriale dei Paesi Baschi, la Catalogna rappresenta il punto di ingresso della modernità industriale in Spagna all’inizio del 19° secolo. La Catalogna è tuttora una delle regioni più ricche e dinamiche della Spagna, rappresenta circa il 20% del PIL spagnolo e, grazie alle esportazioni e allo sviluppo del settore turistico, sta assistendo a un dinamismo che è l’opposto della crisi vissuta da altre regioni spagnole. Ma, cosa più importante, i catalani ritengono di essere stati maltrattati dai governi spagnoli, e soprattutto dai governi franchisti.



Va ricordato che la questione dell’indipendenza catalana era già sorta alla vigilia della guerra civile [2]. Il presidente del distretto catalano, Lluis Companys, nel 1936 decise di restare all’interno dello Stato spagnolo, allora repubblicano, perché quest’ultimo aveva riconosciuto i diritti della Catalogna. Durante la guerra civile la Catalogna fu alla testa della resistenza contro il franchismo e i suoi alleati, cioè contro la Germania di Hitler (come ci ricorda la Legione Condor) e contro l’Italia di Mussolini. Esiliato in Francia dopo la sconfitta,
Lluis Companys fu consegnato dalla Gestapo al regime franchista, che lo torturò e lo uccise nella fortezza di Montjuic il 15 ottobre 1940 [3]. La Catalogna pagò un prezzo tremendo per la sua opposizione al franchismo, e la sua ribellione fu repressa nel sangue.

Il riconoscimento delle specificità catalane fu tardivo e si ebbe solo con l’avvento della democrazia. Ma questo riconoscimento fu fragile. Il “partito popolare”, che dovrebbe rappresentare la cosiddetta destra “moderata”, e che ha al suo interno numerosi nostalgici del franchismo, non ha mai davvero accettato la specificità catalana. In generale la Spagna non ha il tipo di storia unitaria che è propria, ad esempio, della Francia. La Provenza, la Catalogna e i Paesi Baschi hanno tradizioni indipendentiste ben consolidate.

La costituzionalità, la legittimità e la sovranità
Il referendum del 1° ottobre solleva di conseguenza numerose questioni. La corte costituzionale spagnola lo ha dichiarato “illegale”. Ma questo significa solo che il governo di Madrid non ha l’obbligo di riconoscere il risultato che ne verrà. Ciò non giustifica affatto la dimensione e la brutalità della repressione che è stata messa in atto.

Al di là di questo si pone il problema della legittimità di questo referendum e del suo rapporto con la questione della sovranità popolare in Spagna. La sovranità dello Stato spagnolo deriva dal compromesso raggiunto durante il processo di democratizzazione che ha fatto seguito alla morte di Franco. I catalani hanno ragione a pensare che la cancellazione del loro statuto, avvenuto nel 2010, sia stata una misura che ha dato letteralmente fuoco alle polveri, rimettendo in discussione quel compromesso. Dopo che è avvenuto un tale scontro nello spazio politico, l’unica risposta possibile è l’elezione di un’assemblea costituente. Di sicuro non la repressione, che semmai può solo aggravare le cose. Il rifiuto di indire un’assemblea costituente, o quantomeno una commissione costituente, ha minato la legittimità del potere spagnolo. La violenza a cui abbiamo assistito durante questa giornata di domenica 1° ottobre lo ha demolito. Le immagini dei manifestanti pacifici attaccati e feriti faranno, e hanno già fatto, il giro del mondo.


La questione dell’indipendenza della Catalogna ha poco a che vedere con la legge costituzionale, arrivati a questo punto. È diventata soprattutto una questione politica, perché la sovranità è anche questo: il primato della politica sullo stato di diritto. Siamo ovviamente in una condizione di extremum necessitatis. Solo un’azione politica potrà risolvere la situazione attuale. Ovviamente non sarà possibile negare ancora a lungo ai catalani di tenere legittimamente quel referendum che essi chiedono, e che Madrid ha fatto di tutto per impedire. Solo il voto potrà decidere se i catalani vorranno continuare a condividere il proprio destino con il resto della Spagna oppure no. Ma ciò che è chiaro è che il comportamento avuto da Madrid ha reso più difficile raggiungere un compromesso accettabile.

La questione a cui ci troviamo di fronte oggi non è più, dunque, se sostenere l’idea di una Catalogna indipendente. La questione è quella di difendere il fondamento stesso della democrazia. E a difesa di quest’ultimo,in Catalogna è necessario un vero referendum, un referendum di cui tutti si impegnino a riconoscere l’esito. Questo è l’unico antidoto all’inizio di una nuova guerra civile. Che il governo francese non lo abbia ancora capito dimostra la degenerazione del senso civico del nostro Primo Ministro e del Presidente».



* Fonte: L'articolo originale
** Tradotto in italiano e pubblicato su Voci dall'estero

Riferimenti bibliografici


[2] Alquézar, R., Esquerra Republicana de Catalunya: 70 anys d’història (1931-2001). Barcelona, Columna, 2002.

[3] Benet, J., Lluís Companys, presidente de Catalunya fusilado. Barcelona, Península, 2005

mercoledì 21 giugno 2017

DOVE VA LA FRANCIA? di Jacques Sapir

[ 21 giugno 2017 ]


Il consolidarsi dei risultati del secondo turno delle elezioni legislative mostra ancora di più l’ampiezza con cui si è manifestato il rifiuto del voto. Se si sommano astensione, schede bianche e schede nulle —voti, questi ultimi, in forte aumento dal primo al secondo turno (da 500.000 a 2 milioni)— si supera il 61,5%, cifra data dal 57,36% delle astensioni più il 4,20% di schede bianche o nulle. Questo significa che appena il 38,5% degli elettori aventi diritto (ossia 18,31 milioni su 47,58 milioni) ha espresso effettivamente un voto al secondo turno. L’ampiezza del rifiuto del voto, a prescindere da quale forma abbia assunto, spinge a porsi alcune domande sul senso stesso di queste elezioni.

Paese “legale” contro paese “reale”?
Se non avessimo già abusato della contrapposizione maraussiana tra “paese legale” e “paese reale”, dovremmo utilizzarla proprio per descrivere la situazione attuale. Certo, la situazione non è assimilabile a quella in cui Charles Maurras aveva espresso questa dicotomia. Essa indicava aspetti diversi e non può essere ridotta alla sola cifra dei non-votanti. Eppure oggi abbiamo un “paese legale” nel quale il movimento “Republique en Marche” ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea Nazionale tramite l’ultima tornata di elezioni, di cui nessuno contesta la legalità, ma questa maggioranza assoluta di deputati non può far dimenticare la maggioranza, questa volta davvero schiacciante al confronto, di francesi che non hanno votato o che hanno rifiutato di esprimere una scelta nel momento in cui hanno compilato la scheda di voto. È questa la discrepanza che giustifica, nonostante le remore storiche e politiche, il riutilizzo della dicotomia tra “paese legale” e “paese reale”. L’Assemblea Nazionale, per quanto sia legalmente autorizzata, ha un enorme problema di legittimità.

Una conseguenza di questo è che non c’è alcuna onda di consensi dietro al presidente e al suo partito. Il sistema elettorale francese, come sappiamo e abbiamo ripetuto a sufficienza, non fa altro che amplificare i risultati di una singola elezione. Tuttavia, nel 1981, durante la famosa “onda rosa”, l’astensione era stata solo del 24,9% (al secondo turno). Analogamente, nel 1993 durante “l’onda blu” ci fu un’astensione del 32,4%. Ora siamo in una situazione ben diversa. Ed è questa la situazione che dobbiamo considerare, al di là dei successi degli uni e dei fallimenti degli altri.

Crisi di legittimità e fratture politiche
Se anche —per miracolo— l’elezione fosse avvenuta secondo le regole del sistema proporzionale, —e allora, vorrei ricordare, “France Insoumise” avrebbe ottenuto 84 deputati (anziché solo 19) e il “Front National” ne avrebbe ottenuti 80 (anziché appena 8)— la legittimità dell’Assemblea Nazionale sarebbe stata comunque fragile. Naturalmente si può sempre dire che, in caso di rappresentanza proporzionale, l’astensione sarebbe stata meno marcata. Questo è possibile, ma è da dimostrare. È quindi necessario distinguere il problema della rappresentanza delle forze politiche all’interno dell’Assemblea Nazionale - problema che riguarda ovviamente la rappresentanza delle due forze di opposizione reale, e che potrebbe essere ridotto da un sistema elettorale un po’ diverso – dal problema della legittimità complessiva dell’Assemblea Nazionale, che deriva dall’ampiezza dell’effettivo “sciopero del voto” a cui abbiamo assistito da parte degli elettori francesi.

Questo “sciopero del voto”, che ha coinvolto il 61,5% degli iscritti, dimostra che la crisi politica in Francia, crisi che covava già dal 2012 e dalla rinnegazione europeista di François Hollande, e poi diventata crisi aperta dal 2013, non è ancora terminata. Gli incensatori di Emmanuel Macron e i propagandisti al soldo di “Republique en Marche” possono pure strombazzare in giro che con questa elezione si apre una nuova era. Ma sappiamo tutti che non è così. La società francese resta ancora spaccata in modo duraturo, a causa della disoccupazione, della disuguaglianza, del peso degli interessi delle grandi imprese e delle banche sugli ambienti politici e mediatici, ma anche a causa della crisi della scuola repubblicana, del modello di integrazione francese e del rischio terroristico. Di queste fratture ci ha dato un quadro più attendibile il primo turno delle elezioni presidenziali, che ha dimostrato come di fronte al campo del capitale – un campo che oggi si confonde con quello degli interessi “europeisti” – le diverse forze sovraniste nell’insieme potevano fare il loro gioco e ottenere la maggioranza.

Che futuro si prospetta?
Il grande rischio è di vedere il “paese legale” convincersi di avere tutti i diritti, e mettere in atto le riforme e le misure che aggraverebbero le fratture della società francese. Nei fatti questo rischio può assumere forme concrete differenti. La prima riguarda l’anomia, con una società che si disferebbe progressivamente sotto i colpi sempre più violenti che le vengono inferti, e frammenti di questa società che ricorrono alla violenza per cercare di far valere i propri diritti. Entreremmo allora in un mondo come quello di cui parla Hobbes, il mondo di una “guerra di tutti contro tutti”, con il più grande vantaggio – e la più grande felicità, si è costretti ad aggiungere – di quell’1% che ci comanda. La seconda strada, decisamente preferibile, vedrebbe i francesi unire le proprie forze contro le istituzioni occupate da una minoranza priva di legittimità, per far valere le proprie richieste. È stato questo l’appello rivolto domenica sera ai francesi da Jean-Luc Mélenchon.

Verso quale delle due forme di reazione penderà la bilancia è della più grande importanza. Ciò determinerà il nostro futuro. Bisogna quindi che le forze di opposizione, nel loro insieme, capiscano che non c’è soluzione possibile alla crisi politica se non nelle lotte collettive all’interno delle quali dovrà emergere, ancora una volta, l’idea del bene comune. Perché, e questo deve essere compreso da tutti, il “bene comune” non esiste al di sopra e al di là delle lotte sociali. Il bene comune va costruito all’interno di esse. Pertanto la nostra partecipazione alle lotte collettive sarà importante per definire il futuro che ci attende.

Allora e solo allora potrà essere trovata una soluzione alternativa a quello che alcuni colleghi hanno chiamato giustamente il “blocco borghese” o, più precisamente, il “blocco liberale”. Queste forze, senza rinunciare a ciò che costituisce la loro identità politica, dovranno capire che forme di unità sono necessarie, se un giorno vogliono veder trionfare le proprie idee.

Articolare “il” politico e “la” politica
Questo implica una riflessione seria sui campi del politico e della politica. Il politico, come sappiamo, si definisce attraverso la contrapposizione tra amico e nemico. È lo spazio dei confronti antagonistici. Ma avere più avversari alla volta implica assumersi il rischio di essere sconfitti, soprattutto quando gli avversari sono a conoscenza del problema. La politica è invece lo spazio dei conflitti non-antagonistici, delle opposizioni e delle divergenze che possono legittimamente emergere tra le forze politiche, e che ad un certo punto dovranno essere risolte, ma la cui soluzione può passare temporaneamente in secondo piano rispetto ai confronti antagonistici prima menzionati. Chantal Mouffe ha definito questo lo spazio del “confronto agonistico”, secondo una distinzione che molti di quelli che si riferiscono al suo pensiero, ma evidentemente non lo hanno letto, farebbero bene a meditare.

Così, ci sono differenze importanti, persino radicali, tra i vari sovranisti, ma questo non dovrebbe impedire ai sovranisti di formare un fronte comune contro lo stesso avversario. È comprensibile che ci siano molti punti che in questi anni hanno contrapposto i militanti del Front National agli attivisti saldamente radicati nella sinistra di France Insoumise. Ci sono differenze nei punti di vista e nell’identità politica. Queste differenze continueranno a esserci anche nelle battaglie che si dovranno condurre. Ma gli uni e gli altri devono capire che queste differenze potranno essere espresse solo quando la sovranità del popolo, cioè la sovranità della Francia, sarà stata ripristinata. Ciò non implica affatto che le contrapposizioni che ci sono tra loro siano superficiali o poco importanti. Non lo sono, se si considera il campo economico, per esempio la questione fiscale. Queste contrapposizioni ci sono, devono essere rispettate e sono legittime, in quanto rappresentano posizioni sociali differenti.

Ma queste contrapposizioni non devono oscurare quella, al contrario irriducibile, tra i sovranisti e i loro avversari. Questo lo aveva capito Eric Dillies, candidato perdente del Front National per la circoscrizione Nord, dove è stato recentemente eletto Adrien Quatennens, candidato di France Insoumise. Eric Dillies aveva dichiarato a un giornale locale, la “Voce del Nord”: “Voterò per lui e ho invitato i miei elettori a seguire il mio esempio (…). Ho incontrato Adrien Quatennens ed è una brava persona. Di fronte a una maggioranza strabordante lui difenderà il popolo, non sarà uno yes-man” [1]. 
Eric Dillies è stato ascoltato dai suoi elettori e questo può aver contribuito al successo di Quatennens. Questo è un esempio di realizzazione della distinzione tra “il politico” e “la politica”, che i sovranisti dovranno imperativamente mettere in atto in futuro, se vorranno sperare di prevalere.

NOTE 

[1] http://www.lavoixdunord.fr/177015/article/2017-06-12/le-front-national-appelle-voter-pour-l-insoumis-adrien-quatennens

martedì 9 maggio 2017

PERCHÉ HA PERSO LA LE PEN?

[ 9 maggio ]

Le opinioni di Sapir e Bagnai, due intellettuali che non hanno nascosto l'augurio che la Le Pen diventasse Presidente della Francia.
Dicono, beninteso, cose giuste, ma a nostro modo di vedere non colgono l'essenziale, ovvero che la destra, per quanto sia capace di cavalcare il malessere e la rabbia di chi sta in basso, non sarà mai maggioritaria fino a quando vorrà rappresentare (anche) pulsioni xenofobe, integralismo cattolico, nazionalismo in salsa imperialista...


AMBIGUITÀ E CONFUSIONE

«La sconfitta di Marine Le Pen è indiscutibile. Lo è tanto di più perché nei primi giorni della campagna elettorale per il secondo turno delle presidenziali la dinamica mostrata dai sondaggi era quella di un aumento dei consensi, dal 38% fino al 42%. Questa dinamica si è poi interrotta, in gran parte a causa del modo in cui la Le Pen ha condotto la campagna elettorale. Se è scesa dal 42% al 34% non può prendersela con altri che con se stessa. Le ambiguità e le confusioni della sua campagna hanno avuto come effetto un vero e proprio crollo, e non sappiamo se ciò sia stato il frutto di incompetenza e di scelte sbagliate oppure sia stata una scelta deliberata».

Jacques Sapir

INCREDIBILE INEFFICACIA

«L'elemento più interessante dal punto di vista politico è il suicidio della Le Pen in diretta televisiva nel corso del secondo dibattito. Io non so che dibattito abbiano visto molti di voi. Io ho visto quello in francese, nel quale fin dalle prime battute la Le Pen ha percorso una strada chiaramente inefficace. Non ho idea del perché l'abbia fatto. Temo però che la risposta sia sempre la solita: fare l'opposizione al proprio governo nazionale è un mestiere molto più comodo che non opporsi allo Zeitgeist. Sicuramente ha giocato un ruolo la scarsa preparazione nel campo determinante per orientare il voto (o la scarsa volontà di entrarci, magari determinata da una errata percezione delle priorità). L'analisi di Agénor sul blog di a/simmetrie mostra che le determinanti socioeconomiche erano state fondamentali al primo turno (e tali si poteva presumere che restassero al secondo). L'incapacità della Le Pen di spiegare cosa volesse effettivamente fare dell'euro, la sua incredibile inefficacia di approfittare delle tante palle "alzate" da Macron (quando questi ha ammesso l'esistenza di disoccupazione di massa, ci voleva tanto a chiarire che questa è funzionale al progetto europeo?), hanno determinato un risultato peggiore del prevedibile».

Alberto Bagnai

venerdì 24 marzo 2017

LEX MONETAE E DIRITTO EUROPEO di Jacques Sapir

[ 24 marzo ]

Un Jacques Sapir insolitamente sintetico e tagliente accusa i sedicenti difensori dell’Europa, i quali negando che l’uscita dall’euro sarebbe regolata dalla Lex Monetae mostrano di non conoscere le leggi della stessa Unione europea e di basarsi piuttosto sulle affermazioni della discutibile agenzia di rating Standard & Poor’s. La Lex Monetae è chiaramente inscritta nei trattati europei: è stata invocata al momento dell’entrata nell’eurozona, e sarà ovviamente invocata di nuovo al momento dell’uscita…
 Tutti conosciamo l’argomento che coloro che si oppongono alla dissoluzione dell’euro o all’uscita dall’euro contestano a chi è invece convinto che tale uscita sia oggi l’unica soluzione possibile per l’economia francese: l’argomento del debito. Secondo questi critici i debiti della Francia si moltiplicherebbero semplicemente per il deprezzamento del nuovo franco francese. Essi mostrano di non credere a quel principio della legge internazionale definito Lex Monetae, o legge monetaria, che indica precisamente che tutto il debito emesso secondo la legge di un paese può essere ridenominato in una nuova valuta, se quel paese decide di cambiare valuta. Un ex Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy tanto per fare il nome, ha pronunciato un discorso apocalittico su questa questione. Anche l’Institut Montaigne ha ripreso questo tema e ha dimostrato di non credere all’esistenza della Lex Monetae.
Lex Monetae e diritto europeo
Eppure questa “legge”, alla quale si faceva riferimento in  diritto internazionale negli anni ’20-’30 del Novecento per regolare il problema dei debiti degli stati che si sarebbero formati sui resti del decaduto Impero Austro-Ungarico, è esplicitamente menzionata dal diritto dell’Unione europea. Del resto è proprio in virtù di questo principio del diritto internazionale che il debito pubblico francese emesso in franchi fu convertito in euro nel 1999.
Il riferimento si trova nel regolamento (CE) n° 1103/97 del Consiglio del 17 giugno 1997, relativo ad alcune disposizioni per l’introduzione dell’euro. Questo regolamento è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale [1] e può essere consultato in internet [2]. Il riferimento in particolare appare al paragrafo 8 ed è riportato qui di seguito:
“(8) considerando che l’introduzione dell’euro costituisce una modifica della legge monetaria di ciascuno Stato membro partecipante; che il riconoscimento della legge monetaria di uno Stato è un principio universalmente accettato; che la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi;”
Be’, diciamo che è abbastanza stupido pretendere di difendere un’istituzione senza conoscerne le leggi. Perché, e questo è un punto importante, è detto proprio che “la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi“. In altre parole, se il governo francese decide di ritornare al franco ad un tasso di conversione di 1 a 1 con l’euro, ha il diritto di farlo per quanto riguarda tutti gli strumenti giuridici e i contratti emessi all’interno dell’ordinamento giuridico francese. Ma è quantomeno strano che gli “esperti” europei ignorino le loro stesse leggi. È un po’ come se il Presidente della Repubblica [francese] dicesse che, secondo la Costituzione, il Presidente è eletto dal Parlamento…
Lex Monetae e agenzie di rating
Si può verificare inoltre come la citazione di una certa agenzia di rating, che fa da fondamento alle affermazioni catastrofiste dell’Institut Montaigne [3], venga direttamente invalidata dal sopra menzionato regolamento europeo: “Non c’è alcuna ambiguità (…) Se un emittente non adempie ai termini del contratto con i suoi creditori, ivi compresa la valuta in cui sono effettuati i pagamenti, dichiareremmo la situazione di default“, così ha detto recentemente Moritz Kraemer, direttore dei rating sovrani di Standard & Poor’s. Potremmo anche ignorare le agenzie di rating, ma resta il fatto che le loro opinioni sul rischio di credito (cioè di default) sono indispensabili per una buona gestione del rischio da parte degli investitori istituzionali (compagnie di assicurazione, fondi pensione e banche).
Se l’agenzia Standard & Poor’s decidesse di dichiarare il “default” della Francia, non sarebbe ovviamente seguita dalle altre agenzie e, soprattutto, non riuscirebbe a trovare nessun tribunale di livello internazionale disposto a convalidare la sua decisione. Perché i giuristi sanno bene che quanto accaduto nel 1999 si ripeterebbe, in virtù del principio giuridico del precedente. Il governo francese potrebbe anche citare in giudizio Standard & Poor’s per manipolazione del mercato del debito.
Combattere il “Progetto Paura”
La bellezza della Lex Monetae sta nel fatto che il debito pubblico emesso sotto diritto francese (che corrisponde al 97 percento del totale di questo debito) deve essere rimborsato nella moneta avente corso legale in Francia. Se la Francia decide che questa moneta è l’euro, il debito viene rimborsato in euro al tasso di conversione deciso dalla Francia. Se la Francia decide invece che la moneta avente corso legale sul suo territorio è (nuovamente) il franco, vale la stessa cosa. Detto altrimenti, i circa 1649 miliardi di euro di debito francese negoziabile [4] si trasformerebbero in 1649 miliardi di franchi.
Per quanto riguarda il debito privato delle famiglie e delle imprese francesi, se questo è stato emesso secondo il diritto francese, non cambia nulla. Il lavoro di Cédric Durand e Sébastien Villemont, pubblicato dall’OFCE (Osservatorio Francese per le Congiunture Economiche) e che uscirà tra qualche mese su una rivista internazionale, stabilisce con precisione le conseguenze dell’uscita dall’euro [5] e mostra che le imprese e le famiglie uscirebbero vincenti da questa situazione.
È quindi necessario capire che molti di coloro che parlano su questo tema, lo fanno esclusivamente per alimentare i timori e le paure dei francesi. Come nei mesi precedenti al referendum sulla Brexit, ci troviamo di fronte a un “Progetto Paura”. Progetto sconfitto col voto del giugno 2016. Bisogna sperare che anche gli elettori francesi sappiano opporvisi, con la ferma sicurezza di chi conosce i propri diritti.
NOTE
[1] Journal Officiel n° L 162, 19/06/1997 p. 0001 – 0003
[3] Chaney E., «A propos du monde imaginaire de ceux qui prônent une sortie de l’euro», Institut Montaigne, 02 marzo 2017

giovedì 11 agosto 2016

L'EUROPA VERSO LA GUERRA CIVILE? di Jacques Sapir

[ 11 agosto ]

Jacques Sapir [nella foto] è uno dei protagonisti del III. Forum internazionale no euro.


«La questione della compatibilità tra l’euro e la democrazia si pone oggi con una rilevanza molto particolare. Questa moneta ha imposto alla Francia di cedere la propria sovranità monetaria ad un’istituzione non eletta, la Banca Centrale Europea. Essa impone ora alla Francia di cedere alla Commissione Europea, altra istituzione non eletta, interi settori della politica fiscale e di bilancio. Cosa resta allora del patto politico fondamentale che vuole che il potere di tassare un popolo venga ceduto solo in cambio del controllo sovrano dei rappresentanti del popolo sul bilancio del paese in questione?
Questo processo era già iniziato nel periodo precedente (dal 1993 al 1999) con l’istituzione di uno status di indipendenza della Banca di Francia. Ma questo status aveva senso solo nell’ottica dell’imminente implementazione dell’euro. Constatiamo, tuttavia, che questo primo abbandono della sovranità fu decisivo.
La perdita delle caratteristiche democratiche creata dall’euro ha conseguenze drammatiche per il nostro paese. Questa perdita provoca una erosione inevitabile del patto repubblicano e rischia, a causa delle sue conseguenze, di condurci alla guerra civile.
L’euro prima dell’euro
L’indipendenza della Banca di Francia, introdotta dopo il trattato di Maastricht, è stato un passo decisivo per la perdita della sovranità monetaria. Tuttavia, l’indipendenza delle banche centrali è in realtà parte del processo messo in opera. Tuttavia, quello che implica il primo abbandono della sovranità è ancora più importante dell’abbandono stesso. Una volta che viene lasciata ad altri la scelta della politica monetaria, si deve ammettere che questi ‘altri’ determineranno con le loro azioni le regole di bilancio che è necessario seguire. Privato della sua libertà di variare i parametri della politica monetaria, il governo perde uno dei principali strumenti di politica economica. Ma esso perde anche, in parte, il controllo delle sue risorse fiscali, perché queste sono strettamente correlate al livello dell’attività economica, e al tasso di inflazione. Infatti, le risorse fiscali sono grandezze nominali (e non grandezze reali). Più alto è il tasso di inflazione, maggiori saranno le risorse fiscali. Si noti, infine, che parte del deficit pubblico è un “debito” simile a quello che gli agenti privati emettono per avviare un’attività produttiva. Quindi si pone la questione del suo acquisto, in tutto o in parte, da parte della Banca centrale. Ma questo è vietato dall’euro.
Le consequenze politiche dell’euro
Non si può più regolare la politica monetaria secondo i bisogni dell’economia, il governo deve piegarsi a norme rigorose in materia di bilancio e fiscali. Se un’entità esterna stabilisce ora la politica monetaria, alla fine questa stessa potrà impostare le regole di bilancio e fiscali. Questo è quello che il nuovo trattato, o trattato di stabilità, coordinamento e governance, adottato nel settembre 2012, ha istituzionalizzato. Se il processo di bilancio sfugge al il controllo del governo, lo stesso vale per il processo fiscale. Tuttavia, il fondamento di TUTTE le democrazie risiede nel fatto che i rappresentanti del popolo, il Parlamento, deve avere – lui solo – l’ultima parola sul bilancio e sul fisco. Siamo quindi tornati alla situazione precedente al 1789. Il collegamento tra il cittadino e il contribuente è stato interrotto.
L’euro e la crisi politica
Ecco la causa della crisi democratica. Si manifesta prima come una forte astensione durante varie elezioni. Poi si manifesta anche con una repulsione verso diverse comunità e l’ascesa del “comunitarismo”. Oppure questa ascesa del comunitarismo prende ormai una piega tragica con gli attacchi di “jihadisti” sul territorio nazionale. Da questo punto di vista, la situazione è stata aggravata dal lassismo e dalla complicità dello stato e di alcuni dei suoi eletti al clientelismo [1] con i rappresentanti di questa ideologia.
Si deve imperativamente porre fine a queste pratiche. La politica dell’abbandono della politica da parte dei politici non può che condurre il paese alla tirannia o alla guerra civile. Ma questo richiede di ridare ai politici le capacità di agire con tutti gli strumenti necessari.
I francesi si sentono ormai sempre meno cittadini – e soprattutto perché dovremmo smetterla di macchiare questa parola in maniera totalmente inappropriata – essi si ritirano verso quello che sembra fornire protezione: le comunità religiose, le comunità di origine… In tal modo si precipitano nella guerra civile. Questa è la critica più radicale che possiamo fare all’euro: quella di strappare in maniera decisiva il tessuto sociale e di mettere, letteralmente, i francesi, gli uni contro gli altri. Nella logica dell’euro non c’è altro che quello che descrive Hobbes: la guerra di tutti contro tutti.
Se consideriamo tutti gli aspetti, economici, sociali, fiscali, ma anche politici, l’euro ha avuto, per quasi 17 anni ormai, un ruolo estremamente negativo. Privando i governi dei mezzi per agire, esso accredita l’idea della loro impotenza. Non abbiamo finito di pagarne il prezzo».
[1] Vedere Pina C., Silence Coupable, Paris, Kero, 2016.

martedì 21 giugno 2016

IL POPULISMO E LA LOTTA CONTRO LE ÉLITE TECNO-OLIGARCHICHE di Jacques Sapir

[ 21 giugno ]

In vista della Assemblea-seminario di P101, pubblichiamo un importante recentissima intervista rilasciata da Jacques Sapir [nella foto]. Il tema è quello del "populismo". Il nostro spiega le vere cause del perché in Occidente, di contro alle élite oligarchiche, è la modalità populista quella adottata dalle diverse opposizioni.


D. La crescita dei discorsi ostili alle élite sistemiche trovano un ampio riscontro in Occidente: negli Stati Uniti con Donald Trump, in Francia con Le Pen,nel Regno Unito con coloro che sono per la Brexit. Perché abbiamo raggiunto un tale grado di opposizione tra il popolo e le élite?

R. L'ascesa del populismo è un fenomeno antico che riflette una profonda divisione tra il popolo e la "élite". Questo si manifesta con il fatto che le cosiddetti "élite" non sono più in grado di rappresentare il popolo. Questa frattura, però, ha le sue radici in vari sentimenti.

In primo luogo, c’è nella popolazione la sensazione che i dirigenti ed i politici eletti in termini generali, di fatto, costituiscono una "casta" separata dagli interessi della popolazione. Questo sentimento si nutre della pratica di "auto-segregazione", una lingua usata nei confronti di coloro che non fanno parte della "casta".

Inoltre è alimentato non solo con l'evidente connivenza della politica con il mondo degli affari, ma anche con intrattenimento e il giornalismo dei media mainstream. Pertanto, questo sostiene l'idea che si è in presenza di una "casta", con un particolare stile di vita, vite che sono separate dal resto della popolazione e finiscono ignorando la vita reale della maggior dei cittadini.
Il modello tradizionale sviluppato dal populismo passa per la rappresentazione di due mondi opposti: "loro" e "noi". Nell'immaginario politico francese, questa idea è rappresentata simbolicamente, prima del 1789, nei privilegi della nobiltà e nel terzo stato. Oggi si articola con il carattere apertamente cosmopolitico di questa "casta", piuttosto che nell'idea di una separazione totale delle persone che rimangono attaccate alla nazione.

Ma questo tipo di rappresentazione non riguarda solo l'immaginario politico francese. Si trova in molti paesi. E’ l'opposizione tra il popolo lavoratore, la “gente” e una "elite" corrotta, che troviamo ad esempio negli Stati Uniti con l'opposizione tra Washington e "Capitol Hill", assimilati alla nobiltà inglese e l'americano medio che rappresenta se stesso come il legittimo discendente degli "insorti". Si deve sapere che il populismo è stato parte della cultura politica degli Stati Uniti per un lungo periodo di tempo.

Ciò che sembra nuovo, nel caso di Donald Trump e Bernie Sanders è che le grandi correnti dello "establishement" politico, sia tra i repubblicani che tra i democratici, non è più in grado di incanalare questa dimensione populista.

Ma se torniamo in Europa, anche qui, l'ascesa del populismo non è nuova. Alla tradizionale rappresentazione populista, “il piccolo contro il grande", è venuta a sovrapporsi un’altra, più moderna e più formidabile nel suo effetto: quella di una élite tecnocratica che priva gli elettori del loro potere, e porta un paese gradualmente verso la tirannia.

Questa nuova immagine sta diventando sempre più comune in Europa nel corso degli ultimi quindici anni. Alla sua base ci sono ragioni molto reali. Di fatto, alla base di questo fenomeno rappresentanza c’è la confisca politica dei voti dei francesi e degli olandesi nei referendum del 2005 sul Trattato costituzionale europeo. Più in generale, il populismo si è rafforzato, con l'idea che la voce del popolo si sente sempre meno. Questo spiega la radicalizzazione diìelle opinioni populiste in Europa oggi.

E’ ormai chiaro che il risentimento contro le "élite" si concentra in gran parte contro la UE. I partiti populisti sono situati principalmente in un'opposizione critica e radicale contro l'Unione europea. Ma l'aumento si spiega anche con gli eccessi antidemocratici che osserviamo in questi paesi. Negli ultimi quindici anni —in Europa— gli eccessi antidemocratici dell'integrazione europea sono il brodo di coltura per lo sviluppo del populismo. In un certo senso, è inevitabile.

D. C'è un denominatore comune delle "élite" in Occidente, sia in termini di metodi utilizzati che per l'ideologia che trasmettono?

R. L'ascesa di un potere tecnocratico che pretende di sostituire le opzioni politiche con decisioni "tecniche", e oligarchiche (lo vediamo nella crisi delle classi medie e il divario tra i più ricchi e il resto della popolazione) è il denominatore comune delle élite moderne. Esse sono fondamentalmente oligarchiche nei loro interessi, ma lo nascondono con un discorso basato su pretese tecniche, e questo discorso è essenzialmente una questione economica. Ho identificato questa evoluzione nel mio libro del 2002, "Gli economisti contro la democrazia".

L’abuso di tecniche della cosiddetta "comunicazione" ha sostituito nei partiti i grandi discorsi (come ad esempio la definizione del bene comune), la collusione tra politica e giornalisti del regime dominante conduce ad una relazione intima che fa parte dei metodi di questa élite oligarchica-tecnocratica.

Qui torniamo alla critica del liberalismo sviluppata da Carl Schmitt [nella foto sotto]. Ciò che è in gioco è la spersonalizzazione di azione politica. Questa spersonalizzazione porta alla depoliticizzazione delle società, un processo che porta i semi della sua scomparsa.
Nei sistemi attuali noti come "democrazia parlamentare", il potere, a quanto pare, non è più degli uomini, ma delle leggi. Tuttavia, queste leggi che sono vincolanti come regole generali, non le fanno gli individui perché sono leggi "tecniche".

In un sistema come questo, non c'è spazio per la polemica e lotta per il potere e l'azione politica [1]. C'è spazio solo per la posizione tecnica.

Così abbiamo una spoliticizzazione della politica, perché la maggior parte delle persone sentono che hanno perso la loro capacità di decidere, cioè la loro sovranità. Questa è la parte che gli analisti politici non capiscono, non capiscono il luogo fondante della sovranità nella democrazia. E’ l'argomento del mio recente libro Sovranità, democrazia, laicismo [2]. Un fattore aggravante per questa spoliticizzazione si chiama, "posizione morale", che caratterizza gran parte della politica dalla fine degli anni ‘80.

In realtà, questa "posizione morale" è solo un’apparenza, una ideologia nel senso marxista. Esiste solo per mascherare il potere di quella che ho chiamato l'élite oligarchico-tecnica. Il processo che ho descritto è sempre più chiaro per la maggior parte delle persone. Questo è ciò che spiega il crescente successo dei movimenti populisti. La sensazione di essere privati ​​del potere democratico è combinata con una sensazione ancor più reale; è la rabbia che deriva dal fatto che questa politica è venuta avanti spossessando la maggioranza, con un pretesto "morale".

E’ difficile immaginare una situazione peggiore di quella per cui un piccolo gruppo che agisce contro la morale, usa la "morale" come pretesto. E’ il collasso politico e morale di quella che è stata chiamata la "generazione morale" in Francia. Questa generazione che maturò politicamente con Mitterand (Hollande è uno dei rappresentanti) si lascia dietro solo macerie e delusione.

D. Cosa dovrebbero fare le élite cambiare per riconquistare la fiducia della gente?
R. Queste elite dovrebbero comprendere la natura profonda del processo che li vede coinvolti e contestarlo. Ma per fare ciò le élite dovrebbero essere disposte a mettere in discussione l'ideologia che legittima il loro potere. E’ molto improbabile che ciò accada. Sarebbe il suicidio politico della classe politica, sia di "sinistra" che di destra.

Quindi, dobbiamo capire che questa espropriazione di potere legittimo ha anche prodotto un accumulo di ricchezza sorprendente, e che le élite. L'ideologia che legittima il progetto europeo è la religione che ha formato queste élite.

Ci sono personaggi sono diventati archetipi di questa nuova religione. Vedi la Commissione europea; Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici, o Dijsselbloem. Tutti combinano l'arroganza di queste élite (in procinto di diventare casta), con il potere di imporre il "dogma" di una religione laica associata con il potere di decidere può, finalmente, produrre una grande appropriazione di benefici materiali e li qualifica pienamente come membri dell'oligarchia.

Ma questa trasformazione di integrazione europea in una nuova religione è stata accompagnata da misure che stanno uccidendo l'Unione europea. A questo proposito, il ruolo dell'Euro è importante. Questo fatto è ora riconosciuto dalle autorità nell'economia globale. Così dice Lord Mervyn King, ex governatore della Banca d'Inghilterra e della Banca centrale del Regno Unito (dal 2003 al 2013), che ha appena pubblicato un libro. [3] Questo è stato riconosciuto anche da Joseph Stiglitz, premio Nobel, nel suo ultimo libro, dedicato al rischio che l'euro rappresenta per l'economia dell’Unione europea. [5]

La pubblicazione di questi due libri è sintomatica. Quello che si dimentica di dire, però, è che c'è una dimensione politica, quella della sovranità a cui ho dedicato il mio nuovo libro [6], e quindi vi è la dimensione economica, di cui parlano Lord King e Stiglitz.

L’élite europea invece di ammettere il disastro va avanti con conseguenze e saranno catastrofiche. Chiaramente non è più in grado di mettere in discussione le propri credenze religiose. Pertanto essa va rimossa.

Poiché l'unico modo per uscire da questa situazione per i leader politici sarebbe rimettersi a fare della politica: ripensare il nostro rapporto con l'Unione europea; il modello economico e sociale che vogliamo per prossimi trenta anni; la questione delle alleanze nella nostra politica estera e la questione delle istituzioni e la reintroduzione di autentici meccanismi democratici.

Notiamo che in Francia ci sono tre persone che fanno un discorso politico differente: Marine Le Pen, Nicolas Dupont-Aignan [leader di Debout la République. Ndt] e Jean-Luc Mélenchon [leader del Parti de gauche, Ndt]. Tuttavia, sarà istruttivo vedere cosa diranno la notte del primo turno nelle elezioni presidenziali del 2017. Poiché questi tre candidati, nonostante le loro differenze, sembrano essere collegati in alcune questioni politiche.

D. Quanto tempo durerà questa situazione? Quale potrebbe essere la soluzione in Francia?
R. E’ chiaro che il divario tra l'élite, quello che Chevènement ha chiamato "establishment" e la maggior parte della popolazione è un importante fatto politico. La vittoria del "NO" nel referendum del 2005 è stata una prima sollevazione democratica, ma una sollevazione, per emergere vittoriosa, può richiedere atteggiamento populista.
In determinate condizioni, la legittimità carismatica, che è il cuore del populismo, aiuta la democrazia. Il nemico principale dello Stato democratico e dei principi dell’ordine democratico, non è solo lo stato reazionario, è anche lo stato di collusione, uno Stato dominato da caste oligarchico-tecnocratiche, quelle che non si sono staccate mai dal potere in Europa nel corso degli ultimi trent'anni anni. Uno Stato che unisce la legittimità democratica alla legittimità burocratica e che è attraversato dalla contraddizione fondamentale tra queste due forme di legittimità.

Per evitare che lo "Stato democratico" si converta in "Stato di collusione" è necessario re-introdurre una dimensione carismatica, modellando in tal modo lo Stato populista. E questo solleva la questione della politica.

La politica è definita dalla contrapposizione tra amici e nemici. Nell'arena politica, ci sono scontri irriducibili che coinvolgono, all'interno di ogni campo, le alleanze per definire chi vince. In questo ambito le differenti sensibilità possono riacquistare i loro diritti e la presenza di disaccordi diventa legittima.

Questa è la sfida del conflitto politico attuale. Sappiamo che in Spagna esiste Podemos, con una dimensione carismatica ovvia. Pertanto, non sembra opportuno identificare il concetto di populismo con il suo aspetto negativo. Il populismo non diventa demagogico dal momento che centrale è la sua dimensione carismatica. Molte volte decisioni eccezionali richiedono giustamente azioni eccezionali.

Adesso, tra la casta oligarchico-tecnocrática e gli avversari, la frattura è profonda e irrimediabile. In Francia, a questo, si aggiunge il fatto che l'attuale potere —Hollande e Valls— è profondamente screditato e delegittimato.


Questo potere può essere mantenuto attraverso una combinazione di forza repressiva e artificio. Esso si baserà su meccanismi istituzionali, ad esempio, la 49-3, [L’articolo 49, comma 3 della Costituzione francese consenta al governo di far passare una legge senza passare per il voto favorevole del Parlamento. E’ quel ch sta facendo l’attuale primo Ministro Manuel Valls. Ndt]), cercheranno anche di corrompere alcuni segmenti della società in una logica clientelare che è la contropartita della sua natura oligarchica. Ma saranno costantemente di fronte a rivolte locali. Vivremo mesi molto problematici, le elezioni presidenziali avranno la natura di un referendum. E vedremo se arriveremo tanto lontano.


*Traduzione a cura della Redazione di SOLLEVAZIONE
** Fonte: salir de l’euro



NOTE

[1] Bellamy R., (1994). ‘Destronar política “: liberalismo, constitucionalismo y democracia en el pensamiento de FA Hayek British Journal of Political Science, 24, pp 419-441 ..

[2] Sapir J., Soberanía, democracia, laicismo, París, Michalon de 2016.

[3] King, Mervyn A., El Fin de la alquimia: Dinero, Banca y el futuro de la economía mundial, Londres, Little, Brown.

[4] http://www.telegraph.co.uk/business/2016/02/28/lord-mervyn-king-forgive-them-their-debts-is-not-the-answer/

[5] Stiglitz Joseph E., El Euro: y TIC amenaza para el futuro de Europa, Nueva Yok, Allen Lane, 2016.

[6] Sapir J., Soberanía, democracia, laicismo, Michalon, París, enero de 2016.

mercoledì 8 giugno 2016

SCIOPERI IN FRANCIA: QUANDO LA VIOLENZA È LEGITTIMA DIFESA di Jacques Sapir

[ 8 giugno ]

Il Primo Ministro, il governo e la stampa subalterna si scatenano contro la CGT e qualificano gli scioperi che coinvolgono le raffinerie di “terrorismo sociale”. Il discorso tenuto da Manuel Valls è in totale contraddizione con quello che egli tenne nel 2010. Verità nell’opposizione, errore nella maggioranza…

Ma ciò che preoccupa è che, con la sua pratica, come una gestione esclusivamente poliziesca del movimento o per l’uso eccessivo dell’articolo 49.3 per far passare la legge “El Khomri”, (Un Consiglio dei ministri del 10 maggio 2016, ha autorizzato il Primo ministro ad impegnare la responsabilità del governo di fronte all’Assemblea Nazionale per il voto in prima lettura del progetto di legge che mira ad istituire nuove libertà e tutele per le imprese e gli attivi societari - “legge Lavoro” o “legge El Khomri” - . L’art. 49.3 della Costituzione francese del 1958 dà la possibilità al capo dell’esecutivo di adottare immediatamente un progetto di legge senza essere sottoposto al voto del Parlamento. N.d.T.), o per il suo linguaggio, egli instaura un clima di guerra civile in Francia.

Egli lo attua mentre viviamo, almeno in teoria, in uno stato di emergenza. Questo comportamento completamente irresponsabile costituisce oggi una minaccia per la pace civile.

Il ricatto dell’UE e dell’euro

La verità, negata dal governo ma ampiamente rivelata dalle molteplici dichiarazioni di dirigenti dell’UE, è che questa legge “El Khomri” è il ricatto che dobbiamo pagare a Bruxelles, all’Unione Europea e all’euro per far ammettere un deficit che supera le norme.[2] E’ per questo che il governo vi tiene tanto e che non vuole, e non può, ritornare sulla sua decisione.

Siamo dunque ricattati, cosa logica poiché non siamo più sovrani. Ma, questa legge non costituisce più precisamente una parte del ricatto. Già Emmanuel Macron, ministro dell’economia, annuncia una politica di moderazione salariale, cioè la dieta per i salariati, nel momento stesso in cui si oppone ad una misura simile per il padronato. Bel ragionamento di un uomo che confonde un governo con un consiglio d’amministrazione. Perché, nello spirito del Signor ministro, è ben presente il fatto che la Francia non potendo più svalutare, non può ristabilire la propria competitività che con la corsa al minor costo salariale. La volontà di condurre ogni negoziato nello stretto quadro degli “accordi di impresa” a discapito degli accordi di categoria o degli accordi nazionali, indebolisce in modo drammatico il rapporto di forza dei salariati nei confronti dei padroni.

Rapporto di forza e legittima difesa

Rapporto di forza, ecco la parola che irrita ma che comunque si impone. Non vi è buon negoziato se non con un rapporto di forza costruito e, spesso, affinché sia così occorre fare intervenire agenti esterni al negoziato. Cosa che ci conduce direttamente alla questione degli scioperi e dei blocchi attuali. C’è conflitto, e questo è evidente per tutti. Questo conflitto oppone il governo, e gran parte della “classe politica” di “sinistra” come di destra, ad una larga maggioranza della popolazione che i sondaggi danno tra il 70% e il 74% in opposizione a questa legge.[4] Da questo punto di vista, il ricorso a forme di lotta più violente costituisce una forma di legittima difesa. Una legittima difesa sociale, sicuramente, contro misure contenute in una legge che sono state imposte dall’estero in disprezzo delle regole democratiche, ma tale legittima difesa sociale non è meno legittima.

E’ chiaro che queste forme di lotta creano disordine, e coinvolgono persone che non sono direttamente implicate. Ma, questo disordine non fa che rispondere ad un disordine iniziale, che risulta dall’utilizzo dell’articolo 49-3. Pretendere allora di urtarsi per le conseguenze e non per la causa, rivela la più pura ipocrisia. Non si possono condannare i blocchi se, in origine, non si condanna l’uso del 49-3, e più in generale la tattica del governo che non apporta che risposte poliziesche ad un movimento sociale. Di fatto Manuel Valls si rivela un emulo di Jules Moch (uomo politico francese. Entrò in Parlamento nel 1928 per la SFIO. Nel 1938 fece parte del secondo governo di Leon Blum; dal 1940 entrò a far parte della Resistenza, rifugiandosi poi in Gran Bretagna. Rientrato poi in Francia dopo la liberazione, fu ministro dei Lavori Pubblici dal 1945 al 1947 e successivamente degli Interni dal 1947 al 1950. Si segnalò per la repressione dei grandi scioperi a guida CGT del 1947-1948, N.d.T.).

Ipocrisie e coerenza

Eppure, queste non sono le uniche ipocrisie suscitate da questo movimento di protesta. Come qualificare diversamente l’atteggiamento dei dirigenti di un partito che proclama a parole la sua opposizione alle pratiche e alle politiche promulgate dall’UE, ma che non ha che “l’ordine” in bocca quando si tratta dei blocchi delle raffinerie e dei depositi di carburanti. Tuttavia, si sappia, essi non condannano la legittima difesa in modo sistematico. Che riflettano dunque sull’origine dei disordini che pretendono di condannare e vedranno tutta l’incoerenza delle proprie posizioni.

C’è anche molta ipocrisia nelle condanne dei blocchi da parte di quei deputati di opposizione che sono i primi ad indignarsi contro le misure europee e contro la perdita di sovranità che queste comportano, ma che hanno la nausea quando i lavoratori passano concretamente all’azione contro queste misure.

C’è infine un’immensa ipocrisia nel comportamento di quei membri del P “S” che condannano senza condannare la legge El Khomri, e che rifiutano di dire le cose come effettivamente sono perché capiscono bene che l’origine di tali questioni sono l’Unione europea e l’euro.

Ciò che minaccia oggi la Francia, è la combinazione di due fenomeni. Da un lato, la testardaggine di questo governo che non è altro che il procuratore di una potenza straniera e che, per non dispiacere ai suoi veri padroni, è pronto a far piombare il paese nella guerra civile. Dall’altro, l’ipocrisia generalizzata di molti, e la mancanza di coerenza che rivela questa ipocrisia. Poiché, i nostri avversari, quelli di Bruxelles e di Francoforte, quelli che cercano di imporre alla Francia ciò che hanno già imposto in Grecia, in Spagna e in Italia, loro, sono coerenti.

Note
[1] Si veda http://www.lefigaro.fr/vox/politique/2016/05/17/31001-20160517ARTFIG00137-ce-que-la-loi-el-khomri-doit-a-l-union-europeenne.php
[2] Si veda il “Rapporto per la Francia” redatto nel febbraio 2016 dai servizi della commissione europea, pp. 82 e ssq. http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/csr2016/cr2016_france_fr.pdf
[3] http://leplus.nouvelobs.com/contribution/1512903-les-francais-hostiles-a-la-loi-el-khomri-le-peuple-a-ete-et-reste-tres-mal-informe.html
[4] Si veda Sapir J., “Nous y voilà (49-3)” nota pubblicata sul giornale RussEurope l’11 maggio 2016,https://russeurope.hypotheses.org/4941


Fonte communcommune.com
Traduzione di Massimo Marcori per Marx21.it

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