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mercoledì 12 febbraio 2020

I TEDESCHI PIÙ POVERI D'EUROPA?

Vale la pena segnalare un'indagine della Bce del 2013. Essa prendeva in considerazione anzitutto il tasso di proprietà immobiliare delle famiglie. 
Era già noto che esso è in Germania tra i più bassi, mentre nei paesi mediterranei è decisamente più alto, così noi, ma anche greci e spagnoli, risultavamo più ricchi dei tedeschi. Per di più il tasso d'indebitamento dei cittadini tedeschi era tra i più alti della Ue. 
Di acqua ne è passata sotto i ponti. Una nuova indagine mostrerebbe di sicuro che le politiche austeritarie adottate per stampellare l'eurozona, hanno causato un impoverimento dei paesi mediterranei (a cominciare dalla Grecia) a tutto vantaggio della Germania.

LA RICETTA DELLA M.M.T. di Gianluigi Paragone

Venerdì scorso ho avuto modo di organizzare assieme all’amico Thomas Fazi un incontro/dibattito con Bill Mitchell, uno dei massimi esponenti mondiali della Modern Monetary Theory (Mmt), teoria macroeconomica di cui sempre più si stanno affermando gli spunti e gli strumenti per uscire dal fanatico rigore neoliberista incistato nei trattati europei. Di Mmt ne hanno discusso recentemente sia Mario Draghi (che in quanto “allievo” di Federico Caffè conosce bene la dottrina di Keynes, che sta alla base del postulato Mmt), sia colei che ne ha preso il posto alla Bce, Christine Lagarde. 

venerdì 7 febbraio 2020

MES: IL SUPERSTATO DI POLIZIA ECONOMICA di Alessandro Somma

Un Superstato di polizia economica

 
Nel corso degli anni l’Europa unita è divenuta un catalizzatore di riforme che elevano il principio di concorrenza a paradigma dello stare insieme come società, e impediscono a principi alternativi di persistere o eventualmente di riemergere. I Paesi membri sono chiamati a tradurre le leggi del mercato in leggi dello Stato, riducendo così l’inclusione sociale a inclusione in un ordine incentrato sul libero incontro di domanda e offerta.

venerdì 17 gennaio 2020

MONETE COMPLEMENTARI: UNA CRITICA di Leonardo Mazzei

Commentando un mio articolo sui CCF (Certificati di Credito Fiscale), un nostro lettore — Dianade — così scriveva il 6 gennaio scorso: 
«Lo so che c'é tanta informazione in rete su minibot e CCF, però che io sappia non c'é nessuno studio che faccia dei raffronti e spieghi le differenze tra l'uno e l'altro e tutte le implicazioni.
E non solo tra questi due, c'é anche la proposta di Mazzei dei BTP famiglia, c'é quella di Conditi, di Zibordi, la moneta parallela, etc. Io non mi ci raccapezzo. Credo che anche molti altri».

FUORI DALL'EURO SI PUÒ: ECCO COME di P101

Non si ferma la ingannevole campagna mediatica per terrorizzare i cittadini: inflazione e svalutazione fuori controllo, salari e pensioni in fumo, risparmi distrutti, mutui e bollette alle stelle. Occorre rispondere in modo deciso, poiché uscire dall’euro non è solo necessario, non è solo possibile, è conveniente.  
La Sinistra patriottica indica le mosse da fare per diventare un Paese sovrano e avviare una nuova politica economica.

giovedì 9 gennaio 2020

KEYNES E MARX A CONFRONTO di Moreno Pasquinelli


Riteniamo utile ripubbicare questo breve saggio apparso su SOLLEVAZIONE nll'ottobre 2012


La crisi capitalistica cause e soluzioni
 


Premessa

L’attuale crisi sistemica del capitalismo occidentale sta mandando in pezzi la scuola monetarista di Milton Friedmann e con essa l’ortodossia liberista e i suoi due massimi assiomi.

lunedì 23 dicembre 2019

È QUI, TRA NOI... BABBO NATALE? NO LA RECESSIONE

[ lunedì 23 dicembre 2019 ]

«Le imprese manifatturiere della provincia di Udine hanno visto la produzione scendere dello 0,9% nel primo trimestre 2019, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nel secondo trimestre il calo è stato del 2,7% e nel terzo del 3,7. Una valanga che aumenta di velocità con il passar del tempo.La Lombardia si avvicina alla crescita zero».

I dati del Bollettino economico della Bce ci dicono che stessa è la tendenza in Veneto, Piemonte ed anche in Emilia, ovvero nelle eree che sono il motore industriale del Paese.

Dati che si spiegano con il forte calo delle esportazioni, causato a sua volta dalla crisi delle locomotiva tedesca.

Afferma Anna Mareschi Danieli, presidente della Confindustria udinese: «Cos'altro ci vuole per capire che il Paese deve urgentemente cambiare rotta».


Giusto, ma quale rotta?


Non è difficile immaginare a quale alluda il grande padronato: avanti con la globalizzazione liberista, rispetto delle compatibilità eurocratiche, subalternità economica alla locomotiva (spompata) tedesca, insistere quindi sul modello esportativo basato sulla competizione sfrenata fondata su maggiore sfruttamento della manodopera e bassi salari. Quindi non solo accettare la chiusura di migliaia di aziende con l'accrescimento della disoccuazione, perciò un'ulteriore compressione della già depressa "domanda interna".

Non un "cambio di rotta" quindi, ma esattamente il contrario, ovvero una "avanti tutta verso il baratro", ciò nella convinzione che la recessione sia solo passeggera e che la tendenza protezionistica avviata dagli Stati Uniti sia solo una "follia" passeggera.

Non è così! La verità è che il lungo ciclo costituito dall'accoppiata della globalizzazione liberoscambista e della finanziarizzazione sfrenata è al tramonto, che la tendenza delle economie e degli stati nazionali a proteggersi dalla concorrenza e premunirsi dal rischio di un nuovo grande shock finanziario non è momentanea ma tenderà a rafforzarsi.

Se questo è vero c'è un solo possibile "cambio di rotta" per il nostro Paese: rilanciare la "domanda interna", stroncare la disoccupazione di massa, aumentare i salari, ciò che chiede riportare lo Stato, come afferma la Cosituzione, ritorni al centro dell'economia affinché ridiventi il motore e la testa di un grande piano economico di rinascita e di investimenti.

Chiediamoci: è questo possibile restando nella gabbia dell'Unione europea?
 
La risposta è no. L'ITALEXIT, la riconquista della sovranità politica e monetaria sono la sola via per uscire dal marasma.


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mercoledì 30 ottobre 2019

TASSE ED EVASIONE, LA VERITÀ di Enrico Gatto

[ mercoledì 30 ottobre 2019 ]
L'Italia dal 1992 è in avanzo primario (a eccezione di un disavanzo dello 0,9% nel 2009). Questo significa che le entrate fiscali (tasse) sono superiori alla spesa pubblica (in soldoni a noi cittadini torna indietro meno di quanto paghiamo).
Al contrario di quanto racconta la vulgata ideologizzata "terrorista" e autorazzista del siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità, perciò, il nostro è un Paese assai virtuoso da quasi 30 anni (nessuno al mondo ha fatto meglio nello stesso periodo).



Fatta questa premessa passiamo ad analizzare le vere funzioni delle tasse (esse non servono infatti a pagare la spesa pubblica).
Lo Stato impone tasse ai propri cittadini:
1. Per imporre la moneta a corso legale (obbligando di fatto i cittadini ad utilizzarla in quanto l'unica accettata per il pagamento, appunto, degli oneri fiscali);
2. Per controllare l'inflazione (tassando più o meno si riduce/aumenta la massa monetaria e si regolano i prezzi);
3. Per redistribuire la ricchezza.
La spesa pubblica è fatta a monte del prelievo fiscale e si sostiene con l'emissione monetaria (fatta d'imperio e sovranamente dallo Stato*, dal nulla).
Prima si spende e si mette in circolazione la moneta e solo poi si raccoglie tassando.
A questo punto è evidente che evadere le imposte non sottrae soldi alla spesa pubblica (ospedali, scuole, strade, servizi, ecc.) in quanto le tasse non servono a quello scopo e anzi l'evasione, mantenendo una maggiore quantità di denaro in circolo nell'economia reale (gli evasori quei soldi li spendono o li investono), contribuisce un po' a ridurre la deflazione e a impedire una più brutale crisi e recessione. Non suggerisco assolutamente di lodarla ma quantomeno di valutare bene i motivi che spingono a tale pratica e, in parte, a giustificarla perché una pressione fiscale che supera il 60%, e spesso costringe a chiudere e spinge a suicidarsi, è immorale (le multinazionali, invece, "eludono a norma di legge" pagando meno del 5% - o addirittura zero - di oneri, facendo quindi concorrenza sleale, costringendo a chiudere migliaia di piccole e medie imprese e riassorbendo molti meno lavoratori - e a condizioni peggiori - rispetto ai posti che distruggono).
La stigmatizzazione e persecuzione del piccolo evasore, ovviamente, non è la soluzione (è una falsa soluzione a un problema distorto) ma fa presa sul senso comune (artatamente confezionato); serve solo a distrarre dalla necessità di altri veri interventi di natura macroeconomica e ad alimentare la guerra orizzontale tra gli ultimi (il sempiterno divide et impera).
* Nella scellerata €urozona, per scelta politica, si è demandato questo ruolo a una Banca Centrale privata: gli Stati debbono elemosinare a prestito la moneta dalle banche commerciali private tramite l'emissione e la vendita di titoli del debito pubblico sul mercato. Il debito è inestinguibile (ma nemmeno deve essere ripagato) per una questione di matematica finanziaria sugli interessi compositi (dal 1980 abbiamo pagato 3900 miliardi di €uro di interessi a fronte di un debito che oggi è di quasi 2500 miliardi) e così si è ingabbiati e ricattati (da gruppi bancari e finanziari), grazie ai trattati, in secula seculorum.

venerdì 18 ottobre 2019

FINANZIARIA RECESSIVA: CE LO CHIEDE L'EUROPA di Leonardo Mazzei

[ venerdì 18 ottobre 209]

Liberarsi dalla gabbia dell'euro e dell'Ue è la vera emergenza: la Legge di Bilancio 2020 è lì a dimostrarlo

Sabato scorso abbiamo manifestato a Roma per liberare l'Italia dalla gabbia eurista. Ieri, invece, il governo ha diligentemente inviato a Bruxelles il DPB (Documento Programmatico di Bilancio), che anticipa ai signori dell'Ue quel che i parlamentari italiani dovranno approvare nel dettaglio nella Legge di Bilancio vera e propria.

Quale sia il legame tra questi due eventi è facile da capirsi. Senza rompere la gabbia eurista l'Italia non ha futuro. E la Finanziaria del Conte-bis (chiamiamola così, all'antica, che ci capiamo meglio) è lì a ricordarcelo. Tutti sanno che con l'attuale crescita zero, che annuncia una probabile recessione alle porte, sarebbe stato necessario rilanciare gli investimenti, la spesa pubblica ed i i consumi. Avviene invece l'esatto contrario: gli investimenti (peraltro del tutto insufficienti) sono rinviati ad un non meglio precisato futuro, la spesa pubblica subirà nuovi tagli, mentre le nuove tasse peseranno per circa 13 miliardi (md) di euro. Auguri vivissimi agli italiani, al popolo lavoratore in primo luogo, ma è chiaro che questa politica non solo non contrasta la recessione, al contrario la alimenta.

Come naturale, nella manovra firmata Gualtieri non mancano, qua e là, misure sensate ed approvabili, come l'abolizione del super ticket o quella del cosiddetto "bonus facciate" per le ristrutturazioni condominiali. Ma si tratta appunto di cose di facciata. Piccole caramelle inserite nella solita legge-monstre che, spaziando quest'anno dai 23 md dell'IVA alla tassa sulle bibite zuccherate, consente ad ognuna delle forze di governo di intestarsi questa o quella misura, lasciando ovviamente quelle più impopolari - la stragrande maggioranza - senza padri né madri.

Meglio allora non farsi distrarre troppo ed andare all'essenziale. La Finanziaria 2020 è figlia del sistema dell'euro, ed è stata partorita da quello che abbiamo definito come il governo della restaurazione. Nessuno stupore dunque, ma una critica puntuale del lavoro di lorsignori è quanto mai opportuna.

Per non farla troppo lunga, proviamo a sintetizzare per punti.



Perché la Finanziaria è recessiva


Proprio mentre la congiuntura economica avrebbe richiesto provvedimenti anti-ciclici, cioè di contrasto al trend recessivo, il Conte-bis fa l'esatto contrario. Da un lato si continua con l'assurdità degli avanzi primari (1,1% del Pil nel 2020, per poi risalire addirittura all'1,6% nel 2022: non si dica mai che non facciamo i compiti a casa!). Dall'altro, portando il deficit tendenziale del 2,7% ad un programmatico del 2,2% si sottraggono all'economia italiana circa 9 md di euro. Di questi tempi, non proprio una bazzecola.

Ora, l'Italia è l'unico paese al mondo che, con la sola eccezione del 2009, è in avanzo primario da oltre un quarto di secolo (per l'esattezza dal 1992). Vogliamo continuare a migliorare questo ben poco invidiabile record? Per chi ancora non lo sapesse, l'avanzo primario è la differenza tra le entrate e le spese dello Stato. Dunque, sono 28 anni che le entrate superano (e di gran lunga) le uscite. Come noto il problema è che a valle di questo calcolo c'è il pedaggio da pagare ai possessori dei titoli del debito pubblico, quello che - già nel 1981 - Ciampi ed Andreatta (ricordiamo sempre i loro nomi) vollero mettere nelle mani dei pescecani della finanza internazionale. Riguardo al 2020, a causa di un'incidenza degli interessi prevista nel 3,3% del Pil, l'avanzo dell'1,1% diventa così un disavanzo del 2,2%, Che è come dire che anziché avere 19 md in cassa, ne dovrò invece pagare 38.

Non è questa la sede per approfondire il discorso e mi fermo qui. Ma possiamo continuare a farci del male in questo modo? Per gli eurocrati assolutamente sì. Anzi, quel risultato ancora non gli basta, che il Fiscal compact prevede sacrifici ancor più duri. Ma almeno l'Europa è contenta, così si dice. Che lo siano anche gli italiani è invece cosa dubbia assai.



Il trucco sull'IVA e quello sull'evasione fiscale


Ma, si dice ancora, l'IVA, almeno quella, ce la siam tolta dai piedi! Peccato non sia così. La cosiddetta "clausola di salvaguardia" è stata solo congelata per il 2020. Per il 2021 la clausola rimane per un importo di 18 miliardi. Sai che gioia veder ripartire la stessa litania sull'aumento IVA da disinnescare già dalla prossima primavera.

"Disinnescare". Il problema è che con certi artificieri il risultato è pressoché certo: l'IVA non aumenta, ma aumentano altre cento tasse. Che è esattamente quello che avverrà con questa Finanziaria. Le misure di copertura della manovra ammontano infatti a 15,4 md. Di questi 2,7 arriveranno da nuovi tagli, 12,7 da maggiori entrate tributarie.

Attenzione adesso, perché la propaganda governativa voleva far credere, fino a pochi giorni fa, che ben 7,2 md sarebbero stati incassati con il maggior contrasto all'evasione fiscale. Questa balla non ha retto alla prova dei fatti, ed ora nel DPB l'obiettivo è stato ridotto più realisticamente a 3,4 miliardi.

Ma anche su questi 3,4 md ci sarebbe molto da dire. La lotta all'evasione, di cui il Conte-bis si fa gran vanto, non è infatti rivolta contro i grandi evasori, gli esportatori di capitali, le aziende che trasferiscono fittiziamente la loro sede legale all'estero, gli allegri fruitori dei vantaggi offerti dai paradisi fiscali, bensì contro i piccoli: piccoli commercianti, piccoli artigiani, piccoli lavoratori autonomi che spesso senza un po' di nero non potrebbero neppure sopravvivere.

D'altronde, la lotta alla grande evasione è resa sostanzialmente impossibile proprio da quelle regole neoliberiste, come quella sulla libera circolazione dei capitali, sulle quali si fonda l'Unione Europea.

Detto questo, lotta alla piccola evasione a parte, da dove vengono i restanti 9,3 md? Tre le voci previste: 1) le maggiori entrate dei lavoratori autonomi che utilizzano l'ISA (3 md); 2) i tagli alle agevolazioni fiscali e la nuova tassa sulla plastica (2 md); 3) una miriade di nuovi balzelli su acquisto prima casa, certificazioni penali, sugar tax, tabacco, gioco d'azzardo, eccetera (4,3 md).

Come si può ben capire siamo decisamente di fronte ad un forte aumento della pressione fiscale. L'esatto contrario delle promesse di agosto. Un aumento spalmato in tanti rivoli affinché non si veda troppo, ma non per questo meno pesante.



La miseria della riduzione del "cuneo fiscale"


Ovviamente il governo si fa bello per la riduzione del cosiddetto "cuneo fiscale" a vantaggio dei lavoratori. In realtà siamo di fronte a cifre davvero miserevoli: 3 md per il 2020, 6 per il 2021. Ancora non è chiaro chi sarà veramente il beneficiario di questa misura. Prima sembrava che la platea fosse quella fino a 26mila euro lordi (la stessa degli 80 euro di Renzi), adesso si dice che si arriverà fino ai 35mila euro. Inutile dire che più si allargherà la platea, più si ridurrà il beneficio medio. Da alcune indiscrezioni (vedi il Sole 24 Ore del 17 ottobre) si apprende comunque che i percettori di redditi fino a 24.050 euro lordi non avranno alcun beneficio.

Staremo a vedere, ma quel che si può dire fin d'ora è che siamo di fronte ad una misura davvero modesta, poco incisiva in generale e del tutto inefficace sul piano macro-economico.



Lotta al contante: perché?


Quella della lotta al contante è la vera ossessione del momento. Alcune ipotesi (come quella dell'aperta penalizzazione del contante) sono saltate, ma la sostanza resta. Perché è ovvio che si penalizza il contante anche solo favorendo i pagamenti elettronici. Ma, soprattutto, è chiaro che siamo solo all'inizio di un'offensiva che punta a dare alle banche (ed al mondo della finanza) il totale controllo della circolazione del denaro. Un controllo che arriva anche a monitorare ogni aspetto della vita delle persone.

Quello della lotta all'evasione fiscale è più che altro un pretesto. Per capirlo c'è un esempio che basta ed avanza. Pare che una delle misure decise sia quella di accettare le detrazioni per le agevolazioni fiscali previste dalla legge, solo se i pagamenti verranno fatti con carta o bonifico bancario. Cosa c'entra tutto ciò con l'evasione fiscale? Nulla. Assolutamente nulla. Come ovvio, già oggi ogni detrazione si appoggia su un documento fiscale (fattura o scontrino) che attesta l'avvenuto pagamento ed il codice fiscale di chi lo ha effettuato. Per quale motivo, dunque, si dovrebbe andare in farmacia a comprare l'aspirina con la carta di credito anziché con i soliti spiccioli?

Ovvio, lo si dovrà fare perché così vogliono i pescecani della finanza, altro che lotta all'evasione fiscale!

A questa autentica porcata non resta che opporsi con ogni strumento, a partire dalla campagna in difesa del contante lanciata dai partecipanti alla manifestazione del 12 ottobre.



Conclusione


Vista la natura dell'attuale opposizione (si pensi al dietro-front di Salvini sull'euro), non è detto che il governo paghi subito la pochezza di questa Finanziaria di mero galleggiamento, una manovra senz'anima se non quella del solito signorsì ai padroni di Bruxelles, Francoforte e Berlino. Di certo pagheranno invece gli italiani, pagherà il popolo lavoratore.

Quella del precisino Gualtieri è una Finanziaria dove mancano soprattutto gli investimenti pubblici, dove scuola e sanità restano solo titoli senza impegni, dove lo Stato tradisce ancora una volta i più importanti principi costituzionali.

Ma restando nella gabbia dell'Ue, ed avendo spazzato via l'almeno contraddittorio esecutivo gialloverde, non c'erano dubbi sul segno della manovra autunnale del governo della restaurazione.

Così ha scritto 2 settimane fa Programma 101: «Non c'è alcuna possibilità di uscire dalla crisi dentro la gabbia europea. Se i risultati della "flessibilità" transitoria ottenuta dal governo della restaurazione sono questi, figuriamoci cosa dobbiamo attenderci per il futuro. Nell'euro e nella Ue si soffoca, l'Italexit è sempre più necessaria».

Verità semplici che la Finanziaria di Gualtieri ci ha puntualmente confermato.




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mercoledì 2 ottobre 2019

MANOVRA 2020: ECCO A VOI IL CONTE-BIS di Comitato Centrale di P101

[ mercoledì 2 ottobre 2019 ]

COMUNICATO N. 11/2019 DEL COMITATO CENTRALE DI P101




La manovra senz'anima del governo della restaurazione


Alla fine il Consiglio dei ministri ha partorito la Nadef, la settembrina Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza che fa da cornice alla Legge di bilancio vera e propria.

Solo da quest'ultima, la cui presentazione è prevista per metà ottobre, si capiranno i dettagli di una manovra economica che si annuncia di puro galleggiamento, senz'anima e senza idee forti. Una manovra comunque recessiva e con più tasse, nella quale - come avevamo ampiamente previsto - le mille promesse di agosto si sono sciolte come neve al sole.

Se la Legge di bilancio ci dirà di più, un giudizio politico sull'operato del governo della restaurazione è già possibile.

1. Le clausole di salvaguardia sull'IVA solo congelate, non cancellate


Come sapevamo, il Conte-bis potrà beneficiare di una maggiore flessibilità europea sul deficit, rispetto a quella ben più striminzita con la quale gli eurocrati puntavano a mettere con le spalle al muro il precedente governo gialloverde. Mentre a quest'ultimo si chiedeva un deficit all'1,6-1,8% sul Pil, all'attuale governo verrà concesso il 2,2%. Quattordici miliardi in più rispetto al tendenziale, fissato - calcolando l'aumento dell'IVA e le minori spese per Reddito di cittadinanza e Quota 100 - all'1,4%. Questa scelta eminentemente politica, con la quale l'Ue ha inteso premiare un governo servile e subalterno, è tuttavia modesta e, soprattutto, limitata al solo 2020. La riprova sta nel fatto che le clausole di salvaguardia dell'IVA non sono state cancellate, bensì solo congelate per il prossimo anno. Ciò significa che già dalla primavera prossima ripartirà il solito tormentone su come rinviarle un'altra volta, condizionando così ogni possibilità di future manovre davvero espansive.

2. Una finanziaria recessiva che toglierà all'economia reale almeno 9 miliardi di euro


Dai conti del governo si evince che a legislazione vigente, e senza aumento dell'IVA, il deficit 2020 si sarebbe attestato al 2,7%. Portarlo al 2,2% significa togliere all'economia nazionale qualcosa come 9 miliardi di euro. Una sottrazione tanto più grave di fronte all'attuale crescita zero ed all'attesa di una recessione vera e propria. Una sottrazione che avverrà principalmente con un aumento della pressione fiscale (previsto il recupero di circa 10 miliardi e mezzo) e con nuovi tagli per un miliardo e mezzo di euro. Tutto ciò "compensato" soltanto con una riduzione del cuneo fiscale per soli 2,7 miliardi.

3. La vergognosa elemosina sul "cuneo fiscale"


Sul punto, dopo tante promesse, la montagna ha partorito il topolino. Il beneficio fiscale, che dovrebbe interessare la stessa platea dei renziani "80 euro" del 2014 (circa 11 milioni di persone), scatterà solo dal 1° luglio 2020, portando nelle buste paga di chi ha un reddito sotto i 26mila euro lordi, una cifra attorno ai 40 euro mensili. Una vera miseria, di fronte alle condizioni di questa fascia di reddito; una misura del tutto inefficace dal punto di vista macro-economico, visto che non è con queste cifre che si può rilanciare la domanda interna.

4. La fine ingloriosa, e prevedibile, delle promesse di agosto


Dalle notizie ad ora disponibili - il testo integrale della Nadef non è stato ancora pubblicato - tutte le mirabolanti promesse di agosto sono uscite dal radar di Palazzo Chigi. Dell'aumento dei 100 euro mensili agli insegnanti, come dei 4 miliardi necessari al rinnovo dei contratti del pubblico impiego non c'è traccia. Idem per il programma straordinario di assunzioni, per non parlare delle maggiori risorse per la scuola, l'università, il welfare, i disabili e le famiglie. Certo, qualcosa avranno scritto, ma evidentemente senza precisi impegni di spesa per il 2020.

5. Una finanziaria senz'anima


Siamo dunque di fronte ad una manovra di galleggiamento, priva di ogni idea forte. Una finanziaria senz'anima che non vorrebbe scontentare troppo gli italiani, rassicurando al contempo l'oligarchia di Bruxelles e Francoforte. Una finanziaria che non risolvendo alcun problema del Paese, finirà per aggravarli tutti. Perlomeno un anno fa le due misure di bandiera di Lega ed M5s (Quota 100 e Reddito di cittadinanza) provavano a dare un po' di respiro ai settori sociali maggiormente colpiti dalla crisi e dall'austerità targata Europa. Misure insufficienti anche quelle, ma che viste oggi - alla luce del micragnoso nulla della finanziaria di Gualtieri - appaiono quantomeno come un onesto per quanto pasticciato tentativo di invertire la disastrosa rotta imposta dai vincoli europei al nostro Paese.

6. L'amministratore di condominio Roberto Gualtieri


Da questa vicenda l'osannata figura del nuovo ministro dell'Economia, l'eurista a tutto tondo Roberto Gualtieri, esce del tutto ridimensionata. Una Legge di bilancio fatta in questo modo, con mille interventi, nessuno dei quali davvero significativo, più che ad un titolare della politica economica fa pensare ai piccoli stratagemmi di un amministratore di condominio. Per giunta un condominio assai litigioso. E' questa la fine che si fa quando si va ad applicare quelle regole che pure si è voluto al fine di imporre l'ordine ordo-liberale ad un paese come l'Italia.

7. La bandiera autoritaria della lotta al contante


Alla fine, da una finanziaria come questa, esce solo una bandiera: quella della lotta al contante. Che è poi la bandiera issata dalle banche e dalla grande finanza, nonché dall'ossessivo pensiero unico del politicamente corretto. Dietro alla motivazione ufficiale della lotta all'evasione - quella dei poveracci, beninteso, mica quella delle multinazionali, ci mancherebbe! - c'è l'interesse delle banche, nonché (cosa ancora più importante) la volontà di arrivare ad un controllo totale sulla vita delle persone. Per queste ragioni Programma 101 si oppone totalmente alle misure previste dal governo contro l'uso del denaro contante.

8. Conclusione: nell'Ue si soffoca, viva l'Italexit


I contenuti della Nadef, quelli prevedibili della prossima Legge di bilancio, non fanno che confermare quel che diciamo da anni: non c'è alcuna possibilità di uscire dalla crisi dentro la gabbia europea. Se i risultati della "flessibilità" transitoria ottenuta dal governo della restaurazione sono questi, figuriamoci cosa dobbiamo attenderci per il futuro. Nell'euro e nella Ue si soffoca, l'Italexit è sempre più necessaria. Anche per questo manifesteremo il prossimo 12 ottobre a Roma, anche per questo invitiamo tutti a farlo insieme a noi.

Roma, 1 ottobre 2019



GLI ULTIMI COMUNICATI

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COSÌ NON SI VA AVANTI 9 luglio 2019
MINI-BOT: DISOBBEDIRE ALLA UE 11 giugno 2019
NO AL CONTE-BIS! 28 agosto 2019

venerdì 30 agosto 2019

LA TESI-TRUFFA DELLA FINAZIARIZZAZIONE di Stavros Mavroudeas

[ venerdì 30 agosto 2019 ]

Un articolo duramente polemico questo di Stavros Mavroudeas, professore di Politica Economica presso l'università Panteion di Atene. Conoscemmo Stavros in Grecia come intellettuale e militante attivo della sinistra no-euro ellenica.
Duramente polemico con tutti quegli economisti che parlando del capitalismo globale attuale, ritengono che la finanziarizzazione rappresenti un cambio strutturale del sistema capitalistico, un nuovo stadio del capitalismo. Stavros non solo non lo crede, ritiene che i "finanzialisti" gettino alle ortiche,  assieme all'analisi marxiana del modo capitalistico di produzione, la teoria del valore e della crisi di sovrapproduzione di Marx — finendo per recuperare la visione keynesiana e quella dei teorici marginalisti.
Negli anni, su SOLLEVAZIONE, abbiamo molto scritto sulla tematica.
Segnaliamo in particolare quattro brevi saggi: 

*  *  *



LE TEORIE FALLACI DEI FINANZIALISTI

di Stavros Mavroudeas


Di recente, mi sono imbattuto in un'intervista a Dick Bryan e Mike Rafferty per la rivista JACOBIN. L'intervista riguarda la loro analisi della finanziarizzazione.

L'intervista ha il titolo COME LA FINANZA CI SFRUTTA. Non è un caso che un libro sulla finanziarizzazione di Costas Lapavitsas abbia lo stesso titolo ("Guadagnare senza produrre: come la finanza ci sfrutta tutti"). Questa somiglianza non è casuale ma denota elementi comuni più profondi delle diverse teorie della "finanziarizzazione". In particolare, come verrà mostrato di seguito, questo identico titolo mostra la loro comune partenza dalla teoria marxista dello sfruttamento del lavoro attraverso il lavoro verso una teoria dell'espropriazione attraverso l'usura nella distribuzione. Mostra anche la loro condivisa dissoluzione della classe lavoratrice in una massa interclassista di persone finanziariamente espropriate. Non sorprende che questa massa sia dominata dalla "classe media" (che è principalmente la piccola borghesia). 


Costas Lapavitsas
Ciò che rende interessante questa intervista è che rivela sia le contraddizioni (non dialettiche) sia gli errori empirici non solo di Bryan e Rafferty ma dei "finanzialisti" in generale.

Bryan e gli altri. si propongono: (a) di innovare l'analisi economica marxista concentrandosi sulla finanza e (b) di avzìanzare una politica di classe sulla base della loro analisi. In tutti e due i casi essi falliscono completamente.

Per quanto riguarda il loro primo punto, considerano la finanziarizzazione — e in particolare i derivati finanziari (che si presume siano le differentiae specificae della loro teoria della finanziarizzazione) - come una nuova era del capitalismo. Sostengono che i derivati costituiscono un'innovazione rivoluzionaria nel XXI. secolo simile a quella della società per azioni nel XIX. secolo. C'è una prima inesattezza qui. I derivati finanziari nel capitalismo sono piuttosto vecchi. Anche la loro recente proliferazione ed espansione risale agli anni '90.


Ma i problemi analitici del loro approccio sono persino maggiori delle loro imprecisioni empiriche. Adottano: (a) una comprensione neoclassica del profitto (come ricompensa per l'assunzione di rischi) e (b) un'enfasi keynesiana sulla liquidità. Entrambi sono estranei e incompatibili con il marxismo. Ma, per di più, sono errati in quanto hanno travisato l'effettivo funzionamento dell'economia capitalista.



Una concezione neoclassica
il rischio come fonte di plusvalore


L'essenza della loro analisi è che il rischio (incorporato e gestito tramite derivati) è una fonte di plusvalore. Il seguente passaggio è caratteristico:
"Sosteniamo che l'assorbimento del rischio è un contributo al surplus di capitale".

È noto che il neoclassicismo giustifica il profitto come la ricompensa all'assunzione di rischi (imprenditoriali). Il marxismo ha svolto una critica devastante a questo errore.



Un prestito keynesiano: la liquidità



Keynes e la tradizione keynesiana fondarono la Teoria della preferenza per la liquidità - Liquidity Preference Theory). Con ciò si sostiene che la domanda di moneta non deriva
Dick Bryan
dalla necessità di prendere in prestito denaro, ma dal desiderio di rimanere liquidi di fronte ai rischi futuri. Inutile dire che questa prospettiva può essere facilmente adattata alla concezione del rischio come fonte di profitti. Per questo motivo, la Teoria della preferenza per la liquidità è stata facilmente incorporata nella sintesi hicksiana di keynesismo e neoclassicismo e anche nelle successive teorie neoliberali (con modifiche significative).

Il marxismo ha una prospettiva totalmente diversa da quella. Il capitale (e non tutti, come sostengono sia i neoclassici che i keynesiani) ha la tendenza a cercare fluidità. Ciò significa che è in grado di spostarsi facilmente, in particolare in forma monetaria, da un'attività all'altra. Ma questa fluidità ha una marcia in più: il capitale vuole passare facilmente da un'attività all'altra perché cerca un profitto maggiore. E il profitto, per il marxismo, deriva dalla creazione di plusvalore (ovvero nuova ricchezza). Ciò costituisce una generica contraddizione del capitale. Da un lato, vuole passare liberamente da un'attività di produzione di plusvalore all'altra in cerca di rendimenti più elevati. D'altra parte, è obbligato a legarsi alla produzione di valore (e plusvalore) in specifiche attività produttive. La preferenza tra fluidità e "schiavitù produttiva" (productive bondage) dipende dalla redditività. In ogni caso, almeno una parte significativa del capitale, per produrre valore, è vincolato ala “schiavitù produttiva”. Naturalmente, le forme più fluide di capitale sono sostanzialmente quelle finanziarie.

Il tentativo di Bryan e gli altri di sposare rischio e liquidità con il marxismo è un fallimento totale. Il marxismo spiega il rischio e la liquidità con riferimento al valore e al profitto. Il marxismo ha un'analisi centrata sulla produzione mentre Bryan e C. adottano la prospettiva centrata sulla circolazione del neoclassicismo e del keynesismo. Vedi, ad esempio, il seguente passo:

"Quindi il capitale è diventato liquido, ma la forza lavoro rimane illiquida"
Per quanto riguarda il secondo scopo che Bryan e C. si prefiggono — cioè offrire una politica di classe per la "nuova era del capitalismo finanziario" — essi falliscono ancora di più. Primo, non hanno una teoria marxista delle classi. Le ultime parti della loro intervista sono indicative. Alla fine considerano le "classi" come categorie di reddito. E adottano il
Mike Rafferty
termine fuorviante Mainstream non di classe di "famiglie" come categoria analitica. Queste sono le tipiche concezioni borghesi. Inutile dire che il marxismo ha una teoria delle classi totalmente diversa. Nonostante le loro smentite ("Nel marxismo c'è un'avversione nel definire la classe in termini di reddito, ma in realtà non lo stiamo facendo"), in verità è proprio quello che stanno facendo. Il seguente passaggio è anche caratteristico:

“Questo ruolo di generatore di surplus raggiunge in modo significativo la "classe media"
Inoltre, nonostante la loro retorica di classe, dissolvono il lavoro in capitale siccome sostengono che il lavoro è diventato una forma di capitale, poiché la riproduzione del lavoro è diventata, con la "finanziarizzazione della vita quotidiana” una fonte di trasferimento di plusvalore sotto forma di pagamenti di interessi Con questa
Rosa Luxemburg
formulazione, Bryan, Martin e Rafferty suggeriscono che esiste uno sfruttamento che non si limita al tempo di lavoro non retribuito ma si estende all'usura. Questo sfruttamento non riguarda solo il lavoro ma soprattutto le "classi medie". Il seguente passaggio ci dice infatti:

“Stiamo offrendo una prospettiva aggiuntiva sulla classe che produce surplus, estendendola al modo in cui le relazioni di classe vengono trasformate dal capitale. Abbiamo dimostrato che questo ruolo generatore di surplus raggiunge in modo significativo la "classe media".
Tipicamente, Bryan e C., nel loro studio empirico sull'Australia scoprono che non sono le persone a più basso reddito (una metafora per dire classe operaia) che sono soggette a questo nuovo meccanismo di sfruttamento capitalistico attraverso l'assorbimento del rischio da parte della famiglia ma le persone a medio reddito. Ancora una volta, il seguente passaggio afferma:
"Stiamo solo dicendo che se sei interessato al modo in cui l’assorbimento del rischio delle famiglie rende redditizio il capitale, e guardi dove viene assorbito questo rischio, scopri che non guadagni con le persone a reddito più basso perché esse sono escluse dalla finanza, perché non possono ottenere prestiti.
Non tutte le persone della classe operaia hanno un reddito basso, ciò che chiamiamo "classe operaia" rimane questionecontroversa, specialmente con l'ascesa di falsi contratti indipendenti (come la Gig economy). Stiamo offrendo una prospettiva aggiuntiva sulla classe che produce surplus, estendendola al modo in cui le relazioni di classe vengono trasformate dal capitale. Abbiamo dimostrato che questo ruolo generatore di surplus raggiunge in modo significativo la "classe media".
Quindi, alla fine e nonostante la loro dettagliata "politica di classe", la strampalata teoria del valore e le dichiarazioni operaiste — "il capitale che ruba lavoro spostando il rischio in senso distributivo"), Bryan e C.,. si finisce per riconoscere che è la "classe media" che viene sfruttata principalmente in questa nuova era del capitalismo finanziario. Bel finale per i nuovi guerrieri di classe !!!

Il programma politico che propongono è totalmente idiota. Il "mancato pagamento strategico delle fatture che sono state cartolarizzate" è una questione di esperti finanziari, ma non la questione centrale dei sindacati dei lavoratori. Il rifiuto di rimborsare l'affitto è stata una modalità tradizionale delle lotte dei lavoratori e non è una novità. Tuttavia, questo programma politico idiota ha una conseguenza veramente catastrofica per il movimento operaio. Rimuove il suo obiettivo principale di lottare nella sfera della produzione e del lavoro e lo traspone a problemi distributivi tra le classi. Inoltre, come Bryan e C.,. ammettono, questi problemi riguardano principalmente la "classe media". Pertanto, pongono essenzialmente la classe operaia al servizio delle richieste della classe media. Un bel consiglio ai sindacati che Bryan e C. cercano di guidare !!!

Il resto dell'intervista è pieno di errori minori.

Vedi ad esempio la dichiarazione idiota secondo cui "Dato che le famiglie stanno dove si trova la maggior parte della ricchezza". Ciò non è sostenibile nemmeno in termini neoclassici.

Un altro errore palese commettono Bryan e C.,. la comprensione del valore della forza lavoro. Il valore della forza lavoro non è "sostanzialmente sussistenza" in quanto
Stavros Mavroudeas
comprende anche una parte sociale. E, naturalmente, la loro tesi secondo cui "la sussistenza riguarda l’illiquidità familiare" è totalmente assurda.



Il nuovo riformismo della finanziarizzazione


Gli errori di Bryan e C. riguardo alla teoria della finanziarizzazione sono tipici della contemporanea razza del Nuovo Riformismo della Finanziarizzazione. Questo nuovo riformismo viene da molte parti. Il post-keynesismo coi suoi compagni di viaggio marxistoidi (Lapavitsas, Bryan ecc.) è una corrente. Un altra viene dal Rosa Luxemburg Institute con M. Heinrich ecc. D. Harvey è una specie a sé stante poiché prende da tutti le loro perle teoriche con sorprendente leggerezza e altrettanto sorprendente mancanza di coerenza economica.

Non sorprende che i temi comuni di questo nuovo riformismo della finanziarizzazione siano i seguenti.

In primo luogo, spostano l'analisi marxiana della centralità della produzione nel circuito di capitale verso la prospettiva circolazionista mainstream. La finanza diventa il luogo centrale di questo circolarismo.

In secondo luogo, deformano il concetto di sfruttamento capitalista spostandolo dalla estrazione nella sfera di produzione allo sfruttamento nella distribuzione. Questa mossa è stata fatta anche in passato dalle teorie marx-keynesiane (o piuttosto viceversa).

Tuttavia, questa volta c'è un nuovo elemento. Lo sfruttamento nella distribuzione viene condotto non solo attraverso meccanismi economici ma, in larga misura, attraverso la coercizione politica. Ciò è meno evidente in un'economia in quanto l'usura è il meccanismo di sfruttamento finanziario. Tuttavia, come Bryan e C. affermano in questa intervista, lo stato svolge un ruolo cruciale nella creazione di questo meccanismo. Questo meccanismo politico primario è più evidente nella fallace teoria del nuovo imperialismo.

Terzo, offuscano la loro analisi di classe dissolvendo la classe lavoratrice all'interno dei ceti medi. Ciò facendo, abbandonano la teoria marxista delle classi. Quindi, finiscono per sostituire la classe lavoratrice con una brodaglia sociale quasi post-moderna (che ricorda la "moltitudine" di Negri).

In quarto luogo, negano l'esistenza di una teoria marxiana della crisi (per non parlare di quella basata sulla caduta della redditività) e sostengono che possono esserci molti tipi di crisi (alcuni sostengono addirittura che ogni crisi è un caso speciale). Ma praticamente vedono ogni crisi moderna come una crisi finanziaria; quindi, d'accordo con i Mainstreamer.

In quinto luogo, in termini politici praticamente abbandonano il socialismo a favore di un vago anticapitalismo. Invece di essere indipendenti dall'organizzazione politica borghese della classe operaia, preferiscono i programmi populisti interclassisti che esprimono principalmente le esigenze della media e piccole borghesia. Il fine ultimo non è il socialismo ma un capitalismo umano riformato. 

** Traduzione a cura della Redazione


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giovedì 29 agosto 2019

ECCO COME USCIRE DALL'EURO di Programma 101

[ giovedì 29 agosto 2019 ]

Man mano che si avvicina la grande manifestazione LIBERIAMO L'ITALIA del 12 ottobre, la prima che rivendichi apertamente l'uscita dalla gabbia dell'euro, crescono, sia le adesioni sia coloro i quali si domandano: "Ma ce l'abbiamo le idee chiare su come rendere possibile l'uscita? Quali dovranno essere le misure politiche ed economiche affinché essa non sia un fiasco?". Domande legittime a cui questo documento, frutto di anni e anni di riflessioni e discussioni, offre la risposta.




1. Riconquista della sovranità monetaria e controllo pubblico della Banca d'Italia


Il primo atto da compiere consiste nel ripristino del controllo pubblico della Banca d'Italia. Essa dovrà mettere in circolazione la nuova lira, sostenere la politica economica del governo, fungere da acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico ad un tasso d'interesse sostenibile. In questo modo lo Stato non avrà più bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali. La Banca d'Italia - a differenza della Bce che ha come unico scopo la stabilità dei prezzi - dovrà dunque essere uno strumento decisivo di una Nuova Politica Economica volta alla lotta alla disoccupazione ed alla povertà, alla tutela dei risparmi, finalizzata al bene comune e non agli interessi di pochi.

2. Gestione dei nuovi cambi e dell'inflazione

Su questi temi il terrorismo del blocco eurista imperversa sui media. Si tratta di paure assolutamente infondate. L'Italia ha bisogno di svalutare rispetto alla Germania, ma questo non deve far pensare ad una svalutazione catastrofica rispetto alle altre monete. In caso di rottura completa dell'Eurozona, diversi studi prevedono anzi una sostanziale stabilità della nuova lira verso l'insieme delle monete dei singoli paesi, con svalutazioni (peraltro neppure troppo elevate) verso Germania, Olanda ed Austria ed addirittura rivalutazioni verso Francia, Spagna e Belgio. Le esagerazioni sono dunque fuori luogo, pura materia di propaganda, mentre la svalutazione con la Germania - che proprio grazie alla sua moneta svalutata ha un pazzesco surplus commerciale vicino al 10% del Pil - è assolutamente necessaria, ma non solo per l'Italia. 

L'alternativa a questa svalutazione monetaria non è l'assenza di svalutazioni, come vorrebbero farci credere, bensì la svalutazione interna già in atto da anni. E che cos'è la svalutazione interna? Essa consiste in una progressiva riduzione dei salari, delle pensioni, del welfare, dello stesso valore di beni materiali come le abitazioni. L'alternativa è dunque la semplice prosecuzione del disastroso scenario degli ultimi dieci anni per altri decenni ancora.

L'altra terroristica menzogna che ci viene propinata riguarda l'inflazione. I precedenti storici, sia in Italia (1992) che in altri paesi, smentiscono ogni scenario di inflazione alle stelle. E' tuttavia necessario difendere i redditi dei lavoratori attraverso alcune misure: l'applicazione universale dei contratti collettivi di lavoro, la reintroduzione di una nuova scala mobile a tutela di salari e pensioni, il ripristino del metodo di calcolo retributivo sulle pensioni.

3. Ridenominazione del debito

Anche su questo il terrorismo mediatico impazza, volendo far credere che l'uscita dall'euro comporterebbe un forte aumento del debito verso l'estero. In realtà il governo non dovrà far altro che applicare il principio della Lex Monetae, peraltro già previsto dal nostro Codice civile, ridenominando il valore di ogni debito (dunque anche di quelli verso l'estero) nelle nuove lire, in base ad un rapporto con l'euro di uno a uno. I debiti (mutui inclusi) si ripagheranno perciò in nuove lire, non in euro come si dice per spaventare la gente.

In questo modo, il valore dei debiti italiani (pubblici e privati) calerà anziché aumentare. Certo, i possessori esteri di titoli italiani faranno il diavolo a quattro per non subire perdite. Ma l'esperienza insegna che i grandi creditori internazionali (banche e fondi di investimento) preferiscono in questi casi limitare le perdite piuttosto che perdere tutto. Uno Stato sovrano, con un governo deciso a difendere gli interessi del suo popolo, può obbligare i pescecani della finanza a più miti consigli.

4. Controllo del movimento dei capitali

L'operazione di fuoriuscita dall'euro va ovviamente accompagnata da un rigido controllo sul movimento dei capitali, impedendone la fuga verso l'estero. La fuga dei capitali non è però un problema del dopo Italexit, bensì della fase che la precede. Occorre dunque grande rapidità e fermezza nelle scelte che si renderanno necessarie. A chi ci dice che il controllo sui capitali è impossibile ricordiamo l'esperienza di Cipro nel 2013, quando pesanti misure sul movimento di capitali (un limite sulle transazioni verso l'estero, uno sulle spese di viaggio, un altro sugli assegni, eccetera) vennero imposte dalla stessa Unione Europea.

Non si vede proprio per quale motivo ciò che è stato fatto allora, non possa essere fatto oggi - nelle forme che saranno più opportune - da uno Stato come l'Italia. Mentre l'esportazione di capitali dovrà essere contrastata anche in seguito, misure emergenziali come quelle che abbiamo citato dovranno avere ovviamente solo natura transitoria, esaurendosi la loro necessità con il completamento del passaggio alla nuova moneta.

5. Nazionalizzazione del sistema bancario, a partire dalle banche sistemiche 

Il sistema bancario italiano è reso traballante dalle assurde regole dell'Eurozona. Da un lato, in assenza di una banca centrale che svolga questo compito, le banche italiane sono state costrette a riempirsi di Btp; dall'altro, la svalutazione di questi titoli prodotta dall'aumento dello spread rischia di portare al dissesto alcune banche di rilevanza nazionale. Tutto ciò anche a causa delle norme penalizzanti dell'Unione bancaria, anch'essa scritta di fatto sotto dettatura tedesca.

C'è un solo modo per uscire da questa trappola, per tutelare i risparmi, per far sì che le banche tornino ad essere un fattore propulsivo dell'economia nazionale: la loro nazionalizzazione, a partire dalle banche più importanti, quelle definite come "sistemiche". 

6. Ridurre, grazie e contestualmente all'uscita dall'euro, il debito pubblico 

Abbiamo già visto come la semplice uscita dalla moneta unica determini da sola un abbattimento del valore effettivo del debito pubblico. Ma questo non basta. Insieme a quella dell'euro, l'Italia ha bisogno di uscire anche dalla schiavitù del debito. Tre provvedimenti saranno assolutamente necessari: la sterilizzazione dei titoli posseduti dalla Bce, una ristrutturazione della quota estera del debito, l'introduzione di nuovi strumenti finanziari per la sua rinazionalizzazione.

Il primo provvedimento era scritto nella bozza originaria del cosiddetto "contratto" di governo. Si tratta di azzerare i 250 miliardi dei titoli detenuti dalla Bce. Miliardi creati dal nulla, che nel nulla possono tornare, riducendo così l'ammontare complessivo del debito di un 11%. Il secondo provvedimento, valido solo per i titoli con possessori esteri, che già troppo hanno guadagnato speculando sui disastri imposti all'Italia dall'austerità e dalle regole del sistema dell'euro, può concretizzarsi sia con un allungamento delle scadenze che con una drastica riduzione degli interessi, meglio se con un mix di entrambe queste misure. 

Il terzo provvedimento - quello della rinazionalizzazione del debito - dovrà consistere nell'emissione di nuovi strumenti finanziari rivolti alle famiglie. Una sorta di "Btp famiglia" o dei "Cir" che il governo ha già annunciato, titoli rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, integralmente garantiti dallo Stato, vantaggiosi fiscalmente o nei tassi applicati purché detenuti fino alla scadenza.

Scopo di queste misure non è solo la riduzione del debito accumulato, ma soprattutto la sua sostenibilità futura, garantibile soltanto con la totale indipendenza dai meccanismi e dagli avvoltoi della finanza internazionale. Come dimostra il caso del Giappone (che ne ha uno pari al 220% del Pil), il debito non è un problema quando si dispone pienamente della sovranità monetaria e quando esso è posseduto da soggetti interni.

7. Un programma di uscita dalla crisi, abbattimento della disoccupazione e della povertà 

Ovviamente l'uscita dall'euro non è fine a se stessa. Essa è la condizione necessaria, non ancora quella sufficiente per venir fuori dalla crisi e per sganciarsi dal sistema neoliberista. Per raggiungere questi obiettivi occorre un Piano per la ricostruzione economica e per il lavoro. 

La ricostruzione economica, che non va intesa in maniera meramente produttivistica, bensì principalmente nella sua dimensione di rifacimento di un vivere civile improntato al benessere fisico e psichico delle persone ed a quello della comunità, dovrà basarsi su un piano di reindustrializzazione fondato sulla nazionalizzazione dei settori strategici dell'economia (energia, telecomunicazioni, acqua, trasporti), sulla difesa dell'ambiente, sull'eliminazione del precariato, sulla difesa dei redditi da lavoro dipendente ed autonomo, su un sistema tributario che unisca la riduzione della pressione fiscale al suo carattere progressivo, sulla garanzia del diritto allo studio, alla salute e ad una vecchiaia serena.

Tutti questi obiettivi dovranno vivere dentro un Piano per il lavoro finalizzato a debellare la disoccupazione e a dare risposta ad alcuni fondamentali bisogni. In concreto si tratta di lavorare su: a) deciso sostegno al sistema scolastico pubblico e alla ricerca scientifica, b) sviluppo delle energie alternative, c) interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, d) riorganizzazione complessiva del sistema dei trasporti, e) recupero del patrimonio edilizio esistente e piano di ristrutturazione antisismica nelle zone a rischio, f) sostegno al turismo non speculativo, g) tutela del patrimonio artistico e culturale, h) piano per un'assistenza dignitosa a tutti gli anziani i) riforma del sistema agrario a tutela delle piccole e medie imprese agricole, favorendo forme non intensive e sostenibili, l) creazione di servizi e network pubblici a sostegno dell'artigianato e delle piccole imprese.


Un ponte verso una alternativa di società
resistere e mobilitarsi per una nuova politica economica

La proposta di Programma 101 guarda ad una nuova società. La rottura con l'euro-dittatura è la condizione perché possa ripartire la lotta per l'eguaglianza sociale, per un'effettiva democrazia, per la fine dello sfruttamento e della precarietà, perché la solidarietà e la fratellanza prevalgano sulla mentalità avida, aggressiva ed individualista imposta dal pensiero unico neoliberale. In una parola, è la condizione necessaria affinché possa riaprirsi una prospettiva socialista largamente rinnovata.

Noi ci battiamo perché l'uscita dall'euro abbia questo significato di ponte verso una nuova società. Ma non siamo ciechi, sappiamo perfettamente che quell'uscita potrebbe essere guidata da forze con impostazioni ben diverse dalla nostra. E' questo il frutto della cecità dell'insieme delle formazioni della sinistra, che sfuggendo al tema della sovranità nazionale, hanno finito per cacciarsi nel vicolo cieco della totale irrilevanza, lasciando così ad altri la guida della ribellione popolare alle èlite.  

E' questo certamente un problema, ma l'uscita dall'Eurozona è comunque la premessa per ogni politica a favore delle classi popolari. Noi ci battiamo per un'uscita da sinistra, come quella che abbiamo qui descritto, ma preferiamo in ogni caso l'uscita - anche se basata su impostazioni diverse - alla permanenza in una gabbia che non lascerebbe alcuna speranza per il futuro. 

Come da tempo avevamo previsto, il campo di battaglia in cui oggi si gioca il futuro dell'Unione Europea, a partire da quello dell'euro, è l'Italia. Diverse sono le proposte del governo gialloverde che non ci piacciono - basti pensare alle inaccettabili misure repressive e manettare contenute nel cosiddetto "decreto sicurezza" - tuttavia la SINISTRA PATRIOTTICA non ha alcun dubbio su quale lato della barricata stare. “Barricata” appunto, poiché solo mobilitando il popolo, non tenendo quindi la battaglia confinata dentro i Palazzi del potere, la nuova Resistenza diventerà Liberazione.

A cura del Comitato centrale di Programma 101 - Ottobre 2018­

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