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martedì 4 febbraio 2020
mercoledì 4 dicembre 2019
DOVE VA CASA POUND? di Nazareno Filippi
[ mercoledì 4 dicembre 2019 ]
Ci siamo occupati a più riprese di Casa Pound Italia (CP). Ci torniamo su vista la svolta tattica da questa organizzazione compiuta dopo la batosta elettorale del 4 marzo dell'anno scorso.
Per chi sia interessato all’argomento, esiste una ampia letteratura su Casa Pound, sia autoprodotta sia di parte avversaria. Il saggio di Elia Rosati, storico del neofascismo e già coautore con Giannuli di un libro su Ordine Nuovo, rimane un buon viatico per comprendere le dinamiche originarie e posteriori di CP.
Ci siamo occupati a più riprese di Casa Pound Italia (CP). Ci torniamo su vista la svolta tattica da questa organizzazione compiuta dopo la batosta elettorale del 4 marzo dell'anno scorso.
* * *
A nostro avviso però il tentativo del marzo 2018 di entrare in Parlamento è stata una sorta di linea spartiacque per il movimento guidato da Simone Di Stefano e dunque ci concentreremo sul significato politico dell’evento cercando indi di tirare le somme.
Dall’autunno 2017 CP fu catapultata, grazie al piglio decisionistico e carismatico di Di Stefano, al centro dell’informazione politica italiana: i risultati elettorali di Ostia, Bolzano, Lucca, Lamezia Terme sembravano dare speranze in vista di una prova nazionale governista.
Vero è che Di Stefano presentò CP come l’erede ideologica di una tradizione che partendo dalle fasi finali del fascismo ribellista movimentista sarebbe stata raccolta dal Movimento Sociale Italiano. In realtà, studiando la storia del Movimento neofascista, quella continuità fu
deficitaria e non poteva essere così rivendicata a cuor leggero dal Di Stefano, in quanto la frazione che avrebbe voluto continuare il messaggio “repubblicano sociale” o di “sinistra nazionale” neo-saloina fu politicamente sconfitta al V Congresso di Milano (1956) del partito, uscendo inizialmente in blocco e poi nei casi di reingresso sviluppando un rapporto assai conflittuale con l’almirantismo di vertice, nonostante il fugace sovversivismo mostrato dal capo storico durante la Rivolta dei “moti di Reggio” (Luglio 1970-Febbraio 1971).
Inoltre, CP dichiarò la sua difesa della Costituzione del 1948, viceversa tutte le varie componenti del MSI quale punto basilare considerarono la Costituzione del 1948 la bandiera dell’Italia sconfitta e umiliata dagli alleati occidentali “invasori” e “bombardatori”, infine spogliata dagli imperialisti di Yalta e continuarono la formula dello "Stato nazionale del Lavoro" come democrazia sociale organica in netta antitesi alla “partitocrazia sistemica” ed alla democrazia parlamentare o tecnocratica, per essi legittimata dalla Carta del ’48.
Altresì, se il movimento di Di Stefano si era in precedenza distinto per un forte contenuto di “destra movimentista” o per larghe rivendicazioni sociali che colpirono positivamente anche coloro che non avevano niente a che vedere con il neofascismo o con CP, avvicinandosi alle elezioni del marzo 2018 gli organi mediatici del movimento, come Il Primato Nazionale, o le stesse dichiarazioni di Di Stefano e dei principali esponenti risultarono volutamente concorrenziali a quelle del “sovranismo” securitario e liberista di Salvini. Il tentativo tattico sembrò proprio quello di scavalcare Salvini a destra e da destra, nazionalismo integrale e totale, fraternizzazione con la formazione greca Alba Dorata, militanza “sovranista” decisa a re-italianizzare quartieri o zone dove la “grande sostituzione”, leit motiv di Francesca Totolo ricercatrice specializzata sulla questione, sarebbe stata in pieno atto operativo.
L’elemento principale che avrebbe ispirato CP nell’azione di scardinamento superamento del “sovranismo” liberista salviniano non sarebbe stato lo statalismo populista neofascista o un nuovo umanesimo del lavoro (come era, si ricorderà, nella retorica del Movimento sociale Italiano), né tantomeno un patriottismo sovrano europeo, o eurasiatico, o eurafricano, ma un puro ed assolutistico Identitarismo oggettivistico ed empirico nel dominio della logica della difesa assoluta di spazi e territori che vengono considerati
oggetto della furia rapace mondialista e multiculturalista sorosiana.
Importante a tal riguardo la monografia cartacea de Il Primato Nazionale sull’Islam, nella quale motivazioni che solitamente comparivano in studi simili di teorici o intellettuali della destra antagonista erano in questo caso del tutto assenti. Ad un ondivago e poco convinto differenzialismo antropologico-culturale si alternava nelle analisi dei teorici di CP la principale esigenza sociale e politica, rappresentata dal proposito di risolvere il sovranismo in culto dell’identità primordiale e ancestrale.
A ciò si accompagnerà, con l’ingresso del sovranista Marco Mori nel movimento — e suppongo a causa dell'influenza di Luciano Barra Caracciolo, di certo uno dei più preparati costituzionalisti in circolazione — addirittura il recupero del pensiero di un antifascista di formazione marxista-luxemburghiana come Lelio Basso, cosa che probabilmente avrà disorientato ancor più le migliaia e migliaia di simpatizzanti in “sonno” di CP presenti nella penisola.
Di conseguenza l’abilità mediatica e propagandistica di CP è finita, contro ogni aspettativa dei promotori stessi, al servizio dell’abilità manovreria salviniana. Il carisma politico di Di Stefano, orientato verso un sovranismo identitario ed impolitico, ha fruttato consensi alla Lega Salvini, annientando ogni ipotesi di affermazione parlamentare e istituzionale di CP. Sta di fatto che il movimento entra sostanzialmente e definitivamente nei ranghi dell’opposizione di centrodestra al Governo Conte II, come specifica Di Stefano su Twitter giustificando la sua partecipazione alle manifestazioni indette dalla Lega e la sua attiva propaganda nelle competizioni Umbria, Emilia-Romagna.
La fondazione di Vox Italia — il cui leader Diego Fusaro, com'è noto, da tempo collabora con Il Primato nazionale — e l'adesione a Vox di Marco Mori pare aver suscitato una parallela trasmigrazione, se non proprio di militanti, di diversi simpatizzanti di CP.
Il significato politico che una teoria di sinistra patriottica deve trarre dalla vicenda è che nell’epoca del populismo sociale avanzante, presentarsi sulla scena è un dovere solo ed esclusivamente se vi è a monte una avanguardia politica con una strategia di rottura antisistemica o di insorgenza infrasistemica. Le condizioni oggettive hanno disvelato, in Italia ma soprattutto in Francia, la mediocrità politica della strategia alternativa e di una concreta élite antagonistica.
In conclusione, pur non essendo questo il contesto, avendo scelto l’analisi della politica interna e prospettando quindi la totale integrazione di CP con il centrodestra a guida leghista, va segnalato il legame ambiguo di CP con il movimento atlantista e sionista ucraino Azov (il quale è strettamente correlato al radicalismo islamico jihadista russofobo e ceceno) e che sarebbe attivamente presente, contro la democrazia popolare cinese, nelle piazze di Hong Kong.
venerdì 15 novembre 2019
I NAZIONALISMI, LE SINISTRE E NOI
[ venerdì 15 novembre 2019 ]
Abbiamo avuto spesso modo, negli anni, di polemizzare con l'editorialista del CORRIERE DELLA SERA Ernesto Galli della Loggia. L'ultima volta il 1 novembre. Lo abbiamo fatto perché lo consideriamo una delle menti più lucide tra le teste pensanti della borghesia liberal-liberista del nostro Paese.
Sul CORRIERE di oggi, 15 novembre, Della Loggia ha scritto un editoriale che vale davvero la pena leggere.
Offre una chiave di lettura perspicace dei risorgenti nazionalismi sovranisti, sarebbe impeccabile se non avesse taciuto e assolto l'Unione europea in quanto fondamentale concausa. Per certi liberali europeisti, che della Ue hanno fatto un principio sacro e meta-storico, essa resta un inviolabile tabù.
Ma veniamo a noi. Il nostro afferma concetti che noi, da almeno un decennio, siamo andati sostenendo — per questo ostracizzati da certe sinistre transgeniche.
Quali sono questi concetti?
1) Sbagliato equiparare questi nuovi nazionalismi a quelli fascisti e nazisti del '900. Questi ultimi furono violenti, espansionistici (imperialistici) "estroflessi e offensivi", mentre gli attuali nazionalismi sono "introversi e difensivi".
2) I nuovi nazionalismi esprimono un profondo bisogno di sicurezza e protezione davanti alla globalizzazione sfrenata. La nazione e lo stato nazionale vengono invocati come "rifugio", "scudo protettivo", non solo economico-sociale ma culturale e spirituale.
3) Ecco dunque spiegato come mai essi abbiano fatto breccia, anzitutto, tra le classi subalterne, classe operaia e classi medie pauperizzate e ferite dalla globalizzazione.
4) questi neo-nazionalismi esprimono infine, a loro modo, un rifiuto della modernità, contestano il "nuovo" ed il cosiddetto "progresso", di qui una certa nostalgia del passato che fu.
5) Di qui la crisi "fatale" delle sinistre, visto che da Marx in poi hanno sempre sostenuto "progresso e innovazione", e che sarebbero state le classi dominanti ad opporsi al nuovo, "al cammino della storia (sempre infallibilmente positivo)".
Come detto, è da almeno un decennio che SOLLEVAZIONE, poi MPL-Programma 101 sostiene concetti del tutto simili. Non ci siamo tuttavia limitati a pronosticare la rinascita dei nazionalismi, non abbiamo solo respinto gli esorcismi cosmpolitici, abbiamo sostenuto che l'arma da utilizzare contro i neo-nazionalismi non è l'astratto internazionalismo bensì un programmatico patriottismo democratico, repubblicano e rivoluzionario.
* * *
Perché la destra è così forte in Europa
La posizione polemica è fatta propria dagli strati disagiati della società
contro il nuovo, contro la modernità
di Ernesto Galli della Loggia
(...)
«Ma il fattore cruciale dell’ascesa della destra antiliberale è il nazionalismo. È il nazionalismo, non il fascismo, il suo vero orizzonte. È il nazionalismo il «punto di raccolta dell’ira» – per usare l’espressione che fa da leitmotiv dell’importante libro di Peter Sloterdijk «Ira e tempo» appena uscito da Marsilio – con cui la destra anima la sua propaganda e la sua influenza nell’opinione pubblica. È un nazionalismo, tuttavia, che ha perso completamente il carattere centrale che fu suo nella storia del Novecento, e che consistette essenzialmente nell’espansionismo, nella competizione aggressiva sul terreno della politica estera. È un nazionalismo nuovo, per così dire: tutto introflesso e difensivo quanto l’altro, invece, era estroflesso e offensivo. Oggi la nazione, insomma, non è più il luogo dove «armare la prora e salpare verso il mondo». È un rifugio dal mondo. La sua invocata sovranità un’arma di difesa, una protezione. E proprio per questo la nazione è un valore sempre più sentito e apprezzato specialmente da chi di protezione ha costituzionalmente bisogno, cioè dalle classi popolari, in genere dai settori più sfavoriti della popolazione, inclusi all’occasione anche settori impoveriti del ceto medio.
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| Spagna, benvenuta in Europa: VOX avanza |
Ma il nazionalismo odierno serve soprattutto come un rifugio culturale. Serviva a questo anche un tempo, ma mai nella misura attuale, così radicale e coinvolgente sul piano emotivo. Il che accade perché radicale e capillare è stato il mutamento intervenuto nei modi di vivere e di sentire delle società occidentali negli ultimi decenni. In pratica si è dissolto quasi del tutto un modello culturale che per più aspetti durava da secoli. Proprio ciò ha prodotto e sta producendo nel corpo sociale una frattura assai più profonda di quanto si creda. La frattura tra una parte, dotata di maggiori risorse, in stretto rapporto con la modernità e i suoi linguaggi, orientata al nuovo, familiare con la più ampia diversità degli stili di vita, impregnata di individualismo permissivo, insofferente di ogni vincolo, passabilmente anglofona, insomma psicologicamente e culturalmente cittadina del mondo; e un’altra parte, invece, perlopiù dotata di assai minori risorse, maggiormente legata a una dimensione comunitaria, a un modo di pensare tradizionale e a un rapporto con il passato; ancora convinta – pur se tutt’altro che osservante – della propria identità cristiana, della bontà delle regole da sempre a presidio della riproduzione e dei rapporti tra i sessi e tra le generazioni, aderente al significato tramandato della gerarchia e dei ruoli sociali.
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| Ungheria, manifestazione di Jobbik |
Il cuore del nazionalismo attuale, insomma, è costituito in tutti i sensi da una posizione polemica, perlopiù fatta propria dagli strati disagiati della società, contro il nuovo, contro la modernità. E allora si capisce la radice della difficoltà che ha la sinistra a farci i conti. Dimentica del Manifesto di Marx ed Engels, la sinistra, infatti, nel corso della sua lunga vicenda si è sempre più andata rafforzando nell’idea che a opporsi al nuovo, al cammino della storia (sempre infallibilmente positivo) non potessero essere che i grandi interessi, le classi dominanti, conservatrici per definizione, mai le classi inferiori. E che quindi il proprio posto non potesse che essere sempre dall’altra parte, a favore di ogni innovazione, comunque nelle schiere della modernità. Un calcolo sbagliato che rischia di esserle fatale».
domenica 27 ottobre 2019
UMBRIA: L'ARIA CHE TIRA
[ domenica 27 ottobre 2019 ]
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Non è, quello accanto, un fotomontaggio per dileggiare Matteo Salvini. Nient'affatto. Bastardo è il nome di un frazione di uno dei comuni più piccoli della mia regione, per la precisione Giano dell'Umbria. Fino a lì a giunto Matteo Salvini, a conferma di una campagna elettorale martellante, sistematica, debordante, tracotante.
Se il centro-destra vincerà sarà anzitutto grazie a questa capacità, sua e della Lega, di aver coperto la regione in lungo e in largo.
Il problema non è se la coalizione di centro-destra vincerà. Avrebbe vinto anche senza lo scandalo "sanitopoli". Ce lo dicono non solo le ultime elezioni europee — Lega al 38% e centro-destra oltre il 50 % — nonché quelle recenti nei comuni — le tre principali città, Perugia, terni e Foligno già espugnate.
Il problema è la dimensione di questa vittoria.
Se il distacco tra centro-destra e centro-sinistra ricostruito (coi grillini) andrà ben oltre il 10% esso avrà un impatto sicuro a livello nazionale poiché ci dirà che il governo Conte Bis e l'inciucio Pd M5s sono due cadaveri che camminano.
Vedremo. Vada come vada, in barba al demenziale autogol di Conte — "In Umbria sono solo 700mila elettori meno che nella provincia di Lecce" — per la mia regione questo 27 ottobre 2019, sarà una data di valore simbolico e storico: crollata una delle tre roccaforti di quella che viene chiamata "sinistra". Su scala certo microscopica sarà come il crollo del muro di Berlino. Salvini lo sa e su questa chiave simbolica ha fatto campagna e giocato tutte le sue carte.
E' da questo sentimento di vendetta tutta politica verrà la sua vittoria. Una vendetta sociale e non solo politica, visto che soprattutto la povera gente, tradita dalla sinistre (tutte, non solo il Pd) darà un voto alla destra.
Altro che "sanitopoli" e corruzione. E' la crisi economica e sociale (-17% del Pil), la disoccupazione, la povertà crescente, la precarizzazione per chi il lavoro ce l'ha, lo sfascio del vecchio tessuto sociale e industriale (aggravato da un'immigrazione sregolata), i giovani che emigrano, l'agricoltura che boccheggia, lo spopolamento delle aree appenniniche, una ricostruzione delle zone terremotate mai iniziata davvero, un sistema dei trasporti allo sfascio. In due parole il senso di abbandono avvertito dalla maggioranza del popolo.
Questi sono i veri carburanti dello sfondamento di Salvini e della meritata e inevitabile sconfitta storica della "sinistra". E non si pensi che questo voto di vendetta sia solo un voto per dispetto, che sia una specie di sbandamento passeggero del "popolo bue", o di cittadini disinformati e inconsapevoli. Non è affatto così. La svolta a destra è reale, viene da lontano, ha cause profonde, ha una portata ideologica, la sua onda è destinata durare a lungo.
L'Umbria diventa a maggior ragione da domani un laboratorio politico.
Come, con che profilo, con quali uomini si costruirà l'opposizione politica e sociale al governo delle destre? Un'altra cosa che ci dice la mia regione è che la vecchia sinistra radicale, in tutte le sue articolazioni, coi suoi sepolcri imbiancati, è morta e sepolta. Guai a raccogliere il suo testimone.
Un'opposizione potrebbbe sorgere attorno a quella che chiamiamo "sinistra patriottica", nazionale-popolare. La posta in palio non è, nei prossimi anni, ricavarsi una nicchia per tirare a campare, raccattare voti nostalgici di un passato che non tornerà più, ma sfidare in campo aperto le destre, contendono loro l'egemonia politica.
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Non è, quello accanto, un fotomontaggio per dileggiare Matteo Salvini. Nient'affatto. Bastardo è il nome di un frazione di uno dei comuni più piccoli della mia regione, per la precisione Giano dell'Umbria. Fino a lì a giunto Matteo Salvini, a conferma di una campagna elettorale martellante, sistematica, debordante, tracotante.
Se il centro-destra vincerà sarà anzitutto grazie a questa capacità, sua e della Lega, di aver coperto la regione in lungo e in largo.
Il problema non è se la coalizione di centro-destra vincerà. Avrebbe vinto anche senza lo scandalo "sanitopoli". Ce lo dicono non solo le ultime elezioni europee — Lega al 38% e centro-destra oltre il 50 % — nonché quelle recenti nei comuni — le tre principali città, Perugia, terni e Foligno già espugnate.
Il problema è la dimensione di questa vittoria.
Se il distacco tra centro-destra e centro-sinistra ricostruito (coi grillini) andrà ben oltre il 10% esso avrà un impatto sicuro a livello nazionale poiché ci dirà che il governo Conte Bis e l'inciucio Pd M5s sono due cadaveri che camminano.
Vedremo. Vada come vada, in barba al demenziale autogol di Conte — "In Umbria sono solo 700mila elettori meno che nella provincia di Lecce" — per la mia regione questo 27 ottobre 2019, sarà una data di valore simbolico e storico: crollata una delle tre roccaforti di quella che viene chiamata "sinistra". Su scala certo microscopica sarà come il crollo del muro di Berlino. Salvini lo sa e su questa chiave simbolica ha fatto campagna e giocato tutte le sue carte.
E' da questo sentimento di vendetta tutta politica verrà la sua vittoria. Una vendetta sociale e non solo politica, visto che soprattutto la povera gente, tradita dalla sinistre (tutte, non solo il Pd) darà un voto alla destra.
Altro che "sanitopoli" e corruzione. E' la crisi economica e sociale (-17% del Pil), la disoccupazione, la povertà crescente, la precarizzazione per chi il lavoro ce l'ha, lo sfascio del vecchio tessuto sociale e industriale (aggravato da un'immigrazione sregolata), i giovani che emigrano, l'agricoltura che boccheggia, lo spopolamento delle aree appenniniche, una ricostruzione delle zone terremotate mai iniziata davvero, un sistema dei trasporti allo sfascio. In due parole il senso di abbandono avvertito dalla maggioranza del popolo.
Questi sono i veri carburanti dello sfondamento di Salvini e della meritata e inevitabile sconfitta storica della "sinistra". E non si pensi che questo voto di vendetta sia solo un voto per dispetto, che sia una specie di sbandamento passeggero del "popolo bue", o di cittadini disinformati e inconsapevoli. Non è affatto così. La svolta a destra è reale, viene da lontano, ha cause profonde, ha una portata ideologica, la sua onda è destinata durare a lungo.
L'Umbria diventa a maggior ragione da domani un laboratorio politico.
Come, con che profilo, con quali uomini si costruirà l'opposizione politica e sociale al governo delle destre? Un'altra cosa che ci dice la mia regione è che la vecchia sinistra radicale, in tutte le sue articolazioni, coi suoi sepolcri imbiancati, è morta e sepolta. Guai a raccogliere il suo testimone.
Un'opposizione potrebbbe sorgere attorno a quella che chiamiamo "sinistra patriottica", nazionale-popolare. La posta in palio non è, nei prossimi anni, ricavarsi una nicchia per tirare a campare, raccattare voti nostalgici di un passato che non tornerà più, ma sfidare in campo aperto le destre, contendono loro l'egemonia politica.
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domenica 14 aprile 2019
SE LO DICE (ANCHE) LUI.....
[ 14 aprile 2019 ]
Possiamo regalare la nazione ai sovranisti? Penso che non dovremmo, ma penso anche che è esattamente questo che sta accadendo in Italia, dove il dibattito politico si è ormai polarizzato intorno alla contrapposizione sovranisti-europeisti. Negli ultimi decenni sono stati in molti a prefigurare una democrazia postnazionale, una cittadinanza cosmopolita, nella convinzione che ogni riferimento alla nazione fosse diventato obsoleto nel quadro della globalizzazione. In realtà la crisi economica mondiale iniziata nel 2007-08 ha mutato sensibilmente le cose, favorendo la diffusione — nei ceti medio-bassi più che nelle élite — di paure, ansie, richieste di protezione rivolte anzitutto al proprio Stato-comunità, alla propria nazione intesa in modo elementare come il «noi» del quale facciamo parte per dati linguistici, culturali, geografici, perfino per abitudini alimentari. Il governo gialloverde ha intercettato questi sentimenti e queste domande, con una divisione dei compiti forse non programmata ma evidente: alla domanda di sicurezza di fronte alla «minaccia» dell’immigrazione ha pensato la Lega, al disagio sociale di chi si sente lasciato ai margini dall’economia globalizzata ha pensato il M5S con il «reddito di cittadinanza». Qui non si tratta di valutare positivamente le misure del governo in questi ambiti, cosa che sarebbe ben difficile, ma di capire come questa politica abbia dato a molti italiani l’impressione che i gialloverdi si occupano di loro, prendono sul serio le loro paure e richieste di aiuto.
Credo sia anche per questo che il governo gode ancora di un’approvazione che è stimata attorno al 60%. Oltre naturalmente al fatto che la principale forza di opposizione, il Pd, sembra da tempo vittima di un blocco culturale, che gli impedisce di capire che esiste anche un sentimento nazionale del tutto conciliabile con la democrazia e con la collaborazione con gli altri popoli a cominciare dai partner europei. E che la nazione dunque svolge una funzione ancora importante su due fronti: da una parte alimenta un senso di solidarietà e vicinanza in società che hanno assicurato un gran numero di diritti e libertà individuali, generando però un rischio di solitudine per cospicue minoranze; dall’altra, rende più facilmente abitabile il mondo, radunando i cittadini secondo criteri di prossimità e comunanza, piuttosto che farli vivere in un ipotetico spazio globale, in una specie di immenso loft planetario. Quello che, secondo alcuni studiosi, sta rinascendo in Europa e negli Stati Uniti è un sentimento collettivo fatto di simboli, gesti quotidiani, usi in comune che sono specificamente nazionali in un senso elementare e senza che spesso ne siamo consapevoli. Le tasse che paghiamo, le pensioni che milioni di italiani e italiane percepiscono non contengono forse un riferimento alla nazione così implicito che neppure vi facciamo più caso? Perfino le nostre previsioni meteorologiche non definiscono un «qui» che coincide con lo Stato nazionale? Sono, questi e molti altri, i segni di un «nazionalismo banale», come lo ha definito l’inglese Michael Billig (il suo libro, con questo titolo, è stato pubblicato in Italia da Rubbettino), che è parte integrante della vita di una società democratica.
Accettare, e anzi enfatizzare, la contrapposizione irriducibile tra sovranisti ed europeisti significa invece ignorare questo sentimento di appartenenza nazionale più immediato e sotterraneo; significa lasciare tutto ciò che riguarda la nazione ai partiti cosiddetti populisti, nella convinzione che del nazionalismo si possa avere solo l’accezione aggressiva, bellicista, razzista che ha prodotto molti degli orrori del ‘900. Ma la contrapposizione tra sovranisti ed europeisti rischia di ignorare anche un dato che è sotto gli occhi di tutti: l’Unione europea costituisce uno spazio che è sì di collaborazione ma al contempo anche di concorrenza tra gli Stati che ne fanno parte, dalle misure di politica economica alle iniziative di politica estera (come dimostra la crisi libica, nella quale Italia e Francia hanno seguito linee divergenti). La posizione gialloverde, anzi soprattutto leghista, nei confronti dell’Europa non va oltre un muscolarismo parolaio e controproducente. Ma ci sarebbe da preoccuparsi se l’alternativa fosse soltanto quella racchiusa in slogan come «più Europa» o «siamo europei», che rischiano di parlare soprattutto alle élite e finiscono col regalare ai cosiddetti sovranisti (o dare l’impressione di regalare, ciò che a fini elettorali è lo stesso) la difesa dell’interesse nazionale.
Confessiamo di essere rimasti stupiti dal leggere sul Corriere della Sera — ovvero nel massimo organo dell'élite europeista —, una critica, certo politicamente corretta, ma pungente dell'élite medesima. Giovanni Belardelli [nella foto], docente universitario a Perugia, è uno storico che ha scritto diversi volumi in particolare sull'Italia dal risorgimento ad oggi. Raccomandiamo la lettura di "Miti e storia dell'Italia Unita" e "Mazzini", come pure "Il ventennio degli intellettuali".
Non regalare ai sovranisti il concetto di nazione
La contrapposizione con gli europeisti rischia di ignorare che la Ue costituisce uno spazio che è sì di collaborazione ma allo stesso tempo di concorrenza
Possiamo regalare la nazione ai sovranisti? Penso che non dovremmo, ma penso anche che è esattamente questo che sta accadendo in Italia, dove il dibattito politico si è ormai polarizzato intorno alla contrapposizione sovranisti-europeisti. Negli ultimi decenni sono stati in molti a prefigurare una democrazia postnazionale, una cittadinanza cosmopolita, nella convinzione che ogni riferimento alla nazione fosse diventato obsoleto nel quadro della globalizzazione. In realtà la crisi economica mondiale iniziata nel 2007-08 ha mutato sensibilmente le cose, favorendo la diffusione — nei ceti medio-bassi più che nelle élite — di paure, ansie, richieste di protezione rivolte anzitutto al proprio Stato-comunità, alla propria nazione intesa in modo elementare come il «noi» del quale facciamo parte per dati linguistici, culturali, geografici, perfino per abitudini alimentari. Il governo gialloverde ha intercettato questi sentimenti e queste domande, con una divisione dei compiti forse non programmata ma evidente: alla domanda di sicurezza di fronte alla «minaccia» dell’immigrazione ha pensato la Lega, al disagio sociale di chi si sente lasciato ai margini dall’economia globalizzata ha pensato il M5S con il «reddito di cittadinanza». Qui non si tratta di valutare positivamente le misure del governo in questi ambiti, cosa che sarebbe ben difficile, ma di capire come questa politica abbia dato a molti italiani l’impressione che i gialloverdi si occupano di loro, prendono sul serio le loro paure e richieste di aiuto.
Credo sia anche per questo che il governo gode ancora di un’approvazione che è stimata attorno al 60%. Oltre naturalmente al fatto che la principale forza di opposizione, il Pd, sembra da tempo vittima di un blocco culturale, che gli impedisce di capire che esiste anche un sentimento nazionale del tutto conciliabile con la democrazia e con la collaborazione con gli altri popoli a cominciare dai partner europei. E che la nazione dunque svolge una funzione ancora importante su due fronti: da una parte alimenta un senso di solidarietà e vicinanza in società che hanno assicurato un gran numero di diritti e libertà individuali, generando però un rischio di solitudine per cospicue minoranze; dall’altra, rende più facilmente abitabile il mondo, radunando i cittadini secondo criteri di prossimità e comunanza, piuttosto che farli vivere in un ipotetico spazio globale, in una specie di immenso loft planetario. Quello che, secondo alcuni studiosi, sta rinascendo in Europa e negli Stati Uniti è un sentimento collettivo fatto di simboli, gesti quotidiani, usi in comune che sono specificamente nazionali in un senso elementare e senza che spesso ne siamo consapevoli. Le tasse che paghiamo, le pensioni che milioni di italiani e italiane percepiscono non contengono forse un riferimento alla nazione così implicito che neppure vi facciamo più caso? Perfino le nostre previsioni meteorologiche non definiscono un «qui» che coincide con lo Stato nazionale? Sono, questi e molti altri, i segni di un «nazionalismo banale», come lo ha definito l’inglese Michael Billig (il suo libro, con questo titolo, è stato pubblicato in Italia da Rubbettino), che è parte integrante della vita di una società democratica.
Accettare, e anzi enfatizzare, la contrapposizione irriducibile tra sovranisti ed europeisti significa invece ignorare questo sentimento di appartenenza nazionale più immediato e sotterraneo; significa lasciare tutto ciò che riguarda la nazione ai partiti cosiddetti populisti, nella convinzione che del nazionalismo si possa avere solo l’accezione aggressiva, bellicista, razzista che ha prodotto molti degli orrori del ‘900. Ma la contrapposizione tra sovranisti ed europeisti rischia di ignorare anche un dato che è sotto gli occhi di tutti: l’Unione europea costituisce uno spazio che è sì di collaborazione ma al contempo anche di concorrenza tra gli Stati che ne fanno parte, dalle misure di politica economica alle iniziative di politica estera (come dimostra la crisi libica, nella quale Italia e Francia hanno seguito linee divergenti). La posizione gialloverde, anzi soprattutto leghista, nei confronti dell’Europa non va oltre un muscolarismo parolaio e controproducente. Ma ci sarebbe da preoccuparsi se l’alternativa fosse soltanto quella racchiusa in slogan come «più Europa» o «siamo europei», che rischiano di parlare soprattutto alle élite e finiscono col regalare ai cosiddetti sovranisti (o dare l’impressione di regalare, ciò che a fini elettorali è lo stesso) la difesa dell’interesse nazionale.
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sabato 30 marzo 2019
IL CONGRESSO DI VERONA
[ 30 marzo ]
Non mi scandalizzo più di tanto per il gratuito patrocinio della provincia di Verona, della regione Veneto, sono invece indignata per quello offerto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Sia Di Maio che Conte hanno preso le distanze, e allora perché hanno dato la copertura politica ad un meeting voluto in Italia dalla parte più reazionaria della Lega?
Davvero pensano, dentro i cinque stelle, che il cerchiobottismo paghi?
I promotori affermano, contro la campagna mossagli contro dai media neoliberali, che «Il Congresso non è "contro" nessuno, ma vuol esprimere la bellezza della Famiglia!». Per abbindolare i cittadini fornisconoun'immagine ammiccante e tranquillizzante di sé stessi. Un classico del marketing, il prodotto si deve vendere!
Quello della difesa della famiglia, detto che non ho nulla contro la famiglia, è solo uno specchietto per le allodole per far passare ben altri contenuti. Non solo i promotori vogliono restaurare la famiglia di vecchio conio, patriarcale e autoritaria. Essi mettono assieme tutti i cascami del cristianesimo ultraconservatore (guarda caso non c'è il
patrocinio né della Chiesa cattolica, né di nessun'altra Chiesa cristiana) allo scopo di lanciare una vera e propria crociata contro l'aborto, i diritti delle donne, dei gay e delle minoranze sessuali. Si tratta, insomma, della destra dura e pura, ripeto, non solo tradizionalista, ma dichiaratamente reazionaria.
Fermo restando il diritto a manifestare le loro opinioni, sarebbe necessaria una battaglia antagonistica allo scopo di contrastare questo movimento, per spiegare ai cittadini quanto certi loro valori etici e civili siano sbagliati.
Ahimé la prima linea di questa battaglia è stata occupata dalla coalizione femminista e transfemminista di NON UNA DI MENO, che ha chiamato infatti alla mobilitazione, proprio a Verona, per boicottare l'evento in questione.
Nulla da eccepire se non fosse per la piattaforma politica e valoriale su cui la mobilitazione è stata indetta. Leggiamo nel testo che convoca la manifestazione di NON UNA DI MENO:
Questa mattina sulle prime pagine dei giornali campeggia la notizia del XIII Congresso Mondiale per la famiglia (WCF XIII), cominciato ieri a Verona — sostenuto dalla Lega salviniana e promosso dall’Organizzazione Internazionale per la Famiglia (International Organization for the Family, IOF), e relativa contro-manifestazione femminista e transfemminista.
Ci pare utile ripubblicare questo contributo.
* * *
NON UNA DI PIÙ
di C. Res.
DESTRA REAZIONARIA
Non mi scandalizzo più di tanto per il gratuito patrocinio della provincia di Verona, della regione Veneto, sono invece indignata per quello offerto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Sia Di Maio che Conte hanno preso le distanze, e allora perché hanno dato la copertura politica ad un meeting voluto in Italia dalla parte più reazionaria della Lega?
Davvero pensano, dentro i cinque stelle, che il cerchiobottismo paghi?
I promotori affermano, contro la campagna mossagli contro dai media neoliberali, che «Il Congresso non è "contro" nessuno, ma vuol esprimere la bellezza della Famiglia!». Per abbindolare i cittadini fornisconoun'immagine ammiccante e tranquillizzante di sé stessi. Un classico del marketing, il prodotto si deve vendere!
Quello della difesa della famiglia, detto che non ho nulla contro la famiglia, è solo uno specchietto per le allodole per far passare ben altri contenuti. Non solo i promotori vogliono restaurare la famiglia di vecchio conio, patriarcale e autoritaria. Essi mettono assieme tutti i cascami del cristianesimo ultraconservatore (guarda caso non c'è il
patrocinio né della Chiesa cattolica, né di nessun'altra Chiesa cristiana) allo scopo di lanciare una vera e propria crociata contro l'aborto, i diritti delle donne, dei gay e delle minoranze sessuali. Si tratta, insomma, della destra dura e pura, ripeto, non solo tradizionalista, ma dichiaratamente reazionaria.
Fermo restando il diritto a manifestare le loro opinioni, sarebbe necessaria una battaglia antagonistica allo scopo di contrastare questo movimento, per spiegare ai cittadini quanto certi loro valori etici e civili siano sbagliati.
LE TRANSFEMMINISTE SBAGLIANO
Ahimé la prima linea di questa battaglia è stata occupata dalla coalizione femminista e transfemminista di NON UNA DI MENO, che ha chiamato infatti alla mobilitazione, proprio a Verona, per boicottare l'evento in questione.
Nulla da eccepire se non fosse per la piattaforma politica e valoriale su cui la mobilitazione è stata indetta. Leggiamo nel testo che convoca la manifestazione di NON UNA DI MENO:
«Nella famiglia patriarcale eteronormata si produce e riproduce un modello sociale gerarchico e sessista: è il luogo dove si verificano la maggior parte delle violenze di genere ed è il dispositivo che riproduce la divisione sessuale del lavoro e dell’oppressione. Inoltre, la famiglia è uno strumento ideologico utilizzato per scopi razzisti, quando è utilizzato per sostenere la riproduzione dell’identità nazionale dalla pelle bianca. Per questo ribadiamo che la libertà di autodeterminazione delle donne e di tutte le soggettività LGBT*QI+non può prescindere dalla libertà di movimento delle e dei migranti. La violenza dei confini si esprime sui territori e sui corpi delle persone che li attraversano. (...) Il femminismo e il transfemminismo che abbiamo messo in campo vanno oltre le identità e le loro codificazioni, transitano negli spazi e nella società per creare nuove forme di lotta, procedono per relazioni più che per individuazioni e attraversano ogni aspetto di una mobilitazione che è globale. Con la nostra lotta abbiamo mostrato che sessismo, sfruttamento, razzismo, colonialismo, fondamentalismo politico e religioso, omo-lesbo-transfobia e fascismo sono legati e si sostengono l’uno con l’altro».
QUATTRO CRITICHE
Io non parteciperò alla contro-manifestazione indetta da NON UNA DI MENO. Non ci andrò per quattro ragioni, sostanziali.
La prima è che le transfemministe agiscono col più classico stile politico settario e maschile, ovvero non perdono occasione per mettere il loro cappello sul movimento femminista, malgrado siano una piccola minoranza settaria del movimento delle donne. Faccio notare che ciò gli è consentito non solo dall'appoggio dei poteri neoliberali politicamente corretti, ma pure da una sinistra scombussolata e codista che considera ogni critica a questo mostriciattolo transfemminista un tabù.
La prima è che le transfemministe agiscono col più classico stile politico settario e maschile, ovvero non perdono occasione per mettere il loro cappello sul movimento femminista, malgrado siano una piccola minoranza settaria del movimento delle donne. Faccio notare che ciò gli è consentito non solo dall'appoggio dei poteri neoliberali politicamente corretti, ma pure da una sinistra scombussolata e codista che considera ogni critica a questo mostriciattolo transfemminista un tabù.
La seconda riguarda proprio l'apologia che il transfeminismo compie di idee, valori e pratiche sociali che nulla hanno di popolare e proletario, tantomeno di comunista. Esso infatti ricicla e rende potabili idee, valori e pratiche calate dall'alto, partorite dall'élite neoliberale, spacciate come progressiste ed emancipatore.
La terza concerne l'autoreferenzialità delle transfemministe; esse sanno, anche se non lo dicono, che quella loro, per valori e pratiche, è una lotta che non attecchirà mai in mezzo al popolo e nemmeno tra la grande maggioranza delle donne. Il fatto è che a loro questa dimensione politica del problema non interessa affatto.
La quarta infine è presto detta: per idee e metodi la contestazione delle transfemministe, come in un gioco di sponda, alimenta e rafforza le correnti della destra reazionaria, non solo quella che si ritroverà a Verona.
La terza concerne l'autoreferenzialità delle transfemministe; esse sanno, anche se non lo dicono, che quella loro, per valori e pratiche, è una lotta che non attecchirà mai in mezzo al popolo e nemmeno tra la grande maggioranza delle donne. Il fatto è che a loro questa dimensione politica del problema non interessa affatto.
La quarta infine è presto detta: per idee e metodi la contestazione delle transfemministe, come in un gioco di sponda, alimenta e rafforza le correnti della destra reazionaria, non solo quella che si ritroverà a Verona.
Non una di meno? No, non una di più»
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giovedì 21 marzo 2019
NON UNA DI PIÙ di C. Res.
[ 21 marzo 2019 ]
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo sul cosiddetto XIII Congresso Mondiale per la famiglia (WCF XIII), che si svolgerà a Verona, dal 29 al 31 marzo, promosso dall’Organizzazione Internazionale per la Famiglia (International Organization for the Family, IOF), quindi sulla contro-manifestazione femminista e transfemminista.
Non mi scandalizzo più di tanto per il gratuito patrocinio della provincia di Verona, della regione Veneto, sono invece indignata per quello offerto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Sia Di Maio che Conte hanno preso le distanze, e allora perché hanno dato la copertura politica ad un meeting voluto in Italia dalla parte più reazionaria della Lega?
Davvero pensano, dentro i cinque stelle, che il cerchiobottismo paghi?
I promotori affermano, contro la campagna mossagli contro dai media neoliberali, che «Il Congresso non è "contro" nessuno, ma vuol esprimere la bellezza della Famiglia!». Per abbindolare i cittadini forniscono un'immagine ammiccante e tranquillizzante di sé stessi. Un classico del marketing, il prodotto si deve vendere!
Quello della difesa della famiglia, detto che non ho nulla contro la famiglia, è solo uno specchietto per le allodole per far passare ben altri contenuti. Non solo i promotori vogliono restaurare la famiglia di vecchio conio, patriarcale e autoritaria. Essi mettono assieme tutti i cascami del cristianesimo ultraconservatore (guarda caso non c'è il
patrocinio né della Chiesa cattolica, né di nessun'altra Chiesa cristiana) allo scopo di lanciare una vera e propria crociata contro l'aborto, i diritti delle donne, dei gay e delle minoranze sessuali. Si tratta, insomma, della destra dura e pura, ripeto, non solo tradizionalista, ma dichiaratamente reazionaria.
Fermo restando il diritto a manifestare le loro opinioni, sarebbe necessaria una battaglia antagonistica allo scopo di contrastare questo movimento, per spiegare ai cittadini quanto certi loro valori etici e civili siano sbagliati.
Ahimé la prima linea di questa battaglia è stata occupata dalla coalizione femminista e transfemminista di NON UNA DI MENO, che ha chiamato infatti alla mobilitazione, proprio a Verona, per boicottare l'evento in questione.
Nulla da eccepire se non fosse per la piattaforma politica e valoriale su cui la mobilitazione è stata indetta. Leggiamo nel testo che convoca la manifestazione di NON UNA DI MENO:
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo sul cosiddetto XIII Congresso Mondiale per la famiglia (WCF XIII), che si svolgerà a Verona, dal 29 al 31 marzo, promosso dall’Organizzazione Internazionale per la Famiglia (International Organization for the Family, IOF), quindi sulla contro-manifestazione femminista e transfemminista.
Destra reazionaria
Non mi scandalizzo più di tanto per il gratuito patrocinio della provincia di Verona, della regione Veneto, sono invece indignata per quello offerto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Sia Di Maio che Conte hanno preso le distanze, e allora perché hanno dato la copertura politica ad un meeting voluto in Italia dalla parte più reazionaria della Lega?
Davvero pensano, dentro i cinque stelle, che il cerchiobottismo paghi?
I promotori affermano, contro la campagna mossagli contro dai media neoliberali, che «Il Congresso non è "contro" nessuno, ma vuol esprimere la bellezza della Famiglia!». Per abbindolare i cittadini forniscono un'immagine ammiccante e tranquillizzante di sé stessi. Un classico del marketing, il prodotto si deve vendere!
Quello della difesa della famiglia, detto che non ho nulla contro la famiglia, è solo uno specchietto per le allodole per far passare ben altri contenuti. Non solo i promotori vogliono restaurare la famiglia di vecchio conio, patriarcale e autoritaria. Essi mettono assieme tutti i cascami del cristianesimo ultraconservatore (guarda caso non c'è il
patrocinio né della Chiesa cattolica, né di nessun'altra Chiesa cristiana) allo scopo di lanciare una vera e propria crociata contro l'aborto, i diritti delle donne, dei gay e delle minoranze sessuali. Si tratta, insomma, della destra dura e pura, ripeto, non solo tradizionalista, ma dichiaratamente reazionaria.
Fermo restando il diritto a manifestare le loro opinioni, sarebbe necessaria una battaglia antagonistica allo scopo di contrastare questo movimento, per spiegare ai cittadini quanto certi loro valori etici e civili siano sbagliati.
Le transfemministe sbagliano
Ahimé la prima linea di questa battaglia è stata occupata dalla coalizione femminista e transfemminista di NON UNA DI MENO, che ha chiamato infatti alla mobilitazione, proprio a Verona, per boicottare l'evento in questione.
Nulla da eccepire se non fosse per la piattaforma politica e valoriale su cui la mobilitazione è stata indetta. Leggiamo nel testo che convoca la manifestazione di NON UNA DI MENO:
«Nella famiglia patriarcale eteronormata si produce e riproduce un modello sociale gerarchico e sessista: è il luogo dove si verificano la maggior parte delle violenze di genere ed è il dispositivo che riproduce la divisione sessuale del lavoro e dell’oppressione. Inoltre, la famiglia è uno strumento ideologico utilizzato per scopi razzisti, quando è utilizzato per sostenere la riproduzione dell’identità nazionale dalla pelle bianca. Per questo ribadiamo che la libertà di autodeterminazione delle donne e di tutte le soggettività LGBT*QI+non può prescindere dalla libertà di movimento delle e dei migranti. La violenza dei confini si esprime sui territori e sui corpi delle persone che li attraversano. (...) Il femminismo e il transfemminismo che abbiamo messo in campo vanno oltre le identità e le loro codificazioni, transitano negli spazi e nella società per creare nuove forme di lotta, procedono per relazioni più che per individuazioni e attraversano ogni aspetto di una mobilitazione che è globale. Con la nostra lotta abbiamo mostrato che sessismo, sfruttamento, razzismo, colonialismo, fondamentalismo politico e religioso, omo-lesbo-transfobia e fascismo sono legati e si sostengono l’uno con l’altro».
Quattro critiche
Io non parteciperò alla contro-manifestazione indetta da NON UNA DI MENO. Non ci andrò per quattro ragioni, sostanziali.
La prima è che le transfemministe agiscono col più classico stile politico settario e maschile, ovvero non perdono occasione per mettere il loro cappello sul movimento femminista, malgrado siano una piccola minoranza settaria del movimento delle donne. Faccio notare che ciò gli è consentito non solo dall'appoggio dei poteri neoliberali politicamente corretti, ma pure da una sinistra scombussolata e codista che considera ogni critica a questo mostriciattolo transfemminista un tabù.
La prima è che le transfemministe agiscono col più classico stile politico settario e maschile, ovvero non perdono occasione per mettere il loro cappello sul movimento femminista, malgrado siano una piccola minoranza settaria del movimento delle donne. Faccio notare che ciò gli è consentito non solo dall'appoggio dei poteri neoliberali politicamente corretti, ma pure da una sinistra scombussolata e codista che considera ogni critica a questo mostriciattolo transfemminista un tabù.
La seconda riguarda proprio l'apologia che il transfeminismo compie di idee, valori e pratiche sociali che nulla hanno di popolare e proletario, tantomeno di comunista. Esso infatti ricicla e rende potabili idee, valori e pratiche calate dall'alto, partorite dall'élite neoliberale, spacciate come progressiste ed emancipatore.
La terza concerne l'autoreferenzialità delle transfemministe; esse sanno, anche se non lo dicono, che quella loro, per valori e pratiche, è una lotta che non attecchirà mai in mezzo al popolo e nemmeno tra la grande maggioranza delle donne. Il fatto è che a loro questa dimensione politica del problema non interessa affatto.
La quarta infine è presto detta: per idee e metodi la contestazione delle transfemministe, come in un gioco di sponda, alimenta e rafforza le correnti della destra reazionaria, non solo quella che si ritroverà a Verona.
La terza concerne l'autoreferenzialità delle transfemministe; esse sanno, anche se non lo dicono, che quella loro, per valori e pratiche, è una lotta che non attecchirà mai in mezzo al popolo e nemmeno tra la grande maggioranza delle donne. Il fatto è che a loro questa dimensione politica del problema non interessa affatto.
La quarta infine è presto detta: per idee e metodi la contestazione delle transfemministe, come in un gioco di sponda, alimenta e rafforza le correnti della destra reazionaria, non solo quella che si ritroverà a Verona.
Non una di meno? No, non una di più»
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mercoledì 31 ottobre 2018
CHE CI DICE L'ELOGIO SALVINIANO DI BOLSONARO di Piemme
[ 31 ottobre 2018 ]
Fabrizio Marchi su l'interferenza dice l'essenziale del neopresidente del Brasile Jair Bolsonaro:
Fabrizio Marchi su l'interferenza dice l'essenziale del neopresidente del Brasile Jair Bolsonaro:
«Bolsonaro è la sintesi del peggio che possa esistere al mondo. Ammiratore di Hitler per sua stessa ammissione, nostalgico delle feroci dittature militari (sponsorizzate e armate dagli USA) che per quasi mezzo secolo hanno letteralmente insanguinato l’intero continente latinoamericano, ultra filosionista (in una delle sue primissime dichiarazioni ha annunciato la decisione di chiudere l’ambasciata palestinese), ultraliberista in politica economica, omofobo, integralista religioso (più per opportunismo che per fede…), seguace fanatico delle sette evangeliche che dagli Stati Uniti stanno da tempo colonizzando l’America Latina, filo americano, antisocialista e anti comunista viscerale, appoggiato da Trump, Bannon, e naturalmente da Netanyahu e da tutta la destra e l’estrema destra sud e nord americana, israeliana ed europea, Bolsonaro è il simbolo della “riscossa” reazionaria inAmerica Latina».
Non dice, Marchi, le immense responsabilità che un quindicennio di governi del PT lulista hanno avuto nel causare la vittoria di questo energumeno — politiche liberiste che hanno accresciuto a dismisura le già enormi diseguaglianze sociali, una gestione nepotistica e corruttiva del potere.
Ma non è questo adesso il punto; condividiamo del pezzo del Marchi il ribrezzo per lo sconcio e sguaiato appoggio che Salvini ha promesso a Bolsonaro.
Con l'esaltazione di Bolsonaro Matteo Salvini ha compiuto un'altro passo o strappo per attestare la sua Lega nel campo della destra reazionaria —alla faccia di certi amici che ce la menano col discorso che sarebbe finita la "dicotomia sinistra-destra": la verità è che più la sinistra si imputridisce e s'inabissa nel campo liberale, più le destre avanzano, per di più secernendo le pulsioni più antidemocratiche.
Poi però il Marchi giunge a questa conclusione:
«Sbandiera la sua amicizia [di Salvini, ndr] con Putin ma di fatto è parte organica dell’“Internazionale nera e liberista” guidata appunto da Trump, Bannon e Netanyahu».
Ecco come, nella comprensibile foga polemica, si passa dalla ragione al torto. Tre errori, a me sembra, in due righe.
(1) E' sbagliato dedurre da un tweet che Salvini stia portando la Lega nella “Internazionale nera e liberista guidata da Trump, Bannon e Netanyahu". Lo so che sembra banale rispondere che "le cose sono molto più complesse" ma... le cose sono effettivamente più complesse. E' quantomeno prematuro sostenere che Salvini sia un finto filo-russo e un vero filo-americano. Chi vivrà vedrà.
(2) Tanto più perché non esiste una "internazionale", ovvero un blocco omogeneo e strategico tra Trump, Bannon e Netanyahu. Bannon non è fantoccio di Trump e Netanyahu gioca in Medio oriente la sua partita geopolitica, essa collima per molti aspetti con le mosse di Trump, ma è una convergenza di fase, non un matrimonio strategico.
(3) E ove ci sia questo blocco perché aggettivarlo come "internazionale nera"? Il solito errore di certa sinistra quello di semplificare e ridurre a caricature e mere duplicazioni processi storici complessi, spazzando quindi via le loro peculiarità (di notte tutte le vacche sono... nere e ... fasciste, liberiste, non fa differenza).
Occorre combattere la reazione che monta prepotente nel mondo ma per farlo occorre ben inquadrare e mettere a fuoco questo nemico per scoprirne i punti deboli, per anticipare le sue mosse, per colpirlo nel modo giusto.
Non mi risulta che coloro che affermano che questi populismi di destra avanzanti siano fascisti punto, si stiano preparando a passare alla clandestinità o all'esilio (dove? in Russia?), la qual cosa sarebbe, visto lo stato in cui versa la sinistra rivoluzionaria, la sola cosa sensata.
Ps
Occorre poi stare molto attenti a tutto questo "gridare al lupo! al lupo!". Sempre più diventa un pretesto per una posizione indifferentista davanti alla insubordinazione del governo giallo-verde verso l'oligarchia eurocratica ed i suoi diktat. Come dire: "che ce ne può fregare della sovranità nazionale e di rompere la gabbia europea se poi avremo il fascismo in Italia?". Un indifferentismo che a ben vedere implica considerare la gabbia eurista il "male minore". Mi sbaglio?
Ps
Occorre poi stare molto attenti a tutto questo "gridare al lupo! al lupo!". Sempre più diventa un pretesto per una posizione indifferentista davanti alla insubordinazione del governo giallo-verde verso l'oligarchia eurocratica ed i suoi diktat. Come dire: "che ce ne può fregare della sovranità nazionale e di rompere la gabbia europea se poi avremo il fascismo in Italia?". Un indifferentismo che a ben vedere implica considerare la gabbia eurista il "male minore". Mi sbaglio?
martedì 16 ottobre 2018
LA LEGA E L'INCHINO DI GIORGETTI di Piemme
[ 16 ottobre 2018 ]
Sabato scorso a Milano c'è stato un incontro promosso da Fratelli d'Italia. In quella sede Giorgetti ha fatto delle dichiarazioni che hanno seminato il panico tra i berlusconiani. "Giorgetti conferma l'Opa della Lega su Forza Italia"; "allora è vero, ci vuole morti"; "Dà per finito il centro destra"; "l'alleanza coi grillini è oramai stabile".
Ma cosa avrebbe detto Giorgetti? Lo riporta fedelmente Il Giornale di Sallusti. Due le frasi salienti. Sentiamo la Prima:
Detto questo il discorso di Giorgetti è illuminante: la Lega salviniana dovrebbe porsi come partito egemone nel campo della classe dominante, cioè come un organico partito di destra. Col che Giorgetti ci fa capire che se la forma è populista la sostanza deve restare liberal-liberista, poiché egli sa bene che la grande borghesia diffida di certa radicalità populistica. In altre parole il Giorgetti lascia intendere che quella populista è una modalità temporanea, il veicolo momentaneo per dare vita a quel partito liberale di massa che la borghesia italiana non ha più avuto dopo la fase giolittiana.
Notate infatti la stridente contraddizione tra la prima affermazione e la seconda, e quanto poco il nostro consideri il populismo un'opzione strategica. Nella prima butta lì, in modo che più banale non si può, il discorsetto trito e ritrito che sarebbero saltate le "vecchia categorie di destra e sinistra",; poi subito dopo, "inchinandosi" a Salvini ci dice che lui "ha fatto una cosa molto semplice: ha sdoganato la destra. Oggi la gente non si dice più di centro-destra ma di destra e grazie a lui al popolo della destra è stata data una leadership".
Non è dato sapere come davvero evolverà la Lega, se essa finirà per fungere da veicolo per la grande borghesia nordista, o se invece si consoliderà come partito populista della piccola borghesia. I prossimi anni ci daranno la risposta.
Sabato scorso a Milano c'è stato un incontro promosso da Fratelli d'Italia. In quella sede Giorgetti ha fatto delle dichiarazioni che hanno seminato il panico tra i berlusconiani. "Giorgetti conferma l'Opa della Lega su Forza Italia"; "allora è vero, ci vuole morti"; "Dà per finito il centro destra"; "l'alleanza coi grillini è oramai stabile".
Ma cosa avrebbe detto Giorgetti? Lo riporta fedelmente Il Giornale di Sallusti. Due le frasi salienti. Sentiamo la Prima:
«Stiamo vivendo una frattura storica, le nuove categorie non saranno più quelle classiche del passato, destra e sinistra Chi dovrà interpretare questo cambiamento sarà un soggetto populista e sovranista».La seconda; questo cambiamento della politica
«... richiede un leader che lo sappia interpretare e Matteo Salvini c'è già riuscito benissimo. M'inchino alla sua bravura... ha fatto una cosa molto semplice: ha sdoganato la destra. Oggi la gente non si dice più di centro-destra ma di destra e grazie a lui al popolo della destra è stata data una leadership; la gente lo segue, lo apprezza, lo ha votato e vorrebbe votarlo di più. Quando c'era Berlusconi era lui a saper interpretare la destra e ad intercettare il consenso. Oggi la fa Salvini».Qui, sarò accusato di dietrologia, non c'è solo l'Opa della Lega sul mondo belusconiano in pieno disfacimento, qui c'è l'Opa di Giorgetti su Matteo Salvini; ovvero una certa e potente borghesia padana e nordista, in una delicata fase di passaggio da cui emergeranno i futuri assetti di comando della Repubblica, tenta di usare il taxi di Salvini per impossessarsi di ulteriori quote di potere statale. Poi magari, un giorno scenderà dal taxi e tenterà di fare a meno del populista Salvini.
Detto questo il discorso di Giorgetti è illuminante: la Lega salviniana dovrebbe porsi come partito egemone nel campo della classe dominante, cioè come un organico partito di destra. Col che Giorgetti ci fa capire che se la forma è populista la sostanza deve restare liberal-liberista, poiché egli sa bene che la grande borghesia diffida di certa radicalità populistica. In altre parole il Giorgetti lascia intendere che quella populista è una modalità temporanea, il veicolo momentaneo per dare vita a quel partito liberale di massa che la borghesia italiana non ha più avuto dopo la fase giolittiana.
Notate infatti la stridente contraddizione tra la prima affermazione e la seconda, e quanto poco il nostro consideri il populismo un'opzione strategica. Nella prima butta lì, in modo che più banale non si può, il discorsetto trito e ritrito che sarebbero saltate le "vecchia categorie di destra e sinistra",; poi subito dopo, "inchinandosi" a Salvini ci dice che lui "ha fatto una cosa molto semplice: ha sdoganato la destra. Oggi la gente non si dice più di centro-destra ma di destra e grazie a lui al popolo della destra è stata data una leadership".
Non è dato sapere come davvero evolverà la Lega, se essa finirà per fungere da veicolo per la grande borghesia nordista, o se invece si consoliderà come partito populista della piccola borghesia. I prossimi anni ci daranno la risposta.
sabato 8 settembre 2018
TRA LE BRACCIA DEL DIAVOLO
[ 8 settembre 2018 ]
«È dei nostri!». A scriverlo, in un tweet, è Mischael Modrikamen, uno dei fondatori di The Movement. E ad accompagnare il messaggio c’è una foto in cui lo stesso Modrikamen — avvocato e presidente del Partito Popolare belga — è con Steve Bannon, l’ex stratega politico di Donald Trump, e Matteo Salvini. Ed è proprio di Salvini che Modrikamen parla: perché il leader della Lega e ministro dell’Interno ha aderito alla fondazione che mira a riunire le forze euroscettiche e nazionaliste europee.
Una mossa, quella di Salvini, che conferma il posizionamento della Lega indicato già nell’incontro di Milano con il leader ungherese Viktor Orban, e che sembra smorzare le speranze del candidato del partito popolare europeo alla presidenza della Commissione europea per le elezioni 2019, Manfred Weber, di «includere» i partiti sovranisti all’interno del Ppe. Salvini ha annunciato la sua adesione al movimento di Bannon nel giorno in cui la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron si sono incontrati a Parigi, spiegando di voler «preparare il futuro» affrontando «la grande sfida del momento, quella sui temi migratori. «Tutto il Mediterraneo è nel cuore della nostra politica europea sulle migrazioni - ha detto Macron - ma deve trattarsi di una chance e non di una paura».
Ma che cos'è The Movement? Le origini della fondazione si ritrovano in una intervista rilasciata da Bannon al sito The Daily Beast il 20 luglio scorso. Nell'intervista, Bannon spiegava di voler innescare una «rivoluzione di destra e populista», a partire dalle elezioni europee del 2019. La fondazione, che ha come nemesi dichiarata la Open Society di George Soros, punta a essere una «centrale» in grado di fornire aiuto in termini di sondaggi, comunicazione, data-targeting sui social e ricerche per una serie di partiti «che stanno crescendo in tutta Europa, in molti casi senza strutture politiche professionali o budget significativi», scrive The Daily Beast, aggiungendo che «nel corso dello scorso anno, Bannon ha già parlato con gruppi di destra europei, da Nigel Farage a Marine Le Pen a Orban». L'obiettivo è quello di creare un «supergruppo» all'interno del Parlamento europeo. La base operativa di The Movement — sempre secondo The Daily Beast — sarà Bruxelles».
Ci sono atti politici e simbolici che valgono un'enormità.
Questo è il caso (ove fosse vero davvero, prendiamo infatti con il beneficio dell'inventario quanto il CORRIERE DELLA SERA da per certo) dell'adesione di Matteo Salvini a The Movement, l'internazionale che Steve Bannon sta costruendo (dice anzitutto per opporsi a quella sorosiana) e che avrà la sede centrale a Bruxelles.
E' noto che Bannon sia l'elemento di spicco della corrente statunitense che va sotto il nome di Alt-Right (Destra Alternativa).
Alt-Right è la strana bestia partorita dalla metamorfosi della destra tradizionale nordamericana. Una paccottiglia eteroclita tipicamente yankee, dove convivono suprematisti bianchi, cattolici fondamentalisti, puritani evangelici, islamofobi, sionisti incalliti, liberisti estremi o anarco-capitalisti, antisemiti apertamente filo-nazi. In una parola, per quanto nuova, destra dura e reazionaria.
Che questo The Movement possa prendere piede in Europa nella forma e col profilo che possiede Alt-Right c'è da dubitarne, certo inciderà su quella che sarà l'evoluzione del populismo di destra nel nostro continente.
Salvini sa chi s'è scelto come compagno di strada? Si tratta di una mossa tattica o di una vera e propria condivisione ideologica? Va bene contrastare l'internazionale di Soros, ma così si è gettato tra le braccia del diavolo.
* * *
Salvini incontra Bannon, l’ex stratega di Trump.
E aderisce al suo The Movement
Il leader della Lega ha incontrato l’ex stratega politico di Donald Trump e Mischael Modrikamen, aderendo alla fondazione che mira a riunire le forze euroscettiche e nazionaliste europee
«È dei nostri!». A scriverlo, in un tweet, è Mischael Modrikamen, uno dei fondatori di The Movement. E ad accompagnare il messaggio c’è una foto in cui lo stesso Modrikamen — avvocato e presidente del Partito Popolare belga — è con Steve Bannon, l’ex stratega politico di Donald Trump, e Matteo Salvini. Ed è proprio di Salvini che Modrikamen parla: perché il leader della Lega e ministro dell’Interno ha aderito alla fondazione che mira a riunire le forze euroscettiche e nazionaliste europee.
Una mossa, quella di Salvini, che conferma il posizionamento della Lega indicato già nell’incontro di Milano con il leader ungherese Viktor Orban, e che sembra smorzare le speranze del candidato del partito popolare europeo alla presidenza della Commissione europea per le elezioni 2019, Manfred Weber, di «includere» i partiti sovranisti all’interno del Ppe. Salvini ha annunciato la sua adesione al movimento di Bannon nel giorno in cui la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron si sono incontrati a Parigi, spiegando di voler «preparare il futuro» affrontando «la grande sfida del momento, quella sui temi migratori. «Tutto il Mediterraneo è nel cuore della nostra politica europea sulle migrazioni - ha detto Macron - ma deve trattarsi di una chance e non di una paura».
Ma che cos'è The Movement? Le origini della fondazione si ritrovano in una intervista rilasciata da Bannon al sito The Daily Beast il 20 luglio scorso. Nell'intervista, Bannon spiegava di voler innescare una «rivoluzione di destra e populista», a partire dalle elezioni europee del 2019. La fondazione, che ha come nemesi dichiarata la Open Society di George Soros, punta a essere una «centrale» in grado di fornire aiuto in termini di sondaggi, comunicazione, data-targeting sui social e ricerche per una serie di partiti «che stanno crescendo in tutta Europa, in molti casi senza strutture politiche professionali o budget significativi», scrive The Daily Beast, aggiungendo che «nel corso dello scorso anno, Bannon ha già parlato con gruppi di destra europei, da Nigel Farage a Marine Le Pen a Orban». L'obiettivo è quello di creare un «supergruppo» all'interno del Parlamento europeo. La base operativa di The Movement — sempre secondo The Daily Beast — sarà Bruxelles».
* Fonte: CORRIERE DELLA SERA dell'8 settembre
sabato 31 marzo 2018
IL VANGELO SECONDO MATTEO
[ 31 marzo 2018 ]
L'11 marzo si concludeva il congresso con cui il Front National ha cambiato i suoi natali in in Rassemblement National. Matteo Salvini in video-collegamento. Ospite di spicco l'americano Steve Bannon [vedi foto in basso].
Ma Bannon ha giocato un brutto scherzo alla Marine le Pen, visto che nel suo discorso ha elogiato la nipote Marion Maréchal Le Pen — la giovane leader che ha rotto con Marine si posizioni ultra-tradizionaliste — come "una delle persone più impressionanti del mondo".
Diverse le cose che accomunano Matteo Salvini, Steve Bannon e Marine le Pen. Una di queste, dopo la sceneggiata di Salvini a Milano — l'ostensione del vangelo e del rosario — è che fanno parte del fronte cattolico fondamentalista conservatore nemico giurato di Papa Bergoglio.
Su questo tema, su chi sono gli eventuali mentori di Salvini, sulla radicale svolta rispetto alla Lega di Bossi si sofferma l'articolo di Flavia Perina du LA STAMPA di ieri.
Di sicuro la Lega non ha concluso la sua metamorfosi. Segnaliamo, in merito all'evoluzione della Lega ed a certe infiltrazioni fasciste, un'indagine che pubblicammo nel gennaio 2015: «NÉ DI DESTRA, NÉ DI SINISTRA: FASCISTI DENTRO».
L'11 marzo si concludeva il congresso con cui il Front National ha cambiato i suoi natali in in Rassemblement National. Matteo Salvini in video-collegamento. Ospite di spicco l'americano Steve Bannon [vedi foto in basso].
Ma Bannon ha giocato un brutto scherzo alla Marine le Pen, visto che nel suo discorso ha elogiato la nipote Marion Maréchal Le Pen — la giovane leader che ha rotto con Marine si posizioni ultra-tradizionaliste — come "una delle persone più impressionanti del mondo".
Diverse le cose che accomunano Matteo Salvini, Steve Bannon e Marine le Pen. Una di queste, dopo la sceneggiata di Salvini a Milano — l'ostensione del vangelo e del rosario — è che fanno parte del fronte cattolico fondamentalista conservatore nemico giurato di Papa Bergoglio.
Su questo tema, su chi sono gli eventuali mentori di Salvini, sulla radicale svolta rispetto alla Lega di Bossi si sofferma l'articolo di Flavia Perina du LA STAMPA di ieri.
Di sicuro la Lega non ha concluso la sua metamorfosi. Segnaliamo, in merito all'evoluzione della Lega ed a certe infiltrazioni fasciste, un'indagine che pubblicammo nel gennaio 2015: «NÉ DI DESTRA, NÉ DI SINISTRA: FASCISTI DENTRO».
* * *
LA NUOVA LEGA, ULTRACONSERVATRICE E DURA CONTRO LE IDEE DI
PAPA BERGOGLIO
Le voci di riferimento tra fondamentalisti cattolici,
teocon, populisti americani
di Flavia Perina
Sappiamo pochissimo dei protagonisti del nuovo bipolarismo,
e in particolare della destra sovranista che avanza, delle sue letture, dei
suoi interessi, dei suoi riferimenti ideologici.
Lo strappo culturale più evidente del Carroccio 2.0 è quello
con la tradizione federalista e il pensiero di Gianfranco Miglio, superato
dalla nuova dimensione nazionale o addirittura nazionalista.
Ma ce n’è un altro altrettanto significativo, e
politicamente molto più fruttuoso: l’ostilità manifesta verso la chiesa di Papa
Bergoglio, che rappresenta anche il terreno di saldatura con l’estrema destra,
le diverse aree del fondamentalismo cattolico, i reduci del mondo teocon, i
nuovi guru americani de pensiero populista, il vasto segmento di laici devoti
che hanno nostalgia dell’era Ratzinger.
La critica al Papa “l’autocrate argentino”, “il dittatore”,
come lo definisce qualcuno, è il vero comune denominatore degli influencer
pro-Lega. Personaggi noti come Antonio Socci, già vicedirettore Rai in
quota Fi, o Giuseppe Valditara, professore di Diritto romano a Torino, in
relazione con il guru della Alt-Right americana, Steve Bannon e con il suo
referente romano, l’ex sacerdote dei Legionari di Cristo Thomas D. Williams,
che subito dopo li voto hanno voluto incontrare Matteo Salvini. Ma che
giornalisti di area liberale, comunità di blogger piuttosto seguite (Il
Talebano), riviste online (Logos.it), il giro accademico che ruota attorno
all’Università europea di Roma e alle vecchie strutture di Alleanza cattolica.
E’ a questo mondo che Matteo Salvini ha parlato il 24
febbraio, nella manifestazione più
importante della campagna elettorale – il
comizio di chiusura in Piazza del Duomo – quando ha giurato “sulla Costituzione
e sul sacro Vangelo”, tirando fuori a sorpresa un rosario e archiviando con un
gesto sorprendente la tradizione laica o addirittura neopagana del Carroccio.
Un gesto simbolico che ha segnato la stipula di un patto.
“Sì, c’è una netta discontinuità tra la Lega di Umberto
Bossi, del tutto indifferente alla religione, e questa nuova Lega, che ha
aperto relazioni con la vasta area del tradizionalismo cattolico, anche
all’interno della Curia” dice il prof. Valditara, autore di Sovranismo, un
saggio sul valore delle identità nazionali e sulla necessità di difenderle.
Ma come, il Papa peronista che non piace alla destra?
“quello di Francesco è un peronismo di sinistra, che a differenza di Wojtyla e
Ratzinger rifiuta ogni discorso identitario sul destino dei popoli”.
Non c’è solo il dato ideologico. Vincenzo Sofo, milanese
fondatore della rivista online Il Talebano, spiega come la Lega di Salvini
abbia consolidato ottime relazioni con l’associazionismo cattolico arrabbiato
per lo “scarso interventismo” del Papa sui temi morali e per la sua distanza
dalla galassia di formazioni, Cl compresa, abituate ad una interlocuzione
diretta con Roma .“Il link fra la Lega e questo mondo si è aperto nel 2015,
all’epoca delle Sentinelle in Piedi, e adesso è molto forte”.
“In realtà – racconta Francesco Giubilei Rignani, giovane
editore emergente e fondatore del progetto Nazione Futura – la Lega del
dopo-Bossi ha mostrato fin dall’inizio interesse per i filoni tradizionalisti e
anti-moderni snobbati da Alleanza nazionale e Forza Italia. La critica al
pontificato di Bergoglio, nelle sue versioni più costruttive ma anche in quelle
più estreme, è senz’altro un comune denominatore di molti gruppi attivi nel
mondo della destra sovranista”.
L’immaginario di questo genere di cattolici sembra fatto
apposta per sposarsi con le suggestioni del nuovo corso leghista. A guidarne
l’istinto non sono solo le costruzioni politico-intellettuali ma anche emozioni
millenariste e distopiche sulla fine della Civiltà occidentale, l’idea del
romanziere Jean Raspail di una improvvisa invasione dell’Europa da parte di una
colossale orda di migranti favorita dalla Chiesa cattolica e da un Papa
sudamericano “che fa l’agitatore raccontando le miserie del Terzo Mondo”. Il
libro si chiama Il Campo dei Santi, uscì nel 1973 ma sta riscuotendo in questi
mesi nuova fortuna.
Marine Le Pen lo ha addirittura consigliato in una
trasmissione tv. In Italia le Edizioni di Ar lo hanno rieditato con grande
successo, Bannon lo ha citato come manifesto identitario in un convegno della
fondazione del cardinale Burke, ovviamente anti-bergogliana: chissà se c’è
nella libreria di Salvini, di sicuro sta in quelle di molti suoi nuovi
elettori.
* Fonte: LA STAMPA venerdì 30 marzo 2018
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