giovedì 18 ottobre 2018

DIECI RAGIONI CONTRO IL COSMOPOLITISMO di Moreno Pasquinelli

[ 4 agosto 2018 ]




Dobbiamo occuparci di Carlo Rovelli, fisico teorico e blasonato divulgatore scientifico — in gioventù, come molti, militante d'estrema sinistra. [1] Ma non è di filosofia della scienza che vogliamo parlare bensì di filosofia della storia, quindi politica. Parliamo di un articolo pubblicato per l'inglese The guardian, e che il CORRIERE DELLA SERA ha pubblicato il 31 luglio scorso dandogli un grande risalto. Il titolo è programmatico e apodittico: L'UNICA NAZIONE È L'UMANITÀ. Un trattatello in
 quattro teoremi nel quale egli ricapitola in modo esemplare la visione cosmopolitica dell'ultima borghesia. 




Primo teorema 
«Politiche nazionaliste o sovraniste stanno dilagando nel mondo, aumentando tensioni, seminando conflitti, minacciando tutti e ciascuno di noi. Il mio Paese è appena ricaduto preda di questa insensatezza». 
In poche righe tre proposizioni. 

(1) La prima proposizione è che l'Europa avrebbe conosciuto un cinquantennio di pace grazie al processo che è sfociato nella nascita dell'Unione europea. In verità l'assenza di conflitti — il nostro non prende nemmeno in considerazione quelli sociali e di classe — è stata dovuta all'equilibrio del terrore tra le due superpotenze (USA e URSS), e quindi al fatto che l'Europa occidentale è stata incapsulata nella NATO (che è la piattaforma su cui è nata la Comunità europea prima e la Ue poi). Ed infatti, non appena crollata l'URSS e dissoltosi il Patto di Varsavia, la pace è andata a farsi benedire. Ricordiamo la guerra che ha squartato la federazione di Iugoslavia coi suoi 250 mila morti, mezzo milione di feriti e centinaia di migliaia di sfollati — con l'Occidente che dopo aver fomentato i nazionalismi balcanici giunse nel 1999 a scatenare un attacco su grande scala.ì contro Belgrado.


(2) La seconda proposizione suppone che prima della rinascita dei sovranismi il mondo vivesse in pace e armonia. Bugia grandissima! Il quarantennio della globalizzazione neoliberista, con i suoi meccanismi predatori (per non parlare di svariate sciagure sociali) ha scatenato guerre in ogni dove, portandosi appresso una sterminata scia di sangue che ha riguardato tutti i continenti. Si chieda agli iracheni cosa pensino dell'esportazione della democrazia a stelle e strisce: 650mila morti, il doppio tra feriti e mutilati, milioni si sfollati. E l'elenco sarebbe lungo, fino all'inenarrabile macello in corso in Siria, anche questo alimentato da quel "faro di civiltà" che è l'Occidente. Solo "Effetti collaterali" della luminosa globalizzazione? E' vero invece quanto affermato dal Papa con efficace rappresentazione: il periodo che ci lasciamo alle spalle è stata null'altro che “Una terza guerra combattuta a pezzi”. 

(3) E veniamo dunque alla terza proposizione. Si tratta di un vero e proprio marchio di fabbrica della narrazione dell'élite globalista (e delle sue appendici sinistroidi) quella per gli stati-nazione per loro natura portano a conflitti armati tra i popoli, con l'addendum che le due guerre mondiali sarebbero il risultato della divisione in stati nazionali. Tesi ridicola quanto ingannevole l'addendum. Che forse prima che gli stati-nazione si affacciassero al proscenio della storia l'umanità non conosceva guerre? ce ne sono invece sempre state, solo che eran guerre tra imperi, tra città-stato, giù giù fino a quelle tribali e claniche. Rovelli, siccome faceva il rivoluzionario, dovrebbe poi avere contezza della categoria di IMPERIALISMO il quale, essendo per sua natura sistema predatorio e guerrafondaio, è prima e vera causa dei conflitti. Le due grandi guerre sono state conflitti tra imperialismi smaniosi di spartirsi il bottino mondiale, ed i nazionalismi erano solo maschere. Se volessimo infine andare alla radice sarebbe facile giungere alla conclusione che in regime capitalistico la pace, il mondo, non la conoscerà mai. 

Secondo teorema
«L'identità nazionale è falsa, è solo uno strato sottile, uno tra tanti altri, assai più importanti. L’identità nazionale è un veleno, mentre noi siamo una combinazione di strati, incroci, in una rete di scambi che tesse l’umanità intera nella sua multiforme e mutevole cultura. Ognuno di noi è un crocevia di identità molteplici e stratificate. Mettere la nazione in primo luogo significa tradire tutte le altre. Non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere. Sono narrazioni create consapevolmente per generare un senso di appartenenza a famiglie fittizie, chiamate nazioni. Le identità nazionali non sono altro che teatro politico».
Anche qui abbiamo tre proposizioni.

(4) La prima proposizione consiste in un vero e proprio imbroglio ideologico, per cui tutti i nazionalismi sarebbero maligni, mettendo nello stesso sacco il nazionalismo di un popolo oppresso e quello di un popolo oppressore, i patriottismi di matrice democratica e universalistica coi nazionalismi sciovinisti. Che ogni popolo sia "una combinazione di strati, incroci" ecc, è un'ovvietà. Ma questo che c'entra? Smentisce solo l'idea razzista della nazione e/o la sua versione tedesca di völkisch, della nazione fondata sull'idea della "purezza etnica". Accanto e contro questa concezione, c'è quella democratica della nazione, fondata sul demos includente e non sull'etnos escludente. La concezione propria dei padri nobili e dei martiri del Risorgimento italiano, che con le armi in pugno combatterono per unificare il Paese liberandolo del giogo straniero. Se andasse fino in fondo signor Rovelli dovrebbe condannare, col Risorgimento, tutte le guerre di liberazione dei popoli oppressi per diventare nazioni in quanto fenomeni separatisti "dell'unica famiglia umana", in quanto conflittivi e "velenosamente" identitari. Qualcuno potrà pensare che qui riecheggia il pacifismo irenico di Immanuel Kant, in verità è il suo sporco delle unghie, dato che Kant non si sarebbe sognato di sostenere che "l'identità nazionale è falsa", che sarebbe "solo uno strato sottile, uno tra tanti altri, assai più importanti" — che se poi quella nazionale è uno "strato sottile", figuriamoci quanto è fino quello cosmopolitico.

(5) Ma veniamo alla seconda proposizione, quella per cui "le identità nazionali sarebbero false, fittizie, velenose, teatro politico". Qui dal cielo di Kant si scende alla palude dei filosofi postmoderni per i quali tutto si ridurrebbe a "discorso", a "narrazione", ad ingannevole artifizio ideologico. Vivendo in Francia Rovelli potrebbe dire ad un francese che la Francia è solo una "invenzione", una "famiglia fittizia", che dovrebbe quindi dileguarsi... nell'umanità. Nel migliore dei casi riceverebbe una sonora pernacchia. Le identità nazionali, non solo in Europa, hanno invece profonde radici storiche e, come la storia recente dimostra, compresa la crisi ineluttabile dell'Unione europea, sono dure a morire. E' un fatto oggettivo ed i fatti non solo hanno la testa dura, vanno finalmente spazzando via le teorie per cui i fatti non esisterebbero ma solo "discorsi" e "narrazioni", che tutto quindi sarebbe mera sovrastruttura.

(6) E siamo alla terza proposizione. "Non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere". Una tesi, quella per cui le identità nazionali sarebbero tutte mere invenzioni dei dominanti, anche questa falsa, frutto avvelenato di certo filosofare postmodernista e poststrutturalista —da Lyotard a Foucault. Le nazioni possono essere effettivamente creazioni artificiali, è il caso ad esempio di molti stati sorti con la cosiddetta "decolonizzazione". Ciò riguarda senza dubbio il mondo arabo-islamico e l'Africa, dove l'imperialismo occidentale ha tracciato spesso confini e barriere del tutto arbitrarie. Si può dire la stessa cosa della Cina, del Giappone o della Persia? Si può dire, per venire a noi, degli stati nazionali europei? No, non si può dire. In questi casi le identità nazionali dei popoli non sono affatto un prodotto artificiale delle classi dominanti, risultano invece dalla combinazione di numerosi e profondi fattori storico-sociali: economici, linguistici, culturali, religiosi. E ammesso e non concesso che le nazioni siano forme create dai dominanti che vuol dire? Tanti sono i frutti che le classi dominanti ci hanno lasciato in eredità, le arti e le scienze ad esempio; la stessa democrazia moderna e il diritto; dovremmo forse gettarli nel cesso perché non prodotti dalle classi subalterne? Il cosmpolitismo che Rovelli abbraccia con tanta sicumera non è forse un prodotto ideologico della borghesia?

Terzo teorema

«Le intenzioni dei padri fondatori del mio Paese erano buone nel promuovere un’identità nazionale italiana, ma solo pochi decenni dopo questa è sfociata nel fascismo, estrema glorificazione di identità nazionale. Il fascismo ha ispirato il nazismo di Hitler. La passionale identificazione emotiva dei tedeschi in un singolo Volk ha finito per devastare la Germania e il mondo».
(7) Qui abbiamo una proposizione che stabilisce un filo rosso di conseguenzialità tra il patriottismo democratico risorgimentale ed il nazionalismo imperialista del fascismo, quindi col nazismo. Affermazione gravissima, non solo perché mostra una seria ignoranza della storia italiana (il nazionalismo italiano, a partire da Crispi, sorse sulle ceneri del patriottismo democratico sconfitto, che venne parassitato per giustificare l'avventurismo colonialistico), anche perché accoglie e legittima la rappresentazione che il fascismo ha dato della storia d'Italia.

Quarto teorema

«Ma localismo e nazionalismo non sono solo errori di calcolo; traggono forza dal loro appello emotivo: l’offerta di una identità. La politica gioca con il nostro istintivo insaziabile desiderio di appartenenza. Offrire una casa fittizia, la nazione, è risposta fasulla, ma costa poco e paga politicamente. Per questo la risposta alla perniciosa ideologia nazionale non può essere solo un appello alla ragionevolezza, ma deve trovare l’anelito morale e ideologico che merita: glorificare identità locali o nazionali e usarle per ridurre la cooperazione su scala più ampia non è solo un calcolo sbagliato, è anche miserabile, degradante, e moralmente riprovevole. Abbiamo un posto meraviglioso da chiamare «casa»: la Terra, e una meravigliosa, variegata tribù di fratelli e sorelle con i quali sentirci a casa e con i quali identificarci: l’umanità»
Qui, a parte le solite patetiche contumelie contro la nazione, abbiamo tre proposizioni.

(8) La prima proposizione riconosce che i nazionalismi fanno leva sul "nostro istintivo insaziabile desiderio di appartenenza". Quindi Rovelli, pur odiando la forma stato-nazionale ammette che tra le diverse cause storiche che l'han determinata ce n'è una di natura addirittura antropologica. Come diceva Aristotele l'uomo un un animale politico, più precisamente, per dirla con Marx, un essere sociale, per sua stessa natura comunitario.

(9) Con la seconda proposizione Rovelli afferma che non la nazione bensì l'umanità, anzi la Terra, sarebbe la sola "meravigliosa" casa che abitiamo.. E' il noto discorso che noi saremmo anzitutto "cittadini del mondo". Mai moralismo fu più astratto. Non c'è alcun "mondo" di cui si possa essere cittadini. Si è cittadini ove ci sia un demos, un luogo politico determinato ove cioè si esercitano diritti e si assolvono doveri civici. Ciò è possibile solo in seno a determinate comunità storico-politiche, nel caso quelle nazionali, non nel "mondo" il quale, fino a prova contraria ed in barba alla mito cosmopolitico, non è un entità politica, ma un affastellamento di demos nazionali che lungi dall'estinguersi proprio l'ultima globalizzazione spinge al rafforzamento. Una lampante riprova dell'astratto moralismo è che il nostro non tenta neppure di dirci come, rebus sic stantibus, le pie intenzioni cosmopolitiche dovrebbero materializzarsi: come l'umanità dovrebbe politicamente strutturarsi? Su quali basi sociali ed economiche? E quali forze o classi o potenze tirerebbero nella direzione cosmopolitica? Alle spalle del panegirico moralista resta solo l'apologia del presente, la difesa d'ufficio della globalizzazione che, denudata, è la distopia di un unico e totalitario impero mondiale, "meravigliosa e variegata" udite! udite!, "tribù di fratelli e sorelle". Dalla comunità di nazioni ad un consorzio di tribù. Non c'è male! [2]

(10) E quale sia la tribù alla quale il Rovelli sente di appartenere, lo dichiara senza alcun pudore:
«Sono cresciuto all’interno di una determinata classe sociale, e condivido abitudini e preoccupazioni con le persone di questa classe in tutto il pianeta più che con i miei connazionali».
Una confessione abbagliante, che chiude il cerchio. Il Rovelli ammette che si sente anzitutto membro di una tribù, anzi di una classe, quella appunto dell'ultima borghesia globalizzata. Dichiara quindi che con i suoi compari "di tutto il pianeta" condivide "abitudini e preoccupazioni" (leggi interessi e visioni politiche), affinità che invece non sente verso gli sventurati connazionali. Non c'è solo ripugnanza per la sua Patria, qui c'è uno altezzoso disprezzo delle classi subalterne, popolino che abbraccia un sovranismo "miserabile, degradante, e moralmente riprovevole". Il nostro ammette che in questo sovranismo c'è il profondo rancore sociale contro chi sta in alto da parte di chi sta in basso. E non si sbaglia. Gettata la maschera appare quindi in tutta la sua ipocrisia e inconsistenza la pretesa dell'ultima borghesia di essere essa portatrice di un "anelito morale e ideologico" superiore a quello patriottico delle classi subalterne.

Non contrastare il rancore di chi sta in basso, ma alimentarlo e trasformarlo in coscienza politica, in carburante del mutamento, questo è il compito di chi voglia davvero cambiare l'ordine di cose esistenti.

NOTE

[1] Numerosi i suoi libri in cui Rovelli, cimentadosi con epistemologia e filosofia della scienza, tenta di spiegare al lettore i misteri, le diavolerie, ed i veri e propri sortilegi della fisica quantistica e postquantistica. Noi abbiamo letto le sue Sette lezioni di fisica L'ordine del tempo, e tanto ci è bastato: un ritorno, per quanto camuffato, all'immaterialismo teologico del vescovo anglicano George Berkeley, nominalista radicale per il quale la materia non esiste, è solo un'illusione, al pari dei concetti di universale e di sostanza.

[2] Qui, vale la pena ricordarlo a chi fa confusione, vien fuori la distanza siderale tra l'utopismo cosmopolitico e l'internazionalismo di matrice marxista. Certo, anche Marx propugnava una futura repubblica socialista mondiale ma, primo, riteneva che essa sarebbe potuta sorgere solo sulle ceneri del capitalismo e, secondo, non si è mai sognato di sottovalutare la centralità dei fattori nazionali nella lotta rivoluzionaria. "Proletari di tutto il mondo unitevi" non è la medesima cosa che "cittadini di tutto il mondo amatevi".
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mercoledì 17 ottobre 2018

LO SCIOPERO FANTASMA DEL 26 OTTOBRE di Leonardo Mazzei

[ 17 ottobre 2018 ]

Oltre agli organizzatori, pochi lo sanno: il 26 ottobre ci sarà in Italia uno sciopero generale indetto da alcune sigle (non tutte) del sindacalismo di base. Non sarà certo uno sciopero di massa. Anzi, sarà proprio uno "sciopero fantasma". Un rito autunnale logoro da tempo, ma quest'anno del tutto avulso dalla realtà.
Notoriamente gli scioperi generali hanno un carattere essenzialmente politico. Dunque li si proclama in genere contro il governo. E la scadenza autunnale casuale non è, dato che è proprio ad ottobre che arriva la "finanziaria" (ora Legge di bilancio), portando insieme alle piogge i consueti sacrifici di stagione per il popolo lavoratore. Ma quest'anno? Quest'anno, causa la novità del governo gialloverde, la confusione nel piccolo ma multiforme mondo del sindacalismo di base è più grande che mai.

La cosa non ci rallegra affatto. Anzi è decisamente grave. E' davvero un dramma che i lavoratori schifati dal ruolo sistemico, di ausiliari dell'impresa, assunto ormai da decenni da Cgil-Cisl-Uil, abbiano come alternativa un sindacalismo massimalista e parolaio, peraltro incapace di unire le proprie poche forze. Il tema ci porterebbe lontano, ma qui ci limiteremo soltanto ad alcune considerazioni sullo sciopero del 26 ottobre. 

Questo sciopero è stato indetto originariamente da Cub, Sgb, Si Cobas, Usi-Ait e Slai Cobas, ma quest'ultima organizzazione - come vedremo più avanti - si è poi dissociata in modo assai significativo. Nel variopinto mondo di queste sigle sindacali sono stati prodotti testi e volantini assai diversi tra loro, alcuni più marcatamente schierati contro il governo e su una posizione "no border" in tema di immigrazione. Alla fine però, fiutando l'aria che tira, si è arrivati ad un testo (leggi qui) più "sindacale" che politico.

Evidentemente gli stessi promotori si sono resi conto che qualcosa nel Paese è cambiato e sta cambiando, che i lavoratori non sono certo per la cacciata del governo, anche perché capiscono che se ciò avvenisse, dopo ci sarebbe solo l'arrivo della troika con nuovi e più pesanti sacrifici, altro che riforma della Fornero!

Ma allora perché uno sciopero generale? Questa domanda non ce la siamo fatta solo noi. Qualcuno se l'è posta anche nel mondo del sindacalismo extraconfederale. E difatti, mentre l'Usb e la Confederazione Cobas non sono mai figurati tra i promotori, lo Slai Cobas - con un documento ufficiale firmato da Vittorio Granillo - si è alla fine dissociato dallo sciopero.

Diamo allora uno sguardo a quel che dicono queste organizzazioni. 

La Confederazione Cobas è stata probabilmente la prima, certamente la più sguaiata, nell'emettere una vera e propria dichiarazione di guerra al governo, a firma del portavoce Piero Bernocchi, già lo scorso 18 giugno. A tanta rapidità non ha però corrisposto un granché. La Confederazione Cobas intanto non sciopera, evocando invece una «grande manifestazione nazionale sostenuta dalla più ampia alleanza anti-liberista, anti-razzista, anti-autoritaria». Per ora un auspicio e nulla più.

Più intelligente, lo riconosciamo senz'altro al di là delle note divergenze, la posizione dell'Usb (Unione sindacale di base) che - aderendo alla manifestazione promossa da Potere al Popolo il 20 ottobre - sceglie in questa fase un approccio in "positivo" (le nazionalizzazioni), piuttosto che uno in negativo (la netta opposizione al governo di Bernocchi), o del tutto disconnesso dalla realtà come quello dei promotori dello sciopero del 26 ottobre. Sia chiaro, si tratta solo di una posizione furbesca che, evitando accuratamente di fare i conti con i dati reali dell'attuale situazione politica (se oggi si può parlare concretamente di nazionalizzazioni è solo grazie alla maggioranza uscita dalle urne del 4 marzo), cerca di tenere insieme l'alto volume delle grida politiche contro il governo, con il realismo di chi - facendo sindacato - conosce assai bene gli umori del popolo lavoratore. Una posizione certo opportunista, ma che ci dice molte cose sulle contraddizioni dell'oggi.


Ma a proposito di disconnessione dalla realtà torniamo ora alle interessanti considerazioni di Granillo, che così scrive agli organizzatori del 26: 
«Indipendentemente dai “desiderata” di CUB, SGB, SI COBAS ed USI- AIT che invece hanno legittimamente indetto lo sciopero, siamo tutti consapevoli che la richiamata iniziativa sortirà una “non entusiasmante” adesione finanche nella prevalenza degli addetti  del Pubblico Impiego e dei servizi essenziali (e ciò indipendentemente dall’uso meramente propagandistico che, in quanto tale, spesso sortisce effetti contrapposti a quelli sperati) ed adesioni zero nelle fabbriche e nell’intero comparto industriale...».

Vivaddio! Con Granillo non sempre si può essere d'accordo, e sul governo la pensiamo in maniera diversa, ma il suo sano realismo è cento volte meglio dei pittoreschi proclami dei suoi interlocutori. Ed altrettanto importante è quel che dice subito dopo:
«Questo “sciopero tecnico” (ma purtroppo “venduto” come Sciopero Generale) rappresenta di fatto una “impolitica ed impossibile scorciatoia” con la sua assurda e maldestra pretesa di “risolvere” la difficoltosa riorganizzazione operaia e dell’insieme dei lavoratori… con l’ausilio dei media sostanzialmente gestiti dalle diverse cordate politiche ed economiche e con la mobilitazione delle “faccine sui social” quasi a sostituire “l’incapacità di essere” (sindacati) con la “virtualità dell’apparire”: e questo, cari compagne e compagni, non è altro che… abdicare al proprio ruolo ammettendo la sconfitta!».
Qui il dirigente dello Slai Cobas introduce un altro tema: non solo lo sciopero sarà un fallimento (altro che sciopero generale!), ma i media potrebbero "impossessarsene" per i loro fini, cioè (Granillo non lo dice apertamente, ma il discorso è chiaro) contro il governo attuale. Chi scrive non pensa che lo sciopero fantasma che si annuncia per il 26 potrà servire più di tanto allo scopo di lorsignori, ma se appena avesse un po' di forza in più è sicuro che i media lo utilizzerebbero in quel senso.

Concludiamo allora con due osservazioni di fondo rivolte ai promotori della giornata del 26. La prima riguarda il governo, la seconda lo scontro in corso con l'Unione Europea.

Noi non pensiamo affatto che il sindacalismo di base debba essere "governativo", pensiamo solo che esso dovrebbe chiedersi cosa accadrebbe se il governo attuale dovesse cadere. Una sua eventuale caduta - frutto della potente azione delle oligarchie euriste, strettamente connesse alle cupole del capitalismo nostrano, non certo della insignificante astensione dal lavoro del 26 - porterebbe in Italia la Troika. Essa, insieme a nuovi e più pesanti sacrifici, sancirebbe la definitiva vittoria della signora TINA (There is no alternative). Riformare la Fornero? Magari, ma in peggio. Nazionalizzare Alitalia? Giammai, meglio svenderla ai soliti noti della finanza globale. Il Reddito di cittadinanza? Al più qualche elemosina giusto per salvarsi la coscienza.

E' questo che vogliamo? E' così che si pensa di rappresentare gli interessi dei lavoratori? Se solo si provasse a rispondere sinceramente a queste domande certo si troverebbe la risposta del perché i lavoratori non sciopereranno.

Infine l'Europa. Al di là dell'inconcludente massimalismo di certe piattaforme, noi condividiamo in toto ogni battaglia nell'interesse del popolo lavoratore. Salari, diritti, orario, pensioni, welfare: ogni lotta che punta al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati è la nostra lotta. Ma possono dei sindacati limitarsi all'elenco delle cose giuste che vorremmo, senza indicare il percorso da compiere per avanzare su quella strada?  

No, non possono. Questo in generale, ma tanto più oggi quando è evidente a tutti - ai lavoratori ancor prima che agli altri - che nessun risultato concreto potrà essere ottenuto senza scontrarsi con l'Unione Europea, le sue regole, i suoi diktat. Del resto basterebbe osservare le cose. Il governo modifica la legge sulle pensioni, consentendo così nel 2019 di lasciare il lavoro ad alcune centinaia di migliaia di lavoratori viceversa bloccati dalle norme della Fornero? Unione Europea e Bce dicono subito che non si può. Il governo vuol nazionalizzare Alitalia? Da Bruxelles parte immediatamente il richiamo a norme che lo impedirebbero. Com'è possibile non vedere tutto ciò? Com'è possibile non capire che ogni lista di rivendicazioni sindacali, o parte dalla necessità di liberarsi dai vincoli europei, o è semplicemente carta straccia?

Purtroppo nella piattaforma del 26 non solo la priorità della lotta a questi vincoli non c'è, ma l'Europa (l'Unione Europea, l'euro, le sue regole di funzionamento) neppure è citata. E questo la dice lunga sullo stato attuale del sindacalismo di base.

Noi sappiamo bene di che pasta siano fatti, almeno nella loro stragrande maggioranza, i dirigenti e i militanti di queste organizzazioni. Sappiamo che sono dei compagni. Gente che come noi lotta contro l'ingiustizia e lo sfruttamento. Con la quale possiamo condividere un'idea di società. Di una nuova società. Ma proprio per questa condivisone, che sentiamo profonda, ci sentiamo in dovere di dirgli che sbagliano. 

Questa almeno è la nostra opinione. Non pretendiamo che sia condivisa in toto, ma il tempo di una riflessione non formale è ormai giunto per tutti. Anche per i sindacati di base.

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GLI ITALIANI E L'EURO: SE VI SEMBRA POCO...

[ 17 ottobre 2018 ]

IL SONDAGGIO

Italiani anti-Ue, ma pro-euro: solo il 44% vuole restare nell’Unione

Secondo i dati dell’Eurobarometro l’Italia è il paese con più euroscettici, il 65% è però favorevole alla moneta unica

In caso di referendum sull’uscita dall’Ue, solo il 44% degli italiani voterebbe per restare, contro il 66% degli intervistati europei: lo rivela l’ultimo sondaggio Eurobarometro, condotto tra l’8 e il 26 settembre 2018 da Kantar Public in tutti e 28 gli Stati membri. L’Italia è il Paese dove si registra anche il numero più alto di indecisi (32%), mentre il 24% voterebbe per seguire l’esempio britannico e andarsene. Si tratta del dato peggiore dei 28, anche a fronte dei britannici dove oggi il 53% è per il `remain´. Il 65% degli italiani si dichiara però favorevole all’euro. La percentuale rispecchia in questo caso la media europea: il 68% degli europei ritiene infatti che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’Ue e il 61% degli intervistati considera positivamente la moneta unica: sono le percentuali più alte registrate negli ultimi 25 anni.

* Fonte: Corriere della sera del 17 ottobre

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DIECI ANNI DOPO... di Matteo Bortolon

[ 17 ottobre 2018 ]

Gli anniversari e le ricorrenze se di carattere privato inducono al ricordo e alla celebrazione; se pubblici promuovono l’analisi e un bilancio temporale. Se si prende come riferimento il crollo dei mutui subprime di agosto 2007 l’anno scorso cadevano i dieci anni di Crisi Economica globale; se si prende invece la bancarotta di Lehman Brothers il decennale cadeva settembre scorso. Il bilancio non pare precisamente positivo, tuttavia c’è la necessità di capire cosa è oggettivamente mutato e in che direzione per capire come incidere.

Può essere d’aiuto una nota del celebre istituto finanziario McKinsey, uno dei più importanti consulenti strategici d’impresa, che forte di un completissimo rapporto sulle evoluzioni della globalizzazione finanziaria dell’estate 2017, elenca per sommi capi in un articolo assai più breve i punti più rilevanti: il debito globale (pubblico+aziendale non finanziario+delle famiglie) è in crescita, passando da 97 trilioni (1tr=1000 miliardi di dollari) nel 2007 a 169 trilioni di oggi, passando da 207% a 236% sul PIL mondiale (se in termini assoluti è cresciuto molto, in rapporto al PIL l’aumento è meno impressionante perché quest’ultimo è cresciuto anch’esso). Il debito pubblico era già in crescita nei paesi più avanzati, ma dal 2008 galoppa, e raddoppia (da 29 a 60 trilioni), raggiungendo una media del 105% sul PIL, mentre i paesi meno avanzati raggiungono “solo una media del 46% sul PIL. Fa eccezione in caso della Cina: il suo debito globale aumenta di cinque volte, ed il debito delle aziende raggiunge livelli da primo mondo, raddoppiando per il 163% sul PIL cinese. Il debito delle aziende non-finanziarie vola da 37 a 66 trilioni a livello globale, ma 2/3 di tale aumento è dovuto ai settori privati dei paesi meno avanzati. I flussi finanziari sono più che dimezzati; calano di meno gli investimenti diretti esteri (destinati all’acquisizione del controllo di imprese straniere), che sono considerati meno volatili. I creditori non bancari hanno cresciuto le loro attività di 2,7 volte, da 4,3 a 11,7 trilioni; fondi speculativi come equity e hedge funds sono diventati creditori importanti.

Le cifre sono impressionanti: si conferma che gli Stati sono tanto più indebitati quanto hanno subito la crisi con minori tasse, stimoli fiscale e naturalmente il salvataggio delle banche. La globalizzazione finanziaria c’è ancora, ma di carattere più localistico e regionalistico: il calo dei flussi riflette delle strategie di investire più all’interno del proprio stato o in paesi limitrofi. Le banche sono divenuto più robustamente capitalizzate ma meno profittevoli – soprattutto quelle europee. Se alcuni fattori di rischio sembrano diminuiti, se ne segnalano di nuovi: il debito delle aziende dei paesi meno sviluppati, soprattutto se in valuta estera; possibili bolle del mattone sebbene più localizzate; e la mina vagante della Cina, che oltre ad una crescita significativa del debito posiede un sistena bancario ombra di dimensioni difficilmente valutabili. E si citano una serie di innovazioni finanziarie di investimenti in base ad algoritmi che presentano rischi ancora sconosciuti.

Chiaramente McKinsey è un pilastro dell’ortodossia, per un bilancio più compiutamente anticapitalista si può risentire i dibattiti della Scuola Estiva di ATTAC. Ma anche le corazzate del capitalismo talvolta vanno ascoltate, se non altro perché come ci diceva Emiliano Brancaccio al ATTAC “i grandi capitalisti leggono Marx e ne traggono profitto”. Chissà per quanti dell’altra parte si può dire lo stesso.

* Fonte: il manifesto del  6 ottobre

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martedì 16 ottobre 2018

STRESS DA LAVORO COME QUESTIONE SOCIALE di Armando Mattioli*

[ 16 ottobre 2018 ]

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO


Lo stress sul lavoro in Italia è un problema per la salute dei lavoratori?


Una cospicua letteratura scientifica prodotta dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU OSHA), dall’ISPSEL ed ora dall’INAIL, configura lo stress lavoro-correlato (SLC) come il secondo fattore di danno alla salute dei lavoratori, con effetti sulla sfera psichica (Disturbo dell’adattamento cronico con ansia e depressione) con conseguenze gravi per il mondo del lavoro, sia per le malattie professionali, sia per i danni economici, stimati nell’ordine di decine di miliardi di euro l’anno nell’UE.

Nel 2013 il Ccm (Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie) del Ministero della Salute, in collaborazione con le regioni e l’INAIL, promosse il progetto “Piano di monitoraggio e d’intervento per l’ottimizzazione della valutazione e gestione dello stress lavoro-correlato” finanziato con 480.000€, che ha coinvolto 16 regioni e due università, a riprova della rilevanza del problema ed ha interessato oltre 1.000 aziende pubbliche e private. Il progetto, in apertura testualmente recita: 
«I mutamenti socio-economici e i cambiamenti nelle caratteristiche della forza lavoro delle ultime decadi hanno avuto un impatto sul mondo del lavoro, modificandone la natura stessa anche in risposta ad esigenze di competitività e aumento della produttività, e hanno portato alla luce nuovi rischi su cui porre attenzione nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro. Tali cambiamenti hanno aumentato l’impatto del fenomeno dello stress lavoro-correlato (SLC), che si è collocato al secondo posto in Europa tra i problemi di salute dovuti al lavoro, dopo i disturbi muscolo-scheletrici, con evidenti ripercussioni al livello di produttività delle aziende e al livello economico».

Uno studio della Bocconi del 2015 ha dimostrato che il dumping commerciale della Cina ha causato la chiusura di molte azienda manifatturiere e la conseguente perdita di posti di lavoro; lo stress
che ne è seguito è stato causa di morti per suicidi, abuso di alcool e fumo di sigarette fra lavoratori, impiegati e dirigenti (fig.1 a lato). 

La questione ha avuto risalto anche sul Sole24ore che nell’articolo Globalizzazione mina sulla salute dei lavoratori dell’Occidente” ha sintetizzato così la questione: 
«Nel mondo occidentale aumenta l’incidenza delle morti delle malattie psicosomatiche e dei traumi psichici che colpiscono i lavoratori dei settori industriali sottoposti alla concorrenza dei Paesi emergenti».


Attualmente è attivo un gruppo di lavoro nazionale Regioni–INAIL, a cui questo ente partecipa con 12-15 componenti, che ha il compito di proporre interventi per contrastare il fenomeno SLC su tutto il territorio italiano (linee guida operative, soluzioni organizzative, iniziative rivolte alle imprese).

A fronte di tutto ciò, però, emerge un’incongruenza: rispetto a 12.578 malattie osteoarticolari, 2.937 malattie neurologiche, 1.824 malattie dell’orecchio indennizzate dall’INAIL nel 2016, in 8° posizione troviamo solo 21 (ventuno!) disturbi psichici e comportamentali (definizione in cui si inquadra il “Disturbo dell’adattamento cronico”). La seconda causa di malattie professionali, al momento dell’indennizzo precipita a numeri risibili! Se, nei fatti, lo SLC è così irrilevante, che senso ha avervi investito tante risorse, anche da parte dell’INAIL?

Un ulteriore elemento di riflessione che si impone è legato all’andamento temporale delle denunce e dei riconoscimenti del Disturbo dell’adattamente cronico da SLC.  Nel decennio 2001 - 2011 furono denunciati  4000 casi con 500 (12,5%) riconoscimenti da parte INAIL (dati ufficiali presentati in audizione al senato), nel 2012-2016 i casi denunciati furono 2864, quelli riconosciuti 200, cioè il 6,9% (dati dal sito INAIL), con un crollo al 3,9% nel 2016 (tab. 1).

La figura 2 [a destra] mostra chiaramente come a partire dal 2012 c’è stato un elemento “esogeno” che ha agito non sul numero della malattie denunciate, già peraltro molto basso rispetto alla gravità del fenomeno ma sostanzialmente stabile, ma su quelle indennizzate dall’INAIL.


* Medico del lavoro


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LA LEGA E L'INCHINO DI GIORGETTI di Piemme

[ 16 ottobre 2018 ]

Sabato scorso a Milano c'è stato un incontro promosso da Fratelli d'Italia. In quella sede Giorgetti ha fatto delle dichiarazioni che hanno seminato il panico tra i berlusconiani. "Giorgetti conferma l'Opa della Lega su Forza Italia"; "allora è vero, ci vuole morti"; "Dà per finito il centro destra"; "l'alleanza coi grillini è oramai stabile".

Ma cosa avrebbe detto Giorgetti? Lo riporta fedelmente Il Giornale di Sallusti. Due le frasi salienti. Sentiamo la Prima:
«Stiamo vivendo una frattura storica, le nuove categorie non saranno più quelle classiche del passato, destra e sinistra Chi dovrà interpretare questo cambiamento sarà un soggetto populista e sovranista».
La seconda; questo cambiamento della politica
«... richiede un leader che lo sappia interpretare e  Matteo Salvini c'è già riuscito benissimo. M'inchino alla sua bravura... ha fatto una cosa molto semplice: ha sdoganato la destra. Oggi la gente non si dice più di centro-destra ma di destra e grazie a lui al popolo della destra è stata data una leadership; la gente lo segue, lo apprezza, lo ha votato e vorrebbe votarlo di più. Quando c'era Berlusconi era lui a saper interpretare la destra e ad intercettare il consenso. Oggi la fa Salvini».
Qui, sarò accusato di dietrologia, non c'è solo l'Opa della Lega sul mondo belusconiano in pieno disfacimento, qui c'è l'Opa di Giorgetti su Matteo Salvini; ovvero una certa e potente borghesia padana e nordista, in una delicata fase di passaggio da cui emergeranno i futuri assetti di comando della Repubblica, tenta di usare il taxi di Salvini per impossessarsi di ulteriori quote di potere statale. Poi magari, un giorno scenderà dal taxi e tenterà di fare a meno del populista Salvini.

Detto questo il discorso di Giorgetti è illuminante: la Lega salviniana dovrebbe porsi come partito egemone nel campo della classe dominante, cioè come un organico partito di destra. Col che Giorgetti ci fa capire che se la forma è populista la sostanza deve restare liberal-liberista, poiché egli sa bene che la grande borghesia diffida di certa radicalità populistica. In altre parole il Giorgetti lascia intendere che quella populista è una modalità temporanea, il veicolo momentaneo per dare vita a quel partito liberale di massa che la borghesia italiana non ha più avuto dopo la fase giolittiana.

Notate infatti la stridente contraddizione tra la prima affermazione e la seconda, e quanto poco il nostro consideri il populismo un'opzione strategica. Nella prima butta lì, in modo che più banale non si può,  il discorsetto trito e ritrito che sarebbero saltate le "vecchia categorie di destra e sinistra",; poi subito dopo, "inchinandosi" a Salvini ci dice che lui "ha fatto una cosa molto semplice: ha sdoganato la destra. Oggi la gente non si dice più di centro-destra ma di destra e grazie a lui al popolo della destra è stata data una leadership".

Non è dato sapere come davvero evolverà la Lega, se essa finirà per fungere da veicolo per la grande borghesia nordista, o se invece si consoliderà come partito populista della piccola borghesia. I prossimi anni ci daranno la risposta.


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lunedì 15 ottobre 2018

C'ERA UNA VOLTA PAOLO BARNARD di Sandokan


[ 15 ottobre 2018 ]

Leggete cosa ha scritto ieri Paolo Barnard sul suo profilo Twitter.
«Sinceramente, se essere Sovranista in Italia oggi significa allinearsi a un razzista ignorante cattolico antiabortista spompina preti bovaro padano fascistoide come Salvini, io voto Europa. Ripeto: Salvini o Europa, io voto Europa».
Barnard ci aveva abituato alle sue alzate d'ingegno, alle sue narcisistiche provocazioni, finanche pornografiche. Questa volta ha passato il segno.
Che il nostro non fosse votato alla politica lo sapevamo, ma da lì ad abbracciare la narrazione dell'élite ce ne corre.
Questa narrazione sostenendo che con Salvini si andrebbe verso il clerico-fascismo, avanza la conclusione che non ci sarebbe altra possibilità che affidarsi alla custodia o protezione di poteri stranieri, in questo caso dell'Unione europea. In poche parole: meglio restare nella gabbia eurista piuttosto che venirne fuori poiché, se se ne viene fuori con Salvini, gli italiani passerebbero dalla padella alla brace.

Provate a grattate via la verniciatura di superficie e vedrete che dietro all'odio per Salvini c'è il disprezzo spocchioso degli italiani e dell'Italia, marchio di fabbrica dell'élite di regime. C'è quindi il morbo che affetta le classi dominanti nostrane, quello per cui, davanti alla minaccia di perdere il potere, si preferisce consegnare il Paese al dominio straniero.

Francamente non mi aspettavo che Barnard giungesse a tanto, a dare una mano a chi usa lo spauracchio di Salvini affinché noi si resti in cattività. L'evasione ha dei rischi? Oh sì che ce l'ha! Ma tra la certezza di restare in gabbia ed i rischi che corriamo tentando di aprire un varco nella muraglia che ci tiene prigionieri, noi non abbiamo dubbi sul da farsi.

Con buona pace di Barnard si può essere "sovranisti" senza essere salvinisti. Si può e si deve sostenere questo governo se disobbedisce davvero all'Unione europea ponendo fine alle politiche austeritarie ed antipopolari. Di più, dal governo giallo-verde, non ci aspettiamo. Se il governo la spuntasse, non sarà una vittoria solo di Di Maio e Salvini, sarà una vittoria del popolo lavoratore. Una vittoria di cui c'è bisogno per far uscire finalmente i cittadini dallo stato di torpore indispensabile per tenerli assoggettati.

Vinciamo dunque questa battaglia che così si aprirà una fase nuova. Poi, risvegliato il gigante che dorme, potremo fare i conti con Salvini. Non è invocando il dittatore esterno che eviteremo quello interno.




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SPERANZA DI CHE?

( 15 ottobre 2018 )


Il convegno ITALIA AL BIVIO, DA CHE PARTE VA LA SINISTRA, svoltosi sabato a Roma è stato un successo — chi non c'era può verificarlo andando al nostro canale youtube.

Cosa volevamo venisse fuori da questo convegno? Non solo mostrare che P101, in barba ai tentativi di ostracizzazione e di oscuramento, c'è. No, non è solo per questo che siamo soddisfatti. Lo siamo perché abbiamo dato una spinta alla costituzione di un polo politico della Sinistra Patriottica. I prossimi mesi, ne siamo sicuri, lo confermeranno.


Andiamo subito al sodo. Di cosa infatti c'è bisogno nel nostro Paese? Di una sinistra d'alternativa che affermi l'unità inscindibile dei principi politici (non quindi solo meri "valori") dell'eguaglianza sociale, del potere popolare e della sovranità nazionale.

Affinché questa sinistra sorga e prenda forma c'è un atto preliminare da compiere: tagliare i ponti con la sinistra realmente esistente, quella che abbiamo chiamato "transgenica". Un taglio doloroso, che quindi spiega la difficoltà a farlo da parte di tanti compagni che pur hanno compreso la sua inevitabilità.

Con la nave della sinistra che affonda, l'alternativa è perire o calare la scialuppa di salvataggio e affrontare la tempesta malgrado non ci sia certezza di portare in salvo la pelle. Chi in politica vuole certezze è meglio che cambi mestiere. 

Il Paese vive un momento di straordinaria importanza. Potrebbe presto trovarsi, come altre volte accaduto, in una situazione d'emergenza, sotto l'attacco di forze globaliste ed eurocratiche potentissime che vogliono punire la sua insubordinazione. Una sinistra degna di questo nome è in questo secondo campo che deve stare, malgrado sia presidiato da due forze populiste con cui abbiamo ben poco a che spartire. Sarebbe bello avere un terzo campo tra la sottomissione e la ribellione populista, ma esso non ci sarà e, almeno in questa fase, sarà vano spendere energie a costruirlo.

Ma c'è modo e modo si stare. Non ci sfugge che il populismo porta seco pulsioni reazionarie che vanno combattute. Ma queste coabitano, qui una caratteristica di ogni populismo, con spinte sociali opposte. Per questo ogni populismo è per sua natura instabile, precario, mutante. 

L'uno, sosteneva il filosofo, è destinato a scindersi in due. Questa condanna, prima o poi, si abbatterà anche sul campo populista. I poteri forti lo sanno e tramano affinché questa scissione maturi adesso e si risolva a loro favore. Mentre occorre dare una mano ai populisti a resistere, a non piegare il capo, bisogna agire pensando al dopo, organizzarci per portare nel campo populista la sfida per l'egemonia. 

Per questo serve, al di là delle chiacchiere postmoderne sulla "società liquida" e la fine delle "meta-narrazioni", un Partito che, mentre gli sta accanto per evitare che il nostro Paese soccomba, opponga ai populisti un diverso progetto di Paese, per dirla tutta un'alternativa visione del mondo.


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domenica 14 ottobre 2018

DEBITO PUBBLICO: CHI SAREBBERO GLI IDIOTI? di Mario Volpi

[ 14 ottobre 2018 ]


SECONDO TE, TRA IL CITTADINO ITALIANO E L'INVESTITORE STRANIERO, CHI E' L'IDIOTA?

In questi giorni ci sono molti cittadini ed "esperti" che scherniscono l'invito a comprare titoli di stato rivolto dal governo ai cittadini italiani.

Risate su fb, denigrazioni e frasi del tipo: « il governo ci vuole fregare... che pensano che siamo degli idioti? Vediamo quanti idioti li comprano....».


Purtroppo sono in molti a credere al terrorismo mediatico a reti unificate cui stiamo assistendo in questi giorni.

Chi avrà ragione?

Nel 1988 il debito pubblico italiano era c.ca 525 miliardi e gli stranieri ne detenevano il 4%; gli stranieri quindi detenenvano c.ca 21 miliardi di titoli del nostro debito pubblico. Gli italiani invece ne detenevano il 57%.

Nel 2018 il debito pubblico ammonta a c.ca 2.300 miliardi e gli stranieri ne detengono il 32%;gli stranieri oggi detengono c.ca 740 miliardi di titoli del nostro debito pubblico. Gli italiani invece ne detengono il 6%.

Quindi gli stranieri, negli ultimi 30 anni, da 21 miliardi sono passati a possedere 740 miliardi dei nostri titoli.

Contestulamente la quota di debito pubblico detenuta dagli italiani è passata dal 57% del 1988 al 6% del 2018.

Qui le cose sono 2: o gli italiani sono furbi e gli investitori stranieri non ci hanno capito un cazzo, oppure il contrario! Non se ne esce.....

Si narra che per molti anni gli intermediari bancari abbiano disincentivato i cittadini italiani a comprare titoli di stato del nostro paese, consigliandoli di acquistare altri prodotti finanziari come ad esempio, AZIONI e OBBLIGAZIONI BANCARIE che poi, in diversi casi, si sono rivelati carta straccia bruciando i risparmi di una vita di molti cittadini.

E mentre le banche ti offrivano quella merda, loro investivano in titoli di Stato italiani passando dal detenerne c.ca 110 miliardi nel 1988 al detenerne c.ca 1.600 miliardi nel 2018

Ma non pensare male... probabilmente è solo una coincidenza.

Quindi, chi sarebbero gli idioti????????

AVEVAMO LA GALLINA DALLE UOVA D'ORO IN CASA... MA NON CE NE SIAMO ACCORTI.... GLI STRANIERI SI!

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"DUE RAGAZZE A TORINO" di Luigi Di Maio

[ 14 ottobre 2018 ]

Venerdì hanno manifestato, in molte città, gli studenti, medi anzitutto. Chiedevano cose sacrosante, anzitutto di difendere la scuola pubblica, di chiudere coi tagli all'istruzione, ecc.
Le mobilitazioni sono state promosse da organismi studenteschi riferibili alla sinistra radicale.
A Torino alcuni manifestanti hanno dato fuoco a due manichini di Di Maio e Salvini. Un'azione simbolica che riteniamo del tutto sbagliata, non fosse che perché, volendo o meno, porta acqua al mulino dei poteri forti. Due ragazze sono state denunciate per vilipendio. 
Riteniamo doveroso riportare quanto  dichiarato in merito da Luigi Di Maio.

*  *  *

«Oggi due ragazze di 17 e 18 anni a Torino, durante una manifestazione studentesca, hanno dato fuoco a due manichini, uno con la mia faccia. È una cosa che non avrei mai fatto e che infatti in passato non ho mai fatto, ma i ragazzi, i giovani hanno tutto il diritto di protestare, anche con toni forti perché per troppo tempo la politica è stata sorda ai loro bisogni. Possono anche andare oltre righe, un po’ come ha fatto il MoVimento nella sua storia, a patto di non andare contro la legge e di non usare violenza. Quello mai.

Ora i tempi sono cambiati e al governo c’è una forza politica che fa dell’ascolto e della partecipazione il suo tratto distintivo. Urlare va bene, ma non c’è bisogno di sgolarsi. Le porte del ministero sono aperte a tutti e le mie orecchie pure. Le ho aperte ai riders, ai disoccupati, ai lavoratori, agli imprenditori. Sono aperte anche a tutti gli studenti che vogliono portare proposte per la scuola, per l’università e per il futuro del Paese. L'istruzione, i percorsi di formazione, i nuovi lavori sono tutti temi importantissimi per il Paese e in cui gli studenti devono essere coinvolti perché ne va della loro vita.


Dopo le manifestazioni, confrontiamoci insieme per scrivere una nuova storia. Le due ragazze sono state denunciate per vilipendio delle istituzioni e per l’accensione di fumogeni. Spero che la denuncia per vilipendio, un reato di epoca medievale, venga archiviata il prima possibile e che inizi un percorso sereno di confronto con gli studenti. 


La repressione non porta mai nulla di buono. Sono stato rappresentante studentesco per 5 anni della mia vita e so quanto sia importante la pressione politica per ottenere dei risultati. Le porte sono spalancate per chi ha voglia di confrontarsi. Avete la mia parola».




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sabato 13 ottobre 2018

FUORI DALL'EURO SI PUÒ: ECCO COME

[ 13 ottobre 2018 ]



Siccome il governo M5S-Lega sta respingendo al mittente le richieste ed i diktat di Bruxelles si intensifica la ingannevole campagna mediatica per terrorizzare i cittadini: inflazione e svalutazione fuori controllo, salari e pensioni in fumo, risparmi distrutti, mutui e bollette alle stelle. Occorre rispondere in modo deciso, poiché uscire dall’euro non è solo necessario, non è solo possibile, è conveniente. La Sinistra patriottica indica le mosse da fare per diventare un Paese sovrano e avviare una nuova politica economica.


   Ci vediamo oggi a Roma, e saremo in tanti!  
1. Riconquista della sovranità monetaria e controllo pubblico della Banca d'Italia

Il primo atto da compiere consiste nel ripristino del controllo pubblico della Banca d'Italia. Essa dovrà mettere in circolazione la nuova lira, sostenere la politica economica del governo, fungere da acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico ad un tasso d'interesse sostenibile. In questo modo lo Stato non avrà più bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali. La Banca d'Italia - a differenza della Bce che ha come unico scopo la stabilità dei prezzi - dovrà dunque essere uno strumento decisivo di una Nuova Politica Economica volta alla lotta alla disoccupazione ed alla povertà, alla tutela dei risparmi, finalizzata al bene comune e non agli interessi di pochi.

2. Gestione dei nuovi cambi e dell'inflazione

Su questi temi il terrorismo del blocco eurista imperversa sui media. Si tratta di paure assolutamente infondate. L'Italia ha bisogno di svalutare rispetto alla Germania, ma questo non deve far pensare ad una svalutazione catastrofica rispetto alle altre monete. In caso di rottura completa dell'Eurozona, diversi studi prevedono anzi una sostanziale stabilità della nuova lira verso l'insieme delle monete dei singoli paesi, con svalutazioni (peraltro neppure troppo elevate) verso Germania, Olanda ed Austria ed addirittura rivalutazioni verso Francia, Spagna e Belgio. Le esagerazioni sono dunque fuori luogo, pura materia di propaganda, mentre la svalutazione con la Germania - che proprio grazie alla sua moneta svalutata ha un pazzesco surplus commerciale vicino al 10% del Pil - è assolutamente necessaria, ma non solo per l'Italia. 

L'alternativa a questa svalutazione monetaria non è l'assenza di svalutazioni, come vorrebbero farci credere, bensì la svalutazione interna già in atto da anni. E che cos'è la svalutazione interna? Essa consiste in una progressiva riduzione dei salari, delle pensioni, del welfare, dello stesso valore di beni materiali come le abitazioni. L'alternativa è dunque la semplice prosecuzione del disastroso scenario degli ultimi dieci anni per altri decenni ancora.

L'altra terroristica menzogna che ci viene propinata riguarda l'inflazione. I precedenti storici, sia in Italia (1992) che in altri paesi, smentiscono ogni scenario di inflazione alle stelle. E' tuttavia necessario difendere i redditi dei lavoratori attraverso alcune misure: l'applicazione universale dei contratti collettivi di lavoro, la reintroduzione di una nuova scala mobile a tutela di salari e pensioni, il ripristino del metodo di calcolo retributivo sulle pensioni.

3. Ridenominazione del debito

Anche su questo il terrorismo mediatico impazza, volendo far credere che l'uscita dall'euro comporterebbe un forte aumento del debito verso l'estero. In realtà il governo non dovrà far altro che applicare il principio della Lex Monetae, peraltro già previsto dal nostro Codice civile, ridenominando il valore di ogni debito (dunque anche di quelli verso l'estero) nelle nuove lire, in base ad un rapporto con l'euro di uno a uno. I debiti (mutui inclusi) si ripagheranno perciò in nuove lire, non in euro come si dice per spaventare la gente.

In questo modo, il valore dei debiti italiani (pubblici e privati) calerà anziché aumentare. Certo, i possessori esteri di titoli italiani faranno il diavolo a quattro per non subire perdite. Ma l'esperienza insegna che i grandi creditori internazionali (banche e fondi di investimento) preferiscono in questi casi limitare le perdite piuttosto che perdere tutto. Uno Stato sovrano, con un governo deciso a difendere gli interessi del suo popolo, può obbligare i pescecani della finanza a più miti consigli.

4. Controllo del movimento dei capitali

L'operazione di fuoriuscita dall'euro va ovviamente accompagnata da un rigido controllo sul movimento dei capitali, impedendone la fuga verso l'estero. La fuga dei capitali non è però un problema del dopo Italexit, bensì della fase che la precede. Occorre dunque grande rapidità e fermezza nelle scelte che si renderanno necessarie. A chi ci dice che il controllo sui capitali è impossibile ricordiamo l'esperienza di Cipro nel 2013, quando pesanti misure sul movimento di capitali (un limite sulle transazioni verso l'estero, uno sulle spese di viaggio, un altro sugli assegni, eccetera) vennero imposte dalla stessa Unione Europea.

Non si vede proprio per quale motivo ciò che è stato fatto allora, non possa essere fatto oggi - nelle forme che saranno più opportune - da uno Stato come l'Italia. Mentre l'esportazione di capitali dovrà essere contrastata anche in seguito, misure emergenziali come quelle che abbiamo citato dovranno avere ovviamente solo natura transitoria, esaurendosi la loro necessità con il completamento del passaggio alla nuova moneta.

5. Nazionalizzazione del sistema bancario, a partire dalle banche sistemiche 

Il sistema bancario italiano è reso traballante dalle assurde regole dell'Eurozona. Da un lato, in assenza di una banca centrale che svolga questo compito, le banche italiane sono state costrette a riempirsi di Btp; dall'altro, la svalutazione di questi titoli prodotta dall'aumento dello spread rischia di portare al dissesto alcune banche di rilevanza nazionale. Tutto ciò anche a causa delle norme penalizzanti dell'Unione bancaria, anch'essa scritta di fatto sotto dettatura tedesca.

C'è un solo modo per uscire da questa trappola, per tutelare i risparmi, per far sì che le banche tornino ad essere un fattore propulsivo dell'economia nazionale: la loro nazionalizzazione, a partire dalle banche più importanti, quelle definite come "sistemiche". 

6. Ridurre, grazie e contestualmente all'uscita dall'euro, il debito pubblico 

Abbiamo già visto come la semplice uscita dalla moneta unica determini da sola un abbattimento del valore effettivo del debito pubblico. Ma questo non basta. Insieme a quella dell'euro, l'Italia ha bisogno di uscire anche dalla schiavitù del debito. Tre provvedimenti saranno assolutamente necessari: la sterilizzazione dei titoli posseduti dalla Bce, una ristrutturazione della quota estera del debito, l'introduzione di nuovi strumenti finanziari per la sua rinazionalizzazione.

Il primo provvedimento era scritto nella bozza originaria del cosiddetto "contratto" di governo. Si tratta di azzerare i 250 miliardi dei titoli detenuti dalla Bce. Miliardi creati dal nulla, che nel nulla possono tornare, riducendo così l'ammontare complessivo del debito di un 11%. Il secondo provvedimento, valido solo per i titoli con possessori esteri, che già troppo hanno guadagnato speculando sui disastri imposti all'Italia dall'austerità e dalle regole del sistema dell'euro, può concretizzarsi sia con un allungamento delle scadenze che con una drastica riduzione degli interessi, meglio se con un mix di entrambe queste misure. 

Il terzo provvedimento - quello della rinazionalizzazione del debito - dovrà consistere nell'emissione di nuovi strumenti finanziari rivolti alle famiglie. Una sorta di "Btp famiglia" o dei "Cir" che il governo ha già annunciato, titoli rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, integralmente garantiti dallo Stato, vantaggiosi fiscalmente o nei tassi applicati purché detenuti fino alla scadenza.

Scopo di queste misure non è solo la riduzione del debito accumulato, ma soprattutto la sua sostenibilità futura, garantibile soltanto con la totale indipendenza dai meccanismi e dagli avvoltoi della finanza internazionale. Come dimostra il caso del Giappone (che ne ha uno pari al 220% del Pil), il debito non è un problema quando si dispone pienamente della sovranità monetaria e quando esso è posseduto da soggetti interni.

7. Un programma di uscita dalla crisi, abbattimento della disoccupazione e della povertà 

Ovviamente l'uscita dall'euro non è fine a se stessa. Essa è la condizione necessaria, non ancora quella sufficiente per venir fuori dalla crisi e per sganciarsi dal sistema neoliberista. Per raggiungere questi obiettivi occorre un Piano per la ricostruzione economica e per il lavoro. 

La ricostruzione economica, che non va intesa in maniera meramente produttivistica, bensì principalmente nella sua dimensione di rifacimento di un vivere civile improntato al benessere fisico e psichico delle persone ed a quello della comunità, dovrà basarsi su un piano di reindustrializzazione fondato sulla nazionalizzazione dei settori strategici dell'economia (energia, telecomunicazioni, acqua, trasporti), sulla difesa dell'ambiente, sull'eliminazione del precariato, sulla difesa dei redditi da lavoro dipendente ed autonomo, su un sistema tributario che unisca la riduzione della pressione fiscale al suo carattere progressivo, sulla garanzia del diritto allo studio, alla salute e ad una vecchiaia serena.

Tutti questi obiettivi dovranno vivere dentro un Piano per il lavoro finalizzato a debellare la disoccupazione e a dare risposta ad alcuni fondamentali bisogni. In concreto si tratta di lavorare su: a) deciso sostegno al sistema scolastico pubblico e alla ricerca scientifica, b) sviluppo delle energie alternative, c) interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, d) riorganizzazione complessiva del sistema dei trasporti, e) recupero del patrimonio edilizio esistente e piano di ristrutturazione antisismica nelle zone a rischio, f) sostegno al turismo non speculativo, g) tutela del patrimonio artistico e culturale, h) piano per un'assistenza dignitosa a tutti gli anziani i) riforma del sistema agrario a tutela delle piccole e medie imprese agricole, favorendo forme non intensive e sostenibili, l) creazione di servizi e network pubblici a sostegno dell'artigianato e delle piccole imprese.

Un ponte verso una alternativa di società
resistere e mobilitarsi per una nuova politica economica

La proposta di Programma 101 guarda ad una nuova società. La rottura con l'euro-dittatura è la condizione perché possa ripartire la lotta per l'eguaglianza sociale, per un'effettiva democrazia, per la fine dello sfruttamento e della precarietà, perché la solidarietà e la fratellanza prevalgano sulla mentalità avida, aggressiva ed individualista imposta dal pensiero unico neoliberale. In una parola, è la condizione necessaria affinché possa riaprirsi una prospettiva socialista largamente rinnovata.

Noi ci battiamo perché l'uscita dall'euro abbia questo significato di ponte verso una nuova società. Ma non siamo ciechi, sappiamo perfettamente che quell'uscita potrebbe essere guidata da forze con impostazioni ben diverse dalla nostra. E' questo il frutto della cecità dell'insieme delle formazioni della sinistra, che sfuggendo al tema della sovranità nazionale, hanno finito per cacciarsi nel vicolo cieco della totale irrilevanza, lasciando così ad altri la guida della ribellione popolare alle èlite.  

E' questo certamente un problema, ma l'uscita dall'Eurozona è comunque la premessa per ogni politica a favore delle classi popolari. Noi ci battiamo per un'uscita da sinistra, come quella che abbiamo qui descritto, ma preferiamo in ogni caso l'uscita - anche se basata su impostazioni diverse - alla permanenza in una gabbia che non lascerebbe alcuna speranza per il futuro. 

Come da tempo avevamo previsto, il campo di battaglia in cui oggi si gioca il futuro dell'Unione Europea, a partire da quello dell'euro, è l'Italia. Diverse sono le proposte del governo gialloverde che non ci piacciono - basti pensare alle inaccettabili misure repressive e manettare contenute nel cosiddetto "decreto sicurezza" - tuttavia la SINISTRA PATRIOTTICA non ha alcun dubbio su quale lato della barricata stare. “Barricata” appunto, poiché solo mobilitando il popolo, non tenendo quindi la battaglia confinata dentro i Palazzi del potere, la nuova Resistenza diventerà Liberazione.

A cura del Comitato centrale di Programma 101 - Ottobre 2018­

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