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venerdì 23 settembre 2016

DOPO RENZI LA TROIKA? La resa dei conti si avvicina di Moreno Pasquinelli

[ 23 settembre ]

«Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica».

Sono molte, ed evidenti, le analogie tra Renzi e Berlusconi. Prima fra tutte è l'ostinazione a raccontare fanfaluche. Montanelli disse un giorno del Cavaliere che era un inguaribile "piazzista", imbattibile nel vendere patacche spacciandole per mercanzia di primissima qualità. Si capisce dai suoi atteggiamenti spavaldi come Renzi si ritenga ancor più abile di Berlusconi. In questa sua pretesa, inversamente proporzionale alla sua statura politica, egli fa addirittura tenerezza. 

Prendiamo la narrazione renziana di come vanno le cose nell'Unione europea. Vanno esattamente all'opposto di come il "bomba" ce le ha raccontate solo fino a pochi giorni fa. Egli ci diceva che la Brexit avrebbe reso l'Unione europea più forte e con un ruolo centrale dell'Italia. Ci diceva che Hollande era oramai conquistato alla causa della fine dell'austerità. Ci diceva che a Ventotene era sorto un "nuovo direttorio a tre con Germania e Francia".

Il summit di Bratislava ha polverizzato come scemenze queste pretese e Renzi se n'è tornato a casa con le ossa rotte. Di più, Bratislava ha mostrato —in barba a chi vaneggia un rafforzamento della Ue—quel che andiamo dicendo da tempo: l'accelerazione del processo di disgregazione dell'Unione europea.

Allo stesso modo di Berlusconi, che fino all'ultimo negò che il Paese fosse dentro una gravissima crisi economica, il "bomba" tenta disperatamente di convincere gli italiani che "siamo usciti dal tunnel".

Puoi raccontare finché vuoi che splende il sole (che l'economia italiana non è in inarrestabile depressione), ma quando sopraggiunge la pioggia, si apre l'ombrello e l'imbroglione viene preso a calci nel culo.

Il distacco tra la narrazione renziana e la realtà è talmente evidente che è presumibile che l'impostore faccia la stessa fine del suo mentore: spazzato via. Con una differenza non da poco: mentre Berlusconi venne defenestrato da una congiura di Palazzo, Renzi sarà mandato a casa dal voto dei cittadini grazie al suo stesso referendum costituzionale. Nel primo caso i poteri forti si tennero ben stretti il pallino in mano, ed infatti misero il vampiro Monti in sella. Questa volta, con la auspicabile vittoria dei NO, i poteri forti, tutti schierati per il SÌ, sarebbero battuti assieme al loro pupillo fiorentino, resterebbero spiazzati. Che abbiano in serbo un loro piano di riserva non ne dubitiamo. Quale? Non è escluso l'arrivo della troika, per stringere i bulloni del vincolo esterno, del regime di protettorato.

Nel marzo del 2014, su questo blog, scrivevo:

«Se Renzi fallisce, e ci sono molte probabilità che ciò accada (Nun 'gna fa, nun 'gna fa!, direbbe il comico), la Troika è in agguato. La macchina del capitalismo predatorio, forte del consenso tedesco, della Bce e dei tecno-oligarchi di Bruxelles, si giocherà l’ultima carta a sua disposizione per salvare la moneta unica moribonda (la cui fine darebbe un colpo fatale all’intera baracca del capitalismo-casinò). Ricorrerà dunque, visti che i vari tentativi posti in essere ad ogni livello sono stati sin qui inefficaci, all’arma di distruzione di massa, quella di sottoporre il Paese al dominio diretto della Troika». [Matteo Renzi: il tonfo col botto prossimo venturo]
Cosa mi spingeva a questa conclusione? Gli euroligarchi, per nome e per conto della grande finanza capitalistica mondiale tutta, non molleranno la presa, non vorranno perdere il comando sull'Italia, che se lo perdessero sarebbe la fine subitanea dell'Unione europea e della moneta unica. Resto della medesima opinione. 

Beninteso, quando parlo dell'arrivo della troika non penso che metteranno, che so, Jeroen Dijsselbloem a Palazzo Chigi. Come fu con Monti troveranno un'altra marionetta con passaporto italiano. E gli apriranno la strada facendo saltare il sistema bancario italiano, e forse speculando nuovamente sul debito pubblico (spread), o con una combinazione terroristica dei due fattori.

Ma allora sorge la domanda: cosa accadrebbe se, dopo tre governi fantoccio messi sù in barba ai desiderata della maggioranza dei cittadini, i poteri forti tentassero di aggirare e neutralizzare la vittoria dei NO? Se quindi, con un nuovo golpe bianco, provassero ad impedire al popolo la facoltà di decidere da chi vogliono essere governati?

Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica.

Ognuno che abbia sale in zucca e coraggio politico si adoperi affinché accada la seconda che ho detto.








domenica 10 luglio 2016

REFERENDUM: VOGLIONO IMBROGLIARE LE CARTE di Leonardo Mazzei

[ 10 luglio ]

Sul referendum il regime trema. Ecco allora l'ipotesi "spacchettamento", un trucco per rimandare il voto sulla controriforma costituzionale al 2017.

Avete in mente il Renzi che già pregustava una vittoria plebiscitaria in autunno? Bene, non c'è più. Avete in mente i commentatori che erano comunque certi della vittoria del Bomba? Spariti come neve al sole. Idem quelli sicuri della tenuta dell'Italicum, la legge che vorrebbe garantire la "governabilità" - cioè gli interessi di lorsignori - per l'eternità.

Certo, Renzi è ancora al suo posto, l'Italicum è in vigore da ben 9 giorni, e perfino i pennivendoli di regime sono ancora a stipendio pieno. Tanto loro sono riciclabili, come la carta igienica.

Il quadro però sta cambiando. 
La Brexit gli ha fatto perdere la testa e le oligarchie sono all'opera per imbrogliare le carte. Volevano vincere a man bassa il referendum, del quale il sì sparato di Confindustria chiarisce assai bene la matrice di classe. Ora si sono accorti che quella vittoria è assai complicata. Certo, potrebbero ancora provarci con l'unica arma che gli è rimasta: la paura. Ma si è visto oltre-Manica che anche quest'arma potrebbe rivelarsi spuntata. Ecco allora la pensata: prendere tempo rimandando il referendum. Già, ma come, visto che la legge prevede una rigida tempistica?

Mai dimenticarsi che siamo nel paese di Azzeccagarbugli. E a libro paga ne hanno diversi. Al Quirinale poi, dove le telefonate dell'erede dei Savoia piovono quotidianamente, ne hanno un bel tot.

Ecco allora la pensata: mettere insieme un po' di parlamentari che presentino alla Cassazione, entro il termine di legge del 15 luglio, una bella richiesta di referendum "spacchettati". Avremmo così non più un referendum unico sulla controriforma, con il suo inappellabile peso politico, ma un numero imprecisato di quesiti, in modo da depotenziare la possibile - forse ormai probabile, altrimenti non si agiterebbero tanto - vittoria del no.

Attenzione però! Tra gli obiettivi di questa trama di Palazzo c'è sì il depotenziamento, ma soprattutto il rinvio del referendum, il prendere tempo per ricompattare le forze sistemiche. E' chiaro che il disegno renziano di un regime basato sostanzialmente sul solo Pd è fallito. E difatti non è il fiorentino a voler "spacchettare", ma semmai una parte dei suoi che potrebbero convergere con la cosiddetta "sinistra" Pd, con i centristi di varia risma, con qualche frattaglia della destra. In quanto ad M5S c'è solo da sperare che l'improvvida dichiarazione di Toninelli, favorevole allo spacchettamento, venga prontamente cestinata.

Chi sono i "suoi" pronti all'operazione è presto detto: sono quelli che hanno capito che la barca del loro "caro leader" sta affondando e si apprestano ad abbandonarla. Difatti, se Renzi non potrà sopravvivere alla fine del suo progetto, molti tra i "renziani" potranno sempre trovare il modo di salvare la pelle, riciclandosi nella nuova fase politica che si aprirà. Parliamo, ad esempio, di un certo Dario Franceschini, un democristiano doc che sembrerebbe avere molto a che fare con le trame in corso.

Otterranno costoro le firme del 20% dei membri di una delle due camere, per poter presentare la loro richiesta in Cassazione? Lo sapremo a breve, ma se le cose hanno un senso vedrete che ci riusciranno. Viceversa non si capirebbe l'intenso lavorio in corso.

Non crediamo che l'idea sgangherata dello "spacchettamento" possa essere accettata dalla Cassazione. Cosa verrebbe proposto all'elettore, un voto articolo per articolo? Non scherziamo. Ovvio che verrà proposta una suddivisione tematica. Ma quale? Citiamo alcuni punti della controriforma: nuovo Senato, elezione del capo dello stato, cancellazione delle province, cancellazione del Cnel, competenze di Stato e Regioni, nuovo sistema di approvazione delle leggi, nuove norme sui referendum e sulle leggi di iniziativa popolare... Bene, saremmo già ad otto schede, giusto per semplificare...

Ma non è neppure così semplice, perché spacchettamento per spacchettamento, cosa fare sul Senato? In teoria ci vorrebbe un voto sulla riduzione dei senatori, uno sulle modalità della sua "elezione", un altro sulle sue competenze, eccetera. E poi? Se la riduzione delle competenze viene bocciata (e dunque il bicameralismo paritario viene ripristinato) come renderlo compatibile con un voto referendario che avesse invece accettato l'elezione indiretta dei senatori? Ovvio che saremmo alla follia pura.

Abbiamo dunque stabilito un punto: lo spacchettamento del tema "Senato" non è possibile, dato che i diversi aspetti della controriforma si tengono ovviamente tra loro. Ma il punto davvero essenziale del progetto autoritario di Renzi riguarda proprio il Senato, visto che una sua sconfitta sul tema provocherebbe la contemporanea morte dell'agognato e decisivo Italicum. Questo semplice ragionamento ci serve a dimostrare che lo spacchettamento, da solo, depotenzierebbe in maniera assai limitata il/i referendum. Insomma, un Renzi sconfitto sul Senato, anche se magari vincitore sulle province o qualcos'altro, dovrebbe comunque andarsene a casa.

Ma abbiamo già detto che l'obiettivo degli "spacchettatori" non è solo il depotenziamento del referendum - depotenziamento che intendono mettere in atto con una mossa successiva, di cui parleremo più avanti - ma soprattutto il rinvio del voto.

Vediamo allora qual è il piano di lorsignori.
Se il 15 luglio la richiesta di spacchettamento avrà i numeri per venire esaminata dalla Cassazione, quest'ultima si troverà di fronte a ben 5 richieste di referendum provenienti dal parlamento, visto che altre 4 (con quesito unico) sono state presentate dalla maggioranza di camera e senato, ed altrettante dalle opposizioni sempre di entrambe le camere.

Cosa deciderà la Cassazione non sappiamo, anche se sembra improbabile un'accettazione dello spacchettamento. Ma forse è proprio questo che si vuole, perché a quel punto potrebbe essere sollevato un conflitto di attribuzione che porterebbe ad un pronunciamento della Corte Costituzionale. Tempi previsti: 5/6 mesi. Solo dopo la sentenza della Consulta l'iter referendario si rimetterebbe in moto. Ma non è detto che tutto ripartirebbe da capo, riportandoci all'attuale situazione.

Se il punto 1 delle trame di palazzo è quello fissato per il 15 luglio, se il punto 2 è quello di ottenere il rinvio, il punto 3 sarà certamente quello della modifica dell'Italicum.

Chi scrive ha sempre sostenuto che un cambiamento dell'Italicum prima del referendum era impensabile. E difatti è così ancora oggi, ma a due condizioni: la prima è che il referendum si tenga in autunno, la seconda è che sia ancora Renzi a dettare le danze. Qualora dovesse venir meno la prima di queste due condizioni anche la seconda cadrebbe. Non che Renzi venga necessariamente costretto alle dimissioni, ma uno scenario come quello disegnato sarebbe ben poco compatibile con le sue ambizioni, con il mito costruito di "rottamatore", con la politica ed il progetto che ha incarnato. In breve: politicamente Renzi sarebbe un uomo morto.

Attenzione! Il capo del governo ha ancora delle carte da giocare. La crisi europea, tremendamente accelerata dalla Brexit, potrebbe giocargli a favore. I recenti articoli di sostegno alla posizione italiana nell'UE, apparsi sul Financial Times e sull' Economist, sono lì a dimostrarlo.

Tuttavia, la manovra in atto ci parla di un'operazione sistemica di largo respiro. Causa lo spavento che lorsignori hanno preso, prima con i ballottaggi del 19 giugno e poi con la Brexit, l'operazione potrebbe essere quella di accelerare quello che era il loro piano B in caso di sconfitta al referendum. E qual era questo piano, da mettersi in atto a Renzi ormai liquidato dopo l'eventuale vittoria del no? Era quello di arrivare ad un governo di larghe intese, con tutti i partiti sistemici uniti per impedire un governo M5S. Ovvio che questo richiedeva una profonda ristrutturazione del sistema politico, nonché una nuova legge elettorale.

Adesso sembra che sia venuto il momento dell'accelerazione. E se il rinvio del referendum ci sarà, ecco che il blocco sistemico si metterà all'opera per cambiare l'Italicum. Già, ma come?

Avanzo una semplice ipotesi: 
1. eliminazione del ballottaggio (che diventerebbe impraticabile in caso di vittoria del no al successivo referendum); 2. premio di maggioranza confermato al 40%, ma attribuibile anche alle coalizioni; 3. ripristino delle preferenze, in modo di andare incontro ad un tema popolare ed alle sentenze della Consulta, ma utile soprattutto per canalizzare una quota non trascurabile di voti verso i partiti sistemici attraverso questo meccanismo.
Direte che un Italicum così è quasi irriconoscibile. Vero, ma fino ad un certo punto, visto che il premio di maggioranza resterebbe comunque in piedi.

In questo modo il blocco sistemico proverebbe a reggere la rivolta contro l'èlite dominante di cui abbiamo parlato tante volte. Costretti alla difensiva, lorsignori hanno probabilmente capito di non poter difendere la linea di sfondamento disegnata da Renzi. Ecco che preferiscono allora una parziale ritirata, che per loro è sempre meglio di una sconfitta campale nel referendum. Un referendum depotenziato a quel punto non per lo spacchettamento dei quesiti, bensì dalla preventiva modifica dell'Italicum.

Il piano sembra essere questo. Che possa riuscire dipende da tanti fattori. Ma se, come crediamo, questo è davvero un progetto pensato nei piani alti dei palazzi del potere, si può star certi che esso contenga un altro punto: un attacco mirato a M5S teso a screditare pesantemente il movimento prima di arrivare al voto. I mezzi per creare ad arte uno scandalo - giudiziario o non - di certo non gli mancano.

Come rispondere ad un simile piano? Aspettiamo intanto il 15 del mese. Se il primo passo delle trame di luglio si concretizzerà, potremo attenderci con ragionevole certezza i successivi sviluppi di cui abbiamo detto. Ovvio che a quel punto la mobilitazione contro il governo, ed a difesa della Costituzione e della democrazia, dovrà essere declinata alla luce della nuova situazione.

Il fatto che il blocco sistemico stia congegnando una risposta così truffaldina e violenta - come possiamo definire altrimenti la messa in campo di un trucco così marchiano per impedire il pronunciamento popolare? - ci dice tre cose: che lorsignori sono davvero in difficoltà, che vista la posta in gioco lo scontro sarà durissimo, che per vincerlo avremo bisogno di raggruppare tutte le forze disponibili.

lunedì 12 ottobre 2015

IGNAZIO MARINO: VERREBBE DA RIDERE SE NON CI FOSSE DA PIANGERE di Leonardo mazzei

[ 12 ottobre]

«Facciamola breve. Marino ha dimostrato un'incapacità assoluta, ha scelto di rimanere al suo posto quando un anno fa l'inchiesta sul malaffare romano avrebbe imposto lo scioglimento del consiglio e l'indizione di nuove elezioni, ha mostrato una dignità pari a zero quando ha accettato di farsi accudire dalla badante (parole sue, riferite a Gabrielli) inviatagli da Renzi, e potremmo continuare...»

Una classe dirigente alla frutta, altro che complotti!

Essendo politicamente uno zero, potremmo anche evitare di occuparci del signor Marino Ignazio Roberto Maria, chirurgo, senatore piddino, sindaco di Roma, trasvolatore seriale dell'Atlantico e candidato al guinness dei primati come re degli scontrini.

Ci tocca invece occuparci della cosa per almeno due motivi. Il primo è che, non più tardi di ieri, ci è capitato di vedere una discreta folla di scapestrati inneggiare al sindaco dimissionario in Piazza del Campidoglio. Il secondo è che il caso Marino non è frutto del caso, ma neppure di un complotto, essendo piuttosto una pittoresca ma significativa manifestazione del degrado complessivo della classe dirigente del paese.

Se il primo punto è semplice da inquadrare, è il secondo quello su cui focalizzare l'attenzione.

Partiamo dunque dal più semplice. La folla inneggiante ieri a Marino ci ricorda un po' quella che il 12 novembre 2011 festeggiava per il cambio della guardia a Palazzo Chigi tra l'uscente Berlusconi e l'entrante Monti. «Dal pagliaccio con la bandana al killer dei "mercati"», titolammo allora. In quel caso si brindava ad una cacciata senza affatto riflettere su quel che sarebbe venuto dopo. Oggi si manifesta invece per il timore del futuro, senza però fermarsi per un attimo a ragionare sui fatti che hanno portato Marino alle dimissioni.

Due situazioni apparentemente opposte, ma invece tenute assieme dallo stesso atteggiamento fideistico. Allora chi manifestava pensava che i mali dell'Italia, ed addirittura la stessa crisi economica, dipendessero da un solo uomo: il Buffone d'Arcore. Ora, probabilmente, alla luce di quel che è venuto dopo, molti avranno forse cambiato idea. Non lo sappiamo. Di certo lo stesso atteggiamento fideistico lo si è visto ieri. Se 4 anni fa vi era la certezza del «male», anzi dell'«unico male», ieri si è vista in piazza la certezza del «bene», anzi dell'«unico bene possibile», curiosamente incarnato dal volto di Ignazio Roberto Maria Marino.

Su che cosa si fonda un simile atteggiamento? E' presto detto. Venuto meno il legame con la realtà, esso si fonda su un unico principio, quello delle «tre scimmiette»: non vedo, non sento, non parlo.

Facciamola breve. Marino ha dimostrato un'incapacità assoluta, ha scelto di rimanere al suo posto quando un anno fa l'inchiesta sul malaffare romano avrebbe imposto lo scioglimento del consiglio e l'indizione di nuove elezioni, ha mostrato una dignità pari a zero quando ha accettato di farsi accudire dalla badante (parole sue, riferite a Gabrielli) inviatagli da Renzi, e potremmo continuare...

Fatti incontestabili, ai quali i difensori di Marino ribattono dicendo che egli è «inadeguato ma onesto». Ora, «inadeguato», specie se riferito a quel ruolo non è poco. Ma perché onesto? Perché, si dice, cosa volete che siano i doppi rimborsi, rispetto a «Mafia capitale», alle tangenti, alle grandi ruberie? O che modo di ragionare è questo? I doppi rimborsi - un antico vizietto già contestato a Marino (con tanto di licenziamento) dall'Università di Pittsburgh nel 2002 - ci sono stati oppure no? A questo bisogna rispondere. Ma siccome sul punto il Nostro è in affanno, ecco che si pretende un'onestà a prescindere: Marino è onesto, come Berlusconi è un maiale, stop.

Dicono costoro che si tratta comunque di piccole cifre. Vero, ma così ragionando anche altri intrallazzi romani potrebbero essere derubricati a piccola cosa, tutto dipende dal termine di paragone. Ma poi, cosa giustificherebbe Marino da queste pratiche? E' forse egli un sottoproletario che ha bisogno di cogliere tutte le occasioni per tirare a campare? Paragone per paragone, è proprio il rapporto tra le cifre in questione ed il reddito dell'ormai ex-sindaco quel che fa veramente vomitare. O no?

Marino dovrebbe provare a difendersi dalle accuse, non dire che sono quisquilie. Il fatto è che non lo fa. O, se prova a farlo, sa solo accennare ad un imprecisato «complotto». Troppo facile, troppo scontato, troppo generico.

Cosa abbiano da manifestare i suoi sostenitori è davvero difficile da comprendere. Tuttavia la questione riguarda un ristretto gruppo di persone, che se Marino fosse sceso in piazza tra la gente comune avrebbe forse avuto bisogno della protezione di adeguati reparti speciali antisommossa. Resta però lo sconcerto per aver sentito cantare in quella piazza «Bella ciao», con sullo sfondo pure una bandiera del Prc. Sapevamo come da quelle parti la confusione regni sovrana, ma il fondo non riescono proprio a toccarlo mai?

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Ma veniamo al secondo punto. Perché la vicenda Marino ci parla del più complessivo degrado della classe dirigente del paese? Per alcune evidenti ragioni: perché si tratta del sindaco della capitale, di un importante esponente del Pd, di un rappresentante del «nuovo», figlio del fantasmagorico strumento di rinnovamento chiamato primarie.

Si può mettere in dubbio seriamente l'attuale degrado di Roma? Certo, si può discutere delle cause, non del fatto in sé. Ma per tutto il periodo della Seconda Repubblica (dunque dal 1993) la capitale è stata governata da politici di primissimo piano come Rutelli, Veltroni, Alemanno, fino ad arrivare a Marino. I primi due, che hanno governato per ben 15 anni (quindici), sono poi stati i candidati del centrosinistra alla presidenza del consiglio. Anche a causa dei disastri compiuti, Alemanno ha avuto meno fortuna, ma non si può dire che si trattasse di un personaggio di secondo piano. In quanto a Marino, è vero che non ha una lunga esperienza politica (e si nota!), ma è pur sempre stato senatore (dal 2006) e candidato alle primarie per la segreteria del Pd nel 2009, dove ottenne il 12,5% dei voti.

Tutti i problemi attuali dipendono da Alemanno? Lui ci ha messo abbondantemente del suo, ma è difficile sostenere una tesi del genere. Scrivevamo in proposito nel dicembre scorso:
«Certo, tra i sindaci che si sono succeduti le responsabilità maggiori vanno sicuramente ad Alemanno, colui che ha messo tante leve del potere in mano agli amici della cupola nera di Carminati e soci. Ma le cronache, e le stesse carte dell'inchiesta, parlano di un meccanismo perfettamente bipartisan. Si dice che Marino fosse all'oscuro di tutto. Ma se così fosse meglio per lui cambiare rapidamente mestiere. In ogni caso non pare proprio che i traffici della cupola nera abbiano trovato qualche intralcio nel consiglio comunale eletto nel 2013, come vorrebbe invece sostenere il patetico "commissario" Pd, Orfini».
Ma torniamo a bomba. Cosa intendiamo per degrado della classe politica? Intendiamo tre cose: che la politica è sempre più antidemocratica, corrotta e spesso in mano a bande di incapaci. Le tre cose stanno spesso insieme.

Così scrivevamo nell'articolo già citato:
«Si può anche discutere di quanto questa degenerazione sia figlia dell'impronta lasciata dal berlusconismo, ma sarebbe del tutto fuorviante limitarsi a ciò. C'è infatti una verità ben più profonda che va colta, ed essa consiste nel rapporto tra "politica" e "politici", questi ultimi intesi come "uomini delle istituzioni". Se la politica si fa sempre più oligarchica, e dunque a-democratica, è naturale che gli corrisponda un tipo di "politico" e di amministratore espresso direttamente dai vari gruppi di potere, dalle varie lobby in cui si struttura il blocco dominante».
Che una simile politica sia strutturalmente corrotta è cosa fin troppo ovvia, ma che da questo stato di cose derivi anche un elevato grado di inefficienza non è poi così difficile da capire.

Sul tipo di classe politica emergente così argomentavamo lo scorso anno:
«C'è da stupirsi se da una politica finita su questo binario morto, dominata dall'economia e, peggio, dalle oligarchie che la governano, vengono fuori i Carminati, i Buzzi od i Di Stefano? I politici del tipo di quelli coinvolti nell'inchiesta romana hanno parecchi vizi, ma un paio di virtù fondamentali: non disturbano il manovratore e sono sempre ricattabili. Loro chiedono solo di far cassa. Che poi, facendola grazie all'ormai famoso «mondo di mezzo» - quello dove potere politico, imprenditoria e delinquenza allo stato puro si incontrano - una parte ritorna anche a chi sta più in alto. Il che non guasta».
Bene, si dirà, ma che c'entra tutto ciò con Marino? C'entra, c'entra.
Perché i mille faccendieri dediti ai lavori sporchi sono solo l'altra faccia di un «rinnovamento» che serve solo a coprire quel marciume. Per arrivare a questa particolare configurazione del potere politico - un obiettivo che i centri economici nazionali e sovranazionali perseguono a partire dagli anni '80 - sono state necessarie due mosse: promuovere la fine dei partiti di tipo novecentesco, modificare sostanzialmente le procedure di selezione del personale politico.

Mi scuso per l'ulteriore (ed ultima) auto-citazione:
«Il lungo processo che ha preso le mosse agli inizi degli anni '90 del secolo scorso ha portato alla fine dei partiti come luogo della partecipazione alla politica. Un luogo dove, naturalmente con mille difetti, si selezionava la classe politica. Non che allora i gruppi di potere, in alcuni casi di natura sostanzialmente mafiosa, non contassero. Contavano eccome, ma erano una parte del tutto, non il tutto come nella politica senza (veri) partiti di oggi. Per capire che i partiti intesi nel senso tradizionale non esistono più, basta pensare a quanto affermato dal segretario del Pd. Davanti ai dati del tracollo verticale degli iscritti, Renzi ha detto che queste sono cose del passato, che oggi l'importante è guardare ai voti».
Il simbolo più compiuto di questa degenerazione sono le primarie. E senza dubbio il Pd, che è il promotore in Italia di questo metodo di scelta dei candidati, aperto ad ogni infiltrazione lobbystica, è il partito che ha spinto maggiormente in avanti il processo di americanizzazione della politica.


Si dirà che Marino non è stato eletto come espressione di una particolare lobby. Vero, verissimo, ma si dimentica che proprio nel modello americano il marcio del sistema politico viene spesso coperto da uomini-immagine, sempre incensati come buoni, puri, magari intelligenti, ma che nulla sanno - ci mancherebbe! - del mondo che gli sta sotto, accanto e pure sopra.

Volevate la fotografia di Marino? Questa mi sembra abbastanza precisa.

Una fotografia che dovrebbe far riflettere anche una particolare categoria, quella che spiega ogni evento del giorno e della notte con la teoria del complotto. Ma quale complotto? Ma vi pare che per mandare a terra uno come Marino sia stato necessario un complotto? E poi, di chi? Ieri la piazza dei sui ultras gridava «Renzi, Renzi, vaffanculo».

Uno slogan che va sempre bene, ci mancherebbe, ma davvero si pensa che sia stato Renzi il killer di Marino? Difficile crederlo, perché Marino aveva (e per quanto ne sappiamo, ha tuttora) la tessera di un partito che si chiama Pd. E per quel partito sarà dura riprendersi il Campidoglio. Non solo, Marino - pur non essendo un renziano - poteva comunque essere venduto come uno dei tanti prodotti del "rinnovamento" promosso dal fiorentino. Mentre, invece, proprio il fragoroso fallimento dell'ex sindaco mette in luce quanto sia fragile e tutta d'immagine l'idea renziana della rottamazione.

Complotto dei soliti occulti poteri? E se dalle urne uscisse un sindaco M5S? Certo, non è detto che vada così, ma la possibilità esiste eccome. Dunque non si vede il perché qualcuno di questi poteri avrebbe desiderato il passaggio dalla certezza di un Re Travicello, che per loro non è poi tanto male, all'incertezza di un futuro tutto da disegnare.

Ma i complottisti, si sa, sono fatti così: a forza di credere che tutto è un complotto, descrivono i dominanti come invincibili, mentre le loro debolezze e contraddizioni sono per fortuna sempre più manifeste. Ed il caso Marino di questo ci parla.  

martedì 15 settembre 2015

PUR DI NON FARLO CADERE (pensierino del giorno)

[ 15 settembre ]

Ma che succede nel "Palazzo"? Davvero l'italicum passerà così com'è? Ce l'ha Renzi, come dice, i numeri per far passare l'abolizione del Senato? Si voterà nel 2018? O nel 2017? O forse nella primavera prossima? Renzi sembra dormire sonni tranquilli. Il perché ce lo spiega uno dei loro pennivendoli...


«Sarà un caso, ma voci di corridoio confermano che Berlusconi non sta facendo nulla, ma proprio nulla, per sgambettare il governo. Si mostra sordo alle suppliche di quanti, tra gli alfaniani, bussano numerosi alla porta nella speranza di tornare all'ovile.
Falso che il Cavaliere li cerchi. La vera notizia è che preferisce tenerli dove sono, in maggioranza. Fonti molto attendibili arrivano ad ipotizzare che, qualora sulle riforme dovesse mancare a Renzi un pugno di voti, pur di non farlo cadere, 4 o 5 senatori forzisti sarebbero pronti a dare una mano. Con la pubblica scomunica di Berlusconi, e la sua riconoscenza privata».
Ugo Magri, LA STAMPA del 14 settembre

sabato 29 agosto 2015

Alla fine, questa è la rassegnazione. Questa è la vera sconfitta di un intero popolo. di Luciano Barra Caracciolo

[ 29 agosto ]

Le gerarchie contano

[Nella foto Luciano Barra Caracciolo al convegno ci Chianciano terme del gennaio 2014]

Ma non quelle formali, regolate dalle leggi (Hayek direbbe dalla "legislazione", regolazione statale strettamente asservita alla Legge, naturale, fenomeno biologico - per lui- che riduce l'essere umano al "mercato"): quando le leggi stabiliscono una gerarchia, infatti, devono esplicitare, in qualche modo, per quale interesse generale, o quantomeno pubblico e collettivo, siano dettate.
Un compito estremamente fastidioso, specialmente in democrazia: e non tanto e non solo perchè poi occorre fare i conti con il consenso legato a questa scelta (se non prometto meno tasse per tutti-tutti, avrò inevitabilmente privilegiato qualcuno a scapito di altri), quanto perchè dalla scelta trapelano obiettivi e valori che vuole realizzare chi la compie. 

E questo, se valori e obiettivi possono essere comparati con quelli legalmente superiori, cioè quelli scritti una volta per tutte, nelle Costituzioni, risulta evidentemente pericoloso.

Almeno finchè esista un sistema costituzionale e la sua gerarchia delle fonti (che è l'unica gerarchia garantista dei valori costituzionali e che dunque limita le gerarchie fra gli uomini, stemperandole nell'obbigo di realizzare solo gli interessi del popolo sovrano).

Le gerarchie che contano veramente, quindi, sono quelle che stanno scritte dentro i cuori (rassegnati e intimoriti) degli uomini: più precisamente, quelle che riescono a imporsi in base al timore che suscita chi le stabilisce, senza dover ricorrere a regole formali, preferibilmente. O peggio ancora, aggiustando le regole secondo la propria convenienza nel conservare la propria posizione di potere.
Questa sì è una prospettiva terrificante, per i "sottoposti", un elemento portatore di disperazione.

Insomma, sono il costume e l'ambiente culturale che favoriscono le gerarchie: quindi chi controlla costume e ambiente culturale è, in realtà, il vero vertice della gerarchia (che conta).

Una vera posizione di supremazia all'interno del rapporto gerarchico, implica connaturalmente la irresponsabilità del "superiore": una irresponsabilità non tanto funzionale, perchè il singolo superiore, come individuo, in qualche modo sa che se le cose non funzionano, la colpa verrà attribuita, in un inevatabile processo sociale, a chi impartisce l'ordine.

L'irresponsabilità di cui parliamo è "di genere": cioè, complessivamente, coloro che sono posti, come classe di individui, in posizione di comando gerarchico, sono considerati collettivamente fuori da un giudizio di merito, dal dover rendere conto.

 
Questo garantisce una forma di irresponsabilità che veramente, nei fatti della vita, rende esente da rimproveri di colpa ogni singolo "superiore": i subordinati sanno infatti che se anche fosse individuato come colpevole un singolo esponente della classe dominante, un altro, esattamente con le stesse attitudini, prenderebbe il suo posto.

Quindi il timore su cui si basa la gerarchia, e che la rende effettivamente capace di ordinare, conformare, i sottoposti, è legato alla rassegnazione di chi si trova a subirla. Il senso dell'inevitabilità prevale; e da questa nasce l'indifferenza, l'idea che nulla possa mai veramente cambiare.

Come direbbe Funari-Guzzanti ("Onorevole Broda") sapete perchè vi dico tutto questo? Perchè, dal caso Tsipras al "battiamo i pugni sul tavolo", passando per "tagliamo le tasse tagliando la spesa pubblica", tutto dimostra che la possibile alternanza di assetti di potere su cui si basa la democrazia costituzionale, è venuta meno.

A questo punto del discorso fatto su questo blog, questa parrebbe quasi, anzi "proprio", un'ovvietà.
Ma il punto è un altro: il "costume" di accettazione come inevitabile di questo stato di cose è mutabile?

Di sicuro non lo è se non si vota. 
Di sicuro non lo è se chi è in posizione, di fatto, di supremazia gerarchica, riesce a far passare l'idea che votare sia segno di instabilità, piuttosto che di irresponsabilità di chi detiene il potere. 

Ma è ancora peggio se chi dovrebbe contestare le cose, e che chiede di svolgere le elezioni, per "cambiare le cose" su cui si basa la gerarchia irresponsabile attuale, in fondo persegue gli stessi obiettivi e le stesse convinzioni: tagliare la spesa pubblica per tagliare le tasse.

Cioè un "altro" esattamente con le stesse attitudini avrebbe preso il posto del precedente "superiore".

Alla fine, questa è la rassegnazione. Questa è la vera sconfitta di un intero popolo.

* Fonte: Orizzonte 48

martedì 16 giugno 2015

BALLOTTAGGI: IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI

[ 16 giugno ]

Ieri davamo un primo giudizio sui ballottaggi e scrivevamo che il Pd di Matteo Renzi aveva preso un altro schiaffo. I risultati che giungono dalla Sicilia (dove si è votato fino a lunedì) ci permettono di aggiungere qualche considerazione ulteriore.

Diamo prima uno sguardo ai dati ed ai numeri.

I comuni che sono andati ai ballottaggi (Sicilia compresa) ce ne sono stati 78, di cui 13 in Sicilia —tra cui 11 capoluoghi di provincia (Lecco, Mantova, Rovigo, Venezia, Arezzo, Fermo, Macerata, Chieti, Trani, Matera, Nuoro).

Il primo dato è che viene confermata la crescita dell'astensionismo. Affluenza ancora in calo: 47,1% di votanti.

Il secondo eclatante dato, è la sconfitta del Pd renziano. Renzi ora se la prende con il meccanismo delle primarie (che fino a ieri esaltava e che l'hanno portato a diventare segretario del Pd) responsabile secondo lui di aver selezionato candidati deboli. In verità le ragioni della sconfitta piddina vanno ricercate anzitutto (1) nelle scelte politiche antipopolari del governo, (2) negli scandali che hanno travolto il Pd, non solo a Roma e Venezia, infine (3) nella sua politica europeista fallimentare davanti ai flussi migratori. 
Morale: la luna di miele tra Renzi e gli elettori è già alla fine.

Questo primo dato ci conduce al terzo: Matteo Renzi è battibile, e lo è proprio col sistema (italicum) che lui ha voluto a tutti i costi e di corsa estendere al voto per le politiche nazionali, quello maggioritario del ballottaggio. Se oggi vi votasse con l'italicum il suo Pd non solo non otterrebbe il premio di maggioranza al primo turno, andrebbe sì ballottaggio e potrebbe perderlo. Come dice la massima: IL DIAVOLO FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI.

Il quarto dato: ci sono tre forze politiche, Pd, centro-destra e M5S che sostanzialmente si equivalgono. 

Visto come stanno le cose, che il Pd da solo non riesce a vincere, Renzi potrebbe in effetti rimettere mano all'italicum affinché il premio di maggioranza al primo turno sia consegnato non ad una singola lista di partito ma ad una coalizione. 
Staremo a vedere. Di sicuro il sondaggione rappresentato da queste elezioni getta scompiglio non solo nel Pd e nel Palazzo, ma in generale tra le fila della classe dominante, che ha puntato tutto sul cavallo fiorentino. Il quadro politico resta insomma molto instabile.

Ps
Il Movimento 5 Stelle esulta, parla di grande vittoria. Francamente non ne capiamo le ragioni.  
Su 78 comuni in cui ci sono stati i ballottaggi, M5S ne ha conquistati 8 in tutto, ovvero il 10,2%. Pd, Lega e pure Forza Italia ne hanno conquistati molti di più. Siamo alle solite anche coi grillini: chiuse le urne ognuno canta vittoria.

lunedì 1 giugno 2015

MISTER 40,8% SI AFFLOSCIA di Leonardo Mazzei

[ 1 giugno ]


La metà degli elettori è stata casa. 
Gli altri hanno assestato uno schiaffo al Bomba.
Media ponderata del voto di ieri: il Pd come partito perde il 15%, con il carrozzone delle liste di amici ed amici degli amici cala di circa il 9%.
Dunque, mister 40,8 non c'è più. 
Su questo, in realtà, non avevamo dubbi. Restava invece da stabilire di quanto il Bomba si sarebbe sgonfiato rispetto a quel dato delle europee. Un dato gridato a gran voce, per tutto un anno, per zittire avversari e critici di ogni credo e tendenza. Ora lo sappiamo: si è sgonfiato di molto. Il Pd come partito perde il 15%, con il carrozzone delle liste di amici ed amici degli amici cala di circa il 9%.

Questi numeri ci vengono da una media ponderata dei voti di ieri. Il calcolo è stato fatto sulla base delle percentuali ottenute dal Pd, in confronto con quelle raggiunte un anno fa alle europee. I vari cali regionali (il partito di Renzi ha perso consensi ovunque) sono stati poi "pesati" in rapporto agli elettori delle varie regioni, in modo da ricavarne una proiezione nazionale.

Perché questo calcolo? Perché è quello politicamente più significativo. Quello che misura la febbre al consenso renziano dopo 15 mesi di governo. Certo, è più facile - e soprattutto più comodo per il Bomba - fare il calcolo delle regioni vinte. Vantandosi così di un 5-2 che non rende affatto conto dell'autentico tracollo di consensi che si è verificato.

Lo avevamo scritto giovedì scorso: «In realtà non conterà solo il numero di regioni conquistate, conterà anche il totale dei voti ottenuti. Anzi, sarà soprattutto quel dato a dirci di quanto si è sgonfiato il famoso 40,8% delle europee».

Questo era, ed è, il dato decisivo. Ci sarà tempo per ritornare su altri aspetti rilevanti di queste elezioni, dall'aumento dell'astensionismo, all'ottimo risultato di M5S, alla forte avanzata della Lega, ai miseri dati della sinistra (ex?) arcobalenica. Ora è importante concentrarsi sul Pd, sul partito che, attraverso una legge elettorale truffaldina, sta tentando di costruire un autentico regime imperniato sulla concentrazione di ogni potere nelle mani del suo bulimico leader.

Questo disegno autoritario ha ieri subito uno stop, quantomeno in termine di consensi. Uno stop  non ancora decisivo, ma un segnale assai più netto di quanto si poteva immaginare.

Entriamo nel dettaglio, vedendo anzitutto quanto ha perso il Pd in ogni regione: Liguria -16,10%, Veneto -20,63%, Campania -16,04%, Puglia -13,91%, Toscana -10,0%, Marche -9,91%, Umbria -12,76%.  Come si vede il dato è omogeneo da nord a sud. La perdita è a due cifre pressoché ovunque. Particolarmente significativo, oltre alla debacle della Liguria, il tracollo della renziana Moretti in Veneto. 

La media ponderata di questi dati regionali ci da un calo generale del 15%, che proiettato a livello nazionale porterebbe il partito renziano ad un 26% (40,8-15,0=25,8) dal sapore decisamente bersaniano.

Naturalmente questi calcoli faranno imbestialire i piddini. I quali ci ricorderanno, come facevano scompostamente ieri sera in Tv, che i loro candidati si sono avvalsi di liste di supporto in qualche modo riconducibili al loro partito, e che quindi i voti di queste liste vanno sommati a quelli del Pd. Ora, in realtà ci sarebbero molte cose da dire su questa pratica acchiappavoti. Come ci sarebbe da dubitare sul fatto che si tratti sempre ed ovunque di voti piddini in libera uscita. E magari ci sarebbe da ironizzare sui candidati apertamente fascisti di certe liste a sostegno in Campania...

Ma lasciamo stare. Dato che noi siamo assai meno scomposti dei tirapiedi renziani mandati in video ieri sera nel disperato tentativo di nascondere la realtà delle cose, abbiamo sommato al Pd tutti i voti di queste listarelle di comodo. 

Ed ecco i cali che abbiamo così ottenuto: Liguria -11,35%, Veneto -16,80%, Campania -7,03%, Puglia -1,64%, Toscana -8,29%, Marche - 4,97%, Umbria -12,76%. La media ponderata di questi dati ci da un calo generale dell'8,8%. Un dato assai pesante per il Pd, nonostante il generosissimo metodo applicato. Abbiamo infatti sommato al Pd non solo i voti ottenuti dalle "liste del presidente", ma anche quelli delle altre liste di supporto che non avessero un chiaro simbolo di partito. Questo non per regalare qualcosa ai renziani, bensì per togliergli ogni argomento a difesa.

Cosa ci dicono questi risultati?
Essi ci dicono che Renzi è battibile. Che il suo disegno autoritario può essere ancora fermato. Che la cosiddetta "luna di miele" del governo è davvero finita. Che anche il più servile sostegno mediatico mai ottenuto da una forza politica nell'Italia repubblicana non è sufficiente a frenare l'emorragia di consensi.

Non è tutto, ma è molto. Naturalmente i risultati di ieri non rendono Renzi meno pericoloso di prima. Anzi, per certi aspetti, lo rendono ancora più pericoloso. A capo del governo, a capo del Pd, con il sostegno del potere economico, con una stampa allineata, con una legge elettorale ritagliata su misura, egli non vorrà certo fermarsi nella sua opera distruttrice della democrazia e di ogni diritto sociale. 

E, d'altronde, dal voto delle regionali non emerge ancora l'alternativa di cui c'è bisogno. Emerge però un grande spazio, basti pensare alla crescita enorme dell'astensionismo. E' in questo quadro che si dovrà approntare da subito una strategia ed una tattica per battere Renzi all'appuntamento decisivo del referendum sulla controriforma costituzionale (leggi QUI).

Quel che è certo è che non siamo in una fase stabilizzazione del consenso. Al contrario, le oscillazioni che si verificano ad ogni elezione mostrano proprio la ricerca, necessariamente confusa, di una via d'uscita dall'attuale situazione. Chi emergerà in questo quadro è dunque facile da prevedersi: emergerà, e forse vincerà, chi saprà proporsi con un progetto di alternativa al tempo stesso radicale e credibile.

Di sicuro la partita è aperta. Lo schiaffo subito da Renzi non è un ko, ma è un colpo molto forte al suo disegno autoritario. Da queste elezioni non potevamo aspettarci miglior notizia.


NB - Quando questo articolo è stato scritto - tra le 8 e le 9 di questa mattina - lo scrutinio non era ancora terminato in tutte le regioni. Qualche modestissima variazione delle percentuali è perciò ancora possibile in Campania e Puglia. Ma si tratterà in ogni caso di variazioni del tutto trascurabili.

sabato 28 marzo 2015

COS'È DAVVERO LA CORRUZIONE? di Norberto Fragiacomo

[ 28 marzo ]

«Corruzione sono l’ingiustizia sociale, l’avidità esaltata e blandita, la spietata sopraffazione elevata dal capitalismo neoliberista a legge fondamentale. Guardiamo la terra, non l’italico dito: se il soldo è misura di tutte le cose, la corruzione non è più patologia —è fisiologia».

Dopo averne ascoltate tante, per giorni e giorni, anche il cuore più arido può farsi vincere dal desiderio (dal capriccio?) di narrare una storia.
Magari una favola nera, tutt’altro che a lieto fine: quella della corruzione in Italia. 

Capiamoci: il fenomeno esiste, è anzi diffusissimo e allarmante – ma il fatto che tutti ne parlino complica le cose, lo rende vago, indistinto, impalpabile. Manca una definizione che si imponga alla babele di voci dissonanti, non di rado prezzolate.

Quando frequentavo l’università, nel secolo scorso, per corruzione si intendeva un delitto —anzi, una coppia di delitti— contro la pubblica amministrazione: corruzione propria, se il patto delittuoso tra funzionario e privato aveva ad oggetto la violazione di un dovere d’ufficio, impropria se l’indebito compenso remunerava il compimento di atti dovuti (es. del dipendente che accetta del denaro per velocizzare una pratica).

Troppo semplice, ci fu confidato in seguito: la corruzione è ormai assurta a costume, a pratica dai contorni sfumati —è “fenomeno politico-amministrativo-sistemico”, scandì all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2013 il Presidente della Corte dei conti Giampaolino. Potremmo descriverla come un’alterazione fraudolenta delle regole del gioco, un intralcio alla concorrenza che, per i tecnocrati della UE, rappresenta il primo comandamento, e anche l’ultimo.

Il legislatore della 190/2012, denominata per l’appunto “legge anticorruzione”, fece propria questa nozione allargata, atecnica, e si propose ambiziosamente di prevenirla, anziché limitarsi a reprimerla penalmente. Come? Moltiplicando responsabilità, adempimenti e carte. C’è un’Autorità nazionale, che adotta un piano (il PNA), recepito e “personalizzato” da ogni singola amministrazione del variegato universo pubblico, società incluse. I contenuti sono legislativamente delineati: quattro aree di massimo rischio (autorizzazioni e concessioni, procedure concorsuali, evidenza pubblica, concessione di sovvenzioni e pubblici denari a privati), valutazioni di impatto, misure standard da adottare e, se del caso, potenziare (come la famigerata rotazione del personale).

Si punta ad assicurare la piena (anzi: “totale”) accessibilità ai siti internet delle amministrazioni, ad escludere in radice la possibilità di conflitti di interesse (con il nuovo articolo 6-bis della 241, monco ma imperioso), ad inasprire i divieti in materia di incompatibilità, ad imporre ai lavoratori, a pena di licenziamento (per condotte gravi o reiterate), il rispetto di una pletora di minuziosissimi obblighi. Si prevede, in ogni singolo ente, la figura di un cerbero – il responsabile anticorruzione – che scriva, monitori, insegni e poi scriva ancora, ricevendo nei ritagli di tempo i rapporti dei suoi referenti d’area. Guai a chi sgarra: le sanzioni fioccano, si assommano, incutono terrore.

Attenzione! —ci ammonisce l’autorevole esperto da talk show— il responsabile farebbe bene ad affidare il patrimonio ad un blind trust, se qualcosa va storto c’è pericolo che resti in mutande! In verità, la legge ci parla di responsabilità diffusa, e di un controllore principe che rischia meno di altri (va esente da conseguenze se redige il piano e veglia sulla sua attuazione), ma cos’è mai la banalità di una norma al cospetto di un aziendalista onnisciente? E poi le disposizioni si rincorrono, mutano di giorno in giorno, appaiono spariscono e ricompaiono come se a dettarle fosse uno schizofrenico —o il puro caso.

Se andiamo poi a valutarne la deterrenza scopriamo, con un sospiro di sollievo, che i pubblici dipendenti si sono fatti restii ad accettare prosciutti e bottiglie di spumante sotto Natale, che i segretari comunali anticorruzione, prossimi ad estinguersi, sgobbano come mai prima; che qualche gola profonda (poche, lamentano: ci vorrebbero le taglie!) manda dettagliate relazioni sui comportamenti “sospetti” del vicino di scrivania.

Tutto bene allora? Purtroppo no, perché —prosciutti a parte— le ruberie non cessano, gli appalti sono più inquinati di un tempo e il protagonismo criminoso di politici e supermanager a chiamata non fa rimpiangere gli anni di Tangentopoli, ridotta oggi a serbatoio di soggetti per serie televisive.

Gli scandali dell’EXPO e del Mose si aggiungono alle denunce di Transparency International che —come già scritto in un’altra occasione— tanto trasparente non è, ma ci schiaffa dietro al Ghana nella classifica della corruzione “percepita” (da chi? dagli uomini d’affari e dagli esperti di economia, ovvio), e allora tocca correre ai ripari, inventandosi o riciclando norme e addossando ulteriori obblighi a chi sta in basso. La novità del giorno è che le norme anticorruzione saranno estese in toto —con atto amministrativo, parrebbe— alle società partecipate, con l’esclusione di quelle quotate in borsa e di quelle che emettono strumenti finanziari… ottimo, ma non era già previsto? Risulta di sì (in caso contrario, ci vorrebbe un ritocco legislativo), ma poco importa: l’effetto annuncio è assicurato, il Governo Renzi può bearsi del suo “fare” e promettere agli italiani che prima o dopo il DASPO salterà fuori, e saremo tutti virtuosi e contenti —incorrotti, come certe mummie.

E a chi prova a ribattere che, anche a tacer del fatto che l’aumento a dismisura di adempimenti formali “senza maggiori aggravi per le finanze pubbliche” intralcia l’azione amministrativa, la 190 è nata zoppa di suo, perché non sanziona i comportamenti dei politici e soprattutto perché appare pensata per combattere esclusivamente la corruzione “minima” (quella del salame all’impiegato, appunto), azzimati professoroni intimeranno virtuosamente il silenzio: siamo o non siamo un popolo di cialtroni, guastati nell’intimo dalla morale cattolica? 

Forse sì, lo riconosco… ma chi profitta maggiormente della situazione, il travet che s’inventa un secondo lavoro o il signore degli incarichi dinanzi al quale ogni porta si spalanca? Il concorsista sfigato che perde un lustro sui libri o il direttore generale che, di fronte a una platea di neoassunti a 1.300 euro al mese, sminuisce il suo stipendio da 220 mila annui sentenziando: “badate che io, a differenza vostra, sono un precario”? Chi si ficca in tasca un po’ di briciole o chi pretende per sé, il figlio e il nipote la garanzia di cariche e sinecure vita natural durante, considerando il proprio privilegio un diritto, e affievolendo il diritto del cittadino comune a impudente pretesa? Sul serio possiamo mettere sullo stesso piano il modello e i suoi imitatori in sedicesimo, fingendo che le colpe degli ultimi lavino quelle del primo?

Cos’è davvero la corruzione? 
Provo a rispondermi: è un ascensore irrimediabilmente fermo al piano terra, un cancello di cui il merito non fornisce la chiave; un premier laureato in legge che, secondo recente giurisprudenza, non è tenuto a conoscere il diritto e può distribuire prebende a piacimento; un legislatore che, in dispregio di ogni decenza, regala a se stesso l’impunità amministrativa; aggiungiamo pure un gran signore che, tra una comparsata tv e la successiva, pontifica con patriarcale spocchia su (presunte) corruttele concorsuali. Corruzione è proporre di donare un mese di vacanze scolastiche alle aziende, perché gli studenti si avvezzino alla schiavitù; corruzione è sostenere che “il figlio di un operaio non può mica avere le stesse opportunità del figlio di un professionista”, ci mancherebbe; corruzione è l’inclusione di pochissimi e l’esclusione dei molti, dileggiati e costretti a contendersi un osso rinsecchito.

Corruzione sono l’ingiustizia sociale, l’avidità esaltata e blandita, la spietata sopraffazione elevata dal capitalismo neoliberista a legge fondamentale. Guardiamo la terra, non l’italico dito: se il soldo è misura di tutte le cose, la corruzione non è più patologia —è fisiologia. Ce la presentano come incompatibile con la legalità, niente di più falso: anche la legge può essere corrotta, e purtroppo per noi lo è.

Batteranno magari la piccola corruzione con l’intimidazione e la minaccia; quella grande dormirà invece sonni tranquilli, perché chi dovrebbe debellarla è il primo a trarne profitto, non di rado con la benedizione del diritto (e di chi officia i suoi stanchi riti).

* Fonte: Bandiera Rossa in Movimento

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