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martedì 18 febbraio 2020

LA RITIRATA DI SALVINI di Leonardo Mazzei

Chi dia la linea nella Lega sulle cose che contano sta scritto sulla carta dei giornali. Insistervi sarebbe superfluo. E per qualcuno doloroso assai. Meglio continuare a fare finta di non aver capito, come fece quel tale sui minibot. 
Circa un anno fa scrissi un primo articolo su quanto fosse in realtà resistibile l'ascesa, allora apparentemente inarrestabile, del secondo Matteo, quello che non va a sciare sull'Himalaya.

venerdì 27 dicembre 2019

NO AL REFERENDUM LEGHISTA di Piemme

Il 20 novembre scorso la Cassazione ha purtroppo dato il via libera al quesito referendario presentato da otto regioni a guida leghista. 

Di che si tratta? Il referendum mira a cancellare la quota proporzionale del Rosatellum estendendo i collegi uninominali al 100% del territorio nazionale. L'ultima parola,

lunedì 16 dicembre 2019

LA LEGA SI PIEGA di Leonardo Mazzei

[ lunedì 16 dicembre 2019 ]


Draghi, Draghi e ancora Draghi: dopo il "why not?" di Salvini per l'ex capo Bce al Quirinale, ecco ora quello di Giorgetti per portarlo a Palazzo Chigi

Lega 2019 come il Pd 2011? 



Tempi duri per chi sogna Salvini alla presidenza del consiglio. O, almeno, tempi lunghi e (soprattutto) prospettiva incerta.

Che ti fanno i caporioni leghisti due giorni dopo il trionfo della Brexit nelle elezioni politiche in Gran Bretagna? Mentre l'addetto alla propaganda, smesso di parlare per un attimo della Nutella, apre ad un governo di unità nazionale, il portavoce dei capibastone del Nord, il cugino del banchiere Ponzellini, fa immediatamente il nome di chi quel governo dovrebbe guidare. Ovviamente — chi altri sennò! — il da tutti osannato Mario Draghi. Caspita, quanto son sovrani certi "sovranisti"!

Ma le notizie di questo fine settimane sono anche altre. L'inglorioso esercito delle sardine ha fatto tappa a Roma per confermare quel che già sapevamo. Che si tratta di un moderno movimento conservatore, che odia il populismo perché disprezza il popolo. Che urla al fascismo solo per fingere di non vedere la dittatura europea. Un movimento che vuol conservare il dominio delle attuali oligarchie finanziarie, invocando al potere la pretesa "competenza" dei "tecnici" neoliberisti. Un movimento che ama la globalizzazione, e che vorrebbe imporre il "politicamente corretto" dei dominanti per legge. 


Con queste premesse, cosa possiamo aspettarci da questo movimento? Certo, la politica è spesso più complessa di quel che appare, ma l'impressione è che l'antisalvinismo porti oggi a Draghi, come l'antiberlusconismo portò a Monti nel 2011. E non penso se ne sia accorto solo chi scrive...

Ma perché allora gli stessi leghisti si sono messi a dar manforte al disegno dei loro avversari? Ecco una bella domanda alla quale bisogna provare a rispondere.



Mossa tattica o autogol leghista alle porte?


Secondo alcuni la mossa del duo Salvini-Giorgetti, che da sempre giocano in coppia (se ne facciano una ragione Borghi e Bagnai), sarebbe puramente tattica. In base a questa tesi un primo obiettivo sarebbe quello di spiazzare le forze di governo, accentuando le contraddizioni interne alla maggioranza, come pure quelle dentro ai partiti che la compongono. Al tempo stesso — secondo obiettivo — questa mossa avrebbe lo scopo di tranquillizzare tanto i cosiddetti "moderati", quanto (e soprattutto) le oligarchie euriste. Poi, una volta incassato il no di Pd ed M5s, il successo nelle urne (secondo questa lettura comunque vicine) sarebbe ancor più facile.

Questa ipotesi ha però un'insidiosa variante, che corrisponde al nome di Matteo Renzi. Il Bomba potrebbe infatti aprire per primo alla proposta leghista. A quel punto la crisi sarebbe virtualmente aperta, la Lega non potrebbe fare marcia indietro, mentre gli odiati Zingaretti e Di Maio verrebbero a trovarsi in una posizione ancor più angusta dell'attuale. Al tempo stesso la legislatura andrebbe avanti (il che per Renzi è vitale) almeno per un altro anno. Questo calcolo appare tuttavia assai rischioso. Forse troppo anche per un giocatore d'azzardo come il fiorentino. 

E se invece la mossa leghista non fosse solo tattica? O, pur se sempre tattica, avesse comunque un orizzonte temporale ben più lungo? Ecco un'ipotesi assai più intrigante della prima. A mio modesto parere più credibile della prima.

Della Lega conosciamo da sempre la sua anima liberista e, al suo interno, la forza centrale del blocco nordista e filo-tedesco. A questi elementi costitutivi, si aggiungono ora il tentativo di entrare a far parte del Partito Popolare Europeo (PPE) ed il via libera di Salvini (why not?) all'elezione di Draghi al Quirinale.

La risultante di questi quattro dati di fatto può essere una sola, la progressiva normalizzazione del partito e della sua guida salviniana in primo luogo. Non potendo desalvinizzarsi per evidenti ragioni di marketing, la Lega ha però bisogno di portare a termine il suo percorso di normalizzazione — trasformandosi cioè da movimento populista a semplice forza conservatrice — attraverso ulteriori prove di affidabilità. Come escludere che un governo Draghi possa essere una di queste prove, magari proprio quella decisiva? 

Se davvero stanno così le cose, quali probabilità di successo ha questa operazione? Se, come noto, la politica è uno dei campi nei quali si determina più spesso l'eterogenesi dei fini, siamo proprio sicuri che quello leghista non possa rivelarsi come il più clamoroso degli autogol?



La lezione del 2011


Mettiamoci adesso nella testa dei capibastone leghisti. Se il disegno è quello di accreditarsi verso i grandi potentati economici, appoggiare un governo Draghi può essere senz'altro una buona mossa. La base di uno schema che vede come secondo passaggio l'approvazione di una legge elettorale alla "spagnola", trampolino di lancio per chiedere le elezioni anticipate nel 2021, con due anni di anticipo sulla scadenza naturale del 2023.

Domanda: ma Draghi sarebbe disponibile a stare lì solo per un annetto? Ovviamente no, ma se poi c'è la sicurezza di un bel settennato al Quirinale a partire dal 2022 (come già promesso da Salvini) altrettanto ovvio che quel no diventa un sì. Nel frattempo Salvini si sarebbe imparentato con la Merkel, come il suo omologo Orban, ed il gioco sarebbe fatto. 

Un bel quadretto, no? Bello davvero, specie per chi ancora crede al sovranismo del mangia-nutella!

C'è tuttavia un'altra variabile. Un anno di governo di unità nazionale avrebbe i suoi prezzi da pagare. Di immagine, di logoramento e non solo. E qui, di nuovo, come non rammentare quanto accadde nel 2011? Sia pure in termini diversi, allora era il Pd a volersi accreditare, dunque niente elezioni dopo la caduta del Berluska, ma un bel governo Monti a fare il lavoro sporco, dopo di che avremmo avuto Bersani (con Vendola) al potere per vent'anni... Sappiamo tutti come andarono invece le cose...

Venendo all'oggi, chi può escludere che un Draghi a Palazzo Chigi possa divenire una sorta di inamovibile mostro sacro? Di certo in tanti lavorerebbero in quel senso, giornaloni ed economistoni in primo luogo, a far da traino come sempre ai desiderata di Bruxelles.

Ora, i leghisti son personaggi un po' grezzi, ma stupidi proprio no. Ovvio dunque che certi rischi siano stati messi nel conto. Ma perché correrli allora, tanto più nel momento in cui sul piano elettorale si ha il vento in poppa?

Ecco, questa domanda ha una sola risposta: perché non si vuol vincere contro l'oligarchia, si vuole invece farlo con il suo beneplacito. Perché l'internità leghista al blocco dominante è maggiore di quel che sembra, idem per la subalternità ai poteri eurocratici. Perché, detto in altre parole, Salvini fa il duro con gli immigrati, ma la sua "durezza" si ferma sull'uscio di quei potentati con i quali ci si vuole banalmente accordare. Un accordo indispensabile per ottenere il decisivo lasciapassare dell'UE.

Chi ha votato Lega illudendosi sulla vecchia felpa "basta euro" del suo addetto alla propaganda, sappia che ormai tante felpe son passate sotto i ponti. Ed altre ne passeranno, ma quel "basta euro" non solo è dismesso e démodé. Esso è adesso semplicemente bandito, nell'illusione — solo il tempo ci dirà quanto fondata — di poter essere così ammessi a tavola senza troppi problemi.

La conseguenza di tutto ciò è il curioso ritornello sull'ex capo della Bce. Draghi, Draghi e ancora Draghi, neanche i leghisti fossero semplici sardine. Dopo il "why not?" di Salvini per mandarlo al Quirinale, ecco ora quello di Giorgetti per portarlo a Palazzo Chigi. A quando una proposta come Papa o almeno come commissario tecnico della nazionale di calcio?

Del resto, ma come avremmo fatto senza di lui negli anni novanta (quando era Direttore generale del Tesoro) ad ottenere il record mondiale delle privatizzazioni? Come avremmo fatto senza di lui nell'agosto 2011 a scrivere quella bella letterina con la quale si imponeva al governo in carica ed a quelli futuri di ridurre l'Italia in mutande?

Bene, tenetevi stretto Draghi e quel che rappresenta, entrate pure nel partito della Merkel, fate anche un bel governo di unità nazionale basato sulla sudditanza a Bruxelles, ma smettetela almeno di presentarvi come alternativi alla dittatura eurista. 

Che la Lega sia liberista non è certo una novità. Che il suo sovranismo sia perciò sempre stato equivoco idem. Che si arrivi addirittura a Draghi è però un bel salto di qualità.

Sulle contraddizioni del salvinismo, agli inizi di settembre ci permettemmo di formulare dodici domande ad Alberto Bagnai. Domande rimaste giocoforza senza risposta. Bene, tre mesi dopo quelle domande potrebbero forse diventare ventiquattro, quarantotto o novantasei. Ma in fin dei conti basterebbe che si rispondesse ad una: Draghi, perché sì?




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lunedì 21 ottobre 2019

QUI QUO QUA di Sandokan

[ lunedì 21 ottobre 2019 ]

Giorni addietro commentavo l'intervista di Salvini in cui affermava lapidariamente che 
«La Lega non ha in testa l'uscita dall'euro o dall'Unione europea. Lo dico ancora meglio: l'euro è irreversibile».
Come i 5 Stelle, Anche la Lega, dopo anni di strepitii contro l'euro e l'Unione europea, ha compiuto il voltafaccia: dal "sovranismo" all'europeismo. Come diceva il Cristo, "non si può ubbidire a due padroni". Tra la maggioranza del popolo lavoratore che detesta l'Unione eurocratica e la grande borghesia italiana euroinomane, anche la Lega ha scelto il lato della barricata.

Ma Salvini non è un pirla. Sapendo fin troppo bene che la sua base militante e gran parte dei suoi votanti, se non proprio anti-euro sono sicuramente euro-critici, ha voluto che dal palco di Piazza San Giovanni, assieme a Berlusconi venisse osannato l'alfiere no-euro Alberto Bagnai.

Da una parte il vessillifero anticomunista dell'Unione europea e della sudditanza italiana, dall'altra l'alfiere no-euro e il portabandiera della sovranità nazionale e democratica. Il miracolo è compiuto: diavolo e Acqua santa, belzebù e angeli uniti in un unico e pornografico afflato.

Beninteso, Bagnai si è guardato bene dal sostenere quel che ha sempre sostenuto. Il nostro è diventato un maestro nell'arte del cerchiobottismo, nel dire e nel non dire, dell'adeguarsi alla bisogna, ovvero nell'adeguarsi alle giravolte del suo grande capo. 

Guardandosi bene dal rivendicare l'uscita dall'euro ha preferito l'allusione alla Brexit, ma solo per sottolineare quanto sia preziosa la democrazia. Un tipico caso di schizofrenia o dissociazione cognitiva. Si tenga infatti presente che solo pochi giorni fa il Bagnai era nella delegazione leghista che in Cassazione depositava il testo per una legge di iniziativa popolare per un doppio e autoritario sventramento della Costituzione —  legge elettorale ultra-maggioritaria e  presidenzialismo —, e che Bagnai è tra coloro che in Senato hanno votato a favore della drastica riduzione dei parlamentari.

Chi per anni ha voluto seguire Bagnai, fino nella Lega, dice che quella del nostro è solo dissimulazione. Ma qual è il confine tra dissimulazione e giravolta politica? Essi non lo dicono e dileguano ogni giorno che passa questa frontiera.

La verità, ed essi se ne debbono fare una ragione, è che l'uscita dall'euro non è più nell'agenda della Lega. Bagnai lo sa benissimo. Egli ha una carta di riserva: non c'è più bisogno di menarsela per l'uscita perché tanto l'euro verrà giù da solo. La tesi l'ha spiegata papale papale Antonio Maria Rinaldi (certe volte farebbe bene a tacere invece di fare affermazioni gravissimein Tv un paio di sere fa . A domanda, "Ma lei è ancora per l'uscita dall'euro?", ha risposto: " Io sono qui, sulla riva del fiume, ad aspettare il cadavere che passa. Farà il botto, vedrete". Sulla stessa linea Claudio Borghi Aquilini.

Ecco dunque a voi Qui, Quo e Qua.

Dopo essere entrati nei parlamenti come campioni della battaglia per l'uscita dall'euro, dopo aver scritto libri, saggi e ripetuto in ogni dove della necessità di batterci per riprenderci la sovranità popolare e nazionale, ora ci vengono a dire: "contrordine ragazzi, deponete le armi, che tanto sarà il nemico a consegnarcela". 
Se non è il risultato dell'essersi fatti corrompere dalla poltrona e dal prestigio è come dire: siamo pazzi, arrendetevi.

Ma dico io, come si fa a non sentire puzza di presa per il culo?!



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martedì 17 settembre 2019

DICIAMO A TE, PADANO DI PONTIDA di Giovine Italia

[ martedì 17 settembre 2019 ]

Per anni ti hanno detto che il tuo nemico, il tuo vero nemico, stava a Roma. 

A Roma sedevano politici e burocrati desiderosi di succhiarti il sangue, sottraendoti quei soldi guadagnati con fatica risparmiati magari per una gita con la famiglia, per comprare la macchina al figlio, o anche semplicemente le incognite del futuro. 

Per anni ti hanno indicato come mali per te i meridionali, gli extracomunitari, lo stato centrale con le sue imposte, le regioni “parassite” contrapposte a quelle “virtuose”. Tu hai ascoltato tutto questo, e hai dato loro ragione, perché tu, alla fine, vivi afflitto. Ti senti solo, ti senti perseguitato da enti che sono vicini solo per chiedere e mai per dare, ti senti con l’intero mondo scaricato sulle tue spalle, ed è vero, ma non nei modi e coi motivi che ti hanno insegnato. Guardati bene intorno, guarda bene il mondo che ti circonda: tu, operaio, condividi la sorte di milioni di italiani. Guarda negli uffici di chi ti comanda: vedrai gli stessi sorrisi, le stesse sardoniche e viscide espressioni di cui sono pregni i palazzi romani.

E i tuoi soldi, da chi sono primariamente sottratti? Le tasse sono troppo alte, e non corrispondono ai servizi, ma la colpa di questo non sono i vaghi sprechi di cui si riempiono la bocca furbi politicanti. Lo stato non è fatto per sostenersi con le tasse, le quali devono essere esclusivamente uno strumento di controllo della circolazione del denaro, ma attraverso l’emissione di denaro, attraverso il lavoro compiuto dai cittadini. Guarda al tuo lavoro, guarda alla tua paga, guarda ai tuoi diritti elisi progressivamente per le esigenze del mercato, e poi guarda l’opulenza di quei pochi oligarchi che estromettendo i loro concorrenti più deboli stanno riducendo la tua vita a quella di un servo. 

Tu cosa pensi, che loro, resi forti da questo sistema, l’abbandonerebbero per dare a te, servo dei servi, un vantaggio? Loro al contrario lo rafforzerebbero. Le tasse esisterebbero ancora, e anzi sarebbero per te, plebeo, ben più alte, a modello dell’uso dell’Antico Regime. E anche se queste dovessero essere più basse per la privatizzazione della Cosa Pubblica ne saresti ben ripagato dalla fine dello stato di diritto, dal regno dell’arbitrio e della forza, il che si tradurrebbe in servizi costosissimi e scadenti retti da monopoli mantenuti dalla forza dell’oro e delle armi. 

Tu, che rinneghi l’Italia perché ad essa associ i mali che derivano invece dai suoi oppressori, non comprendi quanto i tuoi desideri di benessere e di tranquillità siano osteggiati in primis dagli stessi che si pongono come tua guida. Pensi forse che gente come Zaia, Giorgetti e Salvini possano migliorare la tua condizione? Ti rispondono loro, citando colei che ridusse in ginocchio il popolo inglese, Margaret Thatcher, e affermando che “l’euro conviene al nord”, dove per nord non si intende il muratore bergamasco, o lo straniero irregolare schiavizzato nei campi, o l’anziano delle campagne friulane, ma il grande imprenditore esportatore, colui che stipa nei suoi capannoni centinaia di disperati, impossibilitati a fare altro, esposti ad ogni genere di pericolo e di privazione. L’assenza di uno stato democratico non significa assenza dall’oppressione, ma anzi il suo contrario. Il capannone che vi cade sulla schiena per l’avidità del padrone che lo porta a risparmiare sulla manutenzione non sarà certo seguito da una dura condanna per i colpevoli se i progetti liberisti e secessionisti di certi ingannatori dovessero avere successo, ma da un cordoglio esteriore e pieno di boria, lo stesso che ostentavano i signori alla morte dei loro servi. 

Il vostro nemico non è chi sta più a sud di voi, o più a nord o ad est o a ovest, ma chi sta sopra di voi, ed è in questa posizione grazie ai vostri sacrifici ed al vostro lavoro. Non rinnegate lo Stato, perché dello Stato non avete esperienza. Lottate invece per crearlo, per dare vita assieme a tutti gli oppressi d’Italia e del mondo ad un grande progetto democratico di pace e giustizia.

Guardatevi da chi dice di fare i vostri interessi ma la sera non è tormentato dagli spettri di debiti da saldare o dalla precarietà della sua condizione. Guardatevi bene da chi confonde il suo privilegio come vostro interesse. Cambierete nome e capitale all’oppressore, per voi la vita rimarrà la medesima.

* Fonte: Giovine Italia

martedì 10 settembre 2019

L'ALA SINISTRA DELLA LEGA di Piemme

[ martedì 10 settembre 2019 ]

36 anni, piemontese, Riccardo Molinari [nella foto], è una delle teste d'uovo della Lega salviniana. Probabilmente la migliore. Mi vien da dire, la sua anima di sinistra.  Tutt'altra roba (e spessore) rispetto al fascistume capeggiato dal veronese Lorenzo Fontana, o all'ala bocconian-liberista del varesotto Giancarlo Giorgetti.
"Il povero fesso" Matteo Salvini —parole del Giorgetti, che ha ribadito come siano stati lui ed i padani a volere la fine del governo giallo-verde — sta lì in mezzo, a tenerli tutti uniti appassionatamente.

Ieri, mentre in Parlamento Conte chiedeva la fiducia, Molinari ha svolto un intervento che vi consigliamo di ascoltare. Una prolusione patriottica e sovranista impeccabile. Sappiamo (da fonti certe) che egli crede davvero a quel che dice, in buona sostanza che crede come noi che occorra uscire dall'euro e dall'Unione, per riconquistare sovranità democratica e popolare.

C'è un piccolo problema.
Al netto della condivisibile denuncia della capitolazione dei 5 Stelle ai poteri forti eurocratici, la sua ricostruzione della crisi di governo, delle sue tappe e delle sue cause, non solo faceva acqua da tutte le parti, era sostanzialmente falsa. Il suo veemente apologo era tutto teso ad assolvere Salvini e quindi giustificare la mossa di far saltare il governo giallo-verde poiché... non era più sovranista.

Caro Riccardo, sai benissimo che le cose non stanno così. Sai benissimo che è l'ala liberista e padana della Lega che, alla fin fine, ha spinto e convinto Salvini a staccare la spina. Se davvero la Lega avesse voluto spingere il governo giallo-verde a compiere passi più audaci verso una svolta anti-Ue, avrebbe dovuto sparare contro la quinta colonna eurista e mattarelliana  del governo, anzitutto chiedendo la sostituzione di Tria. E visto che a Giugno era chiaro che Conte era stato arruolato nella quinta colonna, cercare semmai l'accordo dei 5 Stelle per rimpiazzare anche lui.

Niente di tutto questo. Non solo fino all'ultimo a Strasburgo anche la Lega ha cercato di poter votare per la Von Der Leyen in cambio di importanti postazioni istituzionali — Salvini propose l'eurista Giorgetti a Commissario, non un no-euro. C'è stato momento cruciale del percorso del governo giallo-verde, è stato quando, sotto minaccia di procedura d'infrazione da parte della Ue, il governo ha accettato un compromesso con la Commissione europea che prevedeva un percorso stringente di rientro dal debito e di abbassamento del deficit. Atro che lotta contro Bruxelles! Era l'accettazione di una politica economica austeritaria in linea coi dogmi ordo-liberisti.

Tutto questo venne avallato non solo da 5 Stelle ma anche dalla Lega. 
Quella fu la prova del nove che la linea del  governo giallo-verde era dettata dal melenso Tria e dalla quinta colonna eurista.

A giugno morirono quindi, coi sogni di gloria del governo giallo-verde, le pretese della Lega di essere un baluardo del sovranismo.

Che ora, tornata all'opposizione, la Lega risollevi l'ascia di guerra, è strumentale e al contempo comprensibile, non solo per risollevarsi dal clamoroso errore d'agosto, ma per espiare il peccato mortale di giugno.

E' meglio o è peggio che  ora la Lega dissotterri l'ascia di guerra alla Unione e all'euro? E' un bene. Però c'è poco da fidarsi fino a quando si tiene in seno la serpe del liberismo padano che per vocazione guarda a nord.

Molinari di sicuro lo sa. Speriamo che non finisca a fare la guerra per il re di Prussia... 


giovedì 15 agosto 2019

TUTTO IL POTERE A BAGNAI? NO, NO, A GIORGETTI di Emmezeta

[ giovedì 15 agosto 2019]


Sono tanti i commentatori che ancora si interrogano sul vero scopo della crisi voluta da Salvini. Elezioni subito ammazza tutti, dicono i fans. Volontà di scansare la responsabilità delle Legge di Bilancio, dicono maligni i cultori dell’austerità come medicina sociale. Semplice manovra per ottenere un rimpasto, secondo alcuni maldestri minimalisti.
La cosa migliore è dare allora la parola al diretto interessato. Il quale così chiarisce
«Quello a cui penso io? È un governo con Giancarlo Giorgetti ministro dell’Economia. Questo è quello che voglio e per cui lavoro». Accidenti, roba hard: «Tutto il potere a Giorgetti». 
Che audacia il Salvini!


Ma, come direbbe il redivivo di Rignano, Giorgetti chi?
Che sia l’ex sindaco di Cazzago Brabbia, cugino del banchiere Ponzellini, probabilmente interesserà a pochi. Che sia l’uomo dei potentati economici del Nord, quello che parla con Draghi ed inciucia con Mattarella qualcosa di più già ci dice del personaggio.

Ma Giorgetti è anche colui che stroncò sul nascere l’idea dei mini-Bot, dopo che il parlamento li aveva approvati. Più che stroncato, semplicemente deriso il suo ideatore:
«C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i mini-Bot? Se si potessero fare, li farebbero tutti». 
Così liquidò la questione sulle pagine del Sole 24 Ore, facendo chiaramente intendere chi comanda nella Lega su certe cose.

Bene, oggi è su questo personaggio che dovrebbero riporre le speranze gli italiani, specie quelli che vorrebbero liberarsi dalle grinfie euriste? Secondo il Salvini-pensiero sì. 

In verità, l’intervista del leader della Lega al Corsera di ieri pare più che altro lo sproloquio di un pugile suonato, dove si legge perfino che: 
«Noi dialoghiamo con tutti quelli che la pensano come noi». 
Insomma, uno sforzo titanico. 

Nell’intervista Salvini insiste sull’assurdità di voler tagliare il numero dei parlamentari per poi andare al voto il giorno dopo. Non si può fare per ragioni costituzionali, ma chissenefrega. 

Quel che però più gli preme è l’attacco, in perfetto stile confindustriale, al Reddito di cittadinanza. 
«Sarà doveroso verificare il reddito di cittadinanza. Ci arrivano centinaia di segnalazioni, molte delle quali a me personalmente, da parte di imprenditori che quest’anno non riescono ad assumere i lavoratori che avevano l’anno scorso». 
Insomma, non ridete, Salvini sarebbe preoccupato dal lavoro in nero di chi fa piccoli lavoretti dopo aver incassato il "Reddito di Cittadinanza".

Tutti sanno che se il Reddito di cittadinanza non ha funzionato è per i troppi paletti che i vincoli di Bruxelles hanno imposto e che il governo Conte ha accettato. Per i leghisti invece il problema è opposto. In troppi — pensate un po’ — lo avrebbero avuto senza averne diritto: addirittura il 70% secondo il viceministro dell’Economia, il leghista Garavaglia. Davvero non c’è bisogno di alcun commento. 

Ma torniamo al salvatore Giorgetti, nelle parole di Salvini: 
«Io voglio fare una manovra importante e coraggiosa con una persona di cui si fida il mondo come Giorgetti». 
Il mondo, quale mondo? Quello della finanza e degli eurocrati evidentemente. Insomma, lo dico per certi sinceri sovranisti, l’uomo del miracolo salviniano sarebbe nientemeno che il grigio (anche nel senso di oscuro) Giorgetti, mica i Bagnai o i Borghi.

Il bello è che il Giorgetti è quello che ora va dicendo che Salvini ha sbagliato i tempi

Accidenti che macchina da guerra, quella della Lega! Capisco che ci sia ancora chi si illude che Salvini voglia uscire dall’euro, per intanto sarebbe già molto se uscisse da Twitter. 

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martedì 13 agosto 2019

IL POPULISMO IN GENERALE E QUELLO DI SALVINI di Moreno Pasquinelli

[mercoledì 14 agosto 2019]




Da alcuni anni, anzitutto dopo la sorprendente ascesa al trono di Trump, non c'è giorno in cui i media globali, anzitutto liberali e di rito politicamente corretto, non discettino sul "populismo". 


Abbiamo così visto il fior fiore dell'intellighènzia di regime cimentarsi sul tema, chiedersi cosa il populismo sia e dove vada a parare. La categoria di populismo è diventata così onnicomprensiva, un passepartout per aprire porte ad ogni latitudine: populisti Trump e Sanders, Le Pen e Maduro, Orban e Corbyn, Putin e Erdogan, Mélenchon e Farage, Grillo e Salvini, Podemos e l'AFD tedesca, la Kirchner peronista e Bolsonaro. Fiumi di inchiostro, tanta fuffa, univoco il risultato: scomunica del populismo come fenomeno funesto, illiberale e totalitario. 
Le sinistre transgeniche d'ogni razza e latitudine hanno accettato questa narrazione.  Chi a sinistra era stato colpito dall'anatema del populismo (Mélenchon, Corbyn o Iglesias) ha ben presto compiuto il rito dell'abiura rientrando nei ranghi del politicamente corretto.

LA MALEDIZIONE DI LACLAU


Minoritarie propaggini colte di questa sinistra hanno invece tentato di affrontare il fenomeno populista, andando alla sua genesi, alla sua polimorfica natura, alla sua fenomenologia. 

Di qui la riscoperta delle riflessioni teoriche di Enesto Laclau e Chantal Mouffe.  Qui avveniva tuttavia un fatto deprecabile: il più radicale congedo dalla tradizione teorica marxiana era direttamente proporzionale al vacuo funambolismo teorico.
Laclau, soprattutto quello della "seconda fase", porta una responsabilità enorme per questo smarrimento intellettualistico. Modo e rapporti di produzione relegati a "costrutti soggettivi"; le leggi antagonistiche del sistema capitalistico rifiutate come ipostasi metafisiche; il rifiuto di ogni teleologia e filosofia della storia sostituito dal "tutto contingente"; il determinismo sostituito dal più deciso indeterminismo; l'autonomia del Politico trasformata nella secessione del Politico dall'economico-sociale; il discorso di Gramsci sulla filosofia della praxis e sull'egemonia recuperato scaltramente per giustificare il più radicale empirismo. Abbiamo così avuto un risultato paradossale: la pretesa relativizzazione della verità rovesciata in una vera e propria ontologia del casuale. Il populismo, da fenomeno specifico e concreto, trasformato nell'unica luce per squarciare la notte della politica... per alla fine scoprire che le vacche erano tutte grigie.

Un caso recente di intrappolamento nella bolla intellettualistica del laclauismo c'è stato fornito dall'amico Diego Melegari — L'anatra-coniglio della nazione "a sinistra". Il breve saggio, elagante fino ad essere barocco, è la plastica dimostrazione che non si esce dalla palude teoricista di Laclau senza sbarazzarsi dei suoi enunciati e della sua cattiva filosofia politica.
Prima essenziale considerazione: non esiste il populismo come categoria onnicomprensiva, cioè astratta dal contesto che lo partorisce, ci sono invece i populismi.
Conta dunque analizzare e capire i concreti fenomeni populisti. E siccome l'Italia è stato e resta il principale laboratorio politico dell'Occidente liberal-capitalistico, abbiamo proprio noi il prezioso vantaggio di avere un punto di osservazione privilegiato. Da questa "analisi concreta della situazione concreta" si può semmai tentare di individuare certe costanti e caratteristiche generali.

LO STRANO CASO DELLA LEGA NORD


Ci fu, subito dopo la seconda guerra mondiale e il crollo del fascismo, L'Uomo Qualunque di Giannini. Un caso da manuale di populismo, che tuttavia era destinato a dileguarsi presto, seppellito dalla radicale polarizzazione sinistra-destra, forma simbolico-politica della contrapposizione sociale e di classe —  a sua volta rafforzata dalla divisione del mondo in blocchi geopolitici contrapposti.
Potessimo estendere il caso italiano dovremmo dedurre una prima legge generale: il fenomeno populista non diviene mai di massa in condizioni di alta conflittualità di classe e di polarizzazione politica, tanto più ove il movimento operaio si articola in combattivi e potenti partiti e sindacati.
Ed infatti il populismo, nella forma della Lega Lombarda di Umberto Bossi, sorge negli anni '80, come conseguenza (1) del disfacimento della formazione sociale fordista causata dall'avvento della finanziarizzazione neoliberista e (2) della conseguente decomposizione del movimento operaio italiano. 

Ma la folgorante ascesa della Lega di Bossi nella regione più industrializzata d'Italia non sarebbe diventata fenomeno di massa senza tre grandissimi fattori storico-politici altrettanto correlati: (1) l'implosione dell'URSS, ovvero il più grande terremoto geopolitico del '900; (2) la selvaggia avanzata della globalizzazione con la relativa apertura del mercato interno italiano ai concorrenti esteri — spacciata come progressista e inarrestabile; (3) l'accelerazione (dopo Maastricht) del processo di costruzione dell'Unione europea che minava alle fondamenta la solidità dell'Italia come Stato-Nazione.

Ebbe cioè bisogno, l'ascesa del populismo bossiano, del combinato disposto di un disfacimento del tessuto sociale, di un terremoto geopolitico e, sul piano dell'immaginario collettivo, che si chiudesse un intero ciclo sociale, storico e politico. Per la precisione ebbe bisogno che tramontasse l'idea grandiosa di un'alternativa socialista di sistema. L'irruzione dell'inchiesta denominata "Mani pulite" o "tangentopoli" (prima metà degli anni '90), il crollo della vecchia casta politica nazionale apparentemente causata dalla congenita corruzione sistemica, fornì alla Lega di Bossi un'ulteriore e formidabile arma per catalizzare il fortissimo malcontento sociale e morale, per dargli un nuovo orizzonte di senso.
Da quanto detto, e al netto delle peculiarità, si può ricavare la seconda legge generale che sottostà all'emersione del fenomeno populista: una crisi duplice che ha aperto un nuovo spazio politico: da una parte quella della destra storica dominante (il declino della sua egemonia politica) e, dall'altra, quella della sinistra che appariva come il suo avversario.
Occorreva però a Bossi un nuovo mito identitario e fondativo, ciò che avvenne issando la bandiera del secessionismo lombardo (infarcito addirittura di ancestrali quanto improbabili reminiscenze celtiche) giustificato da un sotto-mito, quello del produttivismo lavorista di rito ambrosianoUn simbolismo che in nome della dell'ethnos e della prossimità territoriale come principale fattore di coesione comunitaria, serviva ad amalgamare i più diversi strati sociali (di qui una certa xenofobia); non solo piccola borghesia e proletariato ma pure la media borghesia. Bossi fu abile nel convogliare il rancore di chi si sentiva in basso contro chi stava in alto. Dove l'alto non era la potente borghesia liberista, di cui cercava in verità l'avallo, bensì la "casta politica romana". Ma con la centralità di Roma era messa sotto accusa, come un artificiale costrutto ideologico, la stessa identità nazionale italiana. Al posto della nazione Italia "Lombardia nazione". 
Qui s'affaccia una terza legge generale che caratterizza il fenomeno populista: esso non può sorgere, tantomeno può sfondare, senza un proprio simbolismo identitario, senza un proprio mito fondativo (che sia di nuovo o vecchio conio), con cui pretende di presentarsi non solo al di là della destra e della sinistra, ma contro entrambi, ovvero riciclando idee dell'una e dell'altra.
E come storicamente ogni fenomeno che nasce e si sviluppa in Lombardia è destinato ad espandersi, anche i leghismo dilagò in tutto il Nord, anzitutto in Veneto. Dalla Lombardia nazione si passò presto alla "Padania nazione", dalla Lega Lombarda alla Lega Nord.
Dietro all'antitalianismo simbolico degli anni '90 c'era un fortissimo antistatalismo di segno liberista ma spiccatamente antifascista, con lo sguardo tutto rivolto alla nascente Unione europea a trazione tedesca.

Ma come la lunga storia italiana dimostra, dalla rivolta della antica Pataria in poi, tutto ciò che sorge a Milano punta a conquistare subito il potere a Roma. Bossi, liberatosi  dell'ideologo secessionista Gianfranco Miglio, dopo alcuni zig-zag, finisce per allearsi stabilmente con Berlusconi ovvero il vero collettore del vecchio ciarpame politico romano della Prima Repubblica ed ex-fascista. Come tutto ciò che giunge a Roma finisce per corrompersi e degenerare, anche la Lega Nord iniziò a decomporsi. Da movimento populista territoriale divenne presto un asse portante della "Seconda Repubblica", una stampella di quello sciagurato regime che condurrà il Paese al disastro storico dell'euro. Esito che faceva premio al primigenio impulso anti-nazionale della Lega.
Siamo quindi a quella che potremmo chiamare la quarta legge generale che caratterizza il fenomeno populista: ove non riesca ad agguantare il potere sull'onda della sua ascesa esso è condannato, non solo a compiere repentini zig-zag ma ad essere incorporato dell'élite medesima come propria protesi politica.
Qui è necessario aprire due parentesi.

(1) Davanti all'irrompere della Lega né le sinistre maggioritarie né l'estrema sinistra  osarono sollevare, contro il secessionismo leghista, la bandiera patriottica  e democratica dell'unità nazionale. Avanzavano allora il cosmpolitismo catto-liberale e l'europeismo, l'idea che la nazione ("padana" o italiana) fosse un'anticaglia della storia, perciò condannata al trapasso. L'estrema sinistra, del tutto spiazzata, rispose al leghismo con la stessa musica, solo declinando il cosmpolitismo in un astratto internazionalismo  anticapitalista. Formazioni minoritarie (Voce Operaia tra queste), prigioniere del mito operaista —la stessa FIOM riconosceva che la maggioranza dei suoi iscritti nell'Italia del Nord votava per la Lega — tentarono il dialogo tattico con la Lega in funzione antisistemica, sulla base del paradigma che tutto ciò che minava il nemico principale, allora lo "stato imperialista italiano", portava acqua al mulino della rivoluzione. 
(2) Molto si è discettato se il miliardario milanese Berlusconi sia stato un populista. Ne aveva le fattezze ma non lo era per niente. Egli ha solo usato la maschera populista. Lungi dall'essere il risultato di una spinta sociale e popolare nuova, esso era un fenomeno cosmetico con cui il vecchio ciarpame politico dominante si andava riciclando. Un  camuffamento trasformista per nascondere ai cittadini quali fossero gli interessi reali che difendeva: potenti settori della borghesia italiana e della sua vecchia casta politica. 

LA METEORA GRILLINA


Nel frattempo dilagava il rancore popolare verso il regime della "Seconda repubblica", il disprezzo generale verso i suoi due pilastri del centro-destra e del centro-sinistra. Questa indignazione generale attendeva di essere raccolta. E venne raccolta infatti dal carismatico comico genovese Beppe Grillo, già notissimo e amato da molti per la sua verve polemica contro la casta dei malfattori politici di regime. Nella più classica delle metodologie populiste e non senza una potente copertura mediatica, il Vaffanculo Day dell'8 settembre 2007 ebbe un successo strepitoso. Due anni dopo l'Associazione "Amici di Beppe Grillo" si trasformò nel Movimento 5 Stelle. Iniziava così una marcia folgorante che sfocerà nel grande successo elettorale del febbraio 2013 — 25,55% dei voti, pari a 8,7 milioni di elettori. Fino al vero e proprio trionfo, dopo la terribile terapia austeritaria targata Mario Monti-Pd, nelle elezioni del 4 marzo 2018, quando il Movimento diventa di gran lunga il primo partito italiano superando il 32% dei consensi — primo partito tra i giovani,  gli operai ed i disoccupati.



Che populismo era quello grillino? Esso non si limitava alla lotta contro "la casta", coniugava forti istanze democratiche e repubblicane a rivendicazioni di giustizia sociale, il rifiuto dell'austerità liberista e un ecologismo radicale con, infine, posizioni in politica estera di tipo pacifista ed anche antimperialista e una condanna aperta dell'euro. Il tutto però entro una ferrea cornice di legalitarismo di marca liberale che mai faceva appello alla mobilitazione diretta dei cittadini — quindi il mantra del partito liquido tutto imperniato sul web. Si trattava evidentemente di un "populismo di sinistra". Questo dicemmo subito, sottolineando il suo aspetto progressivo e di rottura. Di contro le sinistre liberali e radicali, in ossequio alla fede politicamente corretta, rifiutarono ogni alleanza bollando anzi Grillo e il M5S come un movimento populista di destra, reazionario. D'altra parte una certa estrema sinistra, a dimostrazione di non aver capito un'acca del "momento populista", frignava e denunciava lo "interclassismo" di Grillo, l'assenza di riferimenti "di classe", non senza condannare come "fascista in sé e per sé" la leadership carismatica.


Esula da questo breve saggio, dato che l'oggetto è Salvini e la sua Lega, un'analisi approfondita del fenomeno del Grillismo e del Movimento 5 Stelle. Basti dire che l'uscita di scena del comico e la dipartita di Gianroberto Casaleggio, quindi il passaggio della direzione nelle mani del cerchio magico raccolto attorno a Luigi Di Maio, hanno corrisposto ad una svolta moderata, all'abbandono della radicalità originaria. Svolta accentuatasi con la formazione del governo capeggiato da Giuseppe Conte (1 giugno 2018). Un governo non solo giallo-verde ma con i segugi di Mattarella nei ministeri chiave. Arriviamo così al tracollo elettorale in occasione delle elezioni europee del maggio di quest'anno: milioni di voti persi verso il non voto e verso la Lega di Salvini (che balzerà dal 17% a oltre il 30%). La disfatta elettorale è stato il prezzo che il Movimento ha pagato per questa sua svolta moderata, per una campagna elettorale insipiente ed europeista, mentre, al contrario, Salvini radicalizzava i suoi messaggi, non solo su sicurezza e immigrazione ma anche verso l'Unione europea. Invece di correggere il tiro e di sfidare Salvini sul terreno che conta e su cui è più debole (liberismo o keynesismo sul piano delle misure economiche e sociali?), la conventicola di Di Maio ha scelto addirittura di votare come Presidente della Commissione europea la Von Der Leyen (16 luglio). Era la conferma, anzi la consacrazione solenne dell'ingresso del M5S nel campo eurocratico.

Non ci stupisce quindi che il Movimento — dopo l'improvvida e funesta mossa di Salvini di rovesciare il governo Conte per andare ad elezioni anticipate subito —, pur di evitare il voto, ha scelto di andare incontro ai desiderata dell'eurocrazia e dalla Confindustria, accettando di formare un governo assieme al Pd. E' un'altra conferma del passaggio del M5S dal campo populista a quello liberaloide dei poteri forti.

Questo esito deplorevole ci consente di vedere oggi sotto la sua giusta luce quanto accadde dieci ani fa, nel luglio del 2009, quando Beppe Grillo chiese di tesserarsi al PD e quindi di candidarsi alle sue primarie per competere alla carica di segretario nazionale. Oggi Grillo fa appello a "fermare i barbari", ovvero Salvini. Forse non è solo una mossa tattica disperata, forse è il segnale che il M5S si presta a conformare col Partito democratico e i liberali europeisti un vero e proprio blocco politico di potere come palingenesi del vecchio centro-sinistra, ridando così vita all'assetto sistemico bipolare, con Salvini a capo di un nuovo centro-destra.

IL PARRICIDIO 



Ma torniamo a Matteo Salvini. Leghista della prima ora (dopo aver frequentato da giovanissimo, come del resto come Bossi e Maroni, l'estrema sinistra), consigliere comunale, poi direttore di Radio Padania Libera, quindi europarlamentare, è stato uno dei colonnelli di Bossi. 

Dopo il penoso scandalo che travolgerà quest'ultimo e che aveva fatto schiantare la Lega Nord, i notabili nordisti della Lega sceglieranno lui per la rinascita del partito. Salvini farà molto di più, non solo compirà il miracolo della resurrezione ma porterà la nuova Lega a diventare primo partito nazionale. Per farlo ha dovuto compiere tuttavia il più grande dei sacrifici, il parricidio. Con una spettacolare operazione politica, dal corpaccione della Lega nordista farà sorgere la nuova Lega "nazionalista". 
Sotto i nostri occhi è avvenuto una specie di mistero eucaristico: la la carne e il sangue della vecchia Lega Nord diventati il vino e il pane della nuova Lega nazionale. Se prima era "Padania nazione" ora è "prima gli italiani" e "sovranità". Da un piccolo ethnos ad uno ben più grande.
Salvini si spingerà molto più avanti, facendo della Lega una forza politica "no euro" allo scopo di occupare, e ci riuscirà scalzando l'M5S, l'amplissimo spazio politico euroscettico e no-euro, quindi raccattando qua e là come gregari intellettuali e militanti dell'area sovranista.

Il minestrone sovranista era poi condito con quattro ingredienti pesanti: la linea dura (ai limiti della xenofobia) sull'immigrazione, un sicuritarismo spinto, ovvero l'idea dello stato forte; il richiamo anti-berogliano ai valori del cattolicesimo conservatore, quindi, sul piano economico, una fortissima impronta al contempo, anti-austeritaria e liberista. Non avrebbe infine sfondato Salvini — dopo il successo elettorale del marzo 2018 (17% dei voti) quello delle europee di quest'anno (32%) con tanto di sfondamento nelle tradizionale roccaforti "rosse" e nel Mezzogiorno — se, nel momento in cui prendeva in mano la Lega, la crisi sistemica (organica avrebbe detto Gramsci), non avesse toccato il suo apice, gettando molti settori popolari nella disperazione, senza l'impoverimento della piccola borghesia, senza la distruzione di decine di migliaia di piccole e anche medie aziende. Senza dunque la tragica parentesi del governo Monti.
Qui abbiamo la quinta legge che contraddistingue il fenomeno populista: esso può imporsi sull'onda di una di crisi sistemica, e quindi indicando un comune nemico del popolo (senza questo nemico nessuna operazione di accorpamento avrebbe successo), nel nostro caso un blocco di nemici, ma tutti facenti capo ad una élite plutocratica mondialista che trama per umiliare il popolo italiano, per fare del Paese una colonia meticcia.
Dove sta, vi chiederete, il populismo. Sta anzitutto nel leader medesimo, nella maestria con cui Salvini ha saputo raccogliere e mettere assieme le più diverse e contraddittorie pulsioni sociali e ideali: da quelle democratiche a quelle alla sicurezza sbirresca, da quelle liberiste a quelle stataliste, da quelle improntate alla venerazione dei prodigi della tecnoscienza alle strizzate d'occhi ai freevax. Operazione sincretistica che non sarebbe riuscita senza il suo carisma personale. Egli ha raccolto non solo il testimone di Bossi ma pure quello di Beppe Grillo, che fu, come detto, il primo a riportare in auge il populismo, riuscendo a miscelare il diavolo con l'Acqua santa. L'uscita dalla ribalta di Grillo — col passaggio di consegne ad un gruppo di mezze tacche moderate raccolto attorno a Di Maio —, è stata indispensabile allo sfondamento di Salvini, gli ha aperto le porte del suo successo.
Possiamo quindi indicare la sesta legge del fenomeno populista. Non basta che il capo sia carismatico, il suo carisma deve essere accompagnato dalle qualità che contraddistinguono l'uomo politico di razza: non solo spregiudicatezza e astuzia, ma la capacità di offrirsi al popolo che sta sotto come colui che non solo lo ascolta, ma ne ricompone le disjecta membra, che ne fa un corpo organico con sé medesimo come cervello e guida.


V'è infine una settima legge che contraddistingue il fenomeno populista. Per affermarsi esso ha bisogno non solo della crisi della sinistra, non solo che questa sia passata con l'élite liberale. Il fatto è che con questo passaggio è avvenuto un fatto simbolico determinante: la sinistra ha preferito lo spazio immaginario del privato (con tanto di fuga in una dimensione morale e spirituale new age) a spese dello spazio pubblico, la difesa dei diritti civili di esigue minoranze a spese di quelli sociali di larghe masse pauperizzate. Questo spostamento non ha solo concimato il populismo, ha alimentato quello di destra, e qui ci spieghiamo la bandiera della sicurezza e dello stato forte. Una risposta politica reazionaria ad un domanda sociale legittima, quella di porre fine al caos, sociale e morale, della globalizzazione liberista.

IL DESTINO DI SALVINI


Ogni populismo ha tuttavia no uno ma diversi punti deboli, e tutti, non sembri un paradosso, stanno proprio nei suoi punti di forza.

Il primo punto debole: più è ampia e assortita la sua collezione di istanze sociali, più diventa debole la sua capacità di tenuta nel tempo. La possibilità di tenere assieme istanze contraddittorie dipende sì dalla perspicacia del capo carismatico, ma dipende anzitutto dalle circostanze sociali e politiche, endogene ed esogene, per loro natura mutevoli. Non parliamo solo di circostanze oggettive, economiche e sociali, ma pure politiche. Nel caso di specie di Salvini molte sono le istanze oppositive, ma la principale, quella esplosiva è che sotto la recente corteccia nazionalista sopravvive forte la pulsione nordista a sganciarsi dal resto del Paese per candidare dunque il lombardo-veneto a fare parte del club dei ricchi della Unione europea (ammesso e non concesso che questa campi ancora)

Il secondo punto debole: Salvini è un maestro nello stabilire una connessione emotiva col suo popolo. Per essere amato dai suoi seguaci ha accettato di apparire come una vera e propria bestia nera delle élite oligarchiche e dei poteri forti. Egli si è fatto prendere talmente la mano da questo entusiasmo popolare che di fatto ha trasformato la Lega, da partito solido in un ectoplasma in cui, sentita una ristretta cerchia di colonnelli, decide tutto lui. Così facendo ha sostanzialmente liquidato le strutture territoriali di partito, affidandosi a ras locali e trasformando i militanti in replicanti, chiudendo così i canali di trasmissione dal basso vero l'alto. In questa condizioni di quasi autismo politico, il leader maximo rischia di perdere il contatto con tutto ciò di reale che non sia il mondo degli osanna e dei peana, rischiando quindi di commettere errori tattici e politici gravissimi.

Il terzo punto debole: la psicologia conta, e molto nella lotta politica. Più un capo populista accresce il proprio consenso più rischia di essere ottenebrato dalle vertigini del successo, di montarsi la testa, di cadere infine vittima del delirio di onnipotenza. E ciò che pensiamo spieghi quello che rischia essere il più grave errore politico della sua carriera: la decisione di far cadere ex abrupto ed in un momento sbagliato il governo Conte, di cui di fatto deteneva la golden share. Ove Salvini non ottenesse le elezioni, questo si rivelerebbe un errore per lui fatale che potrebbe segnare l'inizio del suo declino.


Post scriptum

Per dare un giudizio definitivo sulla natura del "salvinismo" aiuta considerare la sua politica estera. Il suo filo-putinismo non deve trarre in inganno. Su tutte le zone dello scacchiere mondiale Salvini si è posizionato sul lato della barricata opposto alla Russia — lontani sono i tempi in cui la Lega di Bossi, nel 1999, si schierò a favore della Serbia nella sua guerra di autodifesa contro la NATO. Il nostro non ha solo ostentato la sua ammirazione per Trump, ha inneggiato apertamente, e non solo perché vittima di una viscerale islamofobia, ad Israele ed alla sua élite sionista, lanciando strali contro l'Iran. Nella crisi venezuelana si è quindi schierato col tentativo di golpe di Guaidò, mentre ha tessuto le lodi del brasiliano Bolsonaro. Questo spesso in contrasto con le posizioni dell'alleato di governo a 5 Stelle. Per quanto concerne il "sovranismo", ovvero il giudizio sull'Unione europea, egli, stretto tra la frazione giorgettiana e nordista e quella cosiddetta "sovranista", Salvini ha cercato di salvare capra e cavoli, rimodulando la posizione no-euro con uno smodato  "altreuropeismo": "andiamo a Bruxelles per cambiare la Ue dall'interno". Nel Parlamento europeo ha dato vita ad un gruppo con diverse formazioni nazionaliste di destra (Identità e Democrazia) ma senza l'osannato Orban, un'accozzaglia destinata ad avere vita breve.





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