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domenica 25 agosto 2019

NO AL GOVERNO PENTAPIDDINO di Leonardo Mazzei

[ domenica 25 agosto 2019 ]

Dalle catene euriste l’Italia non si è mai liberata neanche un po’. Ma se non altro, nel suo primo semestre di vita, il governo giallo-verde poneva di tanto in tanto la questione. Poi è arrivato il secondo semestre, e si è progressivamente iniziato a parlar d’altro. Siamo giunti così alla rottura salviniana, sempre parlando d’altre cose: sicurezza, Tav, “partito del sì”, taglio dei parlamentari. Un andazzo che prosegue anche ora, nel bel mezzo di una trattativa per la formazione del nuovo governo che rischia di riconsegnare il Paese al più ferreo controllo dell’oligarchia eurista.
Governo Ursula l’abbiamo subito chiamato per sottolinearne il suo segno distintivo. Un nome piaciuto non a caso a Romano Prodi. A conferma di come sia qui lo snodo della crisi, tre giorni fa — decidendo di aprire formalmente la trattativa con M5S — la direzione del Pd ha messo come prima condizione «l’appartenenza leale all’Unione Europea».

Cosa s’intenda a Piddinia City con questa formula i nostri lettori già lo sanno: piena sudditanza a Bruxelles, alle sue regole, ai suoi vincoli, alla sua politica. In una parola, alle sue molteplici catene.

La cosa interessante, che ben descrive la deriva pentastellata, è che di questo “primo punto” che ha visto unanimi tanto gli zingarettiani che i renziani, in casa M5S proprio non si discute. Si parla invece d’altro: il nome del premier, il destino di Di Maio, come combinare la riduzione dei parlamentari con la legge elettorale. Questioni che saranno pure importanti, e non solo per un banale problema di poltrone, ma che riguardano solo il Palazzo della politica, non la vita concreta delle persone. 

Sia chiaro, Lega e Cinque Stelle sono entrambi responsabili di questa situazione. E la Lega è la prima responsabile del logorio che ha condotto alla fine del governo populista. Ma sono adesso i Cinque Stelle, spinti tra le braccia del Pd proprio da Salvini, a dover decidere se il loro futuro sarà semplicemente quello di farsi riassorbire ed integrare nel sistema. Non solo andando oggi al governo col Pd, ma predisponendosi in un domani non troppo lontano ad un’alleanza organica con quel partito. Perché questa è ormai la vera posta in gioco.

A leggere i giornali, sempre così pieni di pettegolezzi e retroscena, sembrerebbe che la strada del Governo Ursula proprio in discesa non sia. Può essere, ma temo che non sia così. Troppi gli interessi che vanno in quella direzione. E’ vero, lo zero assoluto denominato Zingaretti, spalleggiato da pesce lesso Gentiloni, vorrebbe la botte piena (il governo) e la moglie ubriaca (la totale umiliazione di M5S). Un en plein francamente eccessivo ed irrealistico. Toccherà perciò a qualcuno (Mattarella?) spiegare al fratello di Montalbano l’abc della politica.

Significativo a tal proposito quanto avvenuto oggi al G7 di Biarritz, dove il polacco Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, quasi a voler superare il veto zingarettiano, ha dichiarato che: «Il presidente Giuseppe Conte è stato uno dei migliori esempi di lealtà in Europa». Ma guarda un po’ quanto i bravi europei son preoccupati dell’Italia! 

Come finirà allora questa partita? La confusione sotto il cielo è grande e la classe dirigente italiana è incasinata assai. Difficile però credere che le élite mollino la presa. Hanno lavorato per dividere, paralizzare e sconfiggere il governo giallo-verde, possibile che allentino la morsa proprio ora che sono vicine al loro capolavoro, quello di ricostruire un nuovo bipolarismo funzionale ai loro interessi?

Vorrei proprio sbagliarmi, ma non credo che finirà in questo modo. Il Governo Ursula, cioè il governo delle rinnovate catene europee, resta ad oggi l’ipotesi più probabile. Se andrà così sappiamo già cosa aspettarci: una sterilizzazione dell’Iva compensata almeno in parte da nuove razioni di spending review; nessuna politica espansiva, ma solo qualche zerovirgola di “flessibilità”; nessun rilancio degli investimenti pubblici, ma solo incentivi alla “green economy” dei privati; nuove privatizzazioni in nome dell’efficienza, eccetera eccetera.

Naturalmente nulla a che fare con la pesantezza della “cura Monti” del 2011. Oggi neppure la Germania è così folle da chiedere qualcosa del genere. Eppoi, almeno all’inizio, un nuovo governo della normalizzazione eurista qualche caramella la meriterà senz’altro…

Quel che dobbiamo temere per il prossimo futuro non è tanto la (peraltro sempre possibile) catastrofica esplosione di una nuova crisi economica, quanto la certezza di un pantano dal quale sembra impossibile uscire. Una palude dove il Paese viene fatto sprofondare lentamente dall’oligarchia eurista e dai complici di casa nostra, con l’impossibilità di uscire dalla crisi e la certezza di un progressivo declino.

Non di solo Pil si tratta. E neppure di sola occupazione, anche se questo è il dramma di milioni di italiani costretti alla miseria ed alla precarietà. In gioco è il declino complessivo dell’Italia, della scuola e della cultura. In gioco è il futuro della sanità pubblica. In gioco la sicurezza degli anziani ed il destino dei giovani spinti ad emigrare. In gioco è il livello di ogni aspetto della nostra vita, dalla qualità dei trasporti al funzionamento di tutto ciò che è pubblico.

Questo declino è in corso da quasi un trentennio, per la precisione dai tempi del Trattato di Maastricht. Non sarebbe ora di dire basta?


Ecco, se il governo Pd-M5S davvero nascerà (chi scrive spera ovviamente di no), la spinta al declino — certo mascherata nell’immediato da qualche trovata propagandistica — non potrà che riprendere costanza e vigore.

Il 12 ottobre siamo chiamati a manifestare sotto lo slogan “Liberiamo l’Italia”. Una manifestazione che vuol dare un forte segnale di lotta per la liberazione dalle catene della UE e dell’euro, nonché da quelle dei mercati e della finanza. Una manifestazione cioè con un programma totalmente opposto a quello del possibile governo pentapiddino, il governo della schiavitù eurista. 


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sabato 24 agosto 2019

NON SI VOTA... CE LO CHIEDE L'EUROPA di Mario Esposito

[ sabato 24 agosto 2019 ]

Non si andrà al voto perché siamo un Paese a sovranità limitata.

Ce lo spiega Mario Esposito, ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Lecce.
«Grazie alla riforma degli articoli 81 e 97 della Costituzione, gli organi Ue fanno parte integrante del nostro circuito di indirizzo politico». 
Dunque sono poteri sovranazionali a decidere in prima istanza.

*  *  *

D. Perché esclude il voto, professore?

R. Perché in caso di scioglimento, si voterebbe non prima di 60 giorni, tenuto conto dei tempi necessari per il voto all’estero: saremmo già in piena sessione di bilancio, nella quale il governo nazionale è costituzionalmente subordinato alle direttive impartite dagli organi Ue. Ogni scelta istituzionale relativa alla crisi dovrà quindi essere orientata alla formazione di un esecutivo che abbia, per così dire, innanzitutto la fiducia di Bruxelles.

D. Allora è come se tutte le analisi di questi giorni facessero i conti senza l’oste. Nessuno fa notare che abbiamo questi vincoli.

R. Tutti i commenti, i retroscena, gli scenari che leggiamo sono senza fondamento giuridico nella misura in cui formulano previsioni che non tengono adeguatamente conto dell’assetto e della distribuzione vigenti dei poteri politici.

D. Verosimilmente cosa farà Mattarella?

R. In ogni caso sceglierà la soluzione che garantisca la maggiore linearità di rapporti con gli organi Ue, i quali, in forza degli articoli 81 e 97 Cost., fanno parte integrante del nostro circuito di indirizzo politico. Non va dimenticato che il presidente della Repubblica ha manifestamente partecipato con ruolo decisivo alla composizione del Governo Conte, con espresso riferimento ad un dovere di fedeltà del Governo all’Ue. È ragionevole attendersi che in questa fase eserciti i propri poteri seguendo lo stesso parametro: la scelta cadrà sulla modalità che meno interferisce con il ruolo istituzionale dell’organo composito che si occupa del bilancio.

D. Si spieghi, professore.

R. È molto semplice. Come Mattarella ha esercitato il potere di nomina calibrandolo su quei doveri di fedeltà ai dettami dell’Unione, parallelamente sarà tenuto a calibrare il potere di scioglimento sugli articoli 81 e 97 Cost.

D. In ogni caso niente voto.

R. No, nel momento in cui la consultazione popolare lasci presagire un esito che possa causare un conflitto nelle relazioni con l’Ue. Quali che possano esserne le giustificazioni, la nuova organizzazione costituzionale — quale risulta dalla legge costituzionale 1/2012 — subordina la dinamica rappresentativa nazionale agli obiettivi di equilibrio del bilancio e di sostenibilità del debito per come — si badi — concretizzati di tempo in tempo in sede europea. Ecco la fedeltà all’Ue.

D. Si prepara un altro 2011?

R. No, stavolta siamo ben oltre perché abbiamo doppiato il Capo di Buona Speranza della riforma costituzionale che ha cambiato gli articoli 81, 97, 117 e 119 Cost. Con la modifica di quelle norme non soltanto abbiamo “interiorizzato” il Fiscal Compact, senza che ve ne fosse necessità, ma abbiamo profondamente mutato titolarità e forme di esercizio della sovranità.

Mario Esposito

D. Si capisce dunque perché proprio di sovranità si parli tanto.

R. In realtà, sembra quasi essersi realizzato un antico sogno di alcuni Paesi europei: governare gli italiani col loro consenso. Oggi siamo un Paese costituzionalmente soggetto, per propria “libera” determinazione costituzionale, ad un “concerto” di Stati stranieri.

D. Con buona pace di Salvini, che ha citato Cicerone in Senato: “la libertà non consiste nell’avere un padrone giusto, ma nel non averne alcuno”.

R. Per molto, troppo tempo le nostre classi dirigenti hanno sottovalutato gli effetti di un’integrazione europea attuata dal legislatore ordinario, quindi con maggioranze semplici, senza preoccuparsi di governare tali scelte a livello costituzionale, sino alla “abdicazione” del 2012, che recepisce acriticamente, in Costituzione, il portato dell’acquis comunitario.

D. Recepisce acriticamente, ha detto? Vuol dire che le modifiche alla Costituzione non ci sono state richieste dai trattati?

R. Esatto. I trattati europei non hanno mai vincolato le scelte dei singoli Paesi relative all’adattamento dei loro ordinamenti: il che, con ogni evidenza, escludeva ed esclude alla radice ogni effettivo intento federativo, nonostante le acrobazie lessicali e concettuali di casa nostra; si è parlato perfino di federalismo asimmetrico… Davvero singolare una comunità che non si preoccupa dell’eguaglianza dei suoi membri per quanto attiene all’aspetto essenziale delle condizioni costituzionali di adesione!

D. Cosa significa?

R. Lo scenario è simile a quello un tempo ben noto al diritto internazionale, di Paesi che si affidavano al governo di sovrani stranieri: se il comitato esecutivo nazionale non piace, lo si cambia.

D. Che cosa è cambiato nel frattempo?

R. È cambiata la forma di governo e direi anche quella di Stato.

D. Come la definirebbe?

R. Se si tiene presente che, secondo un principio del diritto costituzionale generale, non è ammissibile che un popolo rinunci alla propria indipendenza, la domanda impone una riflessione radicale…

D. Cosa rappresenta, vista da Bruxelles, la volontà di Salvini di andare al voto?
R. Una forzatura inopportuna perché potenzialmente capace di confliggere con le determinazioni che saranno assunte in sede europea.

D. Una forzatura democratica: andiamo al voto per vedere chi ha la maggioranza nel paese.

R. Piaccia o non piaccia, questo è il risultato di revisioni costituzionali che, in contrasto con l’articolo 1 Cost., hanno introdotto principi di dipendenza politica dello Stato italiano da organi formati in larga misura da Stati esteri, nell’ambito dell’Ue, senza peraltro prevedere alcun efficiente contrappeso, al contrario di quanto hanno fatto gli altri Paesi e soprattutto quelli egemoni, che hanno opportunamente provveduto a dotarsene, ma nella ben diversa sede della ratifica dei trattati europei, affermando così la propria sovranità e marcando l’alterità rispetto all’organizzazione europea, della quale si servono in funzione ausiliare.

D. Siamo stati più europeisti degli altri. Ma a che prezzo?

R. Diciamo pure che siamo stati più europeisti, anche se la storia del nostro rapporto con le istituzioni europee andrebbe ricostruita con precisione. Per alcuni aspetti, dai trattati di Roma e di Parigi si è dato avvio ad una riconformazione del nostro ordinamento giuridico per legge ordinaria, facendo leva sul solo articolo 11 della Costituzione, attribuendogli significati francamente non riconducibili al suo testo, se non addirittura in contrasto con questo. Ma occorrerebbe analizzare con attenzione i rapporti tra tale disposizione e il trattato di Parigi del 1947. Quanto al prezzo: non crede che, quando si intromette nelle scelte relative alla soluzione della crisi di governo italiana, Macron si stia occupando, in un certo senso, di suoi affari interni?

D. Si può tornare indietro?

R. Certo, rivedendo le revisioni. E in questa prospettiva un ricorso alle urne potrebbe giovare per apprezzare quale sia l’orientamento del popolo, che è ancor oggi, giuridicamente, il titolare della sovranità.

* Intervista a cura di Federico Ferraù
** Fonte: IL SUSSIDIARIO


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lunedì 1 luglio 2019

COSA VUOLE QUELLA LEGA LÌ?

[ lunedì 1 luglio 2019 ]

C'è puzza di elezioni anticipate...
Ne scriveva l'altro giorno Leonardo Mazzei.

Piatti ricco mi ci ficco... stando ai sondaggi la Lega triplicherebbe i parlamentari. E stando agli stessi sondaggi i Cinque Stelle dimezzerebbero quelli che hanno attualmente.
Vedremo...

Non è chiaro — e forse non l'ha chiaro nemmeno lui — se Salvini abbia già deciso di far cadere il governo per andare alle urne. L'annuncio salviniano che si dovrebbe dare forma già in estate alla Legge di bilancio pare andare nella direzione delle elezioni. 

Una cosa tuttavia appare certa, l'ala più liberista della Lega, quella con Giorgetti alla sua testa, scalpita per porre fine all'alleanza con pentastellati, andare alle urne a settembre per poi metter su una riedizione del centro-destra. Già, perché di leghe ce ne sono due, non una sola. Che sia così è emerso chiaro sulla questione dei MiniBoT. Proprio la questione dei MiniBoT l'ala giorgettiana si è di fatto schierata con Draghi, Tria, Mattarella e Company. Se non è scontato il punto di caduta di Salvini, chiara è linea di questo pezzo di Lega: cessare le ostilità coi poteri forti e l'Unione europea in cambio del cosiddetto "shock fiscale". Per il resto liberismo a tutto spiano: taglio alla spesa pubblica, privatizzazioni, meno Stato e più mercato — leggi: autonomia differenziata subito.


L'ala giorgettiana sa che su tutta questa roba qui non otterranno (giustamente) il semaforo verde da parte del M5s, di qui la volontà di andare alle urne per mettere su un governo cn ciò che resta dei berluscones e Fratelli d'Italia — il cui "statalismo" è una maschera del liberismo crosettiano.

Questa mattina il giorgettiano viceministro Massimo Garavaglia ha rilasciato un'intervista in cui espone con chiarezza quali potrebbero essere i casus belli per rompere coi Cinque stelle. Oltre alla cosiddetta e sciagurata "Autonomia differenziata" per le regioni del Nord, Garavaglia vuole ristabilire la piddina immunità per la Arcelor-Mittal, quindi rifiuto totale di togliere ai Benetton Autostrade per l'Italia. Tre questioni
cruciali — Garavaglia ha taciuto le loro simpatie per svendere Alitalia i tedeschi di Lufthansa — da cui emerge un liberismo sfrontato, ben accetto al partito dell'euro. Tre questioni su cui i Cinque Stelle hanno ragione da vendere.




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venerdì 27 gennaio 2017

SE SI SPACCA IL PD CHE SUCCEDE A SINISTRA?

[ 27 gennaio ]

Carlo Bertini, sentite le gole profonde all'interno del Partito democratico, segnala, su LA STAMPA di oggi, quale sia il clima, da resa dei conti finale, tra i renziani e la cosiddetta "sinistra" bersaniana. Che Matteo Renzi voglia andare alle elezioni —infischiandosene delle pressioni in senso contrario di buona parte delle frazioni della grande borghesia che pure lo avevano sostenuto— è fatto acclarato. Tutti sanno che questo Parlamento non produrrà alcuna nuova legge elettorale, tantomeno riportando in auge il Mattarellum. Quello di Renzi è un escamotage, un pretesto per non apparire come lo sfasciacarrozze, quello che, come già fece con Letta, defenestra un governo a sua stessa immagine e somiglianza. Renzi non solo ha capito che se si arriva a fine legislatura rischia di essere bollito, ha capito che tra i cittadini la volontà di andare al voto è maggioritaria, e vuole intercettare questa onda.

Perché il Pd rischia di spaccarsi in vista delle elezioni? Semplice, perché Renzi, anche grazie all'infame regola delle liste bloccate, che gli consente di scegliere  la stragrande maggioranza dei candidati che entreranno in Parlamento, taglierà fuori tutti quegli esponenti della opposizione interna. Non che questi non avranno un posto nelle liste, ma lo scranno dovranno guadagnarselo con le preferenze. E Renzi scommette che ben pochi bersaniani ce la faranno.

Ecco perché questi ultimi stanno mettendo nel conto di alzare i tacchi e di andare alle elezioni con una propria lista, immaginando, dato che la soglia elettorale per entrare in Parlamento, al 3%, garantirebbe loro più scranni che non restando nel Pd renziano. 

Che poi la pattuglia parlamentare di questi "rottamati", dopo le elezioni, immagini un'alleanza di governo di centro-sinistra con lo stesso Pd renziano, è fatto fin troppo ovvio.

Per questo e non solo per questo, le simulazioni che circolano sulla composizione del nuovo Parlamento [vedi quello IPSOS accanto], così come le diverse proiezioni sul voto, sono, come minimo aleatorie, se non del tutto inaffidabili (tanto per cambiare).

Non è solo il Pd che si dividerà. Altre fratturazioni potrebbero accadere, sia nel campo delle destre che nello stesso Movimento 5 Stelle. Vedremo...

Intanto c'è da segnalare che la molto probabile scissione del Pd, getta scompiglio nell'area della cosiddetta "sinistra radicale" —Sinistra italiana, Rifondazione e ammennicoli vari.

Se Bersani e D'Alema vengono via, potete scommettere che Sinistra italiana verrà letteralmente terremotata. Il Congresso fondativo (17-19 febbraio) potrebbe rivelarsi l'ultimo. La maggioranza, e nemmeno D'Attorre ne fa segreto, immagina di dare vita ad un partito coi bersaniani. Come minimo si vorrà andare ad un lista elettorale con i fuoriusciti del Pd, per riproporre poi un governo di centro-sinistra con i renziani. A questa ipotesi si oppone una fronda di sinistra capeggiata da Stefano Fassina. Per dire che il congresso fondativo di Sinistra italiana, potrebbe già sancire un divorzio.

Qui entra in ballo Rifondazione, che a sua volta, celebrerà il suo X. Congresso dal 31 marzo al 2 aprile. L'ipotesi a cui lavora la maggioranza (europeista) del Prc è quella di dare vita ad una lista di "sinistra radicale" che punti a superare lo sbarramento del 3%. Opera ardua in caso di concorrenza del blocco tra i fuoriusciti dal Pd e la maggioranza di Sinistra italiana. Ma è da vedere se gli europeisti di Rifondazione, capeggiati da Paolo Ferrero, usciranno davvero vincitori del Congresso...

domenica 1 gennaio 2017

ODDIO!? ARIECCO I SINISTRATI....

Anna Falcone
[ 1 gennaio ]

Che la schiacciante vittoria del NO avrebbe, come effetto collaterale, ringalluzzito la sinistra sinistrata —non solo quella intruppata in parvenze di partiti (quella sellina e rifondarola)— era facilmente prevedibile. Oltre alle due conventicole di cui sopra c'è a sinistra una costellazione di associazioni, correnti, soggetti che pensa di entrare o rientrare in partita —ove per partita s'intende (appare meschino ma così è) la competizione elettorale. E siccome le elezioni incombono è tutto un tramestio di iniziative, appelli, tentativi di dare vita ad un cartello elettorale per andare a coprire lo spazio elettorale a sinistra di Pd e M5S. 

Vi ricordate RIVOLUZIONE CIVILE Ingroia candidato? E la sberla elettorale che quella lista subì nel 2013? Vi ricordate L'ALTRA EUROPA CON TSIPRAS? I cascami di quei mondi, in autonomia apparente sia da Sel che da Prc, stanno tentando di rimettere in piedi un carrozzone elettoralistico. 

Prendete ad esempio l'assemblea svoltasi a Bologna il 18 dicembre. Da lì dovrebbe partire una "carovana per l'alternativa di sinistra in Italia". Di mezzo ci sarebbe anche De Magistris, che ha inviato un suo emissario. Contenuti zero, la solita aria fritta. Rompere con l'euro non se ne parla nemmeno.
L'assemblea di Bologna era stata preceduta da un incontro svoltosi a Roma l'11 dicembre, aperto da Sandro Medici (c'erano Ferrero, Fratoianni, Fassina...) col titolo freudiano "RICOMINCIAMO DA NO (i)".

Poi è venuta un'intervista di Anna Falcone, che per aria fritta e zero contenuti è davvero niente male. Se non ci credete e non avete cose più interessanti da fare, ve la alleghiamo qui sotto. Siamo alle solite, alle prese con una sinistra incorreggibile, che non riesce a cambiare né paradigma, né linguaggi, né postura. Il fatto che merita di essere sottolineato è la mossa tattica a cui la Falcone allude: dare vita ad una lista elettorale di sinistra passando per il Coordinamento Democrazia Costituzionale, l'organismo dei giuristi a cui va dato il merito di essersi battuto per il NO, ma i cui errori clamorosi non si debbono dimenticare.
Che la Falcone e i sinistrati che gli stanno dietro riusciranno nel loro tentativo di trascinare il Coordinamento dei giuristi —quindi le centinaia di Comitati per il NO  che a quel coordinamento han fatto riferimento— ne dubitiamo. Di sicuro essi ci proveranno in occasione dell'assemblea nazionale di quei comitati che si svolgerà a Roma il prossimo 21 gennaio. Un'assemblea che ha la sua importanza, non fosse perché si farà sentire la componente migliore, quella che mentre difende la Costituzione ne segnala la sua incompatibilità con l'Unione europea. Che quindi pone il problema della conquista della sovranità popolare-nazionale.


Anna Falcone: “Né Pd né M5S, 
esiste un nuovo spazio politico”
intervista a Anna Falcone di Giacomo Russo Spena

Partiamo dal 4 dicembre. Qual è il segnale principale che si evince da quel voto? Come si spiega una così alta affluenza? 

I cittadini partecipano al voto quando hanno la possibilità di incidere realmente sulla res publica, così come è stato sulla Costituzione. Al contrario, l’astensione aumenta quando il consenso è direzionato verso opzioni chiuse e non soddisfacenti. Dal 4 dicembre giunge un messaggio di grande partecipazione unito al desiderio di libertà e “liberazione” dalle vecchie pratiche della politica politicante. 

Una vittoria della Costituzione ma anche un chiaro segnale politico di sfiducia nei confronti del governo Renzi, il quale è stato costretto a dimettersi. E’ stato un voto politico? 

Il contesto politico influenza sempre i referendum ma la motivazione principale che ha spinto i cittadini alle urne è stato il voto “per” la Costituzione e non “contro” il governo Renzi. Il nostro “Comitato per il No” ha rifiutato ogni tentativo di strumentalizzazione e personalizzazione politica del voto, respingendo al mittente la strategia renziana e puntando all’informazione sulla riforma e sui suoi effetti di indebolimento del sistema democratico. Ciò detto, è innegabile che il governo Renzi abbia deluso molti prima del voto, per il fallimento delle sue politiche sociali ed economiche, e continui a deludere adesso, per l’assoluta incapacità di fare un’analisi obiettiva e costruttiva della bocciatura referendaria. 

Siamo al tramonto del renzismo o è ancora presto per sancire la sua fine? 

Non so se siamo di fronte al suo definitivo declino, di certo la sua sconfitta non è stata un problema di comunicazione – come sostiene Renzi – ma di contenuti. Aggiungerei di umiltà e di coerenza con la matrice progressista a cui il Pd dice di ispirarsi. Invece di ascoltare la disperazione popolare, si è cercato prima di demolire, con le riforme sul Jobs Act o la “buona scuola”, quei diritti – appunto il lavoro, l’istruzione, la salute – che rendono i cittadini protagonisti e soggetti liberi di uno Stato di diritto, poi di approfittare di quella stessa disperazione per estorcere un voto su una riforma della Costituzione, su cui la propaganda renziana spostava la causa di tutti mali del Paese. Gli italiani non ci sono cascati e, con grande coraggio e dignità, hanno saputo dire No a questa riforma truffa e ne hanno approfittato per rilanciare quei valori costituzionali che rappresentano, al contrario, l’ultimo baluardo per la difesa dei loro diritti sociali, civili e di libertà. Il programma della nostra democrazia è scritto tutto lì. 

Il governo Gentiloni è un Renzi bis? E, secondo lei, quanto durerà? 

Lo è nei fatti e nella fonte da cui promana la sua legittimazione. Del resto, abbiamo sempre sostenuto, e i fatti ci danno ragione, che la vittoria del NO non avrebbe determinato alcun stravolgimento politico: viste le maggioranze in Parlamento e la solida supremazia renziana nel Pd, non sarebbe stato possibile aver alcun governo non sostenuto da Renzi. Siamo alla copia di un vecchio governo caratterizzato sempre dagli stessi limiti. La modernità e il futuro del Paese viaggiano su altre corde e non può che passare dalla progressiva attuazione di una democrazia partecipativa: quello di cui il governo ed i poteri che lo sostengono hanno più paura. Forse hanno ragione. 

Passiamo alla legge elettorale. Il Pd ha proposto il Mattarellum, un sistema maggioritario che favorisce le coalizioni. Che ne pensa? La convince la proposta? 

Sicuramente visto l’esito referendario, il Parlamento ha il dovere di dare agli italiani una legge elettorale nuova che rappresenti un salto di qualità e una discontinuità rispetto al passato. Non più solo e prioritariamente la governabilità – il che sarebbe in contrasto con il principio sostenuto dalla Corte costituzionale nella ormai nota sentenza n. 1/2014 che dichiarato la parziale incostituzionalità del “Porcellum” – ma soprattutto una legge elettorale che responsabilizzi gli eletti nei confronti dell’elettorato, non che ne vincoli il mandato all’obbedienza verso il segretario/presidente del partito da cui dipende la rielezione. E andando oltre, una legge che consenta agli elettori di scegliere i propri rappresentanti e partecipare alla selezione delle candidature. La governabilità passa, innanzitutto, dalla qualità dei nostri rappresentanti e dalla capacità di lavorare insieme per il bene dal Paese, al di là delle convenienze politiche e dai desideri del “capo”. 

Il prossimo 21 gennaio si terrà a Roma un’assemblea pubblica nazionale a cui parteciperanno tutti i comitati territoriali del “No" alla riforma. Qual è la proposta politica in discussione? 

Siamo un’organizzazione plurale e democratica: decideremo insieme su come proseguire e su quali priorità. Insisto: molti, se non tutti, ci chiedono di andare avanti per rilanciare l’azione politica su un doppio binario: attuazione della Costituzione e riaffermazione dei diritti sociali, a partire dal lavoro. Per questo abbiamo già annunciato il nostro impegno per il prossimo referendum sul Jobs Act promosso dalla Cgil. 

Un bel salto per i comitati del No: dalla difesa della Costituzione alle questioni riguardanti il lavoro e la precarietà… 

L’attuazione di un modello pienamente democratico passa dall’attuazione dei diritti fondamentali e dalla garanzia dei diritti sociali, prima ancora che dagli equilibri fra i poteri. Non è un caso che nella Costituzione la parte sul riconoscimento e la tutela di tali diritti, preceda quella sui poteri e l’organizzazione dello Stato: senza i primi non può esservi una declinazione democratica dei secondi. 

E’ favorevole all’introduzione del reddito di cittadinanza? 

Si può discutere sulle forme ma è innegabile che una società fondata, ormai, sulle diseguaglianze e sul tramonto del lavoro come fonte di reddito ed emancipazione sociale non possa fare a meno di misure redistributive della ricchezza, che garantiscano, almeno, la dignità, quando sia tanto pervicacemente inibito il diritto al futuro. 

E per quando auspica il ritorno al voto? A settembre, dopo il referendum? 

Non appena ci sarà una nuova legge elettorale, auspicabilmente ispirata ai principi di cui parlavo sopra, che dia cioè valore alle scelte popolari e spazio ai suoi migliori rappresentanti, non ai più servili vassalli del leader di turno o di altri poteri che ne siano espressione. Però, a meno di una vittoria del Sì al referendum sull’abrogazione del Jobs Act, o di altri scossoni politici, temo non si tornerà a votare prima del prossimo autunno, se non nel 2018. 

A livello nazionale il Pd perde consensi e il M5S non sembra approfittare del governo Gentiloni vedendo come si è impantanato a Roma con la sindaca Virginia Raggi: sembrano due soggetti in forte crisi. Pensa che alle prossime elezioni nazionali ci sarà un alto tasso di astensionismo? La gente ormai non è del tutto sfiduciata nei confronti delle istituzioni? 

Dipende da quanto i cittadini penseranno di poter contare con il prossimo voto politico: se si continuerà a reiterare modelli politici ed elettorali di mera ratifica o investitura di governi preconfezionati e candidati opachi, o che brillano solo per l’altissimo tasso di “fedeltà al capo”, ma il cui valore o passione civile e politica restano ignoti, l’astensionismo non potrà che aumentare. 

Per Lei c’è spazio per la nascita di un nuovo soggetto, a sinistra, alternativo sia al Pd che al M5S capace di dare la speranza di cambiamento ai cittadini? 

La politica non sopporta vuoti, e in questo momento, più che mai, un soggetto che sapesse interpretare la “fame” di diritti, la volontà di partecipazione attiva dei cittadini e selezionare una classe dirigente all’altezza del Paese, avrebbe praterie aperte davanti a sé. 

Che pensa della prospettiva dell’ex sindaco di Milano, Pisapia, di un “campo progressista” capace di dialogare col Pd e far nascere un nuovo centrosinistra nel Paese? I Comitati del NO possono essere attratti da tale progetto? 

Prima di parlare di progetti, bisogna guardare alla credibilità di chi li propone e agli obiettivi politici reali, quelli, ancora una volta, calibrati sulla riconquista dei diritti, più che sulle strategie di potere. Non è dalla sommatoria di tanti che può nascere una nuova sinistra larga, nei consensi, prima ancora che nel nome, ma dal coraggio di rilanciare battaglie innovative e decise contro un’ideologia – il “turboliberismo” – che ha decapitato libertà e diritti, in nome di un fantomatico progresso materiale, riuscendo solo a distribuire ricchezza per pochi e miseria per tanti. Il declino dello Stato democratico e di diritto è iniziato da lì. Non vedo in quel campo, ancora (forse), tale coraggio. 

Infine, qual è il rapporto coi partiti e volti storici della sinistra classica? Non è giunta l’ora che emergano nuove forze dalla società civile? 

E’ un rapporto di rispetto, ma critico. Siamo tutti consapevoli dei limiti del modello partito che si è sviluppato a dispetto del “metodo democratico” sancito in Costituzione, e delle responsabilità di chi quel modello minimo e ipocritamente insofferente a ogni regolamentazione conforme a Costituzione. Quanto alla società civile, il salto di qualità sta nell’annullare la separazione fra società civile e società politica: la democrazia partecipativa impone un impegno costante di tutti e la fine della delega di potere in bianco che metta nelle mani di pochi le decisioni sul futuro di tanti. Penso sia già emersa una forte volontà di partecipazione, che può convogliarsi in una nuova stagione di attivismo politico, ma serve, adesso, dimostrare di saperla coniugare con un altrettanto grande senso di responsabilità. Sono processi che richiedono tempo e impegno da parte di tutti. Eppure, mai come adesso, è necessario che questo salto di qualità si realizzi. 

Adesso Lei è in procinto di partorire ma è proprio sicura che, nei prossimi mesi, non sarà interessata a “scendere in campo”? In molti sembrano volerla tirare per la giacchetta… 

Sono già scesa in campo. E nel modo, credo, più libero e utile a quella res publica a cui teniamo in tanti, senza paura di definirci indomabili, quanto pragmatici, idealisti. Perché, vede, non c’è niente di più innovativo e rivoluzionario di un ideale, di un impegno condiviso e portato avanti da tanti per cambiare il corso degli eventi e – a volte – della Storia di un Paese. Questo referendum lo ha dimostrato contro ogni previsione. Noi cercheremo di trasformare questa vittoria in un nuovo inizio per la “discesa in campo” non di singoli leader, ma dei cittadini tutti, i veri protagonisti di questa vittoria e gli unici che possono animare, insieme, una nuova stagione politica. Saranno loro, devono essere loro a sceglierne i volti e gli obiettivi che vi daranno corpo e concretezza.

(28 dicembre 2016)

domenica 20 settembre 2015

DOPO LE ELEZIONI: COSA PUÒ FARE UNITÀ POPOLARE di Panagiotis Sotiris

[ 20 settembre]

Panagiotis è uno degli esponenti di spicco di M.AR.S. il raggruppamento con il quale abbiamo organizzato il Forum anti-Ue di Atene del giugno scorso.
Panagiotis è oggi uno dei dirigenti di Unità Popolare.


La Grecia oggi si reca alle urne. 
Sembra però che tutte le grandi questioni che sono di fronte alla società siano assenti dai dibattiti pre-elettorali. Sia Syriza che Nuova Democrazia gareggiano per ottenere il voto, ma evitando ogni discussione sui problemi reali —cioè, il fatto stesso che sia Syriza che Nuova Democrazia, insieme aglik altri partiti pro-austerità, hanno votato per un altro memorandum austeritàrio.

Sembra che non si tratti di un dibattito politico, ma una gara tra due partiti che condividono lo stesso programma politico. In un certo senso, questo è vero. Gli accordi di rifinanziamento non sono solo un insieme di termini e condizioni tecniche. Essi comprendono un meccanismo di costante supervisione e di controllo di tutte le principali decisioni economiche attraverso processi di valutazione costante.

Ciò significa che i creditori della Grecia potranno in ogni momento chiedere più tagli e più austerità, misure più neoliberali, e più "riforme". Gli accordi fondano un regime, una forma di governo, basati sulla sovranità limitata. Come risultato, qualsiasi governo pro-memorandum avrà spazio molto limitato per muoversi, e sarà costretto ad attuare le misure che gli verranno imposte.

Alexis Tsipras e la direzione di Syriza hanno pienamente accettato questa condizione. Il loro messaggio politico fondamentale è che Syriza deve vincere per essere la forza trainante in un governo pro-memorandum. Il loro messaggio esplicito: Syriza deve ottenere la forza sufficiente per formare un governo "progressista" forte —ovvero un governo con Pasok e l'apertamente neoliberista Potami.

D'altra parte c'è una forte pressione da parte dell'Unione europea affinché si formi un governo di "grande coalizione" con Nuova Democrazia. Questo orientamento verso una "grande coalizione pro-austerità"  è uno dei marchi di fabbrica della post-democrazia europea contemporanea. In aperta rottura con tutte le tradizioni della sinistra, la campagna elettorale di Syriza non si basa non su proposte politiche, ma sulla idoneità di Tsipras di essere ancora una volta il primo ministro.

Questo panorama politico pre-elettorale, in cui sia Syriza che gli altri partiti pro-memorandum riproducono fino alla alla nausea il messaggio che "non c'è alternativa", è in netto contrasto con dinamiche e le profonde divisioni all'interno della società greca. In una delle più forti espressioni elettorali di polarizzazione di classe, il massiccio voto "NO" al referendum 5 luglio ha reso esplicita la volontà politica delle grandi masse popolar: il rifiuto dell'austerità, la richiesta di sovranità popolare, la lotta contro il neoliberismo connaturato alla zona euro.



Questa discrepanza tra lo scenario politico e le divisioni e le dinamiche all'interno della società esprime la nuova fase di crisi politica in Grecia.

La società greca è profondamente traumatizzata. Il  brusco passaggio dalle aspirazioni e dalla determinazione contenute nella vittoria collettiva del "NO", alla dolorosa sensazione di umiliante sconfitta ha lasciato la società senza un punto di riferimento positivo. Sono le prime elezione dal 2012 dove non c'è una luce di speranza. Inoltre, per la prima volta, in molti vedono la sinistra come "parte del gioco politico" e parte del problema. Questo può facilmente trasformare la speranza in disperazione.

E' in questo contesto che Unità Popolare entra in scena. Unità Popolare cerca di modificare questa narrazione, insiste che esiste un'alternativa al Memorandum e che un'altra strada è possibile. Sta cercando di trasformare la spinta del "NO" in una alternativa politica.

Uniòìtà Popolare ha un programma radicale i cui punti fondamentali includono: il blocco del pagamento del debito, l'uscita dalla zona euro, la nazionalizzazione delle banche e delle imprese strategiche, la cancellazione delle riforme neoliberiste associate ai Memoranda. Unità Popolare si basa sulla collaborazione tra le tendenze di sinistra di Syriza uscite dal partito per protesta contro la sua mutazione pro-austerità e importanti segmenti della sinistra anticapitalista. Ha radici nei movimenti sociali.

Come ci si poteva aspettare, una coalizione elettorale che è attiva da meno di un mese, Unità Popolare non è ancora il tipo di fronte di cui c'è bisogno. Alcuni degli aspetti problematici di Syriza —una certa cultura organizzativa burocratica ed una concezione riformista del programma politico— si ripresentano dentro Unità Popolare. Molte persone sono ancora critiche di certe figure di spicco di Unità Popolare per la loro partecipazione al governo Syriza.

Soprattutto, siamo ben lontani dal presentare una nuova sintesi politica, non solo tra le tradizioni di Syriza e quelle delle sinistra anticapitalista, ma anche tra il programma politico necessario e le esperienze collettive di solidarietà e di auto-organizzazione.

Tuttavia, in un panorama politico dominato da posizioni filo-memorandum, Unità Popolare può fare la differenza, rappresenta la spinta del "NO", e potenzialmente può essere il punto di partenza per un fronte della sinistra radicale di cui c' è urgente bisogno.

Il periodo post-elettorale sarà caratterizzato dalla applicazione aggressiva del terzo Memorandum e da una valanga di tagli e riforme neoliberiste. Vi è la possibilità di una nuova ondata di lotte e proteste, nuove forze, che non erano attive nel periodo precedente, entreranno in scena, tra cui gli agricoltori.

Inoltre, il deterioramento delle condizioni sociali, a causa dei nuovi tagli alle pensioni ed alla spesa sociale, aumenta la necessità di reti di solidarietà. Unità Popolare ha la possibilità di dimostrare che non è solo un canale elettorale di protesta, ma anche una forza dirigente della resistenza collettiva.

La capitolazione di Syriza non è la fine della crisi politica in Grecia. La società greca resta profondamente divisa e polarizzata. Il trauma della sconfitta è qui, ma è possibile trasformare la disperazione in speranza e determinazione. Questa è la sfida che Unità Popolare deve affrontare.

Tuttavia, per rispondere a questa sfida Unità Popolare non deve rimanere una coalizione tra l'ala sinistra di Syriza e alcuni segmenti del anticapitalista di sinistra. Deve diventare qualcosa di radicalmente nuovo e originale. Dovrebbe combinare e allo stesso tempo superare,  sia l'esperienza di Syriza che quella di Antarsya.

E' necessario elaborare un programma politico che vada oltre la semplice richiesta di un'uscita dalla zona euro e della fine di austerità, orrendo una nuova visione basata su proprietà pubblica, sulla pianificazione democratica, e l'autogestione dei lavoratori.

Si dovrò insistere su un appello aperto non solo alle altre forze della sinistra, come Antarsya, ma anche ai militanti e attivisti dei movimenti e delle reti di solidarietà. Dovrebbe sperimentare nuove forme di organizzazione sociale collettiva, soprattutto data la situazione estremamente precaria della forza lavoro del settore privato. Deve cercare di essere veramente democratico e diventare un laboratorio politico aperto delle alternative radicali.

Come è il caso con la maggior parte degli aspetti della vita, i primi passi sono i più difficili. Unità Popolare ha ancora un grande potenziale, a condizione che ci ricordiamo che in una situazione nuova abbiamo bisogno non solo di impegno ed energia, ma di ripensare l'organizzazione in modi creativi e nuovi.


* Fonte: jacobinmag
** Traduzione a cura della redazione

giovedì 17 settembre 2015

GRECIA: LA POSIZIONE DOTTRINARIA DEL PARTITO COMUNISTA (KKE)

[ 17 settembre ]

A nessuno sfugge l'importanza delle imminenti elezioni anticipate in Grecia. Noi sosteniamo Unità Popolare (Laikí Enòtita), il movimento sovranista sorto dalla scissione di SYRIZA, ed al quale hanno aderito i nostri compagni greci.
Abbiamo più volte fatto menzione del forte partito comunista di Grecia (Kke), e della sua posizione settaria. Qui sotto l'Appello elettorale del Comitato centrale di questo partito. 
Un mix di settarismo e astratto dottrinarismo.
Uscire dall'euro? "Rompere l'Unione europea? Sciocchezze! la soluzione è abbattere il capitalismo e la rivoluzione socialista". Di qui l'attacco frontale ad Unità Popolare.


Appello del Comitato Centrale del KKE per le elezioni parlamentari del 20 settembre 2015

Partito Comunista di Grecia (KKE) | kke.gr

26/08/2015

Li avete provati... Ora la soluzione va cercata sulla strada del rovesciamento del sistema, unendo le forze con il KKE

Lavoratori, impiegati, disoccupati, contadini, professionisti, commercianti, ricercatori autonomi, pensionati, giovani donne e uomini, donne degli strati popolari, voi che siete gravati dalle nuove e insopportabili misure del terzo memorandum di SYRIZA -ANEL, che vanno ad aggiungersi a quelle dei precedenti governi ND-PASOK ancora in vigore.

Ci rivolgiamo a quanti fra voi in questi anni hanno avuto fiducia nei vari governi, monocolore o di coalizione che fossero, di gestione del sistema, governi di "centro-destra", "centro-sinistra" e "di sinistra", e hanno visto susseguirsi un memorandum dietro l'altro. In queste elezioni, non concedete ai partiti che hanno firmato i tagli a salari e pensioni, i peggioramenti nei rapporti lavorativi, l'aumento delle tasse, la riduzione dei sostegni a welfare e sanità e delle risorse per l'istruzione, la bancarotta dei piccoli contadini e dei lavoratori autonomi, il diritto di dire che il popolo ha acconsentito, ha votato il suo massacro e che è d'accordo sull'inevitabilità del memorandum permanente. In ogni caso, i programmi governativi degli altri partiti, a prescindere delle differenze che possano presentare, contengono l'accordo-memorandum triennale con l'UE e gli altri memorandum che arriveranno in futuro.

Ci rivolgiamo al popolo della sinistra radicale, ai militanti, agli attivisti del movimento operaio-popolare, a quelli fra voi che hanno creduto in SYRIZA e che oggi si sentono traditi. Avete la possibilità di trarre delle preziose conclusioni, di unirvi al KKE nella lotta, che questa volta sarà condotta su basi realmente solide e radicali. La fermezza della posizione del KKE sulla non partecipazione ai governi di gestione del capitalismo ne è la dimostrazione pratica.

Ci rivolgiamo a quelli di voi che negli anni passati hanno lottato contro il memorandum, che credevano che votando NO al recente referendum li avrebbero fermati e che oggi vedono SYRIZA portarne un terzo, anche peggiore. Questo è il grande contributo del governo SYRIZA-ANEL agli industriali, ai banchieri, agli armatori, che hanno chiesto l'applicazione di misure ancora più dure negli anni. Fin dal primo momento, ha "vestito" i suoi negoziati a beneficio del capitale, il suo compromesso, con slogan di sinistra, con il manto della dignità. Ha utilizzato le diverse tendenze e "piattaforme", il suo pluralismo asseritamente democratico, alimentando illusioni in ogni direzione, per la sua "sinistra" come per la sua "destra". Ha trasformato i militanti attivi in spettatori passivi di ogni incombente confronto elettorale. Ha sequestrato, appropriandosene, i momenti più importanti della storia del movimento del operaio-popolare del XX secolo, pagine luminose impresse nella memoria dei popoli, per assecondare le illusioni di un presunto rinnovamento della sinistra, della continuità della sinistra.

Operai, impiegati, disoccupati, sotto-occupati, pensionati, contadini e lavoratori autonomi.

Tenete alta la testa, prendete il destino nelle vostre mani, voltate le spalle ai falsi problemi e alle trappole in preparazione!

In queste elezioni, non fate di nuovo l'errore di scegliere un altro partito che promette una via d'uscita dalla crisi economica, la ricostruzione produttiva, lo sviluppo e la redistribuzione del reddito ipoteticamente a favore del popolo. In realtà, vogliono governare per conto dei grandi capitalisti, dei gruppi monopolistici e del loro potere.


Quando è troppo, è troppo!

Il KKE si rivolge in particolare a coloro che forse occasionalmente hanno scelto nel passato di votare per il KKE, ma poi hanno preferito una più immediata, come sembrava, soluzione politica.

Oggi vi chiediamo di pensare e di fare la vostra scelta elettorale sulla base della vostra esperienza.
Vi chiediamo di prendere una posizione combattiva e, in queste elezioni, questo può solo significare un voto al KKE, un voto che rafforzi la resistenza del popolo contro ogni accordo e legge anti-popolare, contro ogni governo mono-partitico o di coalizione, contro ogni alleanza imperialista di stati.

Nel complesso, la storia ha dimostrato che l'efficacia delle lotte dipende principalmente da quanto è forte il KKE in ogni settore.

Oggi avete più esperienza e più ragioni per sostenere e rafforzare in modo decisivo il KKE

Un KKE forte, perché non ha mai tentato di ingannare le persone per guadagnare voti. Ha detto la verità, ha avvertito in tempo utile sul corso degli sviluppi, ha previsto l'esito di un governo SYRIZA. Ha informato che il programma di SYRIZA e le dichiarazioni di Salonicco avrebbero comportato il compromesso, l'accordo con l'UE e il nuovo vergognoso memorandum. Tale programma era intrinsecamente anti-popolare, vestito però con alcuni slogan di sinistra. Ora avete una prova tangibile e inconfutabile che dimostra come nessun governo possa seguire una linea politica a vantaggio del popolo dentro la cornice dell'UE e della strada a senso unico del capitalismo. Il capitalismo e le sue unioni internazionali, come l'UE, non possono cambiare natura a seguito di trattative, referendum e presunti governi di sinistra. Qualsiasi governo operi sul terreno dell'economia capitalista è tenuto ad osservarne le immutabili leggi antipopolari, che esigono il sangue del popolo al fine di rafforzare la competitività, la redditività e gli investimenti del capitale. Tutti gli altri partiti ingannano il popolo dicendo che i cambiamenti e una diversa linea politica stanno guadagnando terreno in Europa. Discussioni, piani, litigi sono in corso, ma essi non hanno nulla a che fare con gli interessi popolari. In realtà sono preoccupati per l'impasse del capitalismo e stanno discutendo sul modo in cui i profitti e le perdite del capitale negli stati membri saranno ripartiti fra loro.

Un KKE forte, perché dice un autentico e fermo NO ai memorandum e alle misure antipopolari e, allo stesso tempo, propone un percorso di sviluppo nell'esclusivo interesse del popolo. Perchè combatte contro le vere cause del memorandum, ovvero la strategia dell'UE e del capitale per superare la crisi economica capitalistica, aprendo nuove vie alla redditività del capitale con una forza lavoro più economica. Il KKE è stato l'unico partito ad aver presentato in parlamento un progetto di legge per l'abolizione del memorandum e delle leggi applicative, che non è stato mai portato in discussione o in votazione, cosa per cui tutti i parlamentari di SYRIZA, compresi quelli che ora se ne sono divisi, e il presidente del parlamento sono responsabili. Il KKE organizza costantemente la lotta per ottenere misure immediate in aiuto alla popolazione, per la solidarietà, per l'abolizione delle leggi anti-operaie e anti-popolari, per il recupero delle perdite, per la soddisfazione delle necessità attuali delle persone, in un percorso di rottura con l'UE, il capitale e il suo potere.

Un KKE forte, perché domani sarà in grado di sostenere il popolo in modo ancora più decisivo nello scontro contro il "coro di ricattatori", composto da tutti gli altri partiti e guidato da UE, Commissione, FMI e classe dirigente del paese. Il KKE esprimerà l'opposizione del popolo a ogni governo, qualunque sia la sua composizione. Un KKE forte sarà in una posizione migliore per difendere i diritti operai e popolari e svolgerà un ruolo di primo piano nell'organizzazione della lotta del popolo, per far si che l'azione antimonopolista-anticapitalista del movimento operaio acquisti un carattere dinamico e di massa, cosicché si rafforzi l'alleanza popolare. Il KKE dedica tutte le sue forze all'organizzazione e all'unità dei lavoratori in modo che essi possano assumere il controllo del proprio futuro. Pensate oggi alle conseguenze negative per gli interessi popolari che ha avuto negli anni passati l'indebolimento elettorale del KKE. Un KKE e un movimento forti possono rovesciare i "memorandum e i padroni".

Un KKE forte, perché il realismo del KKE è determinato dagli interessi del popolo e dei lavoratori e dal riconoscimento che il popolo, quando è in prima linea nel contrattacco, può essere vittorioso. Il potere operaio-popolare è l'unico su cui possano poggiare la produzione sociale centralizzata e scientificamente pianificata e i servizi sociali - istruzione, sanità, welfare - basati sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione concentrati e sul controllo operaio. Su questa base è possibile creare la prosperità popolare, disimpegnarsi dall'UE, cancellare unilateralmente il debito statale in favore del popolo, guidare il paese fuori dalla NATO e dai piani degli imperialisti.

Rifiutate i nuovi ingannevoli problemi, la fraudolenta linea di demarcazione anti-memorandum, la falsa rottura con l'Eurozona che non mette in discussione la proprietà e il potere capitalista.

Chi fra voi ha trasferito il proprio voto da ND e PASOK a SYRIZA, con la speranza che fossero abrogati il memorandum e le sue antipopolari leggi applicative, non deve cadere nuovamente nella trappola delle promesse di un'ipotetica migliore conduzione del nuovo memorandum, in attesa di misure compensative a favore del popolo. Non sostenete e non fate affidamento su una nuova e così disastrosa illusione.

Ricordate ciò che il KKE disse fin dal momento in cui SYRIZA era diventata l'opposizione ufficiale: ciò che il governo SYRIZA servirà, alla fine, saranno gli interessi dell'UE, della NATO e del grande capitale. E adesso nessun voto degli strati popolari deve tornare a ND, al PASOK, o essere intrappolato da POTAMI o SYRIZA 2, la "Unità Popolare" di recente formazione emersa dopo la scissione di SYRIZA.

Le discussioni sulla distinzione tra forze pro o contro memorandum si sono rivelate non soltanto superficiali, ma addirittura false, quindi dannose per il movimento popolare.

Il fattore chiave nella politica economica e nella linea politica generale di un partito e nelle forze sociali che esso rappresenta sta nella posizione che assume il tema dei mezzi di produzione concentrati e delle risorse naturali del paese. Questa è la vera linea di demarcazione e non la questione della moneta. Oggi, tutti parlano di "sviluppo della produzione" e di "redistribuzione", non solo i partiti etichettati come di "sinistra", ma anche quelli di "destra", i borghesi liberali e i nazisti di Alba Dorata.

Il problema principale per i partiti del memorandum, per l'UE e il capitale è questo: chi, quale governo, con quale composizione e alleanze applicherà il nuovo memorandum e le sue antipopolari leggi applicative. Rifiutate questo loro finto contrasto, che ha lo scopo di intrappolare le persone in un quadro anti-popolare.

SYRIZA sta ancora una volta cercando spudoratamente di ingannare il popolo, affermando che "supererà" il memorandum, mentre allo stesso tempo lo applica e prolunga. Sostiene che, una volta al governo, smusserà le conseguenze negative del memorandum e prenderà misure compensative "attente ai bisogni popolari" per la crescita e la riduzione del debito. Ma nasconde il fatto che i continui attacchi contro il popolo sono i presupposti fondamentali di ogni ripresa capitalistica o decisione sul debito, che sarà comunque pagato nella sua interezza dalle famiglie operaie e delle classi popolari. I pacchetti di sviluppo e gli aggiustamenti del debito saranno indirizzati al sostegno del grande capitale e ancora una volta dovranno essere pagati dal popolo, proprio come è accaduto per quelli precedenti. SYRIZA ha adottato a pieno la propaganda delle "scelte inevitabili", che negli anni passati era stata più volte utilizzata da ND e PASOK contro il popolo. Mentre SYRIZA da un lato assolve ND e PASOK dalle loro colpe, formando con questi un fronte in parlamento allo scopo di adottare e applicare le barbare misure del memorandum, dall'altro battibecca con loro su chi debba formare il prossimo governo.

Gli altri partiti di gestione borghese, ND e PASOK, stanno utilizzando il memorandum SYRIZA-ANEL per rivendicare le barbare politiche da loro sostenute e attuate negli anni precedenti. Vogliono strappare una "dichiarazione di abiura" da chi ha denunciato e combattuto le loro politiche. Si propongono come garanti del "percorso europeo" del paese, perché hanno "competenza" nei memorandum. Si presentano, insieme a POTAMI, come possibili partner in un futuro governo con SYRIZA.

Durante gli anni della crisi, il tenore di vita della maggioranza della popolazione è sceso del 40-50%, ogni diritto conquistato in precedenza attraverso le lotte, in un contesto mondiale di correlazione di forze più favorevole, è stato distrutto. Tutti i partiti che promettono misure compensative mentono. Nessun altro partito riconosce al popolo il diritto di riprendersi ciò che ha perduto e di consolidare ed estendere le sue conquiste. Oggi, potete fidarvi solo del KKE.

Votando per gli altri partiti, il popolo dovrebbe fin da subito fare i conti con conseguenze negative. Ad ogni occasione, inuovo governo si appellerebbe a questo voto per contrastare le richieste e le lotte operaie e degli strati popolari contro le nuove misure e leggi applicative.

Niente più tempo sprecato, niente più delusioni

Non bisogna fidarsi del partito che si è diviso da SYRIZA con il nome di "Unità Popolare" e della sua cooperazione con gli altri fuoriusciti da SYRIZA, come il Piano B, che fungono da ammortizzatori. Hanno finora oggi giocato una parte fondamentale nell'inganno del popolo della sinistra radicale, e continuano a farlo oggi. Si tratta di un'imitazione di SYRIZA che sortirà lo stesso esito. Ogni governo che ponga lo sviluppo capitalistico come suo obiettivo, sacrificherà le esigenze del popolo sull'altare del profitto capitalistico. Ogni governo che accetti gli obblighi degli stati membri dell'UE per sostenere la competitività dei monopoli, porterà avanti ristrutturazioni che garantiscano forza lavoro a basso costo per il capitale. Questa direzione anti-popolare non cambia, che la Grecia resti nella zona euro, o che scelga di rimanere membro dell'UE, ma con una moneta nazionale.

Per 25 anni hanno fornito un alibi "di sinistra" per l'assimilazione della Grecia nell'UE e nella sua Unione economica e monetaria (UEM), per l'attacco al socialismo. Hanno sostenuto, come membri del parlamento, tutti i passi preliminari al nuovo memorandum (l'accordo del 20 febbraio, la proposta Tsipras di 47 pagine, ecc). Sono rimasti in silenzio quando Tsipras affermava che la posizione della Grecia nell'UE e nella NATO non è negoziabile, quando giurava fedeltà al capitalismo, alla Federazione degli industriali greci, nelle varie sedi del capitale internazionale. E oggi, si presentano come chi è stato "ingannato".

Essi confessano di volere una valuta nazionale come strumento per lo sviluppo del capitalismo, mentre le chiavi dell'economia continuano ad appartenere ai monopoli. La Grecia sarà così vincolata all'UE o ad altre alleanze economiche e monetarie imperialiste. I beneficiari di questa scelta saranno ancora una volta settori del capitale. Questo, in ogni caso, è quanto sta accadendo nei paesi capitalisti dell'UE che hanno una valuta nazionale (Bulgaria, Romania, Svezia, Danimarca), o che partecipano ad altre alleanze monetarie. Essi nascondono che il tenore di vita e i diritti dei lavoratori stanno scivolando lungo una spirale negativa in tutta la zona euro e negli stati membri dell'UE.

Il sistema sostiene questi partiti in molti modi, come ha fatto con SYRIZA e la sua "Piattaforma di sinistra" a partire dal 2012, come fa oggi con "Unità Popolare", per intrappolare il radicalismo e piazzare ostacoli sulla via della linea di lotta anticapitalista-antimonopolistica avanzata dal KKE.

"Unità Popolare" è al 100% un partito sistemico, come i partiti sistemici di sinistra che esistono in Europa e che sono responsabili dell'assimilazione del movimento operaio nel sistema. Il loro sostegno al sistema imperialista e al capitale è celato dietro la retorica anti-memorandum.

Isolate la nazista criminale Alba Dorata

Non permettete che sollevi di nuovo la testa, per quanto cerchi di nascondere e sfumare il suo criminale ruolo nazista. Il suo sostegno alla dittatura più aperta del capitale, i rapporti con il grande padronato, in particolare con il capitale marittimo, il suo odio per i lavoratori, le loro lotte e il movimento sono nascosti dietro la sua retorica. Lo slogan di Alba Dorata di "produzione nazionale" e la priorità data al settore primario, allo scopo di lusingare e conquistare i contadini, nasconde il fatto che il potenziale produttivo del paese stia venendo distrutto principalmente dalla crisi economica capitalista e dalla posizione di debolezza e diseguale della Grecia nell'UE. Alba Dorata, in sostanza, non rifiuta l'UE, ma cerca un "miglioramento" della posizione del capitale greco al suo interno. Favorisce l'odio contro gli altri popoli, i rifugiati, gli immigrati, le vittime della barbarie capitalista e delle guerre imperialiste. E' lo strumento del "divide et impera" utilizzato dai capitalisti, un mezzo per dividere la classe operaia e i lavoratori.

Esiste una soluzione alternativa, una via a favore del popolo

Il KKE sostiene che c'è un'altra stradac'è speranza. Il memorandum, la povertà, la disoccupazione e lo sfruttamento del popolo a vantaggio dei profitti di pochi non è inevitabile, né può essere il nostro futuro o il futuro dei nostri figli.

Negli anni che seguiranno, la situazione per il popolo, per tutti i popoli peggiorerà. Il sistema capitalista è marcio. Le crisi e la competizione che vanno acuendosi tra gli stati capitalisti e i centri imperialisti, all'interno e all'esterno della zona euro, porteranno miseria, disoccupazione, guerre, immigrazione. Il governo SYRIZA-ANEL, come avevano fatto i governi precedenti, sta legando ancora più profondamente il paese a queste rivalità, arrivando addirittura a pianificare la creazione di una nuova base NATO nel Mar Egeo.

Nonostante il compromesso provvisorio e l'accordo del governo con UE-BCE-FMI, la concorrenza e le tendenze scissioniste stanno rafforzandosi, andando ben oltre il "problema greco" verso una Eurozona composta dagli stati con le economie più forti.

C'è la possibilità che alcuni stati lascino la zona euro, per effetto delle varie scelte del capitale e secondo il criterio della difesa della sua competitività e redditività a scapito dei popoli. Un tale sviluppo avrà inoltre un impatto sulla coesione dell'UE. Una evoluzione simile, nella composizione e nella profondità delle alleanze degli stati capitalisti in Europa, potrebbe essere accompagnata dal rafforzamento o indebolimento della posizione di alcuni di questi. A prescindere da ciò, non prevederà comunque delle politiche filo-popolari.

Una cosa è che il popolo stesso scelga volontariamente il disimpegno dall'UE, attraverso la sua azione, tenendo contemporaneamente le leve dell'economia e del potere nelle proprie mani. Cosa del tutto diversa per un paese è quella di trovarsi fuori dalla zona euro a seguito delle contraddizioni e della concorrenza tra capitalisti. Il primo scenario è una soluzione alternativa in favore del popolo e vale ogni sacrificio; il secondo, porterà alla bancarotta del popolo seguendo un altro percorso.

La proposta del KKE per il POTERE POPOLARE CON LA SOCIALIZZAZIONE DEI MONOPOLI - DISIMPEGNO DALL'UE - CANCELLAZIONE UNILATERALE DEL DEBITO può essere attuata. Questa è l'unica proposta realistica e che da speranza al popolo, che può finalmente mettere fine ai memorandum e ai sacrifici che gli vengono impostiper soddisfare le esigenze del percorso di sviluppo capitalistico.

La realizzazione di questo percorso dipende dalla volontà popolare. Il percorso di rottura con l'UE e il FMI, il capitale locale ed estero, richiede che il popolo unisca le forze con il KKE.

- E' l'unica vera soluzione alternativa in grado di utilizzare e sviluppare ulteriormente il potenziale produttivo del paese a favore del popolo. La Grecia ha i prerequisiti (produzione industriale e agricola, ricchezza mineraria, forza lavoro specializzata e personale scientifico) per produrre la maggior parte dei prodotti di cui necessitano le persone, e su questa base sviluppare relazioni reciprocamente vantaggiose con gli altri paesi. Oggi questo potenziale va restringendosi o viene utilizzato in modo distorto, mentre altre volte in realtà è minato a causa della subordinazione al profitto capitalistico, allo sviluppo capitalistico diseguale e agli impegni verso l'UE.

- L'utilizzo di questo potenziale richiede l'emancipazione dalle catene della proprietà e del potere capitalista. E' l'unica proposta che possa garantire a tutti un lavoro stabile e permanente, un servizio esclusivamente pubblico e gratuito in materia di istruzione, sanità e welfare.

- E' l'unica via per evitare la pericolosa partecipazione del nostro paese ai piani militari antipopolari di NATO, USA e UE. L'unico modo per non farsi impigliare nella rete delle contraddizioni tra imperialisti, che lottano tra loro per decidere come le rotte di trasporto di gas e petrolio saranno ripartite, rotte che sono sempre impregnate del sangue dei popoli.

- Tale percorso per rovesciare il sistema non sarà solitario o isolato, come sostengono tutti i partiti che difendono il capitalismo. Sarà supportato dalla lotta e dalla solidarietà degli altri popoli, movimenti e paesi che stanno marciando sulla stessa strada.

Possiamo avvicinare la vittoria del popolo

Oggi, sono presenti migliori condizioni per l'organizzazione e il raggruppamento del movimento operaio e per il rafforzamento dell'alleanza popolare. Possono emergere delle crepe nella negativa correlazione di forze attualmente esistente in Grecia e internazionalmente.

E' però necessario che i popoli facciano uso della loro esperienza e la usino per potenziare la lotta per il rovesciamento del sistema.

Sì, c'è un modo e un piano per realizzare la nostra proposta e perché la classe operaia conosca giorni migliori, come dovrebbe e come merita, sulla base del potenziale di cui dispone oggi la società. E questo percorso richiede la formazione di una forte alleanza sociale e popolare, che si batta contro le nuove misure antipopolari e che abbia come orientamento fisso la lotta contro i monopoli e il capitalismo. La sua formazione e rafforzamento oggi può contribuire a cambiare la correlazione di forze negativa, può potenziare l'organizzazione, la combattività e la militanza della classe operaia e degli altri strati popolari. Può contrastare la sottomissione e il fatalismo, l'assoggettamento del popolo ai vecchi e nuovi gestori della barbarie del capitalismo.

Un KKE ancora più potente è necessario per intraprendere questa strada, in Parlamento e soprattutto nei luoghi di lavoro, nelle grandi fabbriche, nei quartieri popolari, nelle aree rurali, fra la gioventù.

Il KKE è l'unica forza in grado di sostenere la lotta del popolo contro la povertà, la disoccupazione e il peggioramento della vita, sia dentro che fuori la zona euro, con l'euro o con una valuta nazionale.

Il KKE è l'unica forza che si batte per rompere con lo sfruttamento e il potere capitalistico. E' la forza che può portare il popolo verso una forma realmente diversa e più alta di organizzazione della società nel suo insieme e dell'economia. Ciò comporta la proprietà sociale dei mezzi di produzione, la pianificazione centralizzata, il controllo operaio. Questi sono i presupposti per la vera liberazione dalla morsa dei mercati e del capitale, per una cancellazione unilaterale e completa del debito, per il disimpegno dalle catene dell'UE.


ADESSO VOTA KKE!

È LA TUA FORZA PER LA VERITÀ, PER LA LOTTA, PER IL ROVESCIAMENTO DEL SISTEMA!

Comitato Centrale del KKE
26 agosto 2015

** Fonte: Partito Comunista di Grecia (KKE) | kke.gr
* Traduzione:  Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

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