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mercoledì 17 agosto 2016

IL SOCIALISMO È ANCORA POSSIBILE?

[ 17 agosto ]

No, il socialismo prima ancora che impossibile, sarebbe una sciagura, come hanno dimostrato tutti i tentativi messi in atto nel '900. Questo ci dicono i dominanti, con lo sciame di pennivendoli al loro servizio. Il socialismo? Un nobile ideale, ma utopistico, e perseguirlo conduce giocoforza verso il totalitarismo e ad uno stato-caserma. 
E se le cose stessero in modo diverso?
Questo prova a fare il documento che presentiamo ai lettori. Esso è stato approvato dal tavolo di lavoro "L'Italia che vogliamo", il 13 dicembre 2015, in occasione del Seminario nazionale che ha dato vita al processo costituente di Programma 101.

Il capitalismo non funziona

Il sistema capitalistico —grazie allo sfruttamento senza precedenti delle capacità produttive e creative del lavoro, all’uso sistematico delle risorse naturali, ed all’applicazione su larga scala delle nuove scoperte tecnico-scientifiche— ha prodotto progressi economici, sociali e civili senza precedenti.

Questo sistema non ha solo conservato le diseguaglianze e gli antagonismi tra le classi sociali, è segnato da una menomazione congenita: i beni vengono prodotti come merci, cioè come cose finalizzate a soddisfare la brama di profitto della esigua minoranza dei detentori di capitale, le esigenze della società nel suo insieme essendo solo un pretesto.
Mossi da questa brama i capitali, in accanita concorrenza fra loro sono costretti, ognuno per non soccombere, ad investimenti crescenti ed a sfornare merci senza limiti, a tal punto che, esssendosene prodotte troppe, esse non possono essere vendute a prezzi che consegnino il profitto atteso. Il valore economico dei capitali crolla, con la conseguenza che molte imprese chiudono i battenti, interi paesi sprofondano nel marasma, masse enormi di lavoratori gettati sul lastrico e dunque costretti ad accettare condizioni di vita miserabili. È la crisi generale, come quella il sistema conosce oggigiorno.
Ogni crisi generale accentua diseguaglianze e conflitti sociali, causa il collasso della democrazia e la nascita di regimi di tirannia, accresce la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi grandi gruppi monopolistici, accentua i contrasti tra le diverse potenze.
I fiumi di sangue e le immani distruzioni delle due guerre mondiali sono la prova provata che il sistema capitalistico è una minaccia per l’intera umanità e la vita stessa sulla terra. L’iper-finanziarizzazione dell’economia, la globalizzazione e la concentrazione della ricchezza nelle mani di poche centinaia di multinazionali, aggravano e non attenuano i conflitti all’interno delle nazioni e fra le nazioni. Un crollo generale dalle conseguenze catastrofiche è probabile. Un’alternativa di società è necessaria. Noi la chiamiamo Socialismo.

Cos’e il Socialismo?

Esso può essere racchiuso in una proposizione: “Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.
È l’idea di una società in cui il lavoro non sia una condanna alla schiavitù per valorizzare il capitale ma un’attività necessaria per vivere tutti meglio; in cui si produca e si consumi quanto basta per condurre una vita dignitosa; dove l’eguaglianza formale nella sfera politica sia sostanziale; in cui forze produttive e scienza siano orientate ad assicurare il bene comune e non i privilegi di pochi.
Quest’idea, per cui masse sterminate di uomini e donne hanno combattuto segnando nel profondo la storia, è considerata dalle classi dominanti, che hanno il monopolio dei mezzi d’informazione, come un’utopia. È invece un’idea ragionevole quella per cui i settori strategici di produzione e di scambio, oggi monopolio di una minoranza assetata di profitto, diventino proprietà pubblica e vengano amministrati e gestiti dai lavoratori associati, siano essi manuali che intellettuali.
Già oggi i grandi capitalisti, quelli che mettono il capitale, poco o niente sanno dei reali processi produttivi delle loro aziende, e nulla potrebbero senza l’ausilio del personale tecnico e amministrativo dirigente. Grazie all’enorme progresso delle tecnologie sarebbe ben possibile lavorare tutti meno e meglio. I dominanti invece fanno il contrario: usano questo progresso per ridurre i dipendenti, sfruttandoli di più e condannando masse sempre più ampie alla precarizzazione ed alla disoccupazione perpetua.
La società dev’essere concepita come una totalità organica, i diversi settori sono arti dell’unico corpo sociale, di qui la necessità che l’economia sia sottratta alle cieche leggi di mercato, con un’allocazione efficiente e giusta delle risorse, dei beni, quindi razionalmente organizzata, finalizzata a soddisfare i plurimi bisogni del genere umano, il tutto nel pieno rispetto di Madre Natura.
Alla concezione feticistica che la ricchezza consiste nell’ammucchiare denaro —che inevitabilmente implica la lotta egoistica di una minoranza a spese della maggioranza per possederne sempre di più— noi opponiamo quella per cui una società è tanto più ricca quanto più riesce ad assicurare ai cittadini una vita buona, soddisfando i loro variopinti bisogni, materiali e spirituali.

Il fallimento dei primi tentativi di passare al Socialismo

Nel secolo scorso, dopo quello russo, diversi popoli, sotto la guida di potenti partiti comunisti, si sono incamminati sulla via del socialismo. Quei tentativi, dopo enormi successi iniziali, si sono conclusi in un fallimento. Ciò non è dipeso solo dalle difficoltà legate ad ogni grande processo di trasformazione sociale, ma da alcuni errori basilari insiti nella stessa teoria politica dei comunisti, cinque spiccano sugli altri.
(1) I comunisti erano convinti che la classe proletaria possedesse un’intrinseca e spontanea vocazione rivoluzionaria, quindi la capacità di guidare il passaggio al socialismo. Questa vocazione non è invece innata, che essa si manifesti dipende dalle mutevoli condizioni storiche e sociali. Anche per il proletariato vale che davanti alle difficoltà la spinta al cambiamento si può rovesciare nel suo opposto.
(2) I comunisti erano convinti che la statizzazione integrale dei mezzi di produzione sarebbe sfociata necessariamente nella completa socializzazione e autogestione. Si è verificato invece che il potere è finito presto nelle mani di un ceto dirigente professionale che lo ha utilizzato per imporre la propria supremazia politica e sociale e difendere i suoi privilegi.
(3) I comunisti erano convinti che la pianificazione economica avrebbe non solo evitato gli squilibri tra settori economici ma, ipso facto, soppresso l’economia mercantile, producendo una crescente eguaglianza sostanziale e abolito ogni forma di oppressione e di antagonismo sociale. Abbiamo visto invece che la pianificazione può creare nuovi squilibri sociali, convivere con la produzione mercantile, causare non solo spreco e distruzione di risorse naturali e sociali, diventando un freno allo sviluppo sociale ed economico.
(4) I comunisti erano convinti che il “regime proletario” oltre che di breve durata avrebbe soppresso la stessa democrazia (“borghese”) lasciando il posto ad un regime libertario integrale e senza Stato. Invece di questa chimera esso si è pietrificato ben presto in un regime dispotico e antidemocratico.
(5) I comunisti erano convinti che una volta mutata la struttura economica della società le sovrastrutture, i modi di vita e la sfera spirituale si sarebbero adeguate pressoché automaticamente. Costumi, idee, visioni del mondo, date le loro profonde radici, hanno dimostrato invece una capacità di resistenza formidabile.

Il Socialismo che immaginiamo

Chiamiamo socialismo il sistema che si organizza e si struttura affinché gli uomini possano ridurre al minimo la durata del tempo di lavoro, accrescendo invece quello libero, affinché, al di là del riposo, egli possa dedicare questo suo tempo, una volta soddisfatti i bisogni primari, a realizzare quelli immateriali, a nutrire il suo spirito, estrinsecando le sue molteplici facoltà ed attitudini, dedicandosi infine alla cura delle faccende politiche e comunitarie.
Affinché ciò possa accadere sono necessarie tre condizioni: il massimo sviluppo delle forze produttive materiali e spirituali, ovvero il più alto grado d’automazione e informatizzazione dei processi lavorativi e della partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica; una nuova e qualitativa gerarchia dei bisogni, quindi nuove concezioni di sviluppo e di benessere, opposte a quelle oggi imperanti, consumistiche e feticistiche; e infine uno Stato che sia effettiva espressione della sovranità popolare.
Grazie a ciò sarà davvero possibile ottenere da ciascuno secondo le sue possibilità, e dare ad ognuno secondo i suoi bisogni, abolendo quindi non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma ogni forma di oppressione politica e di saccheggio delle risorse naturali.
Questo socialismo implica la proprietà pubblica dei principali settori strategici dell’economia (non quindi non l’abolizione della proprietà privata tout court) ed uno Stato che funga da sentinella del nuovo ordinamento sociale e democratico e che assicuri a tutti i cittadini non solo l’esercizio dei diritti di libertà, ma pure la fruizione di quelli al lavoro, all’istruzione, alle cure sanitarie, nonché quello ad un reddito di base universale. Non basta l’eguaglianza sul piano economico. La libertà di pensiero, di parola, di associazione politica, di stampa, di fede religiosa sono principi inalienabili della persona. Eguaglianza sociale e libertà individuali e collettive sono indissolubili.
Il socialismo che auspichiamo, contrariamente a quanto hanno utopisticamente immaginato i primi socialisti, Marx compreso, lungi dal fare sparire la democrazia la estenderà, permarrà dunque l’organizzazione statuale, come necessaria espressione politica e amministrativa della comunità.
Non si giungerà al socialismo con pochi assalti frontali. L’esperienza ci consegna numerose evidenze che esso sarà invece frutto di un lungo e difficile processo fatto di trasformazioni, successive, grandi e piccole. L’economia capitalistica non può essere abolita per decreto, così come non potranno essere soppresse dal giorno alla notte le forze mercantili. Con queste si dovrà convivere a lungo.  Per tutto un periodo, che nessuno può stabilire in anticipo, avremo quindi un’economia mista, pluralista.  Settori e forme capitalistiche coabiteranno con quelli nazionalizzati, con quelli dei beni comuni, cooperativi, nonché quelli socialisti nascenti, che cioè produrranno e si scambieranno i beni non per ricavare un profitto ma come beni diretti a soddisfare i bisogni della comunità, privandoli così della loro forma merce.
La politica avrà il posto di comando e lo Stato, grazie alla nazionalizzazione dei settori strategici dell’economia e del sistema bancario, sarà non solo regolatore ma attore economico primario. L’emissione monetaria sarà monopolio dello stato, che dovrà tendere progressivamente ad impedire che la moneta, nella forma di denaro, sia tesaurizzabile come capitale privato. Il sistema fiscale sarà progressivo, finalizzato a sostenere i comparti quali la scuola, lo sviluppo scientifico, la sanità, la tutela ambientale, il patrimonio artistico e culturale, e tutti quei cittadini inadatti al lavoro.
La pianificazione economica dovrà procedere per gradi. Pur riguardando direttamente solo i settori nazionalizzati, dei beni comuni e dei servizi, essa dovrà tendere dunque ad armonizzare e sincronizzare i diversi settori economici evitando tra essi una competizione selvaggia, tendendo al massimo equilibrio e al minimo spreco di risorse e lavoro.
Affinché programmazione e pianificazione diano il massimo dei frutti, si farà affidamento ad un articolato sistema di consultazione che dal basso salga verso l’alto, mettendo in rete le informazioni e le istanze dei cittadini, organizzati in comitati di base, sia di produttori che di consumatori. Le forme di produzione e di scambio privatistiche potranno essere vinte solo se saranno superate, solo cioè se le nuove modalità nazionalizzate e socializzate di produzione e di scambio si riveleranno al contempo più efficaci e meno divoratrici di risorse naturali ed umane.
Lo Stato di diritto sarà esteso ed assicurata la divisione tra i poteri dello Stato, con l’eleggibilità di tutte le principali cariche pubbliche, di cui quello supremo è l’Assemblea legislativa, i cui membri, eletti a suffragio universale, saranno revocabili ed eletti con sistema proporzionale. Nella sfera dei mezzi di comunicazione dovrà essere assicurata la massima pluralità.
Con la conquista del potere da parte delle masse lavoratrici inizierà una lunga “guerra di posizione”, la società sarà un campo di battaglia in cui la posta in palio sarà il futuro stesso della comunità nazionale.
Nessuna vittoria è irreversibile. Il popolo lavoratore, una volta strappato il potere, potrà mantenerlo se saprà assicurarsi, assieme al sostegno della più ampia maggioranza dei cittadini della nazione, l’amicizia e la solidarietà dei popoli di altri paesi.
Difendiamo quindi, dagli assalti dei suoi numerosi nemici, la Costituzione repubblicana del 1948 la quale, raccogliendo l’eredità delle secolari lotte democratiche contro ogni forma di tirannia politica e quelle delle classi lavoratrici per la loro definitiva liberazione sociale, rappresenta per noi, al contempo, un punto d’appoggio ed una bussola per trasformare la società.

lunedì 18 luglio 2016

GRECIA: LEZIONI STRATEGICHE DI UNA SCONFITTA di Panagiotis Sotiris

[ 18 luglio ]

Un intervento ad ampio raggio di uno dei più noti  intellettuali greci. Panagiotis non si limita a fornire una chiave di lettura degli accadimenti in Grecia, avanza proposte alle forze di sinistra. Anche di questo discuteremo al III. Forum internazionale no-euro che si svolgerà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre, e di cui Panagiotis sarà uno dei protagonisti



RICOSTRUIRE LA SPERANZA
Ripensando politiche radicali di sinistra dopo l'esperienza greca

dI Panagiotis Sotiris

L'esperienza della partecipazione di SYRIZA al governo è qualcosa che deve essere studiato con molta attenzione. In quanto primo confronto di un partito non-social-democratico di sinistra con l'esercizio del potere governativo, esso rappresenta un esempio da manuale dei deficit strategici e dei limiti della sinistra europeista e della sua incapacità di resistere alle pressioni ed ai ricatti da parte del capitale e delle organizzazioni capitalistiche internazionali.

Il nostro punto di partenza è molto semplice: la Grecia non era destinata a vedere una intera sequenza di lotte e aspirazioni collettive finire nella sconfitta e nella disperazione con un governo guidato da un presunto partito di sinistra che  ha portato le stesse politiche neoliberiste aggressivamente dettate dalla Troika. Al contrario, la Grecia offre ancora un modo per ripensare la possibilità di un rinnovamento della strategia di sinistra a patto che si cerchi davvero di pensare alla possibilità di rotture.
Panagiotis (terzo da sinistra) è stato tra i promotori del
II. Forum internazionale no-euro svoltosi ad Atene nel giugno 2015

Per capire questo, dobbiamo, prima di tutto, pensare alla estensione e alla profondità delle trasformazioni politiche e ideologiche in Grecia in tutto il periodo del Memorandum. In primo luogo: la crisi greca non era solo una manifestazione locale della crisi economica globale. In realtà, è stata la combinazione della crisi globale, della crisi dell'architettura monetaria, finanziaria e istituzionale della zona euro, e della crisi del peculiare “modello di sviluppo” greco, basato sul credito a basso costo, i finanziamenti della Ue, il turismo, e le faraoniche e inutili opere pubbliche come quelle per gli stadi per le Olimpiadi del 2004. Questo combinato disposto ha accentuato sia le contraddizioni della società greca che quelle della “integrazione europea” e ha reso evidente che non vi era più modo di tornare indietro.

Per il capitale e le forze sociali greche dominanti, come pure per le forze dominanti all'interno della Ue, questa crisi è stata considerata l'occasione per un imporre un “cambiamento di paradigma” alla società greca e un modo per sbarazzarsi di tutti i compromessi che erano stati precedentemente effettuati a favore di le classi subalterne. Tuttavia, questo sforzo ha portato a una sequenza di proteste e contestazioni senza precedenti nella recente storia greca, soprattutto nel periodo 2010-12, ma anche in seguito, espressosi in grandi battaglie come la lotta in difesa della televisione pubblica (ERT) e, naturalmente, quella del referendum del 5 luglio culminata nel voto massiccio a favore del NO. Queste lotte non erano solo l'espressione di rabbia e di protesta; erano anche il catalizzatore di un processo più ampio di convergenza tra i diversi segmenti delle classi popolari. Questo è stato particolarmente evidente nel 2011 con il Movimento delle Piazze che ha riunito classe operaia, giovani, gli strati nuovi e tradizionali della piccola borghesia, intellettuali ecc. Se dovessimo dirla in termini gramsciani potremmo dire che abbiamo assistito alla nascita di un potenziale nuovo “blocco storico” tra le classi lavoratrici, le forze della cultura e quelle della conoscenza. Inoltre, questo processo che ha combinato il brusco e negativo cambiamento sociale e la partecipazione di massa in una sequenza quasi insurrezionale di lotte, ha avuto anche un aspetto ideologico “catartico”, nel senso di una generale radicalizzazione e di ricerca di alternative radicali. Il popolo era disposto a riconsiderare tutto ciò che era stato dato per scontato ed a mettere in discussione tutti i principi centrali del discorso dominante, dal neoliberismo ai protocolli greci per l’integrazione europea.
Atene, giugno 2015: la delegazione internazionale durante la
manifestazione conclusiva del II. Forum internazionale no-euro

È ovvio che questa particolare congiuntura chiedeva alla sinistra un profondo ripensamento della propria strategia. Per la prima volta dal 1970 le forze della sinistra radicale erano poste davanti al problema del governo e, in generale, del potere politico e dell'egemonia. Ciò è avvenuto dopo un lungo periodo in cui la sinistra radicale poteva pensare solo a resistere ed a movimenti che non ponevano la questione del  potere. Tuttavia, fare i conti con queste domande richiede la riapertura del dibattito sulla strategia socialista e come combinare le misure necessarie per porre fine immediatamente alla devastazione sociale con profonde trasformazioni sociali e politiche.

Inoltre, la questione del potere politico ha aperto una questione di più ampia portata. Come già accennato la crisi greca era anche la crisi della “grande strategia” della borghesia greca, vale a dire la partecipazione della Grecia nel più ampio processo di integrazione europea e, in particolare della zona euro. L’adesione alla Ue ed alla zona euro ha esposto l'economia greca a pressioni competitive che hanno portato alla erosione della base produttiva del paese. Allo stesso tempo questa è stata anche una strategia di classe della borghesia greca per promuovere la ristrutturazione capitalista e spostare i rapporti di forza a favore del capitale. Ciò significa che non ci può essere altro modo per una soluzione progressiva e democratica alla crisi greca che la rottura con l'Eurozona e il neoliberismo incorporato nei trattati della Ue. Questo ha anche a che fare con la questione democratica. L'architettura istituzionale della Ue, con il suo neoliberismo costitutivo, il suo disprezzo per il processo democratico e la diffidenza verso la volontà popolare, insomma la sua logica di sovranità limitata e il trasferimento di autorità alla burocrazia non eletta della Ue, significa che la riconquistare la democrazia significa oggi anche rivendicare la sovranità rispetto alla zona euro ed all l'Unione europea. L'euro in particolare, è ora più evidente che mai, non è solo una moneta; si tratta di una strategia di classe del capitale mondializzato e delle forze dominanti all'interno della Ue. E le cose potrebbero solo peggiorare con l'ulteriore attuazione della logica di “governance economica europea”, che è la logica del controllo dei bilanci nazionali da parte delle autorità comunitarie, la messa in atto di “freni automatici" e la penalizzazione del deficit di bilancio. In questo senso, ciò che sta accadendo in Grecia con il Memorandum come forma estreme di vigilanza disciplinare e autoritaria dell'economia greca, non è l'eccezione l’anteprima della “nuova normalità” europea, il pieno dispiegamento della logica dell’integrazione europea.

Alla luce di quanto sopra, è palese come fosse giunto il momento per la sinistra radicale di sbarazzarsi dell’europeismo di sinistra che per molti aspetti ha causato e causa l’incapacità di immaginare politiche radicali. La ripetizione incessante della necessità di “cambiare l'Europa dal di dentro” e le fantasie di “un altro euro e un’altra Bce”, quando in realtà tutto sta a indicare che la direzione è quella opposta, è stata la “via maestra” per la piena integrazione della sinistra nella logica dominante del capitale. L’europeismo di sinistra è, allo stesso tempo, la condensazione e il catalizzatore della crisi strategica della sinistra europea.
Atene, giugno 2015: un momento della manifestazione
conclusiva del II. Forum internazionale no-euro

Allo stesso tempo, la questione del potere politico è anche il problema dello Stato. Lo stato capitalista non è un'istituzione di classe neutra e non è uno strumento da utilizzare a piacimento. Lo Stato capitalista è la personificazione di strategie di classe e dell'egemonia capitalistica. Di conseguenza, non può essere semplicemente utilizzato dalle classi subalterne. Inoltre, la strategia neoliberista dominante di ristrutturazione capitalistica e gli imperativi dell’integrazione europea sono inscritti geneticamente nei suoi assetti istituzionali. Inoltre, la questione dello Stato porta in primo piano la questione di come contrastare la logica sempre più autoritaria e antidemocratica incorporata nello stato neoliberista e nelle istituzioni europee. Ciò significa che ogni discorso di sinistra radicale sulla questione del potere non deve limitarsi al potere governativo nel rispetto dei limiti della “legalità” neoliberista esistente, ma dovrebbe anche basarsi sulla forza dei movimenti sociali e le loro richieste, sulle forme di potere dal basso. In caso contrario, sarà sconfitto e costretto a capitolare.

Tutto questo significa che ci sono, nel caso di un’ascesa al governo da parte della sinistra radicale, due necessità inderogabili con cui fare i conti:
(A) a ripensare il programma di transizione, sia nel senso delle rotture necessarie con la zona euro, la Ue ed il meccanismo del debito, ma anche nel senso di un processo di profonda trasformazione sociale in senso socialista, e

(B) a ripensare il potere politico, sotto forma di una versione moderna di una strategia di “dualità di poteri” che unisca il potere governativo con forti movimenti autonomi “dal basso”.

Tuttavia, nonostante queste necessità, che erano più che evidenti fin dall'inizio, la direzione di Syriza ha scelto la strada opposta. Da un lato, per quanto riguarda la direzione politica generale, invece di una strategia di rottura e la preparazione per l'uscita dalla zona euro e la riconquista  della sovranità monetaria, la direzione ha puntato alla  rinegoziazione entro il perimetro della strategia dominante della Ue ed entro la logica del Memorandum, mirando, nel migliore dei casi, ad una “austerità dal volto umano”, ciò che fu reso evidente coi timidi obiettivi del “programma di Salonicco” del 2014. Inoltre, Syriza, si era preclusa dall'inizio ogni idea di rottura con la zona euro con l'obiettivo, invece, di "persuadere" i creditori della Grecia per un allentamento di austerità e una qualche forma di ristrutturazione del debito. Di fronte alla ricatto aperta della Troika UE-FMI-BCE, la direzione di Syriza ha iniziato a fare delle concessioni, come nel 20 febbraio 2015, un accordo che ha aperto la strada alla resa completa ed alla capitolazione del luglio 2015, ciò nonostante la plateale sfida da parte delle classi subalterne nel referendum del 5 luglio. Passo dopo passo, Syriza, ha accettato la logica di austerità, di privatizzazioni e della riforma delle pensioni, con la marcia indietro su questioni come la politica educativa e l’abrogazione delle “riforme” del lavoro già in atto. Inoltre, quando il governo guidato da SYRIZA ha affrontato il ricatto aperto della UE e della BCE, prima e dopo il referendum, in un momento in cui l'uscita immediata dalla zona euro era effettivamente non solo urgente ma anche politicamente possibile, il gruppo dirigente di SYRIZA è giunto alla conclusione che qualsiasi strategia di rottura era impossibile e pericolosa. Di conseguenza, ha optato per la piena capitolazione alle richieste della Troika e accettato un ancora più aggressivo Terzo Memorandum. Il risultato è stato la completa trasformazione di SYRIZA in un partito pro-austerità, pro-memorandum, e pro-UE, attuando le politiche neoliberiste aggressive dettate dalla troika. Le proposte di legge neoliberiste per una riforma del lavoro, l’austerità fiscale aggressiva, le proposte tecnocratiche per la riforma dell'istruzione, l'accelerazione delle privatizzazioni, lo smantellamento dell'istruzione pubblica e della salute pubblica attestano questo. Lo stesso si può dire per l'accettazione cinica dell’accordo Ue-Turchia, dove il governo greco ha completamente ceduto alla pressione attuando misure autoritarie anti-rifugiati (deportazioni forzate, centri di detenzione, ecc) in cambio di una vaga promessa di avere qualche minimo allentamento dell'austerità.

Allo stesso tempo, il governo guidato da Syriza, al pari dei governi precedenti,  ha continuato nella stessa direzione per quanto riguarda il funzionamento dello Stato. Dal ricorrere alla violenza della polizia contro i manifestanti, all’evitare eventuali cambiamenti reali nel funzionamento della giustizia o dell’amministrazione pubblica. Inoltre, l'accettazione della logica della “Fortezza Europa” per quanto riguarda la crisi dei rifugiati ha significato anche una svolta autoritaria. Allo stesso tempo, le dichiarazioni sula “lotta alla corruzione” non hanno portato ad alcun serio scontro con il grande capitale, ma solo ad un riarrangiamento dei rapporti con le grandi imprese ed i grandi media. In questo senso, c'è poca differenza tra la pratica del governo SYRIZA ed i governi precedenti, ciò che è in linea con una tendenza più ampia, vale a dire lo svuotamento della sovranità: ogni processo decisionale e legislativo, il pieno controllo dell’economia greca trasferiti nelle mai della UE, del FMI e della BCE.

Tuttavia, denunciare la capitolazione, la resa e la mutazione neoliberista di SYRIZA non è sufficiente. Ciò che è importante è anche trarre da questa vicenda alcune decisive lezioni, che valgono per tutta la sinistra radicale in Europa. Ma per farlo dobbiamo sbarazzarci di alcuni malintesi sella situazione greca.
Atene, giugno 2015: Panagiotis interviene all'atto conclusivo
della manifestazione del II. Forum internazionale no-euro

In primo luogo, è del tutto evidente che non c'è nulla di progressivo nella direzione e nella politica di SYRIZA e il governo SYRIZA-ANEL. Pertanto, considerarlo come un esempio di “governo progressista”, come ad esempio fa la direzione del Partito della Sinistra Europea insieme con le dirigenze dei numerosi partiti di sinistra in Europa, porta solo alla confusione e all'identificazione della sinistra con le politiche autoritarie neoliberiste. I legami crescenti tra Syriza e il Partito dei socialisti europei e, in generale, la svolta verso governi e partiti apertamente neoliberali e “socialdemocratici” lo dimostrano.

In secondo luogo, sarebbe altrettanto erroneo trarre la conclusione che la capitolazione di SYRIZA è la prova che è impossibile avere una forma di governo radicale in un paese come la Grecia, o che ogni tentativo in direzione di potere governativo porterà alla sconfitta e alla resa, a causa della mancanza di una “situazione rivoluzionaria”. Questa è una posizione di sinistra classica, sostenuta in Grecia sia dal Partito Comunista di Grecia (Kke) che da alcuni segmenti della sinistra anticapitalista. Si tratta è in realtà di una posizione molto conservatrice, perché non tiene conto della profondità della crisi politica in Grecia e delle dinamiche esplosive dei movimenti sociali e della domanda di un  cambiamento radicale. Inoltre, facendo dipendere la possibilità di cambiamento da un “idelatipo” di situazione rivoluzionaria e di partito rivoluzionario, è come se si cercasse di una scusa per non prendere atto della dinamica  reale e della congiuntura.

Di conseguenza è sbagliato dire che l'unico risultato possibile sarebbe stata ciò che c’è stato o qualcosa del genere, o che la politica della SYRIZA era l'unico orizzonte storico possibile.

Tuttavia, porsi davvero la questione del potere e dell'egemonia poggia su determinati requisiti.

In primo luogo, è necessario ripensare il rapporto dialettico tra movimento politico e movimenti sociali. Se vogliamo evitare di pensare semplicemente in termini elettorali —cioè in termini di rappresentare elettoralmente il malcontento della società— dobbiamo renderci conto che un movimento politico forte, con forme estese di auto-organizzazione, di solidarietà, di autogestione e di  coordinamento dal basso, è più che mai necessario. Le forme più recenti di protesta dagli Indignados spagnoli, al  movimento greco delle “piazze” e, più recentemente, al movimento francese “Nuit debout”, offrono esattamente questi esempi, questa sperimentazione di forme di potere e di democrazia dal basso. Lo stesso vale per le nuove forme di democrazia dal basso e di coordinamento che emergono nei movimenti e anche i nuovi principi di deliberazione politica e decisionale come “una testa un voto”, il tentativo di trovare nuove sintesi. Inoltre, le nuove forme di pratiche di solidarietà nei movimenti sono anche da prendere in considerazione non solo come espressioni della domanda per sbarazzarsi di relazioni sociali mercificate e di sfruttamento, ma anche come lezioni sulle nuove forme di organizzazione sociale.

In secondo luogo, abbiamo bisogno di fronti politici che si muovano oltre il modello elettorale tradizionale. Abbiamo piuttosto bisogno di nuovo “processo costituente” per rifondare la sinistra, punti di incontro per le diverse esperienze, forme di militanza, sensibilità, tradizioni di lotta, e laboratori di nuovi programmi, nuove alternative e nuove forme di intellettualità politica di massa. Ciò richiede una rottura con le forme tradizionali parlamentari e burocratiche di pensare, nuove pratiche politiche, lasciandoci alle spalle le forme tradizionali elettoralistiche di  “comunicazione politica”.

In terzo luogo, abbiamo bisogno di ripensare il programma di transizione come una strategia di recupero di sovranità e di controllo democratico contro la zona euro, l'Ue e in generale contro la violenza sistemica del capitale internazionalizzato; allo stesso tempo avviando un profondo processo di trasformazione sociale, basato sulla proprietà pubblica, l’auto-gestione e la pianificazione democratica e partecipativa, come un processo di sperimentazione basato sul popolo di lotta, in un orizzonte radicale e socialista. L’uscita dall'euro e dall'Unione europea non deve essere considerata solo un passo verso una condizione macroeconomica più favorevole; gli effetti pervasivi dell’integrazione europea e dei suoi devastanti  risultati sulla base produttiva della società rendono l’orientamento socialista, una necessità e non un lusso, in contrasto con il riformismo tradizionale e l’economicismo della sinistra. In questo senso, è anche indispensabile ripensare il socialismo al di là sia socialdemocrazia che del socialismo burocratico di stato, che significa ripensare il socialismo come un processo di transizione, pieno di conflitti e lotte al fine di ampliare le "tracce di comunismo” già latenti nelle aspirazioni e richieste collettive di una organizzazione sociale liberata del dominio del capitale.

In quarto luogo, abbiamo bisogno di andare al di là di ogni concezione dello Stato come strumento neutro. Gli stati capitalisti contemporanei, in particolare all'interno dei processi d’integrazione, come l'Unione europea, che si basano su forti cessioni di sovranità, portano i segni delle strategie neoliberiste più aggressive. Una nuova forma di governo della sinistra radicale deve iniziare con profonde trasformazioni dello Stato, per mezzo di un processo costituente, al fine di agevolare nuove forme di democrazia, di controllo operaio e di restrizioni sulle attività del capitale. Allo stesso tempo, deve essere basarsi sulla forza dei movimenti autonomi che devono essere indipendenti dello Stato e sempre incalzanti per cambiamenti radicali. In caso contrario, la logica neoliberista e capitalista, già inscritta nella configurazione materiale dello Stato e nelle reti istituzionali dei processi decisionali, prenderà il sopravvento.


In sintesi, la lezione fondamentale da imparare dall'esperienza greca è che siamo entrati in un periodo in cui crisi sociale e politica e l'emergere di grandi movimenti, possono aprire la strada ad un radicale cambiamento sociale e politico. Ciò richiede un nuovo incontro tra forze radicali di sinistra, movimenti sociali e teoria radicale, al fine di facilitare il processo di rifondazione e non solo di riconfigurazione della sinistra».

* Fonte: EReNSEP
** Traduzione a cura della redazione di SOLLEVAZIONE

domenica 11 ottobre 2015

LA FAVOLA CHE LA TECNOLOGIA CI LIBERERÀ DAL CAPITALISMO di Lelio Demichelis

[ 11 ottobre ]
«Il nesso tecnologia/capitalismo è tornato recentemente alla ribalta, interpretato in termini ottimistici, nel fortunato libro di Paul Mason, "Postcapitalism" (che a breve uscirà anche in Italia). L'errore è pensare che la tecnologia abbia il potere di liberarci dal capitalismo. È piuttosto il contrario: è la tecnologia che permette al capitalismo di sopravvivere ai suoi problemi.»


E’ arrivato un nuovo profeta che promette un postcapitalismo meraviglioso, umano, collaborativo, intellettuale, gratuito. Un postcapitalismo che sta nascendo dal capitalismo stesso e che, come il proletariato di Marx cancellerà questo capitalismo e ci porterà gioia, felicità, condivisione libera, la liberazione dalla fatica, eccetera eccetera. 

Perché si compia il passaggio al postcapitalismo basta confidare nella potenza rivoluzionaria e salvifica delle nuove tecnologie, confidare nel loro potere liberatorio e liberante nonché libertario, nella loro capacità di diffondere nuovi modi di lavorare e di consumare liberando il tempo dal lavoro e permettendo a noi mortali attività in rete finalmente libere e quindi non capitalistiche. Basta credere che il web sia la nuova fabbrica e che svolga la stessa funzione delle fabbriche del XIX° secolo e che il suo proletariato digitale, diverso da quello industriale perché più informato e più connesso, possa abbattere questo capitalismo.


Tutto bello e affascinante. 
Dimenticando però che se il vecchio proletariato —che era classe in sé ma anche per sé avendo una propria coscienza di classe capace di fare contrasto al capitalismo— è stato ormai in-corporato nel (è parte del corpo politico e culturale del) sistema capitalista, si è progressivamente sciolto nel capitalismo e ne condivide l’egemonia, questo proletariato digitale è nato invece già antropologicamente capitalista, non ha alcuna idea di una possibile alternativa, ha assunto in sé l’imperativo della propria integrazione nel sistema (il dover essere connessi) e pur essendo forse ancora classe in sé (mai così tanti lavoratori precari, della falsa conoscenza, della sharing economy, taylorizzati e fordizzati in rete o uberizzati ovunque) non è classe per sé né potrà mai esserlo perché incapace di una coscienza comune e di una progettualità politica alternativa (perché è ormai convinto che: non ci sono alternative) in quanto ciascun componente di questo metaforico proletariato digitale è stato ormai separato, isolato dagli altri e messo in competizione con gli altri. Difficile immaginare la realizzazione di un postcapitalismo se ormai l’essenza della stessa società è il capitalismo più la tecnica. Difficile immaginare un’alternativa se ogni giorno il sistema ci educa ad essere capitalisti, se la rete stessa è oggi diventata puro capitalismo (in versione non 2.0 ma 0.0).

Eppure oggi circola questa nuova versione aggiornata – da Paul Mason, autore di quel Postcapitalismo che sta occupando le pagine di media pronti a dare voce ai tecno-entusiasti sempre e comunque e mai abbastanza —della vecchia favola del postcapitalismo che verrà. 


In realtà, leggendo Mason —che pure offre proposte decisamente interessanti e intriganti, come un mondo senza mercato, i banchieri centrali eletti democraticamente, il potere nelle mani della società civile, un reddito di cittadinanza, l’azzeramento (o quasi) del tempo di lavoro, la produzione di macchine beni e servizi a costi marginali nulli— sembra di fare un salto indietro nel tempo, a quando la rete era agli inizi ma già dimostrava la sua sconfinata potenza nel produrre retoriche per sé e per la sua accettazione di massa; a quando la rete era soprattutto una macchina capace di generare uno sconfinato e inarrestabile storytelling capace di abbattere ogni pensiero critico, ogni analisi razionale, ogni anticonformismo tecnologico; a quando la rete si trasformava da mezzo di comunicazione in mezzo di connessione di ciascuno nella rete, in modi simili alla vecchia catena di montaggio anche se globali e virtuali.

Leggere Mason fa l’effetto di un tempo che si è bloccato alle promesse della new economy degli anni ’90 del secolo scorso (che favoleggiava di fine dei fastidiosi cicli economici, prometteva la liberazione dalla fatica e un lavoro immateriale e intellettuale per tutti), alla fine del lavoro (1995) e all’Era dell’accesso (2000) di Rifkin, alla Wikinomics di Tapscott e Williams (2007), al Punkcapitalismo di Matt Mason (2009), passando per l’Howard Rheingold della Rete che ci rende intelligenti (2012), al Rifkin (ancora) della Società a costo marginale zero (2014), ovvero all’internet delle cose, all’ascesa del commons collaborativo e quindi dell’eclissi del capitalismo.

Senza dimenticare Negri e Hardt del Comune (2010). Per non citare che alcuni dei componenti di questo variegato mondo di profeti, di guru del post, abili nell’immaginare il nuovo regno di Dio-tecnica in terra, ma incapaci di fare preliminarmente una doverosa e foucaultiana archeologia dei poteri e dei saperi dominanti nelle società tecno-capitaliste. Quindi, incapaci di vedere come la soluzione da loro proposta per arrivare al postcapitalismo —più tecnologia che, da sola permetterebbe condivisione e libera circolazione delle idee— sia in contraddizione con l’essere la tecnologia ormai strettamente integrata al capitalismo (sono una cosa sola), la tecnologia permettendo al capitalismo di sopravvivere alle sue contraddizioni, il capitalismo essendo la benzina che permette alle nuove tecnologie di essere ciò che sono.



Paradossale è dunque immaginare che quella tecnologia che sostiene il capitalismo e che lo ha reso globale (e globale e totalitaria la sua evangelizzazione) e che si serve del capitalismo per accrescere se stessa, possa giocare contro se stessa liberando se stessa (e gli uomini) dal capitalismo che la sostiene.

Curioso: le ideologie o le religioni secolari del ‘900, che credevamo morte, sono in realtà più vive che mai e producono incessantemente nuove favole collettive, nuovi tecno-fideismi/tecno-integralismi che si offrono per dare un senso a un mondo apparentemente senza senso perché liquido, in realtà pesantissimo di connessioni obbligatorie, di incessanti pedagogie di adattamento non solo al mercato quanto alle nuove tecnologie. Che come le nuove tecnologie di vent’anni fa ci affascinano e ci promettono molto e continuamente cediamo alla loro richiesta di fede. Sanno di non avere mantenuto le promesse (meno lavoro, meno fatica, più libertà) e provano a rinnovare la promessa, chiedendoci di recitare nuovamente il loro Credo.  

Ma cosa scrive Paul Mason, giornalista economico di simpatie laburiste, autore di libri di successo e ora di questo Postcapitalism, in uscita in traduzione italiana nei prossimi mesi? Che il capitalismo finanziario di questi ultimi anni —erede di quello industriale e di quello mercantile— avrebbe i giorni contati, posto che i mutamenti portati dalla rivoluzione informatica determinerebbero una modifica sostanziale dei modi di produzione e di consumo, metterebbero in discussione il sistema basato sulla legge della domanda e dell’offerta, della proprietà e dello scambio e lascerebbero progressivamente spazio ad una economia basata su tempo libero, attività in rete e gratuità.

Scrive Mason: 
«La tecnologia ha creato una nuova via d’uscita. Quello che resta della vecchia sinistra —e di tutte le forze che ne sono state influenzate— si trova di fronte a una scelta: imboccare questa strada o morire. Il capitalismo non sarà abolito con una marcia a tappe forzate ma grazie alla creazione di qualcosa di più dinamico, che inizialmente prenderà forma all’interno del vecchio sistema, passando quasi inosservato, ma che alla fine aprirà una breccia, ricostruendo l’economia intorno a nuovi valori e comportamenti. Lo chiameremo postcapitalismo».
Questo processo sarebbe già iniziato, grazie a tre grandi cambiamenti:

1) le nuove tecnologie «hanno ridotto il bisogno di lavoro, rendendo meno netto il confine tra lavoro e tempo libero e meno stringente il rapporto tra lavoro e salario». 

Vero, ma questo non ha liberato il lavoro, semmai lo ha reso indistinguibile dalla vita (quindi siamo meno liberi), ha moltiplicato ritmi e intensità del lavorare e ha favorito forme di lavoro e di sfruttamento (quasi) senza retribuzione mentre, cancellando la distinzione tra vita e lavoro (effetto diretto delle nuove tecnologie) ha prodotto una società a mobilitazione tecno-economica totale e permanente;
2) l’informazione «sta erodendo la capacità del mercato di determinare i prezzi in modo corretto. I mercati si basano sulla scarsità, mentre l’informazione è abbondante. Il meccanismo di difesa del sistema è formare monopoli —le grandi multinazionali tecnologiche di oggi— su una scala che non ha precedenti negli ultimi duecento anni. Ma questo non può durare (…) perché contrasta con il bisogno fondamentale dell’umanità di usare le idee liberamente». Assolutamente falso: il mercato sa benissimo come determinare i prezzi in modo corretto (per i propri profitti), grazie a delocalizzazioni, precarizzazione, sfruttamento, espropriazione della conoscenza altrui e condivisa, taylorismo digitale e rete e usa proprio le nuove tecnologie per farlo, come è altrettanto falso credere che l’informazione e la conoscenza siano abbondanti (siamo piuttosto in una società della semplificazione, non della conoscenza), la conoscenza e l’informazione sono sempre meno libere e sempre più controllate dai motori di ricerca, oltre ad essere fonte (Big Data) di alti profitti per pochi, mentre monopoli sempre più grandi sono sempre più grandi proprio perché noi permettiamo loro di esserlo sempre di più e perché è nella natura di un capitalismo non controllato;
3) stiamo assistendo «a una crescita spontanea della produzione condivisa: nascono beni, servizi e organizzazioni che non rispondono più ai principi del mercato e della gerarchia manageriale»; 
ma anche questo è falso, ormai il mercato è ovunque e in ogni relazione umana (il neoliberismo vive in ognuno di noi come una consolidata disciplina dentro una consolidata biopolitica), il lavoro è sempre più merce e sempre più sfruttato —a meno di considerare produzione condivisa la sharing economy, l’uberizzazione del lavoro, il dover essere imprenditori di se stessi. 
Certo, ancora Mason: «Quasi inosservati, nelle nicchie e negli angoli più nascosti del sistema di mercato, interi settori economici stanno cominciando a prendere un’altra strada. Monete parallele, banche del tempo, cooperative e spazi autogestiti sono spuntati come funghi»;
ma in verità sono anni che ci raccontiamo questa bella storia e ciò che è nascosto e inosservato resta nascosto o ai margini, non riesce a scalfire la potenza di fuoco del tecno-capitalismo, oppure si fa parte del sistema come le banane del commercio equo e solidale al supermercato. Intanto i beni comuni vengono aggirati dalle logiche di mercato (come in Italia per l’acqua, nonostante il referendum) e la sharing economy è comunque sotto forma di impresa e agisce secondo il mercato, socializzandolo.

Mason si rifà a Marx e al suo Frammento sulle macchine, all’idea di un intelletto generale, 
«una sorta di mente collettiva collegata attraverso la conoscenza sociale, in cui ogni progresso va a beneficio di tutti. In breve, Marx ha immaginato qualcosa di molto simile all’economia dell’informazione in cui viviamo oggi. E aggiunge che la sua venuta farà saltare in aria il capitalismo». 
Ma è evidente —dovrebbe essere evidente— che l’intelletto generale di Marx non è qualcosa di simile all’economia dell’informazione e soprattutto non farà saltare in aria il capitalismo proprio perché l’economia dell’informazione e della conoscenza è basata anch’essa sulla suddivisione/individualizzazione del lavoro e poi sulla sua integrazione/totalizzazione in qualcosa che è sempre e comunque alienato dal lavoratore stesso e alienante il lavoratore, sia esso uberizzato o lavoratore della conoscenza e dell’informazione.

Ci vuole ben altro, allora, per uscire dal tecno-capitalismo. Occorre una destrutturazione di tutti i meccanismi eteronomi e anti-democratici di messa al lavoro degli uomini (mercato e tecnica); una liberazione dai vincoli di connessione (di rete e mercato) e di alienazione; un anticonformismo digitale;  una laicizzazione della società contro l’integralismo religioso del tecno-capitalismo; una separazione netta (ma decisa dagli uomini, non dalle macchine posto che la loro logica è quella dell’uso esaustivo del tempo e della produttività da accrescere sempre e comunque), tra tempi di vita e tempi di lavoro. Ma occorre soprattutto una riconsiderazione radicale (un rovesciamento) dei rapporti tra economia (che deve tornare ad essere un mezzo) e società (che deve tornare ad essere il fine).

Bibliografia essenziale

Demichelis L. (2015), La religione tecno-capitalista, Mimesis, Milano.
Formenti C. (2011), Felici e sfruttati, Egea, Milano.
Hardt. M.- Negri A. (2010), Comune. Oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano.
Ippolita (2014), La Rete è libera e democratica. Falso!, Laterza, Roma-Bari.
Mason M. (2009), Punkcapitalismo, Feltrinelli, Milano.
Mason P., Postcapitalismo (in uscita da il Saggiatore nel 2016)
Morozov E. (2014), Internet non salverà il mondo, Mondadori, Milano.
Rampini  F. (2014), Rete padrona, Feltrinelli, Milano.
Rheingold  H. (2013), Perché la rete ci rende intelligenti, Cortina, Milano.
Rifkin J. (1995), La fine del lavoro, Baldini&Castoldi, Milano.
Rifkin J. (2000), L’era dell’accesso, Mondadori, Milano.
Rifkin J. (2014), La società a costo marginale zero, Mondadori, Milano.
Tapscott  D. (2011), Net generation, FrancoAngeli, Milano.
Tapscott D. - Williams A. D. (2007), Wikinomics, Rizzoli-Etas, Milano.
(8 ottobre 2015)

* Fonte: Micromega

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