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mercoledì 1 maggio 2019

VENEZUELA EVVIVA!

[ 1 maggio 2019 ]

Nel giorno della festa (al) lavoro l'attenzione si concentra su quanto sta davvero accadendo in Venezuela.
La sbandierata "rivolta finale" per adesso sembra solo una pagliacciata: il tentativo di golpe pare infatti miseramente fallito — ciò che complica i piani americani per istigare un'aggressione militare esterna.
Tuttavia, all'unisono, la stampa italiana di destra e di "sinistra", non solo inneggia a Guaidò, ma tenta di dipingere la pagliacciata come un evento titanico.

Sentite cosa scrive il bellimbusto Federico Rampini (che troppi amici tengono purtroppo in considerazione!) sulla prima pagina di Repubblica di questa mattina:
«Blindati "socialisti" contro civili indifesi: dopo Budapest '56, Praga '68, Tienanmen '89, si rischia un orrido remake a caracas. Un regime che si dice di sinistra maneggia la forza militare per reprimere il suo popolo».

Riportiamo due cose dell'ultima ora.

Qui sotto quanto scriveva ieri Pino Arlacchi da Caracas. Infine un comunicato del Movimento boolivariano che conferma il fallimento della spallata di Guaidò.



SONO A CARACAS IN MEZZO AL MINIGOLPE...RAGAZZE IN TIRO ANTICOMUNISTA E MARCE CON FINALE GASTRONOMICO 


Eccomi qui, nel mio albergo proprio di fronte alla base militare La Carlota (mai occupata dai golpisti) e vicino a Piazza Altamira, luogo simbolo della destra estrema dei « guarimbas », le squadre dei bulli dei quartieri alti che assaltano i cortei popolari picchiando, bruciando e sparando.

La hall è attraversata da gruppi di giovani in perfetta tenuta da manifestazione antiMaduro: jeans Lévis, trasparenze Armani, scarpe Nike, gioiellini con i colori nazionali.

Ragazze ‘in tiro’ da grandi occasioni, un tuffo in piscina e poi il brivido antichavista mano nella mano con il boyfriend con rosario al collo, deciso a menare i comunisti in nome di Dio e di Trump.

Tutto questo a un orario ragionevole,dopo le 10. Perché il golpe era programmato per un’ora pericolosamente prematura del mattino, e alle 8,30 si era già afflosciato, trasformandosi nella solita parata prefestiva. Guaidó e il suo compare Lopez, liberatosi senza troppo sforzo dagli arresti domiciliari all’italiana inflittigli dalla feroce dittatura, invitano tutti a confluire in piazza Altamira per poi marciare sul centro dell’inferno criminale: il palazzo Miraflores sede della Presidenza e del narcotraffico mondiale.

Mi viene in mente il ritratto al vetriolo di Emilio Lussu sulla «marcia su Roma e dintorni» dei fascisti della prima ora.

I proprietari dei ristoranti di Caracas est - i Parioli della capitale -partecipano diligentemente alla marcia trionfale ma poi si dileguano perché si preannuncia una serata alla grande: abbiamo combattuto, facciamo un gran cenon!

CARACAS, ore 17:30 del 30 aprile: COMUNICATO BOLIVARIANO


«Informiamo la comunità internazionale che il governo costituzionale del presidente Nicolás Maduro, con il sostegno di ogni istituzione democratica statale e della società venezuelana in generale, ha sconfitto un nuovo tentativo da parte di potenze straniere di provocare confusione e disordini nel territorio nazionale.

Nelle prime ore del giorno, un gruppo di deputati dell'Assemblea nazionale e un piccolo gruppo di militari di basso rango, si sono piazzati su un ponte nella parte orientale di Caracas e hanno fatto appello a un'insurrezione militare che è stata ignorata dalle forze dell'ordine pubblico, compreso il gruppo iniziale di personale militare di stanza lì, che da allora ha dichiarato di essere stato ingannato da uno dei suoi ufficiali superiori.

Questa operazione mediatica di destabilizzazione si è basata sulla complicità immediata dall'estero del Presidente della Colombia, il Presidente dell'Argentina, il Presidente del Brasile, il Presidente del Cile, il Presidente di Panama, il Presidente del Paraguay, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo, Il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca John Bolton, il senatore degli Stati Uniti Marco Rubio, il presidente del Parlamento europeo e il segretario generale dell'OSA, i quali in modo interventista e criminale hanno fatto appello pubblico affinché le forze militari venezuelane disobbedissero ai loro legittimi comandanti e quindi promuovere il caos nazionale.

Il governo costituzionale del presidente Nicolás Maduro ha agito rapidamente, isolando il focolaio del disordine pubblico, con la massima attenzione alla salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali del popolo venezuelano, prevenendo la maggioranza innocente, che ha il diritto di vivere in democrazia e in pace. In questo modo, il presidente Nicolás Maduro ha dimostrato ancora una volta che il suo governo è il garante fondamentale della pace e dell'ordine legittimo e costituzionale in Venezuela.

Questo nuovo tentativo da parte di potenze straniere di scatenare una guerra civile, aprire le porte a un intervento militare dall'estero e imporre un governo fantoccio nel nostro paese fallito; è diventato evidente che questo piano non ha radici nella società venezuelana. La maggioranza assoluta della nostra gente vuole vivere in pace e con il pieno esercizio della propria sovranità, indipendenza e diritto all'autodeterminazione.

A seguito dell'isolamento del suddetto focolaio, il paese è in totale normalità su tutto il territorio nazionale. Il presidente Nicolás Maduro ha adottato le misure necessarie per garantire la sicurezza e il diritto alla pace della nostra gente. Le istituzioni avranno il compito di assicurare che lo stato di diritto prevalga in questa situazione in cui si è  tentato, con mezzi violenti, di alterare la tranquillità della nazione.

Chiediamo alla comunità internazionale di respingere questo violento tentativo promosso dalle potenze straniere di distruggere l'ordine costituzionale in Venezuela e avvertiamo che questa nuova modalità di intervento aperto negli affari interni del Venezuela viola flagrantemente gli scopi e i principi sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e le norme del diritto internazionale, mettendo allo stesso tempo a rischio la pace e la sicurezza della regione. La comunità internazionale dovrebbe esprimere una ferma posizione in difesa dell'autodeterminazione delle persone, della sovranità nazionale e del diritto alla pace di tutte le nazioni».

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martedì 30 aprile 2019

VENEZUELA: LA "RIVOLTA FINALE"?


[ 30 aprile 2019 ]


E' di poche ore fa la notizia che Guaidò, forte dell'appoggio di Trump e dell'eventuale aiuto armato di alcuni paesi confinanti, ha apertamente chiamato alla "rivolta finale" per rovesciare il governo bolivariano di Maduro, annunciando che una parte dell'esercito sosterrebbe quello che a tutti gli effetti è un colpo di stato.
Pubblichiamo qui sotto la Dichiarazione del Coordinamento europeo per l'uscita dall'Unione, dall'euro, dalla NATO e dal neoliberismo —di cui Programma 101 fa parte, approvata il 14 aprile scorso.

Ultim'ora: Il piddino TG3 sta trasmettendo in diretta gli scontri in corso a Caracas. Un vero e proprio schifo: peggio di una trasmissione della Cia.


*  *  *



DIFENDIAMO IL VENEZUELA!dichiarazione del Coordinamento europeo


Per molti anni il Venezuela ha cercato di sviluppare una rivoluzione popolare contro i processi di privatizzazione e impoverimento in America Latina. È stato un progetto rispettoso delle forme democratiche, che ha portato, dal 1990 in poi, le forze progressiste a una vittoria elettorale dopo l'altra nonostante le molteplici interferenze da paarte del paese più potente del mondo.


Il problema di fondo che i diversi governi degli Stati Uniti hanno avuto ed hanno con il Venezuela non è la sua qualità democratica, quanto il controllo delle sue risorse naturali e prima di tutto il petrolio, le cui riserve, insieme a quelle dell'Arabia Saudita, sono attualmente le più importanti del mondo.

È scandaloso vedere come il sistema politico di questo paese sia costantemente esaminato, mentre nel paese vicino, la Colombia, si ammazza un attivista sociale ogni due giorni; mentre in Brasile dopo la vittoria di Bolsonaro gli accampamenti del MST (i lavoratori senza terra che occupano fattorie non coltivate e che associano 4 milioni di persone) vengono regolarmente aggrediti dalla polizia, dall'esercito e dai paramilitari.

È paradossale che l'attenzione degli Stati Uniti si concentri sulla denuncia della povertà in Venezuela, mentre, dall'arrivo di Chavez, si è significativamente ridotta la popolazione al di sotto della soglia di povertà. Un paese che, nonostante il blocco a cui è sottoposto, ha un IDH - Indice di Sviluppo Umano (0,76), superiore ai paesi ai quali si chiede di invadere il Venezuela e che vengono spacciati come esempi di modernità — Colombia con un IDH dello 0,74, il Brasile con un IDH dello 0,75. Due paesi, per di più, con un indice di disuguaglianza di 0,57, molto lontano da quello del Venezuela, che è 0,63.

Gli Stati Uniti vogliono ristabilire il loro controllo imperiale sull'America Latina, in tempi di decadenza e crescente disuguaglianza e malcontento al suo interno. È sorprendente come alcuni governi europei e l'Unione europea si siano sottomessi a questa logica, dando appoggio ad un presidente fantasma (Juan Guaidó) che contro ogni legittimità, Trump vuole imporre ai venezuelani.

Ciò è particolarmente grave in un contesto di degrado della situazione economica e geopolitica mondiale. In un momento in cui Trump sta imponendo l'ingresso della Colombia nella NATO e l'aumento delle spese militari europee, per sostenere le loro avventure sempre più rischiose. Sfacciatamente cerca di coinvolgere l'Europa in un conflitto lontano e costoso e in cui ha molto da perdere.

Siamo di fronte a degli Stati Uniti che stanno affondando a causa delle politiche di austerità e di spudorato sostegno ai grandi poteri finanziari, di fronte alle popolazioni latinoamericane che in molti paesi sono state private di risorse economiche e sovranità nazionale; le cui popolazioni cercano disperatamente di accedere agli Stati Uniti, violentemente e crudelmente respinte al confine, dove li aspetterebbe , entrati clandestinamente, una vita di estrema povertà nel tessuto produttivo informale, di cui rappresentano già oltre il 15%.

Trump nel suo istrionico mandato, nello stesso momento in cui costringe i popoli europei a partecipare al conflitto, minaccia le aziende che osano mettere in discussione il blocco su Cuba, cercando in tal modo di ripristinare la propria egemonia imperiale frutto della seconda guerra mondiale. Trump cerca, in tal modo, di allontanare e rimuovere le sconfitte subite in Medio Oriente, in Iraq, in Afghanistan, in Siria o nello Yemen, cercando di ristabilire, con il denaro degli altri, la propria supremazia.

Oggi una nuova guerra in Venezuela sarebbe un disastro di dimensioni globali. Probabilmente sarebbe l'inizio della fine dell'impero americano perché si diffonderebbe rapidamente in Brasile, in Colombia e nell'intera regione. In questo scenario, gli Stati Uniti, a causa della loro composizione demografica e della vicinanza dal teatro delle operazioni, non sarebbero più al sicuro dal conflitto, come accaduto invece tutte le grandi conflagrazioni in cui è stato coinvolto in cui non ha mai subito davvero l’impatto interno. Ma significherebbe anche la morte e la distruzione, per milioni di persone.

Come è successo in Nord Africa negli ultimi dieci anni, il conflitto implicherebbe anche nuove ondate migratorie, da cui l'Europa non sarebbe immune.

È necessario che i popoli europei difendano la pace e fermino l’Unione europea (Commissione, Parlamento, ecc.) ed i governi che si sono stupidamente e servilmente sottomessi a questa sciocca operazione.

I popoli del mondo, le persone coscienti che si difendono dall’attacco del neoliberismo grazie ai diversi movimenti di emancipazione sociale, coloro che, di fronte all'impoverimento della grande maggioranza, optano per una via d'uscita che recuperi la sovranità dei popoli, non possono occuparsi passivamente di questa minacciosa tragedia. Non possono rimanere in silenzio di fronte al colpo di stato politico, militare e mediatico per paura di essere attaccati dalle armate dei poteri economici. Se il processo venezuelano bolivariano dovesse perdere, tutto il mondo degli oppressi ne soffrirebbe e sarebbe un altro passo verso la perdita dei diritti sociali e politici.

Non un euro, né un soldato per nessuna guerra contro i popoli dell'America Latina. La NATO non deve espandersi, ma dissolversi. Le spese militari devono essere ridotte, la priorità dev’essere data alla spesa sociale e allo sviluppo interno. I popoli europei non sono minacciati da alcun governo dell'America Latina, ma dalla povertà generata dalle politiche neoliberiste e dall'insensata direzione economica, politica e geostrategica che il potere finanziario globale sta imponendo a governi e popoli.

Ricuperiamo la sovranità per garantire la pace. Fermiamo la guerra e dissolviamo le istituzioni che la stimolano, in primo luogo la NATO e la UE che non rappresentano in alcun modo né la volontà né gli interessi dei popoli d'Europa.

Roma, 14 aprile 2019 

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mercoledì 6 febbraio 2019

SOVRANISTA DEL CAZZO di Sandokan

[ 6 febbraio 2019 ]

Sovranista non è solo colui che desidera la sovranità del proprio Paese, egli difende quella degli altri popoli, che quindi combatte chiunque calpesti o violi l'indipendenza o l'autodeterminazione di altre nazioni.
Non è un sovranista chi ubbidisce agli ordini di scuderia di un paese, come gli Stati Uniti, che da sempre segue una politica imperialista.
Se non stupisce la censura di Mattarella verso la coraggiosa posizione presa dal governo Conte di non riconoscere Guaidò, le parole pronunciate da Matteo Salvini sono, come minimo, ignobili....




martedì 5 febbraio 2019

VENEZUELA: LE SINISTRE PORTOGHESI CON IL COLPO DI STATO

[ 5 febbraio 2019 ]

Il Portogallo è uno dei sei paesi europei [in testa la Spagna dei "socialisti" di Sanchez] che hanno lanciato l'ultimatum (entro domenica prossima ) a Nicolás Maduro per organizzare "elezioni libere", altrimenti riconoscerà il suo avversario, Juan Guaidó.

Ricordiamo che il Portogallo è guidato da un governo socialista sostenuto dal Partito Comunista Portoghese (PCP), dagli ambientalisti e dal Bloco de Esquerda (sinistra radicale).

Il Bloco è il risultato della fusione nel 1999 di quattro partiti: Unione democratica popolare (UDP - marxista-leninista), il Partito socialista rivoluzionario (PSR - trotzkysta), Política XXI (ex Movimento Repubblica Democratica portoghese), Ruptura / FER (trotzkysta), ed altri maoisti ...

Sostenere l'imperialismo USA, l'Unione europea liberticida e tutti gli antidemocratici neo-liberisti non disturba tutto questo bel mondo. Tutte queste persone di sinistra, della vera sinistra, della sinistra  radicale, come amano chiamarsi, che per per anni hanno gridato all'anti-capitalismo... in realtà, sono diventati sostenitori oggettivi e consapevoli dell'imperialismo USA, e dell'Unione europea che sta martirizzando i popoli e il capitalismo neoliberale.

QUI la dichiarazione del Bloco sulla crisi venezuelana

* Fonte: PARDEM



mercoledì 30 gennaio 2019

SOLIDARIETÀ CON IL POPOLO E IL GOVERNO DEL VENEZUELA di Cc di P101

[ 31 gennaio 2019 ]

Comunicato n.2 -2019




Chi si era illuso che con Trump gli Stati Uniti avrebbero cessato di essere il principale gendarme del cosiddetto “ordine mondiale” deve ricredersi. Con atto gravissimo la Casa Bianca, dopo aver spinto il leader dell’estrema destra venezuelana Juan Guaidò ad autoproclamarsi Presidente, lo ha formalmente riconosciuto come tale e, allo scopo di strangolare il Paese, ha annunciato pesanti sanzioni economiche.

Forti del semaforo verde nord-americano i golpisti potrebbero attuare nei prossimi giorni provocazioni tali da precipitare il Paese in una sanguinosa guerra civile così da dare alla Casa Bianca il pretesto tanto preparato per scatenare, in combutta coi suoi fantocci alleati (Brasile, Colombia, ecc), un’aggressione armata in piena regola.

La crisi interna al Venezuela è diventata così una gravissima crisi internazionale, col rischio di un vero e proprio conflitto regionale. L’Unione europea, compresi i governi che si dicono di sinistra, come già fece per l’Ucraina, confermando essere una protesi della NATO e degli USA, è subito scattata sull’attenti e si è schierata con le forze golpiste.

- Chiediamo non solo al governo italiano “del cambiamento” ma al Vaticano, di respingere le pressioni nord-americane e quelle di Bruxelles, di non aderire alla annunciate sanzioni, e di attivarsi per evitare l’escalation e difendere la pace.

- Chiediamo le dimissioni del Ministro degli Esteri Enzo Moavero che mettendo lo stesso Consiglio dei Ministri davanti al fatto compiuto, ha ufficialmente dichiarato il suo sostegno alle provocatorie sanzioni decise dalla Commissione europea.

- Chiediamo ai cittadini italiani che hanno a cuore la pace, come alle forze politiche e sociali democratiche antimperialiste e pacifiste, di mobilitarsi contro la minaccia di aggressione al Paese latino-americano. Difendendo la sovranità e l’indipendenza nazionale venezuelana diciamo al mondo che il popolo italiano tutela, contro ogni ingerenza esterna ed ostile, quella sua propria.

30 gennaio 2019

domenica 27 gennaio 2019

SALVINI, MADURO E DI BATTISTA di Sandokan

[ 27 gennaio 2019 ]

La vicenda venezuelana ci conferma quanto sia potente (e diabolica) la grande macchina mediatica occidentale. E come essa, quando è il caso, ubbidisca ad un'unica regia. E' bastato che uno dei leader dell'opposizione al governo Maduro si autoproclamasse "presidente" che adesso non solo abbiamo due presidenti, ma uno, Maduro, considerato illegittimo.
Chi abbia suggerito all'opposizione venezuelana questa mossa ce lo dice il Corriere delle Sera di oggi:
«La svolta degli Stati Uniti è maturata nelle ultime due settimane, quando, grazie anche alle pressioni del senatore della Florida Marco Rubio, il segretario di Stato Mike Pompeo si è persuaso che si poteva puntare sul leader dell'Assemblea legislativa Juan Guaidò. Il vice presidente Mike Pence ha telefonato a Guadò martedì 22 gennaio, assicurando l'appoggio USA. Il giorno dopo il giovane politico si è autoproclamato "presidente a interim" del Venezuela».
E' quindi venuto dagli Stati Uniti il semaforo verde all'opposizione affinché faccia precipitare lo scontro interno per giustificare l'ennesima aggressione americana ad uno stato sovrano, facendolo quindi diventare subito un conflitto internazionale.  

E' una tattica già vista, ad esempio con la Jugoslavia di Milosevic, poi con l'Iraq di Saddam Hussein, poi con la Libia di Gheddafi — quella contro tutti i cosiddetti "stati canaglia". L'aggressione armata è sempre anticipata dalla guerra di propaganda per intossicare e addomesticare l'opinione pubblica.


La Casa Bianca da la linea e detta il ritmo delle danze, e come automi iniziano a danzare le sue marionette. Se l'ubbidienza dei paesi dell'Unione europea non stupisce, degno di nota che Matteo Salvini sia finito per strisciare ai piedi degli Stati Uniti. La qual cosa ci dice che di razza bastarda sia il suo "sovranismo". Parole sante, dunque, quelle del Di Battista:


«Firmare l'ultimatum UE al Venezuela è una stronzata megagalattica. E' lo stesso identico schema che si è avuto anni fa con la Libia e con Gheddafi. Identico. Qua non si tratta di difendere Maduro. Si tratta di evitare un'escalation di violenza addirittura peggiore di quella che il Venezuela vive ormai da anni. E mi meraviglio di Salvini che fa il sovranista a parole ma poi avalla, come un Macron o un Saviano qualsiasi, una linea ridicola. In pratica l'UE dice: «Maduro convochi le elezioni entro 8 giorni o noi legittimiamo uno che si è auto-proclamato Presidente». Ma che razza di ragionamento è? Io non ci sto. E il Movimento non ci sta. Ci siamo già passati mille volte davanti a questioni del genere. Non si è imparato nulla? Saddam, Gheddafi, Assad. Nessuno ha mai parteggiato per questi uomini ma le ingerenze esterne, gli ultimatum, le sanzioni, gli embarghi (spesso preludio alle bombe) hanno sempre portato a guerre, catastrofi, massacri dei civili. Ma chi è l'UE per dire ad un altro stato cosa deve fare? Chi è l'UE per legittimare un tizio che si sveglia la mattina e dice di essere il nuovo presidente. E Salvini sarebbe l'uomo forte contro i parrucconi dell'Unione Europea? L'Italia deve avere coraggio. Il governo deve esclusivamente dichiarare che serve una soluzione politica appoggiando il tentativo di Messico e Uruguay di mediare nella crisi venezuelana. Il popolo italiano si ricorda o no cosa successe in Libia? Eppure ne stiamo ancora pagando le conseguenze. C'è qualcuno che davvero ritiene che abbiano buttato giù Gheddafi per i diritti umani violati? Si trattava di petrolio e basta, esattamente come in Venezuela. Io non ho alcun incarico di governo, ho le mie idee e sono sempre le stesse!»

giovedì 24 gennaio 2019

VENEZUELA: MI AUTOPROCLAMO PRESIDENTE

[ 24 gennaio 2019 ]


Con l'auto-proclamazione di Guaidò, concordata senza dubbio con la Casa Bianca, la situazione in Venezuela rischia di precipitare in una vera e propria guerra civile, combinata con un'invasione imperialista esterna.



* * *


VENEZUELA: SOVRANISTI DI DESTRA, LIBERALI E LIBERISTI, SOCIALDEMOCRATICI e FASCISTI, TUTTI UNITI CONTRO MADURO


Mentre l’oriundo italo-americano Pompeo, di lontane origini abruzzesi, si complimentava con il Movimento 5 Stelle in teleconferenza da Davos per rappresentare la grande novità in Europa, il suo capo Trump lanciava la chiamata alla “comunità internazionale” a sostegno del giovane golpista che si è autonominato presidente legittimo del Venezuela.

L’auto-nominatosi presidente è un giovane 35nne, Juan Guaidò, mandato allo sbaraglio per l’ennesimo giro di valzer latino-americano, la cui posta in gioco è l’affossamento del presidente eletto (con il 67% dei voti espressi) Nicolas Maduro.

Juan Guaidò non è stato ovviamente eletto da nessuno e financo settori di rilievo dell’opposizione tradizionale venezuelana mettono in dubbio la sua legittimità a rappresentare la strategia golpista.

Ma evidentemente chi comanda l’emisfero non ha voglia di attendere oltre e, in una successione degna del peggior canovaccio golpista, l’ignoto giovane presidente dell’Assemblea nazionale riceve il riconoscimento ufficiale di Trump, del liberal canadese Troudot, oltre ai governi di Argentina, Brasile, Perù, Ecuador, Costa Rica, e Paraguay. Anche il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha dichiarato: “Spero che tutta l’Europa si unisca nel sostegno alle forze democratiche in Venezuela. A differenza di Maduro, l’Assemblea parlamentare, incluso Juan Guaidò, ha un mandato democratico dai cittadini venezuelani”.

Quale sia questo mandato, quando sia stato definito, è un mistero. Ma come Goebbels insegna…

Si tratta forse dell’attacco definitivo all’esperienza bolivariana inaugurata 20 anni fa da Chavez in Venezuela e sottoposta a innumerevoli tentativi di golpe e assassinio dei due presidenti che si sono succeduti alla sua guida.

Nel frattempo il Presidente Maduro ha intimato ai diplomatici americani di lasciare il paese entro 72 ore.

La cosa niente affatto stupefacente è che l’attacco all’esperienza socialista del Venezuela trovi compatti sovranisti nazionalisti, populisti, neoliberisti e “socialdemocratici”, vassalli e valvassori. La quadruplice alleanza globale si è finalmente manifestata e insediata.

Bisognerà inserire questa inattesa variabile tra le tante che riconfigurano lo spazio politico alla vigilia degli anni ’20 del XXI secolo.

E per quanto riguarda l’Italia, c’è anche da tener presente che abbiamo in quel paese, 150 mila italiani e oltre 2 milioni di oriundi.
* Fonte: cambiailmondo

sabato 3 febbraio 2018

CHE SUCCEDE NEL VENEZUELA DI MADURO?

[ 3 febbraio 2018 ]

I sostenitori a prescindere di Maduro non condivideranno la critica dura che viene rivolta in questo articolo al governo venezuelano. Lo pubblichiamo perché esso ci aiuta a capire la difficilissima situazione politica e sociale in Venezuela. 


*  *  *
Il Venezuela dopo le elezioni comunali
di Sinistra Classe Rivoluzione

«Come previsto, le elezioni municipali del Venezuela del 10 dicembre hanno prodotto una vittoria schiacciante per il Partito Socialista Unito (PSUV) al potere. Ha conquistato 308 dei 335 consigli comunali, vincendo in 23 capitali su 25. L’opposizione, che si è divisa e ha ampiamente boicottato le elezioni, è riuscita a conquistare solo due importanti consigli comunali, quelli di San Cristóbal, la capitale di Tachira e Libertador, la capitale di Mérida.
L’opposizione reazionaria filo-imperialista sta concludendo l’anno 2017 estremamente spaccata al suo interno, con la propria base demoralizzata e priva di una chiara strategia, dopo la sconfitta del loro tentativo di rovesciare il governo in maniera violenta avvenuta nella prima metà dell’anno.

I candidati rivoluzionari di sinistra contro la burocrazia

La debolezza dell’opposizione ha fatto in modo che le contraddizioni represse all’interno del campo bolivariano venissero alla luce. In un certo numero di comuni la sinistra del movimento chavista ha sfidato i candidati ufficiali del PSUV.
Nella capitale Caracas, Eduardo Saman si è candidato per il consiglio del Libertador, che comprende la maggior parte dei quartieri operai e poveri della parte occidentale della città. Ex funzionario del governo e ministro sotto Chavez, noto per la sua accanita opposizione ai capitalisti e alle multinazionali, per la sua lotta contro il racket e per la sua difesa del controllo operaio, Samán si è presentato come candidato sia per il PPT (Patria per tutti) sia per il Partito comunista (PCV).
Ha dovuto affrontare il sabotaggio costante da parte dello Stato e della burocrazia del PSUV e gli è stata inoltre preclusa la possibilità di apparire nei media. Inoltre, il suo nome non era nemmeno stato stampato sulle schede ufficiali! Alla fine ha ottenuto il 6,6% dei voti contro il 66% ottenuto dalla candidata chavista ufficiale Erika Farias. Tuttavia la sua campagna in uno sforzo congiunto è riuscita a raccogliere gran parte della sinistra rivoluzionaria del chavismo a Caracas.

Tra coloro che hanno sfidato da sinistra i candidati ufficiali del PSUV c’erano Jesus Silva che è riuscito a ottenere un discreto 16% dei voti nel comune di Moran (Lara). Nel comune di Cajigal (Sucre), Augusto Espinoza, un leader del movimento comunale locale, ha ricevuto il 51% dei voti, battendo il candidato del PSUV che ha ottenuto il 45%. Nel comune di Paez (Apure) un candidato della corrente rivoluzionaria Bolivar Zamora, Chema Romero, ha vinto con il 61% dei voti, anche se in questo caso ha avuto il sostegno del PSUV.

Gli esempi più scandalosi di manovre burocratiche per ostacolare i candidati chavisti di sinistra sono quelle adottate nel comune di Monagas Libertador e nel comune di Simon Planas a Lara. Nel primo caso, Régulo Reyna il candidato sostenuto dal PCV, ha vinto con un massiccio 62% dei voti, contro il 30% ottenuto dal candidato del PSUV. Qui, incredibilmente, il Consiglio elettorale nazionale (CNE) ha sostenuto, dopo le elezioni, che l’Assemblea costituente, di cui Reyna è un membro eletto, non gli aveva dato il permesso di presentarsi. Pertanto, nonostante il fatto che la sua candidatura fosse stata accettata dal CNE, che non fossero stati notificati eventuali impedimenti e che il suo nome fosse sulla scheda elettorale, la CNE ha dichiarato nulla la sua candidatura e ha proclamato come vincitore il precedente candidato del PCV, Presilla! Poiché Presilla ha rifiutato di partecipare a questa finzione, il CNE ha quindi nominato un sindaco provvisorio. Il PCV e la popolazione locale sono in rivolta e continuano a lottare per il riconoscimento di Reyna come legittimo vincitore!

Anche per quanto riguarda Angel Prado, nel comune di Simon Planas (Lara), la situazione è ugualmente scandalosa. Come spiegato in altri articoli, Prado è una figura di spicco nel movimento bolivariano all’interno del suo comune, che coinvolge migliaia di contadini e operai poveri. Era stato eletto all’Assemblea Costituente a luglio 2017 con un grande sostegno. Ha quindi raccolto migliaia di firme a sostegno della sua candidatura per il consiglio comunale. Il Consiglio elettorale nazionale si è opposto alla candidatura affermando che fosse necessario il permesso dell’Assemblea Costituente. Nonostante il sostegno schiacciante alla sua candidatura e il fatto che molti membri dell’Assemblea Costituente fossero candidati, la presidenza dell’Assemblea costituente gli ha negato il permesso di presentarsi alle elezioni.

Basandosi sulla mobilitazione di massa dei contadini poveri a livello locale, Prado ha insistito sul fatto che si sarebbe presentato con lista del PPT e che chiunque avesse votato per il PPT avrebbe votato per lui. Il CNE ha poi stampato le schede elettorali in cui il PPT sosteneva il candidato ufficiale PSUV. Tuttavia, sfidando questa situazione kafkiana, il 57% ha votato per il PPT e solo il 34% per il PSUV. Dal momento che il nome di Prado non era sulla scheda, il CNE ha insistito sul fatto che il vincitore fosse il candidato del PSUV Jean Ortiz. Le masse hanno quindi circondato il municipio per impedirgli di giurare. Da allora migliaia di persone hanno marciato verso Caracas, hanno presentato una petizione all’Assemblea Costituente e al presidente e hanno promesso di non cedere fino a quando non fosse proclamato il legittimo vincitore.

Lezioni della lotta per le elezioni comunali

Tutti questi conflitti e tensioni all’interno del chavismo, sebbene limitati a pochi comuni, rivelano una serie di caratteristiche molto interessanti.
Primo, il fatto che la burocrazia statale e di partito non si fermerà di fronte a nulla per rimanere al potere e distruggere qualsiasi potenziale sfidante proveniente dall’ala sinistra del movimento. I metodi utilizzati contro i candidati sono in realtà molto simili a quelli usati durante la Quarta Repubblica che il chavismo aveva smantellato nel 1998-2000: clientelismo, intimidazioni e minacce, boicottaggio dei media, uso delle risorse statali per persuadere la gente a votare per il ” giusto “candidato, ecc.

Secondo, il fatto che esiste un sentimento di rabbia e di malcontento diffuso tra la base del movimento bolivariano contro la burocrazia e i riformisti ai vertici del partito e all’interno dello Stato, i quali sono percepiti come sempre più distanti dagli autentici ideali del movimento. Ciò è aggravato dalla crisi economica e da tutte le concessioni fatte dal governo ai capitalisti e alle sezioni dell’opposizione di destra. Anche se il movimento è ancora in gran parte disorganizzato e sparpagliato, la campagna per sostenere questi candidati alle elezioni locali e, in seguito, la lotta per difendere le loro vittorie hanno fornito un punto di riferimento per la sinistra rivoluzionaria del chavismo che ha, forse per la prima volta, sviluppato un collegamento a livello nazionale.

Non è un caso che le aree in cui la sinistra rivoluzionaria è meglio organizzata siano quelle rurali e legate alle organizzazioni comunitarie. Sono in grado di produrre almeno prodotti alimentari di base e quindi di evitare i peggiori effetti del tracollo economico. Nelle città principali, d’altra parte, la pressione della lotta per la sopravvivenza quotidiana ha inferto un duro colpo al livello di attività politica delle masse bolivariane.

2018: elezioni presidenziali e crisi economica

Con l’arrivo del 2018, la sconfitta dell’offensiva dell’opposizione nella prima metà del 2017 non ha realmente risolto nessuno dei problemi alla base della rivoluzione bolivariana. L’aspra crisi economica è stata aggravata dalle sanzioni finanziarie imposte da Washington e ha costretto il governo a muoversi verso la rinegoziazione del debito estero. La politica di Maduro è stata efficace nell’indebolire l’opposizione di destra e quindi è probabile che convochi elezioni presidenziali anticipate l’anno prossimo. Ma in realtà il governo ha già fatto concessioni alla classe capitalista su molti degli aspetti cruciali.

C’è un’offensiva contro la corruzione in PDVSA che ha visto decine di alti funzionari e persino il presidente dell’azienda e il ministro del petrolio incriminati. Non c’è dubbio che ci sia corruzione a tutti i livelli dell’azienda, ma è difficile sfuggire alla conclusione che questa campagna faccia parte di una purga interna contro Rafael Ramirez. Egli è l’ambasciatore venezuelano all’ONU (una posizione dalla quale è stato costretto a dimettersi) ed anche ex presidente del PDVSA e ministro del petrolio e quindi una figura potente, contro cui sono anche avviati procedimenti penali.

Nel frattempo, la Banca centrale ha attuato la politica folle di stampare denaro senza alcun controllo, in modo che il governo potesse pagare le tredicesime prima delle elezioni municipali del 10 dicembre. Ciò, naturalmente, ha contribuito ad aumentare i già gravi problemi dovuti all’iperinflazione. Tra il 20 ottobre e l’8 dicembre, la massa monetaria è raddoppiata, per 5 settimane consecutive è salita di oltre il 9% ogni settimana! L’offerta di moneta è aumentata dell’800% nei primi 11 mesi dell’anno ed è aumentata del 12.000% da quando Maduro è stata eletto nell’aprile 2013.

In realtà quello che vediamo è un governo che usa metodi sempre più burocratici e autoritari per rimanere al potere, mentre allo stesso tempo mette in discussione molte delle conquiste della rivoluzione facendo concessioni all’oligarchia. D’altra parte, se l’opposizione dovesse arrivare al potere, lancerebbe un attacco frontale ai lavoratori e ai poveri per far pagare loro l’intero prezzo della crisi.

La classe dominante sta pensando di sostenere l’imprenditore Lorenzo Mendoza come candidato contro Maduro nelle elezioni presidenziali del 2018. È uno dei più potenti capitalisti del paese, controlla il gruppo alimentare Polar che detiene il monopolio della distribuzione. Ha mantenuto una prudente distanza dai violenti tentativi dell’opposizione di rovesciare il governo nella prima metà del 2017. Potrebbe probabilmente candidarsi con l’argomentazione che “almeno un uomo d’affari sa come gestire l’economia” e fingerebbe di essere estraneo alla violenza screditata dei partiti di destra.

Qual è la via da percorrere?

Come abbiamo prospettato già da parecchi anni, le politiche del governo di Maduro stanno preparando la strada per il ritorno dell’oligarchia al potere. L’unica strada da percorrere è quella in cui la sinistra rivoluzionaria del movimento bolivariano – che abbiamo visto emergere, in maniera incipiente, qua e là, durante la campagna per le elezioni comunali – si organizzi a livello nazionale con un chiaro programma socialista rivoluzionario.
Gli eventi del 2017 hanno dimostrato che, malgrado tutto ciò che hanno dovuto passare le masse, esiste un sano istinto di classe nel respingere i violenti tentativi dell’opposizione di destra di rovesciare il governo. I lavoratori e i poveri sanno bene che cosa significherebbe una vittoria dell’oligarchia e che sarebbero chiamati a pagarne il prezzo.
Questo sano istinto è cinicamente usato dalla burocrazia con il solo scopo di rimanere al potere. In questa situazione, qualsiasi sfida proveniente dalla sinistra deve chiaramente funzionare all’interno del quadro della rivoluzione bolivariana. Se commettessero errori settari che consentano alla burocrazia di rappresentare questi gruppi e tendenze come parte dell’opposizione, sarebbero screditati agli occhi delle masse più ampie.

Un’opposizione rivoluzionaria proveniente dall’interno della base deve avere come idea centrale la rivendicazione delle vere tradizioni del chavismo, quelle della democrazia e della partecipazione, della responsabilità della leadership, del controllo operaio e della lotta contro il capitalismo. È la burocrazia del PSUV che ha tradito l’eredità di Chavez, non l’opposizione di sinistra che sta emergendo all’interno del movimento.

Il punto di partenza di un movimento per rigenerare il chavismo deve essere l’ultima dichiarazione del presidente Chavez, in cui aveva avvertito che erano rimasti in sospeso due compiti chiave: la costruzione di un’economia socialista e la distruzione dello stato borghese. Non è la sinistra rivoluzionaria, ma piuttosto la burocrazia che ha rotto con il movimento bolivariano e ha tradito i suoi principi.
Se le elezioni municipali di dicembre 2017 contribuiranno a gettare le basi di un simile movimento, allora rappresenterebbero un buon inizio».

* Fonte: Rivoluzione

mercoledì 20 settembre 2017

LA C.L.N. IN VENEZUELA

[ 20 settembre 2017 ]

Si è concluso nella serata di ieri, a Caracas, l'incontro internazionale "Dialogo mondiale per la pace, la sovranità e la democrazia bolivariana".

La Confederazione per la Liberazione nazionale (CLN) su invito delle autorità venezuelane ha inviato come portavoce Fabio Frati [a destra nella foto in una pausa dei lavori della plenaria], che ha anche portato i nostri saluti e la nostra solidarietà.

L'incontro ha approvato all'unanimità il seguente Manifesto.



Los y las representantes de las organizaciones políticas, sociales, religiosas y
sindicales; y las personalidades e intelectuales de 60 países del mundo que
nos hemos reunido en Caracas, del 16 al 19 de septiembre de 2017, en el
marco de la Jornada Mundial “Todos Somos Venezuela: Diálogo por la Paz, la
Soberanía y la Democracia Bolivariana”; respaldamos firmemente al pueblo y
al gobierno de Venezuela ante los ataques del imperialismo norteamericano,
que día a día arrecia sus acciones de desestabilización contra la Patria
Bolivariana; acciones que tienen su expresión más dramática en la violencia
fascista desatada entre los meses de abril a julio del presente año, que dejó
el lamentable saldo de 115 ciudadanos fallecidos, miles de heridos,
destrozos generalizados y la agresión psicológica de la que fue objeto todo el

pueblo venezolano.

Hoy, el imperialismo norteamericano asume la agresión política de manera
directa en la persona del presidente de Estados Unidos, Donald Trump, quien
además de amenazar con emplear sus fuerzas militares contra Venezuela,
encabeza una acción de cerco diplomático pocas veces vista, desde la
Organización de Estados Americanos (OEA), con la participación de algunos
gobiernos del área, a objeto de socavar la fortaleza de la democracia
bolivariana; al tiempo que, mediante una Orden Ejecutiva, oficializa la
práctica del bloqueo financiero que ya venía aplicando “para asfixiar a la
economía venezolana”.

La agresión imperialista contra la Revolución Bolivariana constituye una
flagrante violación de la Proclama de América Latina y el Caribe como Zona de
Paz, refrendada por los presidentes de todos los países de la región durante
la II Cumbre de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños
(CELAC), efectuada en La Habana en enero de 2014, en la que se defiende el
derecho soberano de cada país a definir su propio destino sin injerencia
extranjera.

El gobierno del presidente Donald Trump, junto a destacados voceros de la
oposición antinacionalista venezolana, despliega un plan dirigido a
desestabilizar a las instituciones del Estado, mediante un conjunto de
maniobras que fueron develadas y derrotadas gracias a una decisión política
de alto calibre, que se fundamenta en el pensamiento filosófico del
Comandante Hugo Chávez, líder histórico de la Revolución Bolivariana, como
fue la elección, instalación y puesta en marcha de la Asamblea Nacional
Constituyente.
Con la Constituyente, el pueblo venezolano inaugura un nuevo momento
histórico, que ratifica y profundiza las bases del Estado social, democrático,
de derecho y de justicia consagrado en la Constitución Bolivariana del año
1999; al tiempo que, alcanzó la paz, en una clarísima demostración del
fracaso de las fuerzas de la extrema derecha que protagonizaron el horror de
la violencia generalizada.

Los y las representantes de las organizaciones políticas, sociales, religiosas y
sindicales; y las personalidades e intelectuales que asistimos a esta Jornada
Mundial “Todos Somos Venezuela: Diálogo por la Paz, la Soberanía y la
Democracia Bolivariana”, tenemos la firme convicción de la importancia del
diálogo político promovido por el presidente Nicolás Maduro, que tuvo su
expresión más reciente en la reunión que sostuvieran en República
Dominicana los representantes del Gobierno Bolivariano con los de la
denominada Mesa de la Unidad Democrática, alianza que reúne a todos los
factores de la oposición venezolana. De allí que, respaldamos firmemente la
propuesta de diálogo impulsada por el Gobierno Bolivariano.

Destacamos que, muy por el contrario de lo que afirman los factores de la
extrema derecha en distintas partes del mundo, con apoyo de las grandes
transnacionales de la desinformación; la agenda electoral y democrática
sigue su curso. En Venezuela, en unas semanas habrá comicios regionales, y
los municipales y presidenciales serán en 2018; así como el referendo que
confirmará o no el nuevo texto constitucional que elabora la Asamblea
Nacional Constituyente. ¿Qué país del mundo puede exponer una práctica
democrática de tal dimensión?

De allí que, condenamos la canallesca mentira, las falsas noticias y las
tergiversaciones sobre la realidad venezolana, como principal estrategia
sobre la cual se pretende desacreditar a la Revolución Bolivariana y al
legítimo gobierno del Presidente Nicolás Maduro.

Asimismo, apoyamos el esfuerzo que el gobierno y el pueblo de Venezuela
hacen para superar los serios problemas derivados de la guerra económica,
conducida desde las más altas esferas del gobierno estadounidense.
Nuestro compromiso con la paz, la soberanía y la democracia bolivariana está
íntimamente vinculado al desarrollo de una amplia y permanente jornada de
solidaridad en cada país, impulsada por cada organización política, social,
religiosa y sindical de carácter democrático participante de esta Jornada.
La defensa de la Revolución Bolivariana es un deber ineludible de los pueblos
de América Latina, el Caribe y el mundo; en el entendido de que en Venezuela
se defiende el derecho a la soberanía, la independencia, la
autodeterminación y la integración de nuestros pueblos.

A decir de José Martí, con la defensa de la independencia de Venezuela
evitaremos que Estados Unidos caiga con esa fuerza más sobre nuestras
tierras de América.

Caracas, 19 de septiembre de 2017

mercoledì 13 settembre 2017

VENEZUELA: CHE FINE HA FATTO IL "REGIME CHANGE"? di Gennaro Carotenuto

[ 13 settembre 2017 ]
Caracas, l’opposizione si spacca e fa arrabbiare El País

Dopo il gran tam-tam estivo il Venezuela è sparito dai giornali italiani. Eppure, nel giro di tre giorni, El País di Madrid, che da una ventina di anni sta alla versione ufficiale delle destre neoliberali sull’America latina come la Pravda stava al PCUS e all’URSS, e come tale merita di essere letto con la massima attenzione, ha pubblicato ben due articoli significativi di un cambiamento in atto. Questi infatti dimostrano grande frustrazione, e un filino di rabbia, rispetto al comportamento dell’opposizione venezuelana, appoggiata fino a ieri con trasporto nella sua lotta contro la “dittatura castrochavista” di Nicolás Maduro.
Il primo è firmato dal giornalista venezuelano Ewald Scharfenberg, di fatto corrispondente dalla capitale caraibica, il secondo è un editoriale del cattedratico argentino di stanza a Georgetown, Héctor Schamis, che da Washington è sempre stato durissimo con tutti i governi progressisti latinoamericani. Per entrambi l’opposizione sarebbe rea di non aver dato la spallata finale al regime chavista che, come ripetuto per mesi, era ormai cosa fatta.
In particolare per Schamis l’opposizione sarebbe incomprensibilmente più volte andata in soccorso del governo. Nonostante citino eventi noti, come e perché ciò sarebbe successo, i due articoli evitano di spiegarlo. Architrave della linea editoriale resta l’illegittimità del chavismo e il suo non diritto a esistere. Spiegare la dialettica della politica interna di una democrazia in crisi non è possibile perché metterebbe in discussione se stessi, millanterie e informazioni false volte a rappresentare la severa crisi venezuelana in una lotta tra bene e male con Maduro nei panni di Pol Pot e l’opposizione neoliberale formata da dame di San Vincenzo e paladini dei diritti umani.
Giustamente Schamis ricorda che per creare le condizioni per la caduta di una “dittatura” (attraverso una “rivoluzione colorata” parrebbe, ma lasciamo il beneficio del dubbio) sono necessari tre requisiti: 1) l’unità dell’opposizione; 2) le manifestazioni di piazza verso un regime odioso e repressivo (più morti ci sono meglio è); 3) la pressione internazionale. Queste tre condizioni si sarebbero date più volte in Venezuela e in particolare da aprile fino all’elezione della Costituente chavista a fine luglio quando il regime sarebbe stato al collasso. La tesi è che da allora, inopinatamente, visto che secondo la grande stampa internazionale la Costituente sarebbe stata un fallimento e i pochi votanti lo avrebbero fatto con una pistola alla tempia, l’opposizione avrebbe claudicato, tradito, trattato col mostro “castrochavista”.
A questo si aggiunga lo scemare delle proteste popolari. È il punto due di tre della teoria del “regime change”, quello che ha fatto trepidare una parte rilevante dell’opinione pubblica progressista internazionale, scioccata dalle molte morti di manifestanti, tutte addebitate al governo dai media. È un qualcosa che la linea di El País non sa ed evita di spiegare: “le strade si sono svuotate, una volta di più”, si legge e si va oltre, malcelando la delusione. Quell’opposizione democratica che aveva orgogliosamente tenuto la strada per quattro mesi, pagandone un prezzo di sangue, proprio al momento di cogliere il frutto della caduta del regime è evaporata.
Perso non ha perso la protesta di piazza, nessuno lo potrebbe dire seriamente, anche se il governo di Nicolás Maduro, proprio con la Costituente, è uscito dall’angolo e ha dimostrato di rappresentare ancora milioni e milioni di venezuelani tanto da poter sostenere – strane ste dittature – l’imminente prova delle elezioni amministrative. Neanche si può sostenere quello che la propaganda chavista meno credibile afferma, ovvero che tutti i manifestanti fossero squadracce pagate dai magnati dell’opposizione. È vero che il clima fosse fetido in quelle barricate, e che molti antichavisti genuini non ne potessero più e fossero terrorizzati, ma la fine repentina delle proteste di piazza resta la gamba non spiegata, né da chi scrive, me ne dolgo, né dagli articolisti del Grupo Prisa, a meno di non ammettere che forse questa mano l’ha vinta il governo.
Se tale spiegazione non è ammissibile per El País, il principale oggetto di critica passa a essere la decisione di partecipare alle elezioni amministrative di questo autunno di una maggioranza delle decine di partiti e partitini che compongono (o componevano) la MUD (Tavolo di Unità Democratica). È una decisione giunta in ordine sparso – e che chi scrive da settimane segnala come un punto di svolta – che qualunque osservatore oggettivo ha visto come una rilegittimazione del governo da parte dell’opposizione. I motivi per i quali, dopo il boicottaggio della Costituente, adesso buona parte dell’opposizione accetta di rimandare la soluzione della contesa ad una sfida elettorale col chavismo, sono poco comprensibili per un lettore al quale è stato descritto solo un paese al collasso, una repressione spietata da parte di un regime feroce e isolato, al quale si contrapponeva un’opposizione florida e trionfante sul punto di espugnare il palazzo di Miraflores. Qualcosa non torna.
Il principale motivo per il quale l’opposizione parteciperà alle amministrative è che nella strana “dittatura castrochavista” l’opposizione stessa amministra un gran numero di entità locali, dagli stati ai municipi, e molti amministratori pubblici non vedono alcuna ragione per lasciarne il governo al PSUV in un contesto nel quale, come avviene in qualunque democrazia, a livello locale ideologie e conflitti sfumano. Scharfenberg identifica quelli che, partecipando alle elezioni, riconoscono la legittimità politica di chi le organizza, cioè il governo, come “pragmatici” rispetto ai duri e puri che definisce “etici”. Da Washington Schamis ci va giù più duro: quelli che partecipano alle elezioni sono “collaborazionisti” tout-court e solo i radicali meritano ancora l’appellativo di “democratici”. Questi includono l’estrema destra parafascista e razzista, l’esistenza della quale a Schamis non interessa ricordare, a partire da María Corina Machado, che restano sull’Aventino del monte Avila. Se mezza opposizione è collaborazionista il dato politico per Schamis è che “la MUD è finita” e la “fine della dittatura, è passata dal non essere mai stata così vicina, a non essere mai stata così lontana”. A chi scrive sembra una drammatizzazione esagerata, quasi un momento di sconforto da parte del partito neoliberale che ha sperato nel rovesciamento definitivo dell’esperienza chavista. Il chavismo ha forse vinto una battaglia, ma è lungi dall’aver vinto la guerra, a meno di non occuparsi solo di semantica: se hai mille volte scritto “dittatura” ed è più evidente che mai che proprio l’opposizione presunta democratica, tornando al voto dimostra che una dittatura il Venezuela non sia, lo sconforto è dovuto alla figuraccia che il cattedratico di Georgetown sta facendo.
Insomma, delle tre gambe necessarie alla rivoluzione colorata sognata a Madrid e a Georgetown, l’unica a ballare ancora, almeno per ora, è il fronte internazionale. Istituzioni internazionali controllate da sempre (l’OEA) e nuovamente (il Mercosur) dai neoliberali, hanno messo alla porta il Venezuela. Sinceri democratici come il presidente di fatto brasiliano Michel Temer o l’ex-messicano Vicente Fox (che dalla televisione colombiana Caracol ha direttamente minacciato di morte Nicolás Maduro) tuonano quotidianamente contro Caracas. Altri, tra i quali Felipe González, invocano apertamente il golpe militare. Parole severe le hanno dette anche dirigenti politici più credibili come il neo-inquilino dell’Eliseo Emmanuel Macron o l’italiano Paolo Gentiloni. Alla chiamata alle armi rispondono sempre sull’attenti i grandi gruppi mediatici, dal grupo Prisa (El País) a Clarín, da Mercurio a O Globo; quelli quando si tratta di dittature (il più delle volte da appoggiare) non mancano mai. Soprattutto Donald Trump (subito semi-smentito dai suoi) ha minacciato un intervento militare diretto, con i marines pronti a sbarcare al porto de La Guaira, nonostante gli USA, che pure ne hanno fatte di cotte e di crude, mai abbiano avuto l’ardire di mettere gli stivali sul terreno in Sudamerica. Maduro ha subito mandato dei fiori: puro ossigeno per il chavismo e il latinoamericanismo.
Purtroppo per El País, anche sul fronte internazionale ci sono pecore nere che fiancheggiano la “dittatura castrochavista”. No, non solo il solito Evo Morales, l’indio così matto da pensare che a questo mondo siamo tutti uguali o il premio Nobel delle cause perse (i diritti umani), Adolfo Pérez Esquivel che stranamente non sta con l’opposizione venezuelana che di diritti umani si riempie la bocca. Con i chavisti, a settembre 2017, stanno la stragrande maggioranza dei sindacati del Continente: ritengono che in Venezuela vi sia un conflitto soprattutto di classe, argomento totalmente espunto dalle analisi mainstream. Quando uno dei 16 gruppi di lavoro del CLACSO (la principale istituzione latinoamericana per le scienze sociali) ha prodotto un documento contro il governo venezuelano, gli altri quindici gruppi, dei quali fanno parte valentissimi accademici, hanno risposto che no, potevano condividere alcune o parecchie critiche, ma non erano interessati a sottoscriverlo. L’America latina è un posto così fuori giri rispetto all’Europa che da Emir Sader a Boaventura de Sousa, da Ignacio Ramonet ad Atilio Borón, i principali intellettuali della regione, o amici storici della stessa, continuano a sostenere Maduro, al quale magari non lesinano critiche, ma ricordando che il ritorno al neoliberismo promesso dalle destre (e mantenuto dal Brasile all’Argentina) è il contrario esatto della democrazia.
E Francisco? Nessuno ha ben capito da che parte sta il papa gesuita e peronista, ma non certo da quello del “regime change”. Perfino l’Europa claudica tra “dittatura” e “democrazia”. Senza considerare Podemos in Spagna, è apertamente filo-Maduro Jean-Luc Mélenchon, che mesi fa sfiorò il ballottaggio in Francia, e l’appena più prudente Jeremy Corbyn, seduto al centro tra la minoranza di destra blairiana del Labour e la sua maggioranza pro-chavista. Deve suonare paradossale a chi legge “La Repubblica”, ma l’Europa nei mesi scorsi ha sfiorato un’alleanza castrochavista che andava da Downing Street all’Eliseo!
Chiudendo sui nostri articolisti, gli strali, da mesi per la verità, sono ancor più per José Luís Rodríguez Zapatero, l’ex-inquilino della Moncloa, che è la figura più visibile dei facilitatori del dialogo tra le parti. Lavorare per il dialogo (con il demonio) lo fa definire addirittura uomo di Maduro dall’arrabbiatissimo Schamis. Invece Scharfenberg ci traccia, facendo bene il suo mestiere, le reti e le complesse trattative intrattenute da Zapatero con l’opposizione, tra chi ci parla (e quindi parla col governo), e chi non ne vuol sapere: Borges sì, Capriles no, Leopoldo sì, Machado no e via seguendo. Crollano i manicheismi insomma e no, il Venezuela non è il paradiso descritto anche in Italia da certa propaganda ultrachavista, ma le cose sono tanto più complicate di come la mettono i suoi esagitati detrattori.

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