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giovedì 11 aprile 2019

LANDINI... PIÙ IN BASSO DI COSÌ di Andrea Zhok

[ 11 aprile 2019 ]

L'8 aprile scorso Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, in vista del voto alle prossime elezioni europee dal 23 al 26 maggio hanno firmato un «appello per l’Europa». 



*  *  *


Le maggiori sigle sindacali, capitanate dal segretario della CGIL Maurizio Landini, hanno unito le loro forze a quelle di Confindustria per sottoscrivere un comune appello.
In esso si esortano “i cittadini di tutta Europa ad andare a votare alle elezioni europee per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia, i valori europei, la crescita economica sostenibile e la giustizia sociale”.

L’appello è specificamente rivolto contro “quelli che intendono mettere in discussione il progetto europeo per tornare all’isolamento degli Stati nazionali, richiamando in vita gli inquietanti fantasmi del novecento”.
Chiosando l’appello, conclude Landini: “Noi pensiamo di aver bisogno di più Europa, di un’Europa diversa da quella dell’austerità, lontana dai cittadini e dai lavoratori. Indichiamo un’Europa capace di dare prospettive di lavoro ai giovani, aperta al mondo, fattore di stabilità e pace, che sa accogliere. Un’Europa capace di compensare e ridurre le diversità economiche e sociali che vivono al suo interno”.
Ci sarà un giorno in cui nei libri di storia si chiederanno come tutto ciò sia stato possibile.
Ci si chiederà come è stato possibile che la totalità dei rappresentanti dei lavoratori di un paese si siano uniti in un fronte comune a difesa di un meccanismo istituzionale, l’Unione Europea, che ha demolito per vent’anni la dignità del lavoro in Italia e in gran parte d’Europa.
Dopo vent’anni di dumping fiscale e sociale, di austerità, di monetarismo, di tutela del grande capitale, di concorrenza fiscale al massimo ribasso, di accoglimento di paradisi fiscali interni all’UE, di ricatti a colpi di spread, di macelleria sociale greca, dopo tutto questo e molto altro ancora ci voleva proprio il terribile sindacalista trinariciuto, quello che “non le manda a dire al padronato”, che firmasse un appello con la Confindustria per avere “più Europa.”
Ma naturalmente non un’Europa qualunque, beninteso, no, questa volta sarà un’Europa del tutto diversa, nuova, verginale, idealista, quella dei “valori europei” della “giustizia sociale”. Questa volta, perché questa è la volta buona, non sarà più l’Europa di Juncker e Moscovici, non più l’Europa degli impuniti surplus commerciali tedeschi, non più l’Europa che “gli aiuti di Stato non si possono dare” salvo che si tratti di Airbus, di banche tedesche, di agricoltura francese, e insomma non staremo a guardare il pelo nell’uovo.
No, questa volta ci ergeremo a tutela del mondo del lavoro alleandoci, in questo eroico sforzo, con i santi protettori del sistema finanziario e del sistema industriale, uniti nella lotta per un’Europa più giusta e nella protezione degli interessi dei lavoratori.
Questa volta sarà tutto diverso, credetemi, parola di Landini.
* Fonte: Andrea Zhok

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mercoledì 11 gennaio 2017

LA CORTE OBBEDISCE di Leonardo Mazzei

[ 11 gennaio ]


Bloccati i referendum sui diritti dei lavoratori. A voucher ed appalti ci penserà il governo con una leggina, ad affossare il voto sull'articolo 18 ha provveduto oggi la Corte Costituzionale

Lunga è la storia delle sentenze politiche della Corte Costituzionale in materia referendaria. 

Inutile perciò stupirsi dello scandaloso pronunciamento di oggi. 
Scandaloso perché, al di là di appigli giuridici che sempre si possono trovare, la sostanza politica è chiara: sulla vergogna del jobs act lorsignori non consentono di discutere, tantomeno di votare.

La cosa è ancor più grave oggi, considerato quanto il tema della precarietà del lavoro sia sentito in questo momento nella società. 
Ed è ancor più grave dopo la grande partecipazione del 4 dicembre, che ha mostrato quanto sia forte il desiderio popolare di riappropriarsi dello strumento referendario. 
Forse è proprio per questo che si è voluto dare un chiaro segnale di chiusura. 
Insomma, il sistema si blinda.

Non facciamoci adesso ingannare dal fatto che gli altri due quesiti - sui voucher e sugli appalti - siano stati ammessi dalla Consulta. 
Su questi due temi siamo certi che non si voterà. 
Troppo facile è la strada di una modifica di facciata, giusto per cancellare il ricorso alle urne. 
Modifica che potrà avvenire nelle prossime settimane, o magari anche più avanti qualora il tutto venga superato dallo scioglimento delle camere, ma che comunque avverrà.

Che dire allora del commento quasi trionfalistico di un Di Maio che, anziché criticare la cancellazione del voto sull'articolo 18, ha affermato che «Questa primavera saremo chiamati a votare per il referendum che elimina la schiavitù dei voucher»? 
Di Maio, ma ci sei o ci fai? 
Questa primavera non ci sarà nessun referendum, perché continuare a vendere simili panzane?

Come ha notato la stessa Camusso, nelle settimane scorse forti sono state le pressioni sulla Corte. 
Forti e manifeste come mai accaduto nel passato. 
Dai palazzi della politica, come dai potentati economici, si è fatto sapere cosa si voleva in maniera esplicita. 
E si è perfino pubblicamente parlato dell'uomo che ha funzionato ad un tempo da collettore di queste richieste e da promotore di una "soluzione politica" che niente ha a che fare con il diritto. 
Quest'uomo è Giuliano Amato: un nome, un programma.

Mai come questa volta è stata chiara fin dal principio la divisione del lavoro tra Consulta e governo. 
Un modo di procedere che deve far pensare anche in vista della sentenza, prevista per il 24 gennaio, sull'Italicum.

La decisione di posticipare di brutto questa sentenza, inizialmente prevista per il 4 ottobre scorso, è sempre sembrata un robusto aiutone ai tanti che vogliono portare la legislatura fino al febbraio 2018. 
Non solo. 
Se tanto mi da tanto, la fedeltà sistemica dimostrata oggi dalla Corte fa pensare ad una sentenza che lasci in qualche modo spazio a nuove porcherie di tipo maggioritario comunque mascherate.

Detto in altri termini, nello scontro interno al blocco dominante tra il gruppo di potere renziano che vuole andare alle urne entro giugno, ed il vasto partito del rinvio del voto che punta alle "larghe intese", la Corte Costituzionale si è chiaramente schierata con il secondo.

Noi, ovviamente, non abbiamo preferenze tra questi due schieramenti, entrambi nemici. 
Ma resta il fatto - gravissimo - di una Corte Costituzionale asservita ai poteri oligarchici. 
Non è certo una novità nella storia italiana, e probabilmente i membri di nomina più recente non hanno certo migliorato la situazione. Una ragione di più per mobilitarsi in vista del 24 gennaio.

In quanto ai diritti dei lavoratori, cancellati con il Jobs Act, toccherà al nuovo parlamento ripristinarli. 
Che tutti, a partire dalla Cgil e dai Comitati per il NO, ne facciano da subito un tema centrale della prossima campagna elettorale, costringendo tutte le forze politiche a pronunciarsi chiaramente sul tema.

mercoledì 6 aprile 2016

PURGA IN FIOM: LANDINI CACCIA SERGIO BELLAVITA

[ 6 aprile ]

«Dopo 15 anni di impegno sindacale, la Fiom ha “licenziato” Sergio Bellavita. 

La decisione è stata formalizzata con un voto all’unanimità della segreteria. Ora Bellavita, che è anche membro del Direttivo nazionale della Cgil dove è il coordinatore della minoranza "Cgil che vogliamo", nonché nel Comitato centrale e della direzione della Fiom, dovrà tornare nel suo luogo di lavoro di provenienza, la CEI di Anzola Emilia.

“Non è in discussione la qualità del lavoro che faccio (di quello che mi hanno consentito di fare avendomi tolto quasi ogni incarico) – si legge in un post su Facebook del profilo di Bellavita. 

Ho persino messaggini in cui Landini si complimenta per la gestione di alcune vertenze. Vengo cacciato solo perché rappresento l'opposizione interna alla Cgil. Il dissenso che la Fiom e la Cgil hanno deciso di ridurre al silenzio, di espellere. Non possono più permettersi di misurarsi con la loro irrilevanza, con la loro crisi drammatica di risultati concreti”. Nel 2012 Bellavita fu estromesso dalla segreteria nazionale della Fiom.
“Landini ha riabilitato Sergio Marchionne e licenziato Sergio Bellavita – continua, Bellavita Ironizzando sul provvedimento che lo ha colpito. Uno è diventato buono e l'altro è sempre stato cattivo. Anche questa è parte della pochezza di un segretario dispotico e arrogante che ha raccolto solo sconfitte e che lascerà solo macerie”.

Dura la reazione di Giorgio Cremaschi appena appresa la notizia: “Un atto di autoritarismo vergognoso segno della totale degenerazione del gruppo dirigente della Fiom guidata da Maurizio Landini - ha detto a Controlacrisi -. Un atto che segue il procedimento di espulsione degli operai che lottano in Fiat. C’è un rapporto diretto tra la scelta di Ladini di fare la pace con Marchionne, gli imprenditori e Fim, Fiom e Uilm e, dall’altra parte, quella di aprire la guerra all'interno della Fiom contro il dissenso. E’ una classica storia del trasformismo della sinistra. Si guadagna consenso presentandosi come amici del popolo e poi si usa quel consenso per diventare amici dei potenti”».

* Fonte: Contro la crisi

mercoledì 16 settembre 2015

CGIL ADDIO (per sempre) di Giorgio Cremaschi

[ 16 settembre]

Riceviamo e pubblichiamo


«La ragioni per le quali ho restituito dopo 44 anni la tessera della Cgil sono semplici e brutali. Oramai mi sento totalmente estraneo a ciò che realmente è questa organizzazione e non sono in grado minimamente di fare sì che essa cambi.
La mia è quindi la presa d'atto di una sconfitta personale: ci ho provato per tanto tempo e credo con rigore e coerenza personale, non ci sono riuscito. Anzi la Cgil è sempre più distante da come avrei voluto che fosse. Non parlo tanto dei proclami e delle dichiarazioni ufficiali, ma della pratica reale, della vita quotidiana che per ogni organizzazione, in particolare per un sindacato, è l'essenza. Non è questo il sindacato che vorrei e di cui credo ci sia bisogno, e soprattutto non vedo in esso la volontà di diventarlo.
Naturalmente mi si può giustamente rispondere: chi ti credi di essere? Certo la mia è la storia di un militante come ce ne sono stati tanti, che ha speso tanto nell'organizzazione ma che non può pretendere di essere al centro del mondo. Giusto, tuttavia credo che la mia fuoriuscita possa almeno essere registrata come un pezzetto della più vasta e diffusa crisi sindacale di cui tanto si parla, e che come tale possa essere collocata e spiegata.

Nei primissimi anni 70 del secolo scorso a Bologna come lavoratore studente ho preso con orgoglio la mia prima tessera Cgil. Poi sono stato chiamato a Brescia per cominciare a lavorare a tempo pieno nella Fiom. Nella quale sono rimasto fino al 2012. Ho visto cambiare il mondo, ma se tornassi indietro con la consapevolezza di oggi rifarei tutte le scelte di fondo. Scherzando penso che io ed il mondo siamo pari, io non sono riuscito a cambiarlo come volevo, ma pure lui non ce l'ha fatta con me.
Quando ho cominciato a fare il "sindacalista" a tempo pieno questa parola suscitava rispetto. Io la maneggiavo con un po' di timore. Il sindacalista era una persona giusta e disinteressata che raddrizzava i torti, era il difensore del popolo. Oggi se dici che sei un sindacalista ti vedi una strana espressione intorno, molto simile a quella che viene rivolta ai politici di professione. Sindacalista eh? Allora sai farti gli affari tuoi...
Questo discredito del sindacato è sicuramente alimentato da una disegno del potere economico e delle sue propaggini politiche ed intellettuali. Ma è anche frutto della burocratizzazione e istituzionalizzazione delle grandi organizzazioni sindacali. Paradossalmente oggi è proprio il sindacalismo moderato della concertazione, che ho contrastato per quanto ho potuto, ad essere messo sotto accusa. Negli anni 80 e 90 è stata la mutazione genetica del sindacato più forte d'Europa, la sua scelta di accettare tutti i vincoli e le compatibilità del mercato e del profitto, che ha permesso al potere economico di riorganizzarsi e riprendere a comandare. In cambio le grandi organizzazioni sindacali hanno chiesto compensazioni per se stesse.
Questo è stato il grande scambio politico che ha accompagnato trent'anni di politiche liberiste contro il lavoro. I grandi sindacati accettavano la riduzione dei diritti e del salario dei propri rappresentati e in cambio venivano riconosciuti ed istituzionalizzati. Partecipavano ai fondi pensione, a quelli sanitari, agli enti bilaterali, firmavano contratti che costruivano relazioni burocratiche con le imprese, stavano ai tavoli dei governi che tagliavano lo stato sociale, insomma crescevano mentre I lavoratori tornavano indietro su tutto.
Cremaschi cacciato in malo modo dalla Camera del lavoro di Milano
Quando il mondo del lavoro è precipitato nella precarietà e nella disoccupazione, quando si è indebolito a sufficienza, il potere economico reso più famelico dalla crisi, ha deciso che poteva fare a meno dello scambio della concertazione. Ha dato il via Marchionne e tutti gli altri lo hanno seguito. Quelle concessioni sul ruolo e sul potere della burocrazia, che le stesse imprese ed il potere politico elargivano volentieri in cambio della "responsabilità" sindacale, son state messe sotto accusa. Coloro che più si sono avvantaggiati dei "privilegi" sindacali ora sono i primi a lanciare lo scandalo su di essi. I vecchi compagni da cui ho imparato l'abc del sindacalista mi dicevano: se al padrone dai una mano poi si prende il braccio e tutto il resto.
Ma nel mondo moderno certe massime sono considerate anticaglie, e quindi i gruppi dirigenti dei grandi sindacati son rimasti sconvolti e travolti dalla irriconoscenza di un potere a cui avevano fatto così ampie concessioni. Hanno così finito per fare propria la più grande delle falsificazioni sul loro operare. I sindacati hanno difeso troppo gli occupati e abbandonato i giovani ed i precari, questo è passato nei mass media. Mentre al contrario non si sono trasmessi diritti alle nuove generazioni proprio perché si è rinunciato a difendere coloro che quei diritti tutelavano ancora. I grandi sindacati han subito la catastrofe del precariato non perché troppo rigidi, ma perché troppo subalterni e disponibili verso le controparti. Questa è la realtà rovesciata rispetto all'immagine politica ufficiale, realtà che qualsiasi lavoratrice o lavoratore conosce perfettamente sulla base della proprie amare esperienze.
La condizione del lavoro in Italia oggi è intollerabile e dev'essere vissuta come un atto di accusa da ogni sindacalista che creda ancora nella propria funzione. Non è solo lo perdita di salari e diritti, il peggioramento delle condizioni di lavoro, lo sfruttamento brutale che riemerge dal passato di decenni. Sono la paura e la rassegnazione diffuse, il rancore, la rottura di solidarietà elementari, che mettono sotto accusa tutto l'operato sindacale di questi anni. Di Vittorio rivendicò alla Cgil il merito di aver insegnato al bracciante che non ci si toglie il cappello quando passa il padrone. Di chi è la colpa se ora chi lavora deve piegarsi e sottomettersi come e peggio che nell'800? È chiaro che la colpa è del potere economico e di quello politico ad esso corrivo, oggi ben rappresentato da quella figura trasformista e reazionaria che è Matteo Renzi. È chiaro che c'è tutto un sistema culturale e mediatico che educa il lavoro alla rassegnazione e alla subordinazione all'impresa. Ma poi ci son le responsabilità da questo lato del campo, quelle di chi non organizza la contestazione e la resistenza.
Lascio la Cgil perché non vedo nei gruppi dirigenti alcuna volontà di cogliere il disastro in cui è precipitato il mondo del lavoro e le responsabilità sindacali in esso. Vedo una polemica di facciata contro le politiche di austerità e del grande padronato, a cui corrispondono la speranza e l'offerta del ritorno alla vecchia concertazione. E se le dichiarazioni ufficiali, come sempre accade, fanno fuoco e fiamme sui mass media, la pratica reale è di aggiustamento e piccolo cabotaggio, nell'infinita ricerca del minor danno.
Il corpo burocratico della Cgil è più rassegnato dei lavoratori posti di fronte ai ricatti del mercato e delle imprese, come può comunicare coraggio se non ne possiede? Certo ci sono tante compagne e compagni che non si arrendono , che fanno il loro dovere, che rischiano, ma la struttura portante dell'organizzazione va da un'altra parte, è dominata dalla paura di perdere il residuo ruolo istituzionale e quando ci sono occasioni di rovesciare i giochi, volge lo sguardo da un'altra parte. Quando la FIOM nel 2011 si è opposta a Marchionne, quando Monti ha portato la pensione alla soglia dei 70 anni, quando si è tardivamente ripristinato lo sciopero generale contro il governo, in tutti quei momenti si è vista una forza disposta a non arrendersi. Quei momenti non sono lontani, eppure sembrano distare già decenni perché subito dopo di essi i gruppi dirigenti son tornati al tran tran quotidiano. E temo che lo stesso accada ora nel mondo della scuola ove un grande movimento di lotta non sta ricevendo un adeguato sostegno a continuare.
Non si può ripartire se l'obiettivo è sempre solo quello di trovare un accordo che permetta all'organizzazione di sopravvivere. Così alla fine si firma sempre lo stesso accordo in condizioni sempre peggiori. In fondo è una resa continua. Il 10 gennaio 2014 CGiL CISL UIL hanno firmato con la Confindustria un'intesa che scambia il riconoscimento del sindacato con la rinuncia alla lotta quotidiana nei luoghi di lavoro. Una volta che la maggioranza dei sindacati firma un contratto la minoranza deve obbedire e non può neppure scioperare. Se non accetti questa regola non puoi presentarti alle elezioni dei delegati. Se negli anni 50 del secolo scorso la Cgil, in minoranza nelle grandi fabbriche, avesse accettato un sistema simile non avremmo avuto l'autunno caldo e lo Statuto dei Lavoratori. Che non a caso oggi il governo cancella sicuro che le grida sindacali non siano vera opposizione.
Il movimento operaio nella sua storia ha incontrato spesso dure sconfitte, ma le ha superate solo quando le ha riconosciute come tali e quando ha cambiato la linea politica, la pratica e, a volte, i gruppi dirigenti. Invece nulla oggi viene davvero rimesso in discussione.
La Cgil ha sempre avuto una dialettica interna. Tra linee politiche, tra esperienze, tra luoghi di lavoro, territori e centro, tra categorie e confederazione. Dagli anni 90 il confronto tra maggioranza e minoranze si è intrecciato con quello tra la FIOM e la confederazione. In questi confronti e conflitti si aprivano spazi di esperienze ed iniziative controcorrente.
Oggi tutto questo non c'è più. Una normalizzazione profonda percorre tutta l'organizzazione e l'ultimo congresso le ha conferito sanzione formale. Non facciamoci ingannare dalle polemiche televisive e dalle imboscate di qualche voto segreto. Fanno parte di scontri di potere tra cordate di gruppi dirigenti, mentre tutte le decisioni più importanti son state assunte all'unanimità, salvo il voto contrario della piccola minoranza di cui ho fatto parte e di cui non si è mai tenuto alcun conto. Una piccola minoranza che al congresso ha raggiunto successi insperati là dove c'erano le persone in carne ed ossa, ma che nulla ha potuto contro i tanti risultati bulgari per partecipazione e consenso verso i vertici, costruiti a tavolino. Con l'ultimo congresso la struttura dirigente della Cgil ha deciso di ingannare se stessa. La partecipazione bassissima degli iscritti è stata innalzata artificialmente per mascherare una buona salute che non c'è. Ed il resto è venuto di conseguenza. A differenza che nel passato non ci son più problemi nella vita interna della Cgil, tutto è pacificato a parte i puri conflitti di potere. Ma forse anche per questo la Cgil non ha mai contato così poco nella vita sociale e politica del paese.
A questo punto non bastano rinnovamenti di facciata, sono necessarie rotture di fondo con la storia e la pratica degli ultimi trenta anni. 
Bisogna rompere con un sistema Europa che è infame con i migranti mentre si genuflette di fronte all'euro. I diritti del lavoro sono incompatibili con una moneta unica i cui vincoli, come ha ricordato il ministro delle finanze tedesco, sono tutt'uno con le politiche di austerità. 
Bisogna rompere con il PD ed il suo sistema di potere se non se ne vuol venire assorbiti e travolti. 
Bisogna rompere con le relazioni subalterne con le imprese e ripartire dalla condizione concreta dei lavoratori .
Questo rotture non sono facili, ma sono indispensabili per ripartire e sono impossibili nella Cgil di oggi.

Certo fuori dalla Cgil non c'è una alternativa di massa pronta. Ci sono lotte, movimenti, sindacati conflittuali generosi e onesti, ma spesso distanti se non in contrasto tra loro. Ma questa situazione frantumata per me non giustifica il permanere in un'organizzazione che sento indisponibile anche solo a ragionare su queste rotture.
So bene che la svolta positiva per il mondo del lavoro ci sarà quando tutte le organizzazioni sindacali, anche le più moderate, saranno percorse da un vento nuovo. Ho vissuto da giovane quei momenti. Ma ho anche imparato che nell'Italia di oggi questo cambiamento sarà possibile solo se promosso da una spinta organizzata esterna a CGIL CISL UIL. A costruirla voglio dedicare il mio impegno.
Per questo lascio la Cgil da militante del movimento operaio così come ci sono entrato. Saluto con grande affetto le compagne e compagni di tante lotte che non condividono questo mio giudizio finale. Siccome li conosco e stimo, so che ci ritroveremo in tanti percorsi comuni. Saluto anche tutte e tutti gli altri compagni, perché ho fatto mio l'insegnamento di Engels di avere avversari, ma mai nemici personali.
Grazie soprattutto a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori che hanno insegnato a me, intellettuale piccolo borghese come si diceva una volta, cosa sono le durezze e le grandezze della classe operaia. Spero di poter apprendere ancora».

venerdì 3 aprile 2015

LA CGIL CONTRO IL JOBS ACT? ALLORA PERCHÉ.... di Giorgio Cremaschi

[ 3 aprile ]

Con la firma dei contratti del commercio e dei bancari la Cgil, fieramente schierata contro il Jobs act, lo ha nei fatti sottoscritto, applicato e persino interpretato creativamente.

Il contratto del terziario peggiora i due contratti precedenti che la Cgil aveva avuto il coraggio di non sottoscrivere. Si potrebbe fare un elenco di tante piccole e grandi angherie verso i lavoratori che vengono confermate, ma credo basti sottolineare che il lavoro domenicale diventa regola e obbligo. 

Particolare attenzione è stata poi rivolta alla clausola di flessibilità, che consente all'impresa di obbligare il lavoratore a lavorare 44 ore settimanali per 16 settimane senza neanche pagargli lo straordinario. Con 5 milioni di disoccupati aumentare l'orario di lavoro è proprio una bella sensibilità sociale, ma c'è di peggio. A livello aziendale o territoriale sarà possibile concordare orari di 48 ore per 24 settimane in un anno. Metà dell'anno si lavorerà con gli orari previsti dalla legge del 1923, senza neppure che sia riconosciuto lo straordinario. La Cgil nel passato si arrabbiò molto con il ministro berlusconiano Sacconi che aveva promosso il regime delle deroghe aziendali ai contratti nazionali. Ora sottoscrive una doppia deroga sugli orari di lavoro , realizzando un altro punto della famosa lettera di Draghi Trichet, che nel 2011 dettarono ciò che si doveva fare in Italia per obbedire alla Troika.

Il Jobs act prevede il demansionamento, cioè la possibilità per la aziende di degradare i lavoratori. Il contratto del commercio lo permette in via anticipata, cioè si potranno assumere a termine disoccupati con due qualifiche al di sotto della mansione effettivamente svolta. Cosa non si fa pur di dare lavoro, Poletti e i supermercati sono commossi.
Naturalmente gli enti bilaterali, cioè gli strumenti del peggiore consociativismo sindacale , e mi fermo qui, vengono rafforzati. Quello di fare enti è l'unico diritto che resta, perché è dei sindacati e non dei lavoratori.
Se il contratto del commercio è soprattutto il veicolo di ogni flessibilità a carico di chi lavora, quello dei bancari corre in soccorso di una esigenza di fondo delle imprese, quella di tagliare il personale e ristrutturarsi con meno costi possibili. Uno privilegia la flessibilità in entrata, l'altro quella in uscita, ma la logica è sempre la stessa.

Tutti sappiamo che la politica economica dei governi italiani ed europei ha un occhio di particolare riguardo per il sistema bancario, che viene sostenuto in tutti i modi con i nostri soldi. Lo stesso sostegno ai poveri banchieri lo fornisce per la sua parte l'accordo appena sottoscritto. Le banche potranno più serenamente licenziare, perché assumono l'impegno di prendere in considerazione i licenziati per eventuali nuove assunzioni. Hanno il via libera per le terziarizzazioni in tante belle newco, realizzate magari con la fusione di quelle banche popolari scalabili grazie alla riforma di Renzi. Si riducono i costi ed il valore della liquidazioni dei dipendenti così le banche risparmiano, ma per dare un contentino si afferma che i lavoratori dismessi in nuove società continueranno ad avere l'articolo 18. È qui c'è una mela avvelenata perché con questa clausola il contratto dei bancari riconosce di fatto il rapporto di lavoro a tutele crescenti. Se infatti si esclude di applicarlo ai terziarizzati e solo a quelli, si accetta che sia pienamente applicabile a tutti gli altri che verranno assunti. Come sempre le eccezioni confermano la regola. È questa la realizzazione di quanto il gruppo dirigente della Cgil aveva promesso nelle piazze del 12 dicembre scorso? La lotta al Jobsact si riduce a individuare le persone esentate dai suoi danni?

Questi contratti distruggono bel pò di diritti in cambio di un aumento di 85 euro lordi distribuiti su diversi anni. Un aumento mensile di 13 euro netti nella busta paga ogni anno non mi pare uno scambio equo rispetto a ciò che i lavoratori restituiscono. In effetti per un dipendente di un grande magazzino e di una banca sarebbe molto più conveniente vedersi prolungare il contratto precedente con zero aumenti, piuttosto che un rinnovo come questo. Ed infatti sono le aziende che festeggiano gli accordi.

Perché allora i grandi sindacati firmano queste porcherie? Semplice, lo fanno per sopravvivere come grandi organizzazioni burocratiche, ma questo loro modo d'agire finisce proprio per rafforzare Renzi e le sue politiche. 

Non so se Landini si riferisse ad accordi come questi quando ha parlato di crisi sindacale, però non l'ho sentito contestare una frottola che oggi va per la maggiore e che serve a giustificare le politiche di flessibilità e precarietà. In ogni talkshow ad un certo punto c'è chi afferma che la colpa principale delle grandi confederazioni sia quella di difendere i sindacalizzati e non i precari. È falso. CGIL CISL UlL in questi anni hanno firmato accordi che progressivamente hanno ridotto i diritti dei propri rappresentati, e per questo non hanno difeso neanche i precari. Come facevano ad estendere ciò a cui un pò alla volta rinunciavano? Oggi più che mai il lavoro in tutte le sue forme ha bisogno di organizzarsi in sindacato per difendersi. Ma il sindacato che serve non è certo quello che firma contratti come quelli del commercio e dei bancari. 

No, quei sindacati che senza un minuto di sciopero firmano la resa e poi affermano di avere vinto fanno solo danno. Per ricostruire i diritti del lavoro ci vogliono organizzazioni e strategie diverse da quelle che ci hanno portato sino al disastro attuale.

sabato 13 settembre 2014

PER VOI, ORMAI, È TROPPO TARDI di Coordinamento sinistra contro l'euro

13 settembre.
Giovedì 11 settembre 2014 – in occasione dell’inaugurazione della festa della Cgil “Piazza Bella Piazza” con un dibattito con la presenza dell’on. Stefano Fassina - il gruppo romano del Coordinamento della sinistra contro l’euro ha effettuato un volantinaggio per mettere Stefano Fassina, e il Pd tutto, di fronte alle proprie responsabilità in merito all’approvazione del Fiscal Compact, del pareggio di bilancio, dell’austerità e, più in generale, del sistema eurista. Ecco il volantino (che potete scaricare e distribuire cliccando qui).

SON ROSE CHE NON FIORIRANNO

«Il 18 aprile 2012 è una data da ricordare. In ossequio ai diktat delle oligarchie europee ed al Fiscal compactvenne modificato l’Art. 81 della Costituzione, introducendo uno dei dogmi più assurdi del neoliberismo: ilpareggio di bilancio. Il voto unanime di Pd, Pdl e Terzo polopermise di evitare che questo nuovo strappo, questa ennesimacessione di sovranità, potesse essere sottoposto a referendum popolare.

Con un tardivo sussulto di resipiscenza Stefano Fassina e parte del Pd annunciano un emendamento al ddl sulle “riforme” per modificare il comma 2 dell’Art. 81 allo scopo di rimuovere l’obbligo del pareggio di bilancio, «… in modo che sia possibile l’indebitamento da parte dello Stato per fare degli investimenti». Fassina ha poi aggiunto: «D’altra parte è in linea con quanto dice Renzi». In linea con quanto dice Renzi, forse, non certo con quel che Renzi fa. La Legge di stabilità in dirittura d’arrivo rispetta infatti tutti i desiderata dei gendarmi euro-tedeschi dell’austerità.

L’iniziativa di Fassina muove da una premessa fin troppo ovvia: che nelle condizioni di recessione più deflazione,applicare il Fiscal compact spingerebbe il Paese nell’abisso. È quindi una mossa giusta e necessaria, madel tutto inadeguata.



Non basta evitare il peggio, occorre una svolta radicale, a partire dalla politica economica e sociale. Una svolta che implica una rottura decisa dei vincoli europei, la riconquista della sovranità politica del nostro Paese, a cominciare da quella monetaria.

Abbiamo alle spalle un tempo sufficiente per tirare un bilancio dell’Unione europea. Se questa è il luogo dove la crisi globale è più devastante non c’è dubbio che ciò dipenda dalla natura e dall’architettura neoliberistadell’Unione. L’Unione ha tradito tutte le sue promesse. Sono cresciuti gli squilibri tra i paesi, sono cresciute le diseguaglianze sociali, abbiamo i tassi di disoccupazione più alti tra i paesi Ocse, la democrazia è stata rimpiazzata da un regime neo-autocratico in cui banche e grande finanza speculativa la fanno da padrone.

Ripudiare il Fiscal compact non è sufficiente a far uscire il Paese dal marasma. È indispensabile, come la Costituzione contempla, che lo Stato riconquisti il centro anche sul piano economico, poiché solo esso può avviare un grande piano d’investimenti per la piena occupazione. Per questo deve riconquistare la sovranità monetaria, elemento essenziale di politica economica e di bilancio, cessando di prendere i soldi a prestito dal sistema bancario privato, che su questa sua funzione lucra. Lo Stato dovrebbe anzi riportare sotto il proprio controllo, assieme alla Banca d’Italia, l’intero sistema bancario.

Queste ed altre misure di buon senso (“anticicliche”) non possono essere adottate restando nella gabbia dell’euro. Questo lo sa non solo Fassina, lo sa anche Renzi, nonché il cane da guardia dei mercati finanziariPadoan. Renzi vorrebbe ma non può. Questo sottoprodotto del populismo berlusconiano sa che se provasse a fare qualcosa di giusto nell’interesse dei cittadini, sarebbe defenestrato. Ma potrebbe esserlo anche nel caso in cui non perseguisse le crudeli politiche austeritarie. Ed infatti si staglia sull’orizzonte lo spettro della Troika.

In questo contesto, anche a causa di una classe politica bipolare che ubbidisce agli interessi di chi sta in alto, è facile prevedere che l’Italia continuerà ad affondare, e chi sta in basso vedrà peggiorare le proprie condizioni d’esistenza. Lo si voglia o meno ci stiamo avvicinando al punto di rottura. Lo si voglia o meno l’Unione e la moneta unica sono sulla via del tramonto. Coloro che han sin qui ubbidito ai poteri forti saranno spazzati via. Saranno quindi le forze popolari, sovraniste e democratiche, oggi costrette ai margini della vita politica dal regime neoliberista, a salvare questo Paese. 
Per voi è oramai troppo tardi».

martedì 29 luglio 2014

VERTENZA ALITALIA: ECCO LA VERITÀ! di Cub Trasporti

29 luglio. Riceviamo e volentieri pubblichiamo. 

ARROGANTE CON I LAVORATORI E DEBOLE CON I “PATRIOTI” RENZI RICATTA LA CATEGORIA E MINACCIA IL FALLIMENTO: un armamentario di ridicole argomentazioni, usato per nascondere la volontà di COLPIRE I LAVORATORI ANCHE IN UN COMPARTO OVE LA CRISI NON ESISTE.

Azienda e Governo non vogliono proprio lasciarsi sfuggire l’occasione di licenziare, tagliare i salari e precarizzare ulteriormente l’occupazione anche nel comparto aereo-aeroportuale-indotto.

ALTRO CHE PIANO DI DIFESA E DI TUTELA DEI LAVORATORI!

Alitalia è diventata il banco di prova in cui misurare la prepotenza di questo Governo nell’imporre, a “spese” della categoria e dei salari-diritti-occupazione, ulteriori privatizzazioni e la svendita del nostro Paese agli speculatori “nostrani” e “stranieri”.

PATETICO IL BALLETTO DEI SINDACATI FIRMAIOLI

CislUilUgl e i sindacati di Piloti e AA.VV. firmano migliaia di esuberi e le esternalizzazioni mentre Cgil ed Usb, pur non sottoscrivendo l’Accordo Quadro, restano immobili ed in silenzio per non disturbarne l’applicazione (...la Cgil ha revocato lo sciopero e l’Usb lo ha mantenuto “segreto”).
Subito dopo però, in risposta alla pretesa padronale di fare cassa sulle spalle dei lavoratori, CgilCislUgl ed Usb, diventando “paladini della miseria” e sottoscrivono un pesante taglio salariale fino a dicembre 2014 nonchè un rinnovo del CCNL dal 2015 senza un euro di arretrati (...dopo tre anni e mezzo di mancato rinnovo del contratto!).
Tutto ciò mentre mentre la Uil e le Ass. di Piloti e AA.VV., pur non aderendo all’intesa della “miseria”, restano immobili, richiedendo una consultazione solo sui tagli salariali!.

REFERENDUM BOICOTTATO: UNA CHIARA RISPOSTA DALLA CATEGORIA


ù Ridicoli i commenti di CgilCislUgl ed Usb sull’esito di un referendum boicottato e respinto dall’intera
categoria (volo e terra)...un BOICOTTAGGIO totale come proposto e indicato nei comunicati distribuiti in categoria dalla Cub Trasporti, unica sigla a scioperare il 20 luglio 2014!.
CgilCislUgl, dopo aver ubbidito al diktat di Del Torchio-Colaninno (...che meraviglia vedere ai seggi i sindacalisti insieme ai rappresentanti della gestione del personale “spuntare” le liste degli aventi diritto al voto!), tentano di ribaltare l’esito delle votazioni e si inventano la scusa del referendum ”abrogativo”: UN ESPEDIENTE INUTILE E RISIBILE, in contraddizione con quanto cgilsisluil- confindustria hanno definito all’inizio dell’anno in materia di rappresentanza (...un’altra pagina oscura della storia del movimento sindacale italiano!).
L’Usb, invece, rifiuta l’esito della consultazione denunciandone la parzialità ma, pur di confermare la validità della firma apposta sull’intesa della “miseria”, indice le assemblee dei soli iscritti (sic!).

LA DEMOCRAZIA CALPESTATA

La vicenda del referendum Alitalia segue solo di pochi giorni quanto successo in Sea Handling, presso gli aeroporti di Linate e Malpensa: dopo che i lavoratori hanno bocciato tramite un referendum un accordo sottoscritto da CgilCisluilUgl e Usb (...tagli ai salari ed ai diritti a chi, verrà “traslocato” nella nuova società!), l’intesa è stata invece confermata da quelle stesse sigle che, a braccetto con l’azienda, hanno proceduto ad una fantomatica raccolta di firme per smentire l’esito delle stesse votazioni e la bocciatura referendaria dell’accordo!!!
Una vicenda squallida ed emblematica..Alitalia: prosegue il gioco delle parti aziendal-sindacali-istituzionali
ma a pagare sono i lavoratori: VERGOGNA!

PERCHE’ FIRMANO TUTTO? 

PERMESSI E DISTACCHI SINDACALI: PER LORO SONO UN VERO TESORO!
Licenziamenti, tagli salariali e normativi per i lavoratori, permessi per i sindacalisti compatibili. Mentre il lavoratore sgobba, la CASTA DEI PARASSITI se la gode... Mentre chi lavora sputa il sangue questi signori passeggiano... Mentre c’è chi fa turni impossibili, questi “rappresentanti”, che hanno concordato quei turni infami con l’azienda, si alzano dal letto quando gli va...
Qualsiasi sindacalista che osi contrastare l’azienda e i propri vertici sindacali viene rimesso subito in produzione..: ECCO PERCHE’ FIRMANO TUTTO !!!

NO AL SINDACATO DEI TAGLI E DELLA MISERIA: LA RAPINA IN CIFRE


A maggio 2015, un lavoratore al III livello, quando partirà l’erogazione della prima trance di aumento contrattuale di 50 Euro, sarà costretto a rinunciare a circa 6.800 euro lordi di arretrati maturati dal 2012 e dovrà accontentarsi di un misero aumento, ben al di sotto dei quasi 180 Euro mensili che gli indici governativi sull’inflazione avrebbero previsto. Un danno enorme a cui si aggiunge la beffa del “prelievo forzoso” sulle retribuzioni del 2014: per la prima volta invece di percepire gli arretrati del contratto dovremo pure versare un obolo.

ETIHAD ULTIMA SPIAGGIA? 
SI DRAMMATIZZA SOLO PER LICENZIARE E TAGLIARE I SALARI

La Cub Trasporti ha sempre sostenuto che per Alitalia, come per l’intero Trasporto Aereo, UN ALTRO PIANO ERA ED È POSSBILE: sarebbe necessario che l’investitore pubblico tornasse ad esercitare la propria funzione, tutelando un settore strategico, nonché l’occupazione, evitando invece di fare “terrorismo da operetta” e di porre dei ridicoli ed inutili ultimatum.
Peraltro è chiaro che non sarà colpa dei lavoratori se il passaggio nelle mani di Etihad fallirà: ci sono scaramucce tra gli azionisti, con l’annessa pretesa di nazionalizzazione i debiti da parte delle banche! Questo si denaro pubblico sperperato senza alcun ritorno sociale ed industriale ma a tutela di privatissimi interessi.
IL TRASPORTO AEREO NON È IN CRISI ED È UN INVESTIMENTO REDDITIZIO!
E’ però altrettanto legittimo che una categoria che opera in un comparto florido ed in espansione
(+10,3% traffico pax e +16,6% traffico merci nel periodo 2009-2013, nonchè +3,5% traffico pax e +5,1% traffico merci nei primi 6 mesi del 2014 su 2013) tenti di respingere “i sacrifici” richiesti, peraltro propedeutici alla svendita di un settore strategico per il nostro paese.

E’ SOLO SFRUTTAMENTO!!!

Alitalia non ha personale in esubero. A giugno 2014 Alitalia ha utilizzato circa 1300 precari, da anni in attesa di una stabilizzazione che non si è ancora concretizzata, pur di continuare a mantenere sotto ricatto un esercito di giovani e meno-giovani lavoratori senza diritti e sottopagati.
La Cub Trasporti a breve organizzerà in Alitalia e nell’intero Trasporto Aereo ulteriori iniziative contro la PRECARIETÀ, i licenziamenti ed i tagli salariali e normativi.
In Alitalia monitorerà l’applicazione dei recenti accordi, dando mandato ai propri avvocati di preparare le iniziative legali necessarie per recuperare l’indebito saccheggio salariale e per difendere il personale che verrà colpito da inaccettabili discriminazioni.

Passa dalla tua parte. Organizzati con la Cub Trasporti!
Fiumicino 29 luglio 2014

Cub Trasporti – via Cavour 101 tel 0648029250 fax 064828857 email: cub_trasporti@libero.it 3881118557 – 3939103997 – 3939054780 – 3381049862 - 3281913419

PASSA DALLA TUA PARTE...ORGANIZZATI CON LA CUB TRASPORTI

venerdì 25 luglio 2014

ALITALIA: FALLITO IL REFERENDUM-FARSA

25 luglio. Riceviamo e volentieri pubblichiamo il commento a caldo dei compagni della C.U.B. trasporti. CGIL, CISL, UGL (e USB) dopo aver sottoscritto il contratto aziendale-bidone per Alitalia hanno dovuto sottoporre a referendum il contratto.. e hanno preso una sonora legnata.


IL REFERENDUM-FARSA È FALLITO:

tanti i lavoratori che hanno boicottato la finta-consultazione (74,6%)
e moltissimi i NO (475 su 3555 votanti!) all’accordo truffa sui tagli salariali
firmato da cgilcislugl ed usb

Il diktat di Colaninno-Del Torchio è stato respinto dai dipendenti di Alitalia.

Non sono bastati gli ossequiosi-servigi di alcuni delegati di cgilcislugl e l’imbarazzante silenzio dell’usb a consentire il successo di una consultazione priva dei più elementari requisiti di trasparenza e legittimità sull’accordo beffa sui tagli salariali. Su 14.014 aventi diritto hanno votato solo 3555 lavoratori (SI – 3022, No – 475, 58 nulle/bianche).

I dipendenti AZ hanno deciso di non rendersi complici e di non sugellare con il voto (…peraltro solo sull’accordo integrativo e non su quello dei licenziamenti sottoscritto da cisluilugl e associazioni di piloti e assistenti di volo!) il gioco delle parti inscenato da quelle sigle che, sedute al tavolo del Governo Renzi-Poletti-Lupi, stanno avallando la svendita della ex-Compagnia di Bandiera, i licenziamenti ed il saccheggio dei salari.

La privatizzazione di Alitalia ed il Piano Fenice sono falliti non certo per colpa di esuberi che non esistono nella ex-Compagnia di Bandiera (…oltre 1300 sono i precari stabilmente utilizzati da AZ ed in attesa di una stabilizzazione che viene ingiustamente rinviata anno-dopo-anno) o a causa di un costo del lavoro assai più basso dei principali competitor europei!

Al contrario il problema di Alitalia è un management assolutamente inadeguato (…con cui le solite sigle sindacali continuano a trattare in nome di un rilancio che non decolla da anni!), nonché una politica aziendale fallimentare e affetta da nanismo industriale.

E’ questa la verità che non può essere nascosta ai dipendenti che sanno bene che il Trasporto Aereo italiano costituisce un vero affare, in grado di assicurare lauti profitti a chi vuole speculare nel settore: una categoria consapevole di quanto sia odiosa ed inaccettabile la pretesa di scaricare sulle spalle dei lavoratori IL PREZZO DI UNA CRISI CHE NON ESISTE!

LA VICENDA DEL REFERENDUM ALITALIA RAPPRESENTA UN’ALTRA PAGINA NERA PER LA DEMOCRAZIA NEI LUOGHI DI LAVORO. Mai fino ad oggi (..a parte in Sea Handling nella attuale vicenda del fallimento-pilotato!) non si era vista l’azienda, in accordo con i rappresentanti dei sindacati firmaioli (…che spettacolo vederli seduti insieme ai seggi a spuntare le liste dei votanti!), imporre il voto ai dipendenti fissi e precari (sic!), chiamandoli uno-ad-uno a sugellare un’intesa che non poteva proprio essere digerita dalla categoria.

Azienda e rappresentanti sindacali hanno fallito ancora una volta:
non è bastato il ricatto per i fissi di essere licenziati e per i precari di non essere più richiamati.

Il Governo Renzi-Poletti-Lupi, archiviando l’ipotesi di imporre l’applicazione di accordi bocciati dalla categoria e smettendo di ricattare i lavoratori con il fallimento di una società che può e deve essere rilanciata, è urgente che riapra il confronto, stavolta senza escludere la Cub, per pianificare, nell’interesse della categoria e dei cittadini, la tutela di un asset strategico per il nostro paese.

I lavoratori, invece, è ora che decidano di investire sul loro futuro e di abbandonare i sindacati firmaioli, dando forza alla Cub Trasporti, unico sindacato in grado, senza raggiri, di tutelare la categoria, minacciata da un attacco senza precedenti.


Roma, 25.07.2014 - CUB Trasporti

venerdì 28 giugno 2013

SE QUESTI SONO SINDACATI Intervista di Anna Lami a Sergio Bellavita


 28 giugno. Sergio Bellavita (a sinistra nella foto) esponente della Rete 28 Aprile è stato membro della Segreteria nazionale della Fiom, fino a quando non è stato cacciato in malo modo nell'ottobre scorso dalla maggioranza di Landini.


D. E’ stato firmato l’accordo sulla rappresentanza e democrazia tra Confindustria Cgil Cisl e Uil, successivamente sottoscritto anche dall’Ugl. Il gruppo dirigente Fiom non solo non si è opposto ma ne ha dato un giudizio sostanzialmente positivo. La valutazione della Rete 28 Aprile è invece molto negativa, ci puoi argomentare i principali punti di disaccordo tra voi e la maggioranza Fiom?
 

R. E' riduttivo parlare di "accordo negativo", con quell'intesa si instaura un vero e proprio regime sindacale. Un regime riservato esclusivamente al sindacalismo complice , destinato cioè, a praticare la contrattazione di restituzione, di riduzione di salari e diritti. In continuità peraltro con quanto previsto dall'accordo del 28 giugno 2011 e dall'articolo 8 di Sacconi, le deroghe cioè al Contratto ed alla legge. In sostanza serve ad applicare sul terreno sociale le politiche d'austerità. Sin da subito abbiamo parlato del giudizio positivo di Landini come della firma tecnica sul modello Marchionne, la stessa per capirci che la Cgil e settori Fiom proponevano di apporre nel 2010 a Pomigliano di fronte all'intesa separata che cancellava la Fiom dagli stabilimenti. L'accordo su rappresentanza e democrazia è appunto la piena affermazione del modello Marchionne su scala generale. Lo stesso modello autoritario e sanzionatorio che contempla solo il sindacalismo complice. E' sufficiente vedere cosa è previsto sul terreno della rappresentanza: solo le organizzazioni sindacali firmatarie e/o che piegano la testa accettando di non confliggere con l'impresa in rispetto degli accordi vigenti, hanno il diritto a presentarsi alle elezioni rsu. Così si cancella il diritto dei lavoratori ad opporsi agli accordi, a lottare cioè per migliorare le proprie condizioni. Si cancella il sindacalismo conflittuale. Se quest'accordo fosse stato sottoscritto prima del 2010, la Fiom avrebbe dovuto firmare gli accordi di Mirafiori e Pomigliano, dove, non dimentichiamolo, i lavoratori hanno votato. Hanno votato per cancellare la Fiom, per peggiorare le proprie condizioni, per uscire dal Contratto nazionale. Ecco perchè il voto dei lavoratori previsto nell'accordo e che tanto viene enfatizzato, altro non è che lo strumento per legittimare il ruolo di un sindacato che sottoscrive accordi peggiorativi, è l'istituzionalizzazione del referendum come strumento per imporre la contrattazione di restituzione. Quando nel 2010 decidemmo come Fiom di non firmare l'accordo di Pomigliano, decidemmo di lottare mettendo al centro i diritti dei lavoratori, non quelli d'organizzazione. Tutti ci invitavano al realismo, ci raccomandavano di stare dentro. E' evidente che c'è un radicale cambio di linea.
 


D. Il corteo della Fiom dello scorso 18 maggio, l’abbiamo potuto vedere tutti, non è stato particolarmente partecipato ed è passato senza produrre risultati per i lavoratori. Per il prossimo venerdì è previsto lo sciopero del settore auto Fiom. A tuo avviso può rappresentare un nuovo inizio e restituire un profilo conflittuale al sindacato dei metalmeccanici o invece è ancora insufficiente?

R. Certamente la manifestazione del 18 maggio non è stata delle più partecipate nella lunga storia dei metalmeccanici. Le ragioni sono molteplici, pesa sopratutto la profonda crisi di credibilità del sindacato nel nostro paese. La condizione di chi lavora precipita e più nessuno crede, non a torto, che siano le manifestazioni a Roma a poterla cambiare. In particolare tuttavia occorre sottolineare che da molti mesi la Fiom non ha più nessuna grande vertenza in campo, continua certamente a rappresentare un punto di vista importante, radicale sul terreno politico, ma un punto di vista che non è più, da molto tempo, conseguente sul piano dell'iniziativa concreta. E i lavoratori misurano un sindacato su quello che fa concretamente, non su quello che dice, per quanto importante. La stessa manifestazione su Fiat di venerdi 28 ha questi limiti. Non c'è più in piedi una vertenza Fiat che vada oltre le sacrosante battaglie legali, oltre la denuncia dell'anomalia Marchionne. Tutti sanno che nei prossimi anni Fiat metterà pesantemente le mani sull'occupazione. E' in gioco forse più di metà dell'occupazione e degli stabilimenti. La sovraccapacità produttiva rispetto al dato delle vendite è persino eclatante. Non risolveranno né nuovi modelli che pure sono necessari, né una nuova indispensabile strategia industriale . Tra le altre cose non va sottovalutato il fatto che per gli azionisti Fiat Marchionne è la gallina dalle uova d'oro per i profitti che ha portato loro con le diverse operazioni finanziarie ed industriali. Voglio dire che non c'è una proprietà arrabbiata per i dati disastrosi sulle vendite, se non qualche ricco e attempato sabaudo nostalgico della Fabbrica Automobili Torino. Cisl,Uil, la politica e le Istituzioni, a partire dal Governo sanno benissimo cosa succede e cosa si prepara. Non ci si può aspettare nulla visto che hanno legittimato e legalizzato il modello Marchionne. Per queste ragioni occorre costruire una pura vertenza sindacale. Senza una battaglia per la redistribuzione del lavoro su tutti gli stabilimenti e la difesa intransigente di ogni sito si rischia semplicemente di accompagnare la pesante ristrutturazione che verrà. Ed è in quella chiave che la lotta contro il modello Marchionne va inserita. La leva della battaglia è la difesa dell'occupazione. Diversi compagni che lavorano in Fiat da tempo propongono inascoltati di riprendere il terreno della lotta, pur consapevoli della difficilissima fase. A Pomigliano per esempio, è allucinante la contraddizione tra il ricorso al lavoro straordinario e la cassa integrazione. Per queste ragioni molti si aspettavano un blocco dei cancelli, qualcosa di più forte che la semplice denuncia.

D. Sabato a Roma avrà luogo l’assemblea nazionale della Rete. Quale bilancio faresti dell’operato della vostra area programmatica dalla sua nascita ad oggi? Per quale ragione nonostante l’aggravarsi delle condizioni nel mondo del lavoro avete incontrato così tante difficoltà a costruire un’opposizione di massa alla linea maggioritaria della Cgil? Come mai siete ancora poco conosciuti in tanti luoghi di lavoro? Cosa vi proponete di fare per il futuro?

 

R. L'assemblea di sabato è un passaggio importante. Si tratta,per noi che abbiamo da tempo deciso di presentare un documento alternativo al congresso Cgil , di qualificare il come ma anche perchè continuare la battaglia in Cgil. Non ci misuriamo solo con la deriva inarrestabile di una Cgil che ha sostanzialmente aderito al modello Cisl consentendo così la totale destrutturazione del sistema dei diritti e delle tutele del mondo del lavoro. Il quadro nel nostro paese, come peraltro nella maggior parte dell'area euro, è segnato dalla durezza del combinato disposto tra politiche d'austerità e crisi economica. Una si alimenta dell'altra e entrambe, nell'assenza totale di rappresentanza politica e sociale delle classi popolari, deflagrano creando impoverimento, disoccupazione ma anche, per ora, rassegnazione e passività. Tutte le vecchie forme della rappresentanza sono travolte, siano esse complici o antagoniste. E' lo spazio concreto dell'iniziativa sindacale rivendicativa che è praticamente scomparso e non solo per responsabilità del sindacalismo complice che c'è ed è enorme, non dobbiamo dimenticare che la crisi è crisi del capitale, della sua capacità di generare profitti, di garantire consenso e crescita. Ogni lotta sindacale in difesa dell'occupazione, per il salario, per i diritti diviene immediatamente lotta politica, immediatamente diviene sovversiva rispetto alle compatibilità date. Questa è la ragione di fondo che rende complicata la costruzione del conflitto. La condizione dei lavoratori è divenuta variabile dipendente dei margini del capitale nella sua competizione globale. L'accordo sulla rappresentanza e democrazia e le deroghe previste dal 28 giugno 2011 sono gli strumenti concreti per applicare nel concreto questa subordinazione. Se questo è il quadro, il punto centrale per la Rete 28 aprile è come essere parte della necessaria ricostruzione del conflitto sociale a partire dai luoghi di lavoro. Stare nelle lotte parziali, agire per una nuova coscienza di classe, stare nella contraddizione che nei diversi soggetti si pare e che è sempre più esplosiva. La Rete, sin dalla sua nascita nel 2005, ha cercato in ogni modo di contrastare la deriva della Cgil, la sua progressiva cislizzazione. Sia nella battaglia interna, per una lunga fase insieme alla Fiom ed a altri pezzi della Cgil, sia nel tentativo di costruzione di un fronte sociale contro le politiche del padronato e del Governo. Siamo un punto di riferimento per larghissima parte dei militanti della sinistra antagonista nei luoghi di lavoro, ovviamente per tutti quelli che continuano a lottare. Tanti compagni purtroppo sono semplicemente tornati nel privato senza che nessuna nuova generazione si sia affacciata sullo scenario sociale. Certamente si poteva fare di più, tuttavia la marginalità della nostra esperienza non è cercata, ma imposta dalle condizioni date. Il congresso da questo punto di vista è una straordinaria possibilità di farci conoscere, di consolidare e aggregare nuovi quadri, di ri-costruzione di una nuova esperienza collettiva interna alla Cgil.
 

D. Vi proponete di presentare un documento alternativo al congresso della Cgil. Nel precedente furono denunciate procedure quantomeno dubbie e risultati manipolati nonostante l’opposizione al gruppo dirigente di pezzi importanti della Cgil quali gli allora segretari di categoria dei metalmeccanici, funzione pubblica e bancari. Non hai timore che possano ripetersi simili pratiche? E soprattutto, pensi sia ancora possibile poter invertire la rotta del sindacato di Corso Italia in assenza di conflitti costruiti dal basso?

R. Chiediamo un congresso democratico, regole certe e trasparenti che garantiscano il diritto di ogni iscritto di conoscere le diverse posizioni e di decidere. Lo scorso congresso è stato devastante da questo punto di vista se si pensa che ancora oggi non conosciamo i dati del voto disaggregati per territorio e categorie... regioni del sud che hanno raddoppiato i voti di quelle industriali. Una cosa inaccettabile. In più, la stretta autoritaria che viviamo nell'organizzazione e che è direttamente figlia della crisi della forma sindacale, rischia di degenerare nel tentativo di cancellare politicamente e sostanzialmente il dissenso in Cgil. Le contraddizioni che apriamo sulle scelte dell'organizzazione sono vissute dai gruppi dirigenti come atti di lesa maestà, come aggressioni violente. Difenderemo con ogni mezzo, ripeto, con ogni mezzo, il diritto al dissenso. Il sindacato non è proprietà dei suoi dirigenti. No, senza un nuovo ciclo di lotte il sindacato, tutto, non cambierà mai. E' illusorio pensare che sia la nostra battaglia congressuale a modificare un'organizzazione come la Cgil. Solo un nuovo protagonismo sociale può obbligare il sindacato a cambiare o ad adeguarsi.
 

D. Per rilanciare il conflitto sociale non si potrà certamente fare a meno di coinvolgere i milioni di disoccupati e precari. L’Usb a tal proposito ha iniziato a ragionare sulla costruzione del “sindacalismo metropolitano” e della “confederalità sociale”. L’idea è che il sindacato si debba porre il problema della relazione con i settori sociali esclusi dai circuiti lavorativi tradizionali, dunque fuori dalla contrattazione ordinaria. Questi soggetti, che è difficile come nel caso dei precari se non impossibile come nel caso dei disoccupati organizzare nei luoghi di lavoro vanno organizzati sul territorio, affiancando alle lotte sindacali classiche quelle per le occupazioni di case, per la sanità, e per tutte le problematiche che riguardano la vita nei territori. Cosa ne pensi? Ti sembra un esperimento interessante?

R. Si, davvero molto interessante. La crisi che tutto travolge riduce nei fatti la stratificazione sociale e generalizza la condizione di massima delle classi popolari, cancellando anche vecchie divisioni. La questione salariale,la lotta contro il carovita ad esempio travalica da tempo le diverse appartenenze categoriali. Si impone la necessità di promuovere un'azione unificante interna ed esterna ai luoghi di lavoro, sia perché imposta dal processo di espulsione del sindacato da fabbriche e uffici, sia per effetto della crescente disoccupazione di massa. Non dimentichiamo che con la cancellazione dell'art.18 la Costituzione è uscita dai luoghi di lavoro riducendo molto la possibilità della tradizionale organizzazione interna ai luoghi di lavoro. Stesso processo riguarda la contrattazione sindacale. Diviene quindi centrale il territorio che, guarda caso, è una dimensione altamente unificante per le classi popolari. La casa, il salario, i servizi, il lavoro. Senza dimenticare, ovviamente, un livello generale che riunificando il parziale,dia alle lotte una prospettiva progressiva e solidale impedendo che quella stessa dimensione che vogliamo indagare non diventi causa di nuove separazioni, egoismi, o peggio.



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