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sabato 3 novembre 2018

CHI ERA DAVVERO KEYNES? di Michael Roberts


John Maynard Keynes ed il ministro del Tesoro USA Henry Morgenthau Jr
[ 3 novembre 2018 ]

Keynes mirava a qualche modesto intervento di riparazione del capitalismo liberale, per farlo funzionare senza la necessità di una rivoluzione socialista

Questo blog si è occupato del pensiero di Keynes a più riprese. Ne segnaliamo alcune:

IL PENSIERO DI KEYNES di Marco Passarella. KEYNES E MARX A CONFRONTO  di Moreno Pasquinelli. MARX, KEYNES, SRAFFA di Giorgio Lunghini. CRISI: AVEVA RAGIONE MARX NON KEYNES di Guglielmo Carchedi. MARX E KEYNES SULLE CAUSE DELLA CRISI  di Antonio Pagliarone



*  *  *

Segue dalla prima parte
Keynes era davvero il grande internazionalista che mirava a rendere il capitalismo un sistema stabile attraverso la gestione macroeconomica su scala mondiale? Questa è l'affermazione di Ann Pettifor nella sua recente lode a Keynes. Keynes è diventato famoso dimostrando che le politiche di austerità inflitte alla Germania dopo la prima guerra mondiale sarebbero state controproducenti per gli interessi di Francia e Gran Bretagna. E pare sia stato il promotore della "costruzione dell'architettura finanziaria internazionale a Bretton Woods nel 1944. I politici e gli economisti (se non i banchieri) avevano infine appoggiato la sua teoria e le sue politiche" (Pettifor).Certo, voleva creare istituzioni “civilizzate” per assicurare pace e prosperità a livello globale attraverso la gestione internazionale delle economie, delle valute e del denaro. Ma queste idee di un ordine mondiale per controllare gli eccessi del capitalismo sfrenato si sono alla fine concretizzate in istituzioni come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e il Consiglio delle Nazioni Unite, principalmente utilizzate per promuovere le politiche dell'imperialismo, con gli Stati Uniti alla guida. Invece di un mondo di leader “civilizzati” che risolvono i problemi del mondo, abbiamo avuto un'aquila terribile che impone la sua volontà sul pianeta. Gli interessi materiali decidono le politiche, non gli economisti intelligenti. Keynes, l'internazionalista, ci ha dato l’austerità del FMI sulle economie emergenti in difficoltà.Inoltre, Keynes fu sempre più un rappresentante degli interessi dell'impero britannico che un internazionalista. Dopotutto, era stato nel servizio civile britannico in India. Il biografo di Keynes, Lord Skidelsky, intitolò il terzo volume della sua biografia Keynes: Fighting for Britain. Durante gli incontri di Bretton Woods nel dopoguerra, Keynes rappresentò non le masse mondiali o un ordine mondiale democratico, ma i ristretti interessi nazionali dell'imperialismo britannico contro il dominio plateale americano. Dopo l'accordo, Keynes disse al parlamento britannico che l'accordo di Bretton Woods non era “un'asserzione del potere americano ma un ragionevole compromesso tra due grandi nazioni con gli stessi obiettivi; ripristinare un'economia mondiale liberale”. Solo due nazioni erano importanti, gli interessi degli altri erano ignorati.Keynes era un internazionalista quando si trattava di economia? Ha iniziato come un fautore del libero scambio seguendo la tradizionale visione neoclassica secondo cui il mercato libero nel commercio avrebbe giovato tutti. Da studente prestò servizio come segretario dell'Associazione di libero scambio della Cambridge University e ne sostenne le posizioni in diversi dibattiti. “Dobbiamo mantenere il libero scambio, nella sua interpretazione più ampia, come un dogma inflessibile, a cui non è ammessa alcuna eccezione, ovunque sia una nostra scelta. Dobbiamo attenerci a ciò anche quando non riceviamo reciprocità di trattamento e anche in quei rari casi in cui violandolo potremmo in effetti ottenere un vantaggio economico diretto. Dovremmo attenerci al libero scambio come un principio della morale internazionale, e non semplicemente come una dottrina del vantaggio economico”. Nel 1928, tuttavia, Keynes aveva cambiato la sua posizione suggerendo che”"la difesa del libero commercio deve essere basata sul futuro, non su principi astratti del laissez-faire, che pochi ora accettano, ma sull'opportunità e sui vantaggi effettivi di una tale politica".La terribile esperienza della Grande Depressione cambiò ulteriormente le sue opinioni. In dichiarazioni private fornite nel 1930 davanti al Comitato Macmillan per le finanze e l'industria, istituito per offrire consulenza economica al governo britannico all'inizio della Grande Depressione, Keynes propose dazi sull’importazione di beni esteri e sussidi per gli investimenti interni. Alla domanda se l'abbandono del libero scambio valesse i potenziali effetti migliorativi della protezione, Keynes rispose: "Non ho raggiunto un'opinione chiara su dove sia l'equilibrio del vantaggio", ma vedeva il merito dei dazi come un sollievo dal crollo economico. “Ho una paura spaventosa del protezionismo come una politica a lungo termine", dichiarò, "ma non possiamo permetterci di avere sempre lunghe vedute… la domanda, a mio parere, è fino a che punto siamo disposti a rischiare svantaggi a lungo termine per ottenere un aiuto nella situazione immediata”.In poco tempo, si spostò sempre più verso misure protezionistiche. In risposta alle domande del primo ministro, Keynes dichiarò di essere “stato riluttante a convincersi che alcune misure protezionistiche andavano introdotte”. In un memorandum preparato nel settembre 1930 per il Comitato degli economisti dell’Economic Advisory Council, Keynes studiò i benefici dei dazi, che ora descriveva come “semplicemente enormi”. Questi benefici comprendevano la soluzione del problema fondamentale del disallineamento dei costi del denaro e del tasso di cambio: una tariffa doganale aumenterebbe i prezzi interni e ridurrebbe i salari reali verso il loro “valore di equilibrio”, al contempo evitando una caduta dirompente dei salari nominali (quindi i salari reali cadono senza che la classe lavoratrice se ne accorga). Una tariffa “ripristinerebbe la fiducia delle imprese e creerebbe un clima favorevole per nuovi investimenti”, affermava, “ma non dovrebbe (se non progettata in modo inadeguato) suscitare richieste da parte dei sindacati per retribuzioni più elevate o avere effetti negativi sull'occupazione”.
Le tariffe doganali avrebbero quindi aiutato il capitale britannico contro i suoi concorrenti comprimendo i redditi reali delle famiglie britanniche. Keynes preferiva la svalutazione della moneta, ma considerava come necessari anche i dazi. Iniziò quindi a sostenere le politiche economiche cd. del “rubamazzo” (ovvero che producono benefici unicamente al Paese che lo adotta e danni agli altri, ndT) per aiutare il capitale britannico contro i suoi rivali. Nel 1933 scrisse della sua simpatia “verso coloro che volevano ridurre al minimo, piuttosto che con quelli che avrebbero massimizzato, i legami economici tra le nazioni. Idee, conoscenza, arte, ospitalità, viaggi: queste sono le cose che dovrebbero essere di carattere internazionale. Ma lascia che le merci siano fatte in casa quando è ragionevole e convenientemente possibile; e, soprattutto, lascia che la finanza sia principalmente nazionale”.
Tuttavia, una volta che la depressione e la guerra finirono, Lord Keynes nel suo ultimo discorso tornò a sostenere la teoria del “libero scambio” (…). Penso che tutto questo ci dica che Keynes era un internazionalista e un fautore del libero commercio quando pensava che questo sarebbe stato nell'interesse del capitale britannico, ma a favore della protezione e di politiche del “rubamazzo” quando pensava che sarebbe stato nell'interesse dello stesso capitale britannico. Per lui c'erano solo due nazioni “civilizzate”, Stati Uniti e Regno Unito (come partner minore), che potevano guidare il mondo. Keynes non ha mai criticato il ruolo dell'Impero britannico, al contrario, l'ha visto come una cosa buona e da preservare.
L'Europa come una rivale dell'imperialismo americano arrivò dopo la morte di Keynes. Con l'ascesa dell'Europa, il capitale britannico iniziò a muoversi verso il continente, entrando a far parte del mercato unico e dell'UE. Ma il capitale britannico rimaneva diviso su dove allinearsi. All'interno della psiche dell'élite dirigente britannica (principalmente quella del capitale più piccolo e locale), rimaneva una nostalgia per l'Impero e uno sguardo fisso oltre lo “stagno” atlantico. Con la caduta delle economie europee dopo la Grande recessione, i lealisti dell'impero reazionario hanno spinto per una rottura con l'Europa e un ritorno al “vecchio ordine” come partner minore dell'imperialismo americano che esisteva ai tempi di Keynes.Come avrebbe reagito Keynes a questo? Dal mio punto di vista, com'era ai tempi di Bretton Woods, Keynes sarebbe stato generalmente favorevole al commercio più libero e ai flussi di capitali internazionali, poiché pensava che sarebbe stato vantaggioso per il capitale anglo-americano. Quindi potrebbe aver sostenuto l'ingresso del Regno Unito nell'UE, ma non nell'euro, perché ciò avrebbe portato via il controllo sulla valuta e l'opzione della svalutazione. Quale sarebbe stata la visione di Keynes sulla Brexit? Keynes sarebbe stato un "leaver" o un "remainer"? Probabilmente il primo, dove risiedono le sue inclinazioni nazionaliste. Ma forse anche il secondo, dal momento che come diceva il suo rivale economico degli anni '30, Friedrich Hayek, Keynes cambiava le sue idee come cambiava le sue camicie. Keynes era un internazionalista solo finché non era in conflitto con gli interessi del capitale britannico (o dell'imperialismo americano) - praticamente la stessa posizione di Churchill.Keynes si opponeva con veemenza all'internazionalismo socialista. Keynes vedeva tutti suoi interventi come progettati per salvare il capitalismo da se stesso e per evitare la temuta alternativa del socialismo. Come ha chiarito: “Per la maggior parte, penso che il Capitalismo, saggiamente gestito, possa probabilmente essere reso più efficiente così da raggiungere i fini economici di qualsiasi altro sistema alternativo, ma che di per sé è in molti modi estremamente discutibile. Il nostro problema è di elaborare un'organizzazione sociale che sia il più efficiente possibile senza offendere le nostre nozioni di uno stile di vita soddisfacente”. Così “la guerra di classe mi troverà dalla parte della borghesia istruita”.Ha mai combattuto per una maggiore uguaglianza? Questo è quello che ha detto. “Per parte mia, credo che ci sia una giustificazione sociale e psicologica per significative disuguaglianze di reddito e ricchezza, ma non per le grandi disparità che esistono oggi. Ci sono attività umane preziose che richiedono il motivo del profitto e l'ambiente della proprietà privata della ricchezza per la loro piena fruizione”. Questo è il rivoluzionario di Pettifor.Keynes calcolava che con l'espansione del capitalismo, attraverso una maggiore tecnologia, avrebbe creato un mondo di abbondanza e svago. A causa di questa abbondanza, il rendimento dei prestiti destinati agli investimenti sarebbe caduto e quindi banchieri e finanzieri non sarebbero più stati necessari; sarebbero potuti essere eliminati (“l'eutanasia del rentier”). Bene, non sembra che stia succedendo. I seguaci di Keynes ora sostengono che il capitalismo viene distorto dalla “finanziarizzazione” e dal capitale finanziario - e questo è il vero nemico. Cosa è successo alla graduale eliminazione delle finanze nel tardo capitalismo a la Keynes?Al contrario, la teoria del capitale finanziario di Marx non prevedeva una graduale rimozione della finanza; Marx ha descritto l'accresciuto ruolo del credito e della finanza nella concentrazione e centralizzazione del capitale nel tardo capitalismo. Sì, le funzioni di gestione e investimento diventano più separate dagli azionisti delle grandi aziende, ma ciò non modifica la natura essenziale del modo di produzione capitalistico - e certamente non implica che i tagliatori di cedole o gli speculatori nel mondo degli investimenti finanziari scompaiano gradualmente.Keynes, il presunto oppositore radicale dell'economia neoclassica, secondo Pettifor, tornò sui suoi passi. In uno dei suoi ultimi articoli sull'economia capitalista alla fine della Grande Depressione e all'inizio della seconda guerra mondiale, Keynes osservò che “la nostra critica alla teoria classica dell'economia accettata non consisteva tanto nella ricerca di errori logici nella sua analisi quanto nel fare emergere che i suoi taciti presupposti sono raramente o mai soddisfatti, con il risultato che non può risolvere i problemi economici del mondo reale. Ma se i nostri controlli centrali riescono a stabilire un volume aggregato di produzione il più vicino possibile alla piena occupazione, la teoria classica torna a essere di nuovo vera da questo punto in poi”. Quindi una volta ottenuta la piena occupazione, possiamo fare a meno della pianificazione e dell’“investimento socializzato” per far ritorno ai mercati liberi e alla tradizionale politica e politica neoclassica: “il risultato di colmare le lacune nella teoria classica non è quello di disporre del “Sistema di Manchester” (mercati "liberi”- nota dell’autore), ma di indicare la natura dell'ambiente che richiede il libero gioco delle forze economiche per realizzare le piene potenzialità della produzione”.Effettivamente, dal punto di vista della teoria economica, nei suoi ultimi anni Keynes ha elogiato il capitalismo 'liberale' molto laissez-faire che i suoi seguaci condannano ora. Nel 1944, scrisse a Friedrich Hayek, il principale 'neo-liberista' del suo tempo e mentore ideologico del thatcherismo, per lodare il suo libro The Road to Serfdom, che sostiene che la pianificazione economica conduce inevitabilmente al totalitarismo: 2moralmente e filosoficamente mi trovo d'accordo praticamente con tutto questo; e non solo in accordo con esso, ma in un accordo profondamente commosso”! E Keynes ha scritto nel suo ultimo articolo pubblicato, “mi trovo commosso, non per la prima volta, a ricordare agli economisti contemporanei che l'insegnamento classico incarnava alcune verità permanenti di grande significato .... Ci sono in queste cose correnti sotterranee profonde, forze naturali, come si possono chiamare, o anche la mano invisibile, che operano verso l'equilibrio. Se non fosse così, non saremmo potuti andare avanti così bene come abbiamo fatto per molti decenni”. Così l'economia (neo)classica della “mano invisibile” e dell’“equilibrio” è tornata dopo tutto - l'opposto per cui i seguaci keynesiani ora si battono. Una volta passata la tempesta (di crollo e depressione) e quando “l'oceano” è tornato di nuovo piatto, la società borghese poteva tirare un sospiro di sollievo. Quindi Keynes il radicale si trasformò in Keynes il conservatore.Eppure il mito di Keynes, radicale e rivoluzionario, è preservato e promosso dalla sinistra keynesiana e continua ad influenzare il movimento operaio (in particolare i suoi leader) come l'alternativa al neoliberalismo, all’austerità, all’economia di mercato.Perchè succede? Bene, ci sono ragioni teoriche. La macroeconomia keynesiana presuppone che il capitalismo lavori per sviluppare le forze produttive e per soddisfare i bisogni delle persone. Il problema è che occasionalmente c'è un “malfunzionamento tecnico” (Paul Krugman). Per qualche ragione (perdita di fiducia o spiriti animali?), l'investimento capitalista rimane bloccato in una modalità di “accumulo di denaro” da cui non può uscire (trappola della liquidità). Quindi è necessario che le autorità governative diano una “spinta” con stimoli monetari e/o fiscali, e poi tutto tornerà di nuovo come prima - fino alla prossima volta! Keynes amava considerare gli economisti come dentisti che risolvono un problema tecnico di mal di denti nell'economia (“Se gli economisti riuscissero a farsi considerare come persone umili e competenti ai livelli dei dentisti, sarebbe magnifico”). E i keynesiani moderni hanno paragonato il loro ruolo a idraulici che riparano le falle nella conduttura dell'accumulazione e della crescita.Quello che l'analisi marxista del modo di produzione capitalista rivela è che in definitiva il capitalismo non può porre fine alla disuguaglianza, alla povertà, alla guerra e non può consegnarci un mondo di abbondanza per il benessere comune a livello mondiale, o neanche può evitare la catastrofe del disastro ambientale (qualcosa che viene ignorato da Keynes). Questo perché il capitalismo è un modo di produzione guidato dal profitto superfluo; dallo sfruttamento e non dalla cooperazione; e ciò genera contraddizioni inconciliabili che non possono essere risolte dalla “macro-gestione tecnica” dell'economia. Possono essere risolte solo sostituendo il capitalismo. In questo senso, Marx, piuttosto che Keynes, è vicino a Darwin come rivoluzionario in economia.Ma c'è un'altra ragione. Geoff Mann, nel suo eccellente libro ‘Sul lungo periodo siamo tutti morti’, ha offerto una spiegazione. Keynes governa a sinistra perché offre una presunta terza via tra la rivoluzione socialista e la barbarie, cioè la fine della civiltà come 'noi' (in realtà la borghesia come Keynes) la conosce. Negli anni '20 e '30 Keynes temeva che il “mondo civilizzato” affrontasse la rivoluzione comunista o la dittatura fascista. Il socialismo come alternativa al capitalismo della Grande Depressione avrebbe potuto benissimo abbattere la 'civiltà' e liberare la 'barbarie' - la fine di un mondo migliore, il crollo della tecnologia e dello stato di diritto, più guerre ecc. Quindi Keynes mirava a qualche modesto intervento di riparazione del “capitalismo liberale”, per farlo funzionare senza la necessità di una rivoluzione socialista. Non ci sarebbe bisogno di andare sul terreno dove gli angeli della “civiltà” temono di camminare. Questa era la narrativa keynesiana. Questo è un appello (che ancora fa presa) ai leader del movimento operaio e ai "liberali" che vogliono il cambiamento. La rivoluzione è rischiosa e potremmo tutti andare giù con lei: “la sinistra vuole la democrazia senza il populismo, vuole una politica di trasformazione senza i rischi della trasformazione; vuole la rivoluzione senza rivoluzionari” (Mann p.21).Ma saremo davvero tutti morti se non poniamo fine al modo di produzione capitalistico. E ciò richiederà una trasformazione rivoluzionaria. Armeggiare con i presunti malfunzionamenti del capitalismo “liberale” non “salverà” la civiltà - sul lungo termine.
* Fonte: La città futura 
** L’articolo in lingua originale è apparso il 17 ottobre 2018 su
http://thenextrecession.wordpress.com*** Traduzione a cura di Francesco Delledonne

giovedì 16 febbraio 2017

MARINE LE PEN: ORDOLIBERISMO O KEYNESISMO? di Moreno Pasquinelli

[ 17 febbraio ]

“Se una cosa sembra una papera, cammina come una papera e fa qua-qua, probabilmente è proprio una papera”.

Suscitò critiche, due anni fa, il mio articolo del gennaio 2014: «CHE COS’È IL FRONT NATIONAL DI MARINE LE PEN (dedicato a quelli che la dicotomia destra-sinistra non c’è più)».

Si trattava di un'analisi del programma del Front National —per l’esattezza «MON PROJECT. POUR LA FRANÇE ET LES FRANÇAIS»—, quello sul quale il FN condusse la campagna per le presidenziali del 2012.


Alle porte delle ancor più importanti elezioni presidenziali imminenti, vale forse la pena tornare sull'argomento, analizzando l'odierno programma elettorale del Front National  —in particolare le misure economiche che esso prenderebbe una volta salito al governo—, dandone un giudizio di massima, ed anche verificando se vi siano aggiustamenti rispetto a quello del 2012 e, nel caso, quali sono ed in quale direzione vanno.

2012: STATO (POCO) KEYNESIANO DI POLIZIA

Nel mio pezzo del 2014, mettevo in guardia coloro che guardavano con eccessiva simpatia e/o indulgenza al Front National, segnalando come esso, al netto di numerose proposte di politica economica sostenibili, non solo fosse molto ambiguo sulla questione dell'euro, ma avesse, oltre ad una visione revanscista e imperialista della Francia, una concezione fortemente autoritaria della democrazia, anzi perorasse un tetragono Stato di polizia.

Riguardo all'impianto economico del programma del Front National, giungevo a questa conclusione: 
«Un keynesismo temperato che può ben sfociare in un liberismo temperato. Un programma attentamente calibrato per sfondare a sinistra e conquistare voti nel proletariato e nel ceto medio, ma senza spaventare affatto la borghesia, se non i suoi settori apertamente speculativi, e nemmeno la Germania e i centri oligarchici dell’Unione europea. Il grosso di queste misure sono tuttavia ampiamente condivisibili. Un eventuale governo popolare, contestualmente all’uscita dall’euro, non potrebbe che applicarle».
Il 4 febbraio scorso, a Lione, Marine Le Pen ha presentato il programma di governo del Front National: Les 144 engagements présidentiels.
Un "Programma senza sorprese", titolava Liberation, esprimendo l'opinione comune dei media francesi. Non è così, le novità ci sono invece. 

2017:  STATO DI POLIZIA RAFFORZATO

Partiamo dagli aspetti più squisitamente politici. 
La costituzione bonapartista della V Repubblica voluta da De Gaulle nel 1958 —il sistema presidenzialista di "monarchia repubblicana— non viene messa in discussione. Si chiede anzi un rafforzamento dei poteri presidenziali e del modello plebiscitario. [1]
Vero è che si propone una legge elettorale proporzionale ma con due correttivi di rilievo: sbarramento del 5% e un premio alla prima lista del 30% dei seggi. 

Per quanto concerne le misure Stato-poliziesche, sicuritariste e islamofobe non si può certo dire che il Programma 2017 sia reticente o vago. [2] Il motto è "tolleranza zero": riarmo massiccio delle forze di polizia, 15mila gendarmi in più, 40mila nuovi posti per i prigionieri, disarmo delle banlieu e misure cautelative contro "i 5mila capibanda censiti", aumento di tutte le pene, espulsioni automatiche e senza processo, menomazione dello Jus soli, forte limitazione del diritto d'asilo, nessuna regolarizzazione per gli immigrati illegali, inserimento in Costituzione del contrasto ad ogni forma di "comunitarismo", promozione della "assimilazione" al posto della "integrazione", via ogni "discriminazione positiva" a favore delle minoranze, limitazione della libertà d'insegnamento, soppressione dell'insegnamento della lingua d'origine per le minoranze. Non sembri un paradosso che il programma dedichi un capitolo alla "protezione degli animali", considerata "priorità nazionale".

Non meno perentorie le misure in vista di ritorno ad una politica imperialista di grandeur. Si propone di abbandonare il Comando NATO, a favore di guerre nel "solo interesse della Francia", si chiede l'aumento delle spese militari, il rafforzamento delle Forze armate, il ristabilimento della coscrizione obbligatoria.

Basta tutto questo per sostenere che il Front National della Marine le Pen è un movimento politico fascista? Ovviamente no. Esso si presenta piuttosto come una variante del
gollismo, evidentemente peggiorativa, visto che fa sua, mala tempra currunt, una visione sociale viziata di liberismo economico e da un nazionalismo identitario paranoico.

2017: ORDOLIBERISMO SI STATO

Ma se la gran parte di queste misure era già contemplata nel Programma 2012, consistenti sono invece gli "aggiustamenti" sul piano della politica economica. Si sente forte lo zampino dell'economista liberale Jean Messiha, boiardo di stato, tecnocrate, e  dei suoi sodali del Circolo degli Orazi,[1] che sembrano essere stati scelti come consiglieri economici dalla Le Pen proprio per tranquillizzare non solo la potente borghesia francese ma tutta la grande finanza. 

Beninteso nel Programma 2017 il Front National —tanto più visto che è finalizzato a vincere le prossime elezioni— avanza misure a favore del popolo lavoratore: aumento del salario minimo, delle pensioni più basse, difesa del diritto alla salute (fatto salvo il doppio regime pubblico-privato), alla scolarità (fatte salve le scuole private), ribasso del 5% delle tariffe di gas e elettricità, difesa dei risparmi contro, mantenimento delle 35 ore settimanali (con la facoltà concessa alle aziende di passare a 39 ore). 

E' difficile tuttavia non vedere il senso di questi "aggiustamenti": essi hanno una evidente impronta liberista per andare incontro agli interessi non solo e non tanto del settore privato ma delle grandi aziende monopoliste, in special modo di quelle finanziarie e bancarie, punto di forza del capitalismo francese. Vediamo dunque di capire dove stanno i cambiamenti rispetto al Programma 2012, e quindi di tirare le somme.

(1) La prima cosa che stupisce è la vaghezza sull'euro. Scompare l'idea del 2012 della doppia moneta ma il dispositivo proposto per tornare alla sovranità moneta non contempla affatto (come erroneamente si crede) un'uscita unilaterale bensì l'avvio di «un negoziato coi partner europei seguito da un referendum sull'appartenenza alla Ue». Il segnale lanciato al mondo della finanza e delle grandi banche è chiaro: non ci sarà alcuna decisione scioccante, si dovrà trovare un accordo vantaggioso per tutti. Degno di nota che l'idea (giusta) che la banca centrale debba finanziare il Tesoro sia relegata al punto 43, però  scompare, quel che era contemplato nel 2012, ovvero a interessi zero. la banca centrale resta poi formalmente indipendente.

(2) Si parla di un "Nuovo modello patriottico in favore dell'impiego" —sparisce il concetto del 2012 della "Priorità a politiche di pieno impiego—ma di misure concrete per debellare la disoccupazione, di un piano di investimenti pubblici per la piena occupazione non c'è alcuna traccia. Quale sia il paradigma è evidente: si fa affidamento sul settore privato, alle leggi di mercato, ove quindi il ruolo dello Stato si riduce a mero supporto con misure protezionistiche e di defiscalizzazione. Nemmeno un accenno all'aumento della spesa pubblica, si lascia anzi intendere una politica di tipo monetarista.

(3) La politica fiscale diventa più accomodante rispetto al 2012. Spariscono sia il criterio della fiscalità progressiva sia la tassa sui grandi patrimoni. Le tre aliquote del 2012 diventano due, con grande vantaggio per le grandi aziende. Scompare infatti ogni riferimento alla fine del regime fiscale di vantaggio per i grandi gruppi, così come il contrasto dell’elusione fiscale. Scompare la riduzione dell'IVA al 5% sui prodotti di prima necessità.

(4) Scompare nel Programma 2017 ogni riferimento al contrasto dei grandi monopoli privati, anzitutto di quelli bancari —nel 2012 ne veniva chiesta la soppressione. Nessun accenno alla nazionalizzazione del sistema bancario.

(5) Per quanto concerne la politica agricola, chiacchiere sul "patriottismo economico" e la "concorrenza sleale" ma nessuna parola sul contrasto alle grandi catene della distribuzione alimentare —e quelle francesi sono le più grandi e predatorie d'Europa.

(6) Si parla di "controllo sugli investimenti stranieri che danneggiano gli interessi nazionali", nessuna parola sul controllo pubblico dei movimenti dei capitali, sulla tassazione della rendita finanziaria, sulla limitazione del potere della borsa.

A noi pare che le tracce di keynesismo del 2012, siano andate a farsi friggere.  Non abbiamo qui lo spazio per ribadire in cosa davvero consista il keynesismo. Ne abbiamo molto scritto su questo sito e la letteratura scientifica è immensa. Basti dire l'essenziale: una politica economica keynesiana è volta a contrastare disoccupazione, recessione e deflazione accrescendo il volume complessivo dei consumi e degli investimenti, anzitutto pubblici, quindi espandendo la spesa pubblica da parte del governo.

Cosa c'è di keynesiano nel Programma 2017 del Font National? Poco o nulla. Certo, siamo lontani dal neoliberismo di Milton Friedman, all'idea di lasciare tutto al mercato, di privatizzare tutto il privatizzabile, di eliminare ogni traccia di gestione e proprietà pubblica. Molto meno distanti siamo invece dal modello della economia sociale di mercato o ordoliberista, e dal modello di welfare dello stato capofila dell'ordoliberismo: la germania. [4]

Se ieri dicevamo «Il grosso di queste misure sono tuttavia ampiamente condivisibili. Un eventuale governo popolare, contestualmente all’uscita dall’euro, non potrebbe che applicarle», oggi non possiamo dire altrettanto. Il grosso delle misure che propone il Front national non dovrebbero affatto essere adottate da un governo che meriti l'attributo di popolare.


NOTE

 [1] «2. Organiser un référendum en vue de réviser la Constitution et conditionner toute révision future de la Constitution à un référendum. Élargir le champ d’application de l’article 11 de la Constitution».

[2] Su sette capitoli del programma, ben tre sono dedicati al rafforzamento delle forze dell'ordine, e delle forze armate —Una Francia sicura; V. Una Francia fiera; VI. Una Francia possente.

[3]  «Bonjour,
Oui, les "Horaces" existent et sont bien un cercle de spécialistes, d'experts dans de nombreux domaines et entourent et conseillent notre présidente pour les futures présidentielles 2017.
Marine, présidente du FN a mis à profit l'été pour rencontrer de nombreux spécialistes d'économie, de défense, de justice, de sécurité... Le groupe «Les Horaces» s'est d'ailleurs constitué avant l'été.
Il y a environ une soixantaine de personnes (hauts fonctionnaires, magistrats, avocats, médecins, anciens militaires, chefs d'entreprises, des membres des cabinets ministériels d'Edouard Balladur, Jean-Pierre Raffarin et Dominique de Villepin).
Un porte-parole a été nommé, qui s'exposera jusqu'en mai prochain. Il s'agit de monsieur Jean Messiha, passé par Sciences Po et l'ENA.» Partisansmarine, 6/9/2016

[4] «Economia sociale di mercato. Tipologia di sistema economico caratterizzato allo stesso tempo da libertà di mercato e giustizia sociale. I fondamenti di tale modello stanno nella constatazione che il puro liberalismo non è in grado di garantire una soddisfacente equità sociale, ritenuta invece indispensabile proprio perché i singoli individui siano in grado di operare liberamente e in condizioni di pari opportunità; di converso, anche la piena realizzazione dell’individuo non può compiersi se non vengono garantite la libera iniziativa, la libertà di impresa, di mercato e la proprietà privata. È quindi necessario un ruolo ‘regolatore’ dell’autorità statale, i cui confini di intervento sono però problematici da definire con esattezza e, soprattutto, in modo oggettivo. L’intervento dello Stato, infatti, non deve guidare il m. o interferire con i suoi esiti naturali: deve semplicemente intervenire laddove esso fallisce nella sua funzione sociale. Ne consegue che i fondamenti dell’e. s. di m. si possono sintetizzare nei seguenti punti: un severo ordinamento monetario; un credito conforme alle norme di concorrenza e la sua regolamentazione per scongiurare monopoli; una politica tributaria e fiscale che non sia elemento di disturbo alla libera concorrenza e che eviti sovvenzioni che la possano alterare; la protezione dell’ambiente; l’ordinamento territoriale; la tutela dei consumatori finalizzata a minimizzare i comportamenti opportunistici. In definitiva, i sostenitori dell’e. s. di m. sono strenui critici sia della concentrazione del potere economico e politico sia dello sfrenato antagonismo tra classi sociali. La loro proposta ‘riformista’ si pone contro qualsiasi idea di pianificazione e collettivismo e anche contro il liberalismo sfrenato». Voce della Treccani Di Andrea Fumagalli


domenica 12 giugno 2016

CIAO, CIAO KEYNES (seconda parte) VERSO L’ALTERNATIVA, QUALI STRUMENTI? di Alessandro Chiavacci

[ 12 giugno]

«C’è anche una situazione generale che non è affatto rosea, e che porterà probabilmente a esiti catastrofici contro i quali forse poco potremo fare. Quella che sto provando ad indicare è solo una direzione di fondo, una direzione di fondo che però potrebbe cominciare ad operare già nel presente».

Da quanto ho scritto in precedenza, e che è stato pubblicato su Sollevazione il primo giugno, mi sembra di poter sostenere l’inadeguatezza dell’apparato concettuale keinesiano a fondare una politica economica per il presente. 

Si pone allora la domanda su con che cosa possiamo sostituirlo. Posto per certo che per chi scrive il lavoro di Marx resta la base per la comprensione della società esistente, è meno facile rintracciare in questo pensiero indicazioni pratiche per l’intervento nella società del capitalismo maturo. A parte che, notoriamente, Marx non scriveva “ricette per la cucina dell’avvenire”, è evidente che la nostra società è così ampiamente partecipata da essere molto diversa dal capitalismo liberale dell’800.

Con cosa sostituire Keynes, allora?

A me sembra che all’interno dello stesso pensiero economico accademico ci siano spunti critici di grande importanza, molto più significativi della stessa critica keynesiana, che però non vengono generalmente sufficientemente considerati e valutati.

Pensiamo alla questione, conosciuta dai marginalisti, delle “esternalità”: cioè alla considerazione che quando due soggetti contrattano, il prezzo che si forma non è indicativo dei reali costi sociali perché gran parte di questi ricadono su soggetti esterni alle persone che scambiano. Il mercato, in altri termini, non può essere uno strumento di allocazione ottimale delle risorse. Ma non nei due o tre mercati considerati da Keynes.. ma in TUTTI…!

O d’altra parte la questione delle “asimmetrie informative”: il suo significato è che quando fra un datore di lavoro e il suo dipendente esiste un rapporto conflittuale e non cooperativo, il risultato della loro contrattazione è diverso da quello ottimale.

Se combiniamo insieme queste due affermazioni, usando un linguaggio marxiano, potremmo concludere che il capitalismo non può funzionare né dal lato della circolazione dei beni (esternalità) né sul piano della produzione (asimmetrie informative).

E’ vero, replicherà qualcuno, i temi delle “esternalità” e delle “asimmetrie informative” sono importanti sul piano teorico, ma quali strumenti individuano per intervenire politicamente? Almeno Keynes aveva individuato lo strumento della spesa pubblica.

Però non è così. 


Da questo punto di vista ci aiuta Pigou (o chi per lui) parlando dell’ “analisi costi- benefici”. Quando lo stato o un altro soggetto pubblico interviene nell’economia non può ragionare né in termini di costi e ricavi (per ovvi motivi) né con l’ottica di pareggio di bilancio. Deve ragionare in altri termini, cioè deve considerare le ricadute di qualsiasi genere che la sua azione avrà sull’insieme dei soggetti economici e dei cittadini. Dovrà ragionare sulla utilità dei servizi che propone, e della loro efficienza; della equità e efficacia del sistema tributario, sia dal punto di vista complessivo sia su quello della esazione; dovrà considerare in che modo quell’intervento agisce sulla matrice dei costi, le conseguenze sull’ambiente, sul territorio urbano, sulla circolazione dei veicoli, le conseguenze sulla distribuzione del reddito, sull’occupazione, sull’impiego delle risorse. Le considerazioni keynesiane sulla domanda effettiva possono essere un importante sottoinsieme di queste considerazioni.

I marginalisti e Pigou impiegavano strumenti tecnici complicati e forse discutibili. Però il significato pratico che a mio parere se ne può dedurre è che i soggetti pubblici, per quanto in loro competenza, devono ragionare in termini di PIANIFICAZIONE. Di pianificazione, si badi bene, nell’ambito delle proprie competenze: non sto immaginando una pianificazione integrale dell’economia: considero l’iniziativa privata, sia in termini di creatività che in termini di intelligenza diffusa una risorsa insostituibile della nostra società.

Ma per intervenire in termini di pianificazione non è affatto necessario controllare tutto il sistema economico: pianificazione è un metodo, significa tener conto che il fine di ogni ente pubblico è il Bene Comune; significa ricordare che la ragione dell’esistenza dello Stato Interventista è nel Fallimento del Mercato. Significa ricordare che il ruolo dello Stato è di creare ESTERNALITÀ positive per tutto il sistema economico. Significa infine ricordare che lo Stato è il principale attore del sistema economico ed è anch’esso un Produttore

Facendo un esempio banale, se c’è da costruire un ponte che riduce, poniamo, i costi a mezzo milione di imprese, la domanda “Ma deve essere finanziato in deficit o in pareggio di bilancio” risulta piuttosto stravagante. Meglio in deficit, verrebbe da dire, e poi recuperarne i costi con le imposte sul reddito. Ma chiaramente non è l’argomento centrale.

L’argomento centrale per un soggetto pubblico è: i servizi che organizzo sono utili? Sono organizzati in modo efficiente? La loro utilità è valida anche se confrontata con l’uso delle risorse? Le risorse che utilizzo sono raccolte in modo equo, ed in modo efficiente (che sono due cose diverse)? Gli stipendi che distribuisco sono adeguati e giustificati? Le assunzioni del personale sono clientelari o democratiche? Le spese per gli acquisti e per gli investimenti sono giustificate? Quali sono gli effetti dei miei investimenti e della mia produzione sul sistema economico e sulla società più in generale? Chiaramente questo insieme di questioni è un po’ più ampio delle considerazioni keynesiane sulla domanda effettiva.

Qualcuno si chiederà: ma la teoria accademica ci dice anche qualcosa sull’economia internazionale e sull’assurdità dell’ Unione Europea…?

Ma certo che lo dice. Non c’è bisogno di ricorrere alla teoria delle aree valutarie ottimali di Mundell, che poi si scopre che il suo inventore dice: «L’Unione Europea..? E’ completamente irrazionale, è bellissimo! E’ Reagan in Europa…!»

Né di fare considerazioni sugli effetti devastanti e criminali delle politiche di austerità dell’Unione Europea. Bastano le equazioni walrasiane dell’equilibrio economico generale per capire come il principio fondamentale di tale equilibrio, cioè l’uguaglianza del prezzo di ogni singola merce sui vari mercati, sia contraddetto dalla libera circolazione dei capitali, che permette al capitale dei paesi centrali di speculare sulla differenza di salari fra i paesi. Il sistema della libera circolazione dei capitali, e quindi anche l’ Unione Europea, è cioè completamente infondato anche dal punto di vista della teoria neoclassica.

Si potrebbe continuare mostrando come la teoria ricardiana dei costi comparati indichi un percorso per degli scambi fra paesi cooperativi e mutualmente vantaggiosi diverso da quello della libera circolazione dei capitali.

Ma si divagherebbe troppo. La questione, fatte le premesse precedenti é: se noi ridefiniamo l’oggetto dell’intervento politico nei termini della qualità, della razionalità intesa come pianificazione, dei soggetti pubblici, posto che i luoghi delle decisioni di rilevanza collettiva sono migliaia, forse milioni, come si può pensare di agire in modo efficace su questi? Quale organizzazione può mai proporsi realisticamente di intervenire in questi milioni di luoghi?

SULL’AZIONE POLITICA. L’IO E IL NOI

La sola risposta realistica all’ultima domanda a mio avviso è: quell’organizzazione non si può costruire.

Non c’è riuscito in 50 anni il Partito Comunista Italiano, con il suo milione e mezzo di militanti, erede della organizzazione socialista, formatosi nella temperie della guerra civile spagnola e della seconda guerra mondiale, a costruire un organizzazione che incidesse in modo significativo in tutti i luoghi rilevanti dell’agire politico, dovremmo riuscirci noi, che siamo per lo più eredi eterodossi di qualche corrente minoritaria del pensiero critico? 
Ma non ci possiamo riuscire, in più, perché il liberalismo ha impregnato profondamente tutta la società italiana: non solo le classi dominanti politiche e finanziarie, e la larga area di clientela e di convenienza legata alla prima, ma tutti gli ordini professionali, a partire da magistrati e avvocati, tutte le associazioni imprenditoriali, i sindacati, e gli stessi oppositori di questo sistema. Infatti, per fare un esempio, le decine o centinaia di micro gruppi ed organizzazioni che negli anni recenti si sono schierati contro l’Euro o contro l’ Unione Europea non sono mai riusciti a coalizzarsi e la ragione principale sta nella loro visione individualistica/liberale. Non ci può riuscire, infine, perché sono infinite le competenze diffuse nella società, e nessun soggetto politico può nemmeno lontanamente immaginare di dar loro indicazioni, e qui sarebbe necessario quel bagno di umiltà che ogni militante politico può fare discutendo con chi esercita una professione, magari un contadino.

Allora, qual è il compito degli intellettuali, o di chi, come noi, più modestamente si pone il problema di una alternativa allo stato di cose presenti?

C’è una intervista, una delle tante che Diego Fusaro ha fatto a Costanzo Preve e che ha messo su internet (su Marx, Fichte, Kant) in cui a un certo punto il filosofo torinese dice:
«Negli anni ’60 eravamo ossessionati dalla metafora della “durezza”. Duro era il capitalismo, dura era la resistenza della borghesia. Si era dimenticato che il reale era duro in quanto NON-IO. È vero che il Reale è “duro”, ma la sua durezza è la durezza di un NON-IO il cui IO ha dimenticato di essere lui stesso ad averlo posto e che lui stesso, avendolo posto, lo può revocare».
Che poi, anche se con altro linguaggio, non è diverso dall’idea marxiana di riportare alla coscienza i rapporti fra gli individui sottostanti alle relazioni umane che riappaiono in forma alienata nel mercato.

Allora, qual è il compito degli intellettuali? A parere di chi scrive, la critica del liberalismo, cioè delle ideologie dell’irresponsabilità.

C’è una linea diretta, a mio parere, fra gli scritti di Guglielmo di Occam, il protestantesimo, il capitalismo moderno e i vaneggiamenti di Mario Monti sulla Grecia come “Più grande successo dell’euro”. La linea diretta sta nella separazione del bene individuale dal Bene Comune.

Occam, in contrapposizione a Tommaso D’ Aquino e alla sua “Summa Theologiae” affermava l’inconoscibilità della verità (“Chi siamo noi per giudicare gli Universali”?) e l’inadeguatezza della ragione per conoscere il reale (“Dio potrebbe agire anche violando il principio di non–contraddizione”: dunque la ragione è inutile) . 
Dopo di lui, conseguentemente, i protestanti hanno sostenuto che ognuno avrebbe potuto “leggere la Bibbia da solo” (cioè farsi individualmente giudice del Bene Comune) e poi Adam Smith ha sostenuto che la cosa migliore era che ognuno cercasse il proprio utile (che tanto poi c’era la “Mano Invisibile” a mettere a posto le cose).

Il liberalismo, se è valida la mia ipotesi di lettura, ha sempre interpretato la via di realizzazione dell’uomo come “emancipazione” (emancipazione vuol dire “rottura delle catene”), cioè come liberazione dai vincoli della totalità. Questo poteva essere comprensibile storicamente (la borghesia doveva liberarsi dal potere feudale e dalla Chiesa) ma ha generato ideologie dell’Irresponsabilità. Sono tali infatti il liberismo (cerco il mio utile, al resto ci pensa la mano Invisibile), il neo-liberismo (l’importante sono gli affari, i popoli possono fottersi), il keynesismo (l’importante è la spesa, poi si vedrà), ma anche il sindacalismo e, in parte, il comunismo.

Negli anni ’70 e ’80 chi ha fatto parte della sinistra consiliare si ricorderà che il leit-motiv era “ricostruire il blocco sociale antagonista”. Quella ricostruzione è impossibile. Sulla base della sola rivendicazione dei propri bisogni non si ricostruisce niente. Sulla base di “diritti e responsabilità” forse sì.

Cioè, non c’è nessuna legge per la quale la lotta di ciascuno per i propri bisogni si possa ricomporre magicamente in qualcosa di simile ad un Bene Comune. Immaginarlo significa far del misticismo. E’ la versione proletaria di Adam Smith. E’ una cattiva teologia.

D’altra parte anche il comunismo marxiano è stato forse, per certi versi, una ideologia dell’irresponsabilità.

Ha individuato efficacemente l’aspetto dello sfruttamento, ma ha messo in ombra che quello dello sfruttamento era il polo di un rapporto di produzione in cui si cede libertà in cambio di sicurezza, si concede schiavitù delegando responsabilità e decisione. Il proletariato doveva solamente “rompere le proprie catene”. Però, quando i partiti comunisti hanno avuto a che fare con la gestione reale di qualche società, quella Totalità, quella Necessità, temporaneamente messe da parte, si ripresentavano come Necessità nella interpretazione indiscutibile e senza mediazioni che ne dava il Partito.

Dicevo prima che quella organizzazione adeguata alla necessità di guidare la ripresa del controllo della società sull’interezza dei rapporti economici non si può costruire. E’ una dichiarazione di pessimismo?

Credo che in questa domanda si faccia confusione fra l’ “Io” e il “Noi”. L’Io cioè il Partito che guida la rivoluzione, forse non si può costruire. Il “Noi” che la fa, forse sì.

La nostra società, qualunque siano i tentativi di Renzi, è e resterà estremamente partecipata. “Noi” siamo già presenti in migliaia di Comuni, in migliaia di società per azioni, in decine di migliaia di consigli di fabbrica o Rsu, in migliaia di assemblee locali delle associazioni professionali, in centinaia di assemblee delle banche cooperative, in migliaia di Consigli di Istituto, in centinaia di migliaia di consigli di classe, in... 20 milioni di famiglie.

L’idea che va diffusa presso 60 milioni di italiani è: Bene Comune. Dobbiamo cioè strappare il velo dell’ideologia liberale che ci spinge a dimenticare il bene comune a favore del nostro tornaconto personale. L’uomo è un animale politico. L’individualismo promosso dal capitalismo è una insopportabile riduzione dell’umano.

Certo, poi c’è la situazione storica concreta. Ci sono le elezioni e dovremo probabilmente scegliere il male minore, ci sono le lotte quotidiane, ci sono i tentativi comunque necessari di costruire comunità pensanti. C’è anche una situazione generale che non è affatto rosea, e che porterà probabilmente a esiti catastrofici contro i quali forse poco potremo fare. Quella che sto provando ad indicare è solo una direzione di fondo, una direzione di fondo che però potrebbe cominciare ad operare già nel presente.

(fine)

mercoledì 1 giugno 2016

CIAO, CIAO KEYNES (parte prima) di Alessandro Chiavacci

[ 1 giugno ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo


Gli amici Moreno Pasquinelli e Leonardo Mazzei, e il gruppo Mpl/Sinista contro l’ Euro/P 101, da anni lavorano per coalizzare le forze sociali e intellettuali per creare una alternativa al presente, con gli occhi puntati su quella che è la questione centrale oggi per l’ Italia, cioè l’uscita dai vincoli dell’euro e dell’Unione europea. Nel fare questo però a mio avviso guardano con troppa condiscendenza  a forze sociali e a teorie che mentre sembrano possibili alleati di un progetto di trasformazione del mondo, hanno anche limiti di fondo che ne inficiano l’utilità dal punto di vista di quella stessa prospettiva.

Una di queste teorie, sulla quale vorrei soffermarmi, è il keynesismo.

Dovendo fare una sintesi ultra semplificata e ingiusta del contributo pratico del keynesismo, potremmo dire che il suo significato è che, poiché il reddito non si traduce sempre in spesa è possibile che la domanda effettiva sia minore di quella che serve a generare piena occupazione,  che perciò, in molti casi,  è necessario integrare la domanda con la spesa pubblica realizzata in deficit.

Ora,  a parte i limiti pratici, quali l‘osservazione che è molto probabile che per varie ragioni tensioni inflazionistiche sorgano prima che si raggiunga una ipotetica “piena occupazione delle risorse”, a me sembra che questa visione incontri anche limiti teorici. Quella fondamentale è che noi operiamo all’interno di un sistema capitalistico, dove il fine della produzione è quello del profitto, e che perciò, a mio avviso, le manovre sulla moneta e l’ammontare della spesa pubblica improduttiva (n.b.: SE improduttiva) si muovono entro i margini imposti dal processo di valorizzazione. Avanzando una ipotesi, mi verrebbe da dire che quando la spesa improduttiva confligge con l’ammontare del plusvalore, si ha inflazione; quando tale spesa mette in pericolo la stessa produzione di valore, cioè la vitalità del sistema, si rischia l’iperinflazione.

Mettendola in altra forma, facendo un paragone con la fisiologia umana, potremmo dire che il nostro corpo economico (di noi “Italia”) è composto da 5 milioni di cellule/imprese (grandi, piccole, banche, lavoratori autonomi) che vanno a glucosio/profitto. Immaginarsi che se sono in coma basti a risvegliarle la sola circolazione di sangue extra-corporea significhi dimenticarsi che quelle cellule vanno comunque a glucosio..

Ora, i keinesiani mettono giustamente in evidenza che il nesso fra risparmio e investimenti va invertito rispetto a quello considerato da classici e neoclassici. Cioè che è l’investimento che crea il risparmio, e non viceversa. Assolutamente vero, tanto che potremmo dire che il risparmio di oggi è interamente il frutto degli investimenti passati.

Tuttavia molti keynesiani sembrano ragionare in modo strano. Sembra che per loro, le identità della contabilità nazionale non siano sempre valide, o meglio che siano valide “dopo un certo periodo di tempo”. Ma quelle identità contabili, proprio in quanto “identità” sono valide sempre, in ogni momento e in modo continuo. Cioè, è sempre vero che, in una economia chiusa, la somma dei consumi e degli investimenti non può eccedere (a parte le fluttuazioni delle scorte, ma quante sono queste scorte..?) quanto si è prodotto, o che in una economia aperta agli scambi mercantili, la somma di consumi, investimenti e importazioni non può superare la produzione per l’interno e le esportazioni.  In una economia aperta ai flussi di capitale questo limite non è più vincolante, è vero, grazie al ricorso al risparmio estero. Ma il risparmio estero non viene a comando…

ALCUNI DATI DI CONTABILITÀ NAZIONALE
Passando a parlare dell’Italia attuale, i dati della contabilità nazionale per gli anni 2012, 2013 e 2014 (gli ultimi pubblicati per quanto mi risulta) indicano un tasso di risparmio netto (cioè il risparmio lordo meno gli ammortamenti) negativo per tutti e tre gli anni, e del pari, un tasso di investimento netto (ancora, investimenti netti meno ammortamenti) analogamente negativo, con una accentuazione per il 2014 quando  i disinvestimenti fissi hanno raggiunto il 2,3% del prodotto interno netto. Detto in altri termini, ci stiamo mangiando il patrimonio.

D’altra parte, se le strade sono piene di buche, come sono, se le scuole cadono a pezzi, se i resti di Pompei crollano, se le colline smottano ad ogni accenno di pioggia, può darsi che gli ammortamenti del patrimonio pubblico, archeologico e ambientale siano sottostimati. E d’altronde, se i ponti delle autostrade crollano prima di entrare in funzione, se il valore degli investimenti nell’alta velocità finisce in gran parte nei profitti di mediatori e di contractors, se gli edifici pubblici sono costruiti con cemento “depotenziato” può darsi che gli stessi investimenti siano in gran parte sovrastimati.

Voglio dire che la situazione italiana è drammatica e probabilmente peggiore di quello che ci raccontano.

D’altronde, in una prospettiva futura di sovranità democratica del nostro paese, ci sarà un giorno da pensare ad una politica di difesa (e anche se l’appartenenza alla Nato ha dei costi può darsi che difendersi da soli sia ancora più costoso), ad una politica di sovranità energetica (che costa), a diminuire l’età pensionabile (che costa), a migliorare le condizioni di lavoro (che costa) e poi a ricostruire almeno qualcuno dei settori, (citando Gallino, La fine dell’italia industriale) in cui siamo rimasti indietro: la chimica, l’informatica, l’aeronautica, l’elettronica.. Che hanno bisogno di colossali investimenti. E dovremo magari un giorno pensare anche alla bellezza e alla qualità della vita, invece che pensare solamente ai consumi. Qualcuno pensa che possiamo farlo senza pensare al risparmio? Che basti una politica keinesiana di deficit-spending per procurare le risorse necessarie? Io nutro forti dubbi.

QUAL È IL RUOLO DELLO STATO
I keinesiani sembrano pensare che il ruolo dello Stato nell’economia sia quello di “tenere la domanda in tensione”, come se l’economia fosse... un materassino gonfiabile con qualche perdita. Finché la domanda pubblica tiene il materassino in tensione, tutto va bene.

Ma il ruolo dello Stato non è quello di “erogatore di spesa”, non è affatto un “acquirente di beni e servizi”.

In primo luogo l’intervento dello Stato è per via normativa. Qualcuno può sostenere che ha scarsa importanza economica la legislazione sul lavoro? O la legislazione sulle imprese e sulle società? O che lo ha la legislazione sull’urbanistica e sull’edilizia, o sul federalismo o sui poteri degli enti locali? O che lo ha la legislazione sull’ambiente, la salute, la sicurezza? Certamente no. Dimenticarlo corrisponde all’idea liberale che la legislazione su tali materie sia solo un “vincolo”, un “laccio o lacciuolo” del quale l’economia non può che prendere atto, ma non è affatto così.

Né va dimenticato, in secondo luogo,  che lo Stato agisce anche come proprietario. La gestione di Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, delle municipalizzate non è affatto irrilevante in termini economici, anche se non compare, se non come utili o perdite per la quota azionaria statale, nelle statistiche della contabilità pubblica. Né lo è la gestione di quella parte restante di patrimonio pubblico  il cui valore sfiora ad oggi i 2000 miliardi di euro.

Ma facciamo finta per un momento che il ruolo dello Stato nell’economia sia efficacemente rappresentato dalle equazioni della contabilità nazionale, quelle che sono state costruite dai keinesiani con i concetti dell’economia liberale.

In tali equazioni, abbiamo che:

PIL= REDDITO= SPESA

In tali equazioni, data la natura di identità, il ruolo dello Stato può essere sintetizzato come soggetto fra gli altri della domanda aggregata, che siano  consumatori o  imprese investitrici. Il problema è che questa rappresentazione, pur lecita, non è affatto adeguata.

Infatti, la Pubblica Amministrazione agisce in primo luogo sulla prima fase del circuito produzione-reddito-spesa, come produttore di servizi. Il problema è che la contabilità nazionale, costruita con concetti liberali, non è in grado di valutarne il valore, perché i servizi pubblici non hanno un prezzo di mercato. Si è perciò ricorsi all’espediente di valutarli sulla base dei costi effettuati per produrli. Ma questa convenzione statistica è paradossale, perché se un governo particolarmente efficiente, a parità di spesa, riuscisse a raddoppiare la quantità di servizi erogati, o uno particolarmente incapace la dimezzasse o al limite la annullasse, questo non sarebbe in alcun modo rilevato nella contabilità nazionale.

Ma non considerare oggetto meritevole di osservazione la produzione effettiva di servizi da parte dello stato equivale a considerare che lo Stato faccia un uso economicamente ottimale delle risorse di cui è a disposizione. Una affermazione che meriterebbe di essere sostenuta di fronte ad una platea di piccoli imprenditori strangolati dal fisco, ma che in ogni caso è una assurdità sia per un economista che per il pensiero critico.

In secondo luogo, tralasciando il problema non da poco della rilevazione dei servizi, lo Stato non è ancora un acquirente di beni…!

Nel Conto Consolidato delle amministrazioni pubbliche per il 2014, sui circa 826 miliardi di uscite complessive dello Stato, solo 168 sono acquisto di beni e servizi, consumi intermedi e investimenti…! Gli altri 658 sono trasferimenti di reddito!!! Cioè, lo Stato usa la maggioranza schiacciante delle tasse, delle imposte e dei contributi che riceve per intervenire sulla distribuzione del reddito, come prestazioni pensionistiche e sociali,  come redditi da lavoro dipendente, come interessi sul debito, come contributi alla produzione o agli investimenti! Quindi, se in qualche modo dovessimo rappresentare lo Stato, dovremmo casomai rappresentarlo come una grande macchina per la trasformazione del reddito (fase 2 del circuito), non come un acquirente (fase 3) di beni e servizi…!

La spesa per beni e servizi rappresenta il 20% della sua spesa. Se l’intervento sopra richiamato sul piano normatorio e proprietario valesse, poniamo, metà dell’intervento pubblico nell’economia, tale spesa si ridurrebbe al 10% dell’intervento totale. Quei keinesiani che con aria di trasgressione parlano di spesa in deficit, stanno parlando di un argomento che ai dati del 2014 rappresenta il 6% della spesa complessiva, cioè il 3% dell’intervento dello Stato. Dimenticano cioè il 97% della sua attività. Anche un deficit doppio sarebbe irrilevante se lo stato agisse e spendesse bene, mentre potrebbe essere insostenibile lo stesso pareggio di bilancio se lo Stato agisse e spendesse male. 

UN GIUDIZIO STORICO SUL KEYNESISMO
Da quanto precede, mi sembra di poter dedurre che gli strumenti keynesiani non possano essere uno strumento adeguato per opporsi in modo efficace al capitalismo della finanza in cui ci troviamo a vivere.

Certo, bisogna riconoscere che il keynesismo è stata una rivoluzione. Keynes a parere di chi scrive ha mostrato ai liberali e ai governanti come una parziale socializzazione del plusvalore, attuata con manovre espansive sulla moneta, con la spesa finanziata dalla banca centrale, o finanziata in deficit, sia conveniente sia per i capitalisti che per il sistema economico più in generale. Su tale idea si sono costruite le politiche attive di politica economica  e i sistemi di welfare. Tuttavia il limite del keynesismo deriva dal fatto che Keynes (che era a sua volta un liberale) doveva parlare ad una platea di economisti e di governanti liberali. Perciò ha dovuto rappresentare lo stato come uno spenditore, un acquirente di beni e servizi come tanti altri: cosa che non è. Perché come abbiamo visto prima, lo Stato è in primo luogo un produttore di servizi e un trasformatore dei redditi; o meglio, con riferimento a quanto detto sopra, un normatore, un proprietario, un produttore di servizi e un trasformatore dei redditi. Solo in ultima istanza è anche un acquirente di beni e servizi.

Il keinesismo è stato la controparte politica della II rivoluzione industriale, cioè della produzione di massa. Quando i capitalisti attingevano enormi giacimenti di plusvalore dalla produzione taylorista, redistribuire questo plusvalore era utile e necessario. Il ruolo utile dello stato spenditore si è esaurito per il capitale quando quei giacimenti di plusvalore si sono esauriti o per le conquiste contrattuali dei lavoratori organizzati, o quando, anche in conseguenza di quelle, il capitale ha spostato la produzione industriale di massa nei paesi a bassi salari e basso welfare.

Il keinesismo è stato un grande successo. A parte il successo economico, è stato un successo politico. Lo è stato perché ha reso possibile per più di mezzo secolo l’integrazione della sinistra politica e sociale nel capitalismo, che, attraverso il combinato disposto di keinesismo e sindacalismo ha diretto l’attenzione sulla spesa pubblica e sulla distribuzione del reddito piuttosto che verso una critica più radicale  dei rapporti di produzione.

Ma è stato anche un grande strumento di corruzione. Non nel senso della corruzione dei politici e delle tangenti, ma molto più profondamente perché l’idea che “l’importante è la spesa” ha fatto dimenticare ad ogni soggetto pubblico la funzione, l’efficienza, l’equità, la razionalità, le conseguenze di quella spesa.

Per farmi capire, ricorrerò ad un esempio personale.

Nel ’93 mi trovavo a Torino, e perciò decisi di andare ad un convegno di Rifondazione Comunista sull’ Alta Velocità. Nel convegno si dissero peste e corna di quel progetto, criticandolo da tutti i punti di vista. Alla fine del convegno, mi rivolsi al mio vicino alla riunione, un comunista torinese. Gli chiesi: “Ma allora, è sicuro, ma proprio sicuro che Rifondazione Comunista è contraria all’Alta Velocità…?” Lui mi rispose: “Ueh, compagno… Sono 200.000 miliardi… [allora si ragionava in lire].. è lavoro…!”

L’opinione del mio occasionale compagno di assemblea è di per sé irrilevante, ma credo che rappresenti bene l’uso pratico di massa che è stato fatto del keynesismo: disinteresse per l’uso delle risorse, per l’utilità dei progetti e per i bisogni delle persone.

Infine il keynesismo è stato anche un corruttore di generazioni intere di studenti e di intellettuali, (e anche di noi stessi),  che sono stati indotti a indirizzare la loro critica su aspetti limitati e in fondo marginali del sistema economico.

Pensare un’alternativa al keinesismo non significa solo dover individuare strumenti critici alternativi, ma anche mettere in discussione le forme organizzative dell’azione politica. Cose di cui proverò a scrivere  nella seconda parte.


(continua)




giovedì 28 aprile 2016

MARXISTI E NEO-KEYNESIANI A CONFRONTO SU CAUSE E SOLUZIONI DELLA CRISI

[ 28 aprile ]

L'Unione europea epicentro della crisi economica globale
MARXISTI E NEOKEYNESIANI A CONFRONTO SU CAUSE E SOLUZIONI
INCONTRO SEMINARIALE
con i professori 
Marco Veronese Passarella 
e Amedeo Argentiero 


Lunedì 9 maggio, ore 18:00

Marco Veronese Passarella
Facoltà di Economia dell'Università di Perugia (Via G. Pascoli) Aula n.II

Per la teoria economica “neo-classica”, meglio conosciuta come neoliberista, stiamo non solo vivendo nel migliore dei mondi possibili, ma nell’unico possibile. 

Recessione, deflazione, bassi salari, disoccupazione di massa, squilibri commerciali tra i diversi paesi: sono “effetti collaterali”, shock economici salutari per consentire alle forze di mercato di agire liberamente, solo così facendo si potrà rilanciare il ciclo economico e assicurare prosperità.
C’è un problema: le cose non stanno andando affatto così. 


Le politiche austeritarie hanno aggravato la recessione mentre la strategia mercantilistica della Germania ha gettato nel marasma l’Unione europea.


Di contro a quella neoclassica esistono tuttavia altre scuole di pensiero che offrono spiegazioni diverse sulle origini e le cause della crisi economica e che offrono soluzioni alternative per 


Amedeo Argentiero
uscirne.

Programma 101 invita studenti e cittadini all’incontro seminariale con Marco Veronese Passarella e Amedeo Argentiero che vuole essere un’occasione preziosa per comprendere come funzioni l’economia oggi e come dovrebbe funzionare domani avendo a cuore il bene comune, non quello di una ristretta minoranza.

giovedì 22 ottobre 2015

CRISI E CRESCITA ECONOMICA: MARGINALISTI Vs CLASSICI di Ilaria Lucaroni

[ 22 ottobre ]

Importante questo articolo della Lucaroni. Tocca temi e questioni decisive, non solo astrattamente teoriche. Solo un punto ci preme segnalare. La Lucaroni colloca Keynes, assieme a Smith e Ricardo, nel campo della economia classica. Vero è che Keynes, sulla scia dei classici e di contro ai marginalisti, non crede che il mercato dove viga la libera concorrenza tra capitali trovi da sé stesso il suo equilibrio ottimale. Corretto questo giudizio ve si considerasse questo e questo solo il discrimine tra "classici" e "marginalisti".  Sbagliato, invece, ove, come noi tendiamo a pensare, la differenza più profonda tra le due scuole sia la "legge del valore".

Quando ho letto il contributo di Fabio Petri, docente di economia politica presso l’Università di Siena, caricato nel blog di Sergio Cesaratto, mi è venuta in mente la scena del film di Nanni Moretti “Aprile” quando scopre i benefici dell’anestesia epidurale somministrata alla moglie durante il parto “ tutti devono sapere, bisogna informare,...mi hanno bloccato mentre facevo un Tazebao”
Il linguaggio è semplice e comprensibile anche per chi non ha nozioni economiche, ma ho pensato che la lunghezza avrebbe scoraggiato i più, quindi questo contributo altro non è che una sintesi del suo lavoro datato 1995, e passi avanti non se ne sono fatti (e per favore no, non venite a parlarmi dell’economia solidale, se non intesa come bon ton del consumatore), con qualche commento sparso qua e là.
I punti che si affronteranno: teoria classica (Smith, Ricardo, Marx e Keynes) Vs teoria marginalista (Marshall, Walras, Edgeworth e Pareto per citarne alcuni), disoccupazione e crescita economica. Storicamente per teoria classica si intende quella corrente di pensiero economico che prende il via da Adam Smith messa in cantina per una serie di motivi che riguardano, come ci ricorda sempre Petri in quest’altro contributo[1], l’opera incompiuta di Marx, alcuni difetti e difficoltà a comprenderne l’impostazione e che verranno poi risolti nei lavori di Sraffa, periodi storici dove la sinistra (intesa in senso antico ehh!) aveva poca voce in capitolo, e che andrà invece a farsi sentire negli anni 60. 
Secondo questa teoria il livello dei salari è determinato dalla lotta di classe (conosciamo gli esiti della lotta!), influenzati da elementi quali la disoccupazione, politiche statali a favore dei datori di lavoro (fortuna che noi abbiamo Renzi e un sindacato forte e unitario con i lavoratori, soprattutto con gli atipici, come dimenticare le feroci lotte portate avanti per il reddito di cittadinanza!) e dal livello dei consumi compatibile con il comune senso di umanità, ovvero il livello di consumi al di sotto del quale non vale la pena vivere. Concetto che, alla luce dei bisogni (dis)indotti meriterebbe una trattazione a parte e potrebbe essere materia di analisi da parte dell’elemento sociale per una scienza socio-economica realmente integrata, purtroppo in molti casi oggi si assiste alla sostituzione terminologica e concettuale del sociale all’economico nel tentare di improntare un nuovo modello economico che di economico ha solo la parola. Avete presente quella proiezione retrò del nostalgico tornare indietro per andare avanti? No, capisco, sono stata volutamente vaga per non aprire in questa sede polemiche e rimanere concentrati sul pezzo!
La teoria marginalista o neoclassica è quella che va per la maggiore, ossia che si studia nelle Università più “prestigiose”, avete presente? quella classe privilegiata figli di papà che possono permettersi rette universitarie esorbitanti e che una volta chiusi i libri poi facevano festini insieme a Cameron. Ed è la stessa applicata dai consulenti di governi e considerata valida dal mondo accademico che certo non si va a dare la zappa sui piedi promuovendo teorie che poco piacciono alla classe dirigente e imprenditoriale e forniscono poi i finanziamenti alla “ricerca”. In questo caso si elimina il concetto di lotta di classe e parliamo invece di domanda di lavoro (quella da parte delle imprese) e offerta di lavoro (lavoratori): la domanda di lavoro aumenta se diminuiscono i salari, una sorta di, banalizzando il concetto, pagare meno e lavorare tutti. Come un qualsiasi bene di mercato concorrenziale un “bravo” lavoratore, in periodi di disoccupazione, dovrebbe accettare un salario ridotto, a questa maniera la domanda di lavoro delle imprese aumenterebbe portando ad una situazione di equilibrio di piena occupazione. 

Ma a questo ragionamento si contrappone quello dei classici secondo cui diminuendo i salari gli imprenditori vendono meno beni e diminuisce così la domanda di beni. Quale di questi ragionamenti è quello giusto? Petri ci spiega che, secondo l'economia neocalissica, un’impresa arriva ad un limite di convenienza nell’aumentare, a salari ridotti, il numero dei lavoratori determinato dalla differenza del costo del lavoratore con il ricavo ottenuto dalla produzione in più prodotta dallo stesso lavoratore. Questo perchè, ad un livello di capitale dato (cioè di impianti dati), ogni nuovo lavoratore impiegato fa aumentare la produzione, ma questo aumento è gradualmente sempre minore per ogni lavoratore in più.


Chiariamoci le idee con l’esempio che viene fatto: in una data falegnameria con uno stabilimento di cento metri quadri, se comincio ad aumentare i lavoratori impiegati, il prodotto cresce, ma per ogni lavoratore in più diminuisce lo spazio a disposizione; ad un certo punto, aumentando ancora i lavoratori, nessuno potrà più lavorare!
Riguardo la diminuzione dei beni comprati cui facevano riferimento i classici, i marginalisti confutano il ragionamento affermando che in realtà gli imprenditori, in maniera simmetrica, acquisteranno i beni in avanzo come investimento per aumentare il capitale fintanto che il saggio d’interesse (che rappresenta il prezzo della domanda e offerta di capitale), determinato dalla concorrenza, faccia coincidere domanda e offerta di capitale.
Se i mercati concorrenziali vengono lasciati funzionare bene, non c'è mai problema a vendere tutto quanto prodotto. E questa è la teoria dominante nel mondo accademico con due implicazioni fondamentali: i mercati portano alla piena occupazione e la disoccupazione è causa dei lavoratori. La seconda conseguenza importante di questa visione riguarda la remunerazione che va al lavoro come salario e la remunerazione che va al capitale come interessi: esse corrispondono in realtà, in un senso molto profondo, ad un ideale di giustizia. Questo perché il lavoratore viene pagato tanto quanto contribuisce alla produzione secondo la logica di tanto dà e tanto riceve. Lo stesso vale per il capitale dove il saggio d’interesse corrisponde al contributo di ciascuna unità di capitale rinunciando al consumo di quanto risparmiato (e investito in capitale), ebbene sì: anche il capitale si sacrifica, in quanto il risparmio diventa investimento invece di consumo. Un equilibrio perfetto che sicuramente può affascinare.
Nella visione classica, la misura di ciò che va agli interessi o ai profitti, deriva dal semplice fatto che i capitalisti hanno il coltello dalla parte del manico ossia i “mezzi” per produrre. Essi dicono ai lavoratori: un salario talmente alto che vi consenta di appropriarvi di tutto il prodotto, senza che nulla resti a noi come interesse e profitti, semplicemente non lo permetteremo mai; per farvi lavorare con il nostro capitale - e ce l'abbiamo noi il capitale - vogliamo profitti o interessi.
La differenza tra le due teorie non riguarda discussioni astruse tra accademici ma sono due modi completamente differenti di concepire la società. Un marginalista pensa che la disoccupazione è colpa dei lavoratori che non fanno abbassare i salari, un classico afferma che è giusto resistere e lottare per un salario decente, perchè un abbassamento dei salari corrisponde ad un aumento dei profitti. Sarà Keynes a spiegare che le imprese investono quando la domanda di beni è già in crescita, e quindi si aspettano di vendere di più, quindi è più probabile che un abbassamento di salario diminuisca la produzione con conseguente crisi economica.
Riferito ad una implicazione di questo tipo è giusto pensare che anche le imprese recuperate dai lavorati, simbolo di lotta e resistenza, rischiano in realtà di fare il gioco dei marginalisti visto che nella maggior parte dei casi i lavoratori-soci accettano di lavorare, soprattutto all’inizio, ad uno stipendio decisamente ridotto. Inoltre se andiamo a guardare una serie di questioni per valutare come tali imprese rappresentino una nuova forma di impresa anti-capitalista, leggendo la documentazione argentina, dove hanno già un pezzo di storia in merito, ci si rende che alcune criticità dell’impresa capitalista continuano a rimanere in piedi. Anche questo però è argomento che merita ulteriori approfondimenti.
Altra questione illustrata da Petri, e fondamentale in tempi di austerity, per i marginalisti la crescita economica dipende dal risparmio (ossia i beni non consumati), in quanto crea capitale e il capitale in più crea crescita economica. Udite udite signori: se vogliamo crescere di più bisogna risparmiare di più, ecco perché lo Stato dovrebbe comportarsi come un buon padre di famiglia (vi ricorda qualche esternazione?).
Altra implicazione in termini di politica economica: per i marginalisti per poter aumentare l’occupazione devono scendere i salari e lasciare che il mercato funzioni secondo le sue leggi (Thatcher & Co.), per un classico lo Stato deve intervenire e stimolare la domanda.


Ed ecco signori il gran finale delle politiche di austerity su cui tanto si dibatte, o meglio se ne ammette la fragilità come politica di intervento per far tornare i conti, ma si continua ad applicare memorandum.
«Sulla crescita economica, l'implicazione di politica economica della teoria marginalista è: per crescere di più bisogna risparmiare di più, cioè consumare di meno. Per questo è importante diminuire il deficit dello Stato, perché lo stato i soldi li usa per consumi. Noi non siamo abituati a vedere questa attività dello Stato come consumi, però lo sono. I soldi dello Stato vanno in sanità, stipendi dei dipendenti pubblici, pensioni: non sono investimenti. Questi soldi che lo Stato spende in deficit li ottiene da un prestito: si indebita. Ma i soldi che i titolari dei titoli di Stato prestano allo Stato, sono risparmi sottratti all'investimento presso le imprese, che permetterebbero l'acquisto di beni capitali. Lo Stato, dunque, col deficit aumenta i consumi e diminuisce i risparmi e quindi gli investimenti. Rallenta quindi la formazione di nuovo capitale, la crescita economica. Invece, nell'altra prospettiva, quella classica, se lo Stato spende fa bene, perché aumenta la domanda, inducendo le imprese a produrre di più. Le imprese che producono, se osservano che stanno producendo molto, decidono di ampliare l'impianto. Più lo Stato spende e più gli investimenti sono stimolati. Le due visioni non potrebbero essere più diverse».
Il contributo prosegue poi illustrando la validità scientifica delle due teorie[2] e chiudendo con una serie di proposte che preferisco non affrontare in questa sede non per una forma di scetticismo sulla loro validità, quanto piuttosto perché meritano ulteriori approfondimenti alla luce delle (ri)forme di lavoro degli ultimi venti anni, prima parlare di sindacati e imprenditori era in un certo senso più chiaro di oggi, nell’economia bio-cognitiva bisogna dedicare molto più spazio al confine lavoro/vita.

Per chi non volesse rimanere con l’amaro in bocca può fare riferimento direttamente allo studio di Petri.
NOTE


[1] L’economia marxista nel XX secolo http://www.econ-pol.unisi.it/petri/
[2] Soprattutto alla teoria marginalista si rimprovera il fatto che per argomentare le sue ragioni deve ipotizzare come data la quantità di capitale

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