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martedì 18 aprile 2017

S.O.S. SICILIA


[ 18 aprile ]

Il prossimo 13 maggio, promosso da NOI MEDITERRANEI e PROGRAMMA 101 (della Confederazione per la Liberazione Nazionale) si svolgerà a Palermo un convegno sulla fattibilità dell'introduzione di una moneta complementare in Sicilia. 

La questione sarà affrontata con rigore scientifico, comprese dunque le sue criticità, grazie agli ospiti che prenderanno la parola: i professori Gennaro Zezza, Ernesto Screpanti, Massimo Costa e Leonardo Mazzei.

Può l'introduzione di una moneta complementare aiutare la Sicilia a venir fuori dalla tragedia economica e sociale che vive? E se sì, come avviare questa impresa? L'esempio del SARDEX può essere la bussola? Oppure una moneta parallela non sarà risolutiva fino a quando Italia e Sicilia resteranno nella gabbia dell'euro?

I lavori saranno introdotti da Beppe De Santis, ideatore del convegno. Le conclusioni spetteranno a Moreno Pasquinelli.

giovedì 14 maggio 2015

IN QUEL DI NAPOLI, OGGI 14 MAGGIO

[ 14 maggio ]

Questo è un avviso ai lettori che vivono a Napoli ed in Campania.

Oggi, 14 maggio, alle ore 16, presso il Grand Hotel Oriente, in Via Diaz 44 a  Napoli si svole un incontro al quale vale davvero la pena di partecipare. Ci saranno, tra gli altri, gli amici Emiliano Brancaccio e e Gennaro Zezza.


Conviene o no uscire dall’euro? 

Il convegno non vuole dare una risposta definitiva ma dare qualche strumento per approfondire il problema:

Ore 16,00 Introduzione di Tullio Giugliano, segretario nazionale Fisac-Cgil Banco di Napoli
Ore 16,15 Gennaro Zezza, Euro, crescita e lavoro
Ore 16,45 Guido Iodice, gli eccessivi ottimismi sull’uscita dell’euro
Ore 17,15 Emiliano Brancaccio. Crisi dell’eurozona e centralizzazione dei capitali
Ore 18,00 conclusione
Modera Italo Nobile

giovedì 26 marzo 2015

QUANTITATIVE EASING O SOVRANITÀ? di Gennaro Zezza

[ 26 marzo ]
Mi ha colpito un passaggio dell’intervento di Vincenzo Visco “Fuori dall’euro?”, pubblicato su Economia e politica come contributo al dibattito originato dall’articolo di Realfonzo e Viscione.
Sembra che Visco sia meglio informato (certamente meglio informato di me!) sugli accordi siglati dai nostri governi in sede internazionale. Riporta infatti che
«nel 2012 in occasione della costituzione del ESM gli stati membri dell’eurogruppo hanno concordato che una eventuale trasformazione in altra valuta delle emissioni di titoli pubblici in euro di durata superiore ai 12 mesi, possa essere impedita da una minoranza di detentori pari al 25% dei sottoscrittori»
Verificare questa affermazione non è affatto facile. Il testo del trattato che istituisce l’ESM dovrebbe essere disponibile QUI come riportato nella pagina della Commissione Europea sull’argomento, ma il Consiglio Europeo ha pensato bene di spostarlo, e trovarlo tramite il loro motore di ricerca interno è un’impresa.
clicca per ingrandire

Dalle scarne informazioni si desume che il Trattato che istituisce l’ESM, modificato nel 2012, ha richiesto ai governi di inserire delle clausole (CAC, Collective Action Clauses) nelle emissioni di tutti i titoli con scadenza superiore a 12 mesi, a partire dal 2013. Dei dettagli tecnici legali sono – ad esempio – QUI.
Queste CAC tutelano i creditori, stabiliscono le priorità su chi viene rimborsato per primo, ecc.
Non sono riuscito a verificare, in una mezza giornata di lavoro, se Visco abbia ragione, ma supponiamo che sia vero. La prima conseguenza è che, nella totale mancanza di informazione, i nostri governi continuano ad assegnare tutele e diritti ai creditori – soprattutto ai creditori esteri – a scapito dei diritti e delle tutele degli italiani.
Amici più esperti di me nel diritto internazionale mi dicono però che questi Trattati, qualora siano in contrasto con gli interessi nazionali, non verrebbero applicati. In ogni caso, aver sottoscritto queste clausole renderà più complesso il processo di eventuale uscita dall’euro.
Visco aggiunge anche
«i 140 mld che la Banca d’Italia acquisterà con i finanziamenti QE da parte della BCE (…) saranno per definizione di diritto estero»
Questa affermazione è senz’altro errata, perché la Banca d’Italia acquisterà i titoli sul mercato secondario, e quindi sotto legislazione italiana. Ci sono però delle clausole di compartecipazione al rischio nel caso di default, e presumo che una ridenominazione in “nuove lire” dei titoli sia assimilata ad un default. In ogni caso, sembra più credibile quanto discusso QUI, dove si afferma che i titoli pubblici acquistati nel programma QE sarebbero “de facto” fuori dalla giurisdizione italiana.

Si veda anche questo documento della Banca d’Italia.

Ma allora, posto che il QE si tradurrà in una iniezione di liquidità per le banche italiane, che la utilizzeranno per acquistare attività finanziarie in giro per il mondo – e non certo per finanziare le PMI italiane – se il costo da pagare è trasformare debito pubblico italiano in debito estero, ne vale la pena?
* Fonte: Gennaro Zezza

sabato 7 marzo 2015

GRECIA: O L'USCITA OPPURE... di Gennaro Zezza

[ 7 marzo ]

Per l’economista del Levy Economics Institute il governo Syriza ha preso tempo dando un segnale di discontinuità, ma ora la sfida tra Atene e Bruxelles entra nel vivo. E, se si vuole evitare l'uscita della Grecia dall’eurozona, occorre valutare l’introduzione di una moneta parallela all’euro: “per restituire uno spazio di manovra fiscale senza entrare in diretto conflitto con gli attuali vincoli europei”.

intervista a Gennaro Zezza di Giacomo Russo Spena*


“Nel programma originario vi erano maggiori elementi di rottura con le ideologie del capitalismo contemporaneo, tali posizioni sono state accantonate”. Una capitolazione per la Grecia? “Tsipras ha preso tempo ”. Per Gennaro Zezza – economista, docente all’università di Cassino e ricercatore presso il Levy Economics Institute – è prematuro dare giudizi definitivi sul negoziato all’Eurogruppo, “vedremo tra 4 mesi”. Di certo, il regime di “austerità espansiva” imposto ad Atene in questi anni aveva portato al crollo della produzione e del benessere ed aumentato la disoccupazione, creando una tragedia umanitaria. Ora è il momento di voltare pagina. E, tra le exit strategy, si valuta l’idea di una moneta parallela all’euro per “restituire uno spazio di manovra fiscale – da utilizzare per stimolare l’economia – senza entrare in diretto conflitto con le attuali regole dell’eurozona”.

Partiamo dall’accordo politico siglato all’Eurogruppo. Secondo Alexis Tsipras “ha cancellato gli impegni sull'austerità dei precedenti governi verso i creditori internazionali del Paese”. Per il ministro tedesco Wolfgang Schaeuble, invece, “la Grecia ha accettato senza riserve di realizzare il programma”. Qual è il suo giudizio?
Mi sembra che l’accordo raggiunto abbia semplicemente consentito di spostare in avanti, tra quattro mesi, un confronto più ampio. Syriza è andata al tavolo di discussione dopo pochi giorni dall’insediamento, e con una pressione molto forte derivante dai debiti in scadenza, e da una potenziale crisi di liquidità bancaria. I miei colleghi in Grecia sottolineano che comunque Syriza ha dato ai suoi elettori la percezione di andare al confronto per rappresentare e difendere il popolo greco, e questo non è un risultato trascurabile. Non c’è ancora una rinuncia esplicita e definitiva all’austerità, ma neanche la promessa di proseguire sul programma approvato dal governo precedente.

Le proposte di riforma del governo greco – in cui si parla di lotta all'evasione fiscale e alla corruzione e di misure per arginare la “tragedia umanitaria” – danno un segnale di discontinuità rispetto ai memorandum passati?
Il segnale di discontinuità è dato dalla composizione del nuovo governo, che non ha gli stessi intrecci di interessi del governo precedente. Una delle tante sfide che Syriza deve vincere è proprio nel realizzare queste promesse di cambiamento, attuate tramite una redistribuzione dei redditi verso il basso ed un aumento nell’efficienza della macchina amministrativa. Purtroppo non sono riforme che generano maggiori entrate in tempi brevi.

All’interno di Syriza ci sono forti mal di pancia per il negoziato con le “Istituzioni”. Il KKE è sceso in piazza accusando Tsipras di non aver stralciato i memorandum…
Mi risulta che il governo greco avrebbe potuto trovarsi in una situazione di crisi di liquidità, in caso di fallimento delle trattative ed uscita forzata dall’euro, in quanto scenari alternativi – come il ritorno alla dracma – richiedono tempi tecnici non brevi. Syriza non era quindi in una posizione di forza per “imporre” all’eurogruppo le sue richieste, e l’accordo trovato, a mio avviso, ha solo consentito di prendere tempo. Come in tutti i casi di soluzioni di compromesso, questo consente agli avversari politici di cercare di aumentare il loro consenso. 

Il ministro della Finanze greco Yanis Varoufkakis si definisce un marxista irregolare. In un suo scritto dice di voler “salvare il capitalismo da stesso”. In una fase di ideologia neoliberista imperante, le teorie keynesiane rappresentano già politiche rivoluzionarie? 
Bisogna intendersi su cosa siano politiche “rivoluzionarie”. Le politiche keynesiane sono di solito quelle che “salvano il capitalismo da se stesso” sostenendo l’occupazione e i salari, e stemperando processi che potrebbero portare a sommovimenti sociali. Nel programma originario di Syriza vi erano elementi di maggiore rottura con le ideologie del capitalismo contemporaneo, ad esempio in tema di nazionalizzazioni, ma mi pare che queste posizioni siano state accantonate, almeno per il momento. 

Nel negoziato la posizione di Syriza era isolata: uno contro diciotto. Possiamo sancire l’inesistenza di “una terra di mezzo” e denunciare il ruolo del Pse che ha definitivamente sposato l’austerity e le politiche della destra?
I partiti socialisti tradizionali hanno chiaramente abbandonato le loro radici.

Questi 4 mesi di “prestito-ponte” – il proseguo del salvataggio del 2012 – servono a Tsipras per studiare una nuova strategia? Si temporeggia in attesa che nel resto di Europa vincano altre sinistre (vedi Podemos e Sinn Fein) o si ipotizza anche l’idea di fuoriuscita dall’eEuropa?
Nonostante la devastazione dovuta alle politiche di austerità, sembra che i greci non vogliano abbandonare l’euro. Negli anni fino al 2007, il reddito medio dei greci è aumentato sensibilmente, anche in relazione a quello degli altri partners europei, e probabilmente si attribuisce questo aumento di benessere alla moneta unica, e da qui le resistenze psicologiche all’abbandono dell’euro, di cui Syriza deve tener conto. E le richieste di Tsipras sono molto ragionevoli. Il modello dell’economia greca che abbiamo sviluppato – al Levy Economics Institute – ci dice che, prima delle recenti turbolenze finanziarie legate alle elezioni, il governo ellenico aveva raggiunto un surplus primario, sia pur precario, e i conti con l’estero del Paese erano migliorati, grazie ad un sostenuto aumento nel turismo. Le simulazioni del modello mostrano che è possibile per la Grecia tornare a crescere, stimolando l’economia con una cauta politica fiscale espansiva: in sintesi, la richiesta di mantenere un surplus primario dell’1,5%. Il modello mostra però che tali politiche avrebbero un effetto modesto sulla produzione e sull’occupazione, con dei tempi di ripresa troppo lunghi, data l’a attuale situazione di disoccupazione e povertà. Ci sarebbe bisogno di uno stimolo aggiuntivo, finanziato dall’esterno come un “New Deal”, o in alternativa finanziato dalla sospensione del pagamento degli interessi sul debito pubblico detenuto all’estero. Anche con questi interventi modesti , nell’ordine dei 7/10 miliardi di euro per anno, per la Grecia ci vorranno anni per ripristinare i livelli di occupazione precedenti alla crisi. In queste nostre simulazioni il default sul debito esistente non è inevitabile, purché i creditori siano disponibili a rifinanziarlo a scadenza.

Quindi, secondo lei, la Grexit è una reale opzione in campo?

L’uscita dall’eurozona è una possibilità che Syriza probabilmente presenterebbe come una imposizione dell’Eurogruppo. In quel caso il default sul debito in euro è inevitabile, ma la gestione della crisi ha dato modo ai creditori privati esteri di liberarsi dei titoli greci in bilancio, quindi non si avrebbero “effetti contagio” diretti sui bilanci bancari. Nel caso in cui ci siano effetti indiretti – ad esempio se i mercati finanziari iniziassero a scommettere sulla successiva uscita anche dell’Italia dall’eurozona – le conseguenze sulla stabilità dei sistemi finanziari europei saranno sarebbero non trascurabili. Per la Grecia, la plausibile svalutazione della nuova dracma a seguito dell’uscita dall’eurozona non avrà un impatto immediato sul commercio estero (se non forse sul turismo). Anche in quel caso, quindi, la ripresa dovrà basarsi sulla inversione di rotta della politica fiscale e su un sostegno finanziario esterno.

Cosa ne pensa della proposta di emissione di una moneta nazionale parallela all'euro? Noi di MicroMega abbiamo pubblicato l’appello di Gallino e altri economisti sui certificati di credito fiscale per superare il problema della liquidità. È un’ipotesi?

Al Levy Economics Institute abbiamo simulato le conseguenze per l’economia greca dell’introduzione di una moneta parallela da utilizzare sia per programmi di creazione diretta di posti di lavoro, sia per il sostegno del reddito, e abbiamo mostrato come questa sia coerente con il mantenimento di un bilancio in euro per il governo greco compatibile con gli attuali vincoli europei. La proposta dei certificati di credito fiscale avanzata in Italia da questo appello ha lo stesso obiettivo: restituire uno spazio di manovra fiscale – da utilizzare per stimolare l’economia – senza entrare in diretto conflitto con le attuali regole dell’eurozona. 
Per l’Italia ritengo sia da preferire l’uscita dall’euro, ma una proposta come quella dei certificati di credito, che ha il pregio di poter essere implementata in tempi rapidi, può costituire una interessante modalità di finanziamento per uno stimolo fiscale compatibile con i Trattati. Resta da vedere se sarà consentito ad un Paese dell’eurozona di stimolare la domanda interna, in una fase in cui le richieste che provengono dalle istituzioni europee vanno in direzione opposta: ridurre il debito pubblico e tagliare i salari. 

Lei è in contatto con la Grecia? Sa se è una possibilità, quella moneta parallela, al vaglio del governo ellenico?

Il gruppo di ricerca con cui collaboro al Levy Institute è in contatto diretto con il governo greco. In particolare, Rania Antonopoulos, sottosegretario al Lavoro, proviene dal Levy Institute, e propone di realizzare un piano di creazione di posti di lavoro suggerito in origine da Hyman Minsky, figura centrale nel lavoro del Levy Institute. Come dicevo, abbiamo verificato che il finanziamento di questo piano tramite la creazione di moneta fiscale è fattibile, e i tecnici del governo greco sono certamente al corrente di questa possibilità, ma credo che – al momento – la considerino come un possibile “piano B”. In ogni caso, qualsiasi stimolo fiscale all’economia greca avrà delle ripercussioni sui conti con l’estero che renderanno necessario un finanziamento esterno, che non può provenire dalla moneta parallela. Come garantirsi questo finanziamento dovrebbe essere la priorità per Syriza.


* Fonte: MicroMega

giovedì 5 marzo 2015

L'INSOSTENIBILITÀ DELL'EURO ED IL PARADOSSO DEI KEYNESIANI

[ 5 marzo ] 

Gennaro Zezza (nella foto) risponde a KeynesBlog ed a Salvatore Biasco, per i quali è necessario restare nella zona euro.

QUI il confronto tra Brancaccio e Biasco.

Euroexit e salari
di Gennaro Zezza

L’intervento di Realfonzo–Viscione sulle possibili conseguenze di una uscita dell’Italia dall’eurozona sta suscitando un certo dibattito. Il commento di Salvatore Biasco prefigura scenari apocalittici, dati dalle ripercussioni sui bilanci bancari del deprezzamento delle attività finanziarie in “nuove valute”. La redazione di Keynes blog sembra concordare con Biasco sulle conseguenze catastrofiche, per il sistema finanziario internazionale, di una rottura della eurozona, ed enfatizza il modesto impatto che la svalutazione di una “nuova valuta” avrebbe sulla crescita.

Uno dei motivi di maggiore preoccupazione, per Realfonzo e Viscione, è dato dall’impatto che la svalutazione conseguente all’uscita dall’eurozona avrebbe sui salari, preoccupazione confortata dalla loro analisi storica di precedenti episodi di crisi valutarie. Su questo punto c’è però da valutare quanto il permanere nell’eurozona costituisca un beneficio per i lavoratori, almeno in termini di salario. La risposta, come è evidente dal caso greco, è senz’altro negativa, ma su questo torneremo nel seguito.

Un aspetto che accomuna le diverse analisi citate è la convinzione per cui l’uscita di un Paese – in particolare dell’Italia – dall’eurozona implicherebbe certamente una svalutazione della nuova lira, svalutazione di grandezza imprecisata, ma che molti indicano del trenta per cento rispetto all’euro (nel caso in cui l’Italia sia l’unico Paese ad uscire) o alla nuova valuta della Germania. 

Non c’è dubbio che vi siano dei differenziali di competitività di prezzo tra i Paesi dell’eurozona, ma questi sono dovuti in larga parte alla politica di compressione dei salari attuata in Germania nei primi anni dell’euro, mentre i divari di competitività tra Italia e Francia, o Italia e Spagna, sono molto più contenuti. Nel caso in cui l’eurozona si dissolva, è quindi altamente probabile che il nuovo marco tedesco si rivaluterebbe in modo consistente rispetto alla nuova lira, ma che la lira debba perdere valore rispetto al nuovo franco, o la nuova peseta, o al dollaro statunitense, è tutto da dimostrare.

Il tasso di cambio di una valuta dipende dalla sua domanda sui mercati internazionali rispetto all’offerta, e queste a loro volta dipendono dal saldo commerciale, da un lato, e dagli investimenti di portafoglio dall’altro. Per quanto riguarda il saldo commerciale italiano, non è affatto evidente che questo spingerebbe verso il deprezzamento della lira. Il saldo delle partite correnti italiane è migliorato sia per gli effetti della crisi – che deprime le importazioni – ma anche per la buona tenuta delle imprese italiani sui mercati internazionali, soprattutto quelli esterni alla zona euro. Ad esempio, in una ricerca recente [1] del Fondo Monetario Internazionale si nota che – nonostante gli indicatori di competitività basati sul costo del lavoro per unità di prodotto dovrebbero suggerire un tracollo dell’export italiano – la performance delle nostre imprese è stata di tutto rispetto, relativamente a quella di Paesi simili. La domanda di lire connessa alle nostre esportazioni potrebbe dunque più che compensare l’offerta di lire contro valuta necessaria per le importazioni.

La nuova lira potrebbe invece svalutarsi – dopo l’euroexit – se si consentono operazioni speculative sui mercati finanziari. E’ noto come questo tipo di scommesse speculative possano autorealizzarsi: se i mercati si aspettano una svalutazione della lira rispetto al nuovo marco tedesco, venderanno titoli in lire per acquistare titoli in marchi, aumentando quindi l’offerta di lire contro marchi e spingendo verso la svalutazione. A mio avviso, è questo il motivo per cui di recente il governo tedesco è riuscito a collocare titoli a tassi di interesse negativi: se l’acquirente americano si aspetta una rottura dell’euro, e una rivalutazione del nuovo marco del trenta per cento, il guadagno in conto capitale è elevato anche in presenza di tassi di interesse nulli.

Nella prima fase successiva all’euroexit, queste operazioni devono quindi essere regolamentate. Una volta stabilizzati i mercati finanziari, e mostrata la possibile stabilità della nuova lira rispetto al dollaro e alle altre valute (e ad un nuovo marco tedesco rivalutato), le regolamentazioni dei mercati finanziari possono essere riviste.

Se questo scenario di stabilità del valore della nuova lira è realistico, le argomentazioni di Biasco ed altri sui cataclismi nei bilanci bancari sono prive di fondamento. Come anche sono poco motivate le preoccupazioni di Realfonzo e Viscione sulla perdita di potere d’acquisto dei salari che seguirebbe la svalutazione della nuova lira.

Poiché alcuni argomentano a favore dell’euroexit perché ritengono indispensabile un riallineamento dei cambi, lo scenario che ho prospettato potrebbe deludere: se non si svaluta, perché abbandonare l’euro?

Perché un governo che intenda perseguire la piena occupazione (a salari dignitosi) come obiettivo primario non può farlo nell’ambito dei Trattati.

Nonostante gli sforzi per adeguarsi ai vincoli del Trattato di Maastricht, le economie periferiche dell’eurozona, al momento dell’adozione dell’euro, facevano registrare dei differenziali di inflazione con la Germania. In aggiunta, la Germania ha adottato – nei primi anni di vita dell’euro – una compressione dei salari e una precarizzazione del lavoro che ha comportato un periodo di bassa crescita, e ha ampliato i divari di competitività di prezzo. Nel mentre, la periferia dell’eurozona, che poteva beneficiare di tassi di interesse reali più bassi, ha fatto registrare tassi di crescita più elevati. Le differenze nei tassi di crescita e, in misura minore, nei divari di competitività, hanno implicato crescenti squilibri commerciali tra il “centro” (la Germania) e la “periferia”, che hanno retto fin quando il sistema finanziario del centro era disponibile a finanziare i crescenti debiti del settore privato greco, spagnolo, ecc.

In assenza di meccanismi automatici di trasferimento fiscale nell’eurozona, e in mancanza di una seria politica di investimenti mirata a ridurre la dipendenza dall’estero di economie come quella greca, questi processi avrebbero portato ad una crisi anche in assenza di shocks esterni come la Grande recessione del 2007/8.

In aggiunta, la proibizione alla BCE del suo potenziale ruolo di prestatore di ultima istanza nei confronti dei governi costringe all’adozione di politiche di austerità fiscale come unico strumento per ridurre il rapporto tra debito e PIL dove questo è elevato, come in Italia.

Come fa notare Jan Kregel [2], se consideriamo la nota identità contabile data dai saldi settoriali

S – I = DEF + CA

Dove S-I è il saldo tra risparmi ed investimenti del settore privato, uguale all’acquisizione netta di attività finanziarie; DEF è il deficit pubblico, e CA il saldo delle partite correnti, una politica di austerità fiscale che riesca ad annullare il deficit – a parità di saldo con l’estero – implica una caduta dei risparmi rispetto agli investimenti. Se questi ultimi si riducono, rafforzano l’effetto recessivo dell’austerità fiscale. Se viceversa a cadere sono solo i risparmi, la differenza investimenti e risparmi va inevitabilmente finanziata da parte del settore estero. Ma il settore privato sta oggi cercando di ridurre il suo livello di indebitamento, e cioè sta cercando di aumentare il saldo tra risparmi e investimenti. L’austerità fiscale può quindi funzionare solo se il saldo dei conti con l’estero migliora in modo da più che compensare l’austerità fiscale e il deleveraging del settore privato.

Queste compatibilità macroeconomiche sono ben chiare, e da qui l’enfasi sulle “riforme” che dovrebbero portare ad un aumento della competitività tramite la caduta dei salari e lo smantellamento del sistema del welfare. L’adesione all’euro non ha comportato solo la cessione della sovranità monetaria, ma anche la rinuncia all’utilizzo della politica fiscale (su questo punto sarà interessante verificare gli esiti delle trattative del nuovo governo greco) e l’adozione di politiche dei redditi che deprimono il salario, come dimostrato in modo eclatante dalla lettera di Trichet e Ordones a Zapatero nel 2011 , da poco resa pubblica, in cui venivano elencati gli interventi da implementare con urgenza sul mercato del lavoro spagnolo.

Ma la contestuale riduzione dei salari nominali – e dei salari reali – in tutte le regioni di un’area commerciale integrata come l’eurozona lascia invariata la competitività di ogni Paese rispetto ai partners dell’area: l’unico impatto potenziale sull’export è dato quindi dal miglioramento nella competitività di prezzo rispetto ai Paesi extra-EZ.

La riduzione nei salari nominali è probabilmente più efficace nell’aumentare i margini di profittabilità, ma che questo implichi un aumento negli investimenti e nella crescita è tutto da dimostrare.

Un governo “di sinistra” che voglia rovesciare le priorità di policy non può quindi sopravvivere nelle regole dei Trattati: l’uscita dall’euro è condizione necessaria, anche se non sufficiente, per ipotizzare politiche che ripristinino la centralità del lavoro.

NOTE

[1] Andrew Tiffin, ‘European Productivity, Innovation and Competitiveness: The Case of Italy’,IMF Working paper, WP/14/79, May 2014. Diverte notare che l’articolo del FMI si chiude con una raccomandazione ad implementare riforme strutturali, senza aver mostrato alcun nesso logico tra queste e la performance dell’export italiano.

[2] Jan Kregel, ‘Europe at the crossroad: financial fragility and the survival of the single currency’,Levy Economics Institute, Policy Note 2015/1.



* Fonte: Gennaro Zezza



venerdì 20 febbraio 2015

LA GRECIA PUÒ USCIRE DALL'EURO? di Emiliano Brancaccio e Gennaro Zezza

[ 20 febbraio ]
Al tavolo delle trattative europee il nuovo governo greco può minacciare l’abbandono della moneta unica? Un eventuale ritorno del paese alla dracma e una politica espansiva sarebbero possibili solo tenendo in equilibrio il saldo delle importazioni e delle esportazioni verso l’estero. Un’impresa difficile per un paese portato allo stremo, che se però venisse tentata provocherebbe un effetto domino sulla tenuta complessiva dell’Unione monetaria.
«Non si può dire che tra il 2010 e il 2014 la Grecia non abbia “fatto i compiti” assegnati dalla Troika. La pressione fiscale è cresciuta di cinque punti percentuali rispetto al Pil, la spesa pubblica è diminuita di un quarto e i salari monetari sono caduti di venti punti percentuali. La Commissione europea ha sempre sostenuto che queste politiche non avrebbero depresso l’economia e avrebbero rilanciato la competitività. Ma le sue previsioni sull’andamento del Pil greco sono state ripetutamente smentite: in Grecia il crollo della produzione ha fatto registrare un divario rispetto alle stime di Bruxelles che talvolta ha oltrepassato l’imbarazzante cifra di sette punti di Pil. Anche sul versante della competitività, nonostante l’abbattimento dei salari e dei costi, i risultati sono stati diversi dalle attese: il saldo verso l’estero è migliorato, ma molto più per il tonfo del reddito e delle importazioni che per una ripresa dell’export. Né si può dire che le politiche indicate dalla Troika abbiano stabilizzato i bilanci: il deficit pubblico è stato faticosamente ridotto ma la caduta della produzione ha implicato un’esplosione del rapporto tra debito pubblico e Pil di trenta punti percentuali. Il caso greco, si badi bene, è estremo ma non costituisce affatto un’eccezione. Esso rappresenta la più chiara conferma della previsione del monito degli economisti pubblicato nel settembre 2013 sul Financial Times: anziché stabilizzare l’eurozona, le attuali politiche europee alimentano una deflazione da debiti, accentuano i divari tra paesi del Nord e del Sud Europa e in prospettiva affossano le probabilità di sopravvivenza dell’Unione monetaria.
Molti commentatori ritengono però che un ritorno alla dracma avrebbe ripercussioni ancor più pesanti sull’economia greca. L’implicazione che ne traggono è che il nuovo governo guidato da Alexis Tsipras non ha alternative: dopo la passerella in Europa e gli incontri con Renzi e Juncker, alla fine il premier greco dovrà accontentarsi delle modeste concessioni sul debito che Bruxelles sarà disposta a offrire. Ma è proprio vero che la Grecia non ha carte da giocare? In realtà la letteratura scientifica sui costi e benefici di un eventuale abbandono dell’euro fornisce risultati controversi. Il punto su cui gli economisti concordano è che il successo o il fallimento di un ritorno alla moneta nazionale dipenderebbero in ultima istanza dalla capacità o meno della Grecia di rilanciare la domanda e la produzione interna tenendo in equilibrio il saldo delle importazioni e delle esportazioni verso l’estero. Se riuscisse a controllare il saldo estero, la Grecia ridurrebbe la sua dipendenza dai prestiti internazionali e avrebbe quindi una chance in più per gestire la difficile transizione. Il problema è che la crisi ha distrutto una parte importante della base produttiva del paese, per cui un eventuale stimolo alla domanda di beni rischia di determinare un forte aumento delle importazioni e del deficit estero.
Spunti interessanti, a tale riguardo, si possono trarre dal modello per l’economia greca elaborato dal Levy Economics Institute, che ha dato prova di buone capacità di previsione rispetto alle stime delle principali istituzioni internazionali. Il modello mostra che l’attuale miglioramento del conto estero già fornisce spazi di manovra per una politica espansiva. Entro i vincoli di bilancio europei, tuttavia, lo stimolo sarebbe insufficiente a risollevare il Pil e l’occupazione in modo apprezzabile. Si consideri allora l’ipotesi che in assenza di un sostegno europeo al rilancio dell’economia ellenica, nel 2015 la Grecia attui un default del debito e un ritorno alla dracma, e adotti una politica di bilancio espansiva fino a 10 miliardi. Con assunzioni pessimistiche sulla svalutazione della dracma e sul suo impatto sui prezzi dei beni importati, il modello prevede un consistente aumento del Pil ma anche un miglioramento delle esportazioni modesto, e nel breve periodo un peggioramento sul versante delle importazioni. La conseguenza sarebbe un deficit verso l’estero fino a cinque miliardi di euro – circa il tre percento del Pil – che andrebbe a ridursi lentamente negli anni successivi. Come si potrebbe gestire la fase di aumento del disavanzo estero? In che modo si potrebbe contenerlo? ed esisterebbero paesi disposti a finanziarlo?
Si tratta di interrogativi cruciali, per Tsipras ma anche per l’intera Europa. Chi si illude che il caso della Grecia possa essere isolato, è stato già seccamente smentito dall’effetto domino degli anni passati. Se il governo greco venisse messo all’angolo e a quel punto ritenesse di poter gestire una eventuale uscita dall’euro, inevitabili sarebbero le ricadute sull’Italia, sul Sud Europa e sulla tenuta complessiva dell’Unione monetaria».
Emiliano Brancaccio (Università del Sannio) e
Gennaro Zezza (Università di Cassino e Levy Economics Institute)        


Articolo pubblicato sulla prima pagina de Il Mattino del 3 febbraio 2015 con il titolo Perché la Grecia può farci male” . 

lunedì 24 marzo 2014

SALERNO: INCONTRO SULLA CRISI DELL'UNIONE EUROPEA

24 marzo. Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Venerdì 28 marzo, alle ore 16.30 nella Sala del Gonfalone di Palazzo di Città, a cura del Comune di Salerno, della Società Filosofica Italiana e del Liceo classico "F. De Sanctis" incontro dibattito sul tema: «L'Unione europea nelle intenzioni e nei fatti: anatomia di una crisi».

Presiederà il Prof. Giuseppe Cacciatore, dell’ Università degli Studi di Napoli "Federico II". Interverranno il Prof. Stefano D'Andrea dell'Università della Tuscia su Costituzione italiana e Trattati europei, il Prof. Gennaro Zezza dell'Università di Cassino e del Lazio meridionale sulla crisi economica dell'eurozona, il Prof. Carmine Pinto dell'Università degli Studi di Salerno sulla storia politica dell'Unione Europea. Introduce Nello De Bellis. Saluti istituzionali a cura dell'Assessore alla Cultura del Comune di Salerno, dott. Ermanno Guerra e del Dirigente scolastico del Liceo classico “F.De Sanctis” di Salerno.

Dichiarazione: «Abbiamo sentito il bisogno di una riflessione critica ed articolata sulla attuale situazione e sul momento storico attraversato dall'eurozona e dall'Unione Europea - hanno dichiarato gli organizzatori - in cui le Istituzioni del territorio, la Scuola, le associazioni, l'Università si confrontano dinanzi al pubblico con esperti autorevoli perché è diventato evidente a tutti il divario sempre più grande tra i progetti di integrazione europea seguiti al Secondo Conflitto Mondiale coi loro ideali di pace, democrazia e giustizia e le forme sempre più rigide, vincolistiche e a tratti autoritarie che questo processo va assumendo coi mezzi normativi adoperati, in coincidenza colla crisi sistemica che ci colpisce, dai meccanismi burocratici dell'UE. Un'analisi spassionata e serena è la condizione necessaria per indicare una prospettiva di superamento di questa crisi che non è esagerato definire epocale. In un momento altrettanto drammatico per lo Stato italiano, in queste stesse sale settanta anni fa, i componenti del primo Governo dell'Italia liberata seppero non solo rispondere ai problemi gravissimi e immediati della città e del Paese martoriato dalla guerra, ma avviare la fase costituente che si sarebbe conclusa con la promulgazione della Costituzione repubblicana. Il nostro auspicio è che questa giornata di studi possa fornire un serio contributo per un ripensamento complessivo della crisi, nello stesso spirito dei Costituenti per una rinnovata sovranità e democrazia".



Salerno,24/03/2014.

mercoledì 23 ottobre 2013

«CE LO CHIEDE L'EUROPA?» Incontro con Gennaro Zezza

La sezione di Salerno del Mpl invita i cittadini all'incontro pubblico con l'economista Gennaro Zezza che si svolgerà giovedì 31 ottobre, alle ore 17:00 presso il Centro "La Tenda" (Via Fiera Vecchia, 20).
Tema dell'incontro le politiche economiche imposte dall'eurocrazia, la loro natura e le conseguenze sociali, anzitutto per il nostro paese. In particolare verranno messi sotto la lente il Fiscal compact e il Mes/Esm.




COMUNICATO STAMPA-INVITO MPL SALERNO 
“Ce lo chiede l'Europa?” Austerità, MES e Fiscal Compact

Giovedì 31 Ottobre, alle ore 17.00, al Centro La Tenda (nei pressi di piazza Malta) il MPL (Movimento Popolare di Liberazione) organizza una conferenza sul tema. Interviene il Prof. Gennaro Zezza dell'Università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale. Introduce Nello De Bellis, modera Maurizio del Grippo. 

«Mentre le campagne mediatiche focalizzano l'attenzione sugli sprechi reali o presunti e sui privilegi della casta politica, additati come l'unica causa del declino complessivo e della gravissima crisi strutturale che sta dilaniando il Paese, l'Italia ha sottoscritto ed ha avviato l'attuazione di due meccanismi che rischiano, se effettivamente applicati, di trasformarla nei prossimi anni in zona depressa ed area sottosviluppata» ‒  hanno dichiarato gli organizzatori.

Si tratta del Fiscal Compact e del MES Il primo è un trattato europeo approvato il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 paesi membri dell'Unione europea (solo Gran Bretagna e Repubblica ceca non hanno aderito) ed entrato in vigore il 1° Gennaio scorso, che impegna i contraenti a portare il rapporto deficit-PIL al 60%, riducendo il proprio indebitamento del 5% annuo nell'arco di 20 anni. Dato, però, l'alto livello del debito italiano, pari al 127%, uno dei più alti dell'eurozona, ciò si tradurrebbe nell'obbligo di reperire risorse e dunque di impostare leggi finanziarie da 40-50 miliardi di euro all'anno per i prossimi 20 anni, con quali risultati di desertificazione sociale, è facile immaginare.

A ciò si aggiunga che l'articolo 3 del trattato impone agli Stati membri di inserire nelle rispettive Costituzioni l'obbligo del pareggio di bilancio, il che concretamente vuol dire che ad ogni investimento deve per legge corrispondere un pari importo in entrata (tasse e imposte). Nel più assordante silenzio ‒  proseguono gli organizzatori ‒  l'Italia ha già provveduto a ratificare (col voto favorevole di PDL, PD e UDC, contrari IDV e Lega Nord) tale norma, modificando importanti articoli della Costituzione (81, 117 e 119).

Secondo autorevoli studiosi, tra cui Paul Krugman, tale vincolo è la premessa programmatica della distruzione dello stato sociale. Vi è poi il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) che prende il posto del precedente EFSM, un fondo permanente a cui gli Stati in difficoltà macroeconomiche sono tenuti ad accedere, per poter rimanere negli obblighi di bilancio sempre più restrittivi dell'UE, e che erogherà i suoi prestiti in cambio di concrete garanzie e ulteriori cessioni di sovranità politica ed economica.
In tal senso l'Italia si è già impegnata a versare al MES 125 Miliardi di euro nei prossimi 5 anni, ripagare il debito (40,50 mld di euro l'anno) e mantenere il pareggio di bilancio.

“Questi sono i veri termini del problema, questa la minaccia che sta sospesa sul capo del nostro Paese e di cui tutti debbono prendere coscienza prima che sia troppo tardi, altro che le polemiche sugli scontrini alla buvette di Montecitorio! In questi anni di crisi l'Italia è passata dal 5° al 23° posto tra i paesi industrializzati 242.000 imprese fallite solo nel 2012, il 56% delle pensioni italiane al di sotto dei 1000 euro mensili, disoccupazione a picco.

Come può la causa reale di tutto ciò risiedere unicamente nei “costi della politica”, che incidono effettivamente dello 0,46%?

In realtà la responsabilità della casta è infinitamente più seria e più grave: essa consiste nell'aver assunto il ruolo di “borghesia compradora” sottoscrivendo la serie di trattati internazionali, a partire da quello di Maastricht, che hanno messo l'Italia nella condizione in cui attualmente si trova. Connettere la crisi economica, politica e spirituale in cui l'Italia si dibatte alla sua appartenenza all'euro e all'Unione europea ‒  concludono gli organizzatori ‒  è la peculiare posizione del MPL anche in seno alla Sinistra antagonista, che vede e denuncia gli effetti, ma non risale alle cause e cioè alla costruzione dell'Europa asociale, antipopolare, antidemocratica le cui premesse di trovavano già chiaramente nel Trattato di Maastricht e nell'atto fondativo dell'Unione europea.

“Ce lo chiede l'Europa”: quante volte abbiamo udito questo trito Leitmotiv ed ogni volta sono state liberalizzazioni, privatizzazioni,tagli alle spese sociali. Ogni cittadino italiano ed europeo confronti il suo status attuale con quello di prima e calcoli quanto ha perduto in reddito, diritti, dignità oltre che in speranze e aspettative in questi venti anni che sono stati i peggiori della vita di tutti.

Ripudiare il debito, uscire dall'euro senza che ciò danneggi i lavoratori e le classi popolari, uscire dall'UE è la nostra parola d'ordine, creando un fronte popolare che unisca tutte le forze democratiche che condividono il bisogno di liberarci di questa classe politica italiana corrotta perché asservita al sistema oligarchico europeo e alla finanza speculativa internazionale».



giovedì 4 aprile 2013

IL TRAMONTO DELL'EURO Incontro a Napoli

4 aprile. Segnaliamo ai nostri lettori partenopei che oggi, giovedì 4 aprile si svolgerà a Napoli, promosso dall'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici (IISF) un incontro imperdibile con Alberto Bagnai, Emiliano Brancaccio, Gennaro Zezza, Davide Tarizzo e Mariano D'Antonio. 
Verrà presentato e discusso il libro di Alberto Bagnai "Il tramonto dell'euro".

L'incontro si svolgerà a palazzo Serra, in Via Monte di Dio 14.

Info: Tel. 081.7642652 – Fax. 081.7642654 istitutofilosofico@gmail.com



domenica 17 marzo 2013

EURO-USCITA: COME FARE?

Clicca per ingrandire
Intervista  di sollevAzione 
a Gennaro Zezza*

Rispetto agli economisti che ritengono che la moneta unica non avrebbe mai potuto funzionare, Zezza sostiene che l'euro potrebbe funzionare a patto che tutti i Paesi che lo hanno adottato decideranno di cambiare completamente le regole (monetariste e liberiste) del gioco, adottando cioè comportamenti cooperativi per riprendere la strada dello "Stato europeo". Non sembra tuttavia questa una possibilità realistica. Occorre invece prepararsi allo sganciamento, adottando concrete misure di salvaguardia delle masse popolari.

sabato 9 marzo 2013

L'EURO È IL PROBLEMA di Gennaro Zezza






9 marzo. Gennaro Zezza (nella foto) è noto ai più per aver contribuito all' E-book di Micromega «Oltre l'austerità» con un denso intervento dal titolo «La crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave?». Per Zezza: «L’uscita dell’Italia dall’euro, unita alla disponibilità di una nuova Banca centrale italiana a finanziare il deficit pubblico, trasformerebbe il deficit pubblico in un surplus, togliendo ogni motivo ad ulteriori manovre di austerità. La possibilità di far variare il cambio della nuova valuta italiana, inoltre, renderebbe inutili ulteriori politiche di deflazione salariale».


D. Nel suo interessante contributo sulla crisi dell’euro, Lei parla di un’ideologia "neoliberista" che è alla base della suddetta crisi appunto. Ci può spiegare in cosa consiste?
 

R. Quando parlo di “ideologia neoliberista” mi riferisco alle idee politiche che hanno ottenuto consenso elettorale prima con Margaret Thatcher, nel Regno Unito alla fine degli anni ’70, e poi con Ronald Reagan negli Stati Uniti. Anche se l’ideologia neoliberista è più variegata, a mio avviso ci sono tre elementi di questa ideologia che sono alla radice della crisi attuale: il primo è l’idea che se una quota maggiore del reddito va ai ceti più abbienti (e ai profitti delle imprese), gli investimenti aumenteranno, l’economia fiorirà creando posti di lavoro, e l’aumento del benessere verrà diffuso a tutti (la cosiddetta trickle-down economics). Si è quindi provveduto a ridurre le aliquote di imposta sulle fasce più alte di reddito, e la quota dei profitti sul reddito prodotto è aumentata in tutti i Paesi industrializzati. Ma se il reddito di una piccola minoranza della popolazione è aumentato rapidamente, il reddito della famiglia mediana è rimasto al palo, spingendo le famiglie verso l’indebitamento vuoi per difendere il tenore di vita relativo, vuoi per potersi permettere servizi sempre più cari, in particolare (soprattutto negli Stati Uniti) sanità e istruzione.

Un secondo elemento del neoliberismo è l’idea che i mercati, in particolare i mercati finanziari, siano efficienti e in grado di governarsi da soli. Questo ha portato ad eliminare, prima negli Stati Uniti e poi altrove, la regolamentazione che impediva alle banche tradizionali di operare in mercati più speculativi. L’ideologia prevedeva che una minore regolamentazione avrebbe consentito di finanziare un maggior numero di investimenti riducendo il rischio. Nei Paesi che hanno deregolamentato, a fronte di famiglie desiderose di espandere le proprie spese indebitandosi, è aumentata la disponibilità di credito anche a soggetti che non offrivano adeguate garanzie, perché lo sviluppo del mercato dei derivati consentiva alla banca di passare ad altri il rischio dei “prestiti facili”.
Il terzo elemento dell’ideologia neoliberista è lo specchio del secondo: i mercati sono efficienti, mentre il settore pubblico è inefficiente, corrotto, sprecone. Va ridotta la presenza dello Stato nell’economia, per avere maggiore benessere.
A distanza di oltre trent’anni dal primo governo Thatcher, dovrebbe essere ormai possibile tracciare un bilancio del programma neoliberista, e constatarne il totale fallimento: le privatizzazioni non hanno aumentato l’efficienza nella fornitura dei servizi, ma hanno senz’altro aumentato le fortune di chi ha preso in gestione i mercati prima pubblici; la deregolamentazione dei mercati finanziari ha consentito che si arrivasse alla crisi dei mutui negli Stati Uniti, che si è trasmessa rapidamente in Europa, costringendo i governi ad intervenire per salvare le proprie banche, e contribuendo in questo modo alla esplosione dei deficit pubblici; infine, la concentrazione dei redditi nelle mani di pochi ha contribuito a tener bassa la domanda, e non si è tradotta in maggiori investimenti produttivi e in un aumento duraturo del benessere.
Nonostante questi fallimenti, mi sembra che le tre idee di cui ho parlato abbiano ancora un forte fascino in Italia. E anche i movimenti contro la “casta dei politici” che si propongono di smantellare gran parte delle strutture pubbliche di governo – invece di renderle efficienti – forniscono supporto al neoliberismo.


D. Lei parla anche della Grecia e della crisi del debito. Si parla molto in questi giorni della situazione in Grecia, si grida allo scandalo, denunciando una situazione che potrebbe degenerare in una guerra civile e poi si smentisce tutto, dichiarando che il paese è ancora in gravi difficoltà, ma che iniziano a farsi sentire i primi campanelli d’allarme sulla ripresa. Lei quale pensa sia la reale situazione della Grecia in questo momento?

R. Anche la Grecia ha subito i processi di cui abbiamo già parlato. E inoltre, come in Italia, la Grecia soffre della incapacità di raccogliere le tasse in modo equo e di gestire la spesa pubblica in modo efficiente, e questi aspetti contribuiscono ad una divaricazione nei redditi in cui solo in pochi riescono ad aumentare considerevolmente i loro redditi. Detto questo, la Grecia aveva un problema irrisolto di indebitamento con l’estero, mentre il suo debito pubblico – allo scoppio della crisi greca – non era particolarmente elevato in una prospettiva storica, e soprattutto era facilmente gestibile con interventi da parte delle istituzioni europee e della BCE. Si è deciso invece far provare ai greci a ridurre il loro debito pubblico tramite misure di austerità, per scoprire quel che noi “eterodossi” abbiamo sempre sostenuto: un taglio del deficit pubblico in una fase di crisi economica, facendo cadere la capacità di acquisto dei cittadini, provoca un calo della domanda di beni prodotti dal settore privato che è un multiplo del taglio iniziale nella spesa pubblica. La conseguenza è un calo del PIL più rapido del calo nel deficit pubblico, per cui il rapporto deficit/PIL e debito PIL non diminuiscono, mentre la disoccupazione aumenta. Se guardiamo al PIL reale, la Grecia è tornata al livello che aveva nel 2001, è tornata indietro di 12 anni, e poiché il PIL reale non tiene conto della distribuzione dei redditi, gli effetti di cui abbiamo detto comportano probabilmente, per la famiglia mediana, una perdita di benessere ancora maggiore. Le mie stime prevedono che, senza un intervento di sostegno massiccio all’economia greca, la situazione continuerà a peggiorare almeno fino alla fine del 2014. Deboli segnali di una inversione di tendenza vengono dai conti con l’estero, che sono migliorati sia per il crollo delle importazioni, sia perché i programmi di rifinanziamento del debito hanno consentito di ridurre gli interessi pagati dai greci ai creditori esteri, ma se il governo continuerà con ulteriori misure di austerità, il miglioramento dei conti con l’estero sarà del tutto insufficiente per una ripresa dell’economia.


D. Lei ha anche parlato di “austerità espansiva”. Ci può spiegare cosa si intende esattamente con questo termine?

R. Nessun governo potrebbe proporre e far accettare manovre di austerità nella consapevolezza che comportino un crollo della produzione e del benessere, ed un aumento della disoccupazione. Chi propugna l’austerità nei conti pubblici e il contenimento dei salari ha in mente almeno due effetti espansivi: il primo si ottiene quando il calo di prezzi e salari, relativamente a quello dei Paesi concorrenti, aumenta la competitività del Paese, e quindi le esportazioni nette. Il secondo effetto opererebbe tramite le aspettative dei consumatori/risparmiatori sui redditi futuri: se il governo taglia oggi la spesa pubblica, potrà in futuro ridurre le tasse, e quindi se il reddito futuro aumenterà si può risparmiare di meno e spendere di più.
Di questi due effetti, il primo opera lentamente ed è completamente inefficace quando l’intera zona euro persegue la stessa politica: se tutti i Paesi concorrenti riducono prezzi e salari, la loro posizione competitiva non cambia, e l’unico effetto è deprimere la domanda interna in ciascun Paese. Il secondo effetto si basa su quella che Krugman chiama la “confidence fairy”, la fatina della fiducia, e può andar bene per chi crede nelle fate, piuttosto che nei dati.


D. Da quello che ha scritto secondo Lei una soluzione potrebbe essere quella di un’uscita dall’euro, seppur con le conseguenze che questa porterebbe. Pensa ancora che questa sarebbe una soluzione vincente per il nostro paese?

R. Le istituzioni che governano l’euro sono state impostate con una logica neoliberista, di cui dobbiamo liberarci per uscire dalla crisi. Il problema quindi non è l’euro di per sé, ma l’ideologia che impedisce interventi sulla distribuzione del reddito, sulla regolamentazione del sistema bancario, sulla gestione efficiente dei beni pubblici contrastandone la privatizzazione.
L’uscita dell’Italia dall’euro, unita alla disponibilità di una nuova Banca centrale italiana a finanziare il deficit pubblico, trasformerebbe il deficit pubblico in un surplus, togliendo ogni motivo ad ulteriori manovre di austerità. La possibilità di far variare il cambio della nuova valuta italiana, inoltre, renderebbe inutile ulteriori politiche di deflazione salariale.
Questi stessi risultati si potrebbero ottenere con una modifica radicale nell’impostazione della politica europea, ma non sembra che questa sia all’orizzonte, e quindi ritengo che dichiarare fallito l’esperimento dell’euro sia una soluzione preferibile allo status quo, soprattutto se la fine dell’euro è concertata tra i Paesi dell’eurozona.


* Fonte: forexinfo

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