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domenica 26 novembre 2017

FRANCIA: LA DURA CRISI DEL FRONT NATIONAL

[ 26 novembre 2017 ]

Molto abbiamo scritto sul Front national, quindi sul significato e le implicazioni della vittoria di Macron. Vittoria che, assieme all'affermazione di France Insoumise —che ieri ha iniziato la sua terza partecipatissima convenzione nazionale— ha gettato il Front National in una crisi molto profonda. Per capire questa crisi riteniamo utile pubblicare un articolo pubblicato da la Repubblica, il 23 novembre. Sorvolate sul titolo....



IL MESTO TRAMONTO DI NOSTRA SIGNORA DEI POPULISMI
L’addio al Front National, poche persone agli eventi, fuori dai radar dei dibattiti.
E adesso anche i conti bloccati. E’ il declino dopo la sconfitta alle presidenziali.

di Anais Ginori

Il tramonto di Nostra Signora dei populismi è crudele. «Fate tutti le stesse domande», «ho già parlato abbastanza». Marine Le Pen è tornata a mostrare il volto più cattivo. Parafrasando Gloria Swanson potrebbe dire: «Io sono ancora grande, è la politica che è diventata piccola». La presidente del Front National è accolta da poche centinaia di fedeli in una delle tante riunioni per «rifondare» il partito. Dopo la sconfitta, non si è ancora ripresa. Prima un lungo silenzio, adesso un mesto Tour de France tra i militanti delusi. Continua a sorridere, lo sguardo perso dietro ai nuovi occhiali.
«Abbiamo davanti un’avventura entusiasmante»,  ripete ai cronisti, quasi cercando di autoconvincersi.
Fino a qualche mese fa, ovunque andasse, era assediata da fotografi e telecamere, presentata come il pericolo numero uno per la Francia e l’Europa. Il lepenismo era diventato un modello per altri movimenti.
Oggi è scomparsa o quasi dai radar, all’estero nessuno la cita più, in patria non accende passioni, nel ruolo mediatico di tribuno e oppositore si vede solo Jean-Luc Mélenchon, che pure ha preso meno voti di lei. «La campagna elettorale è stata di rara violenza», commenta il compagno Louis Aliot. «Marine sta cercando di ricostruirsi, serve del tempo», ci racconta il numero due del partito. Le Pen soffre di mal di schiena, dovrà forse operarsi ed è affetta da emicranie oftalmiche che ha cominciato ad avere nei giorni prima del voto.
Raccontano che abbia pianto la mattina del duello televisivo contro Emmanuel Macron, il 3 maggio. Si è svegliata con la vista annebbiata, ha dovuto chiamare in emergenza un medico. Il suo staff ha tentato invano di spostare la trasmissione. Alla fine è stata una débâcle. Lei sempre così sicura, si è confusa più volte, non ha saputo spiegare come uscire dall’euro, ha farfugliato cose incomprensibili. «L’ambiguità sull’euro ha spaventato molti elettori», riconosce Aliot dando la colpa a Florian Philippot, l’altro ex numero due del partito. «Ci ha portato allo sbaragli, ho provato ad allertare - ricorda – eppure Marine non mi ascoltava, diceva che ero geloso».
Philippot è stato l’ombra di Le Pen per quasi sei anni, cervello della “dédiabolisation”, lo sdoganamento del partito teorico della svolta sociale che ha portato alla conquista del nord operaio. Secondo lui la responsabilità della sconfitta è soltanto di Le Pen. Nella disastrosa performance davanti a Macron, ha calcolato, sono stati bruciati due milioni di potenziali voti. Quella sera si è rotto un incantesimo. La regina è rimasta nuda. «Era stanca e non sufficientemente preparata», spiega Philippot che ha sbattuto la porta dopo che Marine ha cambiato idea sul Frexit. «Marine non è mai stata una donna di convinzioni», chiosa l’ex braccio destro che intanto ha fondato il suo movimento, “les Patriotes”. Anche la nipote Marion ha abbandonato il Titanic, ufficialmente per tornare a studiare e lavorare nel settore privato.
Oltre alle vendette personali, Le Pen deve affrontare i guai giudiziari, con le inchieste sugli assistenti fittizi all’europarlamento, e nuovi problemi finanziari. Ieri ha denunciato una «fatwa bancaria» contro il partito dopo che le sono stati improvvisamente chiusi i conti sia da Hsbc che da Société Générale. «Ne abbiamo viste tante in passato, rappresentiamo pur sempre 10,5 milioni di elettori», commenta Aliot, alludendo a quel 33,9% del ballottaggio: comunque un record. E in politica, si sa, dopo la morte c’è spesso la resurrezione.
In vista del congresso di marzo, il Front National ha mandato ai militanti un questionario con 80 domande a risposte multiple. Cancellato lo spauracchio dell’uscita dall’euro, la linea politica si concentra su immigrazione, frontiere, Islam.
Papà Jean-Marie, con cui la figlia continua a non parlare, sarebbe stato contento. Anche il tabu delle alleanze è saltato. Aliot fa un vago riferimento a Matteo Salvini. «Mi sembra che si sia mosso piuttosto bene, no?».  Le Pen ha cominciato a corteggiare, per ora rifiutata, il prossimo leader Laurent Wauquiez, che sposterà ancora più a destra il baricentro dei Répubblicains.
Al congresso, poi, ci sarà l’addio al nome Front National. Basterà? Il politologo Pascal Perrineau ha dei dubbi: «Chiamarsi Le Pen non è più un vantaggio ma un handicap». Finora la leadership non è contestata, eppure la prima a dubitare è lei. «Marine potrebbe non ripresentarsi alle presidenziali», confessa Aliot.
«Non è attaccata alla poltrona, se qualcuo vuole farsi avanti…».

Tratto da la Repubblica, del 23 novembre 2017

venerdì 22 settembre 2017

SCISSIONE NEL FRONT NATIONAL di Jacques Sapir

[ 22 settembre 2017 ]

Florian Philippot, vice-presidente del Front National dal 2009, stratega politico e vero artefice della linea no-euro, ha lasciato il partito. Marine le Pen —che ha così dato retta al padre che la incalzava affinché cacciasse Philippot— gli aveva intimato di lasciare la presidenza dell'associazione sovranista Les Patriotes QUI la dichiarazione di Philippot del 21 settembre. Avendo respinto la richiesta della Le Pen e abbandonando il Front National Philippot ha fatto appello 
«ad una nuova unione dei patrioti, un'unione inclusiva e aperta che non escluda né la destra né la sinistra. Un'unione sociale-sovranista, gollista, patriottica, che si deve fare con tutti coloro che hanno a cuore la Francia e la volontà di ridargli grandezza».
Fra i motivi all'origine dell'attrito, culminato poi nell'addio di Philippot le accuse dell'ambiente lepenista sul «cous cous gate», scaturito da una foto di Philippot, a Strasburgo con alcuni amici in un ristorante dove non si mangiavano piatti locali, di «origini francesi», ma un cous cous.

Di seguito le importanti riflessioni di Sapir, uno che Philippot lo conosceva bene.

«Le dimissioni di Florian Philippot e di altri del Front National non sono un episodio secondario. È una vera e propria spaccatura, un punto di svolta importante nella politica francese.

Florian Philippot, come era noto a tutti, aveva cercato di portare un’altra linea politica nel Front National. E in una certa misura ci era riuscito, portando ad un cambiamento significativo che aveva permesso al partito di passare dal 12-15% dei voti che il partito aveva precedentemente, fino ai risultati registrati nelle ultime elezioni (il 33,9% del secondo turno delle elezioni presidenziali, pari a 10,638 milioni di voti). Si tratta di percentuali di portata storica. Oltre a ciò, di fronte alla crescente tirannia dell’Unione europea e dei suoi referenti in Francia, ciò aveva reso possibile pensare di realizzare un fronte comune con le correnti sovraniste della sinistra.


1. Questo fronte comune o “fronte di liberazione nazionale”, perché è di questo che si tratta, comportava o che il Front National portasse avanti la sua trasformazione per diventare un vero partito populista, oppure che sarebbe nato un nuovo partito liberato dalle scorie razziste e di estrema destra. All’epoca l’avevo espresso chiaramente [1]:

«A lungo termine si porrà la questione dei rapporti con il Front National, o con il partito che ne deriva. Bisogna capire con chiarezza che non è più il tempo del settarismo e dei divieti incrociati degli uni e degli altri. (…) Dobbiamo invece essere consapevoli che la costituzione di un Fronte di Liberazione Nazionale pone dei problemi formidabili. Dovrà comprendere un vero programma di “salute pubblica” che i governi di questo “Fronte” dovranno implementare, non solo per smantellare l’Euro, ma anche per organizzare l’economia del “giorno dopo”. Questo programma comporta uno sforzo particolare nell’ambito degli investimenti, ma anche una nuova regola per la gestione della moneta, nonché nuove regole per l’intervento statale nell’economia. (…) L’idea di un Fronte di Liberazione Nazionale è dunque certamente un’idea molto potente, sia in Francia che in Italia. Ma implica che, almeno a sinistra, ci si riappropri della logica dei “fronti” e si comprenda che in questo tipo di “fronte” possono esserci ampie divergenze, ma che sono – temporaneamente – messe in secondo piano a vantaggio di un obiettivo comune. Il vero problema è l’autonomia di espressione e di esistenza delle forze politiche di sinistra all’interno di questi fronti. Sarà quindi necessario garantire che le forme istituzionali che questi fronti si daranno non siano contraddittorie con l’autonomia politica».
Queste parole conservano oggi tutta la loro rilevanza e tutto il loro significato. Al di là della Grecia, possiamo vedere come l’euro e l’Unione europea stiano portando a limitare ogni giorno di più la democrazia e la sovranità del nostro paese, e che c’è un un legame logico tra la crisi delle istituzioni democratiche e la negazione della sovranità. La logica
Florian Philippot 
(e non la semplice riedizione) del CLN è chiaramente necessaria per affrontare i problemi che il nostro Paese si trova davanti. Il problema era, e rimane ancora, che alcuni non riescono a concepire questa logica del “fronte”, o forse semplicemente non la comprendono [2].

2. Le dimissioni di Florian Philippot sono perciò l’inizio di una vera e propria scissione, che si verifichi immediatamente o che si realizzi nel tempo, con un’emorragia di aderenti e l’uscita dei migliori militanti. Essa misura l’incapacità della leadership del Front National di essere all’altezza delle sfide della storia e l’incapacità più particolare di Marine le Pen, rivelata nella campagna presidenziale e in particolare durante il dibattito del mercoledì precedente al secondo turno. Ne ho già parlato ampiamente nell’intervista al CIRCLE des PATRIOTES DISPARUS [3].

Al di là del comportamento personale della candidata, questo episodio ha mostrato una incoerenza di fondo della sua campagna. Il fatto che non sia riuscita a correggere rapidamente questa incoerenza è stato altrettanto significativo. Ancora una volta, riporto le parole che ho usato:

«È quindi in una posizione indebolita che Marine le Pen è arrivata al dibattito di mercoledì, prima del secondo turno. Ha commesso due errori: quello di sottovalutare il suo avversario, perché qualunque cosa si possa pensare della politica di Emmanuel Macron, non è certo il primo venuto, e quello di pensare di poter giocare la carta del populismo demagogico, un po’ come Donald Trump. Ma la cultura politica francese è molto diversa dalla cultura politica degli Stati Uniti, almeno su questo punto. Il risultato è stato quello che abbiamo visto: un’agitazione sterile, e a volte patetica, che ha mancato di cogliere le questioni reali che avrebbero potuto mettere Emmanuel Macron in difficoltà. La perdita di credibilità che, voglio ricordare, si era già cominciata a manifestare la domenica precedente il dibattito, è diventata catastrofica. E ha portato a “ri-demonizzare” Marine Le Pen, ridando quindi credibilità alle “barricate». [4]
Vediamo bene cosa c’era in gioco. Incapace di superare questo fallimento, il Front National e la sua presidente si sono impantanati in atteggiamenti suicidi. Limitando il loro discorso al solo problema dell’immigrazione, hanno completamente perso di vista il fatto centrale: il fallimento dei meccanismi di integrazione, un fallimento che può giustificare una certa posizione immediata sull’immigrazione, ma al quale non si dà seguito.

3. Che ne sarà del Front National? Può solo sperare lo stesso destino del Partito Comunista Francese dopo il fallimento storico della candidatura di George Marchais nel 1981. Si trasformerà in un “partito zombie”, un morto vivente della politica. Questa è stata la traiettoria del PCF dal 1981 in poi, una traiettoria che l’ha portato, dopo che aveva ottenuto più del 20% dei voti alla fine del gollismo, a scendere al di sotto del 5%.

Tuttavia, questa traiettoria dovrebbe essere più veloce. Anche se il FN non dovrà subire uno shock come quello della dissoluzione dell’URSS, nella misura in cui si ripiegherà su se stesso verranno fuori le sue caratteristiche più ripugnanti. Perderà la sua base elettorale nazionale, ma conserverà per qualche anno un radicamento locale, specialmente in Provenza e nella Costa Azzurra. 
Certamente per alcune delle persone più vicine a Marine Le Pen c’è una garanzia di carriera. Potranno sempre contare, nelle loro roccaforti, su accordi non di principio con i repubblicani. Si imporrà una pura logica di vantaggi personali, ben diversa da quella dei loro discorsi in cui affermano di voler “servire la Nazione”. Faranno come i membri del RPF degli anni 48-52 che, secondo l’espressione stessa del generale de Gaulle, si erano “seduti a tavola”. 
Gli elettori che si erano rivolti al FN, da parte loro, capiranno che ormai è inutile e si allontaneranno. Se ne allontaneranno tanto più rapidamente se le altre forze sovraniste saranno in grado di aprirsi alle questioni sollevate da questi elettori e cesseranno, soprattutto alcuni, di chiudere gli occhi sui reali problemi dell’islamismo.

4. Quanto al destino personale di Florian Philippot e delle persone che lo seguono, è ancora troppo presto per pronunciarsi. Se una spaccatura è sempre un fenomeno significativo, non compromette necessariamente la carriera politica delle persone coinvolte. L’unica cosa che si può dire è che è di fondamentale importanza non tradire i propri principi e avere una posizione coerente. Vedremo, nelle prossime settimane, se la posizione gollista di Philippot era solo un atteggiamento, o l’espressione di un profondo impegno. Potrà sviluppare il suo discorso in un modo che non sarà più vincolato dal quadro del FN.

Questo punto di svolta è una prova che il processo di decostruzione-ricostruzione della vita politica in Francia sta ancora avvenendo, un processo che in parte spiega l’elezione di Emmanuel Macron».

* Fonte: voci dall'estero

NOTE


[1] Sapir J., « Réflexion que la Grèce et l’Europe », pubblicato il 21 agosto 2015 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/4225

[2] Cfr. Sapir J., “Sur la logique des fronts”, pubblicato il 23 agosto 2015 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/4232

[3] Vedi Sapir J., “Le souverainisme inaudible? “, pubblicato il 16 settembre 2017 su Russeurope, https://russeurope.hypotheses.org/6287

[4] https://russeurope.hypotheses.org/6287

martedì 9 maggio 2017

FRANCIA: IL RITORNO DELLA FRATTURA DI CLASSE di Grégoire Biseau

[ 9 maggio 2017]
Dietro la vittoria di Macron si celano due france sociologicamente opposte. Una agiata e laureata che appoggia il progetto En Marche, e quella indifesa sedotta dalla Le Pen.

La prima virtù di un'elezione presidenziale è quella di delineare il volto della Francia. Di tracciare una linea che taglia il paese in due. Una demarcazione necessariamente caricaturale, dato il carattere binario del meccanismo elettorale a due turni. Il 65,8% a favore di Macron non indica solo il rapporto di forze tra "progressisti" e "nazionalisti", come ha affermato il futuro capo dello Stato. Disegna due france opposte: quella che va bene e quella che si lamenta.

Precarietà

Con questa elezione, il divario destra-sinistra è stato diluito in una nuova opposizione molto più sociologica. Questa elezione ha celebrato il ritorno della frattura sociale, reso popolare nel 1995 da Jacques Chirac e teorizzato dal demografo Emmanuel Todd. Questa frattura era riapparsa nel referendum sulla Costituzione europea nel 2005. Era temporaneamente scomparsa. E' tornata alla grande in occasione delle elezioni presidenziali. Emmanuel Macron dovrà prenderla in considerazione molto rapidamente, altrimenti si perderà la metà del paese.

I risultati del primo turno avevano già rivelato una Francia tagliata in due lungo una diagonale che va da Havre a Marsiglia. La Francia occidentale ha votato per Macron, quella settentrionale, orientale e sud-orientale per Marine Le Pen. E' un'opposizione geografica, culturale e storica. Molti commentatori, nella stessa falsariga, hanno teorizzato la Francia delle grandi città (macroniana) contro la Francia rurale o suburbana (FN). Nella sua analisi dettagliata del primo turno, Jérôme Fourquet di Ifop, ha dato una chiave di lettura più drastica: il predominio della questione sociale. Emmanuel Macron ha vinto lungo l'Arco Atlantico, dove i francesi hanno la sensazione di vivere in relativa prosperità. In ogni caso in una dinamica positiva. A differenza del nord e nord-est, dove i sentimenti di declassamento e declino sono ampiamente maggioritari.
La le Pen tra gli operai della Whirpool ad Amiens


Queste presidenziali ha riportato alla ribalta le nostre vecchie classi sociali. La Francia laureata, quella che paga le tasse e considera migliorato il suo tenore di vita, ha votato in massa per Macron. Chi non ha alcun diploma di maturità, chi è disoccupato o vive nella povertà non ha esitato votare Le Pen. Fourquet ha fatto un calcolo illuminante: più comune è ricco (ciò in base al numero di persone che pagano l'imposta sul reddito) più alto è stato il suo voto per Macron. Vero quanto un'equazione matematica.

Rabbia

Due Francia, che non hanno più molto da dirsi. E il cui rapporto di forza è determinato dalla risposta a questa domanda: vedi la globalizzazione come un'opportunità o una minaccia? Secondo nostro sondaggio ViaVoice la sera del primo turno, le parti erano in equilibrio. Ma rispondevano ad una sociologia diametralmente opposta. Le classi popolari sono uscite dal quinquennio Hollande con la convinzione che la loro situazione è notevolmente peggiorata. Dopo un calo nella prima metà del mandato, il tasso di povertà è aumentato di nuovo. Le disuguaglianze hanno seguito la stessa curva: notevolmente ridottesi nei primi due anni, annullando gli effetti della crisi del 2008, dopo sono risalite. Si è ritornati al punto di partenza. Sfinita da  dieci anni di disoccupazione di massa e di stagnazione del potere d'acquisto, questa seconda Francia secondo brucia di una vera e propria rabbia sociale. E questa non è certo la prima misura promessa da Macron (nuova legge sul lavoro per decreto) che la rassicuri. Egli sbaglierebbe a felicitarsi troppo presto dell'indebolimento della divisione destra-sinistra. Perché l'opposizione frontale tra le due France porta i semi di un'eruzione molto più radicale.

* Fonte: Liberation del 7 maggio
** Traduzione a cura della Redazione

martedì 2 maggio 2017

BALLOTTAGGIO FRANCESE (6): APPELLO DI PARDEM ALL'ASTENSIONE

[ 2 MAGGIO 2017]

Torneremo presto sulle ultime mosse della Marine Le Pen. Anzitutto l'affermazione secondo cui "l'uscita dall'euro non è una priorità", quindi la contestuale alleanza con il conservatore gollista Nicolas Dupont-Aignan (Debout la France, DLF). Il segnale è evidente: la Le Pen, allo scopo di tranquilizzare ..."i mercatri", volta le spalle all'elettorato di Mélenchon per girarsi dalla parte della Francia più reazionaria.

Pubblichiamo l'appello all'astensione dei  compagni francesi del PARDEM (Partito della Demondializzazione). PARDEM  fa parte del Coordinamento europeo No Ue, No Euro, No NATO.

Segnaliamo di passata gli articoli più letti sulle elezioni francesi ed il Fron National

CHE COS’È IL FRONT NATIONAL DI MARINE LE PEN ( dedicato a quelli che la dicotomia destra-sinistra non c’è più) di Moreno Pasquinelli
17 gennaio 2014
LO SPAURACCHIO DEL FRONT NATIONAL di Piemme
26 marzo 2014
18 marzo 2015
MARINE LE PEN: ORDOLIBERISMO O KEYNESISMO? Analisi del programma elettorale 2017 del Front National di Moreno Pasquinelli
17 febbraio 2017
22 febbraio 2017


« Né Macron né Le Pen! 
Asteniamoci mettendo nell'urna un cartellino rosso!»

In una democrazia, il voto è quello di scegliere.
Gli elettori, al primo turno delle elezioni presidenziali, hanno deciso di liquidare i due partiti dell'alternanza, socialista e repubblicano. Ma il 7 maggio, per il secondo turno, si lasceranno ingannare dalle false alternative che sono offerte loro? Nonostante quello che stanno cercando di farci credere, Marine Le Pen non è il polo opposto di Emmanuel Macron, ma il suo necessario complemento in una situazione di stallo simmetrico. Non v'è alcuna reale scelta, i due condurranno il popolo in un vicolo cieco.
Vota per Marine Le Pen significherebbe votare per la xenofobia organizzata, l'odio e la divisione dei francesi. Significherebbe votare per un programma incapace di condurre il nostro Paese fuori dalla crisi, sia che si trattai della disoccupazione e della precarietà, o dei servizi pubblici e della protezione sociale. In questi campi avremmo addirittura un peggioramento.
Vota per Emmanuel Macron sarebbe votare per la finanza, di cui egli è l'agente diretto, e per l'Unione Europea. Votare per Macron aggraverebbe l'incubo per altri cinque anni. Tutto il suo programma si basa sulle antiche ricette neoliberiste che sono le vere cause della crisi attuale.
Nicolas Dupont-Aignan e Marine Le Pen annunciano il patto
Il 7 maggio, un cartellino rosso dovrebbe essere la risposta di massa per mettere fuori gioco i due finalisti. La risposta della gente dev'essere un'astensione massiccia Questo atto politico punta, in primo luogo, a delegittimare il risultato delle elezioni presidenziali e indebolire il suo vincitore. Se il totale delle astensioni, delle bianche e delle nulle sarà superiore al 50%, o se supererà il punteggio del vincitore del secondo turno, vorrà dire che è il popolo a detenere la legittimità, che dovrà esprimerla nelle strade, con la mobilitazione sociale. Usa il cartellino rosso per l'astensione massiccia mirante a ripristinare il popolo in quanto corpo politico sovrano.
E' particolarmente importante delegittimare questi candidati nefasti nessuno dei quali potrà godere di una maggioranza parlamentare chiara ed efficace. Se venissero eletti malamente, con una  scarsa partecipazione, la loro capacità di fare danni, enorme per entrambi, sarebbe evidentemente ridotta. Questa è l'unica scelta elettorale responsabile di fronte ai pericoli per il popolo rappresentati da questi due personaggi.
Facciamo appello a tutti i cittadini affinché non si facciano ingannare dalla farsa di questo secondo turno, tutti i cittadini che non ne vogliono più sapere del neoliberismo, tutti coloro che hanno votato al primo turno per uno dei quattro candidati euro-critici (Asselineau, Cheminade, Dupont-Aignan, Mélenchon), i sindacalisti:  il 7 maggio mobilitatevi per infliggere alla signora Le Pen ed al sig Macron, i rappresentanti del sistema, un enorme cartellino rosso per l'astensione!
Cartellino rosso per Macron e Le Pen! Astensione citoyenne!

lunedì 24 aprile 2017

CARO FASSINA, PROPRIO NON CI SIAMO di Emmezeta

[ 24 aprile ]


Della serie: «chi va con lo zoppo impara a zoppicare»

Sul senso generale del voto francese ha già scritto Piemme. Sulle cose più importanti da lui segnalate c'è senz'altro il risultato di Mélenchon, ed ancor più il rifiuto del candidato di France Insoumise  di arruolarsi, in nome dell'anti-lepenismo, in quell'Union sacrèe che si appresta ad incoronare l'uomo delle oligarchie e dell'alta finanza, il liberista ed eurista al cubo Emmanuel Macron.

Curioso a dirsi, ma proprio il politico italiano che aveva maggiormente sponsorizzato Mélenchon in Italia, e cioè Stefano Fassina, non ha retto neppure lo spazio d'un mattino prima di consegnare alla storia il più classico degli autogol: la richiesta al francese di firmare il suo atto di sottomissione alle élite con una dichiarazione di voto a favore di Macron.

Ora, se da un lato siamo convinti che Jean-Luc Mélenchon, forte peraltro di un buon 19,5% (gli sono mancati solo due punti percentuali per arrivare al ballottaggio), non prenderà certo ordini da Fassina, dall'altro non si può tacere la scivolata di quest'ultimo.

Nel momento in cui dovrebbe essere chiaro che i voti a France Insoumise sono venuti in larga parte proprio in virtù di un programma capace di parlare ad ampie fasce popolari, grazie al legame tra una forte connotazione di classe e l'assunzione della questione nazionale, a Mélenchon si chiede adesso un plateale dietrofront.

Davvero non ci sono parole per commentare una simile presa di posizione. Certo, è noto che ad andar con lo zoppo si impara a zoppicare. Ma Fassina, proprio per la sua recente vicenda politica, dovrebbe aver capito che certe rotture non si fanno a metà, perché così facendo non si va da alcuna da parte. E, nell'attuale panorama francese, il riflesso pavloviano dell'«antifascismo» davvero non può giustificare una simile capitolazione.

Ma per una resa (quella di Mélenchon) che crediamo non ci sarà, l'intervista di Fassina preannuncia invece in maniera chiarissima la direzione di marcia di una Sinistra Italiana (con la maiuscola o senza) che proprio non ce la fa a staccarsi dalle élite globaliste.



PS - Certo, Fassina non è il solo. Lasciando qui perdere i sinistrati che hanno nel marchio la loro vocazione alla subalternità - non solo gli ex Sel, ma tutti quelli che hanno tanto amato il centrosinistra e che vorrebbero ardentemente la sua resurrezione - troviamo oggi nel coro del voto a Macron anche personaggi meno sospettabili come Aldo Giannuli. Che dire? L'idiozia politica vive davvero un gran momento!

martedì 11 aprile 2017

FRANCIA: BALLOTTAGGIO TRA LE PEN E MELENCHON? di Jacques Sapir

[ 11 aprile ]

Non condividiamo ogni posizione di J. Sapir. Egli è tuttavia un gigante del pensiero politico francese se si pensa alla mediocrità generale e al generale servilismo della maggior parte dei politicanti francesi verso le classi dominanti globaliste ed euriste. Qui Sapir fa una previsione controcorrente sulle prossime elezioni presidenziali: ballottaggio tra il Fronte nazionale e il Partito di Sinistra di Jean-Luc Mélenchon. Sintomatico che davanti all'avanzata di quest'ultimo la grande finanza inizi a cospirare. Titola il Sole 24 ore di oggi: "Francia, la gauche radicale che fa risalire lo spread". Vi ricorda qualcosa?



«La settimana prossima sarà una settimana decisiva. Domenica 9 aprile siamo esattamente a 14 giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali. L’elettorato sembra ancora estremamente volatile nelle sue scelte, ma le tendenze che stanno emergendo sono abbastanza indicative delle situazioni che si realizzeranno in futuro.
I candidati della disoccupazione e del passato
Ci troviamo di fronte a un inatteso “gioco a quattro”. Ancora due mesi fa si pensava che lo scontro sarebbe stato tutto tra Marine Le Pen e François Fillon. Poi è arrivato Emmanuel Macron e la situazione è cambiata radicalmente.
François Fillon sembra ora irrimediabilmente compromesso dalle conseguenze morali dei vari scandali nei quali si è trovato coinvolto. Il problema non è tanto la realtà giuridica delle accuse (su questo sarà la giustizia a decidere) ma la dimensione morale dei fatti, che hanno irrimediabilmente minato l’integrità dell’immagine di questo candidato. L’impatto è ancora più forte dato che si tratta di un uomo che si è fatto apostolo di una politica di estrema austerità e di tagli drammatici ai servizi pubblici. Questa politica, si tende a dimenticarlo, è già stata da lui applicata nel 2011, alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2012, e ha provocato un aumento immediato di 300.000 disoccupati, e se si considera che gli effetti si sono protratti fino all’inizio del 2013 si parla di un aumento totale di 500.000 disoccupati. Possiamo solo immaginare le conseguenze drammatiche che avrebbe una nuova applicazione del programma di François Fillon.
Al tempo stesso la “bolla” Emmanuel Macron sembra avviata a esplodere. I sondaggi indicano nel migliore dei casi una stagnazione dei consensi nei suoi confronti, ma più probabilmente un declino. Gli elettori sembrano aver capito quanto sia vuoto questo candidato, un vuoto combinato con un progetto sociale estremamente reazionario. Macron si è proposto come il candidato della “Uberizzazione” della società, il candidato che, nascondendosi dietro a un linguaggio apparentemente moderno, è in realtà il sostenitore di un ritorno ai primi del diciannovesimo secolo, a un sistema da prima rivoluzione industriale. È sorprendente come quello stesso candidato che afferma di essere il più “moderno”, quello che esalta le virtù di ciò che definisce “l’economia digitale”, sia in realtà un candidato del passato. Ma Emmanuel Macron è un uomo del passato anche per un altro motivo. Se qualcuno pensa di vederlo come “uomo nuovo” o anche, più banalmente, come “candidato anti-sistema” [1], deve ricordare che egli è stato molto vicino, in quanto consigliere di Hollande e in quanto ministro di Manuel Valls, alla politica disastrosa che è stata messa in atto durante gli ultimi cinque anni. Questa politica è servita solo ad aggiungere, dal febbraio 2013 fino all’inizio del nuovo anno, ben 400.000 nuovi disoccupati a quelli che già aveva lasciato il duo Sarkozy-Fillon.
Di fronte a questi due candidati già in crisi – e qui suggerisco ai miei lettori l’ascolto dell’intervista di 15 minuti che ho fatto ieri con Vera Gaufman su RT (disponibile su Youtube: https://francais.rt.com/entretiens/36393-jacques-sapir-seul-candidat-tenir-face-marine-le-pen-jean-luc-melenchon) – di fronte a questi candidati del passato e della disoccupazione ci sono altri due candidati che rappresentano, in una maniera o nell’altra, il futuro.
I candidati del futuro?
Marine Le Pen ha la sua base in un elettorato estremamente stabile, fatto di persone molto convinte, e sfida tutte le approssimazioni di quelli che vorrebbero qualificarla come candidata di “estrema destra” o addirittura, senza temere il ridicolo, “fascista”. Se ci sono alcune frange estremiste che possono effettivamente aderire a questo elettorato, in realtà esso corrisponde in gran parte a ciò che il geografo Christophe Guilluy ha definito “Francia periferica” [2]. Non tutta questa “Francia periferica” vota per Marine Le Pen, e d’altra parte nel suo elettorato ci sono pure rappresentati dei “quartieri bene”, ma è incontestabile che una grande parte dei “dimenticati” dalle politiche del governo, delle vittime della “globalizzazione”, tende a votare per lei. Con lei c’è un movimento populista che cresce tanto più quanto più l’attuale sistema politico va naufragando. È sorprendente, piuttosto, come questo movimento populista abbia largamente ripreso le modalità e lo spirito del metodo democratico, e si caratterizzi per un livello molto basso di violenza, molto meno di quanto si possa trovare in certi gruppuscoli. È questo il motivo per il quale le accuse di “fascismo” sono assolutamente ridicole.
Ma la “sorpresa”, se di sorpresa si può parlare in questa elezione, è la rapida ascesa di Jean-Luc Mélenchon. Anche in questo caso siamo di fronte a un movimento che raccoglie i voti degli esclusi e dei perdenti della globalizzazione. Anche in questo caso siamo di fronte a un movimento chiaramente populista. Come in tutti i movimenti populisti c’è una dimensione carismatica, e la persona di Jean-Luc Mélenchon, come quella di Marine Le Pen, affascina molti dei suoi potenziali elettori. La sorpresa è quindi che Mélenchon abbia raggiunto i primi tre candidati. Attualmente supera François Fillon, e inizia addirittura ad avvicinarsi a Emmanuel Macron, dato che l’inquietante progetto politico di quest’ultimo comincia a preoccupare molti dei suoi potenziali elettori, e la sua vacuità provoca una repulsione sempre più percepibile.
Questi due candidati rappresentano indubbiamente un qualche tipo di futuro per la Francia. Per contro, però, i loro programmi non sono privi di contraddizioni.
Le campagne elettorali
Prima di approfondire i programmi di questi candidati dobbiamo occuparci degli altri. Benoît Hamon continua la sua discesa agli inferi, e questo è in realtà del tutto normale, trattandosi del  “becchino” del Partito Socialista (PS). Il suo programma è solo la testimonianza del decesso del partito che si era proposto per “fare un’altra politica” ed è invece affondato tra compromessi e ambizioni personali. Preso in mezzo tra la candidatura di Emmanuel Macron, che ha radunato elefanti ed elefantesse del serraglio “socialista”, e quella di Jean-Luc Mélenchon, la sua campagna elettorale appassisce di giorno in giorno. Sopravvive solo grazie agli attacchi diffamatori contro Mélenchon, attacchi che non gli fanno onore e che dovrebbero portare il suo elettorato a mettere in discussione il senso della sua candidatura. Il suo elettorato può dunque, a ragione, chiedersi a cosa serva la presenza di Benoît Hamon. Se si tratta di una candidatura di sola rappresentanza,allora, come si può immaginare, il cerchio si chiude, e il partito “socialista” finirà nella stessa pattumiera della Storia dove già finì la SFIO [Sezione Francese dell’Internazionale Operaia, NdT] con la disastrosa campagna elettorale di Gaston Deferre e di Pierre Mendès-France. Se davvero vuole veder vincere la sinistra, la sinistra vera, allora Hamon non deve fare altro che fare un passo indietro e lasciare il campo a Jean-Luc Mélenchon. Oppure, se è solo un procacciatore di voti a vantaggio di Emmanuel Macron, che lo dica chiaramente.
Nel frattempo, dal canto suo, Nicolas Dupont-Aignan è riuscito a farsi capire [3], sebbene ancora da troppo pochi elettori. I suoi discorsi sono saldamente sovranisti, e su questo punto contrasta nettamente con i tentennamenti continui di François Fillon. È significativo che François Fillon lo abbia attaccato velenosamente e in modo diffamatorio nel corso del dibattito del 4 aprile. La bassezza di questi attacchi dimostra solo la disperazione di François Fillon e sostiene l’idea che Nicolas Dupont-Aignan stia diventando, per il candidato “repubblicano”, una minaccia reale. Si può pensare che la paura di Fillon sia che una candidatura di Nicolas Dupont-Aignan raccolga attorno a sé una parte degli elettori disgustati dagli scandali che lo circondano, così anche dai suoi continui compromessi con il “sarkozysmo”. Nicolas Dupont-Aignan, se riuscirà ad attirare a sé questi segmenti di elettorato ex-UMP che pensano che l’integrità personale e l’onore dei candidati siano cose che contano, può sperare di tallonare e forse di superare un Benoît Hamon che nel frattempo affonda. Anche Nicolas Dupont-Aignan rappresenta il futuro più che il passato.
Tra i candidati dei partiti minori, Nathalie Arthaud e Philippe Poutou ci hanno dimostrato (se ce ne fosse stato bisogno) che il settarismo è inscritto profondamente nei geni dei piccoli gruppi trotskisti e che questi, come al solito, vivono nella negazione della realtà. François Asselineau, di cui va sottolineata la grande conoscenza dei testi dei trattati europei, continua a non capire cosa sia la politica. Jacques Cheminade sogna di Franklin D. Roosevelt, e infine Jean Lassalle, che ha una consapevolezza impressionante dei problemi concreti, porta la voce dei territori abbandonati.
Le contraddizioni dei sovranisti
Torniamo ora alle contraddizioni, di cui parlavo prima, dei programmi di Marine Le Pen e di Jean-Luc Mélenchon. Queste contraddizioni ci sono e ne dobbiamo conoscere la dimensione. Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon rappresentano due diverse versioni di un programma sovranista, a cui si aggiungono i contributi di Dupont-Aignan, Asselineau e Cheminade – un programma sovranista che, ed è questa la grande rivelazione dell’attuale campagna elettorale, si sta affermando oggi come culturalmente dominante.
Marine Le Pen propone ormai un programma politico che appare ben solido. In realtà è ovvio che qualsiasi trattativa con l’Unione Europea e l’Eurogruppo andrà rimandata a dopo che si saranno tenute le elezioni tedesche. Ma, se questo è logico, il programma della Le Pen è irrealistico. Qualora Marine Le Pen venisse eletta, inizierebbe immediatamente la speculazione. Alla Francia non rimarrebbe che  rinunciare in modo spettacolare a ogni sua idea di uscita dall’euro,  mettendo in campo impegni politicamente pesanti per rassicurare i mercati, o al contrario adottare misure di controllo sui capitali, il che significherebbe in pratica realizzare l’uscita dall’euro. A farla breve, i tempi dell’economia non sono gli stessi tempi della politica democratica. La soluzione risiede nei poteri specifici del Presidente della Repubblica. Lei intenderà usarli? Dovrà ammettere che quel programma che lei ha proposto, per quanto improntato a uno spirito democratico, non si adatta alle mutate condizioni e, come si dice nel campo del diritto, “la necessità infrange la legge”?
In quanto a Jean-Luc Mélenchon, egli combina un programma politico complesso con una promessa di riforma costituzionale (la “sesta repubblica”). Ora, però, o ci impegniamo in un braccio di ferro con le istituzioni europee (cioè con la Germania) oppure procediamo verso una riforma costituzionale; non si possono fare entrambe le cose insieme. A questa incertezza si aggiunge quella che incombe sulla sinistra radicale francese da quel drammatico luglio 2015: Mélenchon sarà uno Tsipras francese? Chiariamo subito che questa domanda non ha nulla  a che fare con il passato politico di Jean-Luc Mélenchon. È vero che egli ha votato per il Trattato di Maastricht, ma ha riconosciuto e spiegato di essersi ingannato. Una tale autocritica è segno di un’onestà che va riconosciuta. Tuttavia questa autocritica non riesce a dissipare tutti i dubbi. Perché i dubbi sono alimentati dal fatto che egli mette troppa carne al fuoco e che in un tale contesto le posizioni più chiaramente filo-europeiste del suo entourage rischiano di diventare determinanti.
Questi due candidati hanno ora due settimane per dimostrarci in primo luogo di essere consapevoli delle loro contraddizioni, e poi spiegarci come intendono superarle.
Scegliere l’avvenire
Nondimeno è necessario tenere presente l’essenziale. In queste elezioni vediamo combattersi una battaglia tra il passato e il futuro. È chiaro che François Fillon, Emmanuel Macron e a suo modo Benoît Hamon rappresentano il passato. François Fillon e Emmanuel Macron rappresentano due strategie che hanno già fallito, hanno aumentato considerevolmente la disoccupazione nel nostro paese e hanno portato deindustrializzazione. Benoît Hamon da parte sua non dimostra in alcun modo di essere pronto a rompere con gli errori commessi nel corso degli ultimi drammatici cinque anni, né in tema di economia, né in tema di sicurezza. L’attentato a Stoccolma ci ricorda che non si può continuare a negare il pericolo rappresentato dall’islamismo radicale. Questi tre candidati ci propongono, più o meno, di continuare a legare il nostro destino all’Unione Europea e all’eurozona,  due realtà che hanno già ampiamente dimostrato entrambe la loro nocività. Le loro proposte per cambiare l’Unione Europea e l’euro sono nella migliore delle ipotesi vaghe e inconsistenti, e nella peggiore del tutto inesistenti.
Dobbiamo quindi  risolutamente voltare le spalle al passato e scegliere il futuro».
 * Fonte: Voci dall'Estero

NOTE

[1] http://www.lexpress.fr/actualite/politique/elections/emmanuel-macron-dans-quotidien-la-france-n-est-pas-le-canada_1888725.html

[2] Guilluy C., La France périphérique : comment on a sacrifié les classes populaires, Paris, Flammarion, 2014

[3] http://www.bfmtv.com/politique/11-millions-de-vues-pour-la-video-de-dupont-aignan-quittant-le-plateau-de-tf1-1125587.html

mercoledì 22 febbraio 2017

OLIO DI RICINO

[ 22 febbraio ]

Pasquinelli ha dato, nel suo recente articolo MARINE LE PEN: ORDOLIBERISMO O KEYNESISMO?, un giudizio negativo del programma elettorale del Front National, e lo ha fatto mettendo in risalto le differenze con quello per le presidenziali del 2012.


Un lavoro di analisi che (almeno così a noi risulta) nessuno ha fatto, visto che sia i detrattori che i sostenitori della Le Pen si sono limitati a giustificare le loro simpatie, come dire, "a prescindere".

La cosa non è stata presa bene dai filo-lepenisti, che si annoverano anche tra i nostri lettori. Alcuni di essi ce lo han fatto presente nei loro commenti. Ad esempio questi:
- «e quindi? meglio fillon o macron? non credo proprio ...»
- «Bisogna sempre fare attenzione alle finalità e ai modi con cui si scrivono articoli come questo perché poi non ci si può che aspettare giustamente qualcuno che domanda: "e quindi?..."»
- «Il vecchio difetto dei comunisti: la rigidità, l'incapacità di abbandonare i vecchi schemi, la mancanza di fantasia e quando serve di spregiudicatezza.
Decisamente la sinistra è una esperienza chiusa della storia e questo articolo ne è la dimostrazione».
Uno in particolare merita attenzione:
«Mi sembra che qui si continui a soffrire di una grave forma di sinistronzaggine. E' una brutta malattia che wikipedia consiglia di curare con "robuste dosi di olio di ricino".
Possibile che ancora si continui a cazzeggiare su questo forum?!
Volete capire una buona volta che bisogna prendere la Bastiglia e se a farlo è la Le Pen, ben venga la Le Pen.
Il mondo va cambiato e per farlo bisogna mettersi in movimento. Chiunque va bene basta iniziare, dopo si raddrizzerà il tiro, si faranno dei correttivi, ma prima ribaltiamo il tavolo, facciamo questa benedetta rivoluzione.Viva chi combatte ora e subito per il proprio paese, per il proprio popolo! Invece di fare le pulci a chi prova a fare qualcosa cercate anche voi di mettervi in marcia, bisogna destabilizzare l'ambiente, bisogna cambiare musica, basta fare i sinistri che puzzano tanto di Vendola e Pd. Svegliatevi bambini! C'è da fare la rivoluzione prima di colazione!»
Al netto della scadenza, qual è il succo? Che se diciamo che l'oligarchia mondialista ed eurocratica è il nemico principale (e lo è), tutto fa brodo, e chiunque andrebbe dunque sostenuto nella sua ascesa al potere, a prescindere da chi esso sia, da ciò che esso dica e voglia, da quali reali interessi faccia. Ci viene in mente l'aforisma di Deng Xiaoping "Non importa se un gatto è bianco o nero, finché cattura i topi".

Una massima di apparente buon senso. Tutto sta a capire cosa si intenda per "cattura del topo". La modernizzazione della Cina, rispondeva Deng negli anni '70. Poi abbiamo visto che questa "modernizzazione" si è palesata come una devastante restaurazione del capitalismo. Deng era quello che negli anni '50 del secolo scorso si annoverava tra i più ferventi filo-sovietici nel Partito comunista cinese e che Maozedong ridicolizzava dicendo che per per quelli come Deng "anche le scoregge dei russi profumano". Ecco, vanno in giro alcuni tipi per cui anche le scoregge della Le Pen profumano. Invece non è così.

Il nostro lettore scrive: siccome "bisogna prendere la Bastiglia" è sbagliato "fare le pulci" a chi la va a prendere. Domanda: il Front National vuole davvero espugnare la Bastiglia? Vuole davvero fare la "benedetta rivoluzione"? Io non lo credo. No, se per rivoluzione intendiamo non solo mettere nella stanza dei bottoni oggi presidiata dai servi dell'oligarchia neoliberista qualcun altro ma, appunto, uscire dal sistema economico-sociale presente. L'analisi del programma di chi pretende di dare l'assalto alla Bastiglia serve appunto a capire se il mutamento sarà cosmetico oppure consisterà in quelle profonde trasformazioni sociali di cui c'è bisogno. Abbiamo tentato di dimostrare che, pur di vincere, il Front National non ha solo edulcorato il suo programma di governo per renderlo digeribile a chi comanda davvero (la grande borghesia e l'alta finanza), abbiamo tentato di dimostrare che al neoliberismo mondialista la Le Pen oppone un programma nazional-liberista

Sbagliamo il giudizio? Ce lo si dimostri! Invece i nostri critici che fanno? Copiano la tecnica discorsiva interdittiva del clero neoliberista: mentre questo per delegittimare i propri nemici gli lancia addosso l'anatema "populista uguale fascista", essi bollano chiunque usi il cervello come un "sinistronzo" "... che puzza come Vendola" e andrebbe curato "con robuste dosi di olio di ricino". 

Linguaggio e concetti fascisti che mentre fanno il gioco dei poteri neoliberisti, non prendiamo affatto sotto gamba, che ci inducono anzi a tenere alta la guardia, visto che in un futuro non molto lontano, quando l'ordine di cose presenti imploderà, lo scontro che deciderà sul lungo periodo le sorti del nostro Paese, sarà non più coi corifei del mondialismo neoliberista ma, appunto, con le nuove forme di fascismo di cui è già gravida mamma liberismo.

NB

Alla domanda: " Si, vabbé, ma se foste in Francia, preferireste Macron o Fillon?". Certo che no. Essendo questi due gli uomini dell'eurocrazia liberista ci auguriamo la loro sconfitta. E se al ballottaggio andasse la Le Pen meglio che vinca la Le Pen. Mettiamola così: l'ascesa al potere di un gollismo corazzato e autoritario sarebbe il male minore. Ma da qui ad entusiasmarsi per la Le Pen, considerarla la risorta Giovanna D'Arco, votarla, ce ne corre. Discuteremo coi nostri compagni francesi quale sarà la posizione tattica più giusta in caso di ballottaggio (molte cose potrebbero accadere di qui al 7 maggio). Quale che sarà la posizione tattica essa dovrà essere giustificata in base alla strategia.








giovedì 16 febbraio 2017

MARINE LE PEN: ORDOLIBERISMO O KEYNESISMO? di Moreno Pasquinelli

[ 17 febbraio ]

“Se una cosa sembra una papera, cammina come una papera e fa qua-qua, probabilmente è proprio una papera”.

Suscitò critiche, due anni fa, il mio articolo del gennaio 2014: «CHE COS’È IL FRONT NATIONAL DI MARINE LE PEN (dedicato a quelli che la dicotomia destra-sinistra non c’è più)».

Si trattava di un'analisi del programma del Front National —per l’esattezza «MON PROJECT. POUR LA FRANÇE ET LES FRANÇAIS»—, quello sul quale il FN condusse la campagna per le presidenziali del 2012.


Alle porte delle ancor più importanti elezioni presidenziali imminenti, vale forse la pena tornare sull'argomento, analizzando l'odierno programma elettorale del Front National  —in particolare le misure economiche che esso prenderebbe una volta salito al governo—, dandone un giudizio di massima, ed anche verificando se vi siano aggiustamenti rispetto a quello del 2012 e, nel caso, quali sono ed in quale direzione vanno.

2012: STATO (POCO) KEYNESIANO DI POLIZIA

Nel mio pezzo del 2014, mettevo in guardia coloro che guardavano con eccessiva simpatia e/o indulgenza al Front National, segnalando come esso, al netto di numerose proposte di politica economica sostenibili, non solo fosse molto ambiguo sulla questione dell'euro, ma avesse, oltre ad una visione revanscista e imperialista della Francia, una concezione fortemente autoritaria della democrazia, anzi perorasse un tetragono Stato di polizia.

Riguardo all'impianto economico del programma del Front National, giungevo a questa conclusione: 
«Un keynesismo temperato che può ben sfociare in un liberismo temperato. Un programma attentamente calibrato per sfondare a sinistra e conquistare voti nel proletariato e nel ceto medio, ma senza spaventare affatto la borghesia, se non i suoi settori apertamente speculativi, e nemmeno la Germania e i centri oligarchici dell’Unione europea. Il grosso di queste misure sono tuttavia ampiamente condivisibili. Un eventuale governo popolare, contestualmente all’uscita dall’euro, non potrebbe che applicarle».
Il 4 febbraio scorso, a Lione, Marine Le Pen ha presentato il programma di governo del Front National: Les 144 engagements présidentiels.
Un "Programma senza sorprese", titolava Liberation, esprimendo l'opinione comune dei media francesi. Non è così, le novità ci sono invece. 

2017:  STATO DI POLIZIA RAFFORZATO

Partiamo dagli aspetti più squisitamente politici. 
La costituzione bonapartista della V Repubblica voluta da De Gaulle nel 1958 —il sistema presidenzialista di "monarchia repubblicana— non viene messa in discussione. Si chiede anzi un rafforzamento dei poteri presidenziali e del modello plebiscitario. [1]
Vero è che si propone una legge elettorale proporzionale ma con due correttivi di rilievo: sbarramento del 5% e un premio alla prima lista del 30% dei seggi. 

Per quanto concerne le misure Stato-poliziesche, sicuritariste e islamofobe non si può certo dire che il Programma 2017 sia reticente o vago. [2] Il motto è "tolleranza zero": riarmo massiccio delle forze di polizia, 15mila gendarmi in più, 40mila nuovi posti per i prigionieri, disarmo delle banlieu e misure cautelative contro "i 5mila capibanda censiti", aumento di tutte le pene, espulsioni automatiche e senza processo, menomazione dello Jus soli, forte limitazione del diritto d'asilo, nessuna regolarizzazione per gli immigrati illegali, inserimento in Costituzione del contrasto ad ogni forma di "comunitarismo", promozione della "assimilazione" al posto della "integrazione", via ogni "discriminazione positiva" a favore delle minoranze, limitazione della libertà d'insegnamento, soppressione dell'insegnamento della lingua d'origine per le minoranze. Non sembri un paradosso che il programma dedichi un capitolo alla "protezione degli animali", considerata "priorità nazionale".

Non meno perentorie le misure in vista di ritorno ad una politica imperialista di grandeur. Si propone di abbandonare il Comando NATO, a favore di guerre nel "solo interesse della Francia", si chiede l'aumento delle spese militari, il rafforzamento delle Forze armate, il ristabilimento della coscrizione obbligatoria.

Basta tutto questo per sostenere che il Front National della Marine le Pen è un movimento politico fascista? Ovviamente no. Esso si presenta piuttosto come una variante del
gollismo, evidentemente peggiorativa, visto che fa sua, mala tempra currunt, una visione sociale viziata di liberismo economico e da un nazionalismo identitario paranoico.

2017: ORDOLIBERISMO SI STATO

Ma se la gran parte di queste misure era già contemplata nel Programma 2012, consistenti sono invece gli "aggiustamenti" sul piano della politica economica. Si sente forte lo zampino dell'economista liberale Jean Messiha, boiardo di stato, tecnocrate, e  dei suoi sodali del Circolo degli Orazi,[1] che sembrano essere stati scelti come consiglieri economici dalla Le Pen proprio per tranquillizzare non solo la potente borghesia francese ma tutta la grande finanza. 

Beninteso nel Programma 2017 il Front National —tanto più visto che è finalizzato a vincere le prossime elezioni— avanza misure a favore del popolo lavoratore: aumento del salario minimo, delle pensioni più basse, difesa del diritto alla salute (fatto salvo il doppio regime pubblico-privato), alla scolarità (fatte salve le scuole private), ribasso del 5% delle tariffe di gas e elettricità, difesa dei risparmi contro, mantenimento delle 35 ore settimanali (con la facoltà concessa alle aziende di passare a 39 ore). 

E' difficile tuttavia non vedere il senso di questi "aggiustamenti": essi hanno una evidente impronta liberista per andare incontro agli interessi non solo e non tanto del settore privato ma delle grandi aziende monopoliste, in special modo di quelle finanziarie e bancarie, punto di forza del capitalismo francese. Vediamo dunque di capire dove stanno i cambiamenti rispetto al Programma 2012, e quindi di tirare le somme.

(1) La prima cosa che stupisce è la vaghezza sull'euro. Scompare l'idea del 2012 della doppia moneta ma il dispositivo proposto per tornare alla sovranità moneta non contempla affatto (come erroneamente si crede) un'uscita unilaterale bensì l'avvio di «un negoziato coi partner europei seguito da un referendum sull'appartenenza alla Ue». Il segnale lanciato al mondo della finanza e delle grandi banche è chiaro: non ci sarà alcuna decisione scioccante, si dovrà trovare un accordo vantaggioso per tutti. Degno di nota che l'idea (giusta) che la banca centrale debba finanziare il Tesoro sia relegata al punto 43, però  scompare, quel che era contemplato nel 2012, ovvero a interessi zero. la banca centrale resta poi formalmente indipendente.

(2) Si parla di un "Nuovo modello patriottico in favore dell'impiego" —sparisce il concetto del 2012 della "Priorità a politiche di pieno impiego—ma di misure concrete per debellare la disoccupazione, di un piano di investimenti pubblici per la piena occupazione non c'è alcuna traccia. Quale sia il paradigma è evidente: si fa affidamento sul settore privato, alle leggi di mercato, ove quindi il ruolo dello Stato si riduce a mero supporto con misure protezionistiche e di defiscalizzazione. Nemmeno un accenno all'aumento della spesa pubblica, si lascia anzi intendere una politica di tipo monetarista.

(3) La politica fiscale diventa più accomodante rispetto al 2012. Spariscono sia il criterio della fiscalità progressiva sia la tassa sui grandi patrimoni. Le tre aliquote del 2012 diventano due, con grande vantaggio per le grandi aziende. Scompare infatti ogni riferimento alla fine del regime fiscale di vantaggio per i grandi gruppi, così come il contrasto dell’elusione fiscale. Scompare la riduzione dell'IVA al 5% sui prodotti di prima necessità.

(4) Scompare nel Programma 2017 ogni riferimento al contrasto dei grandi monopoli privati, anzitutto di quelli bancari —nel 2012 ne veniva chiesta la soppressione. Nessun accenno alla nazionalizzazione del sistema bancario.

(5) Per quanto concerne la politica agricola, chiacchiere sul "patriottismo economico" e la "concorrenza sleale" ma nessuna parola sul contrasto alle grandi catene della distribuzione alimentare —e quelle francesi sono le più grandi e predatorie d'Europa.

(6) Si parla di "controllo sugli investimenti stranieri che danneggiano gli interessi nazionali", nessuna parola sul controllo pubblico dei movimenti dei capitali, sulla tassazione della rendita finanziaria, sulla limitazione del potere della borsa.

A noi pare che le tracce di keynesismo del 2012, siano andate a farsi friggere.  Non abbiamo qui lo spazio per ribadire in cosa davvero consista il keynesismo. Ne abbiamo molto scritto su questo sito e la letteratura scientifica è immensa. Basti dire l'essenziale: una politica economica keynesiana è volta a contrastare disoccupazione, recessione e deflazione accrescendo il volume complessivo dei consumi e degli investimenti, anzitutto pubblici, quindi espandendo la spesa pubblica da parte del governo.

Cosa c'è di keynesiano nel Programma 2017 del Font National? Poco o nulla. Certo, siamo lontani dal neoliberismo di Milton Friedman, all'idea di lasciare tutto al mercato, di privatizzare tutto il privatizzabile, di eliminare ogni traccia di gestione e proprietà pubblica. Molto meno distanti siamo invece dal modello della economia sociale di mercato o ordoliberista, e dal modello di welfare dello stato capofila dell'ordoliberismo: la germania. [4]

Se ieri dicevamo «Il grosso di queste misure sono tuttavia ampiamente condivisibili. Un eventuale governo popolare, contestualmente all’uscita dall’euro, non potrebbe che applicarle», oggi non possiamo dire altrettanto. Il grosso delle misure che propone il Front national non dovrebbero affatto essere adottate da un governo che meriti l'attributo di popolare.


NOTE

 [1] «2. Organiser un référendum en vue de réviser la Constitution et conditionner toute révision future de la Constitution à un référendum. Élargir le champ d’application de l’article 11 de la Constitution».

[2] Su sette capitoli del programma, ben tre sono dedicati al rafforzamento delle forze dell'ordine, e delle forze armate —Una Francia sicura; V. Una Francia fiera; VI. Una Francia possente.

[3]  «Bonjour,
Oui, les "Horaces" existent et sont bien un cercle de spécialistes, d'experts dans de nombreux domaines et entourent et conseillent notre présidente pour les futures présidentielles 2017.
Marine, présidente du FN a mis à profit l'été pour rencontrer de nombreux spécialistes d'économie, de défense, de justice, de sécurité... Le groupe «Les Horaces» s'est d'ailleurs constitué avant l'été.
Il y a environ une soixantaine de personnes (hauts fonctionnaires, magistrats, avocats, médecins, anciens militaires, chefs d'entreprises, des membres des cabinets ministériels d'Edouard Balladur, Jean-Pierre Raffarin et Dominique de Villepin).
Un porte-parole a été nommé, qui s'exposera jusqu'en mai prochain. Il s'agit de monsieur Jean Messiha, passé par Sciences Po et l'ENA.» Partisansmarine, 6/9/2016

[4] «Economia sociale di mercato. Tipologia di sistema economico caratterizzato allo stesso tempo da libertà di mercato e giustizia sociale. I fondamenti di tale modello stanno nella constatazione che il puro liberalismo non è in grado di garantire una soddisfacente equità sociale, ritenuta invece indispensabile proprio perché i singoli individui siano in grado di operare liberamente e in condizioni di pari opportunità; di converso, anche la piena realizzazione dell’individuo non può compiersi se non vengono garantite la libera iniziativa, la libertà di impresa, di mercato e la proprietà privata. È quindi necessario un ruolo ‘regolatore’ dell’autorità statale, i cui confini di intervento sono però problematici da definire con esattezza e, soprattutto, in modo oggettivo. L’intervento dello Stato, infatti, non deve guidare il m. o interferire con i suoi esiti naturali: deve semplicemente intervenire laddove esso fallisce nella sua funzione sociale. Ne consegue che i fondamenti dell’e. s. di m. si possono sintetizzare nei seguenti punti: un severo ordinamento monetario; un credito conforme alle norme di concorrenza e la sua regolamentazione per scongiurare monopoli; una politica tributaria e fiscale che non sia elemento di disturbo alla libera concorrenza e che eviti sovvenzioni che la possano alterare; la protezione dell’ambiente; l’ordinamento territoriale; la tutela dei consumatori finalizzata a minimizzare i comportamenti opportunistici. In definitiva, i sostenitori dell’e. s. di m. sono strenui critici sia della concentrazione del potere economico e politico sia dello sfrenato antagonismo tra classi sociali. La loro proposta ‘riformista’ si pone contro qualsiasi idea di pianificazione e collettivismo e anche contro il liberalismo sfrenato». Voce della Treccani Di Andrea Fumagalli


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